L’agricoltura è condivisione: testimonianza da un campo in Mongolia

L’agricoltura è condivisione: testimonianza da un campo in Mongolia

Pubblichiamo la testimonianza di Carla Chelo, volontaria che ha preso parte a un campo di volontariato internazionale in Mongolia nell’estate 2017.

A un certo punto ti chiedi: “Ma a che serve il lavoro che faccio?” In una decina stavamo strappando erbacce da un campo di patate, insieme a me ci sono tre ragazzi francesi, due mongole, tre coreane, un austriaco e tre ragazze di Hong Kong. Le giovani orientali indossano larghi cappelli di paglia che ricordano quelli dei contadini cinesi, forse sono i loro copricapo ad avermi un po’ influenzato: mi giro e vedo una scena che sembra uscire dalla rivoluzione culturale, solo che sono passati 50 anni. Siamo in Mongolia (workcamp Mce 8), provincia di Tuv. La terra che stiamo diserbando è di un contadino, Patr, che in cambio del nostro aiuto donerà metà del raccolto alla mensa dei poveri di Ulan Bator; questa mensa, fino a pochi anni fa, serviva anche a nutrire gli ospiti dell’orfanotrofio, ma da qualche tempo (la Mongolia ha una crescita economica simile a quella della Cina) i finanziamenti pubblici permettono ai ragazzi di mangiare bene, anche durante tutto il gelido inverno mongolo a meno 25 gradi. Il nostro è un campo agricolo, anche se viviamo accanto ai ragazzi più grandi dell’orfanotrofio non è di loro che ci dovremmo occupare: l’obiettivo sarebbe quello di migliorare la produzione agricola della zona che per le bassissime temperature invernali viene coltivata solo d’estate. Da questo punto di vista siamo in una realtà molto arretrata, facciamo tutto a mano: diserbare, annaffiare. Per questo ogni tanto mi assalgono i dubbi, invece di venire qui a improvvisarmi contadina non sarebbe stato più utile spedire dei soldi per comprare qualche attrezzatura moderna?

Prima di rispondere vediamo come funziona: il campo di lavoro è adiacente alla colonia dell’orfanotrofio, che esiste da quasi 20 anni. Qui all’inizio le condizioni di vita erano davvero primitive: tutto si faceva trasportando l’acqua del fiume Buhug, che scorre nei dintorni. Oggi ci sono bagni che attingono l’acqua da un pozzo, alle gher (la tende tradizionali) si sono affiancati nuovi dormitori, c’è una sala comune e dall’anno scorso una nuova cucina; gli stessi confini del campo sono molto cresciuti e – cosa più importante – sono stati piantati degli alberi. Si vedono da lontano anche se non sono troppo alti e sono per decine e decine di chilometri gli unici a interrompere la monotonia della prateria. Quest’anno però c’è stata anche in Mongolia un’estate secca: gli alberelli vanno quindi annaffiati a mano con delle taniche d’acqua, o innaffiati con un sistema a canaletto. Oltre che il lavoro nel campo di patate e all’annaffiamento, c’è anche un turno cucina e un turno pulizia del campo. Un paio di ragazzi dell’orfanotrofio hanno anche riparato il tetto del loro dormitorio ed erano piuttosto fieri di esserci riusciti, quasi a far sembrare che essere selezionati per un nuovo impegno fosse un privilegio.

Il campo ha l’aspetto di un campeggio molto spartano, così almeno avevo pensato appena arrivata. Ma dopo essere tornata dalla gita nel deserto dove abbiamo dormito presso alcune famiglie di nomadi (e cavalcato cavalli e cammelli) il nostro campo mi è sembrato un luogo piuttosto confortevole.

Il clima è d’estate è tra i 25 e i 30 gradi di giorno (se non piove), una decina di gradi in meno la notte; il panorama è straordinario, soprattutto quando la luce del tramonto illumina la prateria che ci circonda. Ci sono molti animali: mucche, vitellini, cavalli (che spesso riescono a entrare nel nostro campo e la mattina quando usciamo dai dormitori li troviamo a brucare o ad annusare la nostra biancheria stesa), spesso si vedono in aria avvoltoi e sui prati scorrazzano parecchi conigli. Spesso la sera sbucano da sottoterra delle specie di topi, piuttosto graziosi e con una coda folta come gli scoiattoli.

Ci vorranno quindici giorni di convivenza tra noi volontari e i ragazzi dell’orfanotrofio per riuscire a realizzare che lo scopo della nostra presenza qui non è tanto quello di fare i contadini, ma di testimoniare, con la nostra presenza, col buonumore e i momenti di bassa, con la fatica, con le nostre musiche e i nostri giochi, che i 15 ragazzi dell’orfanotrofio possono contare sull’appoggio, l’affetto, a volte l’amicizia di coetanei di tutto il mondo. Che la loro colonia di lavoro è un posto “cool” e davvero in qualche modo la presenza del campo di lavoro internazionale lo rende un’isola all’avanguardia in un Paese diviso tra tradizioni millenarie praticamente immutate e uno sviluppo vorticoso e contraddittorio.

Per esempio i ragazzi, che certo non sono i privilegiati del paese, parlano quasi tutti un buon inglese, decisamente migliore di quello che si sente negli alberghi di Ulan Bator; si confrontano alla pari con i coetanei del resto del mondo, sono gentili e sensibili, ma non ossequiosi, pronti a prendere in giro amici e volontari. Ci battono regolarmente a ping pong, ci insegnano qualche parola nella loro lingua, qualcuno suona per noi uno strumento musicale tradizionale, un paio di loro ballano benissimo, altri raccontano dei loro progetti all’Università – anche se non tutti ci andranno, c’è chi continuerà a zappare e ad aggiustare tetti di campagna. Il dato straordinario è che siamo riusciti a trovare, al di là delle differenze, quello che ci accomuna. Alla fine delle due settimane ci scambiamo gli indirizzi Facebook perché sarà un modo facile per tenerci in contatto, anche se alcuni di noi vivono all’altra parte del mondo.

Mondeggi Bene Comune: un campo in una Fattoria Senza Padroni

Mondeggi Bene Comune: un campo in una Fattoria Senza Padroni

Dal 23 agosto al 1 settembre 2017 un campo presso la fattoria autogestita di Mondeggi, a pochi chilometri a sud da Firenze.

Mondeggi è una fattoria pubblica che attualmente gestisce un terreno dell’ampiezza di circa 200 ettari; tale terreno fu abbandonato e messo in vendita in seguito ad una bancarotta, lasciando a se stessi i campi coltivati e centinaia di esemplari di piante e alberi. Da circa 3 anni i cittadini e le cittadine della comunità locale si oppongono alla sua privatizzazione, rivendicando l’appartenenza collettiva dei terreni e il coinvolgimento della comunità locale nella gestione e il mantenimento degli stessi. Grazie alla grandissima partecipazione che c’è stata in questi anni, la Fattoria Senza Padroni è tornata ad essere mantenuta e coltivata in senso ecologista e la produzione dei frutti della terra è ripresa a ritmo equilibrato.

Le principali attività che i/le volontari/e partecipanti svolgeranno sono le seguenti: attività di raccolta nel vigneto e nei frutteti; semina, raccolto e cura dell’orto collettivo; ristrutturazione e rinnovo dei locali; gestione e cura dell’allevamento di pecore e capre; tagliare la legna nel bosco; mantenere la pulizia degli ambienti.

La parte studio tratterà questioni inerenti ai Beni Comuni, all’Agricoltura Contadina e a quella Agroarcheologica; saranno poi affrontate questioni relative alla difesa e l’autogestione dei beni comuni, ai modelli di sostenibilità e sviluppo, ai limiti e l’impatto del sistema agroindustriale sui territori e verrà analizzato il sistema della grande distribuzione organizzata.

La lingua del campo è l’inglese.

Leggi la scheda completa del campo.

Per maggiori informazioni sui campi SCI nel Nord nel mondo, ecco la pagina dedicata.

Tutti i campi di volontariato del Servizio Civile Internazionale sono consultabili sul database www.workcamps.info.

Campo in Palestina: costruire ponti di riconciliazione

Campo in Palestina: costruire ponti di riconciliazione

Dal 19 al 30 giugno un campo di volontariato in Palestina, nei pressi del villaggio di Nahalin, nella zona a sudovest di Betlemme.

Il campo si inserisce nel più ampio progetto The Tent of Nations, che ha l’obiettivo di far incontrare persone di culture diverse per costruire inseme ponti di comprensione e dialogo, riconciliazione e pace. Sul più lungo periodo, il progetto si propone di formare le persone a dare un contributo di valori positivi alla società futura, quali la tolleranza e il rispetto dell’altro. Questi obiettivi sono perseguiti attraverso campagne d’informazione, l’empowement dei giovani e attraverso i campi di lavoro, in un territorio che sin dal 1991 è sotto minaccia di occupazione militare da parte dell’esercito israeliano.

I volontari saranno impegnati in attività quali il rinnovo e il restauro delle grotte della zona agricola collinare Daher’s Vineyard, vecchie di centinaia d’anni e ricche di storia. L’obiettivo è di farle tornare abitabili e risplendere nella loro bellezza. Un’altra attività centrale sarà quella della raccolta dei frutti delle piantagioni della zona. La parte studio sarà incentrata sulla sostenibilità e sull’auto sufficienza.

Questo campo richiede una lettera di motivazione addizionale per spiegare più dettagliatamente perché si vuole partecipare.

La lingua ufficiale del campo è l’inglese, opzionali arabo e tedesco.

Qui trovate tutte le informazioni più dettagliate.

Questo progetto fa parte dei programmi Nord/Sud. I volontari devono avere almeno 20 anni e aver preso parte alle formazioni (primo incontro e 2 livello) di preparazione organizzate dallo SCI Italia.

Per maggiori informazioni sui campi SCI nel Sud del mondo, ecco la pagina dedicata.

Tutti i campi di volontariato del Servizio Civile Internazionale sono consultabili sul database www.workcamps.info.

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