Cambiamento climatico e ecologismo: campo di volontariato in Islanda

Cambiamento climatico e ecologismo: campo di volontariato in Islanda

cambiamento climatico campo volontariato islandaIl campo

Dal 28 gennaio all’8 febbraio 2019 un campo in Islanda, organizzato dal nostro partner SEEDS Iceland, per conoscere gli effetti del cambiamento climatico.

I/le partecipanti dal campo avranno quindi la possibilità di approfondire le questioni ed esso legate, su scala globale e locale. Se sei preoccupato/a, ad esempio, dal cambiamento climatico, così come dal problema dello smaltimento dei rifiuti, o della tutela degli animali ed altre questioni ambientali, questo è il progetto che fa per te.

È importante sapere che questo è un campo basato sul confronto: tutti/e i/le partecipanti sono infatti invitati/e a portare la loro esperienza e le proprie idee. Il principale focus del campo sarà imparare dai differenti aspetti della questione ambientale attraverso workshop, discussioni e visite guidate.

Attività

Gli argomenti trattati saranno principalmente le energie rinnovabili, gli sprechi alimentari e le pratiche sostenibili che possono essere messe in campo. Ad esempio, ogni anno l’Islanda è visitata da oltre 2 milioni di turisti, che puntualmente lasciano il segno del loro passaggio, dovuto a leggerezza e incuria. Questo campo ti aiuterà a diventare un viaggiatore attento e consapevole dell’impatto che ha sull’ambiente.

I/le partecipanti avranno inoltre la possibilità di visitare progetti locali ecologisti, come uno dei centri di riciclaggio dei rifiuti o la centrale elettrica geotermica.

Infine, laddove le condizioni climatiche lo permetteranno, i/le volontari/e saranno coinvolti/e in attività di tutela ambientale, portate avanti dai/dalle volontari/e del posto.

Alloggio

I/le volontari/e alloggeranno presso una casa a Reykjavík, completa dei servizi (bagni con docce), cucina, e lavatrice. Le camere sono condivise ed è necessario portare il proprio sacco a pelo. Il gruppo si organizzerà in turni per la preparazione dei pasti, forniti dal partner locale. Tutti/e sono invitati/e a portare prodotti tipici del proprio paese per condividere cene internazionali!

La lingua del campo è l’inglese.

Leggi la scheda completa del campo.

Per maggiori informazioni sui campi SCI nel Nord nel mondo, ecco la pagina dedicata.

Tutti i campi di volontariato del Servizio Civile Internazionale sono consultabili sul database www.workcamps.info.

51ª Giornata ONU di Solidarietà con il Popolo Palestinese

51ª Giornata ONU di Solidarietà con il Popolo Palestinese

70 anni di diritti negati: giornata mondiale di solidarietà con il popolo palestinese.

Sito: www.giornataonu.it

Il 29 novembre di ogni anno l’ONU celebra la Giornata Mondiale di Solidarietà con il Popolo Palestinese, in virtù del mandato conferito dall’Assemblea Generale il 2 dicembre 1977.

La Giornata Mondiale di Solidarietà ha tradizionalmente rappresentato un’opportunità per la comunità internazionale di portare la propria attenzione sul fatto che la questione palestinese è ancora irrisolta e che il popolo palestinese deve ancora vedere conseguiti i propri inalienabili diritti così come sanciti dall’Assemblea Generale, cioè, il diritto all’autodeterminazione senza interferenze esterne, il diritto a indipendenza e sovranità nazionali, e il diritto di fare ritorno alle proprie dimore e rientrare in controllo dei propri beni dai quali sono stati allontanati.

In risposta all’appello delle Nazioni Unite, governi e società civile organizzano ogni anno una vasta gamma di attività per celebrare la Giornata di Solidarietà.

In Italia la celebrazione della Giornata ONU di Solidarietà con il Popolo è promossa da Società Civile Palestina (SCP), rete di organizzazioni a vario titolo e missione impegnate per l’affermazione dei diritti dei popoli che ha avviato a Torino un gruppo promotore facilitato dal Centro Studi Sereno Regis.

Il comitato torinese sta preparando la giornata e alcuni eventi di avvicinamento: presentazione di libri, conferenze, incontri…

Per le iscrizioni scrivere a: giornataonu@gmail.com

Clicca qui per l’evento Facebook.

La sede della giornata si trova a 10 minuti a piedi dalla Stazione di Porta Nuova.

Per dormire:

Tomato Backpackers Hotel, in s. Salvario, www.tomato.to.it
AIG Ostello Torio, zona Lingotto, www.ostellotorino.it
Bamboo Eco Hostel, c.so Palermo, www.bambooecohostel.com
Rifugio Urbano, zona centro-sotto mole antonelliana, www.bed-and-breakfast.it/it/piemonte/rifugio-urbano-torino/48941
presso il Collegio S.Giuseppe dove si terrà il convegno ci saranno dei posti disponibili, per info: gianni 3336749056

Comitato organizzatore di Torino:

Assopace Palestina, BDS Torino, Centro Studi Sereno Regis, Comitato di Solidarietà con il popolo Palestinese di Torino, Donne in Nero della Casa delle donne di Torino, Invicta Palestina, Movimento Internazionale per la Riconciliazione, Pax Christi, Rete ECO-Ebrei Contro l’Occupazione, SCI-Servizio Civile Internazionale, Progetto Palestina, Un Ponte Per

Manutenzione del parco ecologico per promuovere uno stile di vita sostenibile: un campo in Marocco

Manutenzione del parco ecologico per promuovere uno stile di vita sostenibile: un campo in Marocco

Il campo

Dal 20 gennaio al 3 febbraio 2019 un campo di volontariato in Marocco, per supportare la manutenzione del parco ecologico e contribuire al dibattito sull’ecologia nella vita quotidiana.

Il campo è organizzato dall’associazione EVO (Espace Volontaire Oujda), fondata nel 2003 a Oujda, in Marocco. È composta da un gruppo di giovani locali che ha scelto di impegnarsi in progetti di volontariato. Infatti, negli anni ha accumulato molta esperienza di lavoro sociale, in particolare nell’organizzazione di campi. Inoltre, è riuscito a creare reti sociali sul territorio, coinvolgendo centri giovanili, organizzazioni locali e partner internazionali. In altre parole, il loro obiettivo è quello di creare un’atmosfera di solidarietà e impegno, in particolare in materia di protezione ambientale e tutela del patrimonio artistico-archeologico. Per queste ragioni, l’obiettivo di questo campo è la manutenzione del parco ecologico e la creazione di dibattito attorno al tema dell’ecologismo.

Attività

I/le volontari/e si impegneranno in lavori manuali e di giardinaggio. In primo luogo, ripareranno i materiali in legno rovinati dall’erosione del tempo. Inoltre, lavoreranno per la manutenzione del parco ecologico in tutti i suoi spazi verdi.

Inoltre, avranno anche l’opportunità di visitare la città di Oujda e i suoi dintorni, grazie al supporto del team di volontari/e locali.

Come parte studio, i/le volontari/e approfondiranno, attraverso dei dibattiti, la questione ecologica nella vita di tutti i giorni; molte di queste discussioni verranno affrontate con il pubblico che quotidianamente attraversa il parco. Il parco ecologico si estende per circa 25 ettari ed è considerato un sito unico in tutto il Marocco.

Alloggio

I/le volontari/e alloggeranno presso un dormitorio condiviso presso il centro giovanile, in camere da 3 o 4 letti. È richiesto di portare le proprie lenzuola e asciugamani, oltre ai vestiti da lavoro.

La lingua del campo è l’inglese, quella locale il francese.

Leggi la scheda completa del campo.

Questo progetto fa parte dei programmi Nord/Sud. I volontari devono avere almeno 20 anni e aver preso parte alle formazioni (primo incontro e 2 livello) di preparazione organizzate dallo SCI Italia.

Per maggiori informazioni sui campi SCI nel Sud del mondo, ecco la pagina dedicata.

Tutti i campi di volontariato del Servizio Civile Internazionale sono consultabili sul database www.workcamps.info.

Proteggere l’ambiente per promuovere la pace: un campo in Indonesia

Proteggere l’ambiente per promuovere la pace: un campo in Indonesia

Il campo

Dal 15 al 28 gennaio 2019 un campo di volontariato in Indonesia per proteggere l’ambiente dalle devastazioni prodotte dal cambiamento climatico.

Il campo si svolgerà a Mangkang, un villaggio di pescatori e agricoltori situato ad ovest di Semarang. Questo progetto è divenuto negli anni una tradizione; infatti, il nostro partner IIWC continua a promuoverlo per rispondere al bisogno di conservare la biodiversità, in particolare presso la zona costiera a nord del mare Java.

In quest’area, più di 1 chilometro di costa è a rischio di abrasione marittima, conseguenza della deforestazione delle mangrovie. Considerando che un tempo quest’area era popolata da un’incredibile quantità di pesci e gamberetti, ad oggi è evidente l’emergenza della scomparsa di tutte queste specie. In particolare, anche i pescatori locali sono costretti a spingersi sempre più lontano per riuscire a trovare del pesce e guadagnarsi quindi la sopravvivenza. Per tutti questi motivi, proteggere l’ambiente in questa zona sta diventando sempre più fondamentale.

Le attività

I/le volontari/e del campo svolgeranno diverse attività, come ad esempio piantare le mangrovie ed altre specie floristiche sulla costa; organizzare attività di sensibilizzazione sulla questione ambientale e sulla gestione dei rifiuti con la popolazione locale, in particolare con i bambini; infine, organizzare campagne informative per la città.

Alloggio

I/le volontari/e alloggeranno presso la casa per volontari di IIWC; è richiesto di portare il proprio sacco a pelo. Il gruppo dei/delle volontari/e si organizzerà autonomamente per i pasti e le pulizie.

La lingua del campo è l’inglese.

Leggi la scheda completa del campo.

Questo progetto fa parte dei programmi Nord/Sud. I volontari devono avere almeno 20 anni e aver preso parte alle formazioni (primo incontro e 2 livello) di preparazione organizzate dallo SCI Italia.

Per maggiori informazioni sui campi SCI nel Sud del mondo, ecco la pagina dedicata.

Tutti i campi di volontariato del Servizio Civile Internazionale sono consultabili sul database www.workcamps.info.

Supportare l’organizzazione della festa della cultura Mapuche: un campo in Cile

Supportare l’organizzazione della festa della cultura Mapuche: un campo in Cile

Il campo

Dal 12 gennaio 2018 al 3 febbraio 2019 un campo di volontariato in Cile per supportare l’organizzazione della tradizionale festa della cultura Mapuche.

La “Community Fair Walung de Kurarewe”, è una comunità composta principalmente da donne Mapuche, piccoli produttori e artigiani dell’Araucanía (sud del Cile), che cerca di generare una propria economia, indipendente, in solidarietà e in armonia con l’ambiente.

L’obiettivo di questa comunità è infatti il dare vita ai Küme Mongen (buon vivere), ovvero momenti di valorizzazione delle conoscenze ancestrali attraverso la coltivazione di prodotti originali e la loro trasformazione: pinoli dall’Araucaria, frutti della foresta, quinoa; ma anche prodotti di artigianato, l’incentivo alla trasmissione dell’antica conoscenza culinaria e curativa, la lavorazione dei prodotti e via dicendo.

Dal 2005, inoltre, sviluppa laboratori di agroecologia, trafkintu (scambi) di sementi, fiere stagionali di produttori e artigiani, trawun (incontri) sulla cura del territorio e altre attività.

Le attività

I/le volontari/e del campo supporteranno l’organizzazione dell’evento annuale più importante per la comunità: la Feira Walung (festa del raccolto), che cade nel periodo di febbraio. Infatti, il lavoro che viene svolto per la sua realizzazione è anche un momento speciale di incontro e discussione su questioni sociali ed economiche.

In particolare, gli obiettivi del campo sono i seguenti: supportare l’organizzazione degli spazi e la costruzione delle strutture destinate ad ospitare la Fiera, nonché svolgere la pulizia del luogo e l’assemblaggio degli stand per i produttori; supportare le attività di trasformazione dei prodotti tipici della zona (marmellate, sottovuoti, etc.); svolgere attività di promozione e sensibilizzazione sulla cultura Mapuche durante lo svolgersi della Feira.

Come parte studio, i/le volontari/e approfondiranno la storia e la cosmovisione della cultura Mapuche, come anche i problemi attuali da cui la comunità è colpita. Inoltre, verrà studiata la storia della Feira Walung, poiché la sua organizzazione è strettamente legata alle attività di difesa del territorio e della sovranità alimentare in Kurarewe.

Alloggio

I/le volontari/e alloggeranno presso le case dei membri della comunità, o in tende messe a disposizione dall’organizzazione presso il sito della fiera.

La lingua del campo è lo spagnolo.

Leggi la scheda completa del campo.

Questo progetto fa parte dei programmi Nord/Sud. I volontari devono avere almeno 20 anni e aver preso parte alle formazioni (primo incontro e 2 livello) di preparazione organizzate dallo SCI Italia.

Per maggiori informazioni sui campi SCI nel Sud del mondo, ecco la pagina dedicata.

Tutti i campi di volontariato del Servizio Civile Internazionale sono consultabili sul database www.workcamps.info.

Praticare la permacultura nel settore ortofrutticolo: un campo in Togo

Praticare la permacultura nel settore ortofrutticolo: un campo in Togo

Il campo

Dal 10 al 23 dicembre 2018 un campo di volontariato in Togo, presso la comunità di Kpalimé, per supportare un progetto agricolo basato sulla permacultura.

Tale progetto è infatti parte di un approccio di sviluppo sostenibile, che rispetta la conservazione della biodiversità e la promozione della coltivazione di prodotti biologici. Attraverso la messa in pratica di tali principi, l’obiettivo dell’Ong ASTOVOT è la promozione della cultura sul biologico e l’accessibilità di tali prodotti per la popolazione locale.

L’orto in cui il progetto si sviluppa, difatti, rappresenta un luogo di scambio di esperienze sui valori della produzione biologica e sul consumo sostenibile di prodotti locali.

Le attività

Gli obiettivi del campo sono, in particolare, la preservazione della biodiversità e il miglioramento dell’ambiente circostante, lo sviluppo di differenti generi di colture biologiche, l’incoraggiamento al consumo di tali prodotti da parte della popolazione locale.

Oltre a questo, le attività principali del progetto riguarderanno la cura e il mantenimento dell’orto (togliere le erbacce, preparare il terreno, selezionare le sementi, fabbricare il compost, creare un sistema di irrigazione, potature e così via). Inoltre, ai/alle volontari/e del campo è richiesto di svolgere delle attività pedagogiche per i bambini e le bambine locali nell’orto stesso.

Alloggio

Le condizioni dell’alloggio sono generalmente rudimentali. I/le volontari/e alloggeranno presso una casa fornita di più camere da letto, situata in prossimità del sito del progetto. Se possibile, è richiesto di portare con se materassino, sacco a pelo e repellente per zanzare.

La cucina invece sarà gestita dallo stesso gruppo dei volontari. L’acqua potabile è disponibile. L’accesso ad internet e all’elettricità è molto limitato.

Lingua

Le lingue del campo sono l’inglese e il francese. In particolare, la conoscenza del francese è molto utile per poter comunicare più facilmente con la popolazione locale.

Leggi la scheda completa del campo.

Questo progetto fa parte dei programmi Nord/Sud. I volontari devono avere almeno 20 anni e aver preso parte alle formazioni (primo incontro e 2 livello) di preparazione organizzate dallo SCI Italia.

Per maggiori informazioni sui campi SCI nel Sud del mondo, ecco la pagina dedicata.

Tutti i campi di volontariato del Servizio Civile Internazionale sono consultabili sul database www.workcamps.info.

L’amore resiste più di quello che dura: testimonianza da un campo di volontariato in Perù [III parte]

L’amore resiste più di quello che dura: testimonianza da un campo di volontariato in Perù [III parte]

Riceviamo e pubblichiamo la testimonianza di Rainer Maria Baratti, volontario che, la scorsa estate, ha partecipato ad un campo di volontariato in Perù a tematica ambientale. La sua testimonianza è stata pubblicata integralmente su europeanaffairs.it. Noi siamo felici di riprenderla e pubblicarla in tre parti.

Leggi qui la prima e la seconda parte del racconto.

Dopo l’addio dei francesi abbiamo portato avanti le giornate nelle scuole per sensibilizzare rispetto alla questione ambientale. Vi erano bambini tra gli 8 e gli 11 anni. Tanti bambini. Le scuole sono spaziose e con molto verde, con animali e un orto. Il problema è che spesso c’è molta spazzatura e delle volte bruciano porzioni di prato per eliminare l’immondizia. Abbiamo presentato in nostri paesi, il nostro lavoro, abbiamo parlato dell’importanza di prendersi cura della natura ma soprattutto ci siamo messi tanto in ridicolo. Spesso e volentieri le domande erano semplici come “cosa mangiate?” o “che lingua parlate o preferite?” ma la più terribile di tutte era “qual è il vostro ballo tipico?”. La parte terribile non era magari non sapere quale fosse il ballo ma dover ballare qualcosa. Eppure, lo facevi e cercavi anche di farli ridere. Dopo abbiamo fatto dei gruppi divisi per materiale da riciclare e i bambini hanno cominciato a correre per tutta la scuola a raccogliere l’immondizia e a fare la raccolta differenziata. Era impossibile fermarli e quando era ora di fare un altro gioco con loro, era come se non volessero. Quando hanno visto la sciarpa di Wayne fatta in Pile e capito che veniva dalla plastica riciclata, i bambini hanno visto questa magia e capito perché può essere utile riciclare. La passavano e tutti volevano toccarla, era magia. Prima di andare via abbiamo avuto modo di giocare senza pensieri e di dividere succhi e caramelle. Alcuni dei bambini era stregati dai tatuaggi di Marta e le facevano le domande a riguardo. Avremmo voluto più esperienze sociali come queste perché è importante per rendere efficace il nostro lavoro al fiume, andarsene era difficile e una delle bambine mi ha abbracciato alla vita. Una delle cose che mi è rimasta impressa era lo stupore di Humberto mentre parlava del paesaggio naturale che avevamo intorno. Ho potuto capirlo solo quando ho soggiornato una settimana a Lima. Lì, nella capitale, per la maggior parte del tempo c’è una interminabile distesa bianca. Non è possibile tante volte riconoscere la differenza tra cielo e mare, non c’è sole, non piove, nevica o grandina. Una guida mi ha raccontato che la prima volta che ha visto la pioggia è stata a 12 anni quando era andata a Cusco. È stato il momento più bello della sua vita, ha detto di essere scoppiata in lacrime. È una sensazione che ho potuto comprendere quando, tornato a Roma, ho sentito un rullo di tamburi dal cielo notturno che si illuminava di flash. Annunciava la pioggia, preceduta da quel vento che porta odore di acqua e erba. A questa si aggiungeva la consapevolezza che quel cielo, tutto celato, prima o poi mostrerà quelle poche stelle che il cielo di Roma concede e quella Luna con la sua linea verticale. La potenza della natura pronta ad essere rilasciata e la nostra preoccupazione di essa. Preoccupati che qualche strada sia inagibile per tutto il giorno seguente. Preoccupati che ci sia il solito traffico incredibile per questa occasione. Preoccupati che ci crolli il terreno da sotto i piedi.

Quella sensazione di magnificenza posso paragonarla solo alla seconda parte del campeggio, che nel frattempo avevamo cambiato la sua destinazione al Lago Antacocha, dato che ha Llaca era impossibile introdurre fuochi. Siamo arrivati a ridosso del campeggio risparmiando il possibile sul budget, che però era stato probabilmente messo in crisi dall’addio dei francesi che hanno pagato solo i 10 giorni di alloggio e cibo e che probabilmente non hanno pagato la quota associativa. A Michael avevamo chiesto di mettere da parte i soldi dell’alloggio e per i mezzi. È successo che Michael non lo ha fatto e ha comprato altro da mangiare come due sacchi di zucchero da un kg e un sacco di patate. Era un campeggio ed era difficile cucinare le patate. Le sue scelte hanno suscitato numerosi interrogativi. Avevamo noleggiato una tenda grande da 11 per poter dormire tutti insieme e scaldarci così. Il problema consisteva soprattutto per chi dormiva a ridosso della porta. La mattina si stava bene ma la notte era davvero fredda. Abbiamo dormito praticamente in riva al lago. Il lago era di color giada ed era come uno specchio. Riusciva a riflettere le montagne della Cordillera Blanca. La notte il cielo stellato svelava la Via Lattea e tutte le stelle che ci sono negate nelle nostre città. Si poteva vedere anche la luna che assomigliava ad un occhio socchiuso. La luna è diversa, la sua linea scura è orizzontale. All’alba il vento è forte e fischia tra le montagne creando un’atmosfera surreale. La notte, in quel paese così lontano da noi, regala un numero enorme di stelle cadenti. In quel paese dai mille contrasti c’è un ampio spazio per i desideri. Il lago di Antacocha è protagonista di mille leggende che spaziano dai tesori inca alle storie che narrano di figure mitiche che rapiscono le persone. Purtroppo, in quella zona sono numerose le persone scomparse. Mentre aspettavamo al sole è arrivata una madre scortata dalla polizia. Ci hanno mostrato le foto, stava cercando il suo figlio bipolare. Le abbiamo donato delle foglie di coca in modo che lei potesse fare la sua offerta al lago ed esprimere il suo desiderio di ricongiungersi al figlio. Nel frattempo, si è avvicinata a noi una cagnolina selvatica che nella nostra permanenza ci ha mostrato i sentieri durante i nostri trekking nella zona. L’abbiamo chiamata Budget e mentre ci allontanavamo sulla parte posteriore di un pick-up in direzione Huaraz lei ci ha inseguito. Quella notte, al nostro ritorno in hotel abbiamo parlato ancora di soldi e del fatto che dovevamo pagare parte dell’alloggio per l’ultimo giorno. Michael non aveva capito cosa gli avessimo detto ma ormai poco importava, era difficile fargli capire le informazioni sia in inglese che in spagnolo. Oramai di quei 10 che erano partiti con il progetto, 6 hanno stabilito di essere una famiglia. Ci siamo messi a dormire tutti nello stesso letto e a vedere un film.

Alla fine vi è solo una domanda che apre e chiude questa storia: Cosa è il volontariato? Una sera Humberto ha raccontato una storia. C’era un ragazzo che incomincia a fare avanti e indietro per la montagna. Ogni volta saliva e scendeva. Lo faceva senza utilizzare le scorciatoie, senza usare i tunnel che venivano costruiti man mano con il tempo. Lo fa per anni fino a che non invecchia e i suoi figli non iniziano a farlo con lui. Lo fa fino a che non può più farlo e che la generazione successiva va da sola. Quando gli chiedono perché avesse fatto tutto questo per una vita, la risposta è “ho seminato l’idea”. Questo è il volontariato probabilmente, un atto di fede. Lavori tutti i giorni che sei lì e magari sei lì che inizi la scalata, non vedrai mai la cima. Sei lì, magari proprio alla prima esperienza del progetto, e hai il primo compito di trovare i problemi e risolverli. Magari offrire nuove idee per i progetti futuri. Perché è il tuo gruppo fa il primo passo, mentre il secondo passo aspetta a un altro gruppo come il terzo passo spetta al terzo gruppo e così via. È un’esperienza che ti fa mettere in pratica l’esperienza del gruppo e del cercare di abbattere più pregiudizi e stereotipi possibili. È un’esperienza che ti porta a provare cosa vuol dire che esistono 9 possibilità di non intendersi.

Il volontariato è molto di più probabilmente e posso raccontare qualche esperienza nella speranza di farlo solo trapelare. Avevamo deciso di fare un trekking in direzione Churup e alla fine eravamo rimasti io e Luis. Siamo partiti senza fare colazione e biscotti in spalla, il trekking però era lungo e più complicato degli altri. Aveva delle parti che consistevano in scalata su roccia con funi. Dopo l’ultima salita impegnativa si presenta a noi la vista del lago dall’acqua blu turchese. Cercando un punto per le foto abbiamo incontrato una ragazza americana che si stava facendo fare foto di nudo e ci abbiamo fatto amicizia. Le chiediamo di farci un video. Io e Luis ci siamo guardati negli occhi e abbiamo deciso. Camminiamo intorno al lago fino a trovare una roccia più vicina e sicura all’acqua. Ci spogliamo fino a rimanere in mutande, fissiamo l’acqua. Facciamo il nostro respiro profondo mentre la gente sul picco in alto di fronte a noi osserva. Ci tuffiamo. Ci tuffiamo in quel lago a più di 4000 m con la nostra pelle e un paio di mutande. Il gelo ti prende il corpo, vuole portarti con sé. Vuole portarti giù. Nella tua testa c’è il silenzio e vorresti sentire la sospensione dell’acqua ma una voce si fa insistente: “Devi andare! Risali! È ora di uscire da qui!”. Muovi il tuo corpo in direzione di quella roccia tiepida che avevi lasciato, cerchi un appiglio in quella roccia ora scivolosa. Alla fine ci riesci, sei fuori e senti il corpo completamente tuo mentre il cuore batte forte. Senti una sensazione di benessere. Senti la gente che ora applaude, riconosce qualcosa, riconosce un gesto di follia. Prima ti prende in giro, sei solo un esibizionista che si spoglia su una montagna. Poi guarda incredula quel gesto di coraggio. Ma alla fine applaude per qualcosa di più che è solo una percezione. Sei lì, in mutande su una montagna delle Ande e respiri quell’aria che ora ti sembra forte. Senti come il primo respiro di quanto sei nato. Senti la vita. Senti la fratellanza con quella persona che ha avuto il coraggio di fare quella follia con te dopo manco due settimane di conoscenza. Le americane pensano che siamo parenti. Vedono qualcosa di comune tra di noi, forse sono io che ho qualcosa di Messicano o lui che ha qualcosa di Italiano. O semplicemente vedono la semplice comunanza che abbiamo solo essendo esseri umani. È un patto, un battesimo che durerà per sempre. C’è chi dice “è stato emozionante poter assistere”. Bevi, fumi e ridi. Ti senti in sintonia con qualcosa o con la natura. Dopo è accaduta un’altra magia quando siamo saliti nel Combi. Il Perù è maestoso, bello e problematico. Ogni istante mi ha ricordato la mia casa, il mio paese. Si parla di corruzione, povertà e violenza ma li ho potuto vedere la solidarietà e l’aiuto reciproco. Lì la lotta per la sopravvivenza riesce a diventare un progetto di aiuto per vivere. Un aiuto che passa da persona a persona ma anche da persona ad animale. Certo, tu rimarrai sempre il Gringo. Sei il bianco, quello diverso che può fare i suoi comodi li. Sei il gringo che se ne può andare. Sei il discendente di quell’idea che ha colonizzato e continua a colonizzare il latino America. Sono solo cambiati i metodi. La comunità cercherà sempre di proteggere sé stessa ma, se vai in punta di piedi con umiltà a chiedere ospitalità in quel perenne cantiere, sarai accolto. Sarai accolto quando tendi la mano per reggere l’anziana signora sul combi, ti guarderà contenta. Ma sarai accolto anche dalla tenerezza, l’innocenza e il coraggio dei bambini. Non dimenticherò la magia creata da quel bambino peruviano dallo zuccotto blu che gioca con quel problematico gringo dentro il combi. Non dimenticherò quel suo gesto spontaneo, non canonico e contro gli stereotipi a cui tutti possiamo essere soggetti. Non dimenticherò quella mano che tocca la mia solo per giocare o condividere un biscotto.

Poi c’è un’altra esperienza che devo raccontare. Dopo giorni titubante nel decidere o meno se farlo, decidiamo tutti insieme di provare la nostra prima scalata in montagna. Mentre cercavamo il prezzo migliore, ho incontrato una guida che di nome Feliz che mi ha detto di aver vissuto per 7 anni a Roma. Quando gli ho chiesto come si fosse trovato la risposta in un perfetto italiano è stata “come vedi sono tornato qui, Roma è una bellissima città per fare turismo ma viverci è un inferno”. Continuiamo i nostri giri e alla fine troviamo la possibilità di fare tutto con una spese di 250 soles. Scegliamo di fare una cosa per principianti, il Nevado Mateo che ha il suo punto di arrivo a 5400m. La sveglia è alle 3 per poter fare le 2 ore di macchina che ci separano dall’inizio della scalata. Arrivati li mettiamo i rampini di ghiaccio e le scarpe da neve nello zaino. Subito dopo indossiamo le brache di sicurezza e impugniamo la piccozza. Cominciamo la salita sulla parte rocciosa, umida, scivolosa e con poco spazio dal dirupo e da una caduta misera. Ogni tanto ci sono gli sprazzi di neve misti al muschio. Durante la salita il freddo aumenta per le condizioni climatiche e le nubi sembrano volerci inghiottire con il loro movimento dall’alto verso il basso. Mentre cammino scivolo e mi bagno un guanto. Arriviamo alla base del ghiacciaio. Cambiamo i nostri strumenti prendendo dalla borsa quello che ci serve e mettendo da parte quello che ci servirà per il ritorno. Cambio il mio guanto ma la mano fa malissimo, la apro e la chiudo ma nulla cambia. Intorno tutto si fa più grigio e vedo delle piccole figure che ci precedono sparire nella nebbia. Ci leghiamo l’un l’altro e cominciamo a salire verso il picco. Devi capire il ritmo della tua squadra, ti muovi quasi in sincronia e il più lento detta il ritmo. Devi stare attento a non scivolare ma in ogni caso gli altri sono li per te. La tua squadra è li per aspettarti ed aiutarti. Il cammino non è lungo ma ci vuole tempo. La pazienza ne vale la fatica e mentre arrivi in cima esce il sole. Puoi vedere tutto sotto di te, puoi sederti e vedere il mondo. Il silenzio è quello delle montagne, senti qualcosa che ti smuove dentro. Ogni tanto quella stasi è interrotta dal canto del vento che si fa largo tra i picchi. Sei cosi vicino al cielo e lontano dal caos, tutto sotto continua a scorrere. Tutto passa eppure sei nello stesso mondo, quello stesso mondo su cui ora possiamo brindare con un liquore greco. Brindiamo tra di noi, alla nostra squadra e con la guida. Parliamo di quella meraviglia in cui viviamo e ora sogniamo quella montagna. Si perché ci sarà sempre quella montagna nascosta nei nostri sogni e li ci sarà sempre qualcuno ad aspettarci.

L’amore resiste più di quello che dura

Tutti noi abbiamo uno zaino in cui possiamo mettere tutto e possiamo togliere quello che vogliamo. È uno zaino fatto di ricordi, persone, cose che fanno male o meno male. Sono cose che forse qualcuno ne farebbe a meno, che vorrebbe buttare, o cose che forse certe volte ricordiamo quando ci fanno più comodo. Come se fosse un conforto. Ho sempre pensato che dimenticare o far passare il tempo affinché accada, come se le persone che incontriamo abbiano una data di scadenza, fosse una cosa orribile. Questo zaino è quello che fa di noi la persona ma che fa degli altri le persone che sono per noi. Fanno gli affetti, fanno la nostra forza e fanno la nostra esperienza. Diventano i nostri strumenti (infelice definizione) per scalare le nostre personali montagne. E il volontariato aiuta a capire questo zaino e a saperlo usare. Perché se vogliamo prenderci cura delle persone, di quelle che non conosciamo, dobbiamo prima di tutto imparare a prenderci cura delle persone che abbiamo accanto. Qui si aggiunge un’altra frase che abbiamo utilizzato negli ultimi giorni del nostro campo: “L’amore resiste più di quello che dura”. In molti la intendiamo come se quando qualcosa finisce, tu continui a provare lo stesso. Ma questo, per me, è molto soggettivo. Forse ci diventa più utile se pensiamo al fatto che quell’amore, da intendersi nella maniera più generale possibile, continua a vivere nei ricordi e nel tempo. Forse a volte e la nostra ombra, ma appunto la “nostra”. O forse continua semplicemente ad esistere. Forse qualcuno lontanissimo nello spazio può vedere quello che è successo al suo inizio o prima mentre nella nostra testa è stato catalogato come “passato”. Forse è un costante principio da cui esplode ogni cosa o forse è prima del movimento stesso o forse prima del sogno stesso. Perché spesso cominci a sognare cose che sono già accadute. In quello zaino entra tutto, è personalissimo come l’esperienza del volontario. In quello zaino hai la canzone che ascolti all’infinito e a cui leghi i ricordi; le mani di chi ami sul tuo petto mentre siete sdraiati al tramonto su un prato; un bacio in una sporca stazione romana poco prima dell’orario di chiusura dei mezzi; la volta in cui ti sentivi solo e camminavi sotto un sole di agosto; quella volta che stavi male e ti davano del falso; il buttarsi in un lago lontanissimo e veramente freddo a 4000 m di altezza con uno che conosci da poche settimane e sentirti profondamente connesso; i silenzi e le urla; tutte le volte in cui ti sei ubriacato fino a perdere i sensi; quando qualcuno che ami lascia questo mondo ma i ricordi rimangono; quando la notte sogni quello che è stato e immagini il futuro; tutti i fallimenti e le paure sorpassate; il dolore in tutta la sua presenza e il senso che cerchi di dargli; levarsi la maglietta in una piazza di notte con 4 gradi per brindare alle differenze e alle somiglianze; quando pensi che non raggiugerai mai il tuo obiettivo; quando vedi tutti i tuoi difetti ma li riconosci come parte di te; una corsa verso un traguardo dopo una lunga maratona tenendosi per mano; tutti i dolci e le birre condivise; le notti e i giorni passate intorno ad un tavolo a costruire un progetto in nome di un ideale; quei giorni in cui non vuoi parlare e non riesci a farti comprendere e dici solo stupidaggini; quando aspetti notizie delle persone che ami ovunque siano nel mondo; le sveglie difficili; i wurstel mangiati da ubriachi e di nascosto con un po’ di pane. Vi sono persone che ti porterai ovunque che costituiscono la tua famiglia biologica, la tua famiglia composta di amici e la tua famiglia internazionale. È come una melodia che senti nella testa ma che non conosci, la percepisci ed è profondamente tua. È un’esperienza che non ti costringe nessuno a farla e che è come un richiamo, è un’esperienza che non è difficile e che ne vale la pena. È un’esperienza che non richiede requisiti se non quelli legati all’età. Basta una conoscenza base della lingua e in molti saranno disposti ad aiutarti. Non c’è una grossa selezione, eccetto alcuni progetti che richiedono una lettera motivazionale, ed è principalmente ad esaurimento posti. Prima mandi la richiesta, meglio è! Anche per risparmiare sul biglietto aereo. Forse è difficile proprio raccontarla, non bastano 7500 parole per raccontarla, e l’unica frase che ti ricorre nella mente da quando hai lasciato la tela nera della notte di Huaraz è: “Sono le 22.22, esprimi un desiderio!”.

Tre settimane in Paradisola: testimonianza da un campo a Zanzibar

Tre settimane in Paradisola: testimonianza da un campo a Zanzibar

Riceviamo e pubblichiamo la testimonianza di Giacomo Bartolucci, volontario partito la scorsa estate per un campo di volontariato a Zanzibar, in Tanzania.

Finita la laurea magistrale ho avuto come la sensazione di aver imparato troppo, quasi fossi stato infarcito di nozioni. Mi sembrava che tutte le attività per cui fino a quel momento mi ero speso con tanta passione si fossero ridotte a qualcosa di schematizzabile con una freccia, un flusso che partendo dall’esterno puntava inesorabilmente verso di me.

Ho sentito forte l’impulso di invertire questa dinamica unidirezionale e ho cominciato ad informarmi sulla possibilità di fare un’esperienza di volontariato.

Presto mi sono reso conto che esiste una zoologia infinita di associazioni, missioni e realtà con cui è possibile partire, e che c’è il rischio di arruolarsi in un un progetto di cui magari non si condividono appieno scopi e metodi. Per questo mi sento davvero fortunato ad aver conosciuto lo SCI Italia, associazione in cui mi sento pienamente rappresentato, anche a livello ideologico.

Dopo vari cambi di programma ho deciso di partire alla volta di Zanzibar per un progetto coordinato dall’associazione ZAYDO, che prevedeva due attività principali: raccogliere e piantare semi di mangrovia al mattino e insegnare lingue straniere alla comunità locale in una specie di scuola serale. Così, dopo un safari di cinque giorni nell’entroterra tanzaniano, il 13 agosto sono atterrato sull’isola per l’inizio del campo.

Appena sceso dall’aereo sono stato assalito da una folla di persone che mi hanno strappato la valigia dalle mani e mi hanno scortato fino all’uscita, pretendendo poi una mancia. Ho così potuto constatare fin da subito che il problema principale a Zanzibar non è la distanza culturale, come ci aspettavamo, ma l’opposto: la maggior parte degli abitanti dell’isola è abituata ai turisti e conosce gli occidentali fin troppo bene. Questo causa anche situazioni abbastanza scioccanti, più avanti ho incontrato un masai che si faceva chiamare Valentino Rossi. Ci si sente considerati banconote viventi e a volte si ha questa frustrante sensazione anche con alcuni volontari tanzaniani.

Per il trasporto dall’aeroporto al villaggio dove si è svolto il campo, per esempio, ci hanno chiesto una cifra spropositata (poi però ho scoperto che il costo era specificato nell’infosheet, per cui non fate come me e leggete attentamente quel foglietto illustrativo!) e anche i tour che ci hanno proposto non erano così low cost come sostenevano. Ad ogni modo, cercare di capire perché volontariato e turismo risultano così inestricabilmente legati e studiare come comportarmi di fronte a questa evidenza è stato fonte di riflessioni importanti e crescita personale. Arrivati alla casa dove saremmo stati ospitati (deliziosa e in condizioni nemmeno troppo preoccupanti) ho conosciuto il resto dei volontari locali e gli altri sette volontari internazionali, provenienti da Italia, Spagna, Portogallo, Belgio e Ungheria. Siamo stati presentati ai capi del villaggio e, successivamente, il discorso del presidente di ZAYDO ha dato ufficialmente inizio al campo.

Il solo vivere in comunità in un posto del genere e con un assortimento così variegato di persone è fantastico. Per ragioni di costi non abbiamo potuto fare la spesa e cucinare insieme, però abbiamo avuto la fortuna di poter mangiare tutti i giorni squisiti piatti tipici preparati direttamente dalle fantastiche volontarie locali. Con mia immensa sorpresa ho anche trovato un ukulele, regalato a ZAYDO da qualche precedente volontario dal cuore grande, per cui ho cominciato fin da subito a cantare, giocare e ballare con i bambini che venivano a trovarci. Dato che ho una propensione naturale per questo ruolo di scemo del villaggio, ho pensato che anche durante le lezioni serali nella scuola sarei stato assegnato al gruppo dei più piccoli. Invece i volontari hanno preferito che mi occupassi dei teenager, cosa che all’inizio mi ha un po’ spiazzato. Poi però ho cominciato a seguire Sharif, un ragazzo che fa l’arbitro di calcio e vuole imparare l’italiano. Nonostante il sottoscritto non sia un appassionato di pallone, ci siamo divertiti cantando “Uno di noi, Sharif uno di noi” per ripassare i numeri e i pronomi personali, e «Perché perché, la domenica mi lasci sempre sola… », di Rita Pavone, per i giorni della settimana. Con lui è nato un rapporto meraviglioso e continuiamo a scriverci, rigorosamente in italiano, anche ora che sono tornato in Europa.

Anche l’attività di tutela ambientale è stata molto interessante: la mangrovia è una pianta davvero affascinante, cresce in riva al mare e assorbe acqua salata. Come ci ha spiegato una signora che abitava nei pressi della spiaggia, la sua funzione di difesa contro l’erosione delle coste è fondamentale. Inoltre il groviglio di radici offre riparo ai pesci, che ci depongono le uova.

Quando per qualche festività o inconveniente tecnico non ci siamo potuti dedicare all’insegnamento a scuola né a piantare semi di mangrovie abbiamo concordato con i volontari di ZAYDO alcune attività alternative, come ripulire le spiagge (che ne hanno davvero bisogno) o pitturare la scuola. Ho apprezzato molto queste variazioni, hanno fatto sì che l’esperienza risultasse più completa.

Il gruppo è diventato ogni giorno più coeso, complici anche momenti di svago ben organizzati e serate culturali divertentissime. Gli unici attriti sono sorti con uno dei coordinatori tanzaniani che, forse incapace di gestire il senso di responsabilità, nella seconda metà del campo ha cominciato ad avere improvvisi sbalzi di umore e a comportarsi in modo poco trasparente. Anche se è stato stimolante cercare di trovare i codici giusti per interagirci e fare da mediatore tra lui e volontari europei molto meno comprensivi, l’atmosfera è diventata un po’ tesa. Durante l’ultima settimana, però, il soggetto in questione è dovuto partire anticipatamente per un altro campo al Dar el Salaam ed è stato sostituito da volontari più esperti, così gli animi si sono distesi e l’esperienza si è conclusa serenamente.

Non è vero che in Tanzania tutto procede Pole Pole (“piano piano”). Certo in alcune giornate le ore si dilatano a dismisura ma ci sono anche occasioni in cui il tempo sembra contrarsi, tanto si addensano le esperienze. Il suo flusso qua è semplicemente alterato, forse distorto proprio dalle stesse forze naturali che in Africa si manifestano così platealmente. Allo stesso modo vengono stravolti progetti e aspettative, chi ci è stato ne esce rinnovato.

Zanzibar è un porto strategico che da sempre raccoglie e unisce persone provenienti dai Paesi più disparati, forse proprio per questo si rivelato il luogo perfetto in cui partecipare ad un campo di volontariato internazionale.

Seminare giustizia per raccogliere pace – venerdì 26 ottobre a Torino

Seminare giustizia per raccogliere pace – venerdì 26 ottobre a Torino

Seminare giustizia per raccogliere pace

Interventi civili di pace con la società palestinese

Serata di avvicinamento alla 51ma Giornata Onu di Solidarietà con il Popolo Palestinese del 1 dicembre 2018.

Torino, 26 ottobre 2018

Centro Studi Sereno Regis (sala Gandhi)
via Garibaldi 13
ore 18-22.

Ore 18: “Lode all’ulivo del mediterraneo” con Francesco Migliaccio
A seguire presentazione del progetto “Raccogliendo la pace” a cura di Ilaria Zomer e collegamento Skype con le volontarie del progetto presenti in Palestina.

Ore 19,30: aperitivo di autofinanziamento

Ore 20,30: introduzione di Ahmad Al.Khalil
Intervento di Giulia Campanile, Corpo Civile di Pace del Progetto “Dealing with the future” di Un Ponte Per… nel campo profughi di Chatila, in LIbano.

 

 

 

La serata è tra gli eventi di avvicinamento alla 51esima Giornata Onu di Solidarietà per il Popolo Palestinese che avverrà 1 Dicembre 2018. L’iniziativa ha l’obiettivo di raccontare alcuni progetti e riflettere su quale presenza civile sia più utile per il popolo palestinese, per andare oltre la generica solidarietà e costruire ponti.

L’evento è organizzato e promosso da Un Ponte Per… Torino, Centro Studi Sereno Regis e SCI Italia.

Interventi Civili di Pace in Palestina

Con questi stessi partner, da nove anni costruiamo insieme il progetto Interventi Civili di Pace in Palestina, nato dalla richiesta della società civile palestinese di essere affiancata da una presenza internazionale con ruolo di interposizione durante il periodo della raccolta delle olive. Spesso ostacolata dalle forze militari israeliane e dagli attacchi dei coloni, la raccolta rappresenta un’importante se non l’unica fonte di reddito per molte famiglie delle aree agricole della Cisgiordania sotto amministrazione militare e civile israeliana.

Il progetto attualmente si sviluppa in collaborazione con associazioni che da anni lottano contro l’occupazione con metodi nonviolenti, quali i Comitati Popolari di Resistenza Nonviolenta di Betlemme e At Twani, Youth Against Settlements e Human Rights Supporters.

Clicca qui per più informazioni sul progetto.

L’amore resiste più di quello che dura: testimonianza da un campo di volontariato in Perù [II parte]

L’amore resiste più di quello che dura: testimonianza da un campo di volontariato in Perù [II parte]

Riceviamo e pubblichiamo la testimonianza di Rainer Maria Baratti, volontario che, la scorsa estate, ha partecipato ad un campo di volontariato in Perù a tematica ambientale. La sua testimonianza è stata pubblicata integralmente su europeanaffairs.it. Noi siamo felici di riprenderla e pubblicarla in tre parti.

Leggi qui la prima parte del racconto.

Il progetto

Ogni giorno ci svegliavamo e facevamo colazione sulla terrazza dell’alloggio. Lì consumavamo la maggior parte dei nostri pasti e passavamo molti momenti di riposo e svago. Da lì potevamo vedere la Cordillera Blanca e il parco dello Huascaràn alle prime luci del giorno, quando si svelava con il suo maestoso bianco e il cielo azzurro sullo sfondo. Potevamo vederlo al tramonto mentre i suoi picchi si coloravano di rosa e arancio. Potevamo vedere mentre lottava con le nuvole che cercavano di oltrepassarlo ma si bloccavano lì, lasciando il sole nella vallata. Anche la Cordillera negra bloccava le nuvole dall’altra parte e faceva si che la maggior parte della giornata fosse calda col sole. Durante la notte la temperatura si abbatteva e ti dovevi coprire, c’è chi usava le giacche e chi il poncho di alpaca comprato al mercato artigianale vicino la piazza centrale.

L’Infosheet è il primo approccio e contatto che si ha con il progetto. Arriva via e-mail circa un mese prima della partenza e dà le informazioni inerenti all’arrivo, a come raggiungere il posto, cosa occorre portarsi dietro e come dovrebbero essere strutturate le giornate. Molto spesso la realtà che ci si troverà davanti è abbastanza diversa dalle informazioni riportate, soprattutto per i progetti alla prima esperienza (come quello a cui ho partecipato io). Nella informativa a grandi linee era riportato che la mattina si sarebbero fatti i lavori al Rio Quillcay e che il pomeriggio ci sarebbero state attività sociali e workshop in relazione allo sviluppo ambientale. Verso la fine del progetto si sarebbe fatto un campeggio al Lago Llaca dove si sarebbero portate avanti attività di ecoturismo e pulizia ambientale. Per fare questo ci era stato detto di portare tutto ciò che era necessario per il campeggio come tenda, sacco a pelo, stuoino, occhiali da sole e così via. In caso si poteva anche noleggiare a Huaraz a propria spesa. Oltre al viaggio e la quota versata online al portale, i campi al sud del mondo possono prevedere una extrafee che varia da progetto in progetto. Per questo progetto erano richiesti 250 dollari americani da versare all’arrivo. Generalmente servono a garantire il sostentamento e il tenore di vita dei volontari.

Da qui si è aperta la questione che abbiamo chiamato “Budget” e su cui alla fine abbiamo scherzato molto, anche se spesso nella fase iniziale è stata causa di stress per alcuni. I primissimi momenti sono stati vissuti con assenza di carta igienica nell’alloggio dove dormivamo e l’impellente necessità di alcuni di avere dell’acqua in bottiglia (chi sentiva l’esigenza di una precauzione solitamente la bolliva). C’erano anche altre richieste come quella del pane. Solitamente quando versi la quota extra, questa è stata la testimonianza di chi aveva già partecipato ad altri workcamps del genere, non sai nulla e non ti chiedi nulla di come vengono spesi questi soldi. Ma lo stesso gruppo di poche persone che ha detto questo voleva maggiore trasparenza (in termini di oggetti comprati) dal momento che Michael, il nostro coordinatore, ha detto che occorreva risparmiare i soldi per poter fare la parte del progetto nel campeggio. Qui il problema era dovuto all’incongruenza per cui l’infosheet (mandata dalla sede centrale) chiedeva di portaci la nostra tenda ma il coordinatore voleva utilizzare parte dei soldi per noleggiare l’attrezzatura a chi non l’avesse. Oltre a questo aveva detto che tutto ciò che si sarebbe risparmiato, sarebbe tornato a noi (di solito non è previsto una specie di rimborso). Su questo punto a questa parte del gruppo non piaceva questo tipo di utilizzo del budget. Dopo questa apertura da parte del coordinatore si è aperto il caso che alcuni dei volontari, poiché impauriti dalle scarse informazioni sul campeggio, avevano cominciato ad avanzare la proposta di avere indietro la propria parte inerente al campeggio. Questo atteggiamento abbastanza confusionario ha alimentato sfiducia sicuramente verso il coordinatore, il cui problema effettivo era quello di essere stato lasciato solo dall’organizzazione, e in alcuni addirittura la sfiducia nel progetto e nella sua natura prevalentemente “Work in Progress”. Gran parte del problema probabilmente è stato costituito dal pensare all’extrafee come “soldi nostri” e non come “soldi dati all’organizzazione”. Aspetto divertente però è quello legato al fatto che chi si è lamentato maggiormente, chi era maggiormente poi stressato dalla situazione, era proprio chi non aveva dato la quota a inizio campo. A ciò si è poi aggiunta la questione stivali che lo stesso gruppo ha alzato come punto contro il progetto. Nell’Infosheet non era stato specificato di portarsi degli stivali da lavoro per poter pulire nel fiume e, per esigenza sia personale che oggettiva, abbiamo dovuto comprarli da soli. La spesa si aggirava per i 18 soles (circa 4 euro) e alla fine del progetto abbiamo ottenuto un rimborso della metà. Oltre a ciò durante il pomeriggio non vi era stata possibilità di organizzare le attività promesse nell’informativa e generalmente era libero. In definitiva il nostro tempo era scandito con la mattina il lavoro al fiume (circa 5 ore), il pomeriggio libero e al massimo due giorni liberi alla settimana. Nell’arco di tutto il progetto erano poi previste due giornate nelle scuole e il campeggio. Questa situazione iniziale ha fatto si che spesso i meeting iniziavano tesi, soprattutto per la stanchezza generale e la negatività e lo stress di pochi. Gli stessi pochi che poi sentivano fondamentalmente l’esigenza forte di un leader con autorità dato che Michael non stava spesso con noi, cosa che ha portato problemi alla gestione del “cosa comprare” dato che non conosceva le abitudini del gruppo.

Prima di iniziare il lavoro abbiamo avuto due giorni liberi per ambientarci, per conoscere la città e per conoscere i compagni del progetto. Il secondo giorno per fare questo si è deciso di fare un trekking di 6 km che va verso la Laguna Aguak. Le prime parole che sono entrate nella nostra testa sono state “Sii paziente!”. Questo perché dovevamo esserlo sia per aspettare il Combi, sia per rispettare il nostro fisico durante la scalata. In questo ambiente è importante saper conoscere il proprio corpo, respirare profondamente, prendere il tempo e riposare. Al terzo giorno è iniziato il vero lavoro, gli strumenti che avevamo a disposizione erano dei guanti, una mascherina e i sacchi dell’immondizia. I guanti del primo giorno erano usa e getta, completamente inutili per quello che avevamo di fronte, e abbiamo usato guanti più resistenti per i giorni successivi. Il fiume a prima vista è il risultato di come spesso non ci prendiamo cura della natura. Viene utilizzata sia come discarica a cielo aperto che per lavare auto o panni. In acqua è possibile trovare di tutto: pezzi di plastica e teli, teschi e ossa di animali, preservativi nuovi, pneumatici, lunotti posteriori delle auto, pannolini usati, insetti, bottiglie di plastica, corde, lamiere di alluminio e molto altro. Oltre a ciò l’acqua è contaminata dal detersivo per auto e per i panni. Sulla riva vi erano molti autolavaggi che tiravano su l’acqua dal fiume con una pompa e la ributtavano nel fiume. Questo è ciò che accade con la noncuranza dato che in molti passavano sui ponti e lanciavano i sacchi dell’immondizia o la cartaccia di quello che stavano consumando. Il fiume non viene percepito come un bene pubblico, in molti non si curano del fiume sia perché non c’è sensibilità riguardo a queste tematiche ma anche perché è percepito come una proprietà della miniera. Molti locali dicono “se la miniera devia parte delle acque e non si cura del fiume, perché dovrei farlo io?”.

Ognuno dei volontari contribuiva nella misura in cui se la sentiva nelle diverse parti del fiume e con diverse velocità. C’era chi lavorava con un’andatura costante, chi lavorava più veloce e si stancava, chi lavorava dentro l’acqua del fiume e chi lavorava solo nella parte in terra per non rischiare. Uno dei problemi sollevati dai ragazzi francesi, e che l’incoscienza di molti giovani partecipanti non sentiva, era quella della non presenza di un operatore sanitario nelle vicinanze in caso di infortunio. All’inizio del lavoro nel fiume l’unica precauzione data era “non fate cose pericolose e state attenti”. Succedeva però che in molti l’ideale era più forte della sensazione di sicurezza e spesso lavoravamo nella zona più centrale del fiume con la corrente più forte e dentro l’acqua gelata. Solo per il fatto che entravi in acqua, poteva accadere che sentivi i brividi e stavi KO per tutto il pomeriggio. Durante i lavori l’odore del fiume è terribile, insopportabile. L’odore di feci e spazzatura comincia a fare a pugni con te tutte quelle mattine non appena scendi dagli argini. Perché per arrivare lì l’accesso non è proprio facile e sicuro. Spesso dovevi scivolare con il fondoschiena dagli argini, fare una sorta di free climbing o trovare qualche terrazzamento naturale. Ancora più difficile era poi cercare di portare i sacchi da sotto fino a sopra. Ci siamo inventati vari metodi come quello delle scale di pneumatici o il mio recupero di una corda dal fiume. Solo recuperare la corda per me è stata un’emozione alla Mac Gyver. Ero seduto su una roccia con i piedi nell’acqua, c’era questa corda che in parte era sottoterra tra le rocce. Andava tagliata ma non avevamo un coltello e mi sono dovuto arrangiare con una roccia, una mattonella, un bastone di legno e tanta pazienza. Alla fine ci sono riuscito e mi sentivo come un uomo primitivo che cercava di creare i propri attrezzi, avevo una sensazione successiva di gioia nel cuore. Dopo quel recupero, o legavamo i sacchi alla corda e tiravamo oppure la usavamo per arrampicarci.

Il fiume rappresenta un microcosmo di morte e vita, amore e solidarietà. Durante le nostre pulizie trovavamo cuccioli morti di gatti, cani o conigli. Rimanevamo fermi, non sapevamo cosa fare anche volendo fare qualcosa. Quando accadeva rimanevamo istanti a fissarci negli occhi tra noi volontari, ci facevamo coraggio e proseguivamo il lavoro. In questo scenario è apparsa una cagna incinta che cercava cibo tra i rifiuti per poter sopravvivere. È normale a Huaraz. La città è popolata da tantissimi e bellissimi cani di strada che spesso camminano e giocano in gruppo. Alcuni di loro spesso ci accompagnavano ai nostri lavori al fiume. Tra i giorni al fiume non dimenticherò mai il giorno in cui abbiamo collaborato con le operatrici municipali. Tutte donne che la mattina si alzano presto per pulire la città fino a mezzogiorno. Mentre lavoravamo siamo andati sotto a uno dei parapetti che si affaccia sul fiume. Stavamo levando tutte le bottiglie di plastica e a mano a mano uscivano fuori diversi tipi di immondizia, patate e vestiti. Durante le operazioni vedo un cane che solleva la testa dall’immondizia. Comincia a fissarmi, penso al fatto che fosse la sua casa. Non potevo che sbagliarmi, in realtà era la casa di una donna che dorme per strada. Si è avvicinata con il suo zuccotto mimetico, le mancavano i denti e farfugliava qualche parola. Qualche istante prima l’avevo vista mentre trascinava delle scatole di legno legate ad uno spago. Ci fissava con terrore mentre spostavamo i sacchi dell’immondizia. Si è avvicinata e ha cominciato ad aprire i sacchi in cerca delle sue cose. Eravamo pietrificati e abbiamo solo potuto lasciare le bottiglie di plastica che lei poteva vendere e quel poco cibo che aveva. Nel frattempo tre cani l’hanno circondata come per proteggerla da noi e ci abbaiavano contro.

Oltre a questo ricorderò però un altro giorno. È il giorno in cui ho imparato che il lavoro, è un lavoro di squadra. Per un mese condividi paure, sogni, desideri, ricordi, gioie e lavoro. Diventi parte di uno stesso organismo e ridi, ridi tanto. Diventi anche un po’ incosciente. Mentre lavoravamo nel fiume io e Humberto ci siamo spinti verso la parte più pericolosa al centro. In quel punto l’acqua ha una corrente molto forte ed è più profonda. Cerca di buttarti giù i polpacci e avevamo preso dei bastoni per fare un terzo piede. Ci tenevamo il braccio l’un l’altro per poter arrivare a un gruppo di pneumatici e a un materasso. Per liberare le cose ci muovevamo in sincronia, io tiravo gli oggetti incastrati e lui tirava me per fare più forza. Poi quello che riuscivamo a liberare lo spostavamo con una catena umana fino a riva con gli altri. Mentre pulivamo intorno al materasso incastrato nella roccia tutti ci guardavano da sopra gli argini. Si era radunato un folto gruppo di uomini, donne e bambini che ci filmavano e facevano foto. In molti ci chiedevano perché lo facessimo e cosa stessimo facendo. Molti bambini scavalcano e volevano scendere ad aiutarci. In questa atmosfera noi eravamo lì con i piedi che perdevano sensibilità e la corrente che ci voleva portare via. Prendevamo tutto e lo passavamo. Improvvisamente urliamo insieme “un preservativo!” e, mentre tutti ci guardano, scoppiamo a ridere come degli idioti. È questa l’atmosfera che si crea, lavori tanto ma trovi spazio per ridere e creare dei tuoi simboli. Rimani stupefatto di trovare preservativi nuovi e imbustati, nel posto più improbabile, in un paese in cui molti hanno figli in giovane età e ci sono moltissime famiglie con 5 figli. Dopo l’idiozia ci siamo messi a liberare il materasso e a farlo scivolare verso la riva più vicina all’argine. Li poi abbiamo incominciato a levare la paglia e a mettere tutte le parti non naturali dentro i sacchi. Abbiamo poi legato la rete di metallo alla corda è tirato fino a alla strada. Allo stesso momento è sopraggiunta una anziana signora che lo ha preso per rivenderlo. Dopo questo cominciamo la solita corsa avanti e indietro con i sacchi della spazzatura, i pneumatici e altra immondizia recuperata per inseguire il camion della spazzatura. A Huaraz non ci sono i secchioni poiché in molti li rubano per rivendere il metallo e quando i camion passano occorre rincorrerli. In ogni caso non si fermano. Al massimo vanno un po’ più lenti ma continuano ad avanzare. Non facciamo neanche in tempo a buttare le cose che tornati nello stesso punto la situazione era perlomeno uguale a prima. La corrente aveva portato altri rifiuti. Ma ciò non era importante, molte persone ci avevano visto fare un primo passo verso la cura di quel fiume e in molti volevano aiutare. Insieme a noi ha lavorato anche la comunità politica che sta avviando un progetto di tutela per i prossimi due anni. Ha lavorato Avillo, il rappresentante e responsabile della municipalità di Indipendecia. Era li con noi mentre cercavamo di strappare l’immondizia dal lago e ti arrivavano gli schizzi di fango e terra. Era li con noi mentre i lavori ci massacravano mani e piedi. Quando spesso ti chiedevi come è successo? Potevi osservarti le mani vedere tagli o buchetti che sembravano crearsi, scomparire o spostarsi. Porgevi osservare i polpastrelli assumere disegni curiosi simili a disegni di terra secca. Era li con noi quando i giornalisti ci riprendevano e ci intervistavano alla presenza del sindaco. Era li con noi quando tornavamo, stanchi e stremati, verso l’alloggio con gli stivali pieni di acqua e i sassolini che facevano da carta vetrata sul piede. Questo però non basta a tutti e forse non tutti lo capiscono. Forse è difficile capire la potenza di piccole azioni o forse non ci si crede abbastanza. Dopo 10 giorni i nostri amici francesi hanno deciso di lasciare il campo. I problemi erano legati alla presenza non fissa di Michael, al fatto che non è pagato, che si deve divedere tra l’università, i problemi in famiglia e altro. Al fatto che non c’è la presenza di un leader con autorità. Al fatto che è tutto in progressione e non stabilito, al fatto che non hanno mai visto l’organizzazione con un presidente presentarsi ufficialmente (Wayne ha partecipato a un campo a Lima della stessa organizzazione e c’era stata questa modalità). La non presenza di un medico, la non presenza di una attrezzatura adeguata o che abbiamo dovuto pagare cose come le attività o il campeggio (cosa già annunciata dall’Infosheet). Altri punti erano l’apparenza di informalità e mancanza di cose come carta igienica e acqua (che erano state risolte durante il loro soggiorno). Insomma, hanno detto “ok che non siamo in Europa ma in Europa funziona così”, purtroppo è una citazione. Volevano sentire la musica europea.

Continua nella parte III.