Dall’Italia ad Ambon: un messaggio d’amore per gli oceani

Dall’Italia ad Ambon: un messaggio d’amore per gli oceani

La lettera è stata scritta da Angelica Radicchi (partita come volontaria presso il campo “Seeds of Peace”, svoltosi lo scorso luglio in Indonesia, presso la città di Ambon) e pubblicata su un quotidiano locale come appello alla popolazione ad accrescere una sensibilità ecologista relativa all’inquinamento della plastica nell’oceano.
Angelica, un giorno portata in visita da un amico indonesiano in una “delle spiagge più belle di Ambon”, rimane fortemente colpita dal fatto che sia completamente ricoperta di plastica e rifiuti. Insieme, si rimboccano le maniche e iniziano a ripulire quello che possono con le forze che hanno. Postando alcune foto su Facebook per denunciare lo stato della spiaggia, vengono notate da due giornalisti di un quotidiano locale, che le chiedono quindi un’intervista.
L’articolo è stato scritto in inglese e tradotto in indonesiano. Lo pubblichiamo oggi nella versione italiana.

Sono arrivata ad Ambon il 15 luglio per lavorare come volontaria per il progetto “Seeds of Peace”, il quale aveva come obiettivo raccogliere insieme bambini e bambine musulmani e cristiani nell’attività di semina delle piante, volta ad insegnare loro l’importanza della condivisione e del mantenimento della pace. Ho passato momenti bellissimi con tutti gli amboniani e con quei bambini e bambine davvero brillanti che mi hanno fatto sentire a casa, anche se da casa ero lontana migliaia di chilometri. Inoltre, grazie al lavoro svolto dal coordinatore del progetto, sono riuscita a visitare molti posti belli; ma, sfortunatamente, durante il mio soggiorno mi sono ritrovata anche a confrontarmi con delle questioni molto spinose. Una tra queste è l’inquinamento causato dalla quantità di plastica presente nell’oceano. Questo gigantesco problema è il motivo per cui ora sono di fronte al mio portatile e scrivo quest’appello rivolto a tutta la popolazione di Ambon. Proprio perché sono tanto grata per tutto l’amore che ho ricevuto dalla vostra comunità, dove ho vissuto e ho incontrato persone splendide, vorrei fare un gesto in ritorno raccontandovi la mia esperienza e ciò che penso che possiate fare per la vostra terra bellissima.

Un giorno ho visitato uno dei posti più belli di Ambon: la spiaggia Natsepa. Era completamente coperta di bottiglie di plastica, buste di plastica, scarpe, e molto altro. Ho deciso di raccoglierne un po’ e di postare le foto su Facebook con la speranza di diffondere la consapevolezza sulle conseguenze del gettare l’immondizia nell’oceano. A causa di questo comportamento irresponsabile, molti pesci e molti uccelli mangiano accidentalmente la plastica: molti poi muoiono, o finiscono sulla nostra tavola. I pesci spesso scambiano le buste di plastica per delle meduse e per questo le mangiano. Una bottiglia di plastica impiega circa 200 anni a decomporsi: ciò significa che che le bottiglie che usiamo quando siamo vivi staranno ancora galleggiando nell’oceano quando saremo morti ormai da tempo.

A partire da quel momento, il coordinatore del campo ed io abbiamo deciso di dedicare parte dei nostri incontri con i bambini nelle scuole per spiegare l’impatto ecologico che ha la plastica nell’oceano. Abbiamo mostrato alcuni video realizzati da un biologo che apre la pancia piena di pezzetti di plastica di un uccello morto. Abbiamo poi spiegato come ridurre il consumo di plastica, ad esempio utilizzando una borraccia (che può essere di volta in volta riempita con acqua potabile) al posto delle bottigliette di plastica, o utilizzare buste di tela per fare la spesa invece che quelle di plastica del supermercato.

Mantenere l’ambiente pulito è importante per molte ragioni: la nostra salute, il rispetto per l’ecosistema marino, la bellezza delle spiagge e infine, ultimo ma non meno importante, un investimento importante per attrarre più turismo. Se volete che gli stranieri si innamorino dei vostri paesaggi favolosi, dovete innanzitutto amare la vostra terra e mantenerla bellissima e pulita. Potete lasciarvi ispirare da alcune organizzazioni indonesiane il cui obiettivo è proprio la protezione dell’ambiente. Nella mia opinione, tutte le scuole dovrebbero promuovere attività di volontariato per gli studenti, e non soltanto riguardo all’ambiente. Il volontariato insegna come essere solidali, come amare gli altri, e come essere buoni cittadini. Proprio per incoraggiare i bambini e i giovani ad essere bravi in questa missione, le scuole dovrebbero scegliere di premiare il loro impegno in una valutazione positiva al termine dell’anno scolastico. Ma sono certa che riuscirete a trovare molte altre vie per promuovere tali attività.

Quando mi è arrivata la proposta di scrivere una lettera a proposito della plastica per un giornale locale, ho pensato che avevo finalmente la possibilità di esprimere le mie idee a molti e molte di voi. Ho avuto la sensazione stupenda che avrei potuto agire un cambiamento, anche se piccolo. Se questo è ciò che può fare una singola persona, che cosa sareste in grado di creare tutti e tutte insieme?

Difesa ambientale e coscienza individuale: racconto di un campo in Islanda

Difesa ambientale e coscienza individuale: racconto di un campo in Islanda

L’articolo è stato scritto da Giancarlo La Rocca, che nel febbraio 2017 ha partecipato a un campo di volontariato SCI in Islanda, a Reykiavìk.

In un’aula di Scienze Politiche, prima di una lezione di Diritto Internazionale allo Sviluppo, parlando con una collega di ambizioni ed esperienze, nacque l’idea di andare sul sito del Servizio Civile Internazionale e dare un’occhiata alla lista dei campi disponibili. Confesso, se ce ne fosse bisogno, che la presenza in quella lista dell’Islanda ha tolto di mezzo ogni dubbio sull’opportunità stessa di fare un’esperienza del genere.

Da novembre, l’Islanda è rimasta chiodo fisso dei miei progetti, rafforzata, anche qui, se ce ne fosse stato ancora bisogno, dalla tematica del campo: l’ambiente e la coscienza individuale di ciò che è in nostro potere, dalla conoscenza all’atto pratico. Studiando il diritto allo sviluppo e, tra le altre, la tematica ambientale dalla sua origine sino all’Accordo sul clima siglato a Parigi nel 2015, è stato facile appassionarsi a tutto ciò che gravita intorno alla gestione energetica e all’attitudine dell’uomo verso l’ambiente circostante, dal punto di vista sociologico ma soprattutto politico ed economico.

Può sembrare uno stereotipo, ma ad un certo punto ci si confronta necessariamente con quanto si è fatto in prima persona in merito a ciò che ci appassiona, e decidere di partire per il campo “Environmentally Aware” in Islanda è stato un piccolissimo passo per avere più consapevolezza, appunto, del nostro operato. Ne ero convinto prima di partire, e ne potevo uscire solo rafforzato, viaggiare è senza dubbio il modo migliore per confrontarsi con il proprio orizzonte, per via dell’apporto diretto o indiretto degli altri su di noi.

Condividere quei giorni di febbraio, tra neve, vento e “toglietevi le scarpe appena entrate a casa”, con altri nove ragazzi e ragazze dal mondo, è stata la parte più emozionante e soddisfacente dell’intero campo. E abbiamo anche avuto la fortuna di assistere all’aurora boreale, giusto per dare un metro di paragone. Stabilire un dialogo con indiani, americani, tedeschi, coreani, cinesi, giapponesi, romeni, polacchi e ovviamente islandesi; fare battute in una lingua non tua e mangiare cibi da parti del mondo dove forse non andrai mai; condividere punti di vista politici e personali su tutto: aiutarsi a capire il mondo che si abita. Non è una cosa che capita tutti i giorni. È una cosa che vorresti potesse accadere sempre.

Spostandoci più sul piano pratico, dal punto di vista organizzativo il campo è stato messo in crisi dalle condizioni climatiche, manco a farlo apposta. Nel senso che la neve, gli ultimi tre o quattro giorni, ha davvero complicato le nostre possibilità di rispettare la tabella di marcia e apprezzare a pieno le attività programmate. Ci siamo rifatti stando a casa, affrontando un quiz sul cambiamento climatico del National Geographic, cucinando il cibo stipato in valigia dai diversi punti del globo da dove era partito e discutendo di ciò che avevamo imparato. Prima della fatidica nevicata che in mezza nottata ha coperto con almeno mezzo metro di neve tutte le strade dell’Islanda del sud, le attività previste dal campo ci hanno portato per più volte in mezzo alla strada, in mezzo a Reykjavik, con le mani impegnate a raccogliere spazzatura dalla costa, a distribuire volantini e adesivi informativi, con le orecchie aperte a cercare di capire una cultura particolare e notevolmente capace di insegnare, con gli occhi spalancati per non perdersi le montagne innevate, l’orizzonte della città vista dalla cima della chiesa, le balene in mezzo all’Oceano, l’aurora in mezzo al nulla alle due di notte, chiusi solo quando bisognava giocare al gioco di carte Lupus, o Mafia, o Werewolf, o in qualunque modo vogliate chiamarlo.

Il giorno successivo all’arrivo, infatti, siamo andati tutti sulla costa: una cittadina, spontaneamente e senza grosse ambizioni, aveva deciso che quella domenica doveva pulire la costa di Reykjavik dalla spazzatura; e così con guanti e sacchetti, abbiamo fatto compagnia alle decine di famigliole e coppie di amici che si erano recati anche loro per ripulire un lunghissimo tratto di costa. La partecipazione per nulla programmata della città, arrivata ai presenti grazie al passaparola e a qualche messaggio su Facebook, è stata incredibile, a sentire l’emozionata organizzatrice, una donna di un metro e ottanta in tuta sintetica a difendersi dal freddo sulla sula bici elettrica, fornita di portapacchi, ovvero di porta buste della spazzatura di fortuna. La quantità di cose che abbiamo trovato su circa quattro chilometri di strada che costeggia la riva è, credo, paragonabile a quella che si troverebbe in uno dei parchi più puliti di Roma. Eppure la partecipazione non è affatto mancata.

Per i giorni successivi, il programma passava da un piccolo cottage situato nel porto, padrone di casa un certo ex giornalista di un buon metro e novanta. Quel cottage di legno, per piccolo che fosse, oltre a ripararci dal vento tagliente che viene dal mare, è il centro della lotta contro la caccia alle balene. Lì, abbiamo imparato quanto questa attività sia diffusa nel Nord Europa, tra Islanda e Norvegia, chi ne beneficia, quanto sia economicamente folle da intraprendere e portare avanti, quanti fallimenti siano avvenuti alle imprese che ci hanno provato, ma anche quanti ancora ne fanno un business, in particolare per cibare i turisti che a centinaia di migliaia si riversano in Islanda durante l’anno. È stata una lezione di politica, di lobbying, di economia e di umanità non da poco, a torto o a ragione ovviamente, a sentire i diversi punti di vista delle persone del luogo. Dopodiché, siamo tornati al freddo, con in mano una quantità di adesivi “Meet us, don’t eat us” o “Are you whale-friendly?” da distribuire a turisti e abitanti, in modo da parlare con loro e spiegare quanto la caccia alle balene sia insensata anche per il cambiamento climatico e consigliando di non andare in quei ristoranti che servono carne di balena, “Moby Dick on a Steak!” come dice uno slogan di un certo locale del porto. Stare dall’altro lato dell’incontro sul marciapiede, dalla parte di chi cerca di fermare il passante e discutere con lui di una certa tematica, è stato davvero interessante, una posizione che pensavo non avrei mai tenuto in vita mia. Fare quell’esperienza, però, ci avrebbe fatto anche guadagnare un viaggio gratis per andare in barca a vedere le balene, in un freddo mai visto e malgrado la sfortuna di vedere niente nel giro di tre ore al largo, con la vista irripetibile però delle montagne e della città vista dal mare. Su quella stessa barca siamo poi tornati per una conferenza sulla caccia alle balene e sulla legislazione, comparate al caso della caccia ai lupi in Polonia.

Il giorno stesso che le condizioni meteo iniziassero a precipitare, eravamo nel giardino botanico della città, un grande giardino all’aperto che conserva specie botaniche proveniente da tutto il mondo, quasi un custode della diversità i cui addetti devono lavorare come matti per mantenere specie diverse in un clima a volte così proibitivo. Il programma poi passava dal celebre Golden Circle, il giro turistico che va per la maggiore perché passa da tutte le attrattive naturalistiche della regione intorno alla Capitale. Prima tappa, la centrale idroelettrica. Ci si aspetta, da una centrale che provvede all’elettricità di tutta Reykjavik, comprese zone limitrofe, un grande impianto industriale con centinaia di lavoratori. Ad accogliere, invece, è una sorta di museo sull’energia, quasi completamente automatizzato, di piccole dimensioni. È di per certo una delle grandi rivoluzioni islandesi, un Paese che dopo la crisi petrolifera degli anni Settanta, ha semplicemente deciso di tagliare le importazioni di petrolio e riscoprire ciò di cui abbondavano: sorgenti geotermiche. Grazie a queste, l’anidride carbonica presente nell’aria è scesa a dirotto e, tra l’altro, il prezzo dell’energia è irrisorio. Talmente irrisorio da creare la situazione opposta di spreco, più che di consumo ridotto.

L’Islanda, era chiaro a quel punto, aveva da insegnare molto. Un esempio, seppure sui generis, di un certo modo di cambiare le politiche e gestire energia e ambiente. Un popolo così aperto al turismo e così pronto a darti una mano. C’è consapevolezza da scoprire in un campo del genere; e tra lo scoprire una nuova cultura, confrontarsi con tutte le altre che ti parlano una volta tornati in quella che diventa la tua casa per dieci giorni, e il fatto stesso di viaggiare e ritrovarsi da solo con i propri dubbi e quelle poche certezze che ti accompagnano, non c’è alcun motivo per non farsi coraggio e andare a visitare un luogo così remoto e moderno insieme, tra nuove persone da conoscere e sperare di incontrare di nuovo presto. È viaggiare, è una delle cose più belle che possiamo avere in un mondo che ha così tante contraddizioni. Andate in Islanda, partite per un campo del genere, ma fatelo d’inverno se potete, con un buon paio di pantaloni impermeabili, una buona quantità di maglioni, cibo che sapete cucinare dal punto da cui provenite, e con le vostre paure. È inutile lasciarle a casa, è necessario portarsele dietro per capirle meglio e capire almeno un po’ di più chi siete voi.

Giappone: volontariato a lungo termine per la salvaguardia delle foreste

Giappone: volontariato a lungo termine per la salvaguardia delle foreste

Hosting organization: NICE Japan
Area tematica: Ambiente
Luogo: Iwaki, Fukushima, Giappone
Durata: dal 16/05/2017 al 16/07/2017

Lingua:
# del progetto: inglese
# locale: giapponese

Questo progetto viene organizzato insieme al corpo di conservazione di Fukushima (FCC), creato in Giappone nel 2011 dopo il grave terremoto. Dato che la città di Iwaki continua a risentirne, FCC ha avviato diverse attività con la gente locale, per lavorare sul campo e nella foresta, al fine di salvaguardare e rivitalizzare le foreste sulla costa del Giappone danneggiate dallo tsunami.

ATTIVITÀ:

  • Lavorare nei campi di riso e verdura con la gente del posto
  • Rivalorizzeare la foresta nell’aerea di Iwaki (l’area maggiormente danneggiata dal disastro)
  • Comunicare con la gente locale evacuata dalle zone di radioattività
  • Conoscere la cultura giapponese attraverso la partecipazione ad eventi locali

REQUISITI:

  • Interesse per la salvaguardia dell’ambiente e per lo sviluppo locale
  • Interesse nel lavorare fuori
  • Flessibilità e spirito di cooperazione
  • Parlare un minimo di giapponese

I/Le volontari/ie interessat@ a partecipare al progetto sono invitati a segnalarlo all’indirizzo ltv@sci-italia.it. Lo SCI Italia contatterà il/i partner ospitanti per chiedere la disponibilità e la tempistica. A questo punto il/la volontario/a compilerà l’application form e verrà contattato nel minor tempo possibile per un colloquio via Skype. Se il/la volontario/a viene accettato/a, verserà la quota di iscrizione e la tessera a SCI Italia, e provvederà a finalizzare gli ultimi accordi sulle tempistiche di arrivo e di visto se necessario.

“Hey mzungo, jambo!”: storia di una volontaria a Zanzibar

“Hey mzungo, jambo!”: storia di una volontaria a Zanzibar

L’articolo è stato scritto da Marianna Visotti, che nel gennaio 2017 ha partecipato a un campo di volontariato nell’isola di Zanzibar, in Tanzania.

[Questa testimonianza ci dimostra come l’esperienza di un campo di volontariato non sempre si svolge “da manuale”: i contesti sociali e culturali in cui i/le volontari/e si muovono sono sempre diversi e spesso riserbano sorprese inaspettate; ciò non significa che le difficoltà debbano diventare un ostacolo, anzi. Affrontarle con una buona dose di pazienza e di capacità di adattamento è sempre il primo passo di un percorso di crescita. Lo spirito che anima i campi di lavoro può essere lo stesso dal Nord al Sud del mondo, ma ben diverse sono le situazioni che si possono incontrare e le maniere di affrontarle. Proprio per questo, consigliamo sempre di partecipare agli incontri di formazione che SCI-Italia organizza per i/le volontari/e in partenza: per prendere coscienza del percorso che si sta intraprendendo, e farlo con uno spiccato senso dell’adattamento e grande sensibilità.]

Dopo anni di università, lavoro e altri diversivi, a gennaio ho deciso di realizzare uno dei miei sogni nel cassetto, partire per un progetto di volontariato in Africa, destinazione Zanzibar.

Il progetto da me scelto era della durata complessiva di tre settimane e composto da due attività principali: piantare mangrovie (piante che, tollerando l’elevata salinità del mare aperto, sono parte attiva nella conformazione delle coste, le proteggono dall’innalzamento del livello del mare e vengono utilizzate anche per il loro legno) e insegnare inglese ai ragazzi del villaggio.

La nostra casa era a 10 chilometri dalla capitale Zanzibar City, in un paese rurale chiamato Maungani e, oltre a me, partecipavano al campo anche un altro volontario italiano, un portoghese, una spagnola, una taiwanese, una polacca e svariati volontari locali. All’inizio tutto andava come da programma. La mattina, dopo aver fatto colazione insieme, raggiungevamo in bici il mangrovieto, verso le 13 c’era il pranzo cucinato da una volontaria locale, relax in spiaggia (in fondo eravamo su un’isola!) e intorno alle 16.30 iniziava l’attività pomeridiana, che si protraeva per un paio d’ore fino all’ora di cena. La sera invece, quando non c’era la cultural night, serata dedicata alla scoperta delle nazioni dei volontari, ci ritrovavamo sotto il portico di casa per chiacchiere e godere dei pochi momenti freschi della giornata. Purtroppo però, dopo solo una settimana di volontariato, mi sono resa conto che c’era qualcosa che non andava. Il problema fondamentale era che i volontari locali non sembravano così preparati al nostro arrivo. Il luogo destinato a piantare le mangrovie era saturo, c’erano pochissimi spazi liberi dove posizionare i semi e, per quanto riguardava le lezioni di inglese, eravamo 5 insegnanti (un volontario aveva un altro progetto) e 3 studenti.

Perciò, dalla seconda settimana, trovando più interessante comprendere la loro cultura e le loro tradizioni, ho chiesto di potermi unire al women group, ossia il gruppo delle donne del villaggio. Tra le tante attività svolte, ho imparato a cucinare chapati – tipico pane locale che utilizzano per qualsiasi pasto -, mi hanno insegnato a intrecciare foglie di banano, che vengono impiegate come tetti per le capanne e mi hanno mostrato come indossare il kanga, indumento locale molto colorato, composto da due pezzi, uno utilizzato come gonna e l’altro come velo per coprire il capo. Nel pomeriggio, alternavo le lezioni di lingua con gli adolescenti a quelle, improvvisate, con i bambini che tutti i giorni si radunavano davanti a casa nostra. Duranti i week-end invece, abbiamo partecipato a numerose escursioni organizzate dai volontari locali, tra cui Safari Blu, Jozani Forest e Prison Island.

A fine progetto, vista l’insoddisfazione di alcune persone, ci siamo confrontati, prima tra di noi, arrivando alla conclusione che a volte la parola “work(camp)” sia solo un pretesto per avere uno scambio culturale (anche perché, aggiungo io, in tre settimane non ci si può proporre di cambiare il mondo) e, in seguito, parlando con i volontari locali, abbiamo capito che la nostra è stata solo sfortuna. Nei campi precedenti si è sempre insegnato in una scuola, ma questa volta ci sono stati problemi tecnici tali per cui hanno dovuto chiamare i ragazzi a casa e invece, per problemi di distanza dal villaggio, avevano appena deciso di abbandonare una foresta di mangrovie più bisognosa del nostro intervento.

Personalmente, avendo già avuto pregresse esperienze di volontariato e sapendo che spesso quello che viene scritto negli infosheet differisce da quello che poi si andrà realmente a realizzare, sono partita senza aspettative. Così i problemi sopra citati, che per alcuni sono stati motivo di delusione momentanea, io li ho presi semplicemente come imprevisto e sono molto felice di aver partecipato a questo progetto. Ho potuto approfondire la mia conoscenza dell’Africa, c’è stato un magnifico scambio culturale sia tra di noi che con gli abitanti del villaggio. Finalmente sono riuscita a vedere la vita da un altro punto di vista.

Heritage needs You(th): conservazione del paesaggio di Idanre

Heritage needs You(th): conservazione del paesaggio di Idanre

Dal 16 al 30 settembre 2017 un campo a Idanre (Nigeria) presso il sito naturale Oke Idanre, contestualmente alla campagna World Heritage Volunteers 2017.

Oke Idanre è una riserva naturale presente sulla lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO, che comprende un altopiano, molte valli spettacolari e monti-isola alti fino a 3,000 piedi sopra il livello del mare. La popolazione locale storicamente viveva su queste formazioni rocciose, fino all’emigrazione a valle del 1923.

Nel campo di lavoro i volontari saranno impegnati nella protezione, nella conservazione e nella valorizzazione della cultura locale e del suo patrimonio. Tra le attività è compreso il supporto locale nei progetti di sensibilizzazione e coinvolgimento degli abitanti della città di Idanre, come workshops, riunioni, Living Library ed eventi socioculturali.

La lingua ufficiale del campo è l’inglese, la lingua locale è Yoruba.

Leggi qui la scheda completa del campo.

Questo progetto fa parte dei programmi Nord/Sud. I volontari devono avere almeno 20 anni e aver preso parte alle formazioni (primo incontro e 2 livello) di preparazione organizzate dallo SCI Italia.

Per maggiori informazioni sui campi SCI nel Sud del mondo, ecco la pagina dedicata.

Tutti i campi di volontariato del Servizio Civile Internazionale sono consultabili sul database www.workcamps.info.

“Food not bombs”: campo di volontariato in Finlandia

“Food not bombs”: campo di volontariato in Finlandia

Dal 26 giugno al 7 luglio, si terrà ad Helsinki, in Finlandia, un campo di volontariato nell’ambito della campagna internazionale “Food Not Bombs“, che in centinaia di città in tutto il mondo cerca di proporre soluzioni concrete ai problemi della fame, della povertà e della distruzione dell’ambiente.

Durante il progetto, i volontari e le volontarie organizzeranno sei eventi di meal sharing nella città di Helsinki. I pasti preparati saranno vegetariani e verranno distribuiti in luoghi pubblici, a chiunque si trovi in condizioni di bisogno.

Per prendere parte a questo campo non sono richiesti requisiti particolari, ma sarà necessario inviare una lettera di motivazione addizionale che spieghi più dettagliatamente perché vuoi partecipare. Gli/le aspiranti volontari/ie dovranno essere interessati in tematiche quali l’antimilitarismo, la nonviolenza e il pacifismo.

I/Le partecipanti alloggeranno presso la “Peace Station” di Helsinki, che accoglie diverse organizzazioni pacifiste. È necessario portare il proprio sacco a pelo. Saranno disponibili più bagni, una cucina, una doccia e una sauna. I pasti saranno pressappoco gli stessi serviti durante gli eventi di meal sharing, dunque vegatariani.

La lingua del campo è l’inglese.

Per maggiori informazioni sui campi SCI nel Nord del mondo, ecco la pagina dedicata.

Tutti i campi di volontariato del Servizio Civile Internazionale sono consultabili sul database www.workcamps.info.

Ecuador, volontariato tra riserve naturali e comunità cittadine

Ecuador, volontariato tra riserve naturali e comunità cittadine

Dal 2 al 22 luglio 2017, un campo di volontariato nella riserva Chiriboga e ad Atacames, in Ecuador.

La Fundazione Proyecto Ecológico Chiriboga protegge una riserva naturale dove fauna e flora sono in via d’estinzione, e procede a lavori di riforestazione. Nella riserva, si può incontrare una straordinaria varietà di uccelli e mammiferi, come orsi, cuchuchos, piccoli giaguari, cervidi.

I volontari parteciperanno alle attività quotidiane dell’associazione nella riserva. Si occuperanno, ad esempio, di ripulire i sentieri, potare gli alberi, mungere le mucche, fare il formaggio, seminare nel giardino.

Ad Atacames invece, nella Provincia di Esmeraldas, i volontari aiuteranno alla ricostruzione delle case delle famiglie colpite dai terremoti.

Durante la prima parte del campo, si alloggerà nelle case della Fundazione Proyecto Ecológico Chiriboga, dove i volontari condivideranno dormitori e servizi igienici. Ad Atacames, saranno delle famiglie locali a provvedere ai volontari con vitto e alloggio.

La lingua del campo è lo spagnolo.

Se ti piace la natura e vorresti scoprire l’Ecuador immergendoti nella sua quotidianità, questo campo è fatto per te!

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Leggi qui la scheda completa del campo.

Questo progetto fa parte dei programmi Nord/Sud. I volontari devono avere almeno 20 anni e aver preso parte alle formazioni (primo incontro e 2 livello) di preparazione organizzate dallo SCI Italia.

Per maggiori informazioni sui campi SCI nel Sud del mondo, ecco la pagina dedicata.

Tutti i campi di volontariato del Servizio Civile Internazionale sono consultabili sul database www.workcamps.info.

Zanzibar: volontariato nelle foreste di mangrovie dell’isola

Zanzibar: volontariato nelle foreste di mangrovie dell’isola

Dal 26 giugno al 14 luglio 2017, un campo di volontariato in Tanzania, nell’Isola di Zanzibar.

Il progetto è stato pensato come supporto ai comitati locali di gestione dell’ambiente. Le foreste di mangrovie sulla costa sud ovest dell’Isola di Zanzibar sono state duramente danneggiate dalle attività umane, come discariche di rifiuti, cattive pratiche di pesca, incendi, tagli significativi nei boschi per usi commerciali e attività di costruzione. Ne risultano un aumento del livello dell’acqua, l’estinzione di più specie di alberi, siccità, mutazione dell’acqua dolce in acqua salata, etc.

Tra le varie attività, i volontari e le volontarie saranno coinvolti nella sensibilizzazione sui temi ambientali, nella raccolta dei semi di mangrovia, e nella piantagione di alberi (a seconda del tempo).

In più, avranno l’opportunità di familiarizzare con la cultura e la lingua locali. I volontari proporranno anche loro corsi di lingua, volti all’empowerment delle donne e dei giovani del posto, la cui conoscenza di lingue straniere contribuisce allo sviluppo delle attività economiche locali.

Durante il loro tempo libero, i volontari avranno l’opportunità di visitare le varie attrazioni di Zanzibar. Possono essere organizzate visite di gruppo. Possibili attività sono: Safari blue (nuotare, snorkeling, pranzo pesce e frutti di mare, sports sui banchi di sabbia), Beach & Nature trip (visita della foresta Jozani, spezie tour, nuoto coi delfini) e il tour di Stone town.

La lingua del campo è l’inglese, ma i volontari avranno l’opportunità di imparare il Kiswahili, la lingua nazionale a Zanzibar – Tanzania – e in alcuni altri paesi dell’Africa.

Se hai l’anima di un ecologo, foreste e banchi di sabbia ti fanno impazzire, e vorresti avvicinarti all’Africa, questo è il campo che fa per te!

Leggi qui la scheda completa del campo.

Questo progetto fa parte dei programmi Nord/Sud. I volontari devono avere almeno 20 anni e aver preso parte alle formazioni (primo incontro e 2 livello) di preparazione organizzate dallo SCI Italia.

Per maggiori informazioni sui campi SCI nel Sud del mondo, ecco la pagina dedicata.

Tutti i campi di volontariato del Servizio Civile Internazionale sono consultabili sul database www.workcamps.info.

Un’estate in Mongolia: agricoltura ecologica nelle steppe

Un’estate in Mongolia: agricoltura ecologica nelle steppe

Dal 10 al 23 luglio 2017, un campo di volontariato a Buhug, a una quarantina di km dalla capitale Ulaanbaatar, nelle steppe della Mongolia.

Il progetto prevede diverse attività in una fattoria ecologica che dalla sua nascita (2000) si propone di essere, allo stesso tempo, un centro di formazione e divulgazione di buone pratiche per i contadini della zona.

Con i volontari e le volontarie ci si occuperà di costruire sistemi di irrigazione artigianali, gestire il compost, rimuovere le erbacce e prendersi cura del terreno. Non mancheranno momenti in cui si discuterà insieme di agricoltura ecologica, con riferimenti anche ad altri paesi.

Si alloggerà in una casa condivisa oppure nelle tradizionali tende mongole, dette “ger”.

La lingua del campo è l’inglese, ma la conoscenza della lingua mongola è più che apprezzata.

Se ami l’agricoltura e hai un buono spirito di adattamento, questo è il campo che fa per te!

Leggi qui la scheda completa del campo.

Per maggiori informazioni sui campi SCI nel Sud del mondo, ecco la pagina dedicata.

Tutti i campi di volontariato del Servizio Civile Internazionale sono consultabili sul database www.workcamps.info.

“Karibu”, alle falde del Kilimangiaro: racconto di un campo in Tanzania

“Karibu”, alle falde del Kilimangiaro: racconto di un campo in Tanzania

L’articolo è stato scritto da Lavinia Simonelli, che nell’estate 2016 ha partecipato a un campo di volontariato ambientale in Tanzania,  nel villaggio di Mwika.

Ho tenuto un diario. Per le tre settimane che sono stata in Africa, in un villaggio alle falde del Kilimangiaro, in Tanzania. Vorrei condividere il mio diario di viaggio tramite questo articolo.

Prima di iniziare però vorrei raccontare dei mesi precedenti alla partenza, quando sentivo questa energia dentro di me, questa voglia di andare a fare del volontariato in Africa. Proprio l’Africa mi chiamava così forte, sarà che sono cresciuta con i racconti di mia nonna riguardo a questo paese stupendo, pieno di vita, sarà che ero (e sono forse ancora di più ora) stanca della civiltà occidentale e della mentalità con la quale in molti considerano il volontariato una perdita di tempo, perché il tempo è valutato secondo percezioni materialistiche, tempo è denaro, tempo è arricchirsi il Curriculum Vitae. Siamo davvero solamente un Curriculum Vitae secondo voi? C’è qualcuno che pensa ancora a prendersi del tempo per arricchire se stesso e gli altri? Ma non in termini materiali, in senso di spirito, di anima, di gioia, di solidarietà, di amicizia. Il Servizio Civile internazionale lo fa. E dà la possibilità a tanti ragazzi e ragazze di prendere parte ad esperienze uniche. La mia ricerca è iniziata su internet, e dopo aver scartato tante associazioni di stampo Cattolico, mi sono imbattuta nel Servizio Civile Internazionale. Mi sono iscritta, sono andata agli incontri di formazione ed ho capito che i principi c’erano, ed erano quelli giusti per me.

Così sono partita per la Tanzania, in questo campo di volontariato di stampo ambientale nella foresta del Kilimangiaro in un villaggio di nome Mwika/Marera. Il mio percorso è iniziato a Dar Es Salaam per poi proseguire attraverso una giornata di viaggio in pullman alla volta della foresta. Sembrava surreale quando sono arrivata: la terra, la vegetazione, gli animali, le persone, i suoni, i colori. E così inizio a scrivere sul mio diario. “Le strade sono di terra rossa, scura, e la vegetazione domina ovunque. Il villaggio è dedito alla piantagione di banane e di caffè. Le persone sono accoglienti, ho già imparato qualche parola: Jambo, Mambo, Habari? (che vuol dire come stai). Ripetono in continuazione la parola Karibu, che vuol dire benvenuto“.

“La mattina si inizia la giornata con una doccia fredda, perché l’acqua calda non c’è se non si riscalda sul fuoco, ma a me va bene così. Fuori è la stagione invernale, ma ho riscoperto il piacere intenso di vivere i bisogni primari senza le comodità di cui sono abituata. Come primo giorno siamo andati a Moshi, il centro urbano più vicino a noi e abbiamo preso un po’ di confidenza con le persone e l’ambiente. Al ritorno verso il villaggio dal finestrino della macchina (dentro la quale eravamo circa in 8) ho visto la vetta del Kilimangiaro, imponente e candida, con alle spalle il tramonto.

Abbiamo iniziato il lavoro, il che consiste nel preparare il terreno in diversi orticelli e seminarli così che gli alberi una volta cresciuti verranno portati in zone ad alta deforestazione nelle vicinanze del villaggio. Non saremo qui quando gli alberi saranno cresciuti abbastanza per essere portati dove c’è bisogno di loro, però sappiamo che Mr Ben lo farà. Ci ha portati a vedere la foresta dove li pianterà.

Il problema della legna è che seve in molte case a Marera e nei villaggi circostanti per provvedere al fuoco, in quanto non ci sono sistemi di riscaldamento dell’acqua per cucinare. La maggior parte delle case sono di legno e la cucina è un rettangolo di mattoni fuori in giardino dove si accende il fuoco e si fa bollire l’acqua.

Sono le comodità a mancare, ma il cibo non manca. La vegetazione è ricca di frutti in base alla stagione, e il mercato di Mwika è a portata di tutti, disponendo di tutto l’essenziale per un buon pasto.

La sera andiamo a bere una birra al bar dove i locali bevono birra alla banana fatta da loro. È un bel momento per socializzare con la realtà locale, per ascoltare le persone e quello che hanno da raccontare così come la loro voglia di scoprire chi siamo noi stranieri.

Nel weekend abbiamo fatto una gita al confine con il Kenya, al lago Chala. Un posto incantevole e ci siamo divertiti un sacco. Il nostro capo gruppo ed altri due volontari sono della Tanzania ed è così piacevole scambiare storie, idee, realtà, punti di vista, con loro. Ma non solo, anche tutti gli altri volontari sono di diverse nazionalità: Francia, Spagna, Germania, Repubblica Ceca, per cui c’ è uno scambio culturale 24 ore su 24.

La sera dopo cena organizziamo delle serate a tema. Ognuno di noi a turno presenta il proprio paese anche attraverso danze o canti.

Abbiamo iniziato ad aiutare una cooperativa di donne locali che raccolgono fondi per bambini orfani o anziani rimasti soli. Le aiutiamo a preparare bustine di terra pronte per la semina di piante da poter vendere. Piante medicinali più che altro. Questo orto si trova proprio vicino ad un asilo nido, così che quando finiamo di lavorare prima di tornare a casa ci concediamo qualche minuto a giocare con i bambini che escono per il pranzo. È un momento gioioso per tutti.

Abbiamo iniziato un altro progetto, cioè quello di costruire per diverse cucine del villaggio un piano cottura. Il problema di usare il fuoco per cucinare influisce soprattutto sulle le donne, che passano ore in cucina a respirarsi il fumo. Questo piano cottura è assemblato con cemento e mattoni e la presenza di tre fori esterni dà la possibilità di cucinare tre pentole contemporaneamente e di racchiudere il fuoco nella parte sottostante, indirizzando fumo e fiamme sotto le pentole.

Abbiamo dedicato alcuni pomeriggi a visitare alcune infrastrutture del villaggio come la scuola e l’ospedale.

La scuola è suddivisa in asilo, elementari e liceo. L’obbligatorietà di frequenza termina dopo le elementari che si concludono verso i 13 anni di età. Abbiamo visitato la scuola elementare di Marera per portare del materiale che avevamo raccolto. La scuola ha 11 insegnanti e circa 300 bambini. Le materie che insegnano sono simili alle nostre: storia, geografia, inglese e Swahili. Le infrastrutture sono pessime. Una cosa che mi ha stupita è la chiesa Luterana, moderna, bellissima che troneggia proprio di fronte ad una scuola elementare, con le finestre rotte e le pareti sporche. Il governo paga per l’istruzione dei bambini, libri compresi.

L’ospedale del luogo ha 6 dipendenti di cui 1 solo medico a disposizione 24/7. Vive lì, in una casetta accanto all’ospedale. Le cure sono pressoché gratuite. Si paga una somma simbolica di 2000 TSH, corrispondente a meno di 1 euro. Sono disponibili i test per la malaria, HIV e altre malattie trasmissibili. Ci sono anche alcuni vaccini obbligatori per tutti i bambini.

È uscito il sole, regalandoci una settimana di luce calda.

La luna e le stelle ci regalano serate brillanti. È come se non avessi mai visto le stelle prima d’ora.

Tutte le mattine procediamo per la stessa strada sterrata e fangosa, a volte sotto la pioggia, a volte con il freddo, a volte sotto al sole. Cantiamo mentre camminiamo, salutiamo chiunque incontriamo per strada, perché loro salutano sempre. I bambini vanno a scuola a piedi, da soli, o in compagnia tenendosi per mano e si divertono un sacco a guardarci e a ridere, prendendoci in giro perché siamo Mzungu, stranieri.

Ho fatto tante foto in questo mio viaggio, ma certi attimi non sono riuscita a catturarli: uno scorcio appena visibile; un raggio di luce sul lago dove si abbevera il bestiame guidato da un bambino Masai; gli sguardi stupiti, curiosi e divertiti della gente; i colori brillanti dei vestiti, il giallo il rosso il verde e il blu. La calma in ogni gesto. Il suono del gallo al mattino, della pioggia, delle foglie, delle risate, dei canti. Questa è l’Africa che va vissuta con tutti i sensi e che ti toglie la voglia di andar via”.

L’africa, la Tanzania, il volontariato; è tutto molto di più rispetto a quanto delle foto o un articolo possano esprimere. Quello che più mi dispiace è aver percepito un’influenza occidentale che aleggia su questo paese, quasi a sradicarlo dalle sue radici, dai suoi principi, quasi a dirgli “imitami, seguimi”. Ma quello che ho visto io sono persone gentili, che ancora mettono l’essere umano al primo posto, anche se non si vive più senza uno smartphone, nemmeno in mezzo ad un villaggio sterrato.

Quello che penso è che forse siamo noi, società occidentale, a doverci fermare a pensare: dove ci sta conducendo la nostra fretta? Cosa stiamo rincorrendo? Ci siamo accorti che abbiamo lasciato indietro qualcosa, durante il nostro percorso? Qualcosa a che vedere con le basi delle relazioni umane.

Dovremmo forse iniziare ad imparare da certi paesi che invece non abbiamo fatto altro che manipolare?

 

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