Le case crollano, ma “chissenefrega”: testimonianza da un campo a Capricchia

Le case crollano, ma “chissenefrega”: testimonianza da un campo a Capricchia

Pubblichiamo la testimonianza di Giorgia Ghione, coordinatrice del campo di volontariato internazionale tenutosi lo scorso agosto 2017 a Capricchia, nella conca amatriciana.

“Le case crollano, ma chissenefrega”… non è una frase detta o pensata da chi avrebbe dovuto e dovrebbe occuparsi della ricostruzione delle zone colpite dal sisma dell’Agosto 2016. È una frase che può sembrare superficiale, ma in realtà racchiude in se il vero spirito della gente di Capricchia che ho avuto la fortuna di conoscere l’estate scorsa, durante il campo di volontariato che ho coordinato in questo piccolo paese della Conca Amatriciana.
L’ho sentita durante la festa del paese, un appuntamento annuale che nessun capricchiano si lascia scappare. “Chissenefrega” se abbiamo perso tutto a livello materiale, se il paese è distrutto, se siamo stati abbandonati.

“Capricchia vive”: è stato il coro che ha accompagnato tutta la serata, tra bicchieri di vino e filastrocche cantate tutti assieme accompagnati dall’organetto. Può sembrare assurdo, ma in una simile atmosfera ci si può dimenticare di essere in mezzo alle macerie. Ci si può scordare di essere circondati da case crepate che tra qualche anno saranno definitivamente squarciate da quelle crepe e collasseranno su se stesse, case che sembrano tagliate in due da un coltello mostrando il loro interno con ogni oggetto cristallizzato dalla sera del terremoto. Letti ancora disfatti, panni stesi, lo spazzolino da denti in un bicchiere appoggiato sul lavabo, l’ accappatoio appeso, la brocca d’ acqua ancora sul tavolo. Tutto apparentemente immobile, come un fermo immagine… che però scricchiola.

Chi sono questi capricchiani? Cos’è Capricchia oggi e cos’era prima del sisma? Era semplicemente un piccolo paesino della Conca Amatriciana con pochissimi abitanti durante l’inverno e d’estate brulicante di persone che avevano qui la casa dei nonni dove tornare per trascorrere le vacanze. La cosa che vorrei raccontare è cos’è diventata Capricchia dopo il sisma, ripercorrendo le storie che ho ascoltato durante il campo.

Il 24 Agosto 2016 Capricchia si sveglia di soprassalto scossa dal terremoto. Tutti escono di corsa dalle case e si riuniscono alla Pro Loco del paese impauriti e preoccupati, non solo per se stessi ma anche per i paesi limitrofi, mentre pian piano giungevano le notizie della vastità della tragedia. Cos’è successo dopo? “Ci siamo infilate in cucina e da li non ci siamo più mosse” ecco come lo raccontano le signore del paese. Penso non si possa spiegare meglio. Il paese ha fatto la cosa più naturale e forte che avrebbe potuto fare: raccogliersi e fare colazione tutti assieme, nonostante tutto. Aiutati dal fatto che la struttura della Pro Loco non aveva subito danni, la cucina è diventata la cucina comune di tutto il paese.

Questo è stato il primo passo di una resistenza degli abitanti, non solo alle difficoltà materiali ed emotive causate dal terremoto, ma anche alle politiche di accentramento messe in atto che avrebbero portato alla morte del paese, come purtroppo è accaduto alla gran parte dei centri abitati della Conca Amatriciana.

La cosa che mi hanno chiesto più spesso riguardo al campo è stata: “cosa avete fatto?” La mia risposta solitamente parte dal piano pratico. Quest’estate Capricchia è riuscita ad ospitare tante persone che hanno deciso di trascorrervi le vacanze, alloggiando in casette prefabbricate. Noi volontari abbiamo aiutato nella manutenzione degli spazi comuni, cucinato, dato una mano a riordinare la cucina e i magazzini, ricolmi di generi alimentari e non solo arrivati disordinatamente durante la breve ondata di solidarietà generale.

La risposta più profonda che do a questa domanda è un’altra. Penso che la cosa più importante sia stata esserci, osservare, cercare di capire e, soprattutto, ascoltare. Penso sia doveroso entrare in una realtà come questa in punta di piedi, in silenzio, con la “smania” (sacrosanta) di aiutare, di fare. Poi, mentre prendi un caffè, mentre sbucci le cipolle, qualcuno inizia a raccontarti la sua storia. Ti racconta di immagini che gli hanno scalfito il cuore per sempre, di rumori che neanche riesci ad immaginare… di dettagli che dipingono la cruda realtà che hanno vissuto.
In quei momenti ti rendi veramente conto di perché sei li, di quanto sia importante non solo “fare” ma calarti in quella realtà, ascoltando i racconti di chi vuole condividere la propria esperienza e vivendo come stanno vivendo loro da un anno.

Ti rendi conto che il solo essere li abbia un significato, che il fatto di essere lì “per loro”, che ti sia mosso da casa per andare li ha un significato importante agli occhi di chi è stato dimenticato.

La cosa più grande che ho portato a casa, oltre al calore delle persone che ho conosciuto, capaci sia di condividere con te la difficile esperienza del sisma che di farti sentire così accolto da dimenticare di essere in mezzo alle macerie, è la loro tenacia.

Il loro “Capricchia vive” racchiude una forza, un’ unione che non riesco a spiegare a parole… ma che sono grata ai capricchiani di aver condiviso con noi durante questo campo.

Studiare le migrazioni attraverso il volontariato: testimonianza da un campo

Studiare le migrazioni attraverso il volontariato: testimonianza da un campo

Pubblichiamo la testimonianza di Angela e Giulia, due volontarie che lo scorso settembre hanno preso parte al campo di volontariato internazionale “Migration studycamp: Entre[Terres]” a Barcellona.

Ci presentiamo: siamo Angela e Giulia, rispettivamente una ragazza veneta di 23 anni, educatrice e aspirante assistente sociale, e una picciotta siciliana di 24 anni, studentessa esportata a Lisbona. Tutt’e due interessate al tema della migrazione e dell’interculturalità, ci siamo conosciute nell’estate 2017 allo scambio giovanile in Catalunya “Open Borders for Diversity” organizzato da SCI.

Dalla condivisione dell’esperienza del campo è nata la nostra amicizia che, nonostante la distanza (2000 km), abbiamo continuato a coltivare grazie alle affinità e agli interessi comuni.

Appena si è ripresentata l’occasione di candidarsi ad un nuovo campo su questi temi, non abbiamo esitato a tuffarci dentro questa nuova avventura.

Così, il 19 di settembre ci siamo riviste all’aeroporto di Barcellona, nello stesso luogo dove ci eravamo incontrate per la prima volta, ignare di ciò che ci aspettava.

Dopo essere state accolte nella sede dello SCI Catalunya, abbiamo conosciuto gli altri partecipanti del Migration studycamp: Entre[Terres]. Ci siamo ritrovate in un gruppo multietnico formato da giovani provenienti da Russia, Portogallo, Corea del Sud, Danimarca, Kurdistan, Belgio, Palestina, Spagna, accomunati dalla curiosità, ma soprattutto dalla volontà di approfondire la migrazione nei suoi vari aspetti.

Il campo di studio era diviso in 5 tipi di attività: momenti di presentazione e valutazione; approfondimenti specifici sui servizi inerenti la migrazione nel territorio; lezioni teoriche tenute da esperti in alcune tematiche della migrazione, quali le frontiere del Mediterraneo e spagnole, il teatro dell’oppresso, la prospettiva del genere, le politiche migratorie spagnole, l’islamofobia; dibattiti e riflessioni all’interno dibattiti e riflessioni del gruppo; workshop Entre[terres], ovvero un laboratorio che ci ha messo in gioco nell’elaborazione di un nuovo strumento per le scuole per sensibilizzare al tema.

In realtà, prima del nostro arrivo è stato richiesto a ognuno di noi di preparare una presentazione sulla situazione attuale migratoria del paese di appartenenza, come primo step di quello che sarebbe stato un continuo scambio di esperienze e conoscenze.

Durante i 10 giorni di permanenza abbiamo dormito in un appartamento in pieno Barrio Gotico a un quarto d’ora a piedi dall’ufficio dello SCI Catalunya (Raval) dove si svolgevano le attività del campo. Essendo un campo di volontari, una delle varie sfide che abbiamo dovuto affrontare è stata la gestione e la condivisione della casa e dei pasti. Anche questa è stato un’occasione di scambio che ci ha arricchito e insegnato a rispettare le abitudini diverse di ognuno.

Non solo abbiamo avuto la possibilità di convivere con un gruppo interculturale ma allo stesso tempo l’opportunità di vivere la città di Barcellona che ci ha ospitato in quei giorni, infatti proprio nello stesso periodo abbiamo vissuto la contestazione dei cittadini catalani e abbiamo anche partecipato alla festa principale della città: La Mercé.

Questo secondo campo ci ha confermato il fatto che non solo partire ti arricchisce a livello di conoscenze ma anche ti aiuta a crescere a livello umano grazie all’esperienza che vivi. Grazie al campo ognuno di noi ha imparato qualcosa dagli altri e ha cominciato a farsi nuove domande, guardando il mondo da un’altra prospettiva.

Ciò che ci portiamo nel cuore di questo campo è la scoperta che ci si può sentire un gruppo omogeneo nonostante le diversità, se liberi di esprimerci e rispettati per le proprie idee.

Non vediamo l’ora di partecipare la prossima estate ad un altro campo insieme!

Girare il mondo in due settimane ad Opacz: testimonianza da un campo

Girare il mondo in due settimane ad Opacz: testimonianza da un campo

Pubblichiamo la testimonianza di Eleonora Ferioli, volontaria che ha preso parte al campo di volontariato internazionale “Around the World (Opacz)” in Polonia la scorsa estate.

Il workcamp si è svolto ad Opacz, a circa venti chilometri da Varsavia, Polonia. Il compito principale era quello di intrattenere, aiutati da maestre, trenta bambini polacchi dai 6 ai 13 anni, dal lunedì al venerdì per due settimane. Il tema del campo era “Around the World”, ovvero un giro del mondo scoprendo le culture, le tradizioni, le curiosità di alcuni paesi.

Partenza da Malpensa, volo tranquillo, ed eccoci, io ed il secondo volontario italiano, all’aeroporto di Warsaw. Dei responsabili vengono a prenderci e da subito iniziano dei piacevoli dialoghi. Sistemiamo i bagagli nelle camere, visitiamo la casa, conosciamo gli altri 5 volontari e la responsabile Dominika, la quale ci propone un tour per Varsavia organizzato da un suo amico che si dimostra essere un’eccezionale guida.

Il giorno seguente inizia il campo: prima tappa del nostro giro per il mondo è proprio la Polonia. Dopo le presentazioni, ci imbattiamo nella lingua polacca. Fino a quel momento infatti, tra di noi volontari avevamo comunicato in inglese. Le maestre parlano con i bambini solo in polacco, così noi volontari siamo costretti a ridere, applaudire, fare silenzio e qualsiasi altra mossa con ritardo, imitando chi invece sa il polacco. Inizialmente sono rimasta abbastanza delusa dalla situazione, ero convinta che i bambini sapessero l’inglese. In realtà in breve tempo constato quanto la lingua non sia l’unico e principale mezzo attraverso cui comunicare: la curiosità dei bambini prevale sulle barriere linguistiche e subito riusciamo a comprenderci a vicenda; addirittura dei bambini cercano di insegnarci alcune parole polacche.

Una volta spiegate le varie regole da seguire durante il campo, un pullman ci porta a Varsavia dove visitiamo un museo interattivo per bambini e una parte del centro città. Il secondo giorno voliamo in Russia: grazie anche alla volontaria russa, possiamo scoprire nuovi aspetti delle tradizioni russe. Ci rechiamo poi a Varsavia in un ristorante russo e possiamo così degustare alcuni piatti tipici. Ogni giorno una meta nuova e un’interessante presentazione riguardo curiosità e informazioni principali dello stato visitato: abbiamo fatto tappa in Giappone e costruito dei ventagli di carta; siamo stati in Messico e, grazie a una maestra, ci siamo immersi nel magico mondo delle antiche fiabe messicane. Per concludere abbiamo ricevuto un saluto speciale da un amico messicano che ha registrato un video proprio per noi. È stata poi la volta del Portogallo presentato dalla volontaria portoghese e del laboratorio di collage; il giorno seguente Spagna presentata dai tre volontari spagnoli, poi Francia e nello stesso giorno ci siamo avventurati per il rope park e giocato in compagnia di simpatici istruttori a frisbee. Finalmente è arrivata la giornata dedicata all’Italia e, dopo una divertente nuotata nella piscina comunale, io e il mio amico volontario italiano abbiamo fatto scoprire ai bambini il nostro magnifico paese: abbiamo constatato che nutella, pizza e Pinocchio sono conosciuti pure in Polonia. La giornata si è conclusa con un laboratorio in un ristorante italiano: mani infarinate e via… abbiamo cucinato pizza e grissini. Il giorno seguente siamo volati in Irlanda ed infine di nuovo in Polonia dove alcune ragazze del posto ci hanno raccontato di alcune tradizioni tipiche e fatto costruite la nostra bambolina di stracci porta fortuna.

La giornata lavorativa iniziava alle 8.30 con l’accoglienza, poi si susseguivano varie attività organizzate a momenti di gioco nel parco e nel campo da basket, il tutto intervallato da una colazione a metà mattina e al pranzo. A fine giornata, ovvero circa verso le 15.30, noi volontari ci riunivamo insieme alle maestre per un summing up, domande, consigli, osservazioni e proposte per il giorno seguente.

Alloggiavamo in due edifici: nel primo si trovano due camere da letto, una per i volontari maschi e l’altra per le femmine, un bagno e una stanza con vari computer e una stampante. Nell’altro edificio c’è un bagno con la doccia e la lavatrice, la cucina e la sala da pranzo. Vari supermercati, un MC Donald, un campo d’atletica e la stazione sono facilmente raggiungibili a piedi dalla casa. Autonomamente dovevamo fare le pulizie, preparare la prima colazione e la cena con ingredienti scelti da noi, ma comunque forniti dal campo. Il tutto veniva svolto a turni e, sfruttando le varie provenienze dei volontari, abbiamo potuto assaggiare e conoscere le diverse culture culinarie. A malincuore abbiamo anche scoperto che in Spagna e in Portogallo si cucina la pasta carbonara con la panna e si condiscono gli spaghetti con la salsa rosa.

Gli organizzatori Dominika e il fratello Maciek (più o meno nostri coetanei) si sono rivelati fin da subito delle fantastiche persone: dal primo giorno si sono resi disponibili per qualsiasi cosa, compreso invitarci a casa loro per gustare un vero espresso (se siete amanti del caffè, vi consiglio vivamente di lasciare un angolino della vostra valigia per una caffettiera moka, nella cucina sfortunatamente c’è solo una caffettiera-caraffa a mo’ di film americani e facilmente si può dedurre quanto il caffè non fosse eccezionale). Grazie alla loro gentilezza e al loro forno, noi italiani abbiamo potuto far assaggiare ai volontari e alle maestre la sbriciolata, una torta di ricotta e cioccolato definita da alcuni divina. Dopo varie insistenze, ahimè, abbiamo ceduto e abbiamo dovuto svelare la segretissima ricetta. Scherzi a parte, siamo felici che altre persone in Europa potranno assaggiare la vera sbriciolata italiana e chissà, forse capiranno anche quanto la cucina italiana all’estero sia solo una brutta copia.

Grazie anche alla convivenza, tra noi volontari si sono creati dei legami d’amicizia speciali, non mancavano poi le serate pazze nella città dei grattacieli, ovvero Varsavia, ben collegata ad Opacz da un treno che passa con elevata frequenza e che in 20 minuti circa giunge a destinazione.

Un fine settimana abbiamo persino organizzato una gita a Cracovia e al campo di concentramento di Auschwitz. Cracovia si è rivelata un’interessante città, colma di storia e di turisti, facilmente visitabile anche grazie a dei free walking tour ritrovabili in tutti i principali luoghi di interesse. Riguardo al campo di concentramento, ritengo che questa sia un’esperienza assolutamente da fare, fa riflettere e lascia un segno.

Dopo tanti momenti speciali divenuti per me bellissimi ricordi, il campo è giunto a termine. La consegna del “diploma”, di una cornice con una foto di gruppo, gli abbracci, i pianti e la frase “ci vediamo l’anno prossimo” mi hanno davvero commossa. So con certezza che questi favolosi bambini mi mancheranno, così come tutto lo staff, Opacz, Varsavia e l’economicità polacca.

La sera prima della partenza Dominika ha voluto tirarci su il morale organizzando un barbecue nel suo giardino. Conclusasi la cena tra chiacchiere e risate, abbiamo voluto salutare per l’ultima volta Varsavia e i suoi locali notturni.

Il workcamp ad Opacz, il mio primo di sicuramente una serie, è stato una valida alternativa alle consuete vacanze, un’esperienza costruttiva, più che positiva e piena di sorprese. Ho apprezzato ogni singolo istante, ho imparato molto dai bambini, dagli altri volontari e da tutto lo staff. Sono davvero felice di aver trovato casualmente e partecipato a questo campo. Chiunque abbia voglia di mettersi in gioco, di ricevere e donare tanto affetto da diabolici ed adorabili bambini, di stringere nuove amicizie, di scoprire la Polonia, rivelatasi un grande paese…ma soprattutto di essere rincorso per tutto il giardino da una “schiera” di bambini che sfoderano un sorrisone ed urlano “Berek”, l’equivalente del nostro “ce l’hai”, beh, è giunto il momento di iscriversi al campo.

Testimonianza da un campo dedicato alla memoria dei prigionieri di guerra

Testimonianza da un campo dedicato alla memoria dei prigionieri di guerra

Pubblichiamo la testimonianza di Edoardo Von Morgen, volontario che ha preso parte al campo di volontariato internazionale “Remember the prisoners of war (Zeithain)” in Germania la scorsa estate.

Questo è stato il secondo campo a cui ho partecipato. Dopo il primo in Russia l’anno precedente a tema ecologico avevo voglia di cambiare un po’ l’ambito e il paese. Non che mi fossi trovato male, eh!

Questo campo è stato speciale fin da subito. Mio nonno infatti era stato prigioniero degli alleati durante la Seconda Guerra Mondiale. All’epoca era molto giovane (aveva la mia età di oggi), e trascorse 5 anni di prigionia tra Algeria, Canada e Scozia. Non ha mai voluto raccontarmi molto di quell’esperienza, ancor meno della guerra. Io d’altra parte, sono sempre rimasto affascinato dai soldati, le loro armi e le loro imprese, ma non ho quasi mai rivolto un pensiero agli uomini dentro quelle divise, e alle loro vite. Solo negli ultimi anni ho iniziato a rifletterci e, quando ho letto la descrizione di questo campo non ho saputo resistere: ho colto l’occasione per indagare personalmente su ciò che mio nonno aveva sempre nascosto.

Paradossalmente tutte le sofferenze patite da lui e dai tutti i prigionieri si sono trasformate, per noi volontari, in una magnifica esperienza; sia per ciò che il campo ha rappresentato, sia per la comunità che abbiamo costruito mentre eravamo lì. Il nostro compito era di aiutare una piccola comunità di storici e archeologi nel recupero e nella preservazione della Memoria dei prigionieri di guerra (in inglese abbreviati con POW, “prisoners of war”). In questo clima antimilitarista e pacifista ho passato tre splendide settimane con dei perfetti sconosciuti con cui ho condiviso pensieri ed emozioni. Ognuno aveva il suo motivo per essere lì, tra chi la credeva una vera e propria vacanza, chi era stato spinto dalla passione per la storia e chi aveva, come me, un motivo familiare. C’erano due responsabili, lo storico Hans e l’architetto Marbel, per loro lavorare a Zeithain è routine, vi dedicano tutto il loro tempo ed energie. Erano sempre pronti a spiegarci ogni parte del nostro lavoro, e a raccontarci il significato di ogni reperto e la storia di prigionieri, infermiere e assistenti che hanno lasciato una traccia in quel luogo. Oltre a loro anche Nicola e Rolf, i due coordinatori, erano molto legati a quel posto e sono riusciti personalmente a passarmi un po’ della loro passione!

Le giornate passavano incredibilmente veloci. La mattina, dopo un’energetica colazione “tedesca”, andavamo sul sito del campo attraversando in bicicletta un breve tratto di campagna. I nostri compiti era sia archeologici (come cercare o pulire reperti) che botanici (come tagliare ettari di erbacce o arbusti) sia di falegnameria. Infatti i reperti immobili, come le fondamenta delle baracche dell’epoca, andavano protetti dalle intemperie invernali con casette di legno. Le ore di lavoro non erano stancanti, passandole in compagnia né il sole né la pioggia ci disturbavano la giornata. Un giorno siamo stati sorpresi da una pioggia molto forte, ma anche lì non ci siamo scalfiti e con due risate tutto si è sistemato. Dopo il lavoro, nel pomeriggio si tornava a casa. A quel punto durante il consueto “free time” ci mettevamo a giocare, a chiacchierare con una bella birra ghiacciata o a mandare messaggi ad amici e parenti rimasti a casa. Inoltre potevamo prendere le bici e andarcene a spasso per l’intera Sassonia! Vicino a casa passava l’Elba, un imponente fiume, sulle cui rive era bello passare ore di relax o riflessione. Potevamo fare un po’ quel che volevamo. L’importante era rendersi disponibili per lavorare la mattina dopo.

La maggior parte delle giornate erano soleggiate, ma senza troppo caldo; c’era sempre una leggera brezza rinfrescante che non spostava le nuvole lasciandole a filtrare il sole. Nei giorni di pioggia rimanevamo in casa a dedicarci alla pulizia e alla catalogazione dei reperti. C’erano addirittura maschere a gas, filo spinato, moltissimi flaconi di medicine ma soprattutto cocci di piatti e di bottiglie. In mezzo a tutta questa cianfrusaglia sono diventato l’addetto alle traduzioni (solo dall’italiano ovviamente) di numerose scritte su medicinali, lassativi e pure delle pagine di un dizionario! In questo compiti ero il migliore perché ero il più interessato; altri preferivano la pulizia dei reperti o la riparazione di biciclette con cui andare al lavoro in settimana, ma anche in giro per la Sassonia durante i fine settimana o nel tempo libero.

A proposito di giri nella zona, avendo due fine settimana liberi abbiamo deciso di andarcene in giro per le principali città della regione come Lipsia, famosa per la battaglia delle cento nazioni e per la Porsche; Dresda città di arte, cultura e musica segnata profondamente dalla guerra; ed infine Meissen, caratteristica cittadina medievale arroccata su una collina e famosa per le ceramiche. Pur essendo a quasi 40 km di distanza, ci siamo andati in bicicletta: è stata dura, scottante, ma ce l’abbiamo fatta! La cittadina più vicina, invece, era Riesa. Piccola e silenziosa, ma molto accogliente. Lì siamo andati più di una volta a farci una nuotata in piscina, a mangiare cinese o per uscire un po’ tra di noi. Insomma, è stato un campo incredibile per i rapporti creati con gli altri volontari, con cui ho fatto viaggi indietro nel tempo e in giro per la Sassonia. Ma anche vivere e respirare la bellezza di una regione ancora rimasta legata al passato mi ha regalato giornate emozionanti e piene di gioia.

Subito dopo il campo, io con due ragazze Russe e un Ceco siamo andati a Praga, distante solamente due ore di treno. Anche lì abbiamo ancora avuto la possibilità di condividere del tempo assieme. La capitale Ceca mi ha lasciato un ulteriore ricordo di condivisione e di felicità, grazie a quei volontari, che come me, si sono lasciati affascinare così tanto dalla storia.

Promuovere l’ecosostenibilità attraverso la vita comunitaria: testimonianza da un campo in Germania

Promuovere l’ecosostenibilità attraverso la vita comunitaria: testimonianza da un campo in Germania

Pubblichiamo la testimonianza di Alessia Marzullo, volontaria che ha preso parte al campo di volontariato internazionale “Sun+Wind=Power” in Germania la scorsa estate.

Luglio 2017: un mese che non solo rimarrà per sempre nei miei ricordi e al centro dei miei racconti, ma che è stato (anche se forse ancora troppo presto per dirlo) fondamentale nella mia formazione, sia a livello didattico che a livello personale. Nell’estate dei miei 18 anni ho infatti deciso di fare di qualcosa di diverso, qualcosa di curioso e stimolante, che comprendesse anche un impegno sociale e ambientale, e che mi permettesse di viaggiare e di conoscere.

L’anno precedente avevo scoperto le possibilità che il Servizio Civile Internazionale offriva, e mi sono decisa a partecipare ad uno dei campi di volontariato proposti che da tempo ormai sognavo. Scoprire luoghi, stringere amicizie, migliorare le lingue, imparare non solo abilità manuali ma acquisire delle vere proprie competenze in diversi ambiti e, soprattutto, potersi sentir utili e soddisfatti per aver partecipato e contribuito ad alcune cause molto attuali e di notevole importanza: non avrei mai pensato che tale esperienza potesse avere così tanti vantaggi.

Sono partita il 15 luglio, tra ansia ed euforia e, dopo 2 aerei, 1 treno, 2 pullman ed una bella camminata, sono giunta in questa cittadina tedesca di nome Glücksburg, al confine con la Danimarca. Nonostante il periodo estivo, il clima non era mite, con una media di 22°c di giorno e 13° la notte. Il campo che ci avrebbe ospitato si trovava al fuori del centro abitato, in una zona ricca di verde nei pressi di un boschetto. Il nostro compito era di curare e provvedere alla manutenzione di un parco no-profit progettato per promuovere le fonti di energia rinnovabili, rendendo visibile l’importanza dell’ecosostenibilità. A lavori come giardinaggio, pittura e costruzione si alternavano parti di spiegazione e studio tenute dal proprietario del parco. Alloggiavamo in una grande tenda e ogni strumento o servizio a nostra a disposizione, come il bagno o la doccia, non producevano nessun tipo di inquinamento; tutti gli sprechi erano ridotti al minimo. Quello prima poteva risultare scontato come l’acqua calda o la durata della doccia, ora erano dei privilegi limitati, al fine che tutti potessero usufruirne.

La nostra mattinata e le prime ore del pomeriggio le dedicavamo alla manutenzione del parco, mentre nel pomeriggio facevamo la spesa per il gruppo con il budget settimanale; poi riposavamo o andavamo al mare, o in città. I pasti li preparavamo noi a turno, ognuno cucinava una specialità del proprio paese. La nostra serata tipica consisteva nel giocare ad ogni tipo di gioco possibile e immaginabile, dalle carte ai giochi di ruolo a sfide con divertentissime penitenze per chi perdeva. Tutto ciò fino a notte fonda quando, dopo una lunga serie di discorsi filosofici e non, andavamo a infilarci nei nostri sacchi a pelo.

Le mansioni che ci sono state assegnate erano diverse. Ci siamo occupati delle aiuole e del vasto prato come anche della pulizia delle varie stazioni illustrative presenti, le abbiamo riverniciate e fatte tornare come nuove. Una l’abbiamo anche personalizzata con un coloratissimo mandala. Abbiamo dipinto lunghe aste di legno che sarebbero state impiegate nel montaggio di una nuova stazione, il cubo ecologico. Abbiamo sfamato animali, ripulito la zona adibita ai pipistrelli. Gli ultimi giorni invece ci siamo dedicati alla costruzione manuale di un laghetto artificiale in argilla che, grazie al dislivello a partire dall’altezza della caduta dell’acqua, avrebbe rifornito il campo, già completamente alimentato ad energia solare, di energia idroelettrica. I momenti studio erano invece finalizzati a farci comprendere come si generano e utilizzano i diversi tipi di energia, i consumi dei diversi paesi e le loro fonti energetiche, anche a partire dalle nostre esperienze e da ricerche che avevamo effettuato.

La parte che ho indiscutibilmente preferito è stato il lato umano di questa esperienza. Ho avuto modo di conoscere persone meravigliose con cui tutt’ora sono in contatto nonostante i diversi chilometri di distanza. Ho appreso la condivisione quando la notte all’aperto in 11 utilizzavamo lo stesso lavandino, la collaborazione in ogni singolo aspetto della vita quotidiana, lo spirito di squadra e il valore di ogni individuo del gruppo. Otto nazionalità e culture differenti, molteplici credenze e abitudini e nonostante ciò si è formata in pochissimo tempo una grande, premurosa e accogliente famiglia. La conoscenza dell’inglese è stata fondamentale a tal punto da farti dimenticare ogni differenza o difficoltà di espressione e confronto: ci siamo resi conto concretamente di essere tutti cittadini di un unico mondo.

Mai avrei pensato in due settimane di stringere dei legami così forti e adesso posso anche vantare di conoscere 3 parole in ceco, l’alfabeto arabo e qualche frase in swahili, oltre che le tradizioni ed i piatti tipici di diversi stati. Ogni tanto mi sale la nostalgia e scrivo a qualcuno di loro, rileggo le lettere che alla fine dell’esperienza ci siamo scritti e riguardo le foto, credendo nella promessa che ci siamo fatti di rincontrarci tutti, prima o poi.

Ora mi vengono in mente le immagini dei falò, del bagni nel Baltico, che non era freddo come me lo
immaginavo, le gite in città, le notti in tenda e quelle sotto le infinite stelle, che su al nord contempleresti per ore senza stancarti. La sorte ha voluto che io il giorno del ritorno a casa perdessi l’aereo e che i due ragazzi cechi rimanessero con i bagagli bloccati in un deposito. Il ragazzo spagnolo doveva partire invece la mattina successiva ed è stato così che siamo rimasti una notte in più ad Amburgo. La ragazza italo-francese ci ha ospitato gentilmente nel suo appartamento proprio in quella città e questo è dunque l’ultimo prezioso ricordo della mia avventura: un’indimenticabile sabato sera ad Amburgo, in riva al lago a chiacchierare e ridere, tutti insieme. Ciò non ha fatto altro che confermare il magnifico legame che avevo creato con quei ragazzi.

Una volta volontario, sarai per sempre un volontario! Testimonianza da una coordinatrice di campi

Una volta volontario, sarai per sempre un volontario! Testimonianza da una coordinatrice di campi

Pubblichiamo la testimonianza di Marija Melchiorre, volontaria SCI e coordinatrice del campo “Re-appropriation of historical buildings for public use”, tenutosi alla Cavallerizza Irreale di Torino la scorsa estate.

La mia storia inizia così:

Correva il 2007, è uscito il primo modello dell’iphone, è stata pubblicata la settima e ultima parte di Harry Potter, Martin Scorsese ha vinto il suo primo premio Oscar e per la prima volta abbiamo sentito Rihanna e la sua canzone Umbrella. Ed io, mi stavo preparando per le mie prime ferie da quando lavoravo come architetto in un studio.

Anche se qualcuno potrebbe pensare che gli architetti guadagnano bene, la realtà è molto diversa. In più, sono nata in un paese appena uscito da un passato burrascoso e noi cittadini avevamo bisogno di un visto per poter entrare in ogni altro Paese. Tre domande mi passavano per la testa: dove andare, come andare e con chi.

In quei giorni nuvolosi di ottobre passati a pensare dove andare in vacanza, mentre leggevo un articolo su un giornale online, sull’angolo dello schermo, appariva un annuncio con il titolo “Diventa volontario”.

Dopo le prime frasi dell’articolo, mi è stato chiaro. Quell’articolo era indirizzato proprio a me. Stavano parlando con me. Tutti i miei problemi sono scomparsi immediatamente: mi mandano un visto, ho un posto dove dormire, non sarò da sola, e mi sentirò molto utile contribuendo con le mie capacità.

La lista dei campi non era molto lunga. Ma c’è ne erano alcuni molto interessanti. La mia scelta cadde sulla Romania: “Transilvania Jazz Festival”. Non immaginavo nemmeno che tutta questa avventura, apparentemente normale, mi avrebbe cambiata completamente e che sarei tornata in Serbia come un’altra persona.

Il volontariato mi ha aiutato a visitare gran parte dell’Europa, ad incontrare persone interessanti, a cambiare la mia professione ed infine cambiare il paese in cui ho vissuto più di una volta, spingendomi ad imparare nuove lingue.

Con il passare del tempo volevo essere più coinvolta nel volontariato. Ho sempre sollevato l’asticella, anno dopo anno. Volendo essere sempre più parte attiva, con il tempo, sono diventata prima un capo squadra e poi una coordinatrice di campi.

Qualunque cosa abbia fatto in questi 10 anni, il volontariato è sempre stato parte integrante della mia vita. Quindi, venire in Italia per me significava cercare dove, con chi e quando fare volontariato. Così un giorno ho trovato il sito dello SCI Italia ed ho fato domanda per partecipare al corso di formazione per Camp Leader. Mi sentivo pronta ad affrontare una nuova sfida, questa volta in un nuovo paese e in una lingua per me abbastanza nuova.

Il corso di formazione per Camp Leader si è svolto a La Città dell’Utopia, e per la prima volta ho conosciuto lo SCI e questa bellissima struttura che ne è progetto locale. Con le nostre formatrici Alessandra e Claudia c’è stato subito un ottimo feeling. Noi, i futuri coordinatori dei campi, eravamo un gruppo piccolo ma ben affiatato, di diverse età, diversa nazionalità, ma per questo ancora più bello. Durante il corso abbiamo simulato un vero e proprio workcamp e ci siamo preparati per il prossimo passo: scegliere un campo.

Ero indecisa sul campo da scegliere, così è stato il campo che ha scelto me: “Cavallerizza Reale”, in un palazzo barocco nel centro di Torino! Con un programma rivolto al restauro e alla valorizzazione degli spazi comuni, il tutto condito da arte e teatro.

Il Cavallerizza per me ha rappresentato un bella sfida, era la prima volta che facevo un campo in Italia, la prima volta che facevo da Camp Leader e la prima volta che il Cavallerizza ospitava un campo internazionale. Ma come tutte le prime volte della vita è stata una esperienza indimenticabile, rimarrà per sempre nei nostri ricordi assieme alla passione e all’energia di tutti i 10 partecipanti internazionali provenienti da tutto il mondo (Messico, Niger, Polonia, Russia…), assieme a tutti i momenti belli ed alle sfide affrontate nei 14 giorni durante i quali abbiamo formato la nostra piccola comunità.

Questo campo ci ha aiutato a conoscerci meglio attraverso l’incontro tra culture diverse e l’inserimento in una comunità solida, espansa dalle nostre diverse nazionalità; differenti lingue si sono incontrate e “scontrate”, per raggiungere un accordo su come realizzare qualcosa di costruttivo che permettesse di esprimere il potenziale di ognuno di noi. Il tutto gestito in pura democrazia dove non esistevano gerarchie verticali, dove le parole di ogni partecipante hanno importanza. È stato un posto dove siamo riusciti a dare valore alle differenze senza giudizi, un modo di vivere la comunità molto diverso rispetto a quello in cui viviamo normalmente.

Questi 14 giorni sono stati giorni speciali lontani dalla solita routine quotidiana, riempiti da persone con cui abbiamo condiviso tutto: le loro storie, i loro sorrisi e la loro gioia. Tutto ciò è diventato parte della mia esperienza, della mia conoscenza e mi ha ulteriormente formato ed arricchito come persona.

Da quel lontano ottobre 2007, la porta di questo meraviglioso mondo di volontariato si è aperta, e non smette di accompagnarmi nella mia vita. Tutte quelle persone meravigliose che ho incontrato in questi 10 anni mi hanno reso quello che sono oggi.

Protezione ambientale e vita comunitaria: testimonianza da un campo in Germania

Protezione ambientale e vita comunitaria: testimonianza da un campo in Germania

Pubblichiamo la testimonianza di Noemi Giachi, una volontaria che ha preso parte a un campo di volontariato internazionale a Kaisersthul (Germania), dedicato alla tutela ambientale.

Mentre cercavo di riposare sul Flixbus che mi avrebbe portato a Friburgo, dopo 13 ore di viaggio, mi ricordo ancora la sensazione di terrore che ora dopo ora si stava consumando dentro di me: terrore e curiosità, ovvio, ma soprattutto la prima. Era la prima volta che viaggiavo da sola e nella mia testa mi assillava la domanda: ma cosa ho fatto?!

Sono arrivata a Schelingen, nella zona del Kaisersthul, verso le due di pomeriggio e subito ho conosciuto i due coordinatori e il responsabile della manutenzione della riserva, con cui avremo lavorato. Il Kaisersthul è una piccola montagna vulcanica a circa 25 km da Friburgo, in Germania. È una famosa area vinicola, cosa che si capisce subito al primo sguardo sul territorio, ma soprattutto è una riserva naturale protetta, che ospita la più grande varietà di specie di tutta l’Europa centrale. Salvaguardare questo macrocosmo era il nostro lavoro. Per la maggior parte del tempo questo consisteva  nell’estirpare l’erba secca con dei forconi lungo tutti i versanti dei monti e portarla a valle, dove ne facevamo balle di fieno. Spero che solo dalla descrizione si possa capire quanto estenuante sia stato, soprattutto nei giorni di pieno sole, benché la temperatura di norma fosse più bassa di quella cui sono abituata.

Tuttavia, per quanto faticoso, le ore di lavoro passavano rapide, grazie all’aiuto reciproco e alla presenza dei miei compagni di avventura, nonché degli altri ragazzi tedeschi che lavoravano nella riserva. Cantando (in una decina di lingue diverse), ridendo e tra qualche (frequente) pausa, le cinque/sei ore di lavoro giornaliero passavano velocemente e, stanchi ma felici, potevamo tornare al nostro campo, a quella che è stata per tre settimane la nostra nuova casa.
All’inizio vivere 24 ore su 24 con altri 15 sconosciuti, ognuno con le proprie abitudini, non sembrava cosa da poco; ma quando i compagni sono tuoi coetanei, tutti con una storia da raccontare, con le proprie idee e passioni e con il proprio bagaglio da condividere, il tempo di adattamento è veramente breve.

Emoziona pensarci: 16 persone, 16 anime proveniente da tutte le parti del mondo, con culture e vissuti differenti che per quasi un mese hanno condiviso lo stesso obiettivo. Queste persone sono diventate la mia famiglia, sul serio: non è solo il lavorare insieme, ma anche il dormire,  il cucinare, lavare, organizzare, giocare e scoprire insieme un paese per tutti nuovo. È l’andare avanti insieme. Tutto ciò unito alla gratificazione di lavorare a stretto contatto con la natura e alla simpatia e accoglienza della popolazione locale, che ci ha riempito di prodotti del luogo (oltre ad offrirci un eccellente degustazione di vini), hanno reso il mio agosto un mese indimenticabile. Tra le altre cose, avere i weekend liberi ci ha dato modo di visitare  anche alcune città: Friburgo, che era la più vicina, Colmar in Francia, Basilea in Svizzera, e ovviamente non ci siamo fatti mancare una gita nella Foresta Nera.

Insomma, sono state tre settimane molto dinamiche, che hanno riempito il mio bagaglio di tanti ricordi e belle persone, e mi hanno dato la possibilità di scoprire quanta ricchezza ti può dare questo modo alternativo di “viaggiare”. Perché, pur rimanendo nello stesso luogo, la varietà di persone, colori e stili di vita, hanno reso la mia permanenza  a Schelingen il viaggio più bello della mia vita.

Can Pipirimosca, un’Isola-che-non-c’è ecosostenibile nella campagna catalana

Can Pipirimosca, un’Isola-che-non-c’è ecosostenibile nella campagna catalana

Pubblichiamo la testimonianza di Carolina Pisapia, una volontaria che ha preso parte a un campo di volontariato internazionale a Valls (Catalunya) presso la fattoria ecologica Can Pipirimosca la scorsa estate.

Can Pipirimosca è una dimensione a sé stante nell’afa della campagna catalana in pieno agosto. Prendendo un calle sterrato che taglia la strada per Valls, scavalcata la corda che delimita la proprietà di Pere, il visitatore viene pervaso da una strana calma: improvvisamente la frenesia di tutti i giorni appare un ricordo lontano, una sciocchezza di cui sorridere distrattamente. Qualche passo più avanti si apre tra la vegetazione mediterranea uno spiazzo in cui sorge un rustico casolare rossiccio. Affianco alla porta d’ingresso campeggia un’insegna che riporta a caratteri vivaci la scritta “Can Pipirimosca”. Di fronte, all’ombra di un enorme ficus, un lungo tavolaccio di legno con una ventina di coperti e due ciotolone d’insalata. Un viavai di gente di tutte le età travolge il visitatore, confuso dalla quantità di lingue che gli risuonano intorno, dal calore del sole di mezzogiorno e dal ronzio degli insetti, dal fruscio degli alberi e dai profumi delle erbe aromatiche che crescono nei vasi attorno alla cucina all’aperto. Un applauso accompagnato da esclamazioni di approvazione si sovrappone al chiacchiericcio plurinazionale e alle risate che esplodono di frequente sotto al ficus: due ragazze con abiti lunghi e variopinti si dirigono verso il tavolo trasportando un enorme pentolone fumante, seguite da un grosso uomo sulla sessantina con due baffi bianchi e la barba intrecciata che, insieme ad un tredicenne dai capelli lunghi e arruffati, si fa largo tra i curiosi con una padella stracolma di zucchine fritte in pastella.

Vivere in perfetta armonia con l’ecosistema per quindici giorni non è facile. Le docce sono all’aria aperta e il fascino di lavarsi sotto alle stelle deve fare i conti con l’aria frizzantina e pungente che prende il posto dei trentacinque gradi giornalieri al calar del sole; la toilette è organica ma, come ci spiega Pere il primo giorno, è preferibile usare direttamente i campi; la cucina è vegana e locale, ciò che non è autoprodotto viene barattato con i vicini in cambio di pane, frutta o sapone fatto in casa e una volta a settimana arriva il furgone con le casse scartate dall’ortomercato: qui ogni risorsa viene sfruttata fino in fondo. “Niente caffè a colazione, non è un prodotto locale” avvisa Pere, scatenando un’ondata di panico nei volontari, “ma oggi pomeriggio cucineremo torte in abbondanza”. I volontari tirano un sospiro di sollievo e, dopo un paio di giorni, le tisane preparate con l’acqua scaldata dai pannelli solari e le erbe fresche del giardino aromatico – menta, lime, geranio – sembrano essere un ottimo sostituto alla caffeina. La cucina è affidata ai volontari, a turno, ed è un momento di chiacchiere più o meno impegnate, risate e confidenze. I piatti forti sono il riso con le verdure e la torta con le more colte sulla strada per Valls.

Gran parte del lavoro è a Can Pipirimosca: c’è da preparare le aiuole per il giardino invernale secondo i principi della permacultura, estirpare i cespugli di more che crescono sotto al ficus, pulire la piscina piena di fango in cui raccogliere l’acqua piovana per irrigare i campi. Un giorno andiamo da Rose, la vicina di Pere, ad arrampicarci sugli alberi per raccogliere le carrube; un giorno in collina da Inaqui a ricostruire un muretto crollato: creiamo una catena umana lungo la collina e ci passiamo i secchi con le pietre cantando a squarciagola.
Molto lavoro lo svolgiamo anche all’”Hort comunitari dels 4 cantons”, un terreno abbandonato nel centro di Valls che un gruppo di attivisti, di cui fa parte Pere, ha rilevato per creare un giardino comunitario per gli abitanti, sulla scia del movimento Incredible Edible nato a Todmorden nel 2007, con l’obiettivo di promuovere la produzione alimentare locale e biologica. Il progetto è ai primordi e i volontari di Can Pipirimosca nell’arco di due settimane bonificano e rivitalizzano uno spazio dimenticato per renderlo disponibile alla comunità di Valls. Terminati i lavori, viene organizzata una festa per inaugurare l’Orto e, al travaso della prima piantina di rosmarino nelle nuove aiuole, qualcuno finge di essere molto concentrato sulla pizza che sta mangiando per nascondere gli occhi lucidi. Ci sentiamo un po’ protagonisti di Domani, il film on the road in cui Cyril Dion e Mélanie Laurent raccontano gli attivismi ecologici nel mondo.

A Can Pipirimosca va e viene gente da tutto il mondo: qui si incontrano architetti in pausa dalla vita di tutti i giorni, ventenni che hanno smarrito la strada, anziane coppie norvegesi che vivono in una roulotte, insegnanti di yoga che non mancano di offrire lezioni ai volontari alle prime luci del mattino di una domenica di agosto, giovani omeopate, aspiranti erboristi, insegnanti di liceo, volontari del Servizio Civile Internazionale, ecologisti e curiosi di varia provenienza.
A Can Pipirimosca viviamo come corpo collettivo dalla mattina alla sera, le giornate sono piene, procedono con la lentezza della vita nei campi, rilassate e piacevoli, il lavoro stanca ma soddisfa e diverte, i pasti sono colorati e conditi dalle storie incredibili che qui tutti hanno da raccontare e anche la sera ci addormentiamo accompagnati dal respiro delle dieci persone che condividono la stanza con noi e, se all’inizio veniamo svegliati, nel cuore della notte, dal gallo che inizia a cantare troppo presto, bastano pochi giorni per dimenticare che c’è stato un tempo in cui vivevamo in città trafficate e dormivamo con le tapparelle abbassate. Qui l’aria entra ed esce spontanea dalle finestre aperte e alleggerisce i nostri sogni.

A distanza di mesi conservo molto di più del ricordo di un campo di volontariato di due settimane. Il visitatore confuso si chiede che cosa significhi l’espressione “Can Pipirimosca”. “Can Pipirimosca” è un gioco di parole catalano di cui tutti ignorano il senso, ma chi ci si ferma qualche tempo fatica a pensare che questo luogo possa avere un nome differente. Can Pipirimosca è una sequenza di suoni che chiede di essere riempita di contenuti, con le cantate notturne accompagnate dalla chitarra, con i laboratori per imparare a fare il sapone, con le braccia graffiate nello sradicare gli arbusti all’Orto Comunitario, con le chiacchiere lungo la camminata di quaranta minuti che da Can Pipirimosca porta a Valls e gli acini d’uva rubati dai rami che sporgono oltre le mura di cinta delle fattorie, con le spalle doloranti per aver messo troppo impegno nello zappare la terra del giardino invernale, con le scarpe sporche di fango, con i vestiti lavati a mano in giardino, con le pause a metà mattina stesi all’ombra degli alberi a mangiare melone, con i rari caffè presi in paese e i sensi di colpa striscianti, con le gite al mare, al lago, nelle città vicine nel fine settimana, con le serate accompagnate dal vino biologico e i volti illuminati dalla luna quando, la notte di San Lorenzo, saliamo sul tetto per guardare le stelle.

Can Pipirimosca è una dimensione a sé stante, un’Isola-che-non-c’è ecosostenibile nella campagna catalana. Una volta entrato, anche il visitatore più confuso e incerto verrà inevitabilmente corrotto dalla perfetta armonia di sapori del riso con le verdure e, quando proprio sarà costretto ad andarsene, continuerà a cucinare torte vegane agli amici e ad imprecare in spagnolo quando si accorgerà di averle cotte troppo. Pere ci insegnava a preparare le sue torte, ma poi le infornava lui e non ci ha mai detto quanto dovessero cuocere. Qualcuno dice che sorvola sempre di proposito, così che Can Pipirimosca possa mantenere la sua aura di mistero. Qualcuno invece sostiene che nemmeno Pere sappia quanto debbano cuocere quelle torte e che è lo spirito stesso di Can Pipirimosca a entrare in lui e a suggerirgli il giusto tempo di cottura.

Verso un mondo migliore: testimonianza dal campo “Yoga as life style”

Verso un mondo migliore: testimonianza dal campo “Yoga as life style”

Pubblichiamo la testimonianza di Tijana Sladoje, una volontaria che ha preso parte a un campo di volontariato internazionale “Yoga as life style” a Roma la scorsa estate, presso La Città dell’Utopia.

Le due cose che mi interessano di più: l’utopia e le filosofie orientali. Quindi, quando ho visto il campo “Yoga as a lifestyle” in un posto che si chiama la Città dell’Utopia, sapevo che devo stare là. E non ho sbagliato. Questo campo, che aveva luogo dal 9 al 16 settembre 2017, è stato davvero una esperienza unica e molto speciale.

La cosa più bella che possiamo dare agli altri è accettarli come sono, farli sentirsi accettati ed amati. La cosa più importante che possiamo fare per noi stessi, dopo accettarsi ed amarsi, è aiutare e servire agli altri. In questo campo abbiamo fatto tutte e due. Noi dieci, dai diversi paesi, diverse culture, con personalità diverse, abbiamo toccato la sostanza dell’essere durante quei sette giorni. Lo abbiamo fatto con il grande aiuto e la direzione del nostro maestro di yoga (non solo di yoga, ma anche di vita) Salvatore Spataro. Lui ha fatto proprio questo, ci ha fatto sentire accettati ed amati, liberi ad essere noi stessi, senza costrizioni, senza aspettative, senza giudizi. Beh, forse non eravamo proprio tutti pronti per accettarlo, ma anche riconoscere di essere impreparati è stato importante – saper accettare di non accettare, dare tempo a se stessi. Insomma, il campo è stato un passo importantissimo per tutti noi, avanzato per alcuni, iniziale per gli altri, ma non importa, perché non siamo tutti uguali, né migliori, né peggiori: siamo semplicemente diversi.

Abbiamo esercitato una disciplina auto-imposta, grazie alle regole che Salvatore ci ha presentato; non è stato difficile seguirle perché ci ha dato anche gli strumenti per ragionare su di esse, per capire perché fosse importante seguirle. Ci ha aiutato a comprendere come il nostro comportamento e le nostre decisioni toccano gli altri, toccano tutto il gruppo. Quindi, non ci alzavamo alle 7:30 senza capire perché, semplicemente perché qualcuno ci aveva detto di farlo, ma perché era la cosa giusta nel quel momento. Anche il fatto che dovevamo cucinare e pulire da soli per tutto il gruppo, in turni, ha contribuito alla creazione di questo senso di responsabilità e solidarietà.

Ogni mattina ed ogni sera abbiamo praticato yoga, abbiamo imparato qualche nuova posizione, ma ancora più importante, abbiamo imparato qualcosa di noi stessi. Parlavamo molto, e questo mi è piaciuto tanto. Perché, come ci ha spiegato Salvatore, fare yoga non vuol dire solo fare le asane. Yoga è un modo di vivere, significa coscienza assoluta, consapevolezza d’ogni istante, del presente, dei propri pensieri, parole ed azioni, ma pure dei bisogni e del benessere degli altri. E una società piena di persone così consapevoli e riguardose può essere solo perfetta. O, se non altro, sarebbe sulla strada per diventarlo.

Abbiamo fatto anche diversi esercizi di respirazione e un po’ di meditazione, tutto questo con un unico obiettivo: conoscere se stessi, accettare se stessi ed esprimere tutto quello che siamo.

Inoltre, il bellissimo laboratorio di yoga e arte che abbiamo avuto con un altra giovane maestra di yoga, Laura, ci ha aiutato ad esprimerci meglio, a scoprire le cose dentro di noi, a mostrarle a noi stessi e agli altri. Perché tutto quello che abbiamo disegnato dopo aver praticato un po’ di yoga sembrava essere uscito proprio dal dentro di noi, da quella parte inconsapevole ed sconosciuta. Per me è stato molto emozionante, perché ho scoperto qualcosa nuovo su di me e ho avuto l’opportunità di conoscere meglio gli altri, di vedere una parte molto profonda ed intima delle loro anime, e mi ha commosso davvero.

Anch’io ho avuto l’opportunità di parlare di quello che mi interessa tanto e che ho trovato messo in pratica durante questo campo, ovvero il legame tra l’utopia e sviluppo personale, specialmente seguendo le filosofie e religioni orientali e le pratiche ad esse connesse. Ho quindi presentato brevemente la mia ricerca su questo legame, usando gli esempi dell’utopia letteraria nella letteratura anglosassone. Sono molto grata allo SCI per questa opportunità e la bellissima esperienza di aver potuto condividerla con gli altri.

Ogni giorno avevamo anche del tempo libero per vedere la città e l’abbiamo usato per visitare i posti turistici e passare del tempo insieme, conoscendoci meglio.

Ma questo campo non è stato solo visite, yoga, meditazione e contemplazione filosofica. Facevamo anche un po’ di lavoro fisico che ha perfettamente completato il lato spirituale di questa esperienza. Abbiamo cominciato a costruire il sentiero davanti al Casale. Non ci siamo riusciti a finirlo a causa del brutto tempo ad inizio settimana e mancanza di tempo alla fine, ma la cosa più importante è che abbiamo fatto qualcosa. Abbiamo contribuito a questo posto incredibile, (ri)costruito dallo sforzo comune di tante persone. Per me è stata una cosa importantissima (forse non tanto per quelli che dovevano finire il sentiero, scusate!).

L’ultimo giorno del campo, che per noi volontari era libero, mi ha lasciato una grandissima impressione: presso il Casale c’era quel giorno il mercatino e il pranzo comune. Noi non eravamo tenuti a fare nulla, ma potevamo dare una mano se volevamo, e infatti in molti abbiamo scelto di farlo. Io amo Roma, tanto. Mi sono innamorata di questa città. Cerco visitarla e girarla ad ogni occasione. Avevo un pomeriggio libero, potevo fare che volevo. Eppure, l’unica cosa che mi veniva da fare era stare nella cucina (e neanche mi piace cucinare) ed aiutare come potevo e sapevo. Semplicemente sentivo un grande desiderio d’aiutare, di far parte di quella comunità, e ancora lo sento. Mi sentivo viva, sentivo di aver un motivo, un obiettivo, di fare la cosa giusta, la cosa che finalmente ha un senso tra tutta l’assurdità dell’esistenza umana.

Semplicemente, mi sentivo ispirata dal quel posto che porta un messaggio forte di solidarietà, tolleranza, amore, servizio comune ed attivismo sociale; un posto che comunica questo messaggio non solo a parole, ma attraverso le azioni, dando un esempio vivo e una motivazione agli altri di fare la stessa cosa. E questo messaggio ancora risuona dentro di me e attraverso me, portandomi a fare tutto ciò che posso per aiutare e contribuire anche nel mio paese.

Perché utopia non è un posto immaginario, né un posto fisico. È un processo che avviene dentro ognuno di noi. Il nostro comportamento, le nostre decisioni, non sono solo nostri. Rappresentano un esempio per tutta la società. Per questo è importante curare se stessi, essere la migliore versione di se stessi e così aiutare il mondo a diventare un posto migliore. In questo campo abbiamo imparato dell’importanza del proprio benessere e il suo legame con il benessere sociale.

Forse i risultati e gli effetti materiali di questo campo non sono tanti (un paio del pallet fissati a terra come inizio di un sentiero); ma quello che abbiamo imparato e portato dentro sicuramente avrà effetti molto più visibili e durevoli. Al primo posto, rimane sicuramente bella amicizia nata tra alcuni di noi. E anche il fatto che tutti abbiamo cominciato o continuato a praticare un po’ di quello che abbiamo imparato, a vivere il messaggio di solidarietà, tolleranza, amore, consapevolezza, servizio comune, per vivere una vita significativa.

Perché utopia non si può imporre da fuori, deve venire dal dentro ognuno di noi. Si crea come un “torrent” si scarica da Internet: un po’ qua, un po’ la; e tutti noi siamo i suoi ambasciatori.

Nella Meseta Iberica: un campo di volontariato in Spagna

Nella Meseta Iberica: un campo di volontariato in Spagna

Pubblichiamo la testimonianza di Livia De Pasqualis e Giacomo Di Capua, due volontari che hanno preso parte a un campo di volontariato internazionale in Spagna la scorsa estate, in supporto alle attività dell’associazione GREFA (“Grupo de Rehabilitación de la Fauna Autóctona y su Hábitat”).

Dall’1 al 15 di agosto siamo stati in Spagna, in un piccolo paesino di nome Villalar De Los Communeros, per prendere parte ad un campo di volontariato volto all’aiuto e alla protezione di animali selvatici. Il campo era organizzato dal GREFA (“Grupo de Rehabilitación de la Fauna Autóctona y su Hábitat”) che disponeva di una dimora suddivisa in due camere da letto, due bagni ed una cucina, e di uno spazio adibito al lavoro.

Il lavoro che abbiamo svolto durante queste due settimane si è rivelato essere differente da ciò che ci
aspettavamo dalla lettura dell’info-sheet. Infatti la maggior parte del nostro tempo è stata impiegata per la cooperazione nella costruzione di una piccola casa, fatta principalmente da paglia e mattoni, futura residenza temporanea di persone all’interno del GREFA; altri momenti invece sono stati dedicati alla pulizia di nidi per rapaci, predatori di una specie di topi selvatici (topillos) causa del deperimento dei campi di coltivazione locale. Lo scopo del posizionamento dei nidi dei quali noi eravamo addetti a pulizia e manutenzione era incoraggiare l’aumento di popolazione di tali rapaci, profondamente diminuita a causa dei velenosi pesticidi agricoli dispersi nell’ambiente e ingeriti, per regolare di contro l’esponenziale aumento di quella di topillos.

Le persone con cui abbiamo lavorato e vissuto, oltre ai tre organizzatori spagnoli, erano ragazzi leggermente più grandi di noi provenienti dal Belgio, dalla Danimarca, dalla Slovenia, dalla Russia, dal Messico e dalla Spagna stessa. La costruzione della casa è stata parte integrante di un lavoro promosso dalla stessa GREFA in materia di eco-architettura e, nonostante le nostre aspettative in materia non fossero alte in merito, siamo riusciti a conseguire la quasi totalità del lavoro.

L’ambiente sociale del paesino sebbene povero di stimoli è stato molto accogliente e cordiale anche verso volontari che non conoscevano la lingua, mostrandosi disponibili a capire e farsi capire, a farci integrare nella inaspettatamente attiva movida del paesino di circa 100 anime. Il gruppo, eterogeneo per età e ambiente di provenienza, si è trovato in principio a diversi auto-organizzare a causa della mancanza del coordinatore SCI nella prima settimana, ruolo che è stato faticosamente sostenuto da una volontaria spagnola che è stata spinta dalle eccessive responsabilità a lasciare il campo stesso.
Rattristati dalla sua partenza, siamo stati sostenuti e sollevati da una coordinatrice spagnola, la quale prontamente è stata in grado di gestire al meglio situazione un po’ complicata a causa delle difficoltà dei camp leader nel comunicare in inglese.

Tutte le giornate lavorative sono state coronare da bevute in compagnia, discussioni con gli agricoltori autoctoni in esperanto, giochi in gruppo realizzati (con esiti esilaranti) da volontari e locali, il tutto accompagnato da pomeriggi passati nella piscina comunale a cui i volontari internazionali avevano accesso gratuito. Per nostra iniziativa, siamo riusciti ad organizzare viaggi in tre città della Spagna centro-settentrionale (Salamanca, Valladolid e Zamora) dove il gruppo ha avuto la possibilità di conoscersi meglio e raggiungere un livello di intesa che innegabilmente si è manifestato in una crescente efficienza nei giorni di lavoro.

Oltre al dipinto di una Spagna rurale ed selvaggia ben distante dalla scena metropolitana madrileña o barceloneta ma al contempo viva e fervida, questo work-camp ci ha lasciato delle abilità (come quella nell’edilizia) che difficilmente pensavamo avremmo potuto ottenere in un’esperienza di tipo ambientalistico insieme a dei legami indissolubili che, vuoi per necessità vuoi per difficoltà, si sono formati con gli altri volontari internazionali nel vivere la quotidianità con le sue problematiche ed le sue avventure.