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Voci dal Libano: racconto di un viaggio di attivist@ SCI [Parte III]

Voci dal Libano: racconto di un viaggio di attivist@ SCI [Parte III]

Pubblichiamo la terza parte del racconto di Agnese, Alberto, Ekaterina, Francesca, Marco e Martino, una delegazione di attivisti e attiviste del Servizio Civile Internazionale in visita in Libano dal 28 aprile al 2 maggio 2018. Da Beirut a Tripoli, passando per il campo profughi di Tel Abbass, fino a Minyara per conoscere l’esperienza della scuola di Malaak e ancora a Beirut nel campo di Shatila.

Da questo viaggio è nata l’idea di portare un campo di volontariato internazionale presso il campo di Tel Abbass, dal 15 al 25 luglio 2018. Qui la scheda completa del campo. Per partecipare al campo, è obbligatorio aver preso parte agli incontri di formazione di I e II livello. Per chi non ha potuto farlo, si richiede di partecipare obbligatoriamente alla formazione di I e II livello che si terrà a Bologna, dal 29 giugno al 1 luglio. Per informazioni, contattare nordsud@sci-italia.it.

Leggi qui la prima parte, leggi qui la seconda parte.

Veniamo accompagnati fino ad Halba, dove prenderemo un passaggio verso sud. In un’ora siamo a Tripoli e, dopo circa due ore e mezza, nuovamente a Beirut. Abbiamo un appuntamento presso uno degli ingressi di Shatila, uno dei campi profughi palestinesi interni all’area urbana di Beirut; forse il più vecchio, dato che esiste da 70 anni ed è tristemente noto insieme al campo di Sabra per la strage del 1982. Troviamo un service. L’autista dimostra più anni di quanti sicuramente ne ha e quando diamo la destinazione da raggiungere rimane interdetto, ci guarda come a dire: “Davvero? Volete andare a Shatila?” Noi gli confidiamo che staremo lì anche a dormire e si convince che quella è davvero la nostra meta.

Dopo un paio di telefonate con il nostro contatto a Shatila arriviamo a destinazione. Majdi è lì, davanti a un mercatino di frutta ad aspettarci. Scendiamo, paghiamo l’autista e salutiamo il nostro ospite. Majdi ci fa strada, lo seguiamo ed entriamo in un altro mondo. La prima cosa che ci salta all’occhio è la strada: piena di buche, di pozzanghere e di terra. È rovinata, diversa dalle altre strade di Beirut. Il nostro sguardo si alza, guardiamo le case, di cemento e mattoni, le piccole finestre con le grate, i muri crivellati dai colpi di proiettile.

All’entrata di Shatila ci sono numerose bandiere dei gruppi politici che gestiscono il campo, insieme a quelle della Palestina, e cartelloni con volti di cui ignoriamo l’identità; e poi ci sono i fili: infiniti grovigli di cavi dell’elettricità e tubi dell’acqua che si intersecano, che creano una ragnatela inestricabile che in alcuni punti oscura il cielo. A destra e sinistra ci sono negozi di ogni tipo: c’è chi vende articoli per la casa, teiere, caffettiere, sedie, piatti, bastoni piumati per pulire i vetri dell’auto, c’è chi vende vestiti, chi cibo, chi ha una specie di officina per i numerosi motorini e c’è un bambino che legge seduto a fianco ad alcune casse di legna da ardere, in attesa di qualche cliente.

Dopo alcuni passi ci accorgiamo del caos che regna lungo questa strada, una delle vie più larghe del campo. Cinque o massimo sei metri dividono le case. Uomini, donne e bambini, motorini, auto e carretti affollano la strada, mentre i rumori delle marmitte e dei clacson riempiono l’aria. Camminiamo per alcuni minuti e raggiungiamo le scale che portano alla casa di Majdi e che danno direttamente sulla strada. Saliamo, gradino dopo gradino, e possiamo vedere “l’interno” di quello che, con molta ironia, potremmo definire il condominio. Una scala che porta a piccolissimi appartamenti bui e spogli, un percorso con enormi squarci nei muri che lasciano intravedere la strada e i piani superiori delle altre case; i gradini sono sconnessi, umidi, con scarichi dell’acqua intasati sui pianerottoli e cavi che pendono a mezza altezza.

Arriviamo in cima, al sesto piano. Majdi abita lì, in una casa con due stanzette risicate, un cucinino e un bagno di circa un metro quadro. Il tetto forse è in amianto, hanno tre letti e due divani e uno spazio all’esterno, una specie di “terrazzo” coperto da un’enorme lamiera dove stendono i panni e conservano nelle cisterne riserve di acqua… salata. Lasciamo le valige, ci sediamo sul tappeto nella parte esterna della casa e arriva Basmat, moglie di Majdi, con un vassoio di tè. Shukran!

Majdi inizia a parlarci di Shatila, del problema del sovrappopolamento, di come 28.000 persone vivano in 1,5 km e di come la fuga dalla Siria di milioni di persone abbia reso la situazione ancora più complessa. I problemi qui sono moltissimi, a partire dalla povertà e dall’impossibilità di svolgere qualsiasi lavoro che non sia il più umile possibile; l’acqua delle cisterne è salata, non si può bere ed è quella con cui ci si deve lavare; l’elettricità c’è, ma costa tantissimo e spesso salta la luce. Il problema è il lavoro, perché la legge libanese, come per i siriani, limita i palestinesi a lavorare unicamente nell’edilizia e nella nettezza urbana (o nell’agricoltura, che vorrebbe dire, però, abbandonare quel poco che hanno qui). Per i giovani, le bambine e i bambini i problemi riguardano la scuola, la salute e gli spazi ricreativi: ci sono le scuole dell’UNRWA, ma classi sono di almeno 40 alunni, l’aria è malsana e le malattie respiratorie sono in grande aumento. Non ci sono spazi ampi dove giocare e divertirsi, se non i tetti delle case su cui arrampicarsi.

Majdi inizia a parlare di se: fa l’allenatore. Allena una squadra di basket femminile, di ragazze palestinesi, ma anche libanesi, ci dice che per lui lo sport deve unire e non dividere e che alle ragazze piace moltissimo avere questo spazio di libertà. È molto fiero di questa sua iniziativa, ce la racconta a lungo e ci parla di quella volta che è riuscito a portare la squadra a Roma, per partecipare al torneo di Basket Beat Borders e che, quest’anno, porterà di nuovo la squadra a Roma e forse anche a Milano. Ha conosciuto tante persone e anche figure autorevoli dello sport italiano, cosa di cui è estremamente orgoglioso. È allenatore, presidente e capitano anche di una squadra di calcio maschile: il Real Palestine. Domani li conosceremo. Ci racconta di sua figlia, del suo nipotino e dei suoi due figli maschi; dei progetti falliti dell’Unione Europea di sistemare la fornitura d’acqua del campo; della condizione dei palestinesi in Libano e dei siriani.

All’ora di cena siamo attesi in un locale della zona “occidentale” di Beirut. Majdi ci fa accompagnare da un suo parente. Poi torniamo a casa, dove Majdi ci aspetta con altro tè e ci organizza per la notte: le donne dormiranno dentro casa e gli uomini fuori. Per noi non c’è alcun problema e nel giro di poco andiamo a letto. Non tutti riescono a dormire sonni tranquilli. I più fortunati hanno il privilegio di sentire i rumori e i suoni della notte di Shatila, che squarciano un silenzio che non esiste. Quelli più stanchi e con il sonno più pesante dormono e non sanno che cosa si perdono. E ancora gli odori, che riportano alla mente le condizioni terribili in cui vive la gente di Shatila. Si sono fatte le due di notte.

Piano piano l’attività del campo diminuisce, poche ore di quiete. È l’ora della preghiera. Saranno le quattro e mezza. Gli altoparlanti fanno risuonare il canto dei muezzin. I rumori di sottofondo e i latrati dei cani che non smettono mai di abbaiare, accompagnano le melodie che si intrecciano in un miscuglio incomprensibile, strano e inspiegabile per chi non ha mai passato una notte in un posto come questo.

Voci dal Libano: racconto di un viaggio di attivist@ SCI [Parte II]

Voci dal Libano: racconto di un viaggio di attivist@ SCI [Parte II]

Pubblichiamo la seconda parte del racconto di Agnese, Alberto, Ekaterina, Francesca, Marco e Martino, una delegazione di attivisti e attiviste del Servizio Civile Internazionale in visita in Libano dal 28 aprile al 2 maggio 2018. Da Beirut a Tripoli, passando per il campo profughi di Tel Abbass, fino a Minyara per conoscere l’esperienza della scuola di Malaak e ancora a Beirut nel campo di Shatila.

Da questo viaggio è nata l’idea di portare un campo di volontariato internazionale presso il campo di Tel Abbass, dal 15 al 25 luglio 2018. Qui la scheda completa del campo. Per partecipare al campo, è obbligatorio aver preso parte agli incontri di formazione di I e II livello. Per chi non ha potuto farlo, si richiede di partecipare obbligatoriamente alla formazione di I e II livello che si terrà a Bologna, dal 29 giugno al 1 luglio. Per informazioni, contattare nordsud@sci-italia.it.

Qui la prima parte del racconto.

Dell’impossibilità di un ritorno in Siria in sicurezza ce ne parla Abu Hussein, il responsabile del campo, tradotto da Alessandro e Matteo. Siamo nella tenda della famiglia di Abu e ci viene servito immediatamente del tè. Ci racconta brevemente della sua storia: è in Libano con la sua famiglia da cinque anni e in Siria facevano una vita bella. Lavorava come marmista ad Aleppo e aveva una casa di due piani. Ma in Siria tutto è stato distrutto, le città sono ormai solo scheletri vuoti e la vita è diventata impossibile.

Molti vogliono ritornare in Siria e non sono solo i bombardamenti ad impedirglielo. Ci sono anche i rischi che correrebbero varcando il confine: le violenze, le torture, la prigionia – qualora riconosciuti come disertori – o gli arruolamenti forzati. Non ci sono le condizioni di sicurezza necessarie per poter tornare in Siria. È proprio da qui, da Tel Aabbas, che è nata una proposta di pace per la Siria, scritta da chi ha subito e soffre le conseguenze della guerra sulla propria pelle.

Alessandro ci parla dei corridoi umanitari, un altro aspetto importante dell’attività di Operazione Colomba. Creare un corridoio umanitario significa individuare famiglie e strutture, in un safe country, che possano garantire accoglienza e offrire ospitalità ai profughi. L’Europa viene considerata un posto dove ricostruirsi una vita, dove tornare a guardare al futuro con una speranza. Il lavoro nel campo è anche quello di individuare le famiglie in condizioni di vulnerabilità che possano essere accettate in un percorso di ottenimento del visto per l’Italia, la Francia o il Belgio (gli unici stati europei che prevedono, in rari casi, la creazione di corridoi umanitari).

In un anno sono stati ottenuti circa 2000 visti, ma le richieste sono molte di più e pochissime vengono soddisfatte.

Si passa alle domande, a una discussione che porta i volontari di Operazione Colomba a spiegarci le difficoltà di vivere nel campo: la fatica e mentale; la tristezza e il peso delle vite distrutte di famiglie intere; la necessità di dire dei no e di porre dei limiti; ma anche la consapevolezza di essere nel posto giusto, nonostante tutte queste difficoltà.

Ormai il sole è tramontato e noi dobbiamo andare verso Minyara dove incontreremo Abdo Hsyan, che ci parlerà della scuola di Malaak e della proposta di pace per la Siria. Baci e abbracci, saluti come se i bambini ci conoscessero da anni, un po’ di amarezza sapendo che certamente non li rivedremo presto. Ci carichiamo su due furgoncini traballanti e raggiungiamo una casa. Entriamo e lì ci viene presentato Abdo Hsyan, colui che viene considerato l’ideatore della proposta di pace per la Siria: una proposta che prevede la creazione di una zona sicura dove far tornare la popolazione siriana, una zona libera dalla guerra e dove la popolazione possa vivere senza timore di soprusi, violenze e arresti. Qui potete leggere la loro proposta.

Lunedì 30 Aprile – Colmare il vuoto

Abbiamo dormito nella guesthouse della scuola di Malaak. Ci siamo arrivati di notte quindi non abbiamo capito esattamente dove fossimo. La scuola si trova non molto lontano da Tel Aabbas, tra i campi coltivati e i numerosi campi profughi della zona. Incontriamo Joyce, la coordinatrice della scuola, che lavora qui dal 2012.

Passiamo tra i bassi edifici e sbirciamo dentro le aule: mille mani ci salutano, insegnanti e bambini sorridono, le mamme in cucina mostrano orgogliose il pranzo che hanno preparato. Durante il giro Joyce ci racconta un po’ la storia di Malaak, di com’è nata tra le tende di un campo profughi siriano nei primi mesi dopo l’inizio della guerra e di come quest’esperienza si è sviluppata negli anni. Associazioni locali, singole donne e uomini si sono dati da fare per portare avanti un progetto educativo per i bambini siriani, esclusi, almeno nei primi anni di “emergenza”, dai circuiti della scuola statale libanese.

Da una piccola scuola informale all’interno di un campo profughi si è passati a una scuola vera e propria, con strutture fisse: le classi, un’aula di musica, una biblioteca, un’aula di informatica, una mensa, degli spazi esterni per giocare, un campetto da basket e un piccolo campo da calcio, dove finalmente bambini e ragazzi “vanno a scuola”. Le maestre e i maestri sono siriani e libanesi, le madri degli studenti a turno si occupano della mensa, mentre altri permettono il funzionamento della scuola a livello amministrativo e si occupano della gestione ordinaria, della pulizia e della manutenzione. Attualmente gli studenti sono circa 400 e la scuola di Malaak è aperta dalle 8 alle 14, mentre nel pomeriggio i ragazzi e le ragazze più grandi frequentano le scuole libanesi dei paesi vicini, per seguire gli stessi programmi educativi rivolti ai giovani locali (anche se le lezioni si tengono in classi separate, siriani da un lato e libanesi dall’altro).

Fino a qualche anno fa la situazione era diversa: i siriani non potevano frequentare le scuole, non si potevano iscrivere e non erano stati attivati corsi per loro. Per questo motivo gli studenti di Malaak erano molti di più, perché era l’unica scuola che apriva loro le porte. Joyce ci dà una piccola brochure su cui è riportata la frase: Malaak fills the gap (Malaak colma il vuoto). Questo è il senso della scuola: colmare il vuoto istituzionale, il vuoto educativo attorno ai siriani. Garantire quindi l’istruzione anche agli ultimi, facendo in modo che le bambine e i bambini siriani abbiano la possibilità di frequentare la scuola libanese, in cui ci sono anche lezioni in francese, lingua ufficiale in Libano, che non è conosciuta in Siria. Tutto questo significa occupare il tempo di vita dei bambini e delle bambine con attività educative e relazioni con i coetanei, tempo che altrimenti sarebbe vuoto o verrebbe riempito con il lavoro e lo sfruttamento.

Esiste anche un altro progetto importante di cui ci parla Joyce: corsi di alfabetizzazione per le donne siriane. Un progetto che dovrebbe iniziare a breve e mira ad accrescere la consapevolezza delle donne. A questo punto entriamo nella struttura usata come segreteria, dove ci offrono un caffè prima di discutere del progetto di collaborazione tra lo SCI Italia e Malaak. Joyce è molto disponibile e attenta,le spieghiamo i nostri progetti di volontariato a breve e a lungo termine, delle necessità della scuola e dell’utilità della presenza di volontari/e internazionali. Per quello che riguarda i campi di volontariato a breve termine, Joyce spiega come proprio questi siano l’occasione giusta per i/le volontari/e che hanno un piccolo progetto da realizzare: un progetto artistico, sportivo, musicale o teatrale; qualcosa da realizzare nel periodo di permanenza a Malaak. Discutiamo delle disponibilità di spazio, dei tempi e dei contributi anche economici che i volontari potrebbero dare alla scuola, cerchiamo di capire quali sono le possibilità reali di fare qualcosa e iniziamo a segnarci alcuni punti condivisi e criticità.

È però giunta l’ora di lasciare la scuola per dirigerci nuovamente verso Tripoli e tornare a Beirut.

Voci dal Libano: racconto di un viaggio di attivist@ SCI [Parte I]

Voci dal Libano: racconto di un viaggio di attivist@ SCI [Parte I]

Pubblichiamo la prima parte del racconto di Agnese, Alberto, Ekaterina, Francesca, Marco e Martino, una delegazione di attivisti e attiviste del Servizio Civile Internazionale in visita in Libano dal 28 aprile al 2 maggio 2018. Da Beirut a Tripoli, passando per il campo profughi di Tel Abbass, fino a Minyara per conoscere l’esperienza della scuola di Malaak e ancora a Beirut nel campo di Shatila.

Da questo viaggio è nata l’idea di portare un campo di volontariato internazionale presso il campo di Tel Abbass, dal 15 al 25 luglio 2018. Qui la scheda completa del campo. Per partecipare al campo, è obbligatorio aver preso parte agli incontri di formazione di I e II livello. Per chi non ha potuto farlo, si richiede di partecipare obbligatoriamente alla formazione di I e II livello che si terrà a Bologna, dal 29 giugno al 1 luglio. Per informazioni, contattare nordsud@sci-italia.it.

Sabato 28 Aprile – Avvicinamento graduale

Atterriamo… Rifornimento d’acqua, cambio soldi, acquisto di una SIM libanese e siamo pronti a cominciare la nostra esplorazione. Fuori dall’aeroporto, un tassista ci convince che sia una buona idea raggiungere la nostra destinazione sul suo furgone da 8 posti.

Carichiamo le valige e saliamo sul taxi. Ci viene dato subito un assaggio dell’incredibile stile di guida che si tiene sulle strade libanesi: usciti dall’aeroporto evita un incidente con la prima macchina che incontriamo, accosta per chiedere informazioni senza badare al motorino che sta stringendo sulla destra e effettua sorpassi quando non c’è palesemente lo spazio per passare.

La via che porta verso il quartiere Hamra ci permette di vedere le prime caratteristiche della città: a palazzi moderni e abbastanza sfarzosi si contrappongono casermoni e condomini fatiscenti e le moschee, da cui svettano i minareti, si alternano alle bianche chiese dei cristiani maroniti.

Finalmente arriviamo a destinazione, ci sistemiamo e ci prepariamo a raggiungere Alice in un ristorante dove fanno cucina tipica libanese. Per raggiungere il ristorante ci affidiamo questa volta ad un “service”: un taxi meno costoso e sopratutto con il conducente meno interessato al fatto che siamo in 6 con soli quattro posti disponibili. Ci stringiamo ed è lì che facciamo il nostro primo incontro inaspettato. Il loquace guidatore è armeno. Gli armeni sono solo uno degli innumerevoli gruppi nazionali o religiosi che compongono la popolazione di Beirut. Dallo specchietto retrovisore pende una bandiera rossa, arancione e blu e subito cominciamo a parlare dell’Armenia e delle proteste che in quei giorni animavano l’opposizione al presidente dai modi autoritari e dittatoriali. Noi chiediamo, lui racconta e dice la sua. L’autista è fieramente armeno, ma è anche libanese. Non è strano. Lui è solo il primo esempio della popolazione del Libano, molto variegata e dalle identità più disparate.

Veniamo lasciati davanti a Radio Beirut, nel quartiere “occidentale” della città, dove macchine di lusso, luci, locali, musica americana, sushi e turisti animano la strada.

Il primo giorno è stato tranquillo, con un avvicinamento graduale alla realtà libanese, rimanendo però in contesti ancora molto vicini alla nostra esperienza quotidiana.

Domenica 29 Aprile – I siriani in Libano

Oggi dobbiamo andare a nord, a Tel Aabbas, a circa 5 km dal confine della Siria. In quell’area ci sono numerosi campi profughi di siriani, che ormai da 7 anni sono in fuga dalla guerra che devasta il loro paese. Andremo in un campo per vedere la situazione al suo interno e conoscere i volontari italiani di “Operazione Colomba”, presenti in loco da diversi anni.

Ci dividiamo in due gruppi, i primi raggiungeranno Tel Aabbas con uno dei furgoni che fanno da collegamento tra Beirut e Tripoli (città poco più a sud di Tel Aabbas), mentre il secondo gruppo andrà in macchina con Gaia per fermarsi a comprare medicinali da portare ai bambini e alle famiglie del campo.

Iniziamo il viaggio e Gaia ci spiega quali sono le condizioni dei siriani in Libano. Non sono riconosciuti come rifugiati e non hanno neanche i documenti a posto per vivere in Libano regolarmente. La loro condizione è peggiorata negli ultimi anni, da quando il governo libanese ha smesso di regolarizzare l’ingresso dei siriani nel proprio territorio.

Dallo scoppio della guerra in Siria si sono moltiplicati i campi profughi e le condizioni dei siriani non sono certo andate migliorando. I profughi siriani sono 1/4 della popolazione totale libanese, non hanno praticamente diritti e se anche riuscissero a trovare un lavoro, per legge, possono svolgere soltanto mansioni molto umili, come quella del contadino, del muratore o del raccoglitore di rifiuti; tutte le altre professioni sono negate. Questa situazione così drammaticamente complessa per le famiglie siriane è peggiorata con il clima politico montato in questo periodo di elezioni, le prime dal 2009: sembra infatti che tutti i partiti, anche quelli più aperti e meno conservatori, sottolineino la necessità di allontanare i siriani per risolvere i problemi del paese.

Arrivati al campo di Tel Aabbas veniamo accolti da Alessandro e Matteo, due volontari di Operazione Colomba, e subito siamo circondati da ragazzi che vogliono conoscerci. Alessandro ci porta in un punto sopraelevato rispetto alle tende da cui è possibile vedere quasi tutto il campo e conferma le parole di Gaia rispetto alla condizione dei siriani in Libano.

Ci racconta che Operazione Colomba è attiva in questa zona dal 2013 e che le attività dei volontari sono le più disparate: accompagnano le persone all’ospedale, le seguono nelle pratiche legali, ne condividono la vita quotidiana e le difficoltà del campo, si relazionano con le persone esterne, spesso diffidenti e impaurite, e molto altro. Alessandro dice che uno dei loro compiti è quello di “ascoltare il dolore delle persone”, di conoscere le loro storie, di dargli importanza, di ascoltare le loro paure, di conoscerne le sofferenze, per aiutarle a reggerne il peso. Un lavoro importante, molto faticoso, ma che esprime un incredibile senso di umanità.

I siriani sono ancora una minoranza, c’è ancora molta paura e diffidenza da parte della popolazione autoctona. Ci sono stati infatti atti violenti nei loro confronti e delle strutture del campo: hanno cercato di dare alle fiamme la scuola del campo profughi e pochi giorni prima del nostro arrivo il governo libanese ha cercato di ottenere l’abbattimento di alcune baracche, considerate troppo vicine alla strada. Tra le tante attività, Operazione Colomba riesce a far venire a Tel Aabbas un medico che, regolarmente, visita gli abitanti di questo campo e di quelli vicini (è raro per i rifugiati poter disporre di un medico).

Ci hanno preparato un pranzo favoloso, veniamo trattati come ospiti d’onore. Si chiacchiera, si parla del Servizio Civile Internazionale e dell’esperienza di una casa famiglia, risuonano nell’aria numerosi shukran (grazie) rivolti ai bambini, alle ragazze e alle donne che continuano a portare cibo, acqua e tè in abbondanza. Finiamo di mangiare e veniamo assaliti dai bambini e dalle bambine: è tempo di disegni sui fogli e sulle braccia, di origami e di giochi, di abbracci e di presentazioni.

Dopo facciamo il giro del campo, i bambini ci seguono, c’è chi si fa portare in braccio e chi si fa fare delle foto, noi osserviamo con attenzione l’ambiente: i murales, le tende, la scuola a cui hanno cercato di dare fuoco qualche tempo fa; chiediamo, fotografiamo e prendiamo appunti. Matteo ci fa da guida e ci spiega come è nato il campo, delle prime tende e baracche costruite sotto gli ulivi per cercare riparo dal sole, dell’ostilità del governo libanese e dei rapporti non sempre facili tra gli abitanti.

In questo, che è solo uno dei tanti campi profughi della zona, vivono in condizioni critiche circa 200 persone. Ci sono problemi di accesso all’acqua potabile e ai servizi igienici. Qui le persone convivono ogni giorno con il carico emotivo di chi è fuggito dalla guerra, col desiderio di tornare a casa e la tremenda consapevolezza dell’impossibilità di farlo.

Le case crollano, ma “chissenefrega”: testimonianza da un campo a Capricchia

Le case crollano, ma “chissenefrega”: testimonianza da un campo a Capricchia

Pubblichiamo la testimonianza di Giorgia Ghione, coordinatrice del campo di volontariato internazionale tenutosi lo scorso agosto 2017 a Capricchia, nella conca amatriciana.

“Le case crollano, ma chissenefrega”… non è una frase detta o pensata da chi avrebbe dovuto e dovrebbe occuparsi della ricostruzione delle zone colpite dal sisma dell’Agosto 2016. È una frase che può sembrare superficiale, ma in realtà racchiude in se il vero spirito della gente di Capricchia che ho avuto la fortuna di conoscere l’estate scorsa, durante il campo di volontariato che ho coordinato in questo piccolo paese della Conca Amatriciana.
L’ho sentita durante la festa del paese, un appuntamento annuale che nessun capricchiano si lascia scappare. “Chissenefrega” se abbiamo perso tutto a livello materiale, se il paese è distrutto, se siamo stati abbandonati.

“Capricchia vive”: è stato il coro che ha accompagnato tutta la serata, tra bicchieri di vino e filastrocche cantate tutti assieme accompagnati dall’organetto. Può sembrare assurdo, ma in una simile atmosfera ci si può dimenticare di essere in mezzo alle macerie. Ci si può scordare di essere circondati da case crepate che tra qualche anno saranno definitivamente squarciate da quelle crepe e collasseranno su se stesse, case che sembrano tagliate in due da un coltello mostrando il loro interno con ogni oggetto cristallizzato dalla sera del terremoto. Letti ancora disfatti, panni stesi, lo spazzolino da denti in un bicchiere appoggiato sul lavabo, l’ accappatoio appeso, la brocca d’ acqua ancora sul tavolo. Tutto apparentemente immobile, come un fermo immagine… che però scricchiola.

Chi sono questi capricchiani? Cos’è Capricchia oggi e cos’era prima del sisma? Era semplicemente un piccolo paesino della Conca Amatriciana con pochissimi abitanti durante l’inverno e d’estate brulicante di persone che avevano qui la casa dei nonni dove tornare per trascorrere le vacanze. La cosa che vorrei raccontare è cos’è diventata Capricchia dopo il sisma, ripercorrendo le storie che ho ascoltato durante il campo.

Il 24 Agosto 2016 Capricchia si sveglia di soprassalto scossa dal terremoto. Tutti escono di corsa dalle case e si riuniscono alla Pro Loco del paese impauriti e preoccupati, non solo per se stessi ma anche per i paesi limitrofi, mentre pian piano giungevano le notizie della vastità della tragedia. Cos’è successo dopo? “Ci siamo infilate in cucina e da li non ci siamo più mosse” ecco come lo raccontano le signore del paese. Penso non si possa spiegare meglio. Il paese ha fatto la cosa più naturale e forte che avrebbe potuto fare: raccogliersi e fare colazione tutti assieme, nonostante tutto. Aiutati dal fatto che la struttura della Pro Loco non aveva subito danni, la cucina è diventata la cucina comune di tutto il paese.

Questo è stato il primo passo di una resistenza degli abitanti, non solo alle difficoltà materiali ed emotive causate dal terremoto, ma anche alle politiche di accentramento messe in atto che avrebbero portato alla morte del paese, come purtroppo è accaduto alla gran parte dei centri abitati della Conca Amatriciana.

La cosa che mi hanno chiesto più spesso riguardo al campo è stata: “cosa avete fatto?” La mia risposta solitamente parte dal piano pratico. Quest’estate Capricchia è riuscita ad ospitare tante persone che hanno deciso di trascorrervi le vacanze, alloggiando in casette prefabbricate. Noi volontari abbiamo aiutato nella manutenzione degli spazi comuni, cucinato, dato una mano a riordinare la cucina e i magazzini, ricolmi di generi alimentari e non solo arrivati disordinatamente durante la breve ondata di solidarietà generale.

La risposta più profonda che do a questa domanda è un’altra. Penso che la cosa più importante sia stata esserci, osservare, cercare di capire e, soprattutto, ascoltare. Penso sia doveroso entrare in una realtà come questa in punta di piedi, in silenzio, con la “smania” (sacrosanta) di aiutare, di fare. Poi, mentre prendi un caffè, mentre sbucci le cipolle, qualcuno inizia a raccontarti la sua storia. Ti racconta di immagini che gli hanno scalfito il cuore per sempre, di rumori che neanche riesci ad immaginare… di dettagli che dipingono la cruda realtà che hanno vissuto.
In quei momenti ti rendi veramente conto di perché sei li, di quanto sia importante non solo “fare” ma calarti in quella realtà, ascoltando i racconti di chi vuole condividere la propria esperienza e vivendo come stanno vivendo loro da un anno.

Ti rendi conto che il solo essere li abbia un significato, che il fatto di essere lì “per loro”, che ti sia mosso da casa per andare li ha un significato importante agli occhi di chi è stato dimenticato.

La cosa più grande che ho portato a casa, oltre al calore delle persone che ho conosciuto, capaci sia di condividere con te la difficile esperienza del sisma che di farti sentire così accolto da dimenticare di essere in mezzo alle macerie, è la loro tenacia.

Il loro “Capricchia vive” racchiude una forza, un’ unione che non riesco a spiegare a parole… ma che sono grata ai capricchiani di aver condiviso con noi durante questo campo.

Studiare le migrazioni attraverso il volontariato: testimonianza da un campo

Studiare le migrazioni attraverso il volontariato: testimonianza da un campo

Pubblichiamo la testimonianza di Angela e Giulia, due volontarie che lo scorso settembre hanno preso parte al campo di volontariato internazionale “Migration studycamp: Entre[Terres]” a Barcellona.

Ci presentiamo: siamo Angela e Giulia, rispettivamente una ragazza veneta di 23 anni, educatrice e aspirante assistente sociale, e una picciotta siciliana di 24 anni, studentessa esportata a Lisbona. Tutt’e due interessate al tema della migrazione e dell’interculturalità, ci siamo conosciute nell’estate 2017 allo scambio giovanile in Catalunya “Open Borders for Diversity” organizzato da SCI.

Dalla condivisione dell’esperienza del campo è nata la nostra amicizia che, nonostante la distanza (2000 km), abbiamo continuato a coltivare grazie alle affinità e agli interessi comuni.

Appena si è ripresentata l’occasione di candidarsi ad un nuovo campo su questi temi, non abbiamo esitato a tuffarci dentro questa nuova avventura.

Così, il 19 di settembre ci siamo riviste all’aeroporto di Barcellona, nello stesso luogo dove ci eravamo incontrate per la prima volta, ignare di ciò che ci aspettava.

Dopo essere state accolte nella sede dello SCI Catalunya, abbiamo conosciuto gli altri partecipanti del Migration studycamp: Entre[Terres]. Ci siamo ritrovate in un gruppo multietnico formato da giovani provenienti da Russia, Portogallo, Corea del Sud, Danimarca, Kurdistan, Belgio, Palestina, Spagna, accomunati dalla curiosità, ma soprattutto dalla volontà di approfondire la migrazione nei suoi vari aspetti.

Il campo di studio era diviso in 5 tipi di attività: momenti di presentazione e valutazione; approfondimenti specifici sui servizi inerenti la migrazione nel territorio; lezioni teoriche tenute da esperti in alcune tematiche della migrazione, quali le frontiere del Mediterraneo e spagnole, il teatro dell’oppresso, la prospettiva del genere, le politiche migratorie spagnole, l’islamofobia; dibattiti e riflessioni all’interno dibattiti e riflessioni del gruppo; workshop Entre[terres], ovvero un laboratorio che ci ha messo in gioco nell’elaborazione di un nuovo strumento per le scuole per sensibilizzare al tema.

In realtà, prima del nostro arrivo è stato richiesto a ognuno di noi di preparare una presentazione sulla situazione attuale migratoria del paese di appartenenza, come primo step di quello che sarebbe stato un continuo scambio di esperienze e conoscenze.

Durante i 10 giorni di permanenza abbiamo dormito in un appartamento in pieno Barrio Gotico a un quarto d’ora a piedi dall’ufficio dello SCI Catalunya (Raval) dove si svolgevano le attività del campo. Essendo un campo di volontari, una delle varie sfide che abbiamo dovuto affrontare è stata la gestione e la condivisione della casa e dei pasti. Anche questa è stato un’occasione di scambio che ci ha arricchito e insegnato a rispettare le abitudini diverse di ognuno.

Non solo abbiamo avuto la possibilità di convivere con un gruppo interculturale ma allo stesso tempo l’opportunità di vivere la città di Barcellona che ci ha ospitato in quei giorni, infatti proprio nello stesso periodo abbiamo vissuto la contestazione dei cittadini catalani e abbiamo anche partecipato alla festa principale della città: La Mercé.

Questo secondo campo ci ha confermato il fatto che non solo partire ti arricchisce a livello di conoscenze ma anche ti aiuta a crescere a livello umano grazie all’esperienza che vivi. Grazie al campo ognuno di noi ha imparato qualcosa dagli altri e ha cominciato a farsi nuove domande, guardando il mondo da un’altra prospettiva.

Ciò che ci portiamo nel cuore di questo campo è la scoperta che ci si può sentire un gruppo omogeneo nonostante le diversità, se liberi di esprimerci e rispettati per le proprie idee.

Non vediamo l’ora di partecipare la prossima estate ad un altro campo insieme!

Girare il mondo in due settimane ad Opacz: testimonianza da un campo

Girare il mondo in due settimane ad Opacz: testimonianza da un campo

Pubblichiamo la testimonianza di Eleonora Ferioli, volontaria che ha preso parte al campo di volontariato internazionale “Around the World (Opacz)” in Polonia la scorsa estate.

Il workcamp si è svolto ad Opacz, a circa venti chilometri da Varsavia, Polonia. Il compito principale era quello di intrattenere, aiutati da maestre, trenta bambini polacchi dai 6 ai 13 anni, dal lunedì al venerdì per due settimane. Il tema del campo era “Around the World”, ovvero un giro del mondo scoprendo le culture, le tradizioni, le curiosità di alcuni paesi.

Partenza da Malpensa, volo tranquillo, ed eccoci, io ed il secondo volontario italiano, all’aeroporto di Warsaw. Dei responsabili vengono a prenderci e da subito iniziano dei piacevoli dialoghi. Sistemiamo i bagagli nelle camere, visitiamo la casa, conosciamo gli altri 5 volontari e la responsabile Dominika, la quale ci propone un tour per Varsavia organizzato da un suo amico che si dimostra essere un’eccezionale guida.

Il giorno seguente inizia il campo: prima tappa del nostro giro per il mondo è proprio la Polonia. Dopo le presentazioni, ci imbattiamo nella lingua polacca. Fino a quel momento infatti, tra di noi volontari avevamo comunicato in inglese. Le maestre parlano con i bambini solo in polacco, così noi volontari siamo costretti a ridere, applaudire, fare silenzio e qualsiasi altra mossa con ritardo, imitando chi invece sa il polacco. Inizialmente sono rimasta abbastanza delusa dalla situazione, ero convinta che i bambini sapessero l’inglese. In realtà in breve tempo constato quanto la lingua non sia l’unico e principale mezzo attraverso cui comunicare: la curiosità dei bambini prevale sulle barriere linguistiche e subito riusciamo a comprenderci a vicenda; addirittura dei bambini cercano di insegnarci alcune parole polacche.

Una volta spiegate le varie regole da seguire durante il campo, un pullman ci porta a Varsavia dove visitiamo un museo interattivo per bambini e una parte del centro città. Il secondo giorno voliamo in Russia: grazie anche alla volontaria russa, possiamo scoprire nuovi aspetti delle tradizioni russe. Ci rechiamo poi a Varsavia in un ristorante russo e possiamo così degustare alcuni piatti tipici. Ogni giorno una meta nuova e un’interessante presentazione riguardo curiosità e informazioni principali dello stato visitato: abbiamo fatto tappa in Giappone e costruito dei ventagli di carta; siamo stati in Messico e, grazie a una maestra, ci siamo immersi nel magico mondo delle antiche fiabe messicane. Per concludere abbiamo ricevuto un saluto speciale da un amico messicano che ha registrato un video proprio per noi. È stata poi la volta del Portogallo presentato dalla volontaria portoghese e del laboratorio di collage; il giorno seguente Spagna presentata dai tre volontari spagnoli, poi Francia e nello stesso giorno ci siamo avventurati per il rope park e giocato in compagnia di simpatici istruttori a frisbee. Finalmente è arrivata la giornata dedicata all’Italia e, dopo una divertente nuotata nella piscina comunale, io e il mio amico volontario italiano abbiamo fatto scoprire ai bambini il nostro magnifico paese: abbiamo constatato che nutella, pizza e Pinocchio sono conosciuti pure in Polonia. La giornata si è conclusa con un laboratorio in un ristorante italiano: mani infarinate e via… abbiamo cucinato pizza e grissini. Il giorno seguente siamo volati in Irlanda ed infine di nuovo in Polonia dove alcune ragazze del posto ci hanno raccontato di alcune tradizioni tipiche e fatto costruite la nostra bambolina di stracci porta fortuna.

La giornata lavorativa iniziava alle 8.30 con l’accoglienza, poi si susseguivano varie attività organizzate a momenti di gioco nel parco e nel campo da basket, il tutto intervallato da una colazione a metà mattina e al pranzo. A fine giornata, ovvero circa verso le 15.30, noi volontari ci riunivamo insieme alle maestre per un summing up, domande, consigli, osservazioni e proposte per il giorno seguente.

Alloggiavamo in due edifici: nel primo si trovano due camere da letto, una per i volontari maschi e l’altra per le femmine, un bagno e una stanza con vari computer e una stampante. Nell’altro edificio c’è un bagno con la doccia e la lavatrice, la cucina e la sala da pranzo. Vari supermercati, un MC Donald, un campo d’atletica e la stazione sono facilmente raggiungibili a piedi dalla casa. Autonomamente dovevamo fare le pulizie, preparare la prima colazione e la cena con ingredienti scelti da noi, ma comunque forniti dal campo. Il tutto veniva svolto a turni e, sfruttando le varie provenienze dei volontari, abbiamo potuto assaggiare e conoscere le diverse culture culinarie. A malincuore abbiamo anche scoperto che in Spagna e in Portogallo si cucina la pasta carbonara con la panna e si condiscono gli spaghetti con la salsa rosa.

Gli organizzatori Dominika e il fratello Maciek (più o meno nostri coetanei) si sono rivelati fin da subito delle fantastiche persone: dal primo giorno si sono resi disponibili per qualsiasi cosa, compreso invitarci a casa loro per gustare un vero espresso (se siete amanti del caffè, vi consiglio vivamente di lasciare un angolino della vostra valigia per una caffettiera moka, nella cucina sfortunatamente c’è solo una caffettiera-caraffa a mo’ di film americani e facilmente si può dedurre quanto il caffè non fosse eccezionale). Grazie alla loro gentilezza e al loro forno, noi italiani abbiamo potuto far assaggiare ai volontari e alle maestre la sbriciolata, una torta di ricotta e cioccolato definita da alcuni divina. Dopo varie insistenze, ahimè, abbiamo ceduto e abbiamo dovuto svelare la segretissima ricetta. Scherzi a parte, siamo felici che altre persone in Europa potranno assaggiare la vera sbriciolata italiana e chissà, forse capiranno anche quanto la cucina italiana all’estero sia solo una brutta copia.

Grazie anche alla convivenza, tra noi volontari si sono creati dei legami d’amicizia speciali, non mancavano poi le serate pazze nella città dei grattacieli, ovvero Varsavia, ben collegata ad Opacz da un treno che passa con elevata frequenza e che in 20 minuti circa giunge a destinazione.

Un fine settimana abbiamo persino organizzato una gita a Cracovia e al campo di concentramento di Auschwitz. Cracovia si è rivelata un’interessante città, colma di storia e di turisti, facilmente visitabile anche grazie a dei free walking tour ritrovabili in tutti i principali luoghi di interesse. Riguardo al campo di concentramento, ritengo che questa sia un’esperienza assolutamente da fare, fa riflettere e lascia un segno.

Dopo tanti momenti speciali divenuti per me bellissimi ricordi, il campo è giunto a termine. La consegna del “diploma”, di una cornice con una foto di gruppo, gli abbracci, i pianti e la frase “ci vediamo l’anno prossimo” mi hanno davvero commossa. So con certezza che questi favolosi bambini mi mancheranno, così come tutto lo staff, Opacz, Varsavia e l’economicità polacca.

La sera prima della partenza Dominika ha voluto tirarci su il morale organizzando un barbecue nel suo giardino. Conclusasi la cena tra chiacchiere e risate, abbiamo voluto salutare per l’ultima volta Varsavia e i suoi locali notturni.

Il workcamp ad Opacz, il mio primo di sicuramente una serie, è stato una valida alternativa alle consuete vacanze, un’esperienza costruttiva, più che positiva e piena di sorprese. Ho apprezzato ogni singolo istante, ho imparato molto dai bambini, dagli altri volontari e da tutto lo staff. Sono davvero felice di aver trovato casualmente e partecipato a questo campo. Chiunque abbia voglia di mettersi in gioco, di ricevere e donare tanto affetto da diabolici ed adorabili bambini, di stringere nuove amicizie, di scoprire la Polonia, rivelatasi un grande paese…ma soprattutto di essere rincorso per tutto il giardino da una “schiera” di bambini che sfoderano un sorrisone ed urlano “Berek”, l’equivalente del nostro “ce l’hai”, beh, è giunto il momento di iscriversi al campo.

Testimonianza da un campo dedicato alla memoria dei prigionieri di guerra

Testimonianza da un campo dedicato alla memoria dei prigionieri di guerra

Pubblichiamo la testimonianza di Edoardo Von Morgen, volontario che ha preso parte al campo di volontariato internazionale “Remember the prisoners of war (Zeithain)” in Germania la scorsa estate.

Questo è stato il secondo campo a cui ho partecipato. Dopo il primo in Russia l’anno precedente a tema ecologico avevo voglia di cambiare un po’ l’ambito e il paese. Non che mi fossi trovato male, eh!

Questo campo è stato speciale fin da subito. Mio nonno infatti era stato prigioniero degli alleati durante la Seconda Guerra Mondiale. All’epoca era molto giovane (aveva la mia età di oggi), e trascorse 5 anni di prigionia tra Algeria, Canada e Scozia. Non ha mai voluto raccontarmi molto di quell’esperienza, ancor meno della guerra. Io d’altra parte, sono sempre rimasto affascinato dai soldati, le loro armi e le loro imprese, ma non ho quasi mai rivolto un pensiero agli uomini dentro quelle divise, e alle loro vite. Solo negli ultimi anni ho iniziato a rifletterci e, quando ho letto la descrizione di questo campo non ho saputo resistere: ho colto l’occasione per indagare personalmente su ciò che mio nonno aveva sempre nascosto.

Paradossalmente tutte le sofferenze patite da lui e dai tutti i prigionieri si sono trasformate, per noi volontari, in una magnifica esperienza; sia per ciò che il campo ha rappresentato, sia per la comunità che abbiamo costruito mentre eravamo lì. Il nostro compito era di aiutare una piccola comunità di storici e archeologi nel recupero e nella preservazione della Memoria dei prigionieri di guerra (in inglese abbreviati con POW, “prisoners of war”). In questo clima antimilitarista e pacifista ho passato tre splendide settimane con dei perfetti sconosciuti con cui ho condiviso pensieri ed emozioni. Ognuno aveva il suo motivo per essere lì, tra chi la credeva una vera e propria vacanza, chi era stato spinto dalla passione per la storia e chi aveva, come me, un motivo familiare. C’erano due responsabili, lo storico Hans e l’architetto Marbel, per loro lavorare a Zeithain è routine, vi dedicano tutto il loro tempo ed energie. Erano sempre pronti a spiegarci ogni parte del nostro lavoro, e a raccontarci il significato di ogni reperto e la storia di prigionieri, infermiere e assistenti che hanno lasciato una traccia in quel luogo. Oltre a loro anche Nicola e Rolf, i due coordinatori, erano molto legati a quel posto e sono riusciti personalmente a passarmi un po’ della loro passione!

Le giornate passavano incredibilmente veloci. La mattina, dopo un’energetica colazione “tedesca”, andavamo sul sito del campo attraversando in bicicletta un breve tratto di campagna. I nostri compiti era sia archeologici (come cercare o pulire reperti) che botanici (come tagliare ettari di erbacce o arbusti) sia di falegnameria. Infatti i reperti immobili, come le fondamenta delle baracche dell’epoca, andavano protetti dalle intemperie invernali con casette di legno. Le ore di lavoro non erano stancanti, passandole in compagnia né il sole né la pioggia ci disturbavano la giornata. Un giorno siamo stati sorpresi da una pioggia molto forte, ma anche lì non ci siamo scalfiti e con due risate tutto si è sistemato. Dopo il lavoro, nel pomeriggio si tornava a casa. A quel punto durante il consueto “free time” ci mettevamo a giocare, a chiacchierare con una bella birra ghiacciata o a mandare messaggi ad amici e parenti rimasti a casa. Inoltre potevamo prendere le bici e andarcene a spasso per l’intera Sassonia! Vicino a casa passava l’Elba, un imponente fiume, sulle cui rive era bello passare ore di relax o riflessione. Potevamo fare un po’ quel che volevamo. L’importante era rendersi disponibili per lavorare la mattina dopo.

La maggior parte delle giornate erano soleggiate, ma senza troppo caldo; c’era sempre una leggera brezza rinfrescante che non spostava le nuvole lasciandole a filtrare il sole. Nei giorni di pioggia rimanevamo in casa a dedicarci alla pulizia e alla catalogazione dei reperti. C’erano addirittura maschere a gas, filo spinato, moltissimi flaconi di medicine ma soprattutto cocci di piatti e di bottiglie. In mezzo a tutta questa cianfrusaglia sono diventato l’addetto alle traduzioni (solo dall’italiano ovviamente) di numerose scritte su medicinali, lassativi e pure delle pagine di un dizionario! In questo compiti ero il migliore perché ero il più interessato; altri preferivano la pulizia dei reperti o la riparazione di biciclette con cui andare al lavoro in settimana, ma anche in giro per la Sassonia durante i fine settimana o nel tempo libero.

A proposito di giri nella zona, avendo due fine settimana liberi abbiamo deciso di andarcene in giro per le principali città della regione come Lipsia, famosa per la battaglia delle cento nazioni e per la Porsche; Dresda città di arte, cultura e musica segnata profondamente dalla guerra; ed infine Meissen, caratteristica cittadina medievale arroccata su una collina e famosa per le ceramiche. Pur essendo a quasi 40 km di distanza, ci siamo andati in bicicletta: è stata dura, scottante, ma ce l’abbiamo fatta! La cittadina più vicina, invece, era Riesa. Piccola e silenziosa, ma molto accogliente. Lì siamo andati più di una volta a farci una nuotata in piscina, a mangiare cinese o per uscire un po’ tra di noi. Insomma, è stato un campo incredibile per i rapporti creati con gli altri volontari, con cui ho fatto viaggi indietro nel tempo e in giro per la Sassonia. Ma anche vivere e respirare la bellezza di una regione ancora rimasta legata al passato mi ha regalato giornate emozionanti e piene di gioia.

Subito dopo il campo, io con due ragazze Russe e un Ceco siamo andati a Praga, distante solamente due ore di treno. Anche lì abbiamo ancora avuto la possibilità di condividere del tempo assieme. La capitale Ceca mi ha lasciato un ulteriore ricordo di condivisione e di felicità, grazie a quei volontari, che come me, si sono lasciati affascinare così tanto dalla storia.

Promuovere l’ecosostenibilità attraverso la vita comunitaria: testimonianza da un campo in Germania

Promuovere l’ecosostenibilità attraverso la vita comunitaria: testimonianza da un campo in Germania

Pubblichiamo la testimonianza di Alessia Marzullo, volontaria che ha preso parte al campo di volontariato internazionale “Sun+Wind=Power” in Germania la scorsa estate.

Luglio 2017: un mese che non solo rimarrà per sempre nei miei ricordi e al centro dei miei racconti, ma che è stato (anche se forse ancora troppo presto per dirlo) fondamentale nella mia formazione, sia a livello didattico che a livello personale. Nell’estate dei miei 18 anni ho infatti deciso di fare di qualcosa di diverso, qualcosa di curioso e stimolante, che comprendesse anche un impegno sociale e ambientale, e che mi permettesse di viaggiare e di conoscere.

L’anno precedente avevo scoperto le possibilità che il Servizio Civile Internazionale offriva, e mi sono decisa a partecipare ad uno dei campi di volontariato proposti che da tempo ormai sognavo. Scoprire luoghi, stringere amicizie, migliorare le lingue, imparare non solo abilità manuali ma acquisire delle vere proprie competenze in diversi ambiti e, soprattutto, potersi sentir utili e soddisfatti per aver partecipato e contribuito ad alcune cause molto attuali e di notevole importanza: non avrei mai pensato che tale esperienza potesse avere così tanti vantaggi.

Sono partita il 15 luglio, tra ansia ed euforia e, dopo 2 aerei, 1 treno, 2 pullman ed una bella camminata, sono giunta in questa cittadina tedesca di nome Glücksburg, al confine con la Danimarca. Nonostante il periodo estivo, il clima non era mite, con una media di 22°c di giorno e 13° la notte. Il campo che ci avrebbe ospitato si trovava al fuori del centro abitato, in una zona ricca di verde nei pressi di un boschetto. Il nostro compito era di curare e provvedere alla manutenzione di un parco no-profit progettato per promuovere le fonti di energia rinnovabili, rendendo visibile l’importanza dell’ecosostenibilità. A lavori come giardinaggio, pittura e costruzione si alternavano parti di spiegazione e studio tenute dal proprietario del parco. Alloggiavamo in una grande tenda e ogni strumento o servizio a nostra a disposizione, come il bagno o la doccia, non producevano nessun tipo di inquinamento; tutti gli sprechi erano ridotti al minimo. Quello prima poteva risultare scontato come l’acqua calda o la durata della doccia, ora erano dei privilegi limitati, al fine che tutti potessero usufruirne.

La nostra mattinata e le prime ore del pomeriggio le dedicavamo alla manutenzione del parco, mentre nel pomeriggio facevamo la spesa per il gruppo con il budget settimanale; poi riposavamo o andavamo al mare, o in città. I pasti li preparavamo noi a turno, ognuno cucinava una specialità del proprio paese. La nostra serata tipica consisteva nel giocare ad ogni tipo di gioco possibile e immaginabile, dalle carte ai giochi di ruolo a sfide con divertentissime penitenze per chi perdeva. Tutto ciò fino a notte fonda quando, dopo una lunga serie di discorsi filosofici e non, andavamo a infilarci nei nostri sacchi a pelo.

Le mansioni che ci sono state assegnate erano diverse. Ci siamo occupati delle aiuole e del vasto prato come anche della pulizia delle varie stazioni illustrative presenti, le abbiamo riverniciate e fatte tornare come nuove. Una l’abbiamo anche personalizzata con un coloratissimo mandala. Abbiamo dipinto lunghe aste di legno che sarebbero state impiegate nel montaggio di una nuova stazione, il cubo ecologico. Abbiamo sfamato animali, ripulito la zona adibita ai pipistrelli. Gli ultimi giorni invece ci siamo dedicati alla costruzione manuale di un laghetto artificiale in argilla che, grazie al dislivello a partire dall’altezza della caduta dell’acqua, avrebbe rifornito il campo, già completamente alimentato ad energia solare, di energia idroelettrica. I momenti studio erano invece finalizzati a farci comprendere come si generano e utilizzano i diversi tipi di energia, i consumi dei diversi paesi e le loro fonti energetiche, anche a partire dalle nostre esperienze e da ricerche che avevamo effettuato.

La parte che ho indiscutibilmente preferito è stato il lato umano di questa esperienza. Ho avuto modo di conoscere persone meravigliose con cui tutt’ora sono in contatto nonostante i diversi chilometri di distanza. Ho appreso la condivisione quando la notte all’aperto in 11 utilizzavamo lo stesso lavandino, la collaborazione in ogni singolo aspetto della vita quotidiana, lo spirito di squadra e il valore di ogni individuo del gruppo. Otto nazionalità e culture differenti, molteplici credenze e abitudini e nonostante ciò si è formata in pochissimo tempo una grande, premurosa e accogliente famiglia. La conoscenza dell’inglese è stata fondamentale a tal punto da farti dimenticare ogni differenza o difficoltà di espressione e confronto: ci siamo resi conto concretamente di essere tutti cittadini di un unico mondo.

Mai avrei pensato in due settimane di stringere dei legami così forti e adesso posso anche vantare di conoscere 3 parole in ceco, l’alfabeto arabo e qualche frase in swahili, oltre che le tradizioni ed i piatti tipici di diversi stati. Ogni tanto mi sale la nostalgia e scrivo a qualcuno di loro, rileggo le lettere che alla fine dell’esperienza ci siamo scritti e riguardo le foto, credendo nella promessa che ci siamo fatti di rincontrarci tutti, prima o poi.

Ora mi vengono in mente le immagini dei falò, del bagni nel Baltico, che non era freddo come me lo
immaginavo, le gite in città, le notti in tenda e quelle sotto le infinite stelle, che su al nord contempleresti per ore senza stancarti. La sorte ha voluto che io il giorno del ritorno a casa perdessi l’aereo e che i due ragazzi cechi rimanessero con i bagagli bloccati in un deposito. Il ragazzo spagnolo doveva partire invece la mattina successiva ed è stato così che siamo rimasti una notte in più ad Amburgo. La ragazza italo-francese ci ha ospitato gentilmente nel suo appartamento proprio in quella città e questo è dunque l’ultimo prezioso ricordo della mia avventura: un’indimenticabile sabato sera ad Amburgo, in riva al lago a chiacchierare e ridere, tutti insieme. Ciò non ha fatto altro che confermare il magnifico legame che avevo creato con quei ragazzi.

Una volta volontario, sarai per sempre un volontario! Testimonianza da una coordinatrice di campi

Una volta volontario, sarai per sempre un volontario! Testimonianza da una coordinatrice di campi

Pubblichiamo la testimonianza di Marija Melchiorre, volontaria SCI e coordinatrice del campo “Re-appropriation of historical buildings for public use”, tenutosi alla Cavallerizza Irreale di Torino la scorsa estate.

La mia storia inizia così:

Correva il 2007, è uscito il primo modello dell’iphone, è stata pubblicata la settima e ultima parte di Harry Potter, Martin Scorsese ha vinto il suo primo premio Oscar e per la prima volta abbiamo sentito Rihanna e la sua canzone Umbrella. Ed io, mi stavo preparando per le mie prime ferie da quando lavoravo come architetto in un studio.

Anche se qualcuno potrebbe pensare che gli architetti guadagnano bene, la realtà è molto diversa. In più, sono nata in un paese appena uscito da un passato burrascoso e noi cittadini avevamo bisogno di un visto per poter entrare in ogni altro Paese. Tre domande mi passavano per la testa: dove andare, come andare e con chi.

In quei giorni nuvolosi di ottobre passati a pensare dove andare in vacanza, mentre leggevo un articolo su un giornale online, sull’angolo dello schermo, appariva un annuncio con il titolo “Diventa volontario”.

Dopo le prime frasi dell’articolo, mi è stato chiaro. Quell’articolo era indirizzato proprio a me. Stavano parlando con me. Tutti i miei problemi sono scomparsi immediatamente: mi mandano un visto, ho un posto dove dormire, non sarò da sola, e mi sentirò molto utile contribuendo con le mie capacità.

La lista dei campi non era molto lunga. Ma c’è ne erano alcuni molto interessanti. La mia scelta cadde sulla Romania: “Transilvania Jazz Festival”. Non immaginavo nemmeno che tutta questa avventura, apparentemente normale, mi avrebbe cambiata completamente e che sarei tornata in Serbia come un’altra persona.

Il volontariato mi ha aiutato a visitare gran parte dell’Europa, ad incontrare persone interessanti, a cambiare la mia professione ed infine cambiare il paese in cui ho vissuto più di una volta, spingendomi ad imparare nuove lingue.

Con il passare del tempo volevo essere più coinvolta nel volontariato. Ho sempre sollevato l’asticella, anno dopo anno. Volendo essere sempre più parte attiva, con il tempo, sono diventata prima un capo squadra e poi una coordinatrice di campi.

Qualunque cosa abbia fatto in questi 10 anni, il volontariato è sempre stato parte integrante della mia vita. Quindi, venire in Italia per me significava cercare dove, con chi e quando fare volontariato. Così un giorno ho trovato il sito dello SCI Italia ed ho fato domanda per partecipare al corso di formazione per Camp Leader. Mi sentivo pronta ad affrontare una nuova sfida, questa volta in un nuovo paese e in una lingua per me abbastanza nuova.

Il corso di formazione per Camp Leader si è svolto a La Città dell’Utopia, e per la prima volta ho conosciuto lo SCI e questa bellissima struttura che ne è progetto locale. Con le nostre formatrici Alessandra e Claudia c’è stato subito un ottimo feeling. Noi, i futuri coordinatori dei campi, eravamo un gruppo piccolo ma ben affiatato, di diverse età, diversa nazionalità, ma per questo ancora più bello. Durante il corso abbiamo simulato un vero e proprio workcamp e ci siamo preparati per il prossimo passo: scegliere un campo.

Ero indecisa sul campo da scegliere, così è stato il campo che ha scelto me: “Cavallerizza Reale”, in un palazzo barocco nel centro di Torino! Con un programma rivolto al restauro e alla valorizzazione degli spazi comuni, il tutto condito da arte e teatro.

Il Cavallerizza per me ha rappresentato un bella sfida, era la prima volta che facevo un campo in Italia, la prima volta che facevo da Camp Leader e la prima volta che il Cavallerizza ospitava un campo internazionale. Ma come tutte le prime volte della vita è stata una esperienza indimenticabile, rimarrà per sempre nei nostri ricordi assieme alla passione e all’energia di tutti i 10 partecipanti internazionali provenienti da tutto il mondo (Messico, Niger, Polonia, Russia…), assieme a tutti i momenti belli ed alle sfide affrontate nei 14 giorni durante i quali abbiamo formato la nostra piccola comunità.

Questo campo ci ha aiutato a conoscerci meglio attraverso l’incontro tra culture diverse e l’inserimento in una comunità solida, espansa dalle nostre diverse nazionalità; differenti lingue si sono incontrate e “scontrate”, per raggiungere un accordo su come realizzare qualcosa di costruttivo che permettesse di esprimere il potenziale di ognuno di noi. Il tutto gestito in pura democrazia dove non esistevano gerarchie verticali, dove le parole di ogni partecipante hanno importanza. È stato un posto dove siamo riusciti a dare valore alle differenze senza giudizi, un modo di vivere la comunità molto diverso rispetto a quello in cui viviamo normalmente.

Questi 14 giorni sono stati giorni speciali lontani dalla solita routine quotidiana, riempiti da persone con cui abbiamo condiviso tutto: le loro storie, i loro sorrisi e la loro gioia. Tutto ciò è diventato parte della mia esperienza, della mia conoscenza e mi ha ulteriormente formato ed arricchito come persona.

Da quel lontano ottobre 2007, la porta di questo meraviglioso mondo di volontariato si è aperta, e non smette di accompagnarmi nella mia vita. Tutte quelle persone meravigliose che ho incontrato in questi 10 anni mi hanno reso quello che sono oggi.

Protezione ambientale e vita comunitaria: testimonianza da un campo in Germania

Protezione ambientale e vita comunitaria: testimonianza da un campo in Germania

Pubblichiamo la testimonianza di Noemi Giachi, una volontaria che ha preso parte a un campo di volontariato internazionale a Kaisersthul (Germania), dedicato alla tutela ambientale.

Mentre cercavo di riposare sul Flixbus che mi avrebbe portato a Friburgo, dopo 13 ore di viaggio, mi ricordo ancora la sensazione di terrore che ora dopo ora si stava consumando dentro di me: terrore e curiosità, ovvio, ma soprattutto la prima. Era la prima volta che viaggiavo da sola e nella mia testa mi assillava la domanda: ma cosa ho fatto?!

Sono arrivata a Schelingen, nella zona del Kaisersthul, verso le due di pomeriggio e subito ho conosciuto i due coordinatori e il responsabile della manutenzione della riserva, con cui avremo lavorato. Il Kaisersthul è una piccola montagna vulcanica a circa 25 km da Friburgo, in Germania. È una famosa area vinicola, cosa che si capisce subito al primo sguardo sul territorio, ma soprattutto è una riserva naturale protetta, che ospita la più grande varietà di specie di tutta l’Europa centrale. Salvaguardare questo macrocosmo era il nostro lavoro. Per la maggior parte del tempo questo consisteva  nell’estirpare l’erba secca con dei forconi lungo tutti i versanti dei monti e portarla a valle, dove ne facevamo balle di fieno. Spero che solo dalla descrizione si possa capire quanto estenuante sia stato, soprattutto nei giorni di pieno sole, benché la temperatura di norma fosse più bassa di quella cui sono abituata.

Tuttavia, per quanto faticoso, le ore di lavoro passavano rapide, grazie all’aiuto reciproco e alla presenza dei miei compagni di avventura, nonché degli altri ragazzi tedeschi che lavoravano nella riserva. Cantando (in una decina di lingue diverse), ridendo e tra qualche (frequente) pausa, le cinque/sei ore di lavoro giornaliero passavano velocemente e, stanchi ma felici, potevamo tornare al nostro campo, a quella che è stata per tre settimane la nostra nuova casa.
All’inizio vivere 24 ore su 24 con altri 15 sconosciuti, ognuno con le proprie abitudini, non sembrava cosa da poco; ma quando i compagni sono tuoi coetanei, tutti con una storia da raccontare, con le proprie idee e passioni e con il proprio bagaglio da condividere, il tempo di adattamento è veramente breve.

Emoziona pensarci: 16 persone, 16 anime proveniente da tutte le parti del mondo, con culture e vissuti differenti che per quasi un mese hanno condiviso lo stesso obiettivo. Queste persone sono diventate la mia famiglia, sul serio: non è solo il lavorare insieme, ma anche il dormire,  il cucinare, lavare, organizzare, giocare e scoprire insieme un paese per tutti nuovo. È l’andare avanti insieme. Tutto ciò unito alla gratificazione di lavorare a stretto contatto con la natura e alla simpatia e accoglienza della popolazione locale, che ci ha riempito di prodotti del luogo (oltre ad offrirci un eccellente degustazione di vini), hanno reso il mio agosto un mese indimenticabile. Tra le altre cose, avere i weekend liberi ci ha dato modo di visitare  anche alcune città: Friburgo, che era la più vicina, Colmar in Francia, Basilea in Svizzera, e ovviamente non ci siamo fatti mancare una gita nella Foresta Nera.

Insomma, sono state tre settimane molto dinamiche, che hanno riempito il mio bagaglio di tanti ricordi e belle persone, e mi hanno dato la possibilità di scoprire quanta ricchezza ti può dare questo modo alternativo di “viaggiare”. Perché, pur rimanendo nello stesso luogo, la varietà di persone, colori e stili di vita, hanno reso la mia permanenza  a Schelingen il viaggio più bello della mia vita.