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Voci dal Libano: racconto di un viaggio di attivist@ SCI [Parte IV]

Voci dal Libano: racconto di un viaggio di attivist@ SCI [Parte IV]

Pubblichiamo la quarta ed ultima parte del racconto di Agnese, Alberto, Ekaterina, Francesca, Marco e Martino, una delegazione di attivisti e attiviste del Servizio Civile Internazionale in visita in Libano dal 28 aprile al 2 maggio 2018. Da Beirut a Tripoli, passando per il campo profughi di Tel Abbass, fino a Minyara per conoscere l’esperienza della scuola di Malaak e ancora a Beirut nel campo di Shatila.

Da questo viaggio è nata l’idea di portare un campo di volontariato internazionale presso il campo di Tel Abbass, dal 15 al 25 luglio 2018. Qui la scheda completa del campo. Per partecipare al campo, è obbligatorio aver preso parte agli incontri di formazione di I e II livello. Per chi non ha potuto farlo, si richiede di partecipare obbligatoriamente alla formazione di I e II livello che si terrà a Bologna, dal 29 giugno al 1 luglio. Per informazioni, contattare nordsud@sci-italia.it.

Leggi qui la prima parte, leggi qui la seconda parte, leggi qui la terza parte.

Martedì 1 Maggio – Shatila

Ci alziamo e facciamo colazione. Majdi ha preparato un sacco di roba da mangiare e nessuno si tira indietro. Poi ci prepariamo a fare un giro per Shatila. Scendiamo in strada, con quaderni e macchine fotografiche. Majdi ci guida e si infila in un vicolo largo al massimo un metro e mezzo. Ci fa notare il buio, l’umidità e l’intricato sistema di fili che oscurano ancor di più le stradine che si dipanano tra le abitazioni. Qui ci vive la gente più povera, gente nelle cui abitazioni non entra mai nemmeno un raggio di sole, che esce di casa e si ritrova nella fanghiglia e nei rifiuti. Passiamo di fianco alla sede di uno dei quindici gruppi politici palestinesi che governano il campo di Shatila. Qui non è possibile fare foto, ma si vedono bandiere e striscioni, scritte in arabo che non sappiamo a quale gruppo tra i tanti che gestiscono il campo appartengano.

Arriviamo alla via principale di Shatila. Sarà larga poco più di una decina di metri ed è costellata di bancarelle e tendoni, dove vengono venduti i prodotti più disparati. Majdi ci dice che quello è il luogo da cui sono passati i soldati nei giorni della strage del 1982, quella è la strada dove migliaia di uomini e donne sono stati trucidati perché palestinesi. Ma non si sofferma molto su questo punto, non c’è tanto da aggiungere. Si infila in un altro cunicolo, qui c’è più luce, lo notiamo subito. Poi giriamo ed ecco di nuovo il buio, le case si fanno più vicine e se guardi verso l’alto vedi solo una piccolissima striscia azzurra di cielo e le case che sembrano appoggiarsi l’una all’altra. Incontriamo un gruppo di bambini, tutti attorno ad un tombino che emana un odore nauseante, che cercano di liberarne il tappo con un semplice bastone.

Continuiamo il giro. Vediamo alcune delle strutture metalliche che aveva installato l’Unione Europea per distribuire l’acqua: sono arrugginite, abbandonate e inutilizzabili. Altri grovigli di fili, altri motorini, spazzatura lungo i muri, umidità, fango e acqua per terra. Il nostro tour si conclude davanti ad una scuola dell’UNRWA, di fronte ad uno degli ingressi del campo. Ringraziamo la nostra guida per averci accompagnato, dandoci appuntamento nel pomeriggio, per andare alle partite di calcio e di basket.

Dopo pranzo accompagniamo all’aeroporto Ekaterina che deve partire. Auguri di buon viaggio, abbracci e baci. Ekaterina si imbarca ci farà sapere appena atterrerà a Milano. Dobbiamo ritornare a Shatila dove ci attendono Majdi, una partita di calcio coi ragazzi palestinesi e una di basket con le ragazze della Palestine Youth Basketball Accademy.

Arriviamo al campo di calcio. Un bel campo, costruito da qualche associazione che l’ha voluto donare alla gente di Shatila, circondato da palazzi dove alcuni si affacciano per vedere la partita. Uno dei nostri accetta l’invito e si mette a giocare con i ragazzi del Real Palestine. “Mister” Majdi fa un discorso prima della partita sull’importanza della correttezza nel gioco e del rispetto dell’avversario. I ragazzi ascoltano le sue parole cogliendone il significato. Durante il gioco, infatti, tra i ragazzini non ci sono tensioni, nessuno si lamenta dell’arbitraggio e a fine partita ci si congratula tra avversari. Una rapida foto tutti assieme, ma poi ci dobbiamo muovere! Fra neanche venti minuti siamo attesi al campo di basket e lo dobbiamo raggiungere in macchina.

Conosciamo le prime giocatrici Afaf, Àmina e Fatma. Facciamo i primi palleggi, mentre arrivano le altre giocatrici. Majdi convince tutti a giocare, noi avevamo premesso di non essere molto esperti e infatti non abbiamo deluso le aspettative. Le ragazze, giovanissime, ci impartiscono una lezione di basket a suon di passaggi, finte e canestri che noi ci sognamo la notte. Per fortuna siamo attesi a cena dall’altra parte di Beirut e ci possiamo ritirare senza prolungare la nostra agonia sportiva.

Cibo, nargilè e notizie dall’Italia: Ekaterina è atterrata.

Il ritorno a Shatila è impegnativo come al solito. Saliamo a casa di Majdi e, mentre beviamo il tè, parliamo ancora e ci scambiamo piccoli regali. Tornano i suoni e gli odori della notte di Shatila, ma forse la stanchezza aiuta ad attutirli. C’è meno attività, ma i cani e i motorini non tardano a farsi sentire, così come i muezzin che richiamano cantando alla preghiera.

Martedì 2 Maggio – Piccole riflessioni e saluti

Ora siamo all’ultimo giorno, saluteremo Majdi, Basmat, Adam e Shatila. Faremo un giro al mercato di Sabra, visiteremo la moschea, poi avremo da prendere l’aereo. Torneremo in Italia, nel nostro mondo, un altro mondo, dovremo capire cosa farcene di queste emozioni: la tristezza e la rabbia per le ingiustizie, la speranza nel vedere persone come Majdi, Joyce, Alessandro, Alice, Gaia e tutti gli altri, i bambini sorridenti, le donne riunite che studiano l’inglese, la riconoscenza per chi lotta per rendere migliore la vita sul pianeta, l’ansia di essere nel posto giusto e il desiderio di schierarsi dalla parte giusta.

Facciamo una rapida colazione: panino con pomodori, formaggio e cetrioli; mille tazze di tè e ancora shukran! Majdi ci accompagna a Sabra, che confina con Shatila, i due campi all’apparenza sono indistinguibili. Facciamo incetta di saponi, di spezie e di frutta secca. Giriamo tranquilli tra le bancarelle, i motorini, la frutta e i rifiuti. Non abbiamo molto tempo quindi partiamo in direzione della moschea, l’ultima tappa del nostro tour, forse l’unica da veri turisti. Torniamo a Shatila, riprendiamo i bagagli e salutiamo Majdi. Il nostro volo parte fra poche ore, dobbiamo andare… Shukran!

Voci dal Libano: racconto di un viaggio di attivist@ SCI [Parte III]

Voci dal Libano: racconto di un viaggio di attivist@ SCI [Parte III]

Pubblichiamo la terza parte del racconto di Agnese, Alberto, Ekaterina, Francesca, Marco e Martino, una delegazione di attivisti e attiviste del Servizio Civile Internazionale in visita in Libano dal 28 aprile al 2 maggio 2018. Da Beirut a Tripoli, passando per il campo profughi di Tel Abbass, fino a Minyara per conoscere l’esperienza della scuola di Malaak e ancora a Beirut nel campo di Shatila.

Da questo viaggio è nata l’idea di portare un campo di volontariato internazionale presso il campo di Tel Abbass, dal 15 al 25 luglio 2018. Qui la scheda completa del campo. Per partecipare al campo, è obbligatorio aver preso parte agli incontri di formazione di I e II livello. Per chi non ha potuto farlo, si richiede di partecipare obbligatoriamente alla formazione di I e II livello che si terrà a Bologna, dal 29 giugno al 1 luglio. Per informazioni, contattare nordsud@sci-italia.it.

Leggi qui la prima parte, leggi qui la seconda parte.

Veniamo accompagnati fino ad Halba, dove prenderemo un passaggio verso sud. In un’ora siamo a Tripoli e, dopo circa due ore e mezza, nuovamente a Beirut. Abbiamo un appuntamento presso uno degli ingressi di Shatila, uno dei campi profughi palestinesi interni all’area urbana di Beirut; forse il più vecchio, dato che esiste da 70 anni ed è tristemente noto insieme al campo di Sabra per la strage del 1982. Troviamo un service. L’autista dimostra più anni di quanti sicuramente ne ha e quando diamo la destinazione da raggiungere rimane interdetto, ci guarda come a dire: “Davvero? Volete andare a Shatila?” Noi gli confidiamo che staremo lì anche a dormire e si convince che quella è davvero la nostra meta.

Dopo un paio di telefonate con il nostro contatto a Shatila arriviamo a destinazione. Majdi è lì, davanti a un mercatino di frutta ad aspettarci. Scendiamo, paghiamo l’autista e salutiamo il nostro ospite. Majdi ci fa strada, lo seguiamo ed entriamo in un altro mondo. La prima cosa che ci salta all’occhio è la strada: piena di buche, di pozzanghere e di terra. È rovinata, diversa dalle altre strade di Beirut. Il nostro sguardo si alza, guardiamo le case, di cemento e mattoni, le piccole finestre con le grate, i muri crivellati dai colpi di proiettile.

All’entrata di Shatila ci sono numerose bandiere dei gruppi politici che gestiscono il campo, insieme a quelle della Palestina, e cartelloni con volti di cui ignoriamo l’identità; e poi ci sono i fili: infiniti grovigli di cavi dell’elettricità e tubi dell’acqua che si intersecano, che creano una ragnatela inestricabile che in alcuni punti oscura il cielo. A destra e sinistra ci sono negozi di ogni tipo: c’è chi vende articoli per la casa, teiere, caffettiere, sedie, piatti, bastoni piumati per pulire i vetri dell’auto, c’è chi vende vestiti, chi cibo, chi ha una specie di officina per i numerosi motorini e c’è un bambino che legge seduto a fianco ad alcune casse di legna da ardere, in attesa di qualche cliente.

Dopo alcuni passi ci accorgiamo del caos che regna lungo questa strada, una delle vie più larghe del campo. Cinque o massimo sei metri dividono le case. Uomini, donne e bambini, motorini, auto e carretti affollano la strada, mentre i rumori delle marmitte e dei clacson riempiono l’aria. Camminiamo per alcuni minuti e raggiungiamo le scale che portano alla casa di Majdi e che danno direttamente sulla strada. Saliamo, gradino dopo gradino, e possiamo vedere “l’interno” di quello che, con molta ironia, potremmo definire il condominio. Una scala che porta a piccolissimi appartamenti bui e spogli, un percorso con enormi squarci nei muri che lasciano intravedere la strada e i piani superiori delle altre case; i gradini sono sconnessi, umidi, con scarichi dell’acqua intasati sui pianerottoli e cavi che pendono a mezza altezza.

Arriviamo in cima, al sesto piano. Majdi abita lì, in una casa con due stanzette risicate, un cucinino e un bagno di circa un metro quadro. Il tetto forse è in amianto, hanno tre letti e due divani e uno spazio all’esterno, una specie di “terrazzo” coperto da un’enorme lamiera dove stendono i panni e conservano nelle cisterne riserve di acqua… salata. Lasciamo le valige, ci sediamo sul tappeto nella parte esterna della casa e arriva Basmat, moglie di Majdi, con un vassoio di tè. Shukran!

Majdi inizia a parlarci di Shatila, del problema del sovrappopolamento, di come 28.000 persone vivano in 1,5 km e di come la fuga dalla Siria di milioni di persone abbia reso la situazione ancora più complessa. I problemi qui sono moltissimi, a partire dalla povertà e dall’impossibilità di svolgere qualsiasi lavoro che non sia il più umile possibile; l’acqua delle cisterne è salata, non si può bere ed è quella con cui ci si deve lavare; l’elettricità c’è, ma costa tantissimo e spesso salta la luce. Il problema è il lavoro, perché la legge libanese, come per i siriani, limita i palestinesi a lavorare unicamente nell’edilizia e nella nettezza urbana (o nell’agricoltura, che vorrebbe dire, però, abbandonare quel poco che hanno qui). Per i giovani, le bambine e i bambini i problemi riguardano la scuola, la salute e gli spazi ricreativi: ci sono le scuole dell’UNRWA, ma classi sono di almeno 40 alunni, l’aria è malsana e le malattie respiratorie sono in grande aumento. Non ci sono spazi ampi dove giocare e divertirsi, se non i tetti delle case su cui arrampicarsi.

Majdi inizia a parlare di se: fa l’allenatore. Allena una squadra di basket femminile, di ragazze palestinesi, ma anche libanesi, ci dice che per lui lo sport deve unire e non dividere e che alle ragazze piace moltissimo avere questo spazio di libertà. È molto fiero di questa sua iniziativa, ce la racconta a lungo e ci parla di quella volta che è riuscito a portare la squadra a Roma, per partecipare al torneo di Basket Beat Borders e che, quest’anno, porterà di nuovo la squadra a Roma e forse anche a Milano. Ha conosciuto tante persone e anche figure autorevoli dello sport italiano, cosa di cui è estremamente orgoglioso. È allenatore, presidente e capitano anche di una squadra di calcio maschile: il Real Palestine. Domani li conosceremo. Ci racconta di sua figlia, del suo nipotino e dei suoi due figli maschi; dei progetti falliti dell’Unione Europea di sistemare la fornitura d’acqua del campo; della condizione dei palestinesi in Libano e dei siriani.

All’ora di cena siamo attesi in un locale della zona “occidentale” di Beirut. Majdi ci fa accompagnare da un suo parente. Poi torniamo a casa, dove Majdi ci aspetta con altro tè e ci organizza per la notte: le donne dormiranno dentro casa e gli uomini fuori. Per noi non c’è alcun problema e nel giro di poco andiamo a letto. Non tutti riescono a dormire sonni tranquilli. I più fortunati hanno il privilegio di sentire i rumori e i suoni della notte di Shatila, che squarciano un silenzio che non esiste. Quelli più stanchi e con il sonno più pesante dormono e non sanno che cosa si perdono. E ancora gli odori, che riportano alla mente le condizioni terribili in cui vive la gente di Shatila. Si sono fatte le due di notte.

Piano piano l’attività del campo diminuisce, poche ore di quiete. È l’ora della preghiera. Saranno le quattro e mezza. Gli altoparlanti fanno risuonare il canto dei muezzin. I rumori di sottofondo e i latrati dei cani che non smettono mai di abbaiare, accompagnano le melodie che si intrecciano in un miscuglio incomprensibile, strano e inspiegabile per chi non ha mai passato una notte in un posto come questo.

Organizzare un campo estivo per i/le ragazzi/e di Shatila: campo in Libano

Organizzare un campo estivo per i/le ragazzi/e di Shatila: campo in Libano

Dal 21 al 31 luglio 2017 un campo a Beirut, nel campo per rifugiati Shatila, in collaborazione con l’organizzazione non governativa The Children and Youth Center (CYC).

CYC si prende cura dei ragazzi e delle ragazze residenti nel campo, indipendentemente dalla loro nazionalità. Non solo quindi palestinesi, ma anche siriani e libanesi, poiché ogni bambino/a e ragazzo/a ha il diritto di imparare, crescere e giocare in pace e sicurezza. Il successo di CYC sta nella sua struttura orizzontale e collaborativa tra tutti i suoi membri: il comitato dei/delle bambini/e partecipa ai processi decisionali dell’organizzazione, alla gestione del centro e alla sua agenda futura.

Da molti anni, CYC organizza dei campi estivi per gli/le adolescenti residenti a Shatila. I/le volontari/e aiuteranno nell’organizzazione e nella gestione del campo, svolgendo attività quali l’accompagnamento dei/delle ragazzi/e, montare le tende, preparare i pasti, organizzare (in collaborazione con le persone dell’associazione) attività educative e ludiche, focalizzandole in particolare sulla Peace Education.

Come parte studio i/le volontari/e verranno accompagnati da CYC all’interno del campo per conoscerne le condizioni; a partire da quello che si sarà appreso si ragionerà insieme su come dare continuità alla collaborazione tra SCI-Italia, il Centro Studi Sereno Regis  e CYC, con focus principale sui beni comuni e l’intervento civile nonviolento.

Richieste pre-partenza: i/le partecipanti al campo dovranno, prima di partire, prendere parte alla formazione specifica organizzata dal Centro Studi Sereno Regis e SCI-Italia su Peace Education, sulla pratica della nonviolenza e sulla condizione dei rifugiati palestinesi e siriani in Libano. Tale formazione avrà la durata di 3 giorni, da venerdì 23 a domenica 25 giugno, ed è richiesto un contributo di 30 euro per i costi di vitto e alloggio.

La lingua ufficiale del campo è l’inglese.

Leggi qui la scheda completa del campo.

Questo progetto fa parte dei programmi Nord/Sud. I volontari devono avere almeno 20 anni e aver preso parte alle formazioni (primo incontro e 2 livello) di preparazione organizzate dallo SCI Italia.

Per maggiori informazioni sui campi SCI nel Sud del mondo, ecco la pagina dedicata.

Tutti i campi di volontariato del Servizio Civile Internazionale sono consultabili sul database www.workcamps.info.

Games in the Shatila maze: voices from the camp [Part II]

Games in the Shatila maze: voices from the camp [Part II]
Here there are
The weapons that I like:
the gun that just makes pum
(Or bang, if you read some
cartoon)
but no holes …
the cannon that shoots
without even shaking
the coffee table …
the little air gun
that sometimes by mistake
 hits the target
but it would not hurt
neither a fly nor a corporal …
Weapons of joy!
the others, please,
throw them all away!

 

The weapons of happiness, Gianni Rodari
“Ouch!” I quickly put my right hand on the neck. The point where I have got hit will soon redden. “I will have a bruise,” I think. I turn to the culprit: there he was, the rascal who is looking at me satisfied with a provocative and proud behaviour. I feared that he would do it again, that he would shot me with those stupid little bullets made of plastic, with those stupid plastic submachine guns you can buy everywhere here. The rascal hit exactly the target. On the neck, just below my ear. If it were a real bullet, well, I would not be here to tell this story. He was definitely brave enough to shoot an adult, furthermore a foreigner. I prefer to stop and think, instead of giving vent to my anger on him shouting in Italian. It would be useless, as he would not understand what I say and would just feel my anger. They already feel so much anger around them. I put my pride aside, and I look at him resigned before turning around and going back to my job. I have never seen so many children playing with so many and realistic weapons.

“I got him!”. I had actually pointed to that big, dark and with a beard, but it doesn’t matter, I’ve got the Ajnabi 1 anyway. However, I got distracted. “Ouch! Hafez, that is not fair! I got distracted, as some Ajnabi were passing by. Look at the curly and thin one, I got him! “. “I didn’t see anything and still you have lost, so you’re dead”, “If you get a Ajnabi that is worth double though!”, “We never decided this rule!”, “Look, we are not dead, give me 20 seconds, I walk there and then we’ll see who kills before whom”. I start running through the alley, facing the corner, passing under the arch of Abu Zanner, climbing the stairs of the first floor; from that place through the grating I can see the road beneath me, my enemy does not expect me shooting from the top. I position myself as snipers do, placing the rifle on the grating. The 90-degree arm locks the rifle, so the recoil does not hit me. Mohammed taught me to do this way. “Here it is … 1,2,3 … bam!”.
Today is my first day. It is right the day of sacrifice celebration, with lots of people coming in and out of the camp. It is hot wearing the beret and the uniform, but I am fine. If Fatima were here to seeing me, who knows what she would think, as I have the rifle on my shoulder taking care of the security of all the people. ” Hello Habibi 2 “, “Look how beautiful my Mohammed is. How is the work of the Security Committee going today? Was your rifle useful? “,” Abu Mohammed, your son is a good boy”,” 16 years ago I held him for the first time in my arms, and now look at him “,” he will keep on growing even more Abu Mohammed, still some more muscles here and here, and you’ll see that he will turn into a man”. He squeeze my biceps and mypecs. He is right, I’m still a bit slim …
“Mohammed, Mohammed, please give me one thousand pounds”, I am running toward my brother. Mom bought me a new dress for the sacrifice celebration, it is white with pink flowers but I have to be careful not to dirty it, otherwise she gets angry. I also have braids and a big fabric flower holds them steady above my head. ” Habibti3 what do you need the money for, do not you see I’m busy”, “Please, please, merry-go-round are here, one trip costs a thousand pounds, the swing goes very high.” “Okay, here you go, but please do not go with Hafez, as he goes too high and then you’re afraid.” “Thanks Mohammed, I love you! See you later, huh, Mohammed, you are beautiful with that uniform!”.

I look at the space in front of the Children and Youth Centre. It is usually the only open space where children can play together and safely, with the ball or chase each other without the risk of getting hurt or fall into a pile of garbage. Many children’s games require visual contact between the mates, require open spaces, and Shatila maze is not appropriate for any of them. However, this is a celebration week, so that the space is busy. It would not be right to call them merry-go-rounds. I tell to myself it’s an amusement park for poor people. Colourful wood fences divide the different “attractions” and legions of dreamy children who have already spent their thousand pounds or do not have to pay for the ride are overlooking. There are one iron walker, a couple of small swings, one trampoline. The big attraction is indeed the two sturdy wooden swings with large wooden chairs lined with Persian rugs, where even 7, 8 children can stay. The two biggest ones stand up on the edge of the seat, and they push the swing bending their knees when they reach the highest point. The swing comes just at the top, above me. I find myself gazing at a little girl, who leans dangerously. She wears a white dress with pink flowers.

1) Ajnabi: foreigner in Arabic
2) Habibi: dear / darling in Arabic
3) Habibti: habibi families
Alberto, Aran, Ilaria, Luca, Marcello, Maria and Martina
Story written by male and female volunteers who are taking part to the SCI voluntary camp, so called “Shatila Refugee Camp” in Beirut. Although it is fictional, it is inspired by situations really lived during their stay in the Shatila refugee camp.

Giochi dal labirinto di Shatila: voci dal campo [Parte II]

Giochi dal labirinto di Shatila: voci dal campo [Parte II]

Il racconto è stato scritto dai volontari e dalle volontarie che hanno partecipato al campo di volontariato SCI “Shatila Refugee Camp”, a Beirut, Libano. Per quanto romanzato, si ispira a situazioni realmente vissute durante la loro permanenza nel campo profughi di Shatila.

Read the English version.

Eccole quashatila-bambini
le armi che piacciono a me:
la pistola che fa solo pum
(o bang, se ha letto qualche
fumetto)
ma buchi non fa…
il cannoncino che spara
senza far tremare
nemmeno il tavolino…
il fuciletto ad aria
che talvolta per sbaglio
colpisce il bersaglio
ma non farebbe male
né a una mosca né  un caporale…
Armi dell’allegria!
le altre, per piacere,
ma buttatele tutte via!

Le armi dell’allegria, Gianni Rodari

 

“Ahi!”, mi porto velocemente la mano destra al collo. Il punto in cui mi hanno colpito si arrosserà presto. “Mi verrà il livido”, penso. Mi volto verso il colpevole: eccolo lì, il monello che mi guarda soddisfatto con un’aria di sfida e orgoglio. Temevo che lo avrebbe fatto, che mi avrebbe sparato addosso quegli stupidi proiettilini di plastica con quegli stupidi mitra di plastica che vendono ad ogni angolo della strada. Ha centrato il bersaglio in pieno il monello. Il collo, proprio sotto l’orecchio. Se fosse stato un proiettile vero, bè, non sarei qua a raccontarlo. Certo che ce ne vuole di coraggio per sparare ad un adulto, straniero per giunta. Mi arresto a pensare, invece di dare sfogo alla mia ira urlandogli addosso in italiano. Non servirebbe a nulla, non capirebbe ciò che dico e sentirebbe solo la mia rabbia. Ne sentono già tanta di rabbia attorno a loro. Metto il mio orgoglio in tasca, lo guardo rassegnato prima di voltarmi e tornare alle mie faccende. Non ho mai visto tanti bambini giocare con così tante armi e così verosimili.

“Preso!”, in realtà avevo puntato a quello grosso, bruno e con la barba, ma non importa, comunque l’ajnabi 1 l’ho preso uguale. Mi sono distratto però. “Ahi! Hafez, non vale! Mi sono distratto, sono passati degli ajnabi. Guarda quello riccio e magro, l’ho preso!”. “Io non ho visto e comunque hai perso, sei morto”, “Se prendi un ajnabi vale doppio però!” , “Non abbiamo mai deciso questa regola!”, “Senti, facciamo che non sono morto, io vado di là mi dai 20 secondi di vantaggio e vediamo chi uccide prima chi”. Inizio a correre nel vicolo, volto l’angolo, mi infilo sotto l’arco di Abu Zanner, salgo le scale del primo piano, lì dalla grata vedo la stradina sotto di me, il mio nemico non si aspetta che io spari dall’alto. Mi posiziono come fanno gli snipers, appoggio il fucile sulla grata. Il braccio a 90 gradi blocca il fucile, così il rinculo non mi va addosso. Mi ha insegnanto così Mohammed. “Eccolo…1,2,3…bam!”.

Oggi è il mio primo giorno. Proprio la festa del sacrificio, con un sacco di gente che entra e esce dal campo, mi doveva capitare. Fa caldo con questo basco e la divisa, però sto bene così. Se passasse Fatima e mi vedesse, chissà cosa penserebbe così con il fucile a tracolla che mi occupo della sicurezza di tutti. “Habibi 2 ciao”, “Guarda che bello il mio Mohammed. Come va il lavoro del Comitato di Sicurezza oggi? Il tuo fucile è servito?” , “Tuo figlio è bravo Abu Mohammed”, “16 anni fa lo stringevo per la prima volta fra le braccia e ora guardalo”, “Crescerà ancora Abu Mohammed, ancora un po’ muscoli qua e qua e vedrai che uomo si farà”. Mi stringe i bicipiti e i pettorali. Ha ragione, sono ancora un po’ magrolino…

“Mohammed, Mohammed, per favore mi dai 1000 lire”, corro verso mio fratello. La mamma mi ha comprato un vestito nuovo per la festa del sacrificio, è bianco con dei fiori rosa ma non lo devo sporcare se no si arrabbia. Ho anche le trecce e un grosso fiore di stoffa le tiene ferme sopra la testa. “A cosa ti servono habibti3, sono impegnato non vedi”, “Per favore, per favore, ci sono le giostre, costa mille lire un giro, c’è un’altalena che va altissimo”. “Va bene, tieni, ma per favore non andare con Hafez che altrimenti la spinge troppo in alto e poi hai paura”. “Grazie Mohammed, ti voglio bene! Ci vediamo dopo eh, Mohammed, sei bellissimo con quella divisa!”.

shatila-bambino-fucileGuardo lo spazio antistante al Children and Youth Center. Generalmente è l’unico spazio aperto in cui i bambini possono giocare tutti insieme, in sicurezza, con la palla, o rincorrersi senza rischiare di farsi male o cadere in un mucchio di spazzatura. Molti giochi infantili richiedono il contatto visivo con i propri compagni, richiedono spazi aperti e il labirinto di Shatila non si presta a nessuno di essi. Ma questa settimana è festa quindi lo spazio è occupato. Chiamarle giostre sarebbe improprio. Un Luna Park per poveri, mi ritrovo a pensare. Le varie “attrazioni” sono recintate da steccati di legno colorati a cui si appoggiano sognanti schiere di bambini che hanno già speso le loro mille lire o che non le hanno per pagare il giro. Ci sono un girello di ferro, un paio di piccole altalene, un tappeto elastico. Ma la grande attrazione sono due robuste altalene di legno a cui sono appesi due grandi seggioloni di legno foderati con dei tappetti persiani dove si stringono anche 7, 8 bambini. I due più grandi stanno in piedi sul bordo del seggiolino, sono loro che danno la spinta all’altalena piegando le ginocchia nel punto più alto. L’altalena arriva proprio in alto, mi sovrasta. Mi sorprendo a guardare una bambina, che si sporge pericolosamente. Ha un vestito bianco a fiori rosa. 

1) Ajnabi: straniero in arabo

2) Habibi: caro/tesoro in arabo

3) Habibti: famiglie di habibi

Alberto, Aran, Ilaria, Luca, Marcello, Maria e Martina

Shatila Beach, Lebanon: voices from the camp [Parte I]

Shatila Beach, Lebanon: voices from the camp [Parte I]

Shatila Beach, it is 3 p.m., the sun is at its zenith. You can hear the sound of the water, but it is not the sea. A young man looks at us puzzled as he tries to fill a plastic tank on the roof of his house with a large pitcher. There is no sand on the terrace, but a thick layer of dust covers everything. We are on the roof of the Guest House. One more floor and a rusty stepladder above us and then many houses and many precarious lives, since 68 years and for 4 generations.

The Shatila refugee camp is 1 km square big. About 20,000 Palestinians live here, but no one knows exactly how many people wander, play, buy, work, love in this maze. In this structure already collapsing, there are some Bengali and thousands of Syrians, in addition to the others. The tap water is salty: Shatila Beach. However, it is not seawater and leaves a sticky coating on us. The power is limited to only a few hours per day.

“We pay the water three times here in Shatila”, explains Mohammed while driving like Ariadne’s thread in the labyrinth of alleys, between scooters driven by ten years old children, bored men sitting on plastic chairs and thousands of windows from which we can glimpse women washing laundry or watching a Turkish soap opera on the television. “The water that comes from the tap costs each family $ 20 a month, but you cannot drink it. Therefore we have to buy it in bottles – of course be the most popular brand is Nestle – and then we buy water from large bottles in order to washing dishes, cooking … “. Some child passes by our side, dragging the precious water in plastic jars of modernity.

We are in the twilight of the Children and Youth Centre office, in the middle of Shatila. After 24 hours we are still totally unable to get out of here. “If you get lost, in any part of the camp, do ask for Abu Mujahed, and you will be taken to the Centre, as everyone knows who he is.” The magic word now nor turns into human features and there he is, Mr. Abu Mujahed. He is sitting on a damask chair, but he promptly stands up to prepare us a coffee. He has white and thin hair, olive skin tone full of age spots, an open smile, the typical Palestinian pessimistic realism, an innate care for the children who catch his eyes when they step into the room: he stops political considerations and adults conversations and he gets closer to ask “how are you darling?” and to distribute kisses and caresses.

“Our association was founded in 1997 with the aim of promoting the Convention on the Rights of the Child and encouraging its implementation here in the camp. You have probably realized that here the rights of children, but in general of all people, are violated every day”. The association’s activities have focus in particular on education, trying to keep the children busy with positive and resilient activities. There are many artistic workshops encouraging the development of relational and social skills. “I attend the course of Dabka, English and also rap” B. says, speaking an excellent English for his 13 years of age while eating hummus.

“Every year we expect something to happen, we expect THE SOLUTION that will put an end to our precarious conditions. However, do not deceive yourselves, as the problem here is not poverty. People have discouraged and have stopped fighting for their rights. Che Guevara used to say something like that imperialism makes people struggling every day to survive. The priority is then eating and you cannot plan your own life over the next two weeks. This brings us to compete with each other; we are not able to look for the causes of problems and to strive for solutions. People here in Shatila do not need social workers, need revolutionaries! “.

There were many armed “volunteers” in the 70s who supported the Palestinian cause and became immediately “comrades” of Palestinian fighters, respected for their choice of living in the fields as people from the fields, as to acquire Arabic names: Mohammed Ahmad, Hafez, the revolutionaries. Then there was the war, and after 1982 the social conflict was as quiet, normalized by the daily, even though minimal, response to needs given by humanitarian organizations. That is how fighters disappeared and social workers have appeared.

The fan turns too slowly to cool the office of the CYC. Outside a happy music attracts noisy children, but inside the words weigh more than the air. “The war in Syria is everywhere: it is here in the camps, is in Italy and Catalonia, where you come from, it is in Europe,” Mujahed carries on talking quietly. “People need to be aware of what’s going on here, in Syria and in the world. We no longer want to see dying this way our children, nor children from other parts of the world and yours”.

Alberto, Aran, Ilaria, Luca, Marcello, Maria and Martina

Shatila Beach, Libano: voci dal campo [Parte I]

Shatila Beach, Libano: voci dal campo [Parte I]

shatila refugee campIl racconto è stato scritto dai volontari e dalle volontarie che hanno partecipato al campo di volontariato SCI “Shatila Refugee Camp”, a Beirut, Libano. Per quanto romanzato, si ispira a situazioni realmente vissute durante la loro permanenza nel campo profughi di Shatila.

Read the English version.

Shatila Beach, sono le 13, il sole è allo zenit. Si sente il rumore dell’acqua, ma non è il mare. Un giovane uomo ci guarda perplesso mentre cerca di riempire con una caraffa di plastica una grossa cisterna sul tetto di casa sua. Sulla terrazza non c’è sabbia, ma un pesante strato di polvere ricopre ogni cosa. Siamo sul tetto della Guest House. Un piano e una scaletta arrugginita sopra di noi e poi mille casette e mille vite precarie, da 68 anni e 4 generazioni.

Il campo profughi di Shatila è grande 1 km quadrato. Circa 20.000 palestinesi vivono qui, ma nessuno sa esattamente quante persone si aggirano, giocano, comprano, lavorano, amano in questo labirinto. Ci sono alcuni bengalesi e migliaia di siriani,che si aggiungono agli altri in una struttura già al collasso. L’acqua dei rubinetti è salata: Shatila Beach. Ma non è acqua del mare e ci lascia addosso una patina appiccicosa. La corrente è limitata solo a qualche ora al giorno.

“Paghiamo l’acqua tre volte qua a Shatila”, ci racconta Mohammed mentre ci guida come il filo rosso di Arianna nel dedalo dei vicoli, fra motorini con in sella bambini di dieci anni, uomini seduti annoiati su sedie di plastica e migliaia di finestre dalle quali intravediamo donne che lavano il bucato o guardano alla tv una telenovela turca. “L’acqua che esce dal rubinetto costa ad ogni famiglia 20 dollari al mese, ma non si può bere. Così dobbiamo comprarla in bottiglia – ovviamente la marca più gettonata è la Nestlè – e poi compriamo l’acqua dai boccioni per lavare i piatti, per cucinare …”. Qualche bambino ci passa a fianco, trascinandosi dietro la preziosa acqua in anfore di plastica della modernità.

Siamo nella penombra dell’ufficio del Children and Youth Center, nel centro di Shatila. Dopo 24 ore siamo ancora completamente incapaci di uscire da qui . “Se vi perdete, in quasiasi parte del campo, chiedete di Abu Mujahed, vi porteranno qua al centro, tutti sanno chi è”. la parola magica assume fattezze umane ed eccolo lì, il signor Abu Mujahed. seduto su una poltroncina damascata, si alza sollecito per prepararci un caffè. Ha capelli bianchi, radi, carnagione olivastra tempestata dalle macchie dell’età, un sorriso aperto, il tipico realismo pessimista palestinese, un’innata attenzione per i bambini, che quando appaiono nella stanza catturano tutte le sue attenzioni: interrompe riflessioni politiche e discorsi d’adulti e si avvicina per chiedere “come stai tesoro?” e per distribuire baci e carezze.

La nostra associazione nasce nel 1997 con l’obiettivo di promuovere la Convenzione per i diritti del fanciullo e stimolare la sua attuazione qua nel campo. Vi sarete resi conto che qua i diritti dei bambini, ma in generale di tutte le persone, sono quotidianamente violati”. Le attività dell’associazione investono in particolare sull’educazione, sul tentativo di tenere impegnati i bambini in attività positive e resilienti. Sono molti i laboratori artistici e che promuovono lo sviluppo di competenze relazionali e sociali. ” Io faccio il corso di dabka, di inglese e faccio anche rap”, ci racconta davanti a un piatto di hummus B. in un inglese eccellente per i suoi 13 anni di età.

“Ogni anno ci aspettiamo che succeda qualcosa, aspettiamo LA SOLUZIONE che porrà fine alle nostre condizioni precarie. Ma non vi ingannate, il problema qua non è la povertà. Le persone si sentono sfiduciate e hanno smesso di lottare per i propri diritti. Che Guevara diceva qualcosa del genere, che l’imperialismo spinge le persone a dover lottare quotidianamente per sopravvivere. La priorità diventa mangiare, si è incapaci di programmare la propria vita oltre le due settimane. Questo ci porta a competere l’uno con l’altro e non riusciamo a cercare le cause dei problemi e a lottare per le soluzioni. La gente qua a Shatila non ha bisogno di operatori sociali, ha bisogno di rivoluzionari!”.

Negli anni ’70 erano molti i “volontari” che sostenevano, armati, la causa palestinese e diventavano subito “camerati” dei combattenti palestinesi, rispettati per la loro scelta di vivere nei campi come le persone nei campi, tanto da acquisire nomi arabi: Mohammed, Ahmad, Hafez i rivoluzionari. Poi c’è stata la guerra e dopo l’ ’82 il conflitto sociale si è come sopito, normalizzato dalla quotidiana, seppur minima, risposta ai bisogni da parte delle organizzazioni umanitarie. È così che sono spariti i combattenti e sono apparsi gli operatori sociali.

Il ventilatore si muove troppo lentamente per rinfrescare l’ufficio del CYC. Fuori una musica allegra attira i bambini vocianti, ma dentro le parole pesano più dell’aria. “La guerra in Siria è ovunque: è qua nei campi, è in Italia e in Catalogna, da dove venite voi, è in Europa”, continua calmo Mujahed. “Le persone devono essere consapevoli di cosa sta succedendo qua, in Siria e nel mondo. Non vogliamo più vedere i nostri bambini, ma neanche i bambini di altre parti del mondo e i vostri, morire così”.

Alberto, Aran, Ilaria, Luca, Marcello, Maria e Martina