Seminare giustizia per raccogliere pace – venerdì 26 ottobre a Torino

Seminare giustizia per raccogliere pace – venerdì 26 ottobre a Torino

Seminare giustizia per raccogliere pace

Interventi civili di pace con la società palestinese

Serata di avvicinamento alla 51ma Giornata Onu di Solidarietà con il Popolo Palestinese del 1 dicembre 2018.

Torino, 26 ottobre 2018

Centro Studi Sereno Regis (sala Gandhi)
via Garibaldi 13
ore 18-22.

Ore 18: “Lode all’ulivo del mediterraneo” con Francesco Migliaccio
A seguire presentazione del progetto “Raccogliendo la pace” a cura di Ilaria Zomer e collegamento Skype con le volontarie del progetto presenti in Palestina.

Ore 19,30: aperitivo di autofinanziamento

Ore 20,30: introduzione di Ahmad Al.Khalil
Intervento di Giulia Campanile, Corpo Civile di Pace del Progetto “Dealing with the future” di Un Ponte Per… nel campo profughi di Chatila, in LIbano.

 

 

 

La serata è tra gli eventi di avvicinamento alla 51esima Giornata Onu di Solidarietà per il Popolo Palestinese che avverrà 1 Dicembre 2018. L’iniziativa ha l’obiettivo di raccontare alcuni progetti e riflettere su quale presenza civile sia più utile per il popolo palestinese, per andare oltre la generica solidarietà e costruire ponti.

L’evento è organizzato e promosso da Un Ponte Per… Torino, Centro Studi Sereno Regis e SCI Italia.

Interventi Civili di Pace in Palestina

Con questi stessi partner, da nove anni costruiamo insieme il progetto Interventi Civili di Pace in Palestina, nato dalla richiesta della società civile palestinese di essere affiancata da una presenza internazionale con ruolo di interposizione durante il periodo della raccolta delle olive. Spesso ostacolata dalle forze militari israeliane e dagli attacchi dei coloni, la raccolta rappresenta un’importante se non l’unica fonte di reddito per molte famiglie delle aree agricole della Cisgiordania sotto amministrazione militare e civile israeliana.

Il progetto attualmente si sviluppa in collaborazione con associazioni che da anni lottano contro l’occupazione con metodi nonviolenti, quali i Comitati Popolari di Resistenza Nonviolenta di Betlemme e At Twani, Youth Against Settlements e Human Rights Supporters.

Clicca qui per più informazioni sul progetto.

Solidarietà a Mimmo Lucano e a tutta Riace, città dell’accoglienza

Solidarietà a Mimmo Lucano e a tutta Riace, città dell’accoglienza

Il 2 ottobre è stato arrestato dalla Guardia di Finanza Domenico Lucano, sindaco di Riace, con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e fraudolento affidamento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti[1]. Una notizia che ci lascia sgomenti ma non giunge certo come una sorpresa, perché si inserisce all’interno della campagna di criminalizzazione della solidarietà a persone migranti che da più di un anno colpisce singoli, associazioni e ONG da Ventimiglia a Catania, in mare come sulla terra ferma.

Ancora una volta la legalità diviene strumento di controllo sociale, tratto comune ai governi degli ultimi anni. Sospinta dalla retorica del decoro e del rispetto delle leggi come eliminazione delle manifestazioni della marginalizzazione e del dissenso, la legalità viene strumentalizzata per esercitare forme di violenza culturale e alimentarne altre sue pari, specialmente il razzismo.

Domenico Lucano ha sempre diffidato di questa legalità[2] che non tiene conto della vita reale, delle persone prima ancora della burocrazia. Per questa ragione si è fatto promotore di processi di interazione e condivisione tra persone che possano abbandonare i binari tracciati dalle forme di “ospitalità e integrazione” istituzionalizzate, causa parziale di tanta marginalizzazione delle persone migranti.

A Domenico Lucano e alla comunità di Riace va la nostra solidarietà, e nel nostro piccolo continueremo a portare avanti progetti rivolti a persone a rischio di marginalità sociale, tra cui rifugiati e richiedenti asilo, che si basa sul loro coinvolgimento in attività al pari e senza distinzioni con altre volontarie e volontari provenienti da tutto il mondo, con l’obiettivo di estendere gli spazi di inclusione e interazione, nel tentativo di promuovere percorsi graduali e autonomi di protagonismo sociale.

Servizio Civile Internazionale

[1] https://www.valigiablu.it/riace-arresto-sindaco-lucano-migranti/

[2] https://www.infoaut.org/culture/nel-mare-di-riace-una-conversazione-con-mimmo-lucano

Un campo a Cantalupo nel Sannio, dove si promuove il dialogo interreligioso e l’inclusione sociale

Un campo a Cantalupo nel Sannio, dove si promuove il dialogo interreligioso e l’inclusione sociale

Riceviamo e pubblichiamo il Comunicato Stampa realizzato dall’Associazione “Arcivescovo Ettore di Filippo”, nostro partner per il campo di volontariato “Migrazioni, yoga e meditazione: un campo in Molise per l’inclusione sociale“.

CAMPO DI VOLONTARIATO INTERNAZIONALE

“Migration, yoga and meditation. A natural way of living in mutual understanding and peace”
(Migrazioni, Yoga e meditazione. Uno stile di vita naturale tra comprensione reciproca e pace)
17-23 Settembre, Cantalupo nel Sannio (IS)

Dal 17 al 23 Settembre 2018 ospiteremo a Cantalupo nel Sannio, presso il B&B Santa Ildegarda, un campo di volontariato internazionale in partenariato con lo SCI.
Volontari locali, sia autoctoni sia migranti, residenti in centri di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati, vivranno, lavoreranno e studieranno per una settimana insieme a volontari internazionali provenienti da ogni parte del mondo.

Nel quadro di una visione e missione ispirata all’ecologia profonda, al bioregionalismo e alla nonviolenza attiva, tema centrale del campo di volontariato sarà il dialogo interreligioso, in merito al quale il presidente dell’associazione, padre Francis Tiso, sacerdote cattolico, cappellano dei migranti, dottore in storia e teologia, tibetologo, erborista, artista e musicista, condurrà una ricca sessione di studio.

Le mansioni includeranno lavori di agricoltura e giardinaggio, raccolta di erbe selvatiche a scopo culinario e officinale, organizzazione di attività di sensibilizzazione, falegnameria, pulizia e imbiancatura.

Il campo di volontariato è aperto a chiunque sia maggiorenne, senza alcuna discriminazione di nazionalità, età, sesso, condizione socio-economica. A questo link è possibile trovare tutte le informazioni circa le modalità di partecipazione.

Per essere aggiornati su nostri eventi e attività, è possibile seguirci inviando una email a asdarciettoredifilippo@gmail.com, chiedendo di essere inseriti nella newsletter, oppure attraverso la pagina FB.

CHI SIAMO

Nata nel Febbraio 2017 a Cantalupo nel Sannio, in provincia di Isernia, l’Associazione “Arcivescovo Ettore di Filippo” si prefigge l’obiettivo generale di promuovere e diffondere una cultura in cui l’assistenzialismo e la speculazione siano guariti da un genuino spirito di apertura e ascolto verso il prossimo, la prevaricazione dalla pace, il fanatismo dal dialogo interreligioso, l’individualismo dalla solidarietà, la devastazione ambientale e lo sterminio di altre forme di vita da una profonda connessione con la natura, la paura e l’avidità da uno spirito di condivisione e generosità.

COSA FACCIAMO

Intendiamo contribuire al miglioramento delle condizioni di accoglienza in termini di benessere integrale, inclusione sociale, facilitazione della comprensione tra persone richiedenti asilo, operatori dell’accoglienza e comunità locali, al fine di trasformare e risolvere eventuali dinamiche conflittuali e sventare traffici, delinquenza, sfruttamento e accattonaggio.

I percorsi interculturali che proponiamo includono:

  • iniziative socio-educative (lezioni di lingua e cultura italiana, orientamento formativo e professionale, gruppi di riflessione, laboratori artigianali, visite guidate);
  • pratiche di meditazione cristiana e buddhista;
  • pratiche di Yoga;
  • ReGeneration Radio, webradio itinerante di, con, per persone migranti;
  • corsi di cucina e alimentazione naturale, secondo gli insegnamenti tramandati dai maestri delle tradizioni mediterranee, ayurvedica e macrobiotica;
  • Casa delle Erbe Santa Ildegarda, crocevia di condivisione su antichi saperi erboristici da tutto il mondo, che promuove passeggiate di riconoscimento e catalogazione di erbe spontanee commestibili e officinali, nonché laboratori eco-conviviali di fitocosmesi, ginecologia naturale e tisaneria.

Che tutti gli Esseri siano Felicità

Si è concluso il progetto PATH, dopo oltre un anno di lavoro per la pace

Si è concluso il progetto PATH, dopo oltre un anno di lavoro per la pace

PATH, acronimo di Peace Activism through Lessons from History of Forced Migration, è un progetto nato nell’ambito del programma Europe for Citizens, svolto nel corso del 2017 e concluso nel 2018.

L’obiettivo del progetto era quello di promuovere l’attivismo per la pace attraverso dei seminari, che ripercorressero e analizzassero la memoria storica delle migrazioni forzate.

In totale, sono stati realizzati 7 seminari in diverse città d’Europa: Budapest (Ungheria), Catalogna (Spagna), Novi Sad (Serbia), Roma (Italia), Salonicco (Grecia), Friedland (Germania) e Sofia (Bulgaria).

1. Riunione preparatoria, 18-21 novembre 2016, Budapest, Ungheria.

La riunione preparatoria del progetto è stata organizzata grazie al supporto di due gruppi di lavoro del Service Civil International, Building Bridges e No More War. L’incontro è iniziato con il bilancio di un precedente progetto, “Memoric: Memories Beyond Rhetoric”, presentandone i risultati, le buone pratiche e le sfide affrontate durante il suo svolgimento. I differenti partner hanno condiviso quindi, a partire dall’esperienza precedente, aspettative ed esperienze. In questo modo, hanno lavorato alla pianificazione del progetto, del budget, dei compiti e dei risultati sperati. È stata inoltre organizzata una visita al progetto Utilapu (SCI Ungheria), rivolto ai/alle giovani rifugiati/e e richiedenti asilo.

2. Seminario Learn and Get Inspired from the Past,10-15 marzo 2017, La Jonquera, Spagna.

L’obiettivo del seminario era la rilettura della storia della Guerra Civile Spagnola, utilizzando la tematica delle migrazioni forzate come chiave d’analisi principale. I/le partecipanti hanno ripercorso le strade battute dai rifugiati d’allora, visitando alcuni luoghi centrali per la memoria storica: l’ospedale di Elna, un rifugio per le donne incinte e le madri sole; il campo di concentramento di Argeles; il Museo della Memoria dell’Esilio. Nel corso del progetto, storici e attivisti locali sono stati coinvolti e hanno contributo con le proprie conoscenze e memorie dirette del periodo storico analizzato.

3. Seminario One Step Forward, One Step Back, 8-14 maggio 2017, Novi Sad, Serbia.

L’obiettivo del secondo seminario è stato l’esplorazione delle guerre dell’ex Yogoslavia, comparando la situazione nella regione di allora con quella di oggi, in cui la penisola balcanica è ancora teatro di migrazioni forzate di persone in fuga dai propri paesi, in cerca di un futuro sicuro. Il seminario si è svolto con il contributo di alcuni esperti storici ed esponenti di associazioni di Novi Sad (NSHC; CK13), attivisti di base e organizzazioni di Subotica, una cittadina al confine con l’Ungheria.

4. Campo studio e evento Recapturing the history, 10-20 luglio 2017, Tessalonica, Grecia.

L’obiettivo dell’evento Recapturing the history era la raccolta delle storie dei rifugiati e delle vittime di guerra, partendo dall’ondata di migranti giunta in Grecia nel 1922, passando per le vittime della Seconda Guerra Mondiale e arrivando fino ai giorni nostri.

5. Campo studio e festival di sensibilizzazione No Border Fest, 12-21 giugno 2017, Roma, Italia.

Lo scopo di questo campo studio e evento era di stimolare il dibattito sulle migrazioni forzate di ieri e di oggi, legandole allo sfruttamento del lavoro migrante e alle contraddizioni a questo legate. Inizialmente il campo doveva svolgersi a Foggia, in cooperazione con Radio Ghetto Voci Libere (una radio per dare voce a chi non ne ha, come i migranti che lavorano nelle campagne del sud Italia) e Laboratorio 53. Sfortunatamente, la tendopoli di Foggia è stata sgomberata nel marzo 2017, ed è per questo che il campo si è poi svolto a Roma, presso La Città dell’Utopia. Il campo è stato quindi unito al No Border Fest, un festival sulle migrazioni che SCI Italia organizza sin dal 2009 insieme ai/alle rifugiati/e e richiedenti asilo.

6. Campo studio e evento di sensibilizzazione, Solidarity with refugees, 12-26 agosto 2017, Friedland, Germania.

Durante questo campo si è tentato di mettere in evidenza le barriere politiche, sociali e psicologiche esistenti tra i rifugiati e la popolazione locale tedesca, con l’obiettivo di decostruirli. Friedland, dopo la Seconda Guerra Mondiale, è divenuto il più grande campo profughi tedesco. SCI Germania ha così organizzato il campo insieme alla comunità locale e ai rifugiati, alternando sessioni di studio e sessioni creative per realizzare una mostra, all’interno del Museo di Friedland, sulla storia dell’impegno civico dei diversi gruppi di rifugiati nel campo proprio sul tema dei confini.

7. Evento finale, No More War Festival, 25-30 gennaio 2018, Sofia, Bulgaria.

Durante l’evento si è discusso di conflitti e migrazioni forzate, di movimenti di resistenza, di pratiche non violente e proteste pacifiche, in dibattiti aperti al pubblico locale. L’evento è stato organizzato da CVS Bulgaria in cooperazione con molti partner locali, trasformando l’evento in 3 giorni di festival e di discussioni sulla pace, dai suoi aspetti più locali a quelli più generali. Più di 70 visistatori hanno contrribuito alle discussioni, ai workshop e alle proiezioni del festival, e visionato il documentario che racconta il progetto PATH, così come la mostra fotografica.

Clicca qui per visualizzare il video di racconto del progetto.

Clicca qui per la descrizione completa del progetto.

Accuse e minacce alle organizzazioni solidali con la Palestina: il boicottaggio non è terrorismo

Accuse e minacce alle organizzazioni solidali con la Palestina: il boicottaggio non è terrorismo

Il 25 maggio 2018 il Ministero israeliano per gli Affari Strategici ha pubblicato un dossier dal titolo “The money trail: the millions given by EU institutions to NGOs with ties to terror and boycotts against Israel”. Il documento, reso consultabile sulle pagine del sito di Europe Israel Public Affairs (EIPA), – gruppo di pressione sulle istituzioni europee che in passato si è reso protagonista di esternazioni xenofobe – vorrebbe essere di denuncia nei confronti dell’Unione Europea, accusata di elargire fondi a ONG che sostengono la campagna “Boycott, Divestment and Sanctions” (BDS) fino a mantenere relazioni con “organizzazioni terroristiche”: tra quelle citate c’è anche il Servizio Civile Internazionale.

Non è questa la sede per un’indagine critica dell’utilizzo del termine “terrorismo”, che sempre meno si riferisce a ogni atto perpetrato per suscitare terrore nella popolazione civile – anche da parte delle istituzioni statali – e sempre più è utilizzato come escamotage per giustificare abusi e violazioni a livello locale e internazionale.

Ci preme tuttavia porre l’attenzione sui presunti aspetti negativi del sostegno alla campagna BDS che, come si legge nel dossier e sulla scia della narrativa dominante, è associata a una “delegittimazione anti-Israele”: come sempre accade, l’infamante accusa di antisemitismo è dietro l’angolo, come conferma tra l’altro il tono dell’articolo pubblicato su Il Foglio in cui si parla appunto del dossier.

Qui di seguito la nostra replica al quotidiano diretto da Claudio Cerasa, pubblicata però deliberatamente sotto un titolo falso e fuorviante, oltre che in palese contrasto con le argomentazioni stesse del comunicato.

L’esperienza ci ha mostrato come la trasformazione nonviolenta dei conflitti passi anche dalla loro narrazione, con la necessità di restituire una cornice nella quale raccontare la quotidianità delle violenze dirette, troppo spesso alla mercé di chi le strumentalizza per interessi propri. Una cornice data quindi anche dal racconto della violenza culturale e strutturale, per cui le istituzioni israeliane non fanno eccezione: un contesto coloniale e di occupazione militare e civile portato avanti da più di 70 anni, in cui politiche discriminatorie, di segregazione e di oppressione colpiscono l’intera popolazione palestinese, sia essa all’interno di Israele, nei Territori Occupati – di cui, è bene ricordare, fa parte anche la Striscia di Gaza – o esule in altri paesi.

Rimane fermo il nostro rifiuto della violenza, sempre e comunque. Allo stesso tempo consideriamo vuote le parole di chi si definisce super partes perché, come affermava l’arcivescovo Desmond Tutu, “Se sei neutrale in situazioni d’ingiustizia, hai scelto il lato dell’oppressore”. Le parti in conflitto non sono sullo stesso livello, non è accettabile confondere l’occupante con l’occupato, l’aggressore con l’aggredito.

Ribadiamo quindi il nostro motto “meno parole, più fatti” e richiediamo l’applicazione della Giustizia: quella del diritto internazionale, delle Convenzioni di Ginevra e dei Protocolli aggiuntivi. Questo è stato, e sarà in futuro, il fine della nostra progettualità nei Territori Occupati e in Israele; progetti resi possibili anche grazie ai programmi di finanziamento dell’Unione Europea. Nella speranza di un’adesione sempre maggiore, continuiamo a supportare la campagna BDS in quanto azione nonviolenta di contrasto alla propaganda e all’apparato repressivo israeliano, come testimoniato dal dossier “Il Diritto di Boicottare Israele”, a cura di BDS Italia.

Esprimiamo quindi la nostra solidarietà a tutte le realtà menzionate nel dossier “The money trail”, oltre che a tutte le attiviste e attivisti palestinesi e israeliani che si adoperano per la fine dell’occupazione e per la creazione di un futuro condiviso.

Servizio Civile Internazionale

[Aggiornamento in data 31 luglio 2018]

Il ministro degli Esteri dell’Unione Europea, Federica Mogherini, ha inviato personalmente una lettera al ministro degli Affari Strategici Gilad Erdan, chiedendogli di fornire le prove dal suo ministero sulle accuse “vaghe e infondate” secondo le quali l’UE sta finanziando attività di terrorismo e boicottaggio contro Israele attraverso le organizzazioni no profit. La notizia è comparsa sul quotidiano Haaretz, cliccare qui per visualizzare il testo integrale.

#RightToReturn: comunicato in solidarietà con la popolazione palestinese

#RightToReturn: comunicato in solidarietà con la popolazione palestinese

Vent’anni di interventi solidali in Palestina ci hanno insegnato a non entrare nel merito di quale azione individuale abbia innescato l’escalation di violenza – l’ennesima – ogni qual volta l’interesse mediatico si sveglia per inseguire una sua agenda. Le azioni individuali vanno considerate all’interno del loro contesto, e quello che manca in queste ultime settimane è proprio il contesto nel quale le vicende si svolgono. Un contesto coloniale e di occupazione militare e civile portato avanti da Israele da più di 60 anni, in cui politiche discriminatorie, di segregazione e di oppressione colpiscono l’intera popolazione palestinese, sia essa all’interno di Israele, nei Territori Occupati – di cui, è bene ricordare, fa parte anche la Striscia di Gaza – o esule in altre geografie del mondo.

Tuttavia la repressione di questi giorni ha una genesi ben definita: la scelta del governo statunitense di trasferire la sua ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. Una scelta scellerata per due motivi: codifica il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele, cancellando le già tenui speranze della popolazione palestinese di vederla anche come la loro capitale; l’inaugurazione arriva in una data dall’alto valore simbolico, cioè quella della “Dichiarazione di Indipendenza di Israele”, che precede di un giorno l’inizio della Nakba palestinese, “catastrofe” che culminò nella pulizia etnica del Palestina del 1948.

A ciò possiamo aggiungere anche due eventi di carattere culturale avvenuti in questi giorni, uno dei quali ci riguarda da vicino: la vittoria della cantante israeliana Netta Barzilai al contest canoro Eurovision e la partenza da Gerusalemme ovest del Giro d’Italia. Entrambi gli eventi evidenziano l’attenzione per i dettagli da parte del governo israeliano quando si tratta di propaganda: il regolamento garantisce infatti l’ospitalità del contest dell’anno successivo nella capitale del paese d’origine della vincitrice/vincitore, e la città designata sarà Gerusalemme, non Tel Aviv; la gara ciclistica si è invece piegata alle pressioni del governo israeliano, eliminando la dicitura “Gerusalemme ovest” a favore di “Gerusalemme” nei documenti ufficiali della corsa, unificando così la città e tramutandola de facto in capitale israeliana come luogo di partenza.

Rimane fermo il nostro rifiuto della violenza, sempre e comunque. Allo stesso tempo consideriamo vuote le parole di chi si definisce super partes perché, come affermava l’arcivescovo Desmond Tutu, “Se sei neutrale in situazioni d’ingiustizia, hai scelto il lato dell’oppressore”. Le parti in conflitto non sono sullo stesso livello, non è accettabile confondere l’occupante con l’occupato, l’aggressore con l’aggredito.

Non ci potrà essere pace in Israele/Palestina fino a quando non cesseranno l’occupazione militare e civile dei Territori Palestinesi, fino a quando non cesseranno le politiche discriminatorie per l’intera popolazione palestinese, fino a quando non cesseranno le pretese di Israele di costruire uno Stato etnicamente puro, ebraico, quindi senza popolazioni terze al suo interno.

Come Servizio Civile Internazionale continuiamo a portare avanti interventi solidali in Palestina per testimoniare, condividere e rompere il silenzio o le strumentalizzazioni. Di fronte alla storia che si ripete, ribadiamo ancora una volta il motto “meno parole, più fatti” e richiediamo l’applicazione della Giustizia, quella del diritto internazionale, delle Convenzioni di Ginevra e dei Protocolli aggiuntivi. Nella speranza di un’adesione sempre maggiore, continuiamo a supportare la campagna BDS (Boycott, Divestment and Sanctions) come azione nonviolenta di contrasto alla propaganda e all’apparato repressivo israeliano.

Continuiamo nel nostro sostegno alla lotta popolare nonviolenta che i comitati popolari portano avanti in molti villaggi palestinesi. Continuiamo nel nostro sostegno a tutte quelle attiviste e attivisti israeliani che si battono insieme ai palestinesi per la fine dell’occupazione e un futuro condiviso.

Sono questi gli strumenti per una reale trasformazione nonviolenta del conflitto che porti giustizia e pace.

Servizio Civile Internazionale

#FreePalestine #Nakba #EndTheSiege #GreatReturnMarch #NoUsEmbassyInJerusalem

Per approfondimenti:

Official statement on President Trump’s intention to move US Embassy to Jerusalem (Service Civil International)

U.S. Embassy move could prove to be “the perfect storm” (+972 magazine)

Why Israel’s Eurovision contestant became a target for BDS (+972 magazine)

#VergognatiGiro! È ora che il Giro d’Italia si confronti con la realtà (BDS Italia)

Risignificare il volontariato a partire dalla formazione

Risignificare il volontariato a partire dalla formazione

Volontari SCI ad un incontro di formazioneLe scelte politiche europee e nazionali degli ultimi anni hanno stravolto il ruolo del volontariato, con il conseguente adeguamento a questa evoluzione da larga parte del Terzo Settore, compresa la cooperazione internazionale. In un contesto sociale in cui anche il volontariato è divenuto un prodotto, le dinamiche generate sono quelle di competizione tipiche del mercato, in cui il volontario e la volontaria sono prima di tutto consumatori da attrarre. A ciò concorre l’attuale cornice dei programmi di finanziamento europei (es. Erasmus+), che pone l’accento su visibilità e disseminazione dei progetti finanziati: la forma, spesso veicolata attraverso i nuovi strumenti dell’information communication technology, ha il sopravvento sui contenuti, che dovrebbero contribuire a una crescita umana e sociale dei beneficiari diretti, capaci quindi di mettere in discussione la realtà nell’ottica del cambiamento sociale. Gli aspetti comunicativi stravolgono così l’immaginario del volontariato e dei contesti d’intervento, sempre più legati a un qui ed ora che mette in secondo piano ogni altra riflessione.

Così il volontariato si appiattisce sul suo immaginario stravolto, riducendolo a un’esperienza di solidarietà circoscritta nel tempo e nello spazio, slegata da finalità etiche e sociali e interpretata secondo i canoni del buonismo e del pietismo. In questa maniera si rafforza l’oggettificazione di partner e beneficiari, che subiscono un approccio assistenzialista, mancante di percorsi che favoriscano crescita e autonomia reciproci.

Rivolgendo lo sguardo al nostro interno, abbiamo individuato nei percorsi formativi il principale strumento per per proporre una nostra contronarrazione del volontariato. Questi percorsi, che possono assumere forme molteplici a seconda dell’obiettivo che si pongono, ritrovano nell’educazione non-formale il loro elemento comune. L’educazione non-formale ci permette di discutere del contesto sociale e politico ed è essa stessa politica, perché scardina le dinamiche frontali, quindi verticistiche, di trasmissione delle conoscenze, favorendo la partecipazione di tutte e tutti i partecipanti, lo scambio di saperi e il superamento dell’oppressiva dicotomia educatore/educando (1).

Per queste ragioni, durante l’ultima Assemblea Nazionale SCI tenutasi dal 3 al 5 Novembre 2017 a Berzano di Tortona (AL), abbiamo preso la decisione associativa di investire ancora di più sui percorsi formativi, a partire dall’auto-formazione. Si è così sviluppata l’idea di organizzare un weekend rivolto a coloro che avessero preso parte ad alcune attività SCI negli ultimi due anni e con la partecipazione di chi già si occupa di formazione nella nostra associazione, nell’ottica di confrontarsi su contenuti e metodologie dei nostri percorsi formativi: dal 23 al 25 Febbraio 2018, 30 persone si sono incontrate a La Città dell’Utopia, Roma, con l’obiettivo di garantire una sempre più alta qualità della nostra proposta formativa. Raccontare questi piccoli passi è per noi di vitale importanza, al fine di trasmettere l’operato e il senso che sono dietro la proposta formativa SCI per il 2018: incontri di formazione per progetti di volontariato internazionale, formazione per interventi civili in zone di conflitto, corsi su progettazione europea e attivazione sociale, corso “digital per no-profit”.

Per alcune persone i percorsi formativi proposti dalla nostra associazione sono stati stata una scuola di vita, per altre un modo di conoscere meglio se stessi e le/gli altre/i, per altre ancora semplicemente la via per fare chiarezza sull’esperienza di volontariato internazionale. Se lo spirito di un progetto di volontariato internazionale è lo stesso in Svizzera come in Ghana, in India o Nicaragua, ben diversi sono la situazione che lo ospita, i messaggi e gli stimoli da inviare e da ricevere: la solidarietà corre sul filo del rispetto verso culture altre rispetto alla nostra. Per noi restano una grande occasione di crescita, un modo di percorrere insieme un piccolo tratto di strada.

Una nuova stagione di volontariato internazionale sta per iniziare, ti aspettiamo quindi a una o tutte le nostre proposte formative se:

  • Vuoi prendere parte a un campo di volontariato internazionale;
  • Vuoi partire per un periodo di volontariato a lungo termine;
  • Vuoi coordinare un campo di volontariato internazionale in Italia;
  • Sei una studentessa/studente il cui percorso di studi riguarda temi quali educazione non-formale, inclusione sociale e cooperazione internazionale;
  • Sei curioso/a di conoscere le attività locali del gruppo SCI più vicino a te.

#preferiSCI, un mondo di campi dal 1920!

Simone Ogno
Segretario Nazionale

(1) Per maggiori riferimenti: Paulo Freire, La pedagogia degli oppressi, Torino, EGA, 2002

Dossier: “Il diritto di boicottare Israele”

Dossier: “Il diritto di boicottare Israele”

In concomitanza con l’Israeli apartheid week, pubblichiamo il dossier “Il Diritto di boicottare Israele – Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni: un legittimo movimento per i diritti umani,” a cura di BDS Italia con il sostegno di AssoPace Palestina, Centro Studi SerenoRegis, Pax Christi Italia, Rete Ebrei Contro l’occupazione, Servizio Civile Internazionale e Un Ponte per… Lo scopo del documento è di chiarire le ragioni e gli obiettivi del movimento globale nonviolento per il BDS, che si propone di esercitare pressione su Israele fino a quando non rispetterà il diritto internazionale e i diritti umani del popolo palestinese.

Il dossier è corredato da una ricca documentazione che presenta le basi giuridiche della legittimità del movimento e una rassegna delle prese di posizione da parte di governi, organizzazioni della società civile ed esperti che sostengono il pieno diritto del BDS ad essere esercitato.

Contiene inoltre una consistente sezione sugli attacchi che, a livello internazionale, vengono mossi al movimento e agli attivisti in esso impegnati, che, per Amnesty International, sono “difensori dei diritti umani.”

Il dossier si conclude con alcune raccomandazioni alle istituzioni italiane affinché siano tutelati i diritti alla libertà di espressione, di associazione e di riunione, come sancito nella nostra Costituzione, e sia rispettato e garantito il diritto di contribuire al raggiungimento dei diritti umani del popolo palestinese attraverso la pacifica promozione del BDS.

Il dossier ​potrà essere uno strumento utile per la stampa, le istituzioni, la politica e chiunque voglia un’informazione obiettiva sul movimento BDS, recentemente nominato da un parlamentare norvegese al Premio Nobel per la Pace.

Il BDS, sostenuto da milioni di uomini e donne in tutto il mondo, incluse personalità come l’Arcivescovo Desmond Tutu, Premio Nobel per la pace, Naomi KleinRoger WatersAngela Davis e Judith Butler, si sta rivelando uno strumento efficace nella lotta per porre fine al sistema di occupazione militare, colonizzazione e apartheid che Israele impone ai palestinesi.

Scarica il dossier.

Across The Land: reportage audio dalla Balkan route

Across The Land: reportage audio dalla Balkan route

È online da oggi il reportage audio in quattro tappe frutto del progetto Across the Land, un lavoro di documentazione sulla rotta migratoria balcanica meglio conosciuta come “Balkan route”. Incentrato sulla Bulgaria, il reportage sarà pubblicato a cadenza settimanale sul sito Across the Sea, in quanto follow-up del progetto omonimo avviato nel 2014.

Across the Land, portato avanti da Echis.org in collaborazione con il Servizio Civile Internazionale, è un progetto che attraversa i confini della Bulgaria, partendo dalla Turchia e arrivando fino alla Serbia. Realizzato nell’inverno 2016, quando i riflettori mediatici su questa rotta migratoria erano più accesi che mai, Across the Land – come fu Across the Sea – racconta il vissuto di tutte le persone che vogliono bruciare la frontiera – come si dice in lingua araba – ricercando per sé, il nucleo familiare e la propria comunità le condizioni per il soddisfacimento dei propri progetti di vita. Una ricerca che ha determinato e continua a determinare per milioni di persone l’esigenza di muoversi, di trovare la propria strada in altri luoghi diversi da quello di nascita.

Una volta ultimato il progetto vuole essere strumento dinamico e implementabile tramite i contributi di quanti lavorano al monitoraggio delle frontiere e delle rotte di migrazione verso l’Europa. Affinchè si vada accumulando nel tempo un archivio il più possibile aggiornato, che sia strumento di lettura dei cambiamenti in atto e fonte di informazioni utili a contrastare efficacemente le politiche di esclusione e morte alle frontiere europee, sarà necessario il contributo di tutti e tutte.

Per informazioni:
info@echis.org
coordinamento@sci-italia.it

Across the Land è un progetto finanziato dalla PME Foundation

“Io sono sahrawi”: storia e speranze di un popolo senza terra

“Io sono sahrawi”: storia e speranze di un popolo  senza terra

Articolo di Taghla Brahim Salem, volontaria di Shanti Sahara, associazione di volontariato che si occupa di minori disabili nei campi profughi saharawi, attraverso progetti di sostegno sanitario in Italia e sul campo.

Nella seconda metà degli anni settanta, gli anni delle rivoluzioni, dei movimenti di indipendenza e di legittimazione della maggior parte degli stati attuali, quando ormai si andava terminando il processo di decolonizzazione dell’Africa, il Sahara Occidentale rimaneva l’ultima colonia spagnola del continente. Era il 10 maggio del 1973 quando vedeva la luce il Fronte Polisario, ovvero il movimento di liberazione saharawi, guidato da El Ouali, uomo comune destinato a diventare un leader e un simbolo della lotta.

La Spagna, in una situazione di transizione verso la democrazia, si ritira dal paese senza completare il processo di decolonizzazione chiesto dalle Nazioni Unite. Ed è con i famosi “Accordi Tripartiti” che il governo madrileno cede l’amministrazione di quei territori ai due stati confinanti, Marocco e Mauritania.

Se sulla carta già erano state determinate le sorti del Sahara Occidentale, con l’organizzazione da parte del Marocco della “Marcia Verde” si ha l’effettiva occupazione del territorio da forze ostili: oltre 350.000 coloni invadono le principali città privando la popolazione delle proprie abitazioni.

Nel caos dei bombardamenti e degli attacchi, molte famiglie si separarono, molti uomini si unirono al Fronte Polisario per combattere, mentre i civili fuggirono a piedi in zone controllate dagli indipendentisti sahrawi. Per molti nella fuga si intravede l’unica flebile speranza di sopravvivenza e la maggior parte della popolazione autoctona si vede costretta a questa scelta. Tra i molti, i miei genitori che portano, ancora oggi, vivido il ricordo di quei giorni di terrore ed incertezza.

Dopo mesi di guerra e la conseguente perdita di molti civili, soprattutto per le frequenti e massicce incursioni aeree marocchine, l’Algeria offre ai sahrawi una parte del proprio territorio, lontano dai bombardamenti, dove vengono organizzati i campi profughi e le prime tendopoli. Nel silenzio del deserto, uno dei deserti più aridi e inospitali al mondo, in queste tendopoli di fortuna vicino alla città algerina di Tindouf, sono nata io, 30 anni fa. E come me molti, troppi, sono nati e cresciuti chiamando casa una tenda di fortuna in mezzo al niente, con l’acqua portata da autobotti che ogni 25-30 giorni riempiono le piccole cisterne e con il clima che alterna periodi aridi a devastanti alluvioni che ogni volta distruggono tutto quanto è stato costruito con mattoni di sabbia.

Intanto il Fronte Polisario, temendo che il Marocco potesse occupare il vuoto istituzionale lasciato dalla partenza degli spagnoli, proclama la RASD, Repubblica Araba Sahrawi Democratica creando così le basi di uno Stato che esercita la propria sovranità effettiva sui campi di rifugiati a sud di Tindouf e su un quarto dei territori liberati, e che solo teoricamente ha potere su tutto il territorio del Sahara Occidentale.

Dopo 4 anni di conflitto armato, la Mauritania decide di ritirarsi dal mio paese e di riconoscere la RASD, ma il Marocco continua ad occupare l’altra parte del territorio iniziando a costruire un muro di rocce e sabbia, lungo 2.720 km (1). Per noi sahrawi rappresenta il cosiddetto “muro della vergogna”, disseminato di postazioni militari, filo spinato, campi minati e sofisticati sistemi radar. Un’impresa a dir poco ciclopica, iniziata nel 1980 e terminata sette anni dopo, mirata fin dal principio ad isolare la parte economicamente utile (Smara, Al-Aaiun e le miniere di fosfati di Bou Craa) dal resto del territorio.

In questo modo la popolazione si ritrova divisa da un confine invalicabile: da una parte i campi rifugiati nel sud-ovest dell’Algeria, organizzati in tendopoli e completamente dipendenti dagli aiuti internazionali, dall’altra i territori occupati, condannati a vivere sotto la difficile dominazione marocchina. Qui permangono, ancora oggi, condizioni di emarginazione sociale, di controllo sulle mobilitazioni, di divieto di espressione del dissenso, aggravate dalle detenzioni arbitrarie, dalle torture e dall’uso della forza.

In termini economici, la guerra costa molto al Marocco e intanto la questione passa in mano alle Nazioni Unite che nel 1991 dichiarano il cessate il fuoco istituendo una missione ONU (MINURSO) con il compito di indire un referendum nel Sahara Occidentale, referendum ostacolato a più riprese dal Marocco, poiché tra le opzioni prevede l’indipendenza.

Nonostante le pressioni del Polisario e di altri paesi africani, la MINURSO rimane l’unica missione delle Nazioni Unite a non avere il mandato di controllo sulla violazione dei diritti umani, osteggiato dal Marocco col sostegno della Francia (membro permanente nel Consiglio di sicurezza ONU e quindi con diritto di veto). Molti Stati si sono pronunciati a favore dell’ampliamento del mandato della missione ONU, reso ancora più urgente dopo gli episodi del novembre 2010 avvenuti a Gdeim Izik, a 12 km da Al-Aaiun: in questa città si assiste alla scintilla che, come afferma Noam Chomsky, scatena le cosiddette “primavere arabe”, una grande manifestazione pacifica nei territori occupati che vede l’installazione di molte jaimas (tende) al fine di denunciare le intollerabili condizioni economiche e sociali in cui vivono i sahrawi sotto occupazione. L’accampamento di Gdeim Izik vede la partecipazione di circa 20.000 persone ed é una delle più grandi dimostrazioni contro gli abusi, le torture, gli arresti arbitrari e lo sfruttamento delle risorse naturali. Purtroppo il campo di protesta pacifica di Gdeim Izik viene isolato attraverso la costruzione di diversi muri e recinzioni, e dopo aver effettuato un embargo mediatico, l’esercito marocchino rade al suolo l’accampamento, attraverso l’utilizzo di elicotteri, gas lacrimogeni, cannoni ad acqua.

Anche in questa circostanza non mancano morti e feriti.

Già negli anni ’70 la Corte Internazionale di Giustizia afferma il diritto all’autodeterminazione del popolo sahrawi, così come da sempre dichiarato dalle risoluzioni ONU in cui si parla anche di indipendenza.

Il Sahara Occidentale, al contrario del Marocco che è l’unico paese africano a non farne parte, è membro fondatore dell’Unione Africana, il cui attuale vicepresidente è sahrawi; la Repubblica Araba Sahrawi Democratica è riconosciuta da ben 84 paesi e nessuno Stato riconosce la sovranità marocchina sull’ex colonia spagnola.

Ad oggi il Sahara Occidentale rappresenta uno degli ultimi esempi di decolonizzazione incompleta rimanendo una ferita aperta da oltre 40 anni che necessita di un maggior coinvolgimento della comunità internazionale al fine di superare la situazione di stallo e organizzare il referendum di autodeterminazione.

Il mio popolo ha sofferto l’esilio, un genocidio (2), persecuzioni (3), l’occupazione, ma continua a lottare per ciò che gli spetta, per la propria terra, per la propria cultura, per la propria identità.

Sono più di 40 anni che siamo in attesa di celebrare il referendum e, l’ONU, insieme alla comunità internazionale ha una grave responsabilità nei confronti della nostra Repubblica: si mostra cieca di fronte al principio di autodeterminazione, uno dei principali diritti riconosciuti a ciascun popolo, e lascia prevalere la legge del più forte, la legge di uno Stato che, aiutato politicamente, militarmente e finanziariamente da paesi occidentali come Francia e Stati Uniti, non si fa scrupoli ad usare la forza contro una popolazione pacifica, pur di mantenerne il controllo economico.

Siamo un popolo molto paziente e pacifico, che ha fatto della diplomazia la sua unica arma, e che pur diviso fisicamente rimane unito per un unico obiettivo: vedere un giorno il proprio paese indipendente e libero senza dover più sopravvivere grazie agli aiuti umanitari.

Noi sahrawi continueremo a lottare per la nostra autodeterminazione con dignità e vigore, e, nonostante le innumerevoli ingiustizie subite nei territori occupati, le nuove generazioni nei campi profughi manterranno sempre viva la speranza di potersi ricongiungere in un’unica forte nazione e di poter tornare a vivere da uomini liberi.

Io sono Sahrawi, una rifugiata dei campi profughi, sono nata in quei campi e non ho mai visto la terra di origine del mio popolo, la mia terra. Questa realtà triste e dolorosa, lascia il segno nella vita di tutti noi che viviamo nella speranza di poter riavere un giorno la nostra terra, il luogo dove poter tornare a vivere liberi e uniti.

(1) https://www.amnesty.org/en/countries/middle-east-and-north-africa/morocco/report-morocco/

(2) http://www.middleeasteye.net/news/spainish-judge-upholds-western-sahara-genocide-charges-against-moroccan-officials-1791193667

(3) https://www.amnesty.org/en/latest/news/2016/04/un-must-monitor-human-rights-in-western-sahara-and-sahrawi-refugee-camps/