Interventi Civili di Pace in Palestina 2017 – Call aperta

Interventi Civili di Pace in Palestina 2017 – Call aperta

Il Servizio Civile Internazionale, Un ponte per…, Rete IPRI, Centro Studi Sereno Regis e Assopace Palestina lanciano per l’ottavo anno il progetto “Interventi Civili di Pace in Palestina”.

Quattro settimane sul campo a sostegno delle attività della società civile palestinese e di associazioni impegnate nella difesa dei diritti umani quali i Comitati Popolari di Resistenza Nonviolenta di Betlemme e At Twani, Youth Against Settlements e Human Rights Supporters.

Il progetto è frutto della collaborazione con associazioni rappresentative della società civile palestinese che da anni lottano contro l’occupazione con metodi nonviolenti. L’accompagnamento alla raccolta delle olive, ostacolata e spesso impedita dalle forze militari israeliane, è mirata a tutelare il diritto dei contadini palestinesi ad accedere alle proprie terre e a mitigare le violenze dei coloni. Quest’anno saranno previste anche attività di accompagnamento e interposizione nonviolenta ai pastori e studenti delle colline a sud di Al Khalil (Hebron).
L’iniziativa si aggiunge alle altre azioni messe in campo dalla comunità internazionale come il boicottaggio (BDS), sostegni finanziari, solidarietà diretta e progetti di sensibilizzazione a supporto della resistenza per la libertà della Palestina.

Descrizione:

Il progetto sarà diviso in più fasi, con la finalità di entrare in contatto e supportare le comunità palestinesi residenti nelle aree di Betlemme, Nablus, colline a sud di Al Khalil ed Hebron. Anche se il programma prevede queste aree di intervento, potrebbe comunque essere soggetto a cambiamenti in base alle necessità e alle richieste delle comunità locali.
I/le volontari/e saranno accompagnati/e da una facilitatrice rappresentante di una delle associazioni partner, guidati da coordinatori locali e in contatto costante con il coordinamento italiano dei promotori del progetto.

Periodo permanenza in loco:

01/10/17 – 31/10/17

Luogo:

Cisgiordania

Compiti:

  • Accompagnamento nonviolento disarmato dei contadini palestinesi nel lavoro agricolo quotidiano e dei pastori e studenti, relativamente all’area delle colline a sud di Al Kahlil.
  • Monitoraggio delle violazioni commesse nei confronti della popolazione civile da parte delle forze di occupazione militare israeliana (presenza costante di militari, check point, presenza di insediamenti di coloni, impedimento dell’accesso ai terreni, aggressioni, arresti indiscriminati).
  • Redazione di articoli per il blog raccogliendolapace.wordpress.com.
  • Sostegno attivo all’organizzazione di eventi di sensibilizzazione e raccolta fondi in Italia.

E’ chiesto fin da ora l’impegno, al rientro, a condividere e promuovere il materiale raccolto (video, foto, interviste) per diffondere una informazione più consapevole delle dinamiche dell’occupazione. Il materiale raccolto dai volontari sarà utilizzato per le campagne a sostegno della resistenza popolare in Palestina promosse da SCI Italia, Un ponte per…, Rete IPRI, Centro Studi Sereno Regis e Assopace Palestina.

Requisiti:

  • Precedente esperienza in Palestina/Israele e conoscenza approfondita del conflitto.
  • Precedenti esperienze di volontariato.
  • Adattabilità al lavoro di gruppo, alle situazioni di stress e di difficoltà.
  • Conoscenza della lingua inglese.
  • Età minima: 22 anni.
  • Condivisione di obiettivi e metodi delle associazioni promotrici e desiderio di impegnarsi anche oltre l’esperienza in sé.
  • Partecipazione alla formazione residenziale che si terrà dal 20 al 23 Luglio 2017.

Costi:

  • Formazione: 30 euro di contributo per ospitalità e vitto.
  • Viaggio: a carico del partecipante.
  • Missione: 50 euro, quota amministrativa e di copertura assicurativa.
  • Vitto e alloggio in loco: coperti dal progetto, anche se si invitano i volontari ad organizzare eventi di auto finanziamento per supportare le spese.

Formazione residenziale:

Sono previste quattro giornate formative volte a favorire una presenza in loco consapevole delle dinamiche del conflitto e rispettosa delle tradizioni locali. In seguito alla formazione verrà selezionato il gruppo definitivo che prenderà effettivamente parte al progetto in loco.
Periodo: 20/23 luglio 2017 a Roma, presso La Città dell’Utopia, Via Valeriano 3/f (Quartiere San Paolo).
Candidatura:

Per la candidatura è necessario inviare il CV e la lettera di motivazione** a: palestineolive@gmail.com entro e non oltre il 21 giugno.

**Si ricorda che la lettera di motivazione NON equivale ad una lettera di presentazione.

L’esito delle selezioni verrà comunicato il 7 luglio.

Leggi qui la call completa.

Campo in Palestina: costruire ponti di riconciliazione

Campo in Palestina: costruire ponti di riconciliazione

Dal 19 al 30 giugno un campo di volontariato in Palestina, nei pressi del villaggio di Nahalin, nella zona a sudovest di Betlemme.

Il campo si inserisce nel più ampio progetto The Tent of Nations, che ha l’obiettivo di far incontrare persone di culture diverse per costruire inseme ponti di comprensione e dialogo, riconciliazione e pace. Sul più lungo periodo, il progetto si propone di formare le persone a dare un contributo di valori positivi alla società futura, quali la tolleranza e il rispetto dell’altro. Questi obiettivi sono perseguiti attraverso campagne d’informazione, l’empowement dei giovani e attraverso i campi di lavoro, in un territorio che sin dal 1991 è sotto minaccia di occupazione militare da parte dell’esercito israeliano.

I volontari saranno impegnati in attività quali il rinnovo e il restauro delle grotte della zona agricola collinare Daher’s Vineyard, vecchie di centinaia d’anni e ricche di storia. L’obiettivo è di farle tornare abitabili e risplendere nella loro bellezza. Un’altra attività centrale sarà quella della raccolta dei frutti delle piantagioni della zona. La parte studio sarà incentrata sulla sostenibilità e sull’auto sufficienza.

Questo campo richiede una lettera di motivazione addizionale per spiegare più dettagliatamente perché si vuole partecipare.

La lingua ufficiale del campo è l’inglese, opzionali arabo e tedesco.

Qui trovate tutte le informazioni più dettagliate.

Questo progetto fa parte dei programmi Nord/Sud. I volontari devono avere almeno 20 anni e aver preso parte alle formazioni (primo incontro e 2 livello) di preparazione organizzate dallo SCI Italia.

Per maggiori informazioni sui campi SCI nel Sud del mondo, ecco la pagina dedicata.

Tutti i campi di volontariato del Servizio Civile Internazionale sono consultabili sul database www.workcamps.info.

Vite di speranza: racconto di un campo di volontariato in Palestina

Vite di speranza: racconto di un campo di volontariato in Palestina

L’articolo è stato scritto da Tommaso Pedrazzini, che nell’estate 2016 ha partecipato a un campo di volontariato in Palestina, presso la fattoria “Tent of Nations”, a qualche chilometro da Betlemme. Le foto sono state scattate da Tommaso Padrazzini e da Stefania Ordanini.

Siamo chinati a scavare buche di fianco alle viti appena nate.

Alla giusta distanza dal tronco, tra i sassi e la terra secca, creiamo lo spazio per versare la dose d’acqua settimanale, che tiene in vita le piante e le spinge a rafforzare le radici.

L’acqua, raccolta durante le piogge invernali, viene trasportata al vigneto con un trattore, giù dal pendio con delle manichette e lungo i filari a mano, dentro cisterne di plastica che non potrebbero pesare più di così.

È un lavoro faticoso. Solo uno dei tanti che Daher e suo fratello Daud devono fare ogni giorno, per tenere in piedi la loro fattoria.

Non si tratta solo della dura vita del contadino, della costante lotta contro la siccità o la grandine. Qui, in Palestina, permettere a quelle viti di diventare grandi, vuol dire difendere il proprio diritto ad esistere.

Se la terra rimane incolta per troppo tempo, lo stato di Israele la reclama come demaniale, per costruire altre colonie o impiantare delle coltivazioni destinate a chi vive dall’altra parte del muro.

E spesso coltivare non basta. Un attimo di distrazione ed è capitato che le piante prendessero fuoco o i campi venissero distrutti. E con essi il futuro di chi a lungo e con fatica li aveva coltivati.

È l’aspetto più meschino e violento di una politica opprimente che permea ogni aspetto della vita quotidiana.

La fattoria sorge a pochi chilometri da Betlemme, ma per arrivarci in macchina bisogna farne molti di più, perché le ultime centinaia di metri sono bloccate da massi e macigni, “dimenticati” dal governo israeliano.

Lo stesso governo che impedisce la costruzione in Palestina di nuovi edifici o di collegamenti elettrici e idraulici e che, laddove le tubature arrivano, ogni tanto devia i flussi d’acqua dai rubinetti delle case palestinesi alle piscine delle colonie israeliane.

Una sequela di piccole oppressioni e pressioni psicologiche che costantemente, giorno dopo giorno, fiaccano le energie e le speranze di un popolo che non riesce nemmeno più a chiedersi perché tutto questo stia succedendo.

Ed è proprio perché questa guerra si combatte su questo piano, che si rivelano preziosi gli sforzi di Daher e Daud, che provano ad aggregare, invece che dividere, che seminano invece che sradicare e che rifuggono la violenza e l’ira improduttiva.

“Rifiutiamo di essere nemici” è lo slogan di Tent of Nation, la loro fattoria. Non è facile, certo, né è sufficiente per riportare pace e giustizia in una terra devastata dall’odio e da un’occupazione decennale e priva di pietà. Ma è una pietra, come quella in cui è incisa questa frase, che fa da solida base su cui pensare ad un futuro altrimenti inimmaginabile.

A Betlemme ce l’hanno proprio detto. Loro, che ogni giorno portano a mano l’acqua a quelle fragili piante di vite, tengono in piedi e ravvivano le speranze di un popolo intero.

 

Social Café – Presentazione de “La zona rossa” di Simona Sanzò [9/11, La Città dell’Utopia]

Social Café – Presentazione de “La zona rossa” di Simona Sanzò [9/11, La Città dell’Utopia]

La zona rossa, Simona Sanzò

Ore 19.30: apericena

Ore 20.30: presentazione del libro “La zona rossa – Diario di un’attivista civile in Croazia e in Palestina”, di Simona Sanzò.

La Città dell’Utopia, via Valeriano 3F (metro San Paolo), Roma.

A seguire, dibattito con l’autrice e volontari e volontarie di rientro dal progetto “Interventi Civili di Pace in Palestina”, portato avanti da SCI-Italia in partenariato con Un ponte per…Assopace PalestinaPopular Struggle Coordination Committee, Rete IPRI, Centro Studi Sereno Regis.

È possibile leggere tutti gli articoli scritti dai/dalle volontari/ie sul blog www.raccogliendolapace.wordpress.com.

“Questo libro è ispirato a quell’esercito silenzioso di persone che fanno dell’impegno civile una ragione di vita, con la speranza che altri possano trovare in queste pagine lo spunto o lo stimolo per unirsi a loro”. Con queste parole l’autrice ci propone le sue esperienze sul campo a Pakrac, nel 1994, e a Nablus, nel 2003. Il tempo della ricostruzione in Croazia, a ridosso della guerra, in una delle prime città della ex-Jugoslavia in cui si manifestarono tensioni interetniche tra la comunità serba e quella croata, teatro di eventi sanguinosi nel 1991. Il tempo dell’Intifada Al-Aqsa in Palestina, dove dal 1948 i palestinesi vivono sotto l’occupazione militare israeliana. Una testimonianza che ci interroga sulle nostre responsabilità di europei e sollecita una coscienza collettiva capace di interporsi nei conflitti e promuovere un’educazione alla pace, al rispetto delle differenze e dei diritti umani fondamentali. Le guerre, che continuano a mietere vittime nell’indifferenza generale, per quanto distanti ci appaiano, riguardano infatti tutti noi.

www.libreriasensibiliallefoglie.com

Qui il link all’evento Facebook.

 

 

Nablus: tra ferite, storia e speranze

Nablus: tra ferite, storia e speranze

nablusDa RACCOGLIENDOLAPACE, sito web di reporting del progetto “Interventi Civili di Pace in Palestina” dello SCI-Italia in partenariato con:

Un ponte per…Assopace PalestinaPopular Struggle Coordination CommiteeIPRI – RETE CCPCentro Studi Sereno Regis.

Il fiume giallo di taxi che scorre lento davanti a noi è l’ultimo saluto che la splendida città di Nablus ci regala. Incastonata come una gemma tra le brulle colline del nord della West Bank, questo è uno di quei posti che non si vorrebbero lasciare mai. Non solo per la consueta ospitalità con cui siamo stati accolti in questi due giorni, ma anche per la sua vivacità, per i paesaggi mozzafiato e soprattutto per le innumerevoli storie della città vecchia.

Inutile dire quanto sia stato affascinante e suggestivo aggirarsi per i vicoli stretti e le antiche fabbriche di sapone. Come a Gerusalemme, anche qui ogni singola pietra trasuda Storia e storie che nella maggior parte dei casi, purtroppo, non hanno un lieto fine.

Dal 2002 al 2009, infatti, Nablus è stata posta sotto assedio per lunghi periodi dall’esercito israeliano, rendendo impossibile non solo l’entrata e l’uscita dalla città, ma anche dalle singole case per la presenza dei cecchini. Gli israeliani, inoltre, durante i raid all’interno della città per evitare di fronteggiare la popolazione nelle strade, sfondavano i muri creando dei passaggi tra una casa e l’altra, uccidendo chiunque si opponesse. Molte case, o almeno quelle risparmiate dalla furia dei militari, mostrano ancora le ferite di quel periodo. Ferite che probabilmente non si rimargineranno mai: fori di proiettili, lapidi, manifesti e cartelloni commemorativi affollano le strette strade della città vecchia.

La nostra guida Y, un volontario dell’ONG locale Human Supporters1, ci racconta passo dopo passo il modo in cui tutte queste vite sono state spezzate.

Come quel pomeriggio di dodici anni fa, quando a una donna con il niqab2 cadde dalle mani un grosso vassoio di knafe, dolce tipico locale, che stava trasportando in occasione della festa di fine Ramadan. Un ragazzo le si avvicinò per aiutarla e lei, estratto un pugnale da sotto il vestito, lo sgozzò. A quel punto un’altra donna, appostata sull’altro lato della piazza, tirò fuori un mitra da sotto il vestito e iniziò a sparare sulla folla. Queste due donne erano in realtà due uomini israeliani, due mustarabin: infiltrati, membri dell’esercito che si fingono palestinesi compiendo alcune tra le stragi più efferate. Y ci spiega anche che molti mustarabin sono stati allevati, indottrinati e addestrati a uccidere sin da piccoli. Si tratta infatti di soldati scelti tra gli orfani o sottratti alle proprie famiglie da bambini e sin da subito abituati “al sapore del sangue, testando sulla pelle degli animali ciò che poi faranno un giorno su quella dei palestinesi”, sospira.

Y prende una pausa e capiamo che non solo sta raccontando ma che sta anche rivivendo ciò a cui ha personalmente assistito. Poi continua: “quel giorno io e mio cugino eravamo seduti proprio qui dove siamo ora, io sono riuscito a scappare mentre lui è stato ferito e poi arrestato” e ci racconta dei morti e dei feriti, dell’esercito che in pochi attimi invase la piazza. Rimaniamo in silenzio, immersi nei nostri pensieri fino a quando Y non ci dice che non viene mai in questa piazza se non in queste occasioni.

E ora immaginate di passeggiare per il centro della vostra città e di incontrare ad ogni angolo una di queste lapidi o un manifesto con il volto di un ragazzo di venti o trent’anni. Aggiungeteci pure che molti di quei freddi nomi incisi nella roccia o stampati su carta erano i vostri amici o i vostri parenti. È difficile affidarsi a delle semplici parole su carta. Bisogna ascoltarle di persona, ma soprattutto bisogna ascoltare con il cuore. Ascoltare la sofferenza di Y quando racconta ogni singola storia. Sentire come la sua vita, attraverso le sue stesse parole, perde dei pezzi, anche se il suo sorriso e la sua continua voglia di scherzare sembrano suggerire l’esatto contrario.

Il piano coloniale israeliano continua, qui come nei villaggi vicini, dai quali ci arrivano notizie sempre peggiori. Ma quello che mi resta di questi due giorni nel nord della Cisgiordania sono le parole di Y che continuano a riecheggiarmi nella testa:

“Loro possono continuare ancora, ma noi siamo qui. Noi sogniamo, amiamo e sorridiamo e un giorno avremo la nostra occasione”.

 


1) Human Supporter Association è un’organizzazione palestinese di Nablus che lavora principalmente con bambini e giovani dell’area, fornendo un’alternativa nonviolenta e proattiva alle realtà politiche esistenti e promuovendo percorsi di cambiamento sociale fondato sulla giustizia all’interno della società palestinese.


2) Velo, solitamente di colore nero, usato dalle donne musulmane per coprire il capo e il viso, lasciando una fessura all’altezza degli occhi.

Le colline hanno gli occhi, quando conviene

Le colline hanno gli occhi, quando conviene

Da RACCOGLIENDOLAPACE, sito web di reporting del progetto “Interventi Civili di Pace in Palestina” dello SCI-Italia in partenariato con:

Un ponte per…Assopace Palestina, Popular Struggle Coordination Commitee, IPRI – RETE CCPCentro Studi Sereno Regis, con il sostegno del Tavolo degli Interventi Civili di Pace

Colline in palestina

In Cisgiordania settentrionale, nei pressi di Nablus, sotto la calura che ci accompagna durante la raccolta delle olive, tra le terre degli abitanti del villaggio di Kufr al-Qaddoum e le estreme propaggini delle colonie che punteggiano le colline, veniamo a conoscenza di un nuovo tassello nella comprensione della macchina di occupazione israeliana.

Il consumo di stupefacenti nei territori occupati ha conosciuto un considerevole aumento nel corso degli ultimi anni, specialmente nei principali centri urbani. Insieme alla cocaina, in arrivo dall’America Latina, e all’eroina, proveniente dall’Afghanistan, a prendere piede tra i giovani palestinesi non è più soltanto l’ecstasy, ma anche il famigerato Hydro: un ricercato intruglio semi-sintetico, noto come ‘erba mortale’, che viene prodotto artigianalmente e commercializzato come droga leggera in tutto il territorio israeliano. Confezionata in pacchetti simili a quelli di tabacco, è venduta presso comuni supermercati riconoscibili dall’annuncio “we have nice and spice”; tra le conseguenze sulla salute umana figurano seri danni al sistema nervoso e respiratorio.

Stando a quanto riferitoci da F., funzionario del dipartimento antidroga della Polizia Nazionale Palestinese di stanza a Qalqilya, il contrabbando e lo spaccio di droghe sarebbe gestito e controllato da cittadini israeliani o stranieri residenti in Israele; si tratta spesso di italiani e russi a capo di vere e proprie cosche mafiose. Il lavoro di prevenzione e repressione di tali attività criminali da parte delle forze di sicurezza palestinesi si scontra sistematicamente con le pastoie in cui è avvinto il sistema giudiziario dell’ANP. “Mentre un israeliano fermato per spaccio di droga nei territori palestinesi resta in carcere una volta estradato per pochi giorni, un palestinese non sconterebbe per lo stesso reato meno di dieci anni di detenzione” aggiunge F. con amarezza.

CollineIl commercio di droghe in Cisgiordania si avvale delle falle nei controlli alle frontiere con Israele e Giordania. Sia israeliani, sia palestinesi vi sono coinvolti, eppure i vertici ingrossano le proprie liquidità nei salotti di Tel Aviv. “Acquirenti e fornitori si accordano per incontrarsi di solito in prossimità degli unici luoghi dove le forze di polizia palestinesi non possono investigare o intervenire: insediamenti e checkpoint (area C, n.d.r.). I coloni sanno tutto e lasciano fare”. Le propaggini dell’ANP hanno l’obbligo, infatti, di richiedere un permesso all’occupante per procedere all’arresto di un cittadino israeliano, anche in flagranza di reato: ciò rende praticamente impossibile sventare in tempo ogni compravendita criminosa.

Le dinamiche di spaccio e contrabbando, tanto quanto l’attività di consumo fanno emergere domande e considerazioni. L’impossibilità per la polizia palestinese di esercitare la propria autorità è una conseguenza diretta della frammentazione del territorio della Cisgiordania in seguito agli accordi di Oslo. La divisione in zona A, B e C che avrebbe dovuto essere una soluzione temporanea in vista di una progressiva espansione di potere civile e militare dell’autorità Palestinese, ha invece determinato uno stato di eccezionalità permanente, che non permette all’ANP di costituirsi in un’entità statuale capace di difendere i propri cittadini. Quanto il contrabbando, lo spaccio e il consumo di droga unite all’impossibilità dell’ANP di esercitare il proprio potere impatti le dinamiche di occupazione e conflitto rimane una domanda aperta. In particolare, ci si chiede in che modo la libera diffusione della droga nei territori occupati e la collusione del sistema oppressivo, come il soldato consapevole dello spaccio che avviene sotto i suoi occhi ai posti di controllo e non interviene o il colono che permette lo spaccio all’interno della colonia, si inseriscano nelle strategie di occupazione. Si può pensare che la droga e l’impossibilità di prevenire il crimine da parte dell’inquirente abbiano anche effetti diretti sulla resistenza palestinese all’occupante? Le domande restano aperte, mentre questo nuovo elemento si aggiunge alla nostra comprensione dei meccanismi di oppressione e di controllo di Israele sul popolo Palestinese.

Le Sette Lune Rosse

Perché in Palestina

Perché in Palestina

da RACCOGLIENDOLAPACE, sito web di reporting del progetto Interventi Civili di Pace in Palestina” dello SCI-Italia in partenariato con:

Un ponte per…Assopace Palestina, Popular Struggle Coordination Commitee,  IPRI – RETE CCP Centro Studi Sereno Regis, con il sostegno del Tavolo degli Interventi Civili di Pace

Giunto quasi al termine di questa esperienza di volontariato in Palestina, delle domande mi rimbombano nella mente: cosa può fare l’Italia o per meglio dire quella parte d’Italia, la società civile solidale e sensibile nei confronti del popolo palestinese? Come gli internazionali possono supportare e sostenere la resistenza palestinese ed essere di un qualche aiuto ad un popolo martoriato da anni di violenze, soprusi e repressione?

Ho cercato di darmi delle risposte e per prima cosa ritengo che un buon punto di partenza sia quello di approcciarsi a questa causa abbandonando la presunzione etno-eurocentrica di insegnare agli altri cosa fare, di spiegare cosa fare o comunque di giudicare le varie forme di resistenza palestinese sulla base dei propri parametri culturali. Tuttavia, nel non fare ciò non bisogna cadere nell’errore inverso, ovvero prendere per buono tutto ciò che avviene in questa terra. Abbandonare ogni spirito critico per evitare di interferire in dinamiche a noi lontane anni luce o comunque abbandonarsi completamente a decisioni altrui anche se non pienamente condivise al fine di evitare di impattare e cozzare con modelli culturali altri da noi. Questa sottomissione acritica al modello culturale locale può essere considerata come una sorta di inverso razzismo culturale, laddove gli internazionali, afflitti forse da un insito e secolare senso di colpa, accettano anche controvoglia ciò che avviene o che viene loro proposto da parte di persone attraversate da altre culture.

Con questo voglio dire che un buon punto di partenza può essere quello dell’inculturazione, adottare un approccio empatico. Sospendere il proprio sé, ascoltare e vedere senza presunzione ciò che ci circonda senza accettare acriticamente tutto ciò che accade. Solo questo approccio può permetterci di comprendere realmente e appieno ciò che avviene intorno a noi.

Un altro aspetto fondamentale è quello di informarsi o comunque cercare di aggirare la disinformazione di regime perpetuata dalla stampa italiana filo-sionista. Solo pochi giorni fa leggevamo su Repubblica online un articolo, a dir poco scandaloso, dal titolo “Israele assediato, cinque attentati” del 18 ottobre 2015. Ebbene sì, è tutto vero, c’è qualche presunto giornalista al soldo del governo israeliano che mente con la consapevolezza di mentire al fine di manipolare la reale portata degli eventi e sostituire la vittima con il carnefice.

Cartello istruzioni per il passaggio

Il miglior modo per capire cosa accade in questa terra martoriata resta uno solo, venire qui per guardare con i propri occhi, bypassare un’informazione di regime che etichetta con malizia semplicistica i palestinesi come terroristi e gli israeliani come vittime. Realizzare un cosiddetto political tour per toccare con mano il deserto che la barbarie sionista è intenzionato a realizzare nei Territori: la ferocia della repressione sionista che toglie giorno dopo giorno respiro al cuore della resistenza palestinese; l’umiliazione di essere etichettati come criminali laddove l’unico crimine è quello di reclamare il diritto a condurre una vita dignitosa. Ricordo ancora il senso di claustrofobia ed oppressione che ho provato quando ho visto con i miei occhi il muro dell’apartheid, sentimento che nessuna immagine vista su internet o in televisione aveva suscitato in me. Impressi nei miei occhi sono i volti delle vittime dell’apartheid, gli occhi di un padre che non può garantire un sonno sereno ai propri figli a causa delle incursioni notturne di esercito e coloni. Oppure la paura dei palestinesi di essere ammazzati in qualsiasi momento. Tanto loro sono colpevoli fino a prova contraria e se un colono o un soldato uccidono un palestinese possono sempre buttare un coltello vicino al suo cadavere e dire che ha provato ad aggredirli.

Quest’ultimo elemento è fondamentale al fine di manifestare la propria vicinanza al popolo oppresso e sostenere realmente le istanze di libertà urlate a gran voce dal popolo palestinese. Ricordo con gioia la gratitudine delle famiglie, vittime di raid notturni, presso le quali abbiamo dormito. Almeno per una notte si sentivano meno soli. Oppure la felicità e il senso di sicurezza delle bambine e dei bambini che, ad Hebron, abbiamo accompagnato a scuola attraversando check-point pieni di militari e strade zeppe di coloni che in ogni momento e senza alcun motivo possono maltrattare e malmenarli.

Militari sul tettoLa repressione sionista prima di essere fisica, è psicologica. Punta a distruggere nell’animo la fierezza di un popolo al fine di far appassire ogni possibile germoglio di resistenza e ribellione. Punta a diffondere un senso di solitudine e di paura generalizzata e diffusa. Cerca di strattonare il popolo palestinese verso il muro dello status quo per ribadire che la situazione è questa e che prima o poi dovrai andartene perché questa terra appartiene ad un solo popolo, quello eletto.

La presenza internazionale, a mio avviso, può essere utile al fine di rincuorare e dare speranza ad un popolo che da anni non smette di contare i propri martiri. Manifestare la propria vicinanza al popolo palestinese e ribadire che l’operazione di pulizia etnica e di bonifica dei Territori Occupati non solo non si realizzerà, ma che Israele dovrà pagare o comunque rendere conto dell’abominio e della violenza insensata che sta esercitando su un popolo e sulla loro terra. Con gli internazionali al proprio fianco, il popolo palestinese sa che può contare su un valido alleato e su un sostegno incondizionato e non dettato da particolarismi e da interessi individuali. Saremo al fianco dei palestinesi nella loro marcia verso la libertà.

MUQAWAMA Al-ZEITUN. Testimonianze di scambi, resistenze e ritorni dal mondo agricolo palestinese

MUQAWAMA Al-ZEITUN. Testimonianze di scambi, resistenze e ritorni dal mondo agricolo palestinese

da RACCOGLIENDOLAPACE, sito web di reporting del progetto Interventi Civili di Pace in Palestina” dello SCI-Italia in partenariato con:

Un ponte per…Assopace Palestina, Popular Struggle Coordination Commitee,  IPRI – RETE CCP Centro Studi Sereno Regis, con il sostegno del Tavolo degli Interventi Civili di Pace

Scambi

UliviPassati ormai più di venti giorni in Palestina, raccogliamo le olive e scopriamo che gli agricoltori sono in realtà una miscellanea di laureati, migranti ritornati, medici, avvocati, docenti universitari, muratori e operai che nonostante le carriere perseguite e il posto di lavoro in città continuano a lavorare le loro terre con passione e dedizione. Come ci racconta Abdallah, affermato professore universitario e sottosegretario della commissione ministeriale per l’occupazione e le colonie, “l’amore che ho per la mia terra ogni anno mi riporta qui per la raccolta”, confermando che il lavoro agricolo non è esclusivo di determinati ceti sociali ma appartenente all’intera società palestinese.

La raccolta delle olive è svolta ancora oggi dalle famiglie che a seconda della vastità dei loro terreni, dopo aver stoccato la quantità di olio sufficiente ai consumi familiari, lo vendono soprattutto ad amici e conoscenti.

Come racconta Majd, contadino di Kfar Qaddoum, lo scambio avviene generalmente lungo la direttrice città-campagna, per cui tutto il grosso della produzione finisce sulle tavole di Ramallah, Nablus o Bethlehem, bypassando qualsiasi agente intermediario. Infatti nelle piccole botteghe dei villaggi dove viviamo non si vende olio d’oliva ma tutti se lo procurano tramite una fitta rete di rapporti interpersonali.

Per molte famiglie l’olio è l’unica fonte di reddito, per cui una volta finita la raccolta e stoccata la quantità di olio sufficiente ai consumi familiari, diviene moneta di scambio tra le famiglie e i fornitori di tutti gli altri generi di consumo acquistati durante l’anno.

Questa economia di scambio rurale ci ricorda la nascita delle cooperative in Italia dove nel secondo dopoguerra anche i nostri contadini acquistavano i generi di consumo necessari e pagavano solo a fine mese con l’arrivo del salario.

Resistenze

AlberoUno dei pilastri delle politiche sioniste di occupazione è il soffocamento dell’economia palestinese che versa in una condizione di totale dipendenza da quella israeliana. Infatti, come abbiamo potuto constatare, la rivendita ortofrutticola in West Bank è prevalentemente costituita da prodotti a basso costo made in Israel. Diviene quindi evidente come la produzione olearia, in quanto spesso unica fonte di sostentamento delle famiglie, rappresenti anch’essa un baluardo di resistenza all’occupazione.

Majd, come ogni ottobre da molti anni a questa parte, inizia la raccolta delle olive a Kfar Qaddoum. Ce ne vorranno quaranta, di giorni, per completarla, perché ha un migliaio di dunum [1] e tante piante da pettinare, dice.

Quest’anno, oltre alcuni dei suoi figli e parenti, ad aiutarlo ci siamo noi. In uno dei vari momenti in cui ci si siede all’ombra degli alberi a ristorarsi con l’immancabile chai fumante, Majd racconta qualcosa che è illuminante riguardo le dinamiche di resistenza all’espansione coloniale.

Sei anni prima, un manipolo di circa quaranta soldati accompagnati da due o tre coloni si intrufola nella sua proprietà con ruspe al seguito. Con la sola ragione della forza e del sopruso, lo provocano, di modo che la sua reazione sia pretesto per arrestarlo e imprigionarlo, e avere poi gioco facile nell’impossessarsi della sua terra. Ma Majd è fermo e deciso e con lui la sua famiglia. Occorre resistere. Majd parla ebraico, perché, dice, “è importante la conoscenza della lingua del potere occupante per avere più potere contrattuale”.

Per tre mesi, tutti i santi giorni, presidiano il terreno affinché nessuna ruspa osi sbancare anche un solo centimetro di terra. Dalla prassi militare si passa dunque a quella mercantile. Tentano di convincerlo a vendere. Sparano alto, molto alto. E qui, la risposta di Majd è eloquente: “Se anche valesse 100 nis”, dice loro, mostrando una delle infinite pietre che costellano e caratterizzano la fisionomia di questi luoghi, “non ve la darei”. Ovvero, non siamo in vendita, né la mia terra, né io, né la mia dignità.

Anche Sami, ad Al Masara, si è opposto alla svendita della propria terra, e questi sono solo alcuni dei tanti esempi di resistenza costante e quotidiana.

Ritorni

CartelloSe l’olivicoltura è sempre stata fondamentale per l’economia di questa terra, oggi questa acquisisce ancor più importanza grazie al ritorno ai campi di tantissimi palestinesi.

70%. Settanta per cento. Sono i numeri che, fino a dieci anni fa, evidenziavano il flusso migratorio palestinese verso le città di Heretz Israel in cerca di lavoro, di quel pane che insieme alla libertà stessa è ostacolato o negato del tutto in ciò che è ora il cosiddetto Stato di Palestina dopo gli accordi di Oslo.

Manovali, carpentieri, braccianti, uomini di fatica, insomma. Buona parte della forza lavoro che varca il confine per sopravvivere nel presente, senza alcuna garanzia contrattuale e soprattutto in condizione di vera e propria clandestinità.

Ne è un esempio Ahmad, secondogenito di Majd, che racconta di aver svolto le più svariate mansioni in Israele, rientrando a casa ogni due o tre settimane per stare con la famiglia e venendo spesso fermato dalla polizia. Riesce però sempre a tornare a lavoro, perché, in fondo, come in tutte le aree colonizzate a sviluppo ineguale, l’industria occupante ha fame di manodopera a basso costo e senza alcun diritto lavorativo.

Abbiamo la testimonianza di Qusay, colto professore di mezza età di Al Masara, che racconta della rabbia che prova ogniqualvolta manovali palestinesi, di ritorno dal quotidiano lavoro nelle colonie, vengono fermati ai checkpoint dagli stessi israeliani che hanno appena passato la giornata a sfruttarne il lavoro.

Negli ultimi anni, complici a livello globale la crisi economica e a livello locale il fallimento della seconda Intifada con la conseguente accelerazione dell’espansione coloniale di Tel Aviv, si è invece assistito ad un progressivo cambio di segno della migrazione.

Migliaia di quei palestinesi che precedentemente affollavano le aree urbane e i distretti industriali israeliani hanno preso la via del ritorno verso quel mondo rurale che era stato massicciamente abbandonato da tempo.

Come ci spiega Majd, che per trent’anni ha lavorato oltre muro, mentre Israele restringe drasticamente l’accesso ai palestinesi in Heretz, lavorare la terra diventa quindi non solo una scelta obbligata ma anche una forma di resistenza.

La rioccupazione delle terre di famiglia, soprattutto laddove la presenza di colonie, avamposti e aree militari israeliane è più pressante e invasiva, ha quindi la doppia valenza da un lato di sicura fonte di reddito, dal momento che queste lande aspre, sassose e soleggiate sono luogo ideale per l’olivicoltura, dall’altro di presidio umano che se non blocca tout court, ostacola e rallenta sicuramente l’espansione coloniale.

D’altronde usando le parole di Majd: “Io sto qui. Questa è la mia terra. Non ho altro che questo. Dove mai potrei andare?”.

[1] Unità di misura, 1 dunum= 1000 m2

Le Sette Lune Rosse

Al-Khalil. Cronache da un ordinario apartheid

Al-Khalil. Cronache da un ordinario apartheid

da RACCOGLIENDOLAPACE, sito web di reporting del progetto Interventi Civili di Pace in Palestina” dello SCI-Italia in partenariato con:

Un ponte per…Assopace Palestina, Popular Struggle Coordination Commitee,  IPRI – RETE CCP Centro Studi Sereno Regis, con il sostegno del Tavolo degli Interventi Civili di Pace

 

L’abituarsi a vedere e incontrare i soldati, un giorno normale nella vita di un Palestinese. La difficoltà di carpire l’anima di questa terra, sporcata e nascosta dall’occupazione. Perché la Palestina si intravede dietro le parole di chi, nonostante tutto, resiste, ancora. Ma si intravede soltanto, perché nessun discorso può fare a meno di parlare dell’occupazione. Che penetra nelle vite, penetra nella giornata quotidiana di ogni famiglia. Penetra nel sonno, quando alcune famiglie di Al Khalil (nome arabo di Hebron) non si sentono sicure di dormire da sole e così chiedono ai ‘solidali internazionali’ (mutadaminun duwaliyun), categoria nuova di cui si comprende la reale portata solo in situazioni come queste, di dormire in casa loro per farli sentire protetti da incursioni dell’IDF e aggressioni dei coloni. E la paura è tale che una famiglia preferisce essere invasa quotidianamente da stranieri nelle ore di raccoglimento serale, piuttosto che dormire soli. Perché è di solitudine che si parla quando i coloni nella notte salgono sui tetti e cominciano a lanciare pietre alle finestre, mentre l’esercito, che come ci dice un soldato ‘è lì perché la vita delle persone non sia così impossibile’, si presenta sul posto e guarda impassibile la scena, difendendo l’invasore e non chi viene invaso, il violatore e non colui che viene violato fin nell’intimità della propria casa. L’esercito osserva impassibile; è, quindi, complice e artefice. Lo stesso esercito che, di stanza ai check point, perquisisce i palestinesi che attraversano il metal detector più e più volte nella stessa giornata. Soldati che quando i bambini palestinesi vanno a scuola e lanciano pietre che cadono a distanza di 10 metri, escono dal check point e puntano il mitra, sempre stretto al collo, al bambino di sei anni. Sei anni passati nell’insicurezza, con la costante minaccia di poter essere trovato colpevole di un crimine inventato, perché, in fondo, il crimine è quello di essere palestinese. Di essere la testimonianza vivente che questa terra non appartiene allo stato sionista.

Al Khalil posto di blocco

Mohammed [1] vive in Shuhada’ Street, tra le strade storicamente più importanti di Hebron, che connette il nord al sud della città e che un tempo era piena di negozi palestinesi. Nel 1979 cominciarono i primi afflussi di coloni Israeliani. Questi arrivavano di solito il venerdì e trascorrevano due giorni nella città, che veniva sorvegliata, mentre le strade venivano bloccate e il movimento impedito. Poi, iniziarono a trattenersi anche durante le festività ebraiche, finché, nel 1981, i fida’iyin portarono a termine un attacco contro un gruppo di coloni, uccidendone sei. La strada venne chiusa e le famiglie di Shuhada’ Street furono definitivamente evacuate dalle loro case. Al loro ritorno l’esercito le aveva occupate. Poche sono le famiglie che sono riuscite a riottenerle. La maggior parte di loro è stata obbligata ad andar via; in molte abitazioni abbandonate vivono oggi famiglie di coloni.

Dopo il massacro del 1994, in cui Baruch Goldstein sparò sui palestinesi in preghiera, uccidendone ventinove e ferendone oltre cento, la moschea di Abramo venne divisa in due, e più della metà trasformata in sinagoga. I palestinesi da vittime vennero gradualmente trasformati in colpevoli e per poco espropriati del loro luogo di culto.

Shuhada’ Street è deserta e quei negozi, che un tempo erano palestinesi, sono ormai chiusi da tempo, con stelle di David disegnate durante imprevedibili pogrom rovesciati. Ahmad ci racconta che gli è interdetto di tanto in tanto passeggiare per la via, dove si trova la sua casa. I coloni, invece, la usano per fare jogging. E in questa città, durante la nostra permanenza, viene ucciso un palestinese al giorno, ai check point dai soldati. La scusa è sempre la stessa: possesso di coltello. Ma la verità è che il terrore regna in questa città. Il terrore per i palestinesi di poter essere perquisiti, violati e uccisi senza alcuna apparente ragione. Se non quella di essere nati palestinesi. E il terrore regna anche tra i soldati? Non ci è dato sapere cosa pensano, come vivono, quel che fanno, se si rendono conto. Ma come non ci si può render conto dell’inumana logica che domina questi luoghi quando a un bambino di quattro anni viene puntato un fucile? E come si può non capire l’assurdità di sparare gas lacrimogeni nel cortile di una scuola elementare? L’assurdità di difendere coloni che lanciano spazzatura nelle strade palestinesi dall’alto delle loro case, costringendo la municipalità a mettere grate di metallo a tre metri di altezza?

Al Khalil strada

Il percorso per recarsi a scuola è pericoloso. I bambini hanno paura perché potrebbero essere aggrediti dai coloni in ogni momento, per disprezzo, per diniego di umanità; ai coloni è permesso portare armi mentre passeggiano per la città. Stamattina abbiamo accompagnato frotte di bambini a casa dopo il suono della campanella. Tre piccoli gruppi di solidali internazionali, noi e quelli dell’ISM. Tre bambine erano state attaccate, poche ore prima, mentre venivano a scuola. La prima è stata quasi investita da un colono. Ad un’altra un colono ha lanciato una pietra in faccia. Una terza è stata strattonata. Le bambine arrivano a scuola e vanno via terrorizzate. Il lancio dei lacrimogeni è fitto e ci sono cecchini sui tetti intorno.

Tutte le bambine entrano e la preside ci invita nel suo studio. Una bambina arriva, gli occhi rossi lacrimano. La reazione è immediata, normale amministrazione, la preside tira fuori un fazzoletto, lo imbeve di alcool e lo passa sotto al naso della bambina che presto si riprende. Continua il lancio dei lacrimogeni, si chiudono le finestre. Dopo due ore la scuola viene evacuata perché il gas entra nelle classi e fare lezione diventa impossibile, le bambine sono spaventatissime. Escono e le scortiamo a casa a gruppi per evitare che vengano nuovamente attaccate. Ci ringraziano e ci invitano a restare per un tè.

Grazie all’associazione Youth Against Settlement coordinata da Issa Amro, impegnata a combattere l’occupazione e supportare tutte le famiglie esposte alla violenza della colonizzazione, scopriamo la realtà di Al-Qualil, veniamo accolti nelle case e ci vengono raccontate le storie dei loro abitanti. Mahmoud ci dice che ai palestinesi sono negati tutti i diritti. Il diritto al movimento, il diritto alla sicurezza, il diritto alla libertà. Hebron è divisa dal 1994 in due aree, Hebron2 ed Hebron1 (H2 e H1). La prima è sotto controllo militare israeliano, la seconda risiede sotto quello civile palestinese. Due autorità nella stessa città. Chiediamo a Mahmoud cosa succede quando le due autorità si trovano nello stesso luogo e assistono ad un attacco contro i palestinesi ad opera dei coloni. Secondo il Protocollo di Hebron (1997), l’Autorità Palestinese è obbligata a entrare in macchina e andarsene per lasciare gestire la situazione all’esercito israeliano, non importa in quale zona della città ci si trovi. Siamo a casa degli zii di Mahmoud. Sono due uomini, uno di loro parla e Mahmoud ci traduce, l’altro è silente. Ci raccontano che uno è stato massacrato di botte perché voleva costruire una cucina sul tetto di casa: adesso ha quattordici viti di metallo nella spina dorsale. L’altro è stato raggiunto da una pioggia di pietre lanciate dai coloni e ha perso un occhio. Non c’è persona qui che non sia stato attaccata o detenuta. Mentre parliamo chiama Jamil, un nostro amico del posto. Un colono lo sta seguendo e lui chiede di non riagganciare per essere sicuri che non succeda niente. Questa è la vita quotidiana dei palestinesi, ci dice lo zio. “Abbiamo imparato a organizzarci, ad essere sempre in contatto, per riuscire in qualche modo a difenderci. Sempre armati di telecamera e di telefono per essere pronti a soccorrersi e a documentare violenze e abusi”. Ci mostrano un video della settimana scorsa, in cui un colono che ha appena sparato a un ragazzo palestinese parla con i soldati. Nel video si vede chiaramente un soldato che passa un coltello ad un altro soldato, il quale lo appoggia accanto alla testa del diciassettenne ucciso. Dopo mezz’ora il video era diventato virale in rete e l’esercito faceva irruzione in casa dello zio per distruggerlo, ma invano. La documentazione è importante, soprattutto perché arriva al mondo esterno.

Al Khalil vista

Per quanto riguarda la legge, la differenza tra palestinesi e coloni israeliani è tale per cui i primi sono sotto legge militare mentre i secondi sotto legge civile. Ciò significa che un Israeliano è sempre innocente fino a prova contraria. Un palestinese invece è sempre considerato colpevole e, per poter essere scagionato dalla conseguente detenzione, dovrà provarsi innocente. Per provarsi innocente dovrà portare documentazione e fare denuncia, ma le denunce cadono sempre nel vuoto. Come ci racconta lo zio di Mahmoud, quando suo figlio e suo nipote stavano giocando nell’asilo che i palestinesi hanno ricavato da una vecchia casa, due coloni provarono a rapirli, in presenza dei soldati. La comunità autorganizzata di protezione, già allertata, riuscì a liberarli. Tentata la denuncia perché i coloni israeliani venissero perseguiti dalla legge, la domanda dei soldati fu: ‘avete documentato il rapimento? ’. La risposta fu “no”, e allora non si poté procedere. Come ci dice Mahmoud, la definizione di Apartheid è quella di due popoli che vivono nello stesso territorio sotto due sistemi giuridici separati. E allora finalmente capiamo perché i palestinesi ci scoraggiano dal recarci a Hebron. Non sono gli scontri, non è la rabbia che monta e ancora non scoppia in violenza. È la violenza del sistema, è la città in cui si vive in maniera emblematica e angosciante l’oppressione, l’occupazione. L’assenza di ogni nozione di umano salta e si perde. Le categorie che aiutano ad orientarsi nel mondo qui sono sospese. La legge del più forte, del più protetto, del più violento vince, sempre.
[1] I nomi riportati sono di fantasia, a tutela della sicurezza degli interessati.

Le Sette Lune Rosse

Non tutte le strade portano al muro

Non tutte le strade portano al muro

da RACCOGLIENDOLAPACE, sito web di reporting del progetto Interventi Civili di Pace in Palestina” dello SCI-Italia in partenariato con:

Un ponte per…Assopace Palestina, Popular Struggle Coordination Commitee,  IPRI – RETE CCP Centro Studi Sereno Regis, con il sostegno del Tavolo degli Interventi Civili di Pace

 

Due settimane in Palestina e una delle parole più ricorrenti nei nostri discorsi è “strade”. La libertà di movimento, o meglio la non libertà di movimento in Palestina è uno degli aspetti più evidenti e odiosi dell’occupazione israeliana. La frammentazione del territorio e, di conseguenza, del popolo palestinese in aree differenti è la sabbia nell’ingranaggio della resistenza.
Cartello stradaleIl passaggio dall’essere europei in visita in Israele a braccianti solidali in Palestina si è concretizzato in spostamenti sempre più lunghi e tortuosi per evitare i controlli identificativi ai checkpoint, o semplicemente perché le strade che connettevano i palestinesi alle loro terre non sono più percorribili per loro. Le vite si modellano sui tempi e le esigenze israeliane.

O forse no. Mohamed [1] non è disposto ad aspettare i permessi israeliani per coltivare le sue terre, tantomeno a rinunciarvi. Un po’ come quelle terre non aspettano i permessi di Tel Aviv per produrre i propri frutti. Ottobre è tempo di raccolta di olive, checché ne dicano le autorità israeliane e il suo esercito.

Ogni tassello del puzzle dell’occupazione incontra un pezzo di resistenza. Le strade di At-tuwani villaggio situato in piena area C (sotto controllo totale israeliano), sono state chiuse a causa degli insediamenti circostanti, costringendo i bambini del villaggio a percorrere una strada lunga sei km per andare a scuola, cinque in più rispetto a quella originaria. Ogni mattino, si impiegano due ore di cammino. Come ci raccontano i volontari di Operazione Colomba, impegnati nel monitoraggio e nella protezione dei palestinesi nel territorio da undici anni, durante il tragitto sono frequenti gli attacchi dei coloni nei confronti dei bambini. Per questa ragione, la Commissione Diritti umani interna alla Knesset ha votato per istituire una scorta militare a protezione degli scolari. Le istituzioni israeliane, evidentemente, sono disposte a spendere ingenti risorse umane e materiali pur di non fare passi indietro lungo la strada dell’espansione coloniale e della normalizzazione dell’occupazione. L’intento reale di decisioni del genere è smascherato dal comportamento effettivo dei soldati. Le forze israeliane spesso si trasformano in un ulteriore strumento di oppressione sui bambini, scherniti e sottoposti a violenza verbale e talvolta anche fisica. Per questa ragione, come ci racconta Amir, abitante della zona, è stato necessario l’intervento di volontari internazionali, che monitorano sia i soldati che i coloni.

Strade resistenti sono quelle costruite di notte e illegalmente, dal Comitato dei villaggi palestinesi delle Southern Hebron Hills con l’aiuto del gruppo israeliano di Ta’yoush. La tattica è frutto di una precisa scelta politica e cioè il rifiuto di aspettare il permesso israeliano. In due notti, in questo modo, è già stata costruita una scuola. Per rispondere alle esigenze degli abitanti dei villaggi, i Comitati di resistenza non violenta prevedono di costruirne altre in futuro, anche se, data la situazione attuale in tutta la West Bank non sappiamo se il progetto discusso in una riunione di un villaggio del sud sarà portato a termine.

StradaUn’altra via battuta in questi giorni è quella che collegava il villaggio di Kfar Qaddum alla città di Nablus e che è stata chiusa nel 2003. Ora bisogna percorrere 25 km di strada israeliana, invece dei 10 km dell’originaria strada palestinese, diventata il simbolo della lotta degli abitanti, che ne rivendicano l’apertura tutti i venerdì da 12 anni. Nonostante la skunk waterche appesta l’aria per settimane anche quando l’esercito si ritira dopo la manifestazione settimanale e la devastazione dell’area da parte dei blindati, gli abitanti non abbandonano le proprie case. Sembra che nulla possa smuovere queste persone dalla convinzione della legittimità e della dignità della loro causa.

E poi c’è Qalqilya, cittadina di 41.600 abitanti, dal 2002 investita dalla costruzione del muro. Da allora quattro mila persone hanno lasciato la città e 600 negozi hanno chiuso i battenti. Il muro interrompe la strada principale che collegava il centro urbano con i villaggi limitrofi, anche qui arginando, contenendo e segregando in nome della sicurezza israeliana.

Tutti gli esempi di blocco della mobilità palestinese derivano dal progetto scaturito dalla Conferenza di Herzliya del 1992 e pubblicato in 18 volumi, subito dopo la prima guerra del Golfo. In essi è contenuto un piano sistematico per ghettizzare il popolo, frammentare lo spazio e occupare la terra palestinese col fine ultimo di appropriarsene. Il progetto prevede la creazione di colonie congiuntamente alla costruzione di un muro da ricostruire ogni volta in funzione dell’annessione degli insediamenti al territorio israeliano ed esclusione del territorio abitato dai palestinesi.

Così si realizzerebbe l’unica idea di Palestina tollerata dalle autorità israeliane: un insieme di ghetti o bantustan, privi di contiguità e di sovranità, già divisi in area A (17,71% del territorio in cui rientrano le principali città palestinesi, sotto totale controllo dell’Autorità nazionale palestinese), area B (21,29%, sotto controllo misto: civile palestinese, militare israeliano), e area C (58 % sotto totale controllo israeliano).

Il primo ghetto è quello del Nord, con le principali città di Jenin e Nablus, collegato al ghetto centrale dal check point di Zaatara (per gli arabi) o Tapuah Junction (per gli israeliani). Ramallah, città principale del ghetto centrale, è collegata al Sud dal check point di al-Container, e quindi alle città di Betlemme ed Hebron, i maggiori centri urbani del ghetto meridionale.

Cartina Israele PalestinaQuesto sistema è il risultato dell’ingegneria dell’occupazione sionista, in cui sono centrali le bypass roads, ossia le strade costruite appositamente per collegare le colonie alle città. Prima della loro costruzione, i settlers erano obbligati a usare le strade palestinesi, sulle quali spesso incontravano la resistenza locale e, quindi, le pietre.Con la costruzione delle bypass roads, Tel Aviv ha trovato il modo di annullare il problema, eliminando i costi dell’occupazione e infliggendo un grosso colpo alla resistenza. Inoltre, con le strade “per coloni”, diventa ancora più evidente l’evoluzione dell’occupazione verso l’apartheid. I coloni sono uno strumento centrale nella strategia israeliana, e il potere loro conferito negli anni ha raggiunto l’apice con l’ultimo governo, sbilanciato paurosamente a destra. Senza il supporto dell’esercito e del governo, gli attacchi portati avanti dai coloni a danno dei palestinesi non sarebbero possibili, come sottolinea Walid Nasser, membro del Parlamento e Direttore della Colonization and Wall Resistance Commission. La Corte Suprema, l’esercito e le istituzioni politiche, tutti concorrono all’esecuzione del piano israeliano.

La risposta repressiva israeliana verso la resistenza palestinese, innescata dall’uccisione dei due coloni il primo ottobre scorso, mira all’innalzamento della tensione così da legittimare l’ulteriore dispiegamento militare e la natura permanente dell’occupazione.

Il dibattito nato dalle ultime due settimane di scontri, sull’inizio o meno della III Intifada, è sterile e funzionale alle strumentalizzazioni politiche e mediatiche e, come ha scritto Ramzy Baroud: “This is a Palestinian Intifada, even if it ends today” (Questa è un’intifada palestinese, anche se finisce oggi). Quello che è fondamentale invece notare è che la resistenza palestinese si è re-innescata proprio perché quei palestinesi che non si sono rassegnati alla condizione imposta da Israele, continuano a lottare per rivendicare l’ingiustizia che subiscono, l’assenza totale della comunità internazionale e la continua e impunita violazione dei propri diritti fondamentali. Una resistenza popolare, che per ora non è guidata da nessun partito e da nessun leader, ma che non dà segni di volersi spegnere.
ProiettileÈ l’enorme sproporzione di forza tra gli occupanti e gli occupati, oltre all’inazione della leadership palestinese, a mettere con le spalle al muro un intero popolo, che contro l’esercito che spara live and rubber bullets si difende con le pietre. Definire quanto sta accadendo “intifada dei coltelli” cela la natura articolata di una resistenza che non è un nuovo inizio, ma solo la fase conclamata di un continuo e legittimo movimento di lotta popolare che dura a queste latitudini sin dal 1919. Quando i palestinesi raggiungono il limite di sopportazione e si arriva al punto di rottura, l’intifada diventa evidente anche al resto del mondo, miope o convenientemente cieco per il resto del tempo.

Le Sette Lune Rosse

[1] I nomi riportati sono di fantasia, a tutela della sicurezza degli interessati.

bool(false)