“Travelling for Peace”: il primo mese di due volontarie in Palestina

“Travelling for Peace”: il primo mese di due volontarie in Palestina

Pubblichiamo il primo report della coppia di ragazze partecipante al progetto di Servizio Volontario Europeo in Palestina “Travelling for Peace. Intercultural paths and sustainable tourism” realizzato in collaborazione con il centro Al Shmoh di Al’Masara.

A un mese dal nostro arrivo riconosco che nessun seminario, training, libro o conversazione avrebbe mai potuto rendere davvero l’idea di quello che vuol dire vivere in un posto come la Palestina. Una sola domanda continua a rimbalzarmi in testa: perché?

Perché camminare in certi luoghi o prendere determinate strade può costare la vita? Perché la notte prima di andare a dormire più di qualcuno si chiede se stasera la sua casa e la sua famiglia subirà un’incursione violenta? Perché i bambini la mattina sono costretti a moltiplicare la distanza del loro tragitto per andare a scuola? Perché di ritorno a casa da una serata tra amici in un villaggio vicino mi trovo la strada bloccata da militari israeliani sotto un cartello che invece segnala l’ingresso ad un villaggio palestinese? Perché le risorse idriche vengono recintate, protette da mezzi militari e sfruttate in modo che le colonie israeliane ricevano quattro volte tanto la quantità destinata invece ai villaggi palestinesi?

La risposta è sempre la stessa: questa è l’occupazione. Ma è una risposta che non trova nessuna logica umana.

La vita ad Al Ma’sara ha tempi diversi, più lenti, scanditi sempre dalle attività quotidiane, ma senza fretta – c’è sempre tempo per un tè o un caffè, o anche tutti e due. Dopo un mese, in questo villaggio di 1000 persone ci conoscono quasi tutti. I vicini più stretti sono diventati una seconda famiglia e gli inviti a mangiare insieme non si contano più. I bambini bussano alla porta per chiederci come stiamo o per fargli un disegno che porteranno orgogliosi il giorno dopo a scuola. La mattina invece ci impegnamo ad insegnare numeri, lettere e canzoni in inglese ai bambini dell’asilo, imparando a nostra volta parole in arabo. Con un po’ d’impegno siamo riuscite a sistemare la casa dove vivremo per i prossimi cinque mesi, adesso è più accogliente e l’idea è quella di trasformarla in una vera e propria guesthouse, ma anche in un punto d’incontro per i volontari internazionali e la gente del villaggio, dove scambiare idee, vedere film, organizzare campagne di sensibilizzazione e, perché no, cimentarci in scambi culinari italo-palestinesi! La parte più importante di questo progetto per noi è coinvolgere le persone, soprattutto i giovani del villaggio che speriamo siano quelli che più troveranno beneficio da queste attività sviluppando una nuova curiosità che possa divenire il motore di una nuova idea di Palestina, libera soprattutto dalle catene di una retorica sociale e culturale radicata in un passato e presente troppo violento, sia a livello fisico che psicologico.

La curiosità e la voglia di continuare a scoprire ogni giorno qualcosa in più di questo posto è tanta. Una conversazione nata su un ‘service’ di ritorno da Betlemme con una nonna del villaggio può regalare aneddoti di tempi quando la vita sembrava più semplice, scorci di una cultura ricca di tradizioni e profondamente legata alla sacralità della terra.

Radicati al terreno come alberi di olive: un campo in Palestina

Radicati al terreno come alberi di olive: un campo in Palestina

Dal 23 ottobre al 3 novembre 2017 un campo in Palestina, a sud est di Betlemme, nei pressi del villaggio Nahalin, per supportare il raccolto delle olive.

Il campo avrà luogo contestualmente al progetto The Tent of Nations, che cerca di connettere persone provenienti da culture diverse per costruire ponti di comprensione, riconciliazione e pace, con l’obiettivo futuro di trasmettere, attraverso chi ha vissuto quest’esperienza, valori di tolleranza e coesistenza rispettosa e pacifica. I campi di volontariato internazionale sono uno strumento, tra gli altri, per raggiungere tal fine. Sin dal 1991 il territorio dove prende luogo il progetto è sotto minaccia di sequestro da parte dell’esercito israeliano: da allora fino ad oggi, viene difeso il diritto a restare nella propria terra, credendo fermamente nella giustizia.

Questo campo, che ha come obiettivo la raccolta delle olive, è partecipato sia da persone locali che da volontari/e internazionali, che campeggeranno e lavoreranno insieme per dieci giorni. Durante le mattine si svolgerà la raccolta delle olive e ci si prenderà cura degli uliveti della fattoria. Nei pomeriggi invece si svolgeranno visite guidate nei territori circostanti.

Nella parte studio verranno svolte discussioni approfondite riguardo alle radici del popolo palestinese e alla storia della loro terra.

La lingua del campo è l’inglese, quella locale l’arabo.

Leggi la scheda completa del campo.

Questo progetto fa parte dei programmi Nord/Sud. I volontari devono avere almeno 20 anni e aver preso parte alle formazioni (primo incontro e 2 livello) di preparazione organizzate dallo SCI Italia.

Per maggiori informazioni sui campi SCI nel Sud del mondo, ecco la pagina dedicata.

Tutti i campi di volontariato del Servizio Civile Internazionale sono consultabili sul database www.workcamps.info.

Il mandorlo come albero della speranza: un campo per il raccolto in Palestina

Il mandorlo come albero della speranza: un campo per il raccolto in Palestina

Dal 31 luglio all’11 agosto 2017 un campo in Palestina, a sud est di Betlemme, nei pressi del villaggio Nahalin, per supportare il raccolto nei frutteti.

Il campo avrà luogo contestualmente al progetto The Tent of Nations, che cerca di connettere persone provenienti da culture diverse per costruire ponti di comprensione, riconciliazione e pace, con l’obiettivo futuro di trasmettere, attraverso chi ha vissuto quest’esperienza, valori di tolleranza e coesistenza rispettosa e pacifica. I campi di volontariato internazionale sono uno strumento, tra gli altri, per raggiungere tal fine. Sin dal 1991 il territorio dove prende luogo il progetto è sotto minaccia di sequestro da parte dell’esercito israeliano: da allora fino ad oggi, viene difeso il diritto a restare nella propria terra, credendo fermamente nella giustizia.

Agosto è il mese del raccolto delle mandorle e delle mele. Durante il raccolto è sempre utile una partecipazione ampia di persone, che siano attivisti del progetto, volontari o locali: tutti e tutte insieme si campeggerà per 10 giorni, durante i quali si raccoglieranno i frutti maturi e si aiuterà nel preparare delle confetture dagli stessi. Alcuni pomeriggi saranno impegnati in momenti di studio e approfondimento sulla situazione politica e sociale nei territori occupati palestinesi e sulla loro storia, attraverso letture, workshop, documentari, visite a Betlemme e nell’area circostante.

La lingua del campo è l’inglese, quella locale l’arabo.

Leggi la scheda completa del campo.

Questo progetto fa parte dei programmi Nord/Sud. I volontari devono avere almeno 20 anni e aver preso parte alle formazioni (primo incontro e 2 livello) di preparazione organizzate dallo SCI Italia.

Per maggiori informazioni sui campi SCI nel Sud del mondo, ecco la pagina dedicata.

Tutti i campi di volontariato del Servizio Civile Internazionale sono consultabili sul database www.workcamps.info.

“Travelling for Peace”: aperta la call per lo SVE in Palestina

“Travelling for Peace”: aperta la call per lo SVE in Palestina

Il Servizio Civile Internazionale, in collaborazione con il centro Al Shmoh di Al Masara, Betlemme, è alla ricerca di 4 volontari/e per un progetto di Servizio Volontario Europeo (SVE) nei Territori Palestinesi Occupati.

Al Shmoh è un centro di aggregazione giovanile nel villaggio di Al Masara, vicino Betlemme, ed ha avviato da due anni circa un percorso di turismo sostenibile nell’area. Al Shmoh è stato fondato dagli stessi attivisti palestinesi del comitato di resistenza popolare nonviolenta di Al Masara, che rientra nel Popular Struggle Coordination Committee (PSCC), ovvero il cappello di comitati di resistenza popolare nonviolenta della Cisgiordania.

Descrizione del progetto:

Il progetto “Travelling for Peace. Intercultural paths and sustainable tourism” prevede la permanenza in loco di due coppie di volontari/e SVE per una durata di 6 mesi ciascuna, mentre nei 6 mesi in Italia i/le volontari/e rimarranno aggiornati/e sugli sviluppi del lavoro dell’altra coppia che in quel momento si trova in loco.

Primo periodo (2 volontari/e): 1 settembre 2017 – 28 febbraio 2018 (6 mesi)

Secondo periodo (2 volontari/e): 1 aprile 2018 – 30 settembre 2018 (6 mesi)

Luogo di realizzazione del progetto: Al Masara, Betlemme, Territori Palestinesi Occupati.

I/le volontari/e saranno alloggiati/e presso una casa attigua al centro Al Shmoh, composta da due camere da letto, un salone, una cucina e un bagno.

Tutti e 4 i/le volontari/e selezionati/e saranno chiamati/e a partecipare ad una formazione residenziale della durata di 4 giorni, dal 20 al 23 luglio, a Roma.

Requisiti obbligatori:

  • avere tra i 18 e i 30 anni;
  • precedenti esperienze significative (volontariato e/o professionali) in paesi del sud del mondo, preferibilmente in Medio Oriente;
  • conoscenza approfondita della storia della questione palestinese;
  • conoscenza di ed esperienza con tecniche e mezzi di comunicazione digitale (grafica, reportistica, radio, ecc…);
  • forte capacità di adattamento, flessibilità e spirito di iniziativa;
  • capacità di gestire situazioni di stress;
  • capacità di lavorare in gruppo;
  • buon livello di inglese scritto e parlato.

Requisiti preferenziali:

  • precedente esperienza con lo SCI e/o di volontariato/attivismo;
  • precedenti esperienze nei Territori Palestinesi Occupati.

Costi di viaggio, vitto, alloggio, trasporti interni e assicurazione sanitaria: coperti dal progetto.

Scadenza invio candidature: tutti gli/le interessati/e dovranno inoltrare CV e dettagliata lettera di motivazione in inglese (indicare, se si vuole, la preferenza rispetto al primo o al secondo periodo del progetto) entro il 25 giugno 2017 all’indirizzo nordsud@sci-italia.it.

Interventi Civili di Pace in Palestina 2017 – Call aperta

Interventi Civili di Pace in Palestina 2017 – Call aperta

Il Servizio Civile Internazionale, Un ponte per…, Rete IPRI, Centro Studi Sereno Regis e Assopace Palestina lanciano per l’ottavo anno il progetto “Interventi Civili di Pace in Palestina”.

Quattro settimane sul campo a sostegno delle attività della società civile palestinese e di associazioni impegnate nella difesa dei diritti umani quali i Comitati Popolari di Resistenza Nonviolenta di Betlemme e At Twani, Youth Against Settlements e Human Rights Supporters.

Il progetto è frutto della collaborazione con associazioni rappresentative della società civile palestinese che da anni lottano contro l’occupazione con metodi nonviolenti. L’accompagnamento alla raccolta delle olive, ostacolata e spesso impedita dalle forze militari israeliane, è mirata a tutelare il diritto dei contadini palestinesi ad accedere alle proprie terre e a mitigare le violenze dei coloni. Quest’anno saranno previste anche attività di accompagnamento e interposizione nonviolenta ai pastori e studenti delle colline a sud di Al Khalil (Hebron).
L’iniziativa si aggiunge alle altre azioni messe in campo dalla comunità internazionale come il boicottaggio (BDS), sostegni finanziari, solidarietà diretta e progetti di sensibilizzazione a supporto della resistenza per la libertà della Palestina.

Descrizione:

Il progetto sarà diviso in più fasi, con la finalità di entrare in contatto e supportare le comunità palestinesi residenti nelle aree di Betlemme, Nablus, colline a sud di Al Khalil ed Hebron. Anche se il programma prevede queste aree di intervento, potrebbe comunque essere soggetto a cambiamenti in base alle necessità e alle richieste delle comunità locali.
I/le volontari/e saranno accompagnati/e da una facilitatrice rappresentante di una delle associazioni partner, guidati da coordinatori locali e in contatto costante con il coordinamento italiano dei promotori del progetto.

Periodo permanenza in loco:

01/10/17 – 31/10/17

Luogo:

Cisgiordania

Compiti:

  • Accompagnamento nonviolento disarmato dei contadini palestinesi nel lavoro agricolo quotidiano e dei pastori e studenti, relativamente all’area delle colline a sud di Al Kahlil.
  • Monitoraggio delle violazioni commesse nei confronti della popolazione civile da parte delle forze di occupazione militare israeliana (presenza costante di militari, check point, presenza di insediamenti di coloni, impedimento dell’accesso ai terreni, aggressioni, arresti indiscriminati).
  • Redazione di articoli per il blog raccogliendolapace.wordpress.com.
  • Sostegno attivo all’organizzazione di eventi di sensibilizzazione e raccolta fondi in Italia.

E’ chiesto fin da ora l’impegno, al rientro, a condividere e promuovere il materiale raccolto (video, foto, interviste) per diffondere una informazione più consapevole delle dinamiche dell’occupazione. Il materiale raccolto dai volontari sarà utilizzato per le campagne a sostegno della resistenza popolare in Palestina promosse da SCI Italia, Un ponte per…, Rete IPRI, Centro Studi Sereno Regis e Assopace Palestina.

Requisiti:

  • Precedente esperienza in Palestina/Israele e conoscenza approfondita del conflitto.
  • Precedenti esperienze di volontariato.
  • Adattabilità al lavoro di gruppo, alle situazioni di stress e di difficoltà.
  • Conoscenza della lingua inglese.
  • Età minima: 22 anni.
  • Condivisione di obiettivi e metodi delle associazioni promotrici e desiderio di impegnarsi anche oltre l’esperienza in sé.
  • Partecipazione alla formazione residenziale che si terrà dal 20 al 23 Luglio 2017.

Costi:

  • Formazione: 30 euro di contributo per ospitalità e vitto.
  • Viaggio: a carico del partecipante.
  • Missione: 50 euro, quota amministrativa e di copertura assicurativa.
  • Vitto e alloggio in loco: coperti dal progetto, anche se si invitano i volontari ad organizzare eventi di auto finanziamento per supportare le spese.

Formazione residenziale:

Sono previste quattro giornate formative volte a favorire una presenza in loco consapevole delle dinamiche del conflitto e rispettosa delle tradizioni locali. In seguito alla formazione verrà selezionato il gruppo definitivo che prenderà effettivamente parte al progetto in loco.
Periodo: 20/23 luglio 2017 a Roma, presso La Città dell’Utopia, Via Valeriano 3/f (Quartiere San Paolo).
Candidatura:

Per la candidatura è necessario inviare il CV e la lettera di motivazione** a: palestineolive@gmail.com entro e non oltre il 21 giugno.

**Si ricorda che la lettera di motivazione NON equivale ad una lettera di presentazione.

L’esito delle selezioni verrà comunicato il 7 luglio.

Leggi qui la call completa.

Campo in Palestina: costruire ponti di riconciliazione

Campo in Palestina: costruire ponti di riconciliazione

Dal 19 al 30 giugno un campo di volontariato in Palestina, nei pressi del villaggio di Nahalin, nella zona a sudovest di Betlemme.

Il campo si inserisce nel più ampio progetto The Tent of Nations, che ha l’obiettivo di far incontrare persone di culture diverse per costruire inseme ponti di comprensione e dialogo, riconciliazione e pace. Sul più lungo periodo, il progetto si propone di formare le persone a dare un contributo di valori positivi alla società futura, quali la tolleranza e il rispetto dell’altro. Questi obiettivi sono perseguiti attraverso campagne d’informazione, l’empowement dei giovani e attraverso i campi di lavoro, in un territorio che sin dal 1991 è sotto minaccia di occupazione militare da parte dell’esercito israeliano.

I volontari saranno impegnati in attività quali il rinnovo e il restauro delle grotte della zona agricola collinare Daher’s Vineyard, vecchie di centinaia d’anni e ricche di storia. L’obiettivo è di farle tornare abitabili e risplendere nella loro bellezza. Un’altra attività centrale sarà quella della raccolta dei frutti delle piantagioni della zona. La parte studio sarà incentrata sulla sostenibilità e sull’auto sufficienza.

Questo campo richiede una lettera di motivazione addizionale per spiegare più dettagliatamente perché si vuole partecipare.

La lingua ufficiale del campo è l’inglese, opzionali arabo e tedesco.

Qui trovate tutte le informazioni più dettagliate.

Questo progetto fa parte dei programmi Nord/Sud. I volontari devono avere almeno 20 anni e aver preso parte alle formazioni (primo incontro e 2 livello) di preparazione organizzate dallo SCI Italia.

Per maggiori informazioni sui campi SCI nel Sud del mondo, ecco la pagina dedicata.

Tutti i campi di volontariato del Servizio Civile Internazionale sono consultabili sul database www.workcamps.info.

Vite di speranza: racconto di un campo di volontariato in Palestina

Vite di speranza: racconto di un campo di volontariato in Palestina

L’articolo è stato scritto da Tommaso Pedrazzini, che nell’estate 2016 ha partecipato a un campo di volontariato in Palestina, presso la fattoria “Tent of Nations”, a qualche chilometro da Betlemme. Le foto sono state scattate da Tommaso Padrazzini e da Stefania Ordanini.

Siamo chinati a scavare buche di fianco alle viti appena nate.

Alla giusta distanza dal tronco, tra i sassi e la terra secca, creiamo lo spazio per versare la dose d’acqua settimanale, che tiene in vita le piante e le spinge a rafforzare le radici.

L’acqua, raccolta durante le piogge invernali, viene trasportata al vigneto con un trattore, giù dal pendio con delle manichette e lungo i filari a mano, dentro cisterne di plastica che non potrebbero pesare più di così.

È un lavoro faticoso. Solo uno dei tanti che Daher e suo fratello Daud devono fare ogni giorno, per tenere in piedi la loro fattoria.

Non si tratta solo della dura vita del contadino, della costante lotta contro la siccità o la grandine. Qui, in Palestina, permettere a quelle viti di diventare grandi, vuol dire difendere il proprio diritto ad esistere.

Se la terra rimane incolta per troppo tempo, lo stato di Israele la reclama come demaniale, per costruire altre colonie o impiantare delle coltivazioni destinate a chi vive dall’altra parte del muro.

E spesso coltivare non basta. Un attimo di distrazione ed è capitato che le piante prendessero fuoco o i campi venissero distrutti. E con essi il futuro di chi a lungo e con fatica li aveva coltivati.

È l’aspetto più meschino e violento di una politica opprimente che permea ogni aspetto della vita quotidiana.

La fattoria sorge a pochi chilometri da Betlemme, ma per arrivarci in macchina bisogna farne molti di più, perché le ultime centinaia di metri sono bloccate da massi e macigni, “dimenticati” dal governo israeliano.

Lo stesso governo che impedisce la costruzione in Palestina di nuovi edifici o di collegamenti elettrici e idraulici e che, laddove le tubature arrivano, ogni tanto devia i flussi d’acqua dai rubinetti delle case palestinesi alle piscine delle colonie israeliane.

Una sequela di piccole oppressioni e pressioni psicologiche che costantemente, giorno dopo giorno, fiaccano le energie e le speranze di un popolo che non riesce nemmeno più a chiedersi perché tutto questo stia succedendo.

Ed è proprio perché questa guerra si combatte su questo piano, che si rivelano preziosi gli sforzi di Daher e Daud, che provano ad aggregare, invece che dividere, che seminano invece che sradicare e che rifuggono la violenza e l’ira improduttiva.

“Rifiutiamo di essere nemici” è lo slogan di Tent of Nation, la loro fattoria. Non è facile, certo, né è sufficiente per riportare pace e giustizia in una terra devastata dall’odio e da un’occupazione decennale e priva di pietà. Ma è una pietra, come quella in cui è incisa questa frase, che fa da solida base su cui pensare ad un futuro altrimenti inimmaginabile.

A Betlemme ce l’hanno proprio detto. Loro, che ogni giorno portano a mano l’acqua a quelle fragili piante di vite, tengono in piedi e ravvivano le speranze di un popolo intero.

 

Social Café – Presentazione de “La zona rossa” di Simona Sanzò [9/11, La Città dell’Utopia]

Social Café – Presentazione de “La zona rossa” di Simona Sanzò [9/11, La Città dell’Utopia]

La zona rossa, Simona Sanzò

Ore 19.30: apericena

Ore 20.30: presentazione del libro “La zona rossa – Diario di un’attivista civile in Croazia e in Palestina”, di Simona Sanzò.

La Città dell’Utopia, via Valeriano 3F (metro San Paolo), Roma.

A seguire, dibattito con l’autrice e volontari e volontarie di rientro dal progetto “Interventi Civili di Pace in Palestina”, portato avanti da SCI-Italia in partenariato con Un ponte per…Assopace PalestinaPopular Struggle Coordination Committee, Rete IPRI, Centro Studi Sereno Regis.

È possibile leggere tutti gli articoli scritti dai/dalle volontari/ie sul blog www.raccogliendolapace.wordpress.com.

“Questo libro è ispirato a quell’esercito silenzioso di persone che fanno dell’impegno civile una ragione di vita, con la speranza che altri possano trovare in queste pagine lo spunto o lo stimolo per unirsi a loro”. Con queste parole l’autrice ci propone le sue esperienze sul campo a Pakrac, nel 1994, e a Nablus, nel 2003. Il tempo della ricostruzione in Croazia, a ridosso della guerra, in una delle prime città della ex-Jugoslavia in cui si manifestarono tensioni interetniche tra la comunità serba e quella croata, teatro di eventi sanguinosi nel 1991. Il tempo dell’Intifada Al-Aqsa in Palestina, dove dal 1948 i palestinesi vivono sotto l’occupazione militare israeliana. Una testimonianza che ci interroga sulle nostre responsabilità di europei e sollecita una coscienza collettiva capace di interporsi nei conflitti e promuovere un’educazione alla pace, al rispetto delle differenze e dei diritti umani fondamentali. Le guerre, che continuano a mietere vittime nell’indifferenza generale, per quanto distanti ci appaiano, riguardano infatti tutti noi.

www.libreriasensibiliallefoglie.com

Qui il link all’evento Facebook.

 

 

Nablus: tra ferite, storia e speranze

Nablus: tra ferite, storia e speranze

nablusDa RACCOGLIENDOLAPACE, sito web di reporting del progetto “Interventi Civili di Pace in Palestina” dello SCI-Italia in partenariato con:

Un ponte per…Assopace PalestinaPopular Struggle Coordination CommiteeIPRI – RETE CCPCentro Studi Sereno Regis.

Il fiume giallo di taxi che scorre lento davanti a noi è l’ultimo saluto che la splendida città di Nablus ci regala. Incastonata come una gemma tra le brulle colline del nord della West Bank, questo è uno di quei posti che non si vorrebbero lasciare mai. Non solo per la consueta ospitalità con cui siamo stati accolti in questi due giorni, ma anche per la sua vivacità, per i paesaggi mozzafiato e soprattutto per le innumerevoli storie della città vecchia.

Inutile dire quanto sia stato affascinante e suggestivo aggirarsi per i vicoli stretti e le antiche fabbriche di sapone. Come a Gerusalemme, anche qui ogni singola pietra trasuda Storia e storie che nella maggior parte dei casi, purtroppo, non hanno un lieto fine.

Dal 2002 al 2009, infatti, Nablus è stata posta sotto assedio per lunghi periodi dall’esercito israeliano, rendendo impossibile non solo l’entrata e l’uscita dalla città, ma anche dalle singole case per la presenza dei cecchini. Gli israeliani, inoltre, durante i raid all’interno della città per evitare di fronteggiare la popolazione nelle strade, sfondavano i muri creando dei passaggi tra una casa e l’altra, uccidendo chiunque si opponesse. Molte case, o almeno quelle risparmiate dalla furia dei militari, mostrano ancora le ferite di quel periodo. Ferite che probabilmente non si rimargineranno mai: fori di proiettili, lapidi, manifesti e cartelloni commemorativi affollano le strette strade della città vecchia.

La nostra guida Y, un volontario dell’ONG locale Human Supporters1, ci racconta passo dopo passo il modo in cui tutte queste vite sono state spezzate.

Come quel pomeriggio di dodici anni fa, quando a una donna con il niqab2 cadde dalle mani un grosso vassoio di knafe, dolce tipico locale, che stava trasportando in occasione della festa di fine Ramadan. Un ragazzo le si avvicinò per aiutarla e lei, estratto un pugnale da sotto il vestito, lo sgozzò. A quel punto un’altra donna, appostata sull’altro lato della piazza, tirò fuori un mitra da sotto il vestito e iniziò a sparare sulla folla. Queste due donne erano in realtà due uomini israeliani, due mustarabin: infiltrati, membri dell’esercito che si fingono palestinesi compiendo alcune tra le stragi più efferate. Y ci spiega anche che molti mustarabin sono stati allevati, indottrinati e addestrati a uccidere sin da piccoli. Si tratta infatti di soldati scelti tra gli orfani o sottratti alle proprie famiglie da bambini e sin da subito abituati “al sapore del sangue, testando sulla pelle degli animali ciò che poi faranno un giorno su quella dei palestinesi”, sospira.

Y prende una pausa e capiamo che non solo sta raccontando ma che sta anche rivivendo ciò a cui ha personalmente assistito. Poi continua: “quel giorno io e mio cugino eravamo seduti proprio qui dove siamo ora, io sono riuscito a scappare mentre lui è stato ferito e poi arrestato” e ci racconta dei morti e dei feriti, dell’esercito che in pochi attimi invase la piazza. Rimaniamo in silenzio, immersi nei nostri pensieri fino a quando Y non ci dice che non viene mai in questa piazza se non in queste occasioni.

E ora immaginate di passeggiare per il centro della vostra città e di incontrare ad ogni angolo una di queste lapidi o un manifesto con il volto di un ragazzo di venti o trent’anni. Aggiungeteci pure che molti di quei freddi nomi incisi nella roccia o stampati su carta erano i vostri amici o i vostri parenti. È difficile affidarsi a delle semplici parole su carta. Bisogna ascoltarle di persona, ma soprattutto bisogna ascoltare con il cuore. Ascoltare la sofferenza di Y quando racconta ogni singola storia. Sentire come la sua vita, attraverso le sue stesse parole, perde dei pezzi, anche se il suo sorriso e la sua continua voglia di scherzare sembrano suggerire l’esatto contrario.

Il piano coloniale israeliano continua, qui come nei villaggi vicini, dai quali ci arrivano notizie sempre peggiori. Ma quello che mi resta di questi due giorni nel nord della Cisgiordania sono le parole di Y che continuano a riecheggiarmi nella testa:

“Loro possono continuare ancora, ma noi siamo qui. Noi sogniamo, amiamo e sorridiamo e un giorno avremo la nostra occasione”.

 


1) Human Supporter Association è un’organizzazione palestinese di Nablus che lavora principalmente con bambini e giovani dell’area, fornendo un’alternativa nonviolenta e proattiva alle realtà politiche esistenti e promuovendo percorsi di cambiamento sociale fondato sulla giustizia all’interno della società palestinese.


2) Velo, solitamente di colore nero, usato dalle donne musulmane per coprire il capo e il viso, lasciando una fessura all’altezza degli occhi.

Le colline hanno gli occhi, quando conviene

Le colline hanno gli occhi, quando conviene

Da RACCOGLIENDOLAPACE, sito web di reporting del progetto “Interventi Civili di Pace in Palestina” dello SCI-Italia in partenariato con:

Un ponte per…Assopace Palestina, Popular Struggle Coordination Commitee, IPRI – RETE CCPCentro Studi Sereno Regis, con il sostegno del Tavolo degli Interventi Civili di Pace

Colline in palestina

In Cisgiordania settentrionale, nei pressi di Nablus, sotto la calura che ci accompagna durante la raccolta delle olive, tra le terre degli abitanti del villaggio di Kufr al-Qaddoum e le estreme propaggini delle colonie che punteggiano le colline, veniamo a conoscenza di un nuovo tassello nella comprensione della macchina di occupazione israeliana.

Il consumo di stupefacenti nei territori occupati ha conosciuto un considerevole aumento nel corso degli ultimi anni, specialmente nei principali centri urbani. Insieme alla cocaina, in arrivo dall’America Latina, e all’eroina, proveniente dall’Afghanistan, a prendere piede tra i giovani palestinesi non è più soltanto l’ecstasy, ma anche il famigerato Hydro: un ricercato intruglio semi-sintetico, noto come ‘erba mortale’, che viene prodotto artigianalmente e commercializzato come droga leggera in tutto il territorio israeliano. Confezionata in pacchetti simili a quelli di tabacco, è venduta presso comuni supermercati riconoscibili dall’annuncio “we have nice and spice”; tra le conseguenze sulla salute umana figurano seri danni al sistema nervoso e respiratorio.

Stando a quanto riferitoci da F., funzionario del dipartimento antidroga della Polizia Nazionale Palestinese di stanza a Qalqilya, il contrabbando e lo spaccio di droghe sarebbe gestito e controllato da cittadini israeliani o stranieri residenti in Israele; si tratta spesso di italiani e russi a capo di vere e proprie cosche mafiose. Il lavoro di prevenzione e repressione di tali attività criminali da parte delle forze di sicurezza palestinesi si scontra sistematicamente con le pastoie in cui è avvinto il sistema giudiziario dell’ANP. “Mentre un israeliano fermato per spaccio di droga nei territori palestinesi resta in carcere una volta estradato per pochi giorni, un palestinese non sconterebbe per lo stesso reato meno di dieci anni di detenzione” aggiunge F. con amarezza.

CollineIl commercio di droghe in Cisgiordania si avvale delle falle nei controlli alle frontiere con Israele e Giordania. Sia israeliani, sia palestinesi vi sono coinvolti, eppure i vertici ingrossano le proprie liquidità nei salotti di Tel Aviv. “Acquirenti e fornitori si accordano per incontrarsi di solito in prossimità degli unici luoghi dove le forze di polizia palestinesi non possono investigare o intervenire: insediamenti e checkpoint (area C, n.d.r.). I coloni sanno tutto e lasciano fare”. Le propaggini dell’ANP hanno l’obbligo, infatti, di richiedere un permesso all’occupante per procedere all’arresto di un cittadino israeliano, anche in flagranza di reato: ciò rende praticamente impossibile sventare in tempo ogni compravendita criminosa.

Le dinamiche di spaccio e contrabbando, tanto quanto l’attività di consumo fanno emergere domande e considerazioni. L’impossibilità per la polizia palestinese di esercitare la propria autorità è una conseguenza diretta della frammentazione del territorio della Cisgiordania in seguito agli accordi di Oslo. La divisione in zona A, B e C che avrebbe dovuto essere una soluzione temporanea in vista di una progressiva espansione di potere civile e militare dell’autorità Palestinese, ha invece determinato uno stato di eccezionalità permanente, che non permette all’ANP di costituirsi in un’entità statuale capace di difendere i propri cittadini. Quanto il contrabbando, lo spaccio e il consumo di droga unite all’impossibilità dell’ANP di esercitare il proprio potere impatti le dinamiche di occupazione e conflitto rimane una domanda aperta. In particolare, ci si chiede in che modo la libera diffusione della droga nei territori occupati e la collusione del sistema oppressivo, come il soldato consapevole dello spaccio che avviene sotto i suoi occhi ai posti di controllo e non interviene o il colono che permette lo spaccio all’interno della colonia, si inseriscano nelle strategie di occupazione. Si può pensare che la droga e l’impossibilità di prevenire il crimine da parte dell’inquirente abbiano anche effetti diretti sulla resistenza palestinese all’occupante? Le domande restano aperte, mentre questo nuovo elemento si aggiunge alla nostra comprensione dei meccanismi di oppressione e di controllo di Israele sul popolo Palestinese.

Le Sette Lune Rosse

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