Il mandorlo come albero della speranza: un campo per il raccolto in Palestina

Il mandorlo come albero della speranza: un campo per il raccolto in Palestina

Dal 31 luglio all’11 agosto 2017 un campo in Palestina, a sud est di Betlemme, nei pressi del villaggio Nahalin, per supportare il raccolto nei frutteti.

Il campo avrà luogo contestualmente al progetto The Tent of Nations, che cerca di connettere persone provenienti da culture diverse per costruire ponti di comprensione, riconciliazione e pace, con l’obiettivo futuro di trasmettere, attraverso chi ha vissuto quest’esperienza, valori di tolleranza e coesistenza rispettosa e pacifica. I campi di volontariato internazionale sono uno strumento, tra gli altri, per raggiungere tal fine. Sin dal 1991 il territorio dove prende luogo il progetto è sotto minaccia di sequestro da parte dell’esercito israeliano: da allora fino ad oggi, viene difeso il diritto a restare nella propria terra, credendo fermamente nella giustizia.

Agosto è il mese del raccolto delle mandorle e delle mele. Durante il raccolto è sempre utile una partecipazione ampia di persone, che siano attivisti del progetto, volontari o locali: tutti e tutte insieme si campeggerà per 10 giorni, durante i quali si raccoglieranno i frutti maturi e si aiuterà nel preparare delle confetture dagli stessi. Alcuni pomeriggi saranno impegnati in momenti di studio e approfondimento sulla situazione politica e sociale nei territori occupati palestinesi e sulla loro storia, attraverso letture, workshop, documentari, visite a Betlemme e nell’area circostante.

La lingua del campo è l’inglese, quella locale l’arabo.

Leggi la scheda completa del campo.

Questo progetto fa parte dei programmi Nord/Sud. I volontari devono avere almeno 20 anni e aver preso parte alle formazioni (primo incontro e 2 livello) di preparazione organizzate dallo SCI Italia.

Per maggiori informazioni sui campi SCI nel Sud del mondo, ecco la pagina dedicata.

Tutti i campi di volontariato del Servizio Civile Internazionale sono consultabili sul database www.workcamps.info.

“Travelling for Peace”: aperta la call per lo SVE in Palestina

“Travelling for Peace”: aperta la call per lo SVE in Palestina

Il Servizio Civile Internazionale, in collaborazione con il centro Al Shmoh di Al Masara, Betlemme, è alla ricerca di 4 volontari/e per un progetto di Servizio Volontario Europeo (SVE) nei Territori Palestinesi Occupati.

Al Shmoh è un centro di aggregazione giovanile nel villaggio di Al Masara, vicino Betlemme, ed ha avviato da due anni circa un percorso di turismo sostenibile nell’area. Al Shmoh è stato fondato dagli stessi attivisti palestinesi del comitato di resistenza popolare nonviolenta di Al Masara, che rientra nel Popular Struggle Coordination Committee (PSCC), ovvero il cappello di comitati di resistenza popolare nonviolenta della Cisgiordania.

Descrizione del progetto:

Il progetto “Travelling for Peace. Intercultural paths and sustainable tourism” prevede la permanenza in loco di due coppie di volontari/e SVE per una durata di 6 mesi ciascuna, mentre nei 6 mesi in Italia i/le volontari/e rimarranno aggiornati/e sugli sviluppi del lavoro dell’altra coppia che in quel momento si trova in loco.

Primo periodo (2 volontari/e): 1 settembre 2017 – 28 febbraio 2018 (6 mesi)

Secondo periodo (2 volontari/e): 1 aprile 2018 – 30 settembre 2018 (6 mesi)

Luogo di realizzazione del progetto: Al Masara, Betlemme, Territori Palestinesi Occupati.

I/le volontari/e saranno alloggiati/e presso una casa attigua al centro Al Shmoh, composta da due camere da letto, un salone, una cucina e un bagno.

Tutti e 4 i/le volontari/e selezionati/e saranno chiamati/e a partecipare ad una formazione residenziale della durata di 4 giorni, dal 20 al 23 luglio, a Roma.

Requisiti obbligatori:

  • avere tra i 18 e i 30 anni;
  • precedenti esperienze significative (volontariato e/o professionali) in paesi del sud del mondo, preferibilmente in Medio Oriente;
  • conoscenza approfondita della storia della questione palestinese;
  • conoscenza di ed esperienza con tecniche e mezzi di comunicazione digitale (grafica, reportistica, radio, ecc…);
  • forte capacità di adattamento, flessibilità e spirito di iniziativa;
  • capacità di gestire situazioni di stress;
  • capacità di lavorare in gruppo;
  • buon livello di inglese scritto e parlato.

Requisiti preferenziali:

  • precedente esperienza con lo SCI e/o di volontariato/attivismo;
  • precedenti esperienze nei Territori Palestinesi Occupati.

Costi di viaggio, vitto, alloggio, trasporti interni e assicurazione sanitaria: coperti dal progetto.

Scadenza invio candidature: tutti gli/le interessati/e dovranno inoltrare CV e dettagliata lettera di motivazione in inglese (indicare, se si vuole, la preferenza rispetto al primo o al secondo periodo del progetto) entro il 25 giugno 2017 all’indirizzo nordsud@sci-italia.it.

Interventi Civili di Pace in Palestina 2017 – Call aperta

Interventi Civili di Pace in Palestina 2017 – Call aperta

Il Servizio Civile Internazionale, Un ponte per…, Rete IPRI, Centro Studi Sereno Regis e Assopace Palestina lanciano per l’ottavo anno il progetto “Interventi Civili di Pace in Palestina”.

Quattro settimane sul campo a sostegno delle attività della società civile palestinese e di associazioni impegnate nella difesa dei diritti umani quali i Comitati Popolari di Resistenza Nonviolenta di Betlemme e At Twani, Youth Against Settlements e Human Rights Supporters.

Il progetto è frutto della collaborazione con associazioni rappresentative della società civile palestinese che da anni lottano contro l’occupazione con metodi nonviolenti. L’accompagnamento alla raccolta delle olive, ostacolata e spesso impedita dalle forze militari israeliane, è mirata a tutelare il diritto dei contadini palestinesi ad accedere alle proprie terre e a mitigare le violenze dei coloni. Quest’anno saranno previste anche attività di accompagnamento e interposizione nonviolenta ai pastori e studenti delle colline a sud di Al Khalil (Hebron).
L’iniziativa si aggiunge alle altre azioni messe in campo dalla comunità internazionale come il boicottaggio (BDS), sostegni finanziari, solidarietà diretta e progetti di sensibilizzazione a supporto della resistenza per la libertà della Palestina.

Descrizione:

Il progetto sarà diviso in più fasi, con la finalità di entrare in contatto e supportare le comunità palestinesi residenti nelle aree di Betlemme, Nablus, colline a sud di Al Khalil ed Hebron. Anche se il programma prevede queste aree di intervento, potrebbe comunque essere soggetto a cambiamenti in base alle necessità e alle richieste delle comunità locali.
I/le volontari/e saranno accompagnati/e da una facilitatrice rappresentante di una delle associazioni partner, guidati da coordinatori locali e in contatto costante con il coordinamento italiano dei promotori del progetto.

Periodo permanenza in loco:

01/10/17 – 31/10/17

Luogo:

Cisgiordania

Compiti:

  • Accompagnamento nonviolento disarmato dei contadini palestinesi nel lavoro agricolo quotidiano e dei pastori e studenti, relativamente all’area delle colline a sud di Al Kahlil.
  • Monitoraggio delle violazioni commesse nei confronti della popolazione civile da parte delle forze di occupazione militare israeliana (presenza costante di militari, check point, presenza di insediamenti di coloni, impedimento dell’accesso ai terreni, aggressioni, arresti indiscriminati).
  • Redazione di articoli per il blog raccogliendolapace.wordpress.com.
  • Sostegno attivo all’organizzazione di eventi di sensibilizzazione e raccolta fondi in Italia.

E’ chiesto fin da ora l’impegno, al rientro, a condividere e promuovere il materiale raccolto (video, foto, interviste) per diffondere una informazione più consapevole delle dinamiche dell’occupazione. Il materiale raccolto dai volontari sarà utilizzato per le campagne a sostegno della resistenza popolare in Palestina promosse da SCI Italia, Un ponte per…, Rete IPRI, Centro Studi Sereno Regis e Assopace Palestina.

Requisiti:

  • Precedente esperienza in Palestina/Israele e conoscenza approfondita del conflitto.
  • Precedenti esperienze di volontariato.
  • Adattabilità al lavoro di gruppo, alle situazioni di stress e di difficoltà.
  • Conoscenza della lingua inglese.
  • Età minima: 22 anni.
  • Condivisione di obiettivi e metodi delle associazioni promotrici e desiderio di impegnarsi anche oltre l’esperienza in sé.
  • Partecipazione alla formazione residenziale che si terrà dal 20 al 23 Luglio 2017.

Costi:

  • Formazione: 30 euro di contributo per ospitalità e vitto.
  • Viaggio: a carico del partecipante.
  • Missione: 50 euro, quota amministrativa e di copertura assicurativa.
  • Vitto e alloggio in loco: coperti dal progetto, anche se si invitano i volontari ad organizzare eventi di auto finanziamento per supportare le spese.

Formazione residenziale:

Sono previste quattro giornate formative volte a favorire una presenza in loco consapevole delle dinamiche del conflitto e rispettosa delle tradizioni locali. In seguito alla formazione verrà selezionato il gruppo definitivo che prenderà effettivamente parte al progetto in loco.
Periodo: 20/23 luglio 2017 a Roma, presso La Città dell’Utopia, Via Valeriano 3/f (Quartiere San Paolo).
Candidatura:

Per la candidatura è necessario inviare il CV e la lettera di motivazione** a: palestineolive@gmail.com entro e non oltre il 21 giugno.

**Si ricorda che la lettera di motivazione NON equivale ad una lettera di presentazione.

L’esito delle selezioni verrà comunicato il 7 luglio.

Leggi qui la call completa.

Campo in Palestina: costruire ponti di riconciliazione

Campo in Palestina: costruire ponti di riconciliazione

Dal 19 al 30 giugno un campo di volontariato in Palestina, nei pressi del villaggio di Nahalin, nella zona a sudovest di Betlemme.

Il campo si inserisce nel più ampio progetto The Tent of Nations, che ha l’obiettivo di far incontrare persone di culture diverse per costruire inseme ponti di comprensione e dialogo, riconciliazione e pace. Sul più lungo periodo, il progetto si propone di formare le persone a dare un contributo di valori positivi alla società futura, quali la tolleranza e il rispetto dell’altro. Questi obiettivi sono perseguiti attraverso campagne d’informazione, l’empowement dei giovani e attraverso i campi di lavoro, in un territorio che sin dal 1991 è sotto minaccia di occupazione militare da parte dell’esercito israeliano.

I volontari saranno impegnati in attività quali il rinnovo e il restauro delle grotte della zona agricola collinare Daher’s Vineyard, vecchie di centinaia d’anni e ricche di storia. L’obiettivo è di farle tornare abitabili e risplendere nella loro bellezza. Un’altra attività centrale sarà quella della raccolta dei frutti delle piantagioni della zona. La parte studio sarà incentrata sulla sostenibilità e sull’auto sufficienza.

Questo campo richiede una lettera di motivazione addizionale per spiegare più dettagliatamente perché si vuole partecipare.

La lingua ufficiale del campo è l’inglese, opzionali arabo e tedesco.

Qui trovate tutte le informazioni più dettagliate.

Questo progetto fa parte dei programmi Nord/Sud. I volontari devono avere almeno 20 anni e aver preso parte alle formazioni (primo incontro e 2 livello) di preparazione organizzate dallo SCI Italia.

Per maggiori informazioni sui campi SCI nel Sud del mondo, ecco la pagina dedicata.

Tutti i campi di volontariato del Servizio Civile Internazionale sono consultabili sul database www.workcamps.info.

Vite di speranza: racconto di un campo di volontariato in Palestina

Vite di speranza: racconto di un campo di volontariato in Palestina

L’articolo è stato scritto da Tommaso Pedrazzini, che nell’estate 2016 ha partecipato a un campo di volontariato in Palestina, presso la fattoria “Tent of Nations”, a qualche chilometro da Betlemme. Le foto sono state scattate da Tommaso Padrazzini e da Stefania Ordanini.

Siamo chinati a scavare buche di fianco alle viti appena nate.

Alla giusta distanza dal tronco, tra i sassi e la terra secca, creiamo lo spazio per versare la dose d’acqua settimanale, che tiene in vita le piante e le spinge a rafforzare le radici.

L’acqua, raccolta durante le piogge invernali, viene trasportata al vigneto con un trattore, giù dal pendio con delle manichette e lungo i filari a mano, dentro cisterne di plastica che non potrebbero pesare più di così.

È un lavoro faticoso. Solo uno dei tanti che Daher e suo fratello Daud devono fare ogni giorno, per tenere in piedi la loro fattoria.

Non si tratta solo della dura vita del contadino, della costante lotta contro la siccità o la grandine. Qui, in Palestina, permettere a quelle viti di diventare grandi, vuol dire difendere il proprio diritto ad esistere.

Se la terra rimane incolta per troppo tempo, lo stato di Israele la reclama come demaniale, per costruire altre colonie o impiantare delle coltivazioni destinate a chi vive dall’altra parte del muro.

E spesso coltivare non basta. Un attimo di distrazione ed è capitato che le piante prendessero fuoco o i campi venissero distrutti. E con essi il futuro di chi a lungo e con fatica li aveva coltivati.

È l’aspetto più meschino e violento di una politica opprimente che permea ogni aspetto della vita quotidiana.

La fattoria sorge a pochi chilometri da Betlemme, ma per arrivarci in macchina bisogna farne molti di più, perché le ultime centinaia di metri sono bloccate da massi e macigni, “dimenticati” dal governo israeliano.

Lo stesso governo che impedisce la costruzione in Palestina di nuovi edifici o di collegamenti elettrici e idraulici e che, laddove le tubature arrivano, ogni tanto devia i flussi d’acqua dai rubinetti delle case palestinesi alle piscine delle colonie israeliane.

Una sequela di piccole oppressioni e pressioni psicologiche che costantemente, giorno dopo giorno, fiaccano le energie e le speranze di un popolo che non riesce nemmeno più a chiedersi perché tutto questo stia succedendo.

Ed è proprio perché questa guerra si combatte su questo piano, che si rivelano preziosi gli sforzi di Daher e Daud, che provano ad aggregare, invece che dividere, che seminano invece che sradicare e che rifuggono la violenza e l’ira improduttiva.

“Rifiutiamo di essere nemici” è lo slogan di Tent of Nation, la loro fattoria. Non è facile, certo, né è sufficiente per riportare pace e giustizia in una terra devastata dall’odio e da un’occupazione decennale e priva di pietà. Ma è una pietra, come quella in cui è incisa questa frase, che fa da solida base su cui pensare ad un futuro altrimenti inimmaginabile.

A Betlemme ce l’hanno proprio detto. Loro, che ogni giorno portano a mano l’acqua a quelle fragili piante di vite, tengono in piedi e ravvivano le speranze di un popolo intero.

 

Social Café – Presentazione de “La zona rossa” di Simona Sanzò [9/11, La Città dell’Utopia]

Social Café – Presentazione de “La zona rossa” di Simona Sanzò [9/11, La Città dell’Utopia]

La zona rossa, Simona Sanzò

Ore 19.30: apericena

Ore 20.30: presentazione del libro “La zona rossa – Diario di un’attivista civile in Croazia e in Palestina”, di Simona Sanzò.

La Città dell’Utopia, via Valeriano 3F (metro San Paolo), Roma.

A seguire, dibattito con l’autrice e volontari e volontarie di rientro dal progetto “Interventi Civili di Pace in Palestina”, portato avanti da SCI-Italia in partenariato con Un ponte per…Assopace PalestinaPopular Struggle Coordination Committee, Rete IPRI, Centro Studi Sereno Regis.

È possibile leggere tutti gli articoli scritti dai/dalle volontari/ie sul blog www.raccogliendolapace.wordpress.com.

“Questo libro è ispirato a quell’esercito silenzioso di persone che fanno dell’impegno civile una ragione di vita, con la speranza che altri possano trovare in queste pagine lo spunto o lo stimolo per unirsi a loro”. Con queste parole l’autrice ci propone le sue esperienze sul campo a Pakrac, nel 1994, e a Nablus, nel 2003. Il tempo della ricostruzione in Croazia, a ridosso della guerra, in una delle prime città della ex-Jugoslavia in cui si manifestarono tensioni interetniche tra la comunità serba e quella croata, teatro di eventi sanguinosi nel 1991. Il tempo dell’Intifada Al-Aqsa in Palestina, dove dal 1948 i palestinesi vivono sotto l’occupazione militare israeliana. Una testimonianza che ci interroga sulle nostre responsabilità di europei e sollecita una coscienza collettiva capace di interporsi nei conflitti e promuovere un’educazione alla pace, al rispetto delle differenze e dei diritti umani fondamentali. Le guerre, che continuano a mietere vittime nell’indifferenza generale, per quanto distanti ci appaiano, riguardano infatti tutti noi.

www.libreriasensibiliallefoglie.com

Qui il link all’evento Facebook.

 

 

Nablus: tra ferite, storia e speranze

Nablus: tra ferite, storia e speranze

nablusDa RACCOGLIENDOLAPACE, sito web di reporting del progetto “Interventi Civili di Pace in Palestina” dello SCI-Italia in partenariato con:

Un ponte per…Assopace PalestinaPopular Struggle Coordination CommiteeIPRI – RETE CCPCentro Studi Sereno Regis.

Il fiume giallo di taxi che scorre lento davanti a noi è l’ultimo saluto che la splendida città di Nablus ci regala. Incastonata come una gemma tra le brulle colline del nord della West Bank, questo è uno di quei posti che non si vorrebbero lasciare mai. Non solo per la consueta ospitalità con cui siamo stati accolti in questi due giorni, ma anche per la sua vivacità, per i paesaggi mozzafiato e soprattutto per le innumerevoli storie della città vecchia.

Inutile dire quanto sia stato affascinante e suggestivo aggirarsi per i vicoli stretti e le antiche fabbriche di sapone. Come a Gerusalemme, anche qui ogni singola pietra trasuda Storia e storie che nella maggior parte dei casi, purtroppo, non hanno un lieto fine.

Dal 2002 al 2009, infatti, Nablus è stata posta sotto assedio per lunghi periodi dall’esercito israeliano, rendendo impossibile non solo l’entrata e l’uscita dalla città, ma anche dalle singole case per la presenza dei cecchini. Gli israeliani, inoltre, durante i raid all’interno della città per evitare di fronteggiare la popolazione nelle strade, sfondavano i muri creando dei passaggi tra una casa e l’altra, uccidendo chiunque si opponesse. Molte case, o almeno quelle risparmiate dalla furia dei militari, mostrano ancora le ferite di quel periodo. Ferite che probabilmente non si rimargineranno mai: fori di proiettili, lapidi, manifesti e cartelloni commemorativi affollano le strette strade della città vecchia.

La nostra guida Y, un volontario dell’ONG locale Human Supporters1, ci racconta passo dopo passo il modo in cui tutte queste vite sono state spezzate.

Come quel pomeriggio di dodici anni fa, quando a una donna con il niqab2 cadde dalle mani un grosso vassoio di knafe, dolce tipico locale, che stava trasportando in occasione della festa di fine Ramadan. Un ragazzo le si avvicinò per aiutarla e lei, estratto un pugnale da sotto il vestito, lo sgozzò. A quel punto un’altra donna, appostata sull’altro lato della piazza, tirò fuori un mitra da sotto il vestito e iniziò a sparare sulla folla. Queste due donne erano in realtà due uomini israeliani, due mustarabin: infiltrati, membri dell’esercito che si fingono palestinesi compiendo alcune tra le stragi più efferate. Y ci spiega anche che molti mustarabin sono stati allevati, indottrinati e addestrati a uccidere sin da piccoli. Si tratta infatti di soldati scelti tra gli orfani o sottratti alle proprie famiglie da bambini e sin da subito abituati “al sapore del sangue, testando sulla pelle degli animali ciò che poi faranno un giorno su quella dei palestinesi”, sospira.

Y prende una pausa e capiamo che non solo sta raccontando ma che sta anche rivivendo ciò a cui ha personalmente assistito. Poi continua: “quel giorno io e mio cugino eravamo seduti proprio qui dove siamo ora, io sono riuscito a scappare mentre lui è stato ferito e poi arrestato” e ci racconta dei morti e dei feriti, dell’esercito che in pochi attimi invase la piazza. Rimaniamo in silenzio, immersi nei nostri pensieri fino a quando Y non ci dice che non viene mai in questa piazza se non in queste occasioni.

E ora immaginate di passeggiare per il centro della vostra città e di incontrare ad ogni angolo una di queste lapidi o un manifesto con il volto di un ragazzo di venti o trent’anni. Aggiungeteci pure che molti di quei freddi nomi incisi nella roccia o stampati su carta erano i vostri amici o i vostri parenti. È difficile affidarsi a delle semplici parole su carta. Bisogna ascoltarle di persona, ma soprattutto bisogna ascoltare con il cuore. Ascoltare la sofferenza di Y quando racconta ogni singola storia. Sentire come la sua vita, attraverso le sue stesse parole, perde dei pezzi, anche se il suo sorriso e la sua continua voglia di scherzare sembrano suggerire l’esatto contrario.

Il piano coloniale israeliano continua, qui come nei villaggi vicini, dai quali ci arrivano notizie sempre peggiori. Ma quello che mi resta di questi due giorni nel nord della Cisgiordania sono le parole di Y che continuano a riecheggiarmi nella testa:

“Loro possono continuare ancora, ma noi siamo qui. Noi sogniamo, amiamo e sorridiamo e un giorno avremo la nostra occasione”.

 


1) Human Supporter Association è un’organizzazione palestinese di Nablus che lavora principalmente con bambini e giovani dell’area, fornendo un’alternativa nonviolenta e proattiva alle realtà politiche esistenti e promuovendo percorsi di cambiamento sociale fondato sulla giustizia all’interno della società palestinese.


2) Velo, solitamente di colore nero, usato dalle donne musulmane per coprire il capo e il viso, lasciando una fessura all’altezza degli occhi.

Le colline hanno gli occhi, quando conviene

Le colline hanno gli occhi, quando conviene

Da RACCOGLIENDOLAPACE, sito web di reporting del progetto “Interventi Civili di Pace in Palestina” dello SCI-Italia in partenariato con:

Un ponte per…Assopace Palestina, Popular Struggle Coordination Commitee, IPRI – RETE CCPCentro Studi Sereno Regis, con il sostegno del Tavolo degli Interventi Civili di Pace

Colline in palestina

In Cisgiordania settentrionale, nei pressi di Nablus, sotto la calura che ci accompagna durante la raccolta delle olive, tra le terre degli abitanti del villaggio di Kufr al-Qaddoum e le estreme propaggini delle colonie che punteggiano le colline, veniamo a conoscenza di un nuovo tassello nella comprensione della macchina di occupazione israeliana.

Il consumo di stupefacenti nei territori occupati ha conosciuto un considerevole aumento nel corso degli ultimi anni, specialmente nei principali centri urbani. Insieme alla cocaina, in arrivo dall’America Latina, e all’eroina, proveniente dall’Afghanistan, a prendere piede tra i giovani palestinesi non è più soltanto l’ecstasy, ma anche il famigerato Hydro: un ricercato intruglio semi-sintetico, noto come ‘erba mortale’, che viene prodotto artigianalmente e commercializzato come droga leggera in tutto il territorio israeliano. Confezionata in pacchetti simili a quelli di tabacco, è venduta presso comuni supermercati riconoscibili dall’annuncio “we have nice and spice”; tra le conseguenze sulla salute umana figurano seri danni al sistema nervoso e respiratorio.

Stando a quanto riferitoci da F., funzionario del dipartimento antidroga della Polizia Nazionale Palestinese di stanza a Qalqilya, il contrabbando e lo spaccio di droghe sarebbe gestito e controllato da cittadini israeliani o stranieri residenti in Israele; si tratta spesso di italiani e russi a capo di vere e proprie cosche mafiose. Il lavoro di prevenzione e repressione di tali attività criminali da parte delle forze di sicurezza palestinesi si scontra sistematicamente con le pastoie in cui è avvinto il sistema giudiziario dell’ANP. “Mentre un israeliano fermato per spaccio di droga nei territori palestinesi resta in carcere una volta estradato per pochi giorni, un palestinese non sconterebbe per lo stesso reato meno di dieci anni di detenzione” aggiunge F. con amarezza.

CollineIl commercio di droghe in Cisgiordania si avvale delle falle nei controlli alle frontiere con Israele e Giordania. Sia israeliani, sia palestinesi vi sono coinvolti, eppure i vertici ingrossano le proprie liquidità nei salotti di Tel Aviv. “Acquirenti e fornitori si accordano per incontrarsi di solito in prossimità degli unici luoghi dove le forze di polizia palestinesi non possono investigare o intervenire: insediamenti e checkpoint (area C, n.d.r.). I coloni sanno tutto e lasciano fare”. Le propaggini dell’ANP hanno l’obbligo, infatti, di richiedere un permesso all’occupante per procedere all’arresto di un cittadino israeliano, anche in flagranza di reato: ciò rende praticamente impossibile sventare in tempo ogni compravendita criminosa.

Le dinamiche di spaccio e contrabbando, tanto quanto l’attività di consumo fanno emergere domande e considerazioni. L’impossibilità per la polizia palestinese di esercitare la propria autorità è una conseguenza diretta della frammentazione del territorio della Cisgiordania in seguito agli accordi di Oslo. La divisione in zona A, B e C che avrebbe dovuto essere una soluzione temporanea in vista di una progressiva espansione di potere civile e militare dell’autorità Palestinese, ha invece determinato uno stato di eccezionalità permanente, che non permette all’ANP di costituirsi in un’entità statuale capace di difendere i propri cittadini. Quanto il contrabbando, lo spaccio e il consumo di droga unite all’impossibilità dell’ANP di esercitare il proprio potere impatti le dinamiche di occupazione e conflitto rimane una domanda aperta. In particolare, ci si chiede in che modo la libera diffusione della droga nei territori occupati e la collusione del sistema oppressivo, come il soldato consapevole dello spaccio che avviene sotto i suoi occhi ai posti di controllo e non interviene o il colono che permette lo spaccio all’interno della colonia, si inseriscano nelle strategie di occupazione. Si può pensare che la droga e l’impossibilità di prevenire il crimine da parte dell’inquirente abbiano anche effetti diretti sulla resistenza palestinese all’occupante? Le domande restano aperte, mentre questo nuovo elemento si aggiunge alla nostra comprensione dei meccanismi di oppressione e di controllo di Israele sul popolo Palestinese.

Le Sette Lune Rosse

Perché in Palestina

Perché in Palestina

da RACCOGLIENDOLAPACE, sito web di reporting del progetto Interventi Civili di Pace in Palestina” dello SCI-Italia in partenariato con:

Un ponte per…Assopace Palestina, Popular Struggle Coordination Commitee,  IPRI – RETE CCP Centro Studi Sereno Regis, con il sostegno del Tavolo degli Interventi Civili di Pace

Giunto quasi al termine di questa esperienza di volontariato in Palestina, delle domande mi rimbombano nella mente: cosa può fare l’Italia o per meglio dire quella parte d’Italia, la società civile solidale e sensibile nei confronti del popolo palestinese? Come gli internazionali possono supportare e sostenere la resistenza palestinese ed essere di un qualche aiuto ad un popolo martoriato da anni di violenze, soprusi e repressione?

Ho cercato di darmi delle risposte e per prima cosa ritengo che un buon punto di partenza sia quello di approcciarsi a questa causa abbandonando la presunzione etno-eurocentrica di insegnare agli altri cosa fare, di spiegare cosa fare o comunque di giudicare le varie forme di resistenza palestinese sulla base dei propri parametri culturali. Tuttavia, nel non fare ciò non bisogna cadere nell’errore inverso, ovvero prendere per buono tutto ciò che avviene in questa terra. Abbandonare ogni spirito critico per evitare di interferire in dinamiche a noi lontane anni luce o comunque abbandonarsi completamente a decisioni altrui anche se non pienamente condivise al fine di evitare di impattare e cozzare con modelli culturali altri da noi. Questa sottomissione acritica al modello culturale locale può essere considerata come una sorta di inverso razzismo culturale, laddove gli internazionali, afflitti forse da un insito e secolare senso di colpa, accettano anche controvoglia ciò che avviene o che viene loro proposto da parte di persone attraversate da altre culture.

Con questo voglio dire che un buon punto di partenza può essere quello dell’inculturazione, adottare un approccio empatico. Sospendere il proprio sé, ascoltare e vedere senza presunzione ciò che ci circonda senza accettare acriticamente tutto ciò che accade. Solo questo approccio può permetterci di comprendere realmente e appieno ciò che avviene intorno a noi.

Un altro aspetto fondamentale è quello di informarsi o comunque cercare di aggirare la disinformazione di regime perpetuata dalla stampa italiana filo-sionista. Solo pochi giorni fa leggevamo su Repubblica online un articolo, a dir poco scandaloso, dal titolo “Israele assediato, cinque attentati” del 18 ottobre 2015. Ebbene sì, è tutto vero, c’è qualche presunto giornalista al soldo del governo israeliano che mente con la consapevolezza di mentire al fine di manipolare la reale portata degli eventi e sostituire la vittima con il carnefice.

Cartello istruzioni per il passaggio

Il miglior modo per capire cosa accade in questa terra martoriata resta uno solo, venire qui per guardare con i propri occhi, bypassare un’informazione di regime che etichetta con malizia semplicistica i palestinesi come terroristi e gli israeliani come vittime. Realizzare un cosiddetto political tour per toccare con mano il deserto che la barbarie sionista è intenzionato a realizzare nei Territori: la ferocia della repressione sionista che toglie giorno dopo giorno respiro al cuore della resistenza palestinese; l’umiliazione di essere etichettati come criminali laddove l’unico crimine è quello di reclamare il diritto a condurre una vita dignitosa. Ricordo ancora il senso di claustrofobia ed oppressione che ho provato quando ho visto con i miei occhi il muro dell’apartheid, sentimento che nessuna immagine vista su internet o in televisione aveva suscitato in me. Impressi nei miei occhi sono i volti delle vittime dell’apartheid, gli occhi di un padre che non può garantire un sonno sereno ai propri figli a causa delle incursioni notturne di esercito e coloni. Oppure la paura dei palestinesi di essere ammazzati in qualsiasi momento. Tanto loro sono colpevoli fino a prova contraria e se un colono o un soldato uccidono un palestinese possono sempre buttare un coltello vicino al suo cadavere e dire che ha provato ad aggredirli.

Quest’ultimo elemento è fondamentale al fine di manifestare la propria vicinanza al popolo oppresso e sostenere realmente le istanze di libertà urlate a gran voce dal popolo palestinese. Ricordo con gioia la gratitudine delle famiglie, vittime di raid notturni, presso le quali abbiamo dormito. Almeno per una notte si sentivano meno soli. Oppure la felicità e il senso di sicurezza delle bambine e dei bambini che, ad Hebron, abbiamo accompagnato a scuola attraversando check-point pieni di militari e strade zeppe di coloni che in ogni momento e senza alcun motivo possono maltrattare e malmenarli.

Militari sul tettoLa repressione sionista prima di essere fisica, è psicologica. Punta a distruggere nell’animo la fierezza di un popolo al fine di far appassire ogni possibile germoglio di resistenza e ribellione. Punta a diffondere un senso di solitudine e di paura generalizzata e diffusa. Cerca di strattonare il popolo palestinese verso il muro dello status quo per ribadire che la situazione è questa e che prima o poi dovrai andartene perché questa terra appartiene ad un solo popolo, quello eletto.

La presenza internazionale, a mio avviso, può essere utile al fine di rincuorare e dare speranza ad un popolo che da anni non smette di contare i propri martiri. Manifestare la propria vicinanza al popolo palestinese e ribadire che l’operazione di pulizia etnica e di bonifica dei Territori Occupati non solo non si realizzerà, ma che Israele dovrà pagare o comunque rendere conto dell’abominio e della violenza insensata che sta esercitando su un popolo e sulla loro terra. Con gli internazionali al proprio fianco, il popolo palestinese sa che può contare su un valido alleato e su un sostegno incondizionato e non dettato da particolarismi e da interessi individuali. Saremo al fianco dei palestinesi nella loro marcia verso la libertà.

MUQAWAMA Al-ZEITUN. Testimonianze di scambi, resistenze e ritorni dal mondo agricolo palestinese

MUQAWAMA Al-ZEITUN. Testimonianze di scambi, resistenze e ritorni dal mondo agricolo palestinese

da RACCOGLIENDOLAPACE, sito web di reporting del progetto Interventi Civili di Pace in Palestina” dello SCI-Italia in partenariato con:

Un ponte per…Assopace Palestina, Popular Struggle Coordination Commitee,  IPRI – RETE CCP Centro Studi Sereno Regis, con il sostegno del Tavolo degli Interventi Civili di Pace

Scambi

UliviPassati ormai più di venti giorni in Palestina, raccogliamo le olive e scopriamo che gli agricoltori sono in realtà una miscellanea di laureati, migranti ritornati, medici, avvocati, docenti universitari, muratori e operai che nonostante le carriere perseguite e il posto di lavoro in città continuano a lavorare le loro terre con passione e dedizione. Come ci racconta Abdallah, affermato professore universitario e sottosegretario della commissione ministeriale per l’occupazione e le colonie, “l’amore che ho per la mia terra ogni anno mi riporta qui per la raccolta”, confermando che il lavoro agricolo non è esclusivo di determinati ceti sociali ma appartenente all’intera società palestinese.

La raccolta delle olive è svolta ancora oggi dalle famiglie che a seconda della vastità dei loro terreni, dopo aver stoccato la quantità di olio sufficiente ai consumi familiari, lo vendono soprattutto ad amici e conoscenti.

Come racconta Majd, contadino di Kfar Qaddoum, lo scambio avviene generalmente lungo la direttrice città-campagna, per cui tutto il grosso della produzione finisce sulle tavole di Ramallah, Nablus o Bethlehem, bypassando qualsiasi agente intermediario. Infatti nelle piccole botteghe dei villaggi dove viviamo non si vende olio d’oliva ma tutti se lo procurano tramite una fitta rete di rapporti interpersonali.

Per molte famiglie l’olio è l’unica fonte di reddito, per cui una volta finita la raccolta e stoccata la quantità di olio sufficiente ai consumi familiari, diviene moneta di scambio tra le famiglie e i fornitori di tutti gli altri generi di consumo acquistati durante l’anno.

Questa economia di scambio rurale ci ricorda la nascita delle cooperative in Italia dove nel secondo dopoguerra anche i nostri contadini acquistavano i generi di consumo necessari e pagavano solo a fine mese con l’arrivo del salario.

Resistenze

AlberoUno dei pilastri delle politiche sioniste di occupazione è il soffocamento dell’economia palestinese che versa in una condizione di totale dipendenza da quella israeliana. Infatti, come abbiamo potuto constatare, la rivendita ortofrutticola in West Bank è prevalentemente costituita da prodotti a basso costo made in Israel. Diviene quindi evidente come la produzione olearia, in quanto spesso unica fonte di sostentamento delle famiglie, rappresenti anch’essa un baluardo di resistenza all’occupazione.

Majd, come ogni ottobre da molti anni a questa parte, inizia la raccolta delle olive a Kfar Qaddoum. Ce ne vorranno quaranta, di giorni, per completarla, perché ha un migliaio di dunum [1] e tante piante da pettinare, dice.

Quest’anno, oltre alcuni dei suoi figli e parenti, ad aiutarlo ci siamo noi. In uno dei vari momenti in cui ci si siede all’ombra degli alberi a ristorarsi con l’immancabile chai fumante, Majd racconta qualcosa che è illuminante riguardo le dinamiche di resistenza all’espansione coloniale.

Sei anni prima, un manipolo di circa quaranta soldati accompagnati da due o tre coloni si intrufola nella sua proprietà con ruspe al seguito. Con la sola ragione della forza e del sopruso, lo provocano, di modo che la sua reazione sia pretesto per arrestarlo e imprigionarlo, e avere poi gioco facile nell’impossessarsi della sua terra. Ma Majd è fermo e deciso e con lui la sua famiglia. Occorre resistere. Majd parla ebraico, perché, dice, “è importante la conoscenza della lingua del potere occupante per avere più potere contrattuale”.

Per tre mesi, tutti i santi giorni, presidiano il terreno affinché nessuna ruspa osi sbancare anche un solo centimetro di terra. Dalla prassi militare si passa dunque a quella mercantile. Tentano di convincerlo a vendere. Sparano alto, molto alto. E qui, la risposta di Majd è eloquente: “Se anche valesse 100 nis”, dice loro, mostrando una delle infinite pietre che costellano e caratterizzano la fisionomia di questi luoghi, “non ve la darei”. Ovvero, non siamo in vendita, né la mia terra, né io, né la mia dignità.

Anche Sami, ad Al Masara, si è opposto alla svendita della propria terra, e questi sono solo alcuni dei tanti esempi di resistenza costante e quotidiana.

Ritorni

CartelloSe l’olivicoltura è sempre stata fondamentale per l’economia di questa terra, oggi questa acquisisce ancor più importanza grazie al ritorno ai campi di tantissimi palestinesi.

70%. Settanta per cento. Sono i numeri che, fino a dieci anni fa, evidenziavano il flusso migratorio palestinese verso le città di Heretz Israel in cerca di lavoro, di quel pane che insieme alla libertà stessa è ostacolato o negato del tutto in ciò che è ora il cosiddetto Stato di Palestina dopo gli accordi di Oslo.

Manovali, carpentieri, braccianti, uomini di fatica, insomma. Buona parte della forza lavoro che varca il confine per sopravvivere nel presente, senza alcuna garanzia contrattuale e soprattutto in condizione di vera e propria clandestinità.

Ne è un esempio Ahmad, secondogenito di Majd, che racconta di aver svolto le più svariate mansioni in Israele, rientrando a casa ogni due o tre settimane per stare con la famiglia e venendo spesso fermato dalla polizia. Riesce però sempre a tornare a lavoro, perché, in fondo, come in tutte le aree colonizzate a sviluppo ineguale, l’industria occupante ha fame di manodopera a basso costo e senza alcun diritto lavorativo.

Abbiamo la testimonianza di Qusay, colto professore di mezza età di Al Masara, che racconta della rabbia che prova ogniqualvolta manovali palestinesi, di ritorno dal quotidiano lavoro nelle colonie, vengono fermati ai checkpoint dagli stessi israeliani che hanno appena passato la giornata a sfruttarne il lavoro.

Negli ultimi anni, complici a livello globale la crisi economica e a livello locale il fallimento della seconda Intifada con la conseguente accelerazione dell’espansione coloniale di Tel Aviv, si è invece assistito ad un progressivo cambio di segno della migrazione.

Migliaia di quei palestinesi che precedentemente affollavano le aree urbane e i distretti industriali israeliani hanno preso la via del ritorno verso quel mondo rurale che era stato massicciamente abbandonato da tempo.

Come ci spiega Majd, che per trent’anni ha lavorato oltre muro, mentre Israele restringe drasticamente l’accesso ai palestinesi in Heretz, lavorare la terra diventa quindi non solo una scelta obbligata ma anche una forma di resistenza.

La rioccupazione delle terre di famiglia, soprattutto laddove la presenza di colonie, avamposti e aree militari israeliane è più pressante e invasiva, ha quindi la doppia valenza da un lato di sicura fonte di reddito, dal momento che queste lande aspre, sassose e soleggiate sono luogo ideale per l’olivicoltura, dall’altro di presidio umano che se non blocca tout court, ostacola e rallenta sicuramente l’espansione coloniale.

D’altronde usando le parole di Majd: “Io sto qui. Questa è la mia terra. Non ho altro che questo. Dove mai potrei andare?”.

[1] Unità di misura, 1 dunum= 1000 m2

Le Sette Lune Rosse

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