Da Perm (Russia) alla Sacra di San Michele (Piemonte): testimonianza da un campo

Da Perm (Russia) alla Sacra di San Michele (Piemonte): testimonianza da un campo

Pubblichiamo la testimonianza di Ekaterina e Marina, due volontarie russe che hanno preso parte a un campo di volontariato internazionale in Piemonte, dal 25 agosto al 4 settembre 2017, presso la Cascina Pogolotti, a Sant’Ambrogio di Torino, in collaborazione con l’associazione Principi Pellegrini – diVangAzioni.

I cambiamenti più belli accadono proprio quando meno te lo aspetti.

Questa estate due ragazze russe hanno partecipato a un progetto ambientale in Italia. Il progetto si è svolto in Piemonte, vicino alla Sacra di San Michele. I volontari hanno aiutato la comunità locale a proteggere la foresta da possibili incendi.

Nuovi incontri, nuovi amici, l’incredibile bellezza dei luoghi, una vita italiana a loro sconosciuta…

La cosa più importante che può cambiare durante un’esperienza del genere è l’attitudine al lavoro. Non c’è scelta tra ciò che voglio e non voglio fare. C’è solo una cosa che conta: portarla a termine. Se hai preso l’impegno di essere un volontario e più in generale di assumerti la responsabilità delle tue azioni, devi onorare questa scelta.

All’inizio le ragazze pensavano fra sé e sé: per che cosa siamo venute veramente qui? Poi l’hanno scoperto: tornare a casa come persone diverse, cambiate, più consapevoli. Tali piccoli passi iniziano con i grandi cambiamenti per l’appunto.

Workcamp non è solo un lavoro. Lo scopo principale di questi progetti è quello di abbattere i pregiudizi di nazionalità e culture provenienti da diverse aree del pianeta. Questo obiettivo è stato raggiunto con successo.

Concerti serali con la chitarra, conversazioni sincere sulla vita nei diversi Paesi, discussioni su problemi politici attuali, cucina deliziosa e vino… Un sacco di vino, tanti sorrisi e canzoni, tante emozioni vere insomma. Tutto questo e altro ancora è stato vissuto dai volontari.

Se stai ancora pensando se partire o no come volontario, ecco la risposta: fallo subito!

Ekaterina Sitnikova & Marina Iashina

Perm, Russia

Testimonianza dallo scambio giovanile in Catalunya “Open Borders for Diversity”

Testimonianza dallo scambio giovanile in Catalunya “Open Borders for Diversity”

Pubblichiamo la testimonianza di Jonathan Angelilli, group leader dello scambio giovanile avvenuto in Catalunya dal 17 al 25 luglio 2017. Lo scambio aveva come obiettivo la promozione del dialogo condiviso sui temi dell’immigrazione, l’intercultura e sulle prospettive moderne di democrazia europea.

Dal 17 al 25 luglio 2017 ho avuto il piacere e la responsabilità di partecipare allo scambio giovanile “Open Borders for Diversity”, organizzato da SCI Catalunya, in qualità di group leader italiano e facilitatore.

Cosa vogliono dire le parole immigrazione e intercultura? Come dovrebbero essere le moderne democrazie europee?

Lo scambio giovanile ha risposto a queste domande facendo convivere per una settimana 24 giovani da 4 zone diverse (Catalunya, Portogallo, Ucraina e Italia) a Mura, uno splendido paesino a 50 chilometri da Barcellona.

Abbiamo chiesto ai ragazzi di mettersi in gioco e di esplorare i temi proposti con le metodologie proprie dell’educazione non formale: dibattiti, teatro e giochi. Ogni attività ha sempre avuto lo scopo di arrivare a un dialogo condiviso. Chi è l’altro? Chi sono io?

Non si comunica solo con discussioni in cerchio e conversazioni, ma anche e soprattutto nel fare insieme. Siamo stati a stretto contatto 24 ore al giorno imparando a comprendere e a tollerare di più noi stessi e gli altri, sparecchiando un tavolo, aspettando che si liberi il bagno e mettendoci d’accordo per andare al bar la sera. Siamo così diversi?

Dopo aver vissuto la mia prima volta in questa tipologia di progetti Erasmus+, non posso che ritenerli fondamentali per educarci e per prevenire la discriminazione, di qualunque forma essa sia. Questo scambio inoltre, facendo riferimento al network YUWG (Youth and Unemployment Working Group), ha favorito la partecipazione di giovani con minori opportunità.

Nei seguenti link potete vedere alcuni dei progetti artistici realizzati dai partecipanti durante lo scambio.

Video 1 – Video 2 – Video 3 – Video 4 – Video 5 – Video 6

Vita di Comunità in Francia tra camembert e democrazia: testimonianza da un campo

Vita di Comunità in Francia tra camembert e democrazia: testimonianza da un campo

Pubblichiamo la testimonianza di Claudio Agrelli, volontario che ha preso parte a un campo di volontariato internazionale in Francia (“Green Space Maintenance and community life” – SCI France) nell’agosto 2017.

Camembert. Il mio formaggio francese preferito è stato senza dubbio il protagonista indiscusso del workcamp estivo presso l’associazione L’Hermitage, ad Autreches, piccolo borgo di 800 anime nel cuore della Piccardia, 100km a nord-est di Parigi.
A pranzo, a cena, e spesso anche a colazione, il camembert spalmato su una fragrante baguette si è ben presto affermato come un rito collettivo tra i giovani partecipanti del progetto, seduti a tavola nella sala da pranzo della Maison, un ex Sanatorio immerso nella foresta, base operativa dell’Associazione L’Hermitage .
Un rito, si. Non solo per il palato, ma un vero e proprio simbolo culinario della vita in comunità, un dolce accompagnamento dei pasti durante l’illustrazione di audaci progetti eco-sostenibili e conversazioni più o meno impegnate, dal calcio all’Isis (erano i giorni dell’attentato di Barcellona), dai dialetti locali alla politica (“ma allora cosa ne pensi di questo Macron?”).

Il mio campo all’Hermitage dello scorso agosto verrà ricordato come una straordinaria occasione di condivisione, insieme a ragazzi provenienti da vari Paesi Europei e non (Taiwan, Serbia, Spagna. oltre ovviamente ad Italia e Francia), dove ho potuto toccare con mano tutta la bellezza, la fatica e l’intima soddisfazione di vivere 24 ore al giorno in comunità. Ogni processo decisionale, dalla organizzazione del lavoro quotidiano alla programmazione dei turni di cucina e pulizia, dalle gite pomeridiane alle attività del tempo libero erano costantemente oggetto di riunioni “ufficiali”, tenute attraverso il dialogo, l’ascolto e il confronto di ciascuna voce presente, nessuna esclusa.

Tanto per fare un esempio, tutte le mattine alle 9, ci riunivamo all’ingresso della Maison e, a turno, raccontavamo il nostro stato d’animo, come era il nostro umore (il mio spesso e volentieri variabile come il clima umido e piovigginoso del posto), quali fossero i propositi e le ambizioni per la giornata appena iniziata.
Senza ombra di dubbio, in un’epoca dove trionfa l’individualismo, l’egoismo e il pensare solo a sé stessi, è stato lodevole, prima di tutto da parte dei volontari dell’Hermitage, riservare con cura e attenzione gran parte del tempo a disposizione al confronto collettivo, all’insegna di regole democratiche e trasparenti, anche se a volte un po’ troppo rigide (come dimenticarsi la riunione convocata da Celie, la nostra solerte group leader alle 15 di domenica pomeriggio?). Per me tale approccio ha significato il rinunciare ad un po’ di privacy, riuscendo a ritagliarmi pochi momenti in solitaria, come una corsetta mattutina nei campi intorno ad Autreches oppure qualche passeggiata tra i boschi con l’ipod.

Ma alla fine posso affermare con orgoglio che questo workcamp è stato un utilissimo esercizio alla cultura della pazienza, imparando a prendersi il tempo necessario per ascoltare tutte le voci, a rispettare opinioni e punti di vista diversi, ad apprezzare culture, accenti e modi di fare talvolta così distanti dai miei. A comprendere quante cose ci uniscono, prima di tutto come giovani, senza differenze di nazionalità.
E nonostante tra Italiani e Francesi resti la storica goliardia reciproca, al pari di cugini affezionati che si vedono di rado, sempre pronti a prendersi in giro, il vivere in simbiosi ci ha consentito di costruire, passo dopo passo, un’esperienza ricca di bei ricordi.

Abbiamo conseguito tutti gli obiettivi del lavoro prefissati all’inizio, dalla ristrutturazione interna ed esterna della Maison, alla costruzione di mobili fatti a mano, dalla cura del giardino, alla pulitura e conservazione del raccolto (ho personalmente tagliato più courgettes in quelle due settimane che in tutta la mia vita!). Non solo, abbiamo avuto l’occasione di conoscere tecniche e segreti della permacultura (una forma innovativa di agricoltura sostenibile), effettuato indimenticabili gite nel cuore della Francia antica e moderna, tra cui Parigi, Compiegne e Soissons, e visitato addirittura un bunker tedesco risalente alla I Guerra Mondiale.

Insieme a Fiammetta e Matteo, gli altri due ragazzi italiani, ho avuto l’opportunità di preparare pasta alla norma e spaghetti alla carbonara per tutti i partecipanti, mantenendo dignitosamente alta la bandiera della cucina nostrana. Recensioni, commenti e sondaggi, scritti e orali, scandivano puntualmente ogni situazione comune, dalla cottura della pasta al comportamento dei volontari francesi, dall’esito di una gita in città al risultato di un lavoro pratico. La tensione del giudizio era costante, perché si sa, giudicare ed essere giudicati dagli altri non è sempre facile, ma alla fine, con un bicchiere di buon vino francese, accompagnato da un brindisi (“a votre santé”), il pasto a fine giornata iniziava sempre alla grande, tra risate e applausi.
Perché in fondo, tutti quanti noi sapevamo che alla fine c’era ad attenderci il “sacro rito” della baguette col camembert. In conclusione, per chi ama la buona cucina, la democrazia e l’ambiente il
workcamp all’Hermitage organizzato da SCI-France è senza dubbio la destinazione ideale!

Dall’Italia ad Ambon: un messaggio d’amore per gli oceani

Dall’Italia ad Ambon: un messaggio d’amore per gli oceani

La lettera è stata scritta da Angelica Radicchi (partita come volontaria presso il campo “Seeds of Peace”, svoltosi lo scorso luglio in Indonesia, presso la città di Ambon) e pubblicata su un quotidiano locale come appello alla popolazione ad accrescere una sensibilità ecologista relativa all’inquinamento della plastica nell’oceano.
Angelica, un giorno portata in visita da un amico indonesiano in una “delle spiagge più belle di Ambon”, rimane fortemente colpita dal fatto che sia completamente ricoperta di plastica e rifiuti. Insieme, si rimboccano le maniche e iniziano a ripulire quello che possono con le forze che hanno. Postando alcune foto su Facebook per denunciare lo stato della spiaggia, vengono notate da due giornalisti di un quotidiano locale, che le chiedono quindi un’intervista.
L’articolo è stato scritto in inglese e tradotto in indonesiano. Lo pubblichiamo oggi nella versione italiana.

Sono arrivata ad Ambon il 15 luglio per lavorare come volontaria per il progetto “Seeds of Peace”, il quale aveva come obiettivo raccogliere insieme bambini e bambine musulmani e cristiani nell’attività di semina delle piante, volta ad insegnare loro l’importanza della condivisione e del mantenimento della pace. Ho passato momenti bellissimi con tutti gli amboniani e con quei bambini e bambine davvero brillanti che mi hanno fatto sentire a casa, anche se da casa ero lontana migliaia di chilometri. Inoltre, grazie al lavoro svolto dal coordinatore del progetto, sono riuscita a visitare molti posti belli; ma, sfortunatamente, durante il mio soggiorno mi sono ritrovata anche a confrontarmi con delle questioni molto spinose. Una tra queste è l’inquinamento causato dalla quantità di plastica presente nell’oceano. Questo gigantesco problema è il motivo per cui ora sono di fronte al mio portatile e scrivo quest’appello rivolto a tutta la popolazione di Ambon. Proprio perché sono tanto grata per tutto l’amore che ho ricevuto dalla vostra comunità, dove ho vissuto e ho incontrato persone splendide, vorrei fare un gesto in ritorno raccontandovi la mia esperienza e ciò che penso che possiate fare per la vostra terra bellissima.

Un giorno ho visitato uno dei posti più belli di Ambon: la spiaggia Natsepa. Era completamente coperta di bottiglie di plastica, buste di plastica, scarpe, e molto altro. Ho deciso di raccoglierne un po’ e di postare le foto su Facebook con la speranza di diffondere la consapevolezza sulle conseguenze del gettare l’immondizia nell’oceano. A causa di questo comportamento irresponsabile, molti pesci e molti uccelli mangiano accidentalmente la plastica: molti poi muoiono, o finiscono sulla nostra tavola. I pesci spesso scambiano le buste di plastica per delle meduse e per questo le mangiano. Una bottiglia di plastica impiega circa 200 anni a decomporsi: ciò significa che che le bottiglie che usiamo quando siamo vivi staranno ancora galleggiando nell’oceano quando saremo morti ormai da tempo.

A partire da quel momento, il coordinatore del campo ed io abbiamo deciso di dedicare parte dei nostri incontri con i bambini nelle scuole per spiegare l’impatto ecologico che ha la plastica nell’oceano. Abbiamo mostrato alcuni video realizzati da un biologo che apre la pancia piena di pezzetti di plastica di un uccello morto. Abbiamo poi spiegato come ridurre il consumo di plastica, ad esempio utilizzando una borraccia (che può essere di volta in volta riempita con acqua potabile) al posto delle bottigliette di plastica, o utilizzare buste di tela per fare la spesa invece che quelle di plastica del supermercato.

Mantenere l’ambiente pulito è importante per molte ragioni: la nostra salute, il rispetto per l’ecosistema marino, la bellezza delle spiagge e infine, ultimo ma non meno importante, un investimento importante per attrarre più turismo. Se volete che gli stranieri si innamorino dei vostri paesaggi favolosi, dovete innanzitutto amare la vostra terra e mantenerla bellissima e pulita. Potete lasciarvi ispirare da alcune organizzazioni indonesiane il cui obiettivo è proprio la protezione dell’ambiente. Nella mia opinione, tutte le scuole dovrebbero promuovere attività di volontariato per gli studenti, e non soltanto riguardo all’ambiente. Il volontariato insegna come essere solidali, come amare gli altri, e come essere buoni cittadini. Proprio per incoraggiare i bambini e i giovani ad essere bravi in questa missione, le scuole dovrebbero scegliere di premiare il loro impegno in una valutazione positiva al termine dell’anno scolastico. Ma sono certa che riuscirete a trovare molte altre vie per promuovere tali attività.

Quando mi è arrivata la proposta di scrivere una lettera a proposito della plastica per un giornale locale, ho pensato che avevo finalmente la possibilità di esprimere le mie idee a molti e molte di voi. Ho avuto la sensazione stupenda che avrei potuto contribuire a un cambiamento, anche se piccolo. Se questo è ciò che può fare una singola persona, che cosa sareste in grado di creare tutti e tutte insieme?

Senza scarpe: testimonianza da un campo in Tanzania

Senza scarpe: testimonianza da un campo in Tanzania

Pubblichiamo la testimonianza di Anna Ferretti, volontaria partita lo scorso luglio 2017 per il campo “Conservazione ambientale, semina delle mangrovie e insegnamento delle lingue straniere” in Tanzania, presso le isole di Zanzibar.

Scrivere quest’articolo non è affatto facile come avrei pensato. Sono sempre stata molto affascinata dall’Africa e in effetti non so quanto Piero Angela abbia influito sulla cosa. Comunque finalmente sto andando e anzi, ahimè, sono già rientrata! Durante il volo di andata sono passata vicino al Kilimangiaro ed è stato strano, come avere la sensazione di tornare a casa. Anche se dovuta molto probabilmente all’auto-suggestione, è stata comunque un’emozione nuova e intensa.

Molte cose mi hanno affascinato di questa esperienza; tra le tante, una che ho sentito davvero mia sono stati gli esercizi della mattina. Io ho sempre amato lo sport e quando Harith, il coordinatore del campo, ci ha detto che prima dell’inizio delle attività, per chi voleva, c’era la possibilità di andare a fare esercizi ho subito colto la palla al balzo! Non avrei mai pensato di avere la forza per svegliarmi alle 6 meno 10 di mattina, e invece lì l’ho fatto.

Correndo la mattina vedevo il villaggio che si risvegliava, e quando entravo nello “stadio” c’erano sempre tantissimi ragazzi a fare esercizi. Correvano a piedi scalzi e correvano fortissimo. Quanto odio quando vengono a dire che in Africa un simbolo di povertà è il fatto che non hanno nemmeno le scarpe! Noi abbiamo bisogno delle scarpe per i nostri piedi molli e fragili. Che i bambini correvano senza scarpe è vero, ma questo non gli causava nessun problema. C’era una ragazza in particolare, avrà avuto tredici anni, che si allenava spesso in abiti tradizionali e, indovinate, senza scarpe. Sorrideva, si divertiva e anche senza tutti i nostri superflui comfort era un’atleta di alto livello. Anche gli altri ragazzi, tra cui i miei coordinatori, erano tutti molto forti e sciolti e si allenavano esattamente come si fa nelle migliori palestre – ma, piccola nota di colore, non avendo bilancieri bilanciati ogni dieci spinte cambiavano e giravano il bilanciere, in modo da fare esercizi equilibrati.

Dopo la corsa raggiungevo sempre un gruppo di donne di mezza età che facevano esercizi tutte le mattine dalle 6 alle 7. Ho imparato a contare in swahili grazie a loro e anche se non capivo mi sono sentita accolta. Fortunatamente il linguaggio del corpo aiuta sempre molto in questi casi.

Quello che mi ha fatto innamorare di questa esperienza è che qui ho trovato tutto il necessario e finalmente abbandonato il superfluo! Io, che sento di non essere libera perché vivo in una società piena di vincoli che comportano una sempre maggiore dipendenza dal denaro (non più soltanto per la sussistenza ma ormai anche ai fini dell’inclusione sociale), ho trovato qui il mio piccolo paradiso. Cibo, acqua e un tetto mi bastano. Quando uscivo in giro per il villaggio vedevo gente sorridente e serena. Il mio angolo di paradiso.

Ma questo paradiso ha il suo prezzo per chi ci è nato: la mancanza di futuro. Chi nasce in questo luogo non ha molte speranze di poter studiare e avere un qualche tipo di sicurezza economica: tutto dipende dalla famiglia. Molti ragazzi dell’associazione ospitante vedevano in noi un ponte per l’Europa, per un futuro diverso. Ed in fondo è vero, da noi puoi finire per strada ma la possibilità di un lavoro esiste, e allora il dilemma morale… ha senso fare un invito formale e farli venire in Italia? Il Paese che sputa in faccia a tutti i richiedenti asilo e dove la possibilità di non finire sfruttati è molto bassa?

Loro hanno la libertà; noi, forse, maggiori certezze economiche e lavorative. Il paradiso ora qual è?

Risoluzione dei conflitti: racconto del corso di formazione

Risoluzione dei conflitti: racconto del corso di formazione

Pubblichiamo il racconto di Pietro Russo, volontario che ha preso parte al corso di formazione One Last Chance, volto a favorire l’acquisizione di strumenti pratici per la gestione e la risoluzione dei conflitti attraverso pratiche ludiche e di gioco, tenutosi a Puszczykowo, in Polonia, dal 25 al 31 luglio 2017.

Immaginiamo che una persona voglia tenere la finestra aperta e un’altra invece la voglia tenere chiusa: che facciamo? Il Training Course a cui ho partecipato in Polonia, vicino a Poznań, è stato proprio su questo, o meglio, su come risolvere conflitti di questo genere.

Per arrivare a questo obiettivo, io e gli altri partecipanti, provenienti da diversi paesi europei, abbiamo seguito un percorso piuttosto intenso. Riassumendo, ciascuna giornata è andata così: prima venivano presentate alcune nozioni sul tema del giorno (ad esempio i diversi tipi di conflitto, le cause di un conflitto, le modalità di risoluzione dello stesso) che poi nelle attività, perlopiù giochi, venivano messe in pratica.

Quest’ultima parte è stata la più divertente. L’attività che più mi è piaciuta è consistita in un esercizio
teatrale, denominato “Theatre of the Oppressed”. In questo caso, alcuni partecipanti avevano avuto il compito di rappresentare un certo tipo di conflitto. Gli altri invece, inizialmente spettatori, avevano la possibilità di intervenire nel corso della scena, sostituendosi a uno degli attori, con l’obiettivo di fare il possibile per risolvere il conflitto sorto. L’unica regola era che si intervenisse senza fare qualcosa di inverosimile.

Credo anche che questo racconto ben rappresenti lo spirito del corso.
Allargandomi un po’, penso che essere venuto a conoscenza di certe tecniche per risolvere i conflitti di tutti i giorni sia stato molto utile. E che, anzi, se le stesse fossero maggiormente conosciute, allora alcuni problemi verrebbero risolti più facilmente.

L’agricoltura è condivisione: testimonianza da un campo in Mongolia

L’agricoltura è condivisione: testimonianza da un campo in Mongolia

Pubblichiamo la testimonianza di Carla Chelo, volontaria che ha preso parte a un campo di volontariato internazionale in Mongolia nell’estate 2017.

A un certo punto ti chiedi: “Ma a che serve il lavoro che faccio?” In una decina stavamo strappando erbacce da un campo di patate, insieme a me ci sono tre ragazzi francesi, due mongole, tre coreane, un austriaco e tre ragazze di Hong Kong. Le giovani orientali indossano larghi cappelli di paglia che ricordano quelli dei contadini cinesi, forse sono i loro copricapo ad avermi un po’ influenzato: mi giro e vedo una scena che sembra uscire dalla rivoluzione culturale, solo che sono passati 50 anni. Siamo in Mongolia (workcamp Mce 8), provincia di Tuv. La terra che stiamo diserbando è di un contadino, Patr, che in cambio del nostro aiuto donerà metà del raccolto alla mensa dei poveri di Ulan Bator; questa mensa, fino a pochi anni fa, serviva anche a nutrire gli ospiti dell’orfanotrofio, ma da qualche tempo (la Mongolia ha una crescita economica simile a quella della Cina) i finanziamenti pubblici permettono ai ragazzi di mangiare bene, anche durante tutto il gelido inverno mongolo a meno 25 gradi. Il nostro è un campo agricolo, anche se viviamo accanto ai ragazzi più grandi dell’orfanotrofio non è di loro che ci dovremmo occupare: l’obiettivo sarebbe quello di migliorare la produzione agricola della zona che per le bassissime temperature invernali viene coltivata solo d’estate. Da questo punto di vista siamo in una realtà molto arretrata, facciamo tutto a mano: diserbare, annaffiare. Per questo ogni tanto mi assalgono i dubbi, invece di venire qui a improvvisarmi contadina non sarebbe stato più utile spedire dei soldi per comprare qualche attrezzatura moderna?

Prima di rispondere vediamo come funziona: il campo di lavoro è adiacente alla colonia dell’orfanotrofio, che esiste da quasi 20 anni. Qui all’inizio le condizioni di vita erano davvero primitive: tutto si faceva trasportando l’acqua del fiume Buhug, che scorre nei dintorni. Oggi ci sono bagni che attingono l’acqua da un pozzo, alle gher (la tende tradizionali) si sono affiancati nuovi dormitori, c’è una sala comune e dall’anno scorso una nuova cucina; gli stessi confini del campo sono molto cresciuti e – cosa più importante – sono stati piantati degli alberi. Si vedono da lontano anche se non sono troppo alti e sono per decine e decine di chilometri gli unici a interrompere la monotonia della prateria. Quest’anno però c’è stata anche in Mongolia un’estate secca: gli alberelli vanno quindi annaffiati a mano con delle taniche d’acqua, o innaffiati con un sistema a canaletto. Oltre che il lavoro nel campo di patate e all’annaffiamento, c’è anche un turno cucina e un turno pulizia del campo. Un paio di ragazzi dell’orfanotrofio hanno anche riparato il tetto del loro dormitorio ed erano piuttosto fieri di esserci riusciti, quasi a far sembrare che essere selezionati per un nuovo impegno fosse un privilegio.

Il campo ha l’aspetto di un campeggio molto spartano, così almeno avevo pensato appena arrivata. Ma dopo essere tornata dalla gita nel deserto dove abbiamo dormito presso alcune famiglie di nomadi (e cavalcato cavalli e cammelli) il nostro campo mi è sembrato un luogo piuttosto confortevole.

Il clima è d’estate è tra i 25 e i 30 gradi di giorno (se non piove), una decina di gradi in meno la notte; il panorama è straordinario, soprattutto quando la luce del tramonto illumina la prateria che ci circonda. Ci sono molti animali: mucche, vitellini, cavalli (che spesso riescono a entrare nel nostro campo e la mattina quando usciamo dai dormitori li troviamo a brucare o ad annusare la nostra biancheria stesa), spesso si vedono in aria avvoltoi e sui prati scorrazzano parecchi conigli. Spesso la sera sbucano da sottoterra delle specie di topi, piuttosto graziosi e con una coda folta come gli scoiattoli.

Ci vorranno quindici giorni di convivenza tra noi volontari e i ragazzi dell’orfanotrofio per riuscire a realizzare che lo scopo della nostra presenza qui non è tanto quello di fare i contadini, ma di testimoniare, con la nostra presenza, col buonumore e i momenti di bassa, con la fatica, con le nostre musiche e i nostri giochi, che i 15 ragazzi dell’orfanotrofio possono contare sull’appoggio, l’affetto, a volte l’amicizia di coetanei di tutto il mondo. Che la loro colonia di lavoro è un posto “cool” e davvero in qualche modo la presenza del campo di lavoro internazionale lo rende un’isola all’avanguardia in un Paese diviso tra tradizioni millenarie praticamente immutate e uno sviluppo vorticoso e contraddittorio.

Per esempio i ragazzi, che certo non sono i privilegiati del paese, parlano quasi tutti un buon inglese, decisamente migliore di quello che si sente negli alberghi di Ulan Bator; si confrontano alla pari con i coetanei del resto del mondo, sono gentili e sensibili, ma non ossequiosi, pronti a prendere in giro amici e volontari. Ci battono regolarmente a ping pong, ci insegnano qualche parola nella loro lingua, qualcuno suona per noi uno strumento musicale tradizionale, un paio di loro ballano benissimo, altri raccontano dei loro progetti all’Università – anche se non tutti ci andranno, c’è chi continuerà a zappare e ad aggiustare tetti di campagna. Il dato straordinario è che siamo riusciti a trovare, al di là delle differenze, quello che ci accomuna. Alla fine delle due settimane ci scambiamo gli indirizzi Facebook perché sarà un modo facile per tenerci in contatto, anche se alcuni di noi vivono all’altra parte del mondo.

“Travelling for Peace”: il primo mese di due volontarie in Palestina

“Travelling for Peace”: il primo mese di due volontarie in Palestina

Pubblichiamo il primo report della coppia di ragazze partecipante al progetto di Servizio Volontario Europeo in Palestina “Travelling for Peace. Intercultural paths and sustainable tourism” realizzato in collaborazione con il centro Al Shmoh di Al’Masara.

A un mese dal nostro arrivo riconosco che nessun seminario, training, libro o conversazione avrebbe mai potuto rendere davvero l’idea di quello che vuol dire vivere in un posto come la Palestina. Una sola domanda continua a rimbalzarmi in testa: perché?

Perché camminare in certi luoghi o prendere determinate strade può costare la vita? Perché la notte prima di andare a dormire più di qualcuno si chiede se stasera la sua casa e la sua famiglia subirà un’incursione violenta? Perché i bambini la mattina sono costretti a moltiplicare la distanza del loro tragitto per andare a scuola? Perché di ritorno a casa da una serata tra amici in un villaggio vicino mi trovo la strada bloccata da militari israeliani sotto un cartello che invece segnala l’ingresso ad un villaggio palestinese? Perché le risorse idriche vengono recintate, protette da mezzi militari e sfruttate in modo che le colonie israeliane ricevano quattro volte tanto la quantità destinata invece ai villaggi palestinesi?

La risposta è sempre la stessa: questa è l’occupazione. Ma è una risposta che non trova nessuna logica umana.

La vita ad Al Ma’sara ha tempi diversi, più lenti, scanditi sempre dalle attività quotidiane, ma senza fretta – c’è sempre tempo per un tè o un caffè, o anche tutti e due. Dopo un mese, in questo villaggio di 1000 persone ci conoscono quasi tutti. I vicini più stretti sono diventati una seconda famiglia e gli inviti a mangiare insieme non si contano più. I bambini bussano alla porta per chiederci come stiamo o per fargli un disegno che porteranno orgogliosi il giorno dopo a scuola. La mattina invece ci impegnamo ad insegnare numeri, lettere e canzoni in inglese ai bambini dell’asilo, imparando a nostra volta parole in arabo. Con un po’ d’impegno siamo riuscite a sistemare la casa dove vivremo per i prossimi cinque mesi, adesso è più accogliente e l’idea è quella di trasformarla in una vera e propria guesthouse, ma anche in un punto d’incontro per i volontari internazionali e la gente del villaggio, dove scambiare idee, vedere film, organizzare campagne di sensibilizzazione e, perché no, cimentarci in scambi culinari italo-palestinesi! La parte più importante di questo progetto per noi è coinvolgere le persone, soprattutto i giovani del villaggio che speriamo siano quelli che più troveranno beneficio da queste attività sviluppando una nuova curiosità che possa divenire il motore di una nuova idea di Palestina, libera soprattutto dalle catene di una retorica sociale e culturale radicata in un passato e presente troppo violento, sia a livello fisico che psicologico.

La curiosità e la voglia di continuare a scoprire ogni giorno qualcosa in più di questo posto è tanta. Una conversazione nata su un ‘service’ di ritorno da Betlemme con una nonna del villaggio può regalare aneddoti di tempi quando la vita sembrava più semplice, scorci di una cultura ricca di tradizioni e profondamente legata alla sacralità della terra.

Little Big Stories in Rome II: La Città dell’Utopia 2.0 [Parte II]

Little Big Stories in Rome II: La Città dell’Utopia 2.0 [Parte II]

L’articolo è stato scritto da Way Farer, volontario argentino che ha soggiornato presso La Città dell’Utopia nel mese di aprile 2017, prendendo parte, tra le altre cose, all’organizzazione del Festival Internazionale della Zuppa. Le foto sono state scattate da Way Farer (qui la fonte originale dell’articolo).

Among the long-term volunteers this year, I also met Yana, from Ukraine. She has been in Casale for some months now and I had the opportunity to join a work camp (The Soup Festival) she coordinated. With a cheerful spirit, Yana consummates her desire to give by being a transparent water stream, with her deep will to learn about everything, embracing each one of the volunteers she was leading, reflecting all their gazes in her own eyes, delving into their stories and rescuing from each one of them not only the skills that better suited the context but also, and mainly, those that put them in contact with the best version of themselves (understanding by “best version” that instance of oneself that feels complete and realized). The authenticity and lightness of her movements is evidence of rivers that flow within herself, defining her silhouette with a precision worthy of those who know what they want and what they can do.

Damir, from Serbia, a philanthropic clown who knows how to transmute dense energies into air, with an acute perception of the world, attentive to details that most of us overlook. During the time I was living with this family in Casale (almost a month), there was no single day I wouldn’t be delighted by his timely smile and perspicacious insights. And, of course, the small glass with rakia, which he shared with us after the meals, had its best effects on the group: it not only shook away our siesta ambitions but it also pushed us to keep on working, inspired now also by that exquisite plumb elixir, made by the hidden dimensions of his family’s hands. From him I learnt, most of all, how necessary it is to laugh if one wishes to change the world. Now I am writing it down, I wonder, how ever would it be possible, truly, without the power of laughter? Why not using, in that extremely hard work, which will surely last all of our lives, the most non-lethal weapon that provokes mass rebellions?

Finally, the person who coordinates Casale, who makes sure, day by day, that this magnificent huge living house feeds and breathes the purest air, that its cells keep on restituting themselves efficiently. Who guarantees that its heartbeat is the healthiest possible: Silvio, an endearing long-haired Roman who smokes rolling tobacco called Pueblo, carries a kitchen lighter as a cigarette lighter and does not hesitate to use it anywhere, with the same spontaneity and grace as that of a child. A born activist, during his early youth he did several jobs until he got to Via Valeriano 3, where his name is on everyone’s lips for the simple reason that they trust him and believe in him. From skillfully and exquisitely cooking for events that take place in La Città, to interviewing the possible work camp coordinators, setting up sound equipment for festivals and exhibiting handyman and gardener expertise, or welcoming wandering friends (like me) as if they were brothers, Silvio is Casale; Casale is Silvio.

One evening, with a spritz drink in his hand, at the Chiringuito opposite the Basilica of San Pablo, while we shot the breeze a little, and also rambled on the labyrinthine doings of human emotions, the nonsense of foreign politics and the so-long-desired revolutions, he honestly and acutely stated: “Give me total freedom, or do not give me anything at all. Teach me to be a ‘leader’ of my own self so that, when the time comes, no one needs to lead anyone. That, for me, would be a perfect society. That means, as I understand it, to be a revolutionary.” The spirit of La Città dell’Utopia, a huge flow of amassed energy, in service of a better world.

All this, more or less, was what La Città dell’Utopia imprinted on my body this time.

And this is and will be for me not only this huge house in San Paolo neighborhood in Rome, but also any other place that believes in the progress of humankind, whose inhabitants are people “who do not have” any reason to help but, in spite of that, they help, giving that which the other really needs and not what any materialistic or idealistic philosophy or theory states they need.

A reason to speak your language when you are the only one in the group who does not speak their own and who, in spite of that, immediately recognize your presence and communicate in the language you speak.

Those people who include others in their world, and give them a room of their own, and gently let themselves be included in your world, appreciating you.

Who make room so that you can sit next to them even though the sofa is so small that it would not even be possible to swing a cat.

Failing to attest to beauty when one finds it and experiences it is maybe one of the worst things that delay our evolution, I think. Not so much to satisfy a moral or ethical imperative, but to speak up for those who disbelieve in apocalyptic predictions, those who still have not been convinced by the overwhelming machinery of mass media and existential pessimism that hold that the world will soon be over and that there is no new and close horizon at sight.

Yes, it is true we may be at war, my friends. Yes, it is true that insane people have come to power in more than one country. Yes, it is true that people are starving right now when I am writing, and you reading, this. No one could deny it.

But it is exactly for all those reasons that it is high time to focus the best of each one of us on what IS working, on what IS generating life, on those who day after day share their wellbeing and good will in this precise moment in which the change we have so long desired is in our hands.

There is another world emerging from underneath this one which is crumbling down. The new world is growing silently, without impositions, just because that will be its cornerstone. And, as I always say, we do not need to travel to begin to find its traces, or smell its fresh and sweet fragrance.

Maybe right now, right where we are, if we look again where we thought there was nothing worth noting, we may find a kindling spark.

Little Big Stories in Rome II: La Città dell’Utopia 2.0 [Parte I]

Little Big Stories in Rome II: La Città dell’Utopia 2.0 [Parte I]

L’articolo è stato scritto da Way Farer, volontario argentino che ha soggiornato presso La Città dell’Utopia nel mese di aprile 2017, prendendo parte, tra le altre cose, all’organizzazione del Festival Internazionale della Zuppa. Le foto sono state scattate da Way Farer (qui la fonte originale dell’articolo).

«La razza umana si trova

nella sua migliore condizione

quando possiede il più alto grado di libertà.»

Dante Alighieri

«La liberté est toujours auto-affirmation,
jamais réponse à l’ennemi.»

Miguel Benasayag

La Città dell’Utopia is a project of the SCI (Service Civil International) that takes place in Casale Garibaldi, in Rome’s San Paolo neighborhood. It constitutes a social and cultural laboratory dealing with key matters related to a new model of local and global development which is balanced, sustainable and fair. It is based on the concept of «social capital», according to which a region’s resources are not measured by economic indicators but by its capacity to generate social cohesion, inclusion and solidarity.

In this huge house in which, rumor has it, Giuseppe Garibaldi sojourned some time back in the XIXth century, volunteers from all over the world meet to experience cultural and generational exchanges in different activities. It is an open space for anyone who wants to participate, and it also works as headquarters for a number of organizations committed to working on issues such as immigration, childhood, sustainable lifestyles, gender equality and the promotion of culture.

I visited it for the first time in 2013. I remember that the decision to do a work camp there (the No Border Fest) was more inspired by a causality than it was motivated by a clear philanthropic intention: it was my first journey with open wings, I was beginning to test the heights and depths of what I was able to do, and I had correctly assumed that living for fifteen days in the company of “total strangers”, working with a common objective, would somehow give me the nudge I needed to finally let go of the past and gain new heights in my flight towards a different horizon. The experience turned out to be great. Not only because of the work camp itself but mainly thanks to the people I met and their life stories.

This year, the day that Spring began in the Northern hemisphere, I was arriving back again in Rome, for the third time. From Fiumicino to Termini, I gave in to the exhaustion of a whole day of intercontinental travelling and snoozed on the bus, to wake up in the city center itself, on a Wednesday at noon. I let myself go, backpacks and all, with the unstoppable flow of human energy descending into the dense atmosphere of subways: I did not need to check with any map because I knew that I had to take Line B, heading to Laurentina. As the recorded voice of the wagon announced the next stops, I felt that an invisible and indefinite part of my body began to expand. Cavour (the traditional via that ascends from the Italian capital’s heart up to the Piazza del Cinquecento); Colosseo (and I did not think about gladiators nor emperors, but just about the last time I had seen that monumental building, in 2013, when, together with my work camp mates, we had witnessed the LGTB Collective parade and we had wondered at such a perfect contrast of ancient history and vibrant new world); Circo Massimo (and, as a charioteer, I felt that two huge white horses pushed that invisible and indefinite part of me into even higher places); Piramide (where, as the myth goes, Romulus buried Remus); Garbatella (the mythical area built as a garden city around the Via delle Sette Chiese, which can easily be mistaken for a neighborhood in Buenos Aires)…

Thus, with the euphoric vibration that dominated my now completely lucid movements, the subway got to Basilica San Paolo, where an impressive church stands which, so they say, hosts the sepulcher of Paul of Tarsus (he who received god through lightning). I began to walk the three or four blocks that separate the subway station from Casale and, to my great joy, from a corner, the voice of a woman shouted my name in Italian. That first meeting after four years was like in a movie: the beautiful Giulia, an activist in La Città, was welcoming me literally open arms (it was at the corners of Pietro Giordani and via Gabriello Chiabrera). Besides being an activist, Giulia’s life story is worth including in a film (read her story and listen to her in this link).

Thus I finally got to Casale, which is also the home of long-term volunteers who give life, during the months they stay there, to many projects within La Città, adding up more than one heartbeat to the big heart of this space.

Via Valeriano 3, where little things happen, those things that utopians call insufficient and we, realists, believe essential. Where one understands from praxis that any theory is merely a hypothesis and that any legitimate change generates from whatever an individual body expresses they need, and not from supposedly scholarly discourses that proudly state what they know to be the basic needs of every man.  The Città dell’Utopia, where you can find people who understand that it is not time to wait until any condition is given, but that it is urgent and possible to create the minimum conditions required by the here and now. People who grow up at a personal level while they sow seeds of new ways and methodologies on the fertile soil they are standing on, which they till and water every single day, without falling into despair, much as though it would sometimes seem like the only thing to do.

Louison, from Tahiti, an activist as peaceful as, I guess, the Southern seas that saw her birth, who is fire burning more and more each time and that feeds mainly from Art. In her, universes of words are hidden, stages, clothes and emotions that are making one of the most prolific and colorful stagings of which she is the director and in which she exposes, courageously, her artistic body, telling stories that free all women around the world, empowering them and giving them back the innate right they seemed to have lost, placing them under the spotlight, turning them into examples of persistence and lively and creative nature. The igneous voices of Louison’s characters also redeem those who are left behind, those who suffer from the slavery imposed by the fervent advocates of what I understand to be humanity’s original sin: the belief that there is only one way. Also, Louison cooks the most delicious brownies I have ever tasted and she likes finding a place to sit in nature, under the sun, in cool days. It was she who taught me that it is not necessary to wield any sword to convince anyone of anything. That, as Whitman used to say, not more nor less than a presence of integrity can break loose in others the chains that do not allow them to walk (the truth of which has to be experienced in one’s own skin, needless to read or be told about it!).

Alessandra, from Italy, the perfect balance of beauty, intelligence, sensitivity, passion, authenticity, freshness and strength. The first day I saw her, she was weaving a papier mâché magic wand that a certain “signora pazza” had given her somewhere. She probably did not know it but, in her hand, that object, exotic to most people in the world, drawing indefinite doodles in the air of spring, spoke about her way of creating: the efficiency of simplicity, the unity of word, action and emotion, the trust in the truth that wherever we may be, we will always be surrounded only by those people with whom we will have the opportunity to create. In her, the loving energies of the Earth coalesce and create around her that which makes her what she is: a ragazza carina, able to embrace her pet dog, Tsipouro, with the same enthusiasm that she embraces her friends or a total stranger like I was the moment I arrived at Casale. Whatever omniscient and plainly happy authority in the world has said that to change the world magic is not needed?

 

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