Kenya, Kiburanga Community: l’esperienza di Ivana in Africa

Kenya, Kiburanga Community: l’esperienza di Ivana in Africa

L’articolo è stato scritto da Ivana De Pascalis, che racconta la sua esperienza in Kenya con un campo SCI presso Kiburanga Community, tra attività con i bambini e incontri con le famiglie della comunità.

E arriva il momento della partenza per il Kenya, dopo un periodo di preparativi fisici e mentali, assicurazioni, visti, biglietti, cosa portare, dubbi sull’indossare abiti chiari o abiti scuri, perché gli scuri attirano zanzare, anche se, in agosto, non ho trovato una zanzara neanche a pagarla, ma nonostante tutto giù di antizanzare. E questo? Mi servirà? Come farò a ricaricare gli apparecchi elettrici? Internet sì o internet no? E le foto? Nel mentre che perdi tempo tra queste decisioni….arriva il momento della partenza. Pronta?? Si può forse rispondere?

Insomma tra una cosa e l’altra, sei già al check-in, stomaco a frittella, agitazione ai massimi storici, ma una voglia di arrivare, vedere e vivere che non ti fa più pensare a tutto ciò! Volo tranquillo tra musica africana, film in lingua, qualche oretta di sonno. Atterri a Nairobi, capitale del Kenya, già da subito ti accorgi di cosa vuol dire esser dall’altra parte del tuo mondo: lingue, volti, colori, odori, regole diverse che forse è meglio conoscere (come per esempio che a Nairobi NON si fuma per strada. Ma dopo 12 ore di volo una sigaretta no? No, per strada No!). Aspetto all’aeroporto con sguardo incuriosito e speranzoso, che qualche anima pia mi venga a recuperare. E così accade, ovviamente con ritmi e tempi del “Sud”, Pole Pole (piano piano).

Fortunatamente la permanenza a Nairobi è breve (che caos dei sensi, olfattivi visivi uditivi), con nuova destinazione Kiburanga Community.

Dopo 9 ore di furgoncino, arrivi nel luogo in cui madre natura ha calcato più la mano. No asfalto (se non sulle arterie principali), alberi di banane, rocce imponenti, terra (sì, semplicemente terra, non coperta da case, marciapiedi, strade) e un mare di bambini sorridenti che ti corrono incontro, salutandoti, chi più chi meno timido, con un “Jambooo How Are You??!”. E da lì capisci che ora realmente la tua avventura è cominciata!

La struttura che ci ospita è composta da 3 casette (e mezzo) in mattoni, già un lusso considerando che nel circondario le case vengono costruite solitamente con terra, acqua e un po’ di cemento. Due di queste vengono usate per dormire, all’interno vi sono solo materassi a terra, borsoni e qualche letto usato dai volontari locali che vivono lì permanentemente. L’altra casa è una cucina (con angolo materasso per gli ospiti da una tantum). E nella mezza casetta composta in pratica da una veranda con tetto, vi è la cucina “estiva”, che prevede un angolo dove accendere il fuoco su cui cucinare la pasta con un mega pentolone e un angolo forno a legna che ha regalato a tutti una serata pizza, perché da buoni italiani nella “cena tema” abbiamo sfornato, su richiesta degli altri volontari, pizza per tutta la comunità!

Passiamo a loro…e a noi… Il campo SCI si è svolto in concomitanza con le attività di Eduka, un’importante associazione di volontariato spagnola, quindi eravamo a conti fatti 15 volontari internazionali e circa 7/8 volontari locali (diciamo che il numero dei volontari locali variava sempre un po’, alcuni erano “fissi” e altri spuntavano solo a volte, sopratutto la sera, per motivi lavorativi, organizzativi e anche un po’ per pigrizia. Sì, benvenuti, anche questo è Africa). Le giornate trascorrevano e il tempo correva tanto da non accorgerti quasi che le 3 settimane, quelle che pensavo fossero tante, finisco in un baleno, ma tu hai ancora una marea di cose da fare, da vedere e da vivere.

Le attività che si effettuavano erano principalmente di dopo scuola con i bimbi, quindi al mattino e nel pomeriggio si trascorreva il tempo con loro a giocare, ballare, cantare, colorare e chi più ne ha più ne metta, libero sfogo alla fantasia. Abbiamo addirittura fatto con loro delle lezioni di ginnastica (non immaginate quante risate si possano fare mentre si fanno dei semplici esercizi fisici come la ruota). In alternativa, si poteva collaborare con Eduka per terminare la costruzione di una scuola proprio nel cuore di Kiburanga.

Inoltre abbiamo anche sviluppato una classe di teatro con i bambini, con cui mettere in scena tre canzoni, tutti truccati come gli animali della savana.

Queste sono più o meno le attività che venivano svolte per i bimbi. Dall’altra parte poi ci sono le attività più “istituzionali” e quelle di “utilità sociale”.

Nelle prime inserirei le “Home Visits”, cioè degli incontri con le famiglie della comunità di Kiburanga, con cui confrontarsi e conoscere meglio la realtà, le ideologie, le abitudini e le mentalità diverse. Trattando argomenti come la poligamia, l’abuso di alcool da parte (sopratutto) degli uomini, il grande problema della pratica della mutilazione genitale femminile, la povertà, l’agricoltura, l’igiene. Ma si parlava anche, con più leggerezza, di come trascorrono le loro giornate e di quali sono i loro sogni per il futuro. Insomma un bellissimo momento di scambio culturale a 360 gradi!

Nelle attività di utilità sociale, invece, rientrano tutte le attività che a turno svolgevamo, come la pulizia del “bagno” e delle “docce”, dove per bagno si intende un piccolo “camerino” chiuso e coperto, al cui centro è stato creato un buco profondo circa 10 metri dove si poteva, via insomma, avete capito far cosa. La doccia, in pratica uguale, senza buco centrale, ma con solo piccola fessura laterale per lo scolo delle acque all’esterno. L’arte di arrangiarsi!

Tra le altre attività, la collaborazione (sempre a turno) in cucina e al lavaggio dei piatti, alla “spedizione” giornaliera sino al fiume per recuperare acqua utile al fine di cucinare e di docciarsi. Ah, dimenticavo, in Kiburanga Community non è presente acqua corrente e neanche elettricità. Come anticipavo prima, per le ricariche degli apparecchi elettronici si può far riferimento ai piccoli shops che si incontrano in “paese”, dove è inoltre presente un pub dove gustare una fantastica Tusker, birra kenyota, lager, nulla di eccezionale, se non che ti viene portata in bottiglie da 500 ml, accompagnata da arachidi bolliti non salati! Dopo una calda giornata africana, una birretta fa sempre piacere!

Altre attività che abbiamo svolto nel campo in Kenya sono state le “libere uscite”, cioè week-end di visita presso il Victoria Lake e il Safari nel Masai Mara, organizzati completamente dal partner SCI del Kenya. Victoria Lake, posto splendido, dove il lago si traveste da mare per la sua immensità, tocca tre paesi: Kenya Tanzania e Uganda. Dopo aver conosciuto e speso del tempo con bambini e famiglie del luogo, abbiamo girato su pietre e su scogli mastodontici a picco sul lago e tra calette nascoste e usato le barche a remi. Ma soprattutto, abbiamo nuotato e ci siamo goduti dei tramonti e delle albe sul lago, ancora oggi stampato perfettamente nella mia memoria.

Seconda uscita, un classico, Masai Mara con safari, girovagando alla ricerca di elefanti, zebre, giraffe, e se si ha fortuna di leoni, leonesse e ghepardi. Un paradiso incontaminato, inspiegabile, calmo, vivo, aperto. Il tuo sguardo li può vedere a 360 gradi, in tutte le direzioni, senza trovare ostacoli visivi, semplicemente Natura allo stato più puro! Considerate che queste uscite (sopratutto il Masai Mara) sono state dispendiose e fuori dai costi SCI. Purtroppo al safari non sei più un volontario, ma un turista, quindi…è anche giusto così!

Concludendo, passo alla parte emotiva. A ciò che questa esperienza, ma sopratutto il luogo e le persone incontrate, hanno lasciato in me. In primis, un senso di forza interiore e di crescita personale, per aver vissuto ed essere sopravvissuta tra le difficoltà linguistiche, la convivenza con altre persone differenti tra loro, in poco spazio e con pochi mezzi. Secondo punto: il vivere quotidiano, la “non fretta del vivere” e l’apprezzare la Vita, così com’è, con un gran sorriso!

In terzo, non saprei proprio che dirvi se non che ripartirei domani per l’Africa o per qualsiasi altro campo SCI, zaino in spalla e via!

Volontariato a lungo termine (LTV): il mio viaggio in Scozia

Volontariato a lungo termine (LTV): il mio viaggio in Scozia

L’articolo è stato scritto da Fabio Carinci, che da giugno a settembre 2016 ha partecipato a un progetto di volontariato a lungo termine (LTV) in Scozia.

Ciao! Dal 23 giugno al 1° settembre 2016 sono stato in Scozia, vicino Perth (eh sì, ce n’è anche una scozzese, oltre a quella australiana), in un luogo chiamato The Bield at Blackruthven. Venivo da un periodo di disoccupazione parecchio prolungato, cosa che solitamente prosciuga la mia voglia di mandare CV, e avevo ricevuto la segnalazione dell’esistenza dello SCI da un’educatrice presso il Centro Formazione di via San Guisto, a Milano. Con nulla da perdere e la curiosità, accompagnata alla voglia di mettermi in gioco di nuovo, mi son messo in contatto con lo SCI, ed infine sono giunto in Scozia.

Quello che ho notato nei primi giorni è che c’erano delle nuvole fantastiche in cielo, davvero enormi, che rendevano anche il paesaggio più ordinario veramente notevole…anche se quasi sempre lo rendevano piovoso! Gli scozzesi sono tipi educati e gentili, e si aspettano lo stesso anche da noi volontari/visitatori. Se poi vi piace bere liquori, in Scozia se ne trovano davvero un sacco.

Delle aree in cui potevo lavorare (pulizia dello Steading, allevamento nello Smallholding, giardinaggio nel Garden) ho scelto quest’ultimo, comprendendo diverse cose rispetto a questo lavoro, che prima ignoravo. Ho imparato che ogni stagione, oltre ad avere una sua bellezza, richiede anche differenti attività; ad esempio, ha senso rimuovere le piante indesiderate durante l’estate, mentre in inverno è meglio tenere il terreno protetto, attendendo il disgelo.

Ho davvero fatto tanto: ho aiutato George e Mike ad organizzare il Men Rite Of Passage, un rito di passaggio all’età adulta per ragazzi/uomini dai 18 ai 28 anni, spostando decorazioni e pesi e ripulendo alcune aree verdi con la scopa. Ho contribuito a organizzare il matrimonio di Gwen (spostando sedie e rami pitturati di bianco, nonché dando una pulita per terra con l’aspirapolvere) e ho aiutato a pulire, sempre con l’aspirapolvere, quando hanno allestito due mostre artistiche nell’ex-granaio. Ho poi imparato a usare la sega a mano e il trapano (anche se ho rotto una delle estensioni), relativamente alla carpenteria.

Ripensando al giardinaggio, Mike, il mio capo, mi ha fatto davvero sgobbare parecchio. Ho innaffiato piante sul retro del giardino, vicino alla tenuta di Robin e Marianne, e in piscina (e qui ho dovuto imparare ad usare il nebulizzatore per le piante tropicali; praticamente prima le innaffi, poi inumidisci le foglie con questo strumento). Ho poi tolto tantissime erbacce, nonché piante non richieste e troppo prolifere, e ho preparato i terreni dell’orto ad accogliere nuove piante, che andavo a trapiantare di persona. Ho anche aiutato il capo a mettere a dimora delle querce (chissà come saranno tra un po’ di anni!), e ho raccolto diversi tipi di frutta (ribes rosso, ribes nero, lamponi, fragole, uva spina e albicocca).

È stato tutto incredibile, anche se all’inizio mi son trovato leggermente in difficoltà, soprattutto perché scrivo e comprendo molto bene l’inglese, ma senza nessuno con cui esercitarmi faccio un po’ di fatica a parlarlo (ma con qualche film e libro in inglese, e una buona dose di osservazione, si recupera davvero in fretta).

Sono stati cordialissimi e il posto era fatto apposta per perdersi in lunghe camminate in mezzo al bosco, per stare in pace e serenità. Raccomando l’Old Gallows Road, che è un’antica via che si snoda dietro i terreni del The Bield (infatti per raggiungerlo dovevo passare dietro il recinto dove c’erano le capre). Se ci andrete anche voi, ricordate che c’è un altro pezzo della tenuta appena attraversate la strada dall’ingresso principale, e che siete comunque serviti da un bus, il 15, che fa capolinea nelle vicinanze.

Poi la Scozia è strapiena di castelli. L’unico mio rimpianto è di non aver partecipato agli Highland Games, dove avrei potuto conoscere la barbara della mia vita che mi rapiva il cuore, sigh…

Per me è stato importante anche avere un bungalow, tutto per me durante il primo mese, da dover gestire, e un pocket money, che era pur sempre un mini stipendio. Mi son divertito poi ad andare a passeggio per la Scozia, anche in compagnia di Mariana, la volontaria finlandese che è stata con me durante l’ultimo mese di lavoro.

Se tutti i progetti LTV son così belli e pieni di cose da fare e da imparare, non vedo l’ora di farne altri!

“Karibu”, alle falde del Kilimangiaro: racconto di un campo in Tanzania

“Karibu”, alle falde del Kilimangiaro: racconto di un campo in Tanzania

L’articolo è stato scritto da Lavinia Simonelli, che nell’estate 2016 ha partecipato a un campo di volontariato ambientale in Tanzania,  nel villaggio di Mwika.

Ho tenuto un diario. Per le tre settimane che sono stata in Africa, in un villaggio alle falde del Kilimangiaro, in Tanzania. Vorrei condividere il mio diario di viaggio tramite questo articolo.

Prima di iniziare però vorrei raccontare dei mesi precedenti alla partenza, quando sentivo questa energia dentro di me, questa voglia di andare a fare del volontariato in Africa. Proprio l’Africa mi chiamava così forte, sarà che sono cresciuta con i racconti di mia nonna riguardo a questo paese stupendo, pieno di vita, sarà che ero (e sono forse ancora di più ora) stanca della civiltà occidentale e della mentalità con la quale in molti considerano il volontariato una perdita di tempo, perché il tempo è valutato secondo percezioni materialistiche, tempo è denaro, tempo è arricchirsi il Curriculum Vitae. Siamo davvero solamente un Curriculum Vitae secondo voi? C’è qualcuno che pensa ancora a prendersi del tempo per arricchire se stesso e gli altri? Ma non in termini materiali, in senso di spirito, di anima, di gioia, di solidarietà, di amicizia. Il Servizio Civile internazionale lo fa. E dà la possibilità a tanti ragazzi e ragazze di prendere parte ad esperienze uniche. La mia ricerca è iniziata su internet, e dopo aver scartato tante associazioni di stampo Cattolico, mi sono imbattuta nel Servizio Civile Internazionale. Mi sono iscritta, sono andata agli incontri di formazione ed ho capito che i principi c’erano, ed erano quelli giusti per me.

Così sono partita per la Tanzania, in questo campo di volontariato di stampo ambientale nella foresta del Kilimangiaro in un villaggio di nome Mwika/Marera. Il mio percorso è iniziato a Dar Es Salaam per poi proseguire attraverso una giornata di viaggio in pullman alla volta della foresta. Sembrava surreale quando sono arrivata: la terra, la vegetazione, gli animali, le persone, i suoni, i colori. E così inizio a scrivere sul mio diario. “Le strade sono di terra rossa, scura, e la vegetazione domina ovunque. Il villaggio è dedito alla piantagione di banane e di caffè. Le persone sono accoglienti, ho già imparato qualche parola: Jambo, Mambo, Habari? (che vuol dire come stai). Ripetono in continuazione la parola Karibu, che vuol dire benvenuto“.

“La mattina si inizia la giornata con una doccia fredda, perché l’acqua calda non c’è se non si riscalda sul fuoco, ma a me va bene così. Fuori è la stagione invernale, ma ho riscoperto il piacere intenso di vivere i bisogni primari senza le comodità di cui sono abituata. Come primo giorno siamo andati a Moshi, il centro urbano più vicino a noi e abbiamo preso un po’ di confidenza con le persone e l’ambiente. Al ritorno verso il villaggio dal finestrino della macchina (dentro la quale eravamo circa in 8) ho visto la vetta del Kilimangiaro, imponente e candida, con alle spalle il tramonto.

Abbiamo iniziato il lavoro, il che consiste nel preparare il terreno in diversi orticelli e seminarli così che gli alberi una volta cresciuti verranno portati in zone ad alta deforestazione nelle vicinanze del villaggio. Non saremo qui quando gli alberi saranno cresciuti abbastanza per essere portati dove c’è bisogno di loro, però sappiamo che Mr Ben lo farà. Ci ha portati a vedere la foresta dove li pianterà.

Il problema della legna è che seve in molte case a Marera e nei villaggi circostanti per provvedere al fuoco, in quanto non ci sono sistemi di riscaldamento dell’acqua per cucinare. La maggior parte delle case sono di legno e la cucina è un rettangolo di mattoni fuori in giardino dove si accende il fuoco e si fa bollire l’acqua.

Sono le comodità a mancare, ma il cibo non manca. La vegetazione è ricca di frutti in base alla stagione, e il mercato di Mwika è a portata di tutti, disponendo di tutto l’essenziale per un buon pasto.

La sera andiamo a bere una birra al bar dove i locali bevono birra alla banana fatta da loro. È un bel momento per socializzare con la realtà locale, per ascoltare le persone e quello che hanno da raccontare così come la loro voglia di scoprire chi siamo noi stranieri.

Nel weekend abbiamo fatto una gita al confine con il Kenya, al lago Chala. Un posto incantevole e ci siamo divertiti un sacco. Il nostro capo gruppo ed altri due volontari sono della Tanzania ed è così piacevole scambiare storie, idee, realtà, punti di vista, con loro. Ma non solo, anche tutti gli altri volontari sono di diverse nazionalità: Francia, Spagna, Germania, Repubblica Ceca, per cui c’ è uno scambio culturale 24 ore su 24.

La sera dopo cena organizziamo delle serate a tema. Ognuno di noi a turno presenta il proprio paese anche attraverso danze o canti.

Abbiamo iniziato ad aiutare una cooperativa di donne locali che raccolgono fondi per bambini orfani o anziani rimasti soli. Le aiutiamo a preparare bustine di terra pronte per la semina di piante da poter vendere. Piante medicinali più che altro. Questo orto si trova proprio vicino ad un asilo nido, così che quando finiamo di lavorare prima di tornare a casa ci concediamo qualche minuto a giocare con i bambini che escono per il pranzo. È un momento gioioso per tutti.

Abbiamo iniziato un altro progetto, cioè quello di costruire per diverse cucine del villaggio un piano cottura. Il problema di usare il fuoco per cucinare influisce soprattutto sulle le donne, che passano ore in cucina a respirarsi il fumo. Questo piano cottura è assemblato con cemento e mattoni e la presenza di tre fori esterni dà la possibilità di cucinare tre pentole contemporaneamente e di racchiudere il fuoco nella parte sottostante, indirizzando fumo e fiamme sotto le pentole.

Abbiamo dedicato alcuni pomeriggi a visitare alcune infrastrutture del villaggio come la scuola e l’ospedale.

La scuola è suddivisa in asilo, elementari e liceo. L’obbligatorietà di frequenza termina dopo le elementari che si concludono verso i 13 anni di età. Abbiamo visitato la scuola elementare di Marera per portare del materiale che avevamo raccolto. La scuola ha 11 insegnanti e circa 300 bambini. Le materie che insegnano sono simili alle nostre: storia, geografia, inglese e Swahili. Le infrastrutture sono pessime. Una cosa che mi ha stupita è la chiesa Luterana, moderna, bellissima che troneggia proprio di fronte ad una scuola elementare, con le finestre rotte e le pareti sporche. Il governo paga per l’istruzione dei bambini, libri compresi.

L’ospedale del luogo ha 6 dipendenti di cui 1 solo medico a disposizione 24/7. Vive lì, in una casetta accanto all’ospedale. Le cure sono pressoché gratuite. Si paga una somma simbolica di 2000 TSH, corrispondente a meno di 1 euro. Sono disponibili i test per la malaria, HIV e altre malattie trasmissibili. Ci sono anche alcuni vaccini obbligatori per tutti i bambini.

È uscito il sole, regalandoci una settimana di luce calda.

La luna e le stelle ci regalano serate brillanti. È come se non avessi mai visto le stelle prima d’ora.

Tutte le mattine procediamo per la stessa strada sterrata e fangosa, a volte sotto la pioggia, a volte con il freddo, a volte sotto al sole. Cantiamo mentre camminiamo, salutiamo chiunque incontriamo per strada, perché loro salutano sempre. I bambini vanno a scuola a piedi, da soli, o in compagnia tenendosi per mano e si divertono un sacco a guardarci e a ridere, prendendoci in giro perché siamo Mzungu, stranieri.

Ho fatto tante foto in questo mio viaggio, ma certi attimi non sono riuscita a catturarli: uno scorcio appena visibile; un raggio di luce sul lago dove si abbevera il bestiame guidato da un bambino Masai; gli sguardi stupiti, curiosi e divertiti della gente; i colori brillanti dei vestiti, il giallo il rosso il verde e il blu. La calma in ogni gesto. Il suono del gallo al mattino, della pioggia, delle foglie, delle risate, dei canti. Questa è l’Africa che va vissuta con tutti i sensi e che ti toglie la voglia di andar via”.

L’africa, la Tanzania, il volontariato; è tutto molto di più rispetto a quanto delle foto o un articolo possano esprimere. Quello che più mi dispiace è aver percepito un’influenza occidentale che aleggia su questo paese, quasi a sradicarlo dalle sue radici, dai suoi principi, quasi a dirgli “imitami, seguimi”. Ma quello che ho visto io sono persone gentili, che ancora mettono l’essere umano al primo posto, anche se non si vive più senza uno smartphone, nemmeno in mezzo ad un villaggio sterrato.

Quello che penso è che forse siamo noi, società occidentale, a doverci fermare a pensare: dove ci sta conducendo la nostra fretta? Cosa stiamo rincorrendo? Ci siamo accorti che abbiamo lasciato indietro qualcosa, durante il nostro percorso? Qualcosa a che vedere con le basi delle relazioni umane.

Dovremmo forse iniziare ad imparare da certi paesi che invece non abbiamo fatto altro che manipolare?

 

Diari islandesi: racconto di un campo di volontariato tra i fiordi dell’Islanda

Diari islandesi: racconto di un campo di volontariato tra i fiordi dell’Islanda

L’articolo è stato scritto da Filippo Dierico, che nell’estate 2016 ha partecipato a un campo di volontariato in Islanda, con l’obettivo di ripulire i fiordi nella regione delle Westfjords dall’immondizia depositata.

“Ma non ti piacerebbe andare in Croazia con i tuoi amici? Secondo me si divertiranno un sacco e
di certo è meno complicato da organizzare!”

“Non metto in dubbio che si divertiranno, ma questa è l’occasione per realizzare uno dei sogni
della mia vita, è lì che vorrei andare e quella è l’esperienza che vorrei fare!”

Spiegare ai miei genitori quello che sarei andato a fare in Islanda non fu certo facile. Non certo per discriminare la loro generazione, ma credo che siano portati a svalutare il volontariato. Indottrinati dalla concezione del lavoro retribuito, spesso dimentichiamo l’utilità degli atti gratuiti che alcune persone scelgono di compiere. C’è chi desidera dedicare il proprio tempo libero e le proprie risorse per cercare di migliorare la società in cui vive, o chi si adopera per salvaguardare la salute del pianeta, tante piccole formiche che agiscono per mitigare gli effetti negativi delle attività umane.

Aiutare ragazzi con difficoltà di apprendimento nel percorso scolastico, tenere compagnia ad anziani che altrimenti sarebbero soli per molte ore al giorno, sostenere le persone colpite da una calamità naturale e aiutarle a ritornare alla vita quotidiana, costruire pozzi in zone desertiche, proteggere i bambini in zone di conflitto armato. Questi sono solo alcuni esempi attività di volontariato. Molto spesso non ci facciamo caso o ne siamo completamente inconsapevoli, ma i volontari ci sono e lasciano segni indelebili nel mondo e nelle persone con cui si relazionano.

Torniamo a noi. Un viaggio. Si, io adoro viaggiare. Può sembrare la solita frase fatta, parole che si dicono per farsi notare, ma io non la penso così. Sono profondamente contrario a chi afferma che
viaggiare permette di trovare se stessi. Non è una legge universale applicabile a tutti. Vale per certe persone, certamente, ma altre persone la pensano diversamente e vanno rispettate, per fortuna siamo diversi. Quella che voglio brevemente raccontare è una delle esperienze più belle che io abbia vissuto fino ad ora, un’esperienza che mi ha consentito di realizzare uno dei miei tanti sogni, uno di quelli che
sentivo ardere più intensamente.

Unire il volontariato e il viaggio, in Islanda. Vivere in uno degli angoli più remoti e più incontaminati del mondo.

Fu il mio primo viaggio da solo, presi l’aereo di notte da Malpensa e di notte arrivai a Keflavik, l’aeroporto ad un’ora di strada da Reykjavik, la capitale. Passai la notte in aeroporto, dove casualmente conobbi Juan Jesus, un trentaquattrenne spagnolo che avrebbe partecipato al mio stesso campo. Insieme andammo a Reykjavik e ci incontrammo con gli altri partecipanti al campo. Un team internazionale, ovviamente. C’erano due ragazze tedesche, un ragazzo dI Hong-Kong, una canadese, due spagnoli (uno dei due era Juan, l’altro era Samuel, il nostro giovane camp-leader) ed io. Il nostro compito per due settimane fu quello di ripulire dall’immondizia i fiordi nella regione delle Westfjords, nella parte nord-ovest dell’isola, affacciata sull’oceano. Immondizia? In Islanda? Certo che si, la Corrente del Golfo infatti trasporta moltissimo materiale dannoso per l’ambiente sulle coste, soprattutto pezzi di plastica di ogni tipo e reti da pesca scartate dalle navi e buttate in mare.

Con il passare dei giorni diventammo una squadra sempre più efficiente e coesa. Oltre a rimuovere chili e chili di plastica e metri di reti da pesca, passavamo anche qualche ora nelle hot-tubs, pozze di acqua calda proveniente dal sottosuolo vulcanico dell’Islanda, sono uno dei principali passatempi degli islandesi. Le hot-tubs di Drangsnes, il villaggio da 80 abitanti in cui eravamo ospitati, si affacciano su un fiordo che entra per decine di chilometri nella costa dell’isola. Noi andavamo alle hot-tubs nel tardo
pomeriggio, nonostante fossero le 18-19 il sole era ancora alto. In Agosto infatti sorge attorno alle
3 della notte e si ha il buio completo solo attorno a mezzanotte inoltrata. La nostra giornata solitamente terminava con una passeggiata (a cui pochi prendevano parte a causa della stanchezza) e una tazza di the homemade. La maestra della scuola del villaggio, Martha, ci insegnò infatti a riconoscere e raccogliere un particolare tipo di fiore che cresce in quella regione, per poi utilizzarlo come infuso. Berlo prima di dormire diventò un’abitudine per me e per la mia coetanea da Amburgo.

Il fiordo che vedevamo dalle finestre della casa che ci ospitò era pieno di vita, anche per merito di
Grimsey Island, un’isola a poche miglia dalla costa, dove nidificano migliaia di gabbiani e pulcinelle di mare, variopinti e buffi animali simili a pinguini che vivono esclusivamente nelle Isole Farøer e in Islanda. Un giorno una barca ci portò anche su Grismey Island, dove ci calammo da una scogliera di 30 metri e ripulimmo la spiaggia, circondati da stormi di centinaia di pulcinelle di mare. Nel weekend della prima settimana andammo a fare hiking, risalimmo il monte Drangs e scendemmo dal versante opposto, per poi finire in una specie di centro benessere con piscina, dove ci accolsero a braccia aperte per il lavoro che stavamo facendo. Nel ritorno a Reykjavik avvistammo anche un branco di tre balene, fu uno spettacolo che mi rimase impresso così profondamente che credo mai lo dimenticherò.

Il campo durò in totale 13 giorni, rimasi poi altre 2 notti a Reykjavik con alcuni dei miei compagni di volontariato, vivendo insieme 24 ore al giorno. Per due settimane si erano infatti creati dei legami fortissimi. Girammo per la città, in alcuni momenti da soli, in altri tutti insieme. Essendo molto piccola per essere una capitale era facile ritrovarsi anche senza accordarsi precedentemente. Una sera mangiammo cibo tipico islandese, tra cui una zuppa di crostacei, carne di montone, di squalo e di balena. Questi ultimi due li assaggiò solo Juan. Andammo poi a bere una birra in un affollato pub in Hverfisgata, una delle vie principali di Reykjavik.

Riassumere tutto ciò che ho vissuto e provato in due settimane in Islanda non rende certo onore all’esperienza fatta e a ciò che mi ha lasciato, ma rischierei di dilungarmi veramente troppo. Sento che quella fu una delle esperienze più intense e significative della mia vita: realizzai il mio sogno di vedere l’Islanda, sogno che coltivavo da anni e che ora è mutato nel desiderio di tornarci.

La prima impressione fu quella di trovarmi su un altro pianeta. Ricordo perfettamente di quando ero sul pullman con Juan Jesus, diretti a Reykjavik. Lo spettacolo fuori dal finestrino non è facilmente descrivibile con le parole. Immense distese di roccia nera, vulcani dalla cima innevata che si alzano all’orizzonte, i raggi del sole che si riflettono sull’Oceano Atlantico settentrionale anche a mezzanotte, l’aria fresca e purissima che entra nei polmoni, il rincorrersi delle nuvole, talmente basse da dare l’impressione che stessero accarezzando quella magica isola, dove la natura non viene soggiogata dall’uomo e dove l’uomo ha imparato a vivere nel rispetto del mondo che lo circonda. Un chiaro esempio di questo profondo rispetto per la natura si può trovare nella lingua islandese, “heima” significa “casa”, “heimur” significa “mondo”. La radice è la stessa: negli islandesi il legame con l’ambiente naturale è fortissimo, lo considerano la loro casa.

Credo che la semplicità e la selvatichezza dell’Islanda ti facciano profondamente capire quante cose superficiali consideriamo importanti nella nostra vita e, al contempo, quante cose importanti consideriamo banali e poco rilevanti. I momenti che apprezzai di più furono quelli passati nelle hot-tubs con i miei amici, o seduti in cima ad una scogliera a guardare i colori del fiordo e a parlare dei libri che ci piace leggere e dei sogni che abbiamo nella vita. Mi sentivo come se fossi arrivato in un ambiente di natura talmente incontaminata da influire in maniera radicale anche sui rapporti umani, come se pure quelli fossero tornati ad uno stato primordiale, incontaminato. Che fosse una mia impressione o che fosse la realtà, quello fu ciò che sentii in quelle due settimane. Mi sembrarono due settimane meravigliosamente al di fuori del tempo.

Quando tornai in Italia, dopo qualche mese, decisi di entrare a far parte del comitato di Padova dello SCI (Servizio Civile Internazionale), che fece da tramite prima della partenza con l’associazione islandese SEEDS per questioni burocratiche/amministrative. Ora sono un membro di questo gruppo di volontari, per portare la mia testimonianza, per aiutare altre persone a capire cosa significhi partecipare ad esperienze come queste e per aiutarle a partire in senso effettivo, in qualsiasi parte del mondo si decida di andare.Vorrei ringraziare particolarmente per quelle due bellissime settimane i miei genitori; i miei compagni di volontariato Juan Jesus, Paola, Jason ribattezzato Roberto, Samuel, Casey e Miriam; Finnyr, il sindaco di Drangsnes; Martha, la maestra del villaggio; i pescatori e i contadini di Drangsnes; lo staff dello SCI (soprattutto i nuovi amici dello SCI Padova) e quello di SEEDS Iceland.

Og tankur sem þú Ísland!

Volontariato in Africa: il racconto di Lorenzo dall’Uganda

Volontariato in Africa: il racconto di Lorenzo dall’Uganda

L’articolo è stato scritto da Lorenzo Dal Re, che a gennaio 2017 ha partecipato a un campo di volontariato SCI in Uganda, Africa. Dal blog di Lorenzo, “Keeponlovinglife“.

Si è chiuso un cerchio, e sono felice. Felice di essermi tolto un fardello che mi sentivo addosso perché non riuscivo a capire fino in fondo la realtà del campo di volontariato che stavo facendo.

Prendiamo un occidentale, uno a caso. Questo sente di una specie di chiamata, deve scrollarsi di dosso un po’ dell’individualismo che dilaga nella sua cultura. Ha sentito storie di persone come lui che hanno fatto volontariato in un paese straniero. Hanno visto con i propri occhi queste realtà, ne hanno capito le problematiche, ma anche i punti di forza, e forse sono anche riuscite a dare un piccolo contributo, un aiuto. Ma che tipo di aiuto è necessario? Economico? Lavorativo, è la manodopera che serve? Culturale? Non so di che cosa fosse al corrente l’occidentale a caso che mi ha prestato il suo caso, ma nel mio di caso, appunto, non avevo un’idea definita di quali necessità un paese come l’Uganda avesse, e di quale aiuto avrei potuto portare. E non ho detto che ora ce l’abbia, ma appunto, ho chiuso un cerchio.

La mia intenzione qui è di ripercorrere questo tragitto, non tanto per raccontare l’esperienza in sé, quanto per far luce sulla realtà vissuta da molti, moltissimi ugandesi e su quali prospettive può offrire loro un progetto di volontariato internazionale.

Quindi, senza porre freno alle mie scarse capacità di sintesi, vi voglio raccontare la storia dal suo inizio; da quando…
…spese ormai due o tre settimane di ricerche su internet per un progetto di volontariato in Africa, incontrando pacchetti da 1000 euro o più per quindici giorni, trovo finalmente qualcosa di più adatto alle mie esigenze. Il Servizio Civile Internazionale (SCI-Italia) offre un sacco di possibilità in molti paesi. Da nazioni del “Sud del mondo” a paesi occidentali. I progetti hanno una durata che varia dalle due settimane ai tre mesi, a periodi più lunghi ancora. Richiedono la partecipazione a un corso di formazione di tre giorni a Roma, e qui viene il bello.

Quando secondo il mio navigatore sono ormai nella zona dove si trova “La Città dell’Utopia”, dove si terrà il corso di preparazione, mi prende un po’ lo sconforto. Con un nome così mi aspettavo, chessó, un ecovillaggio nella periferia romana, un posto con del carattere. E invece cammino all’ombra di palazzoni a 6-8 piani con l’intonaco scrostato, tutti fitti fitti, grigi e monotoni. In mezzo a due di questi c’è una scalinata e il navigatore mi dice di salirla. Così mi si presenta La Città dell’Utopia, non c’è dubbio. Un casolare di campagna circondato di alberi, vestito di piante rampicanti, piantato su una collinetta ad-personam e circondato su ogni lato da un Colosseo di condomini di periferia.

Ormai unica nel suo genere, la Città della Gioia ha resistito alla speculazione edilizia grazie alla voce, mai confermata, che vi abbia passato una notte Garibaldi nel suo percorso di unificazione d’Italia. Ma questo non è bastato a garantirgli vita facile, ora sopravvive alle mire delle imprese edili soprattutto grazie alla resistenza opposta da vari gruppi cittadini che lo mantengono come realtà occupata. Al piano terra ospita ancora un’osteria, così come cent’anni fa. Ora è attiva solo in determinate occasioni, ma l’aria che si respira dentro penso non sia diversa da quella che tirava quando Garibaldi ci si sedette a mangiare uno spaghetto cacio e pepe. Ma esisteva già la pasta all’epoca di Garibaldi?

I tre giorni passati qui sono stati, senza esagerare, una scuola di vita. Perché hanno confermato le mie perplessità sul metodo di istruzione odierno e perché ho potuto osservare che, con i giusti presupposti, si può creare una realtà di confronto orizzontale dove non c’è insegnante e non c’è studente ma tutti imparano reciprocamente dagli altri e tutti si sentono liberi di esprimersi. E non c’è nessuno che non apporti un importante contributo al percorso del gruppo. Ognuno assume una forte individualità nei confronti dei suoi compagni e si finisce per essere tutti grati della presenza di tutti, perché è col contributo di ciascuno che si è creata quella bella esperienza da cui tutti sono usciti arricchiti e divertiti.
La mia convinzione che l’istruzione d’oggi sia non solo fallace, ma controproducente in parte dei casi, si sta rafforzando in questi giorni che sto passando in un’altra incredibile realtà, nella quale mi ha portato il caso. O forse c’è un filo che conduce il nostro muovere passi nella vita? Un meccanismo fatto di connessioni di vario tipo che sfugge perlopiù alla nostra comprensione, ma che fa sì che ci succedano cose, che si conoscano persone e che alla fine, nella vita, si prenda presto o tardi una direzione precisa, indipendentemente dal passato che uno può avere. Ma di questi giorni parlerò più avanti. Quando si sarà chiuso anche questo piccolo cerchio.

Torniamo a noi. Il corso di formazione si conclude, io scelgo due progetti in Africa di due settimane ciascuno – il secondo in Tanzania -, pago i 200-250 per campo, passano un paio di mesi e parto per l’Uganda. Il campo di volontariato ha questo titolo: “Sviluppo culturale in musica, danza e produzione”. Ho informazioni più dettagliate, ma parto comunque perplesso.

Arrivo a Kampala, Uganda, due giorni di preparativi e si parte – in dieci o più, fitti come galline in un pollaio, in un furgoncino piccolo e stretto, con un portapacchi carico come solo nelle nazioni del terzo mondo si può vedere -; destinazione campagne di Bukomero, a un’ora e mezza di guida da Kampala. Quando il furgone si arresta scendo di corsa a sgranchirmi le gambe e per poco non collasso. Pressato come una sardina in scatola, la circolazione si era dimenticata di passare per gli arti bassi.

Il posto lo trovo meraviglioso. Nella sua semplicità. Un paio di edifici ad un solo piano, tetti in lamiera. Tutto attorno alberi da frutto. Ma non come le nostre cultivar di pesco o albicocco. Alberi veri! Manghi, jackfruit ed una papaia. Niente elettricità, gas né acqua corrente. Un bel prato di fronte alle case, la cucina a legna indipendente dagli stabili e i bagni a latrine ad una ventina di metri, sul confine della proprietà. Ci abita una famiglia con quattro bambini, due maschi e due femmine, sembrano perfettamente classati per età con qualcosa tipo 2 anni di differenza, ed un ometto basso e muscoloso con un debole per le sbornie.

Tolto l’organizzatore del campo che sarà sulla trentina, sono tutti ragazzi di periferia, più giovani di me. Hanno quello stile lì, di quartiere. T-shirt lunghe delle squadre di basket, scarponi, pantaloni strappati, cappelli. Hanno gli Smartphone, le casse Bluetooth.

I primi giorni sono confuso. Che cos’è? Una vacanza a costi ridotti? I ragazzi sì, sono capaci nelle loro danze e nella loro musica, alcuni davvero dei fuoriclasse. Ma io qui che ci sto a fare, chi aiuto? I giorni passano, ci si esercita nelle attività, ma senza esagerare, poi sempre con approccio africano: io faccio quello che so fare alla mia maniera, tu cerca di copiarmi, è facile! Entro nel ritmo dell’Africa, questo con relativa facilità, e con un po’ più di fatica anche i ritmi dell’Africa entrano in me – tolto quello che poi, per ridere, era sulla bocca di tutti: tulu-ba, un personale fallimento.

Scopro l’Alberello dei Pensieri, sotto alla cui ombra della luce dorata del sole delle cinque, passo tra i momenti più pacifici e armoniosi. Conosco più da vicino i ragazzi e le loro storie e scopro che i vestiti li hanno comprati usati per due spiccioli, che gli smartphone sì, li hanno sudati per mesi perché qui costano poco meno che da noi, che in proporzione è un’enormità, ma se non ce l’hai il palmare in Uganda sei proprio un poveraccio. Scopro che la loro cultura è una non-cultura, frutto della velocissima disintegrazione delle loro radici popolari, delle tradizioni, e della sostituzione di queste con un sistema di valori fantoccio, costruito dall’invadente tzunami capitalistico che senza alcun freno sta producendo una società schiava, soprattutto nella mente.

In Africa conosco la storia di Paul, un ragazzo sveglio e intelligente, con un buon cuore, che per il sogno di vedere l’Europa ha lavorato durissimo per un anno, facendo della sua camera un pollaio a due piani con 400 polli. Per poi spendersi tutta la fortuna – che ad altri costa anni di lavoro – per curare il babbo alcolista che non vedeva da dieci anni e che è poi finito per morirgli in braccio. Ma non c’era giorno in cui Paul non dicesse “I love Uganda!”, un grande.

Entro più in confidenza con Keyics, il fuoriclasse del tamburo, che però dice di non poterne più del suo paese e di voler emigrare a fare fortuna. Ma che purtroppo non ha una benché minima idea di come giri il mondo fuori dall’Uganda e che mi auguro davvero che, se non costruisce prima un po’ di coscienza critica, quel mondo non lo sperimenti neanche. Ne verrebbe sopraffatto. E qui comincio a capire in che forma può arrivare il mio aiuto: conoscenza. Informazione e consapevolezza, sfatare miti, confronto.

Il sistema scolastico ugandese è tra i peggiori al mondo – dati reali, non una personale opinione. La percentuale di studenti che abbandonano l’istruzione già dalla scuola primaria è elevatissima (si parla di più dell’80%) e la prospettiva di riscatto per chi prosegue gli studi non è molto migliore. Il metodo istruttivo si basa sulla cieca memorizzazione e non viene in benché minima misura stimolata la capacità critica dello studente. Il mercato, per com’è ora, è già saturo; la popolazione dell’Uganda è esplosa da 7 a 37 milioni negli ultimi 50 anni. Con le capacità di analisi e le conoscenze acquisite grazie all’istruzione, nonché con gli esempi che offre la quotidianità, è praticamente impossibile che un giovane riesca ad uscire dalle piste dell’economia di sussistenza da cui proviene.

Questi ragazzi, qui sono volontari. Non ricevono soldi, al massimo mangiano e dormono a gratis. Alcuni però hanno fatto quintalate di campi di volontariato e vedono l’ente locale che collabora con lo SCI come una seconda casa. Il confrontarsi con i volontari internazionali, con altre realtà, apre loro gli occhi, rimuove il velo di ignoranza con cui sono cresciuti, gli offre opportunità. E c’è chi queste chances le ha sapute cogliere. Uno di questi si chiama Abas, ed è l’organizzatore del campo. Ora vi racconto la sua storia, sembra un po’ una favola perché ha un lieto fine.

Abas nasce in Uganda, Africa, nei primi anni ottanta, gli anni di guerra civile. Povera Uganda. Solo nel 1962 riceve l’indipendenza. Gli inglesi, prima di liberare, eleggono Mutesa – il re della tribù Baganda, la più potente del paese – presidente, con il compito di formare un governo composto di rappresentanti delle numerosissime tribù presenti sul territorio. In questo governo entra anche Obote, della tribù Lannì. È lui, tempo dopo, a deporre Mutesa con un colpo di stato, mandarlo in esilio fuori dall’Africa, in Inghilterra e probabilmente a ordinarne l’uccisione, che avviene due anni più tardi per avvelenamento. Avviene però che nel 1972, durante una visita di Obote a Singapore, il generale Idi Amin prende il potere e consiglia al suo ex-presidente, per telefono, di non tornare a casa se ci tiene alla pelle. Amin, scarsamente educato, violentissimo braccio destro del precedente governo Obote, governa con pugno d’acciaio. Fino al ’79 quando, guarda un po’, Obote, appoggiato dalla Tanzania, entra in Uganda con un’azione militare e depone Amin. È a questo punto che entra nel gioco il giovane Museveni, l’attuale presidente. Nel nome della democrazia, Obote indice delle elezioni, ovviamente pilotate, e sale di nuovo alla presidenza. Museveni esce dal governo, si porta dietro sei fedeli e si dà alla macchia. Si reca di casa in casa e comincia a reclutare un esercito di resistenti il NRA, National Resistance Army.

Le truppe di Obote intanto seminano il panico nel paese. Stuprano indisturbate, uccidono chiunque non dia informazioni sull’ubicazione dei resistenti, poco importa se lo sai davvero o no. Questo fa sì che Museveni trovi grande accoglienza fra i civili. Ordina a questi di abbandonare le proprie case e fuggire nelle campagne, i maschi di ogni famiglia vengono reclutati in cambio di protezione. Si instaura un sistema di informazione sotterranea, del quale il padre di Abas fa parte. Abas passa i primi anni nascosto nelle colline di Bukomero, il paese vicino al quale si è svolto il campo di volontariato. La sua casa è lontana, ma la famiglia ha dovuto abbandonarla. La vita è durissima. Dormono nei cespugli. Grazie a Dio siamo all’equatore e almeno non fa troppo freddo.  Molti muoiono di stenti, le condizioni igieniche sono inesistenti, tanti i cadaveri a cielo aperto. Le malattie pullulano.

Nel 1985 Museveni ce la fa. Il NRA sconfigge le truppe governative. Molti sono quelli che all’ultimo fanno il voltafaccia e lasciano Obote sprovvisto di un esercito. A questo punto l’Uganda è in ginocchio. Le epidemie sono al loro picco e il numero di dottori è ridotto. Arrivano le Nazioni Unite e gli aiuti internazionali, ma il numero di medici non basta comunque. Allora vengono istruiti civili a una sorta di primo-controllo, sveltendo il lavoro dei medici. E di nuovo il padre di Abas è uno di questi.

La famiglia raggiunge i 12 figli, ma non ha modo di mantenerli. Abas esce di casa a 16 anni, è sulla strada. Comincia a frequentare un garage dove si siede e osserva il lavoro dei meccanici. Così impara il lavoro a sua volta. Mi fa pensare al processo di insegnamento dell’arte del sushi in Giappone. L’allievo osserva attentamente il sushi master per due anni, durante i quali non scambia una parola col maestro. Al termine dell’apprendistato è pronto ad esercitare l’arte.

Poi Abas incontra UPA, Uganda Pioneers Association, l’ente locale che collabora con lo SCI. Ne abbraccia una branca, UPACT: UPACulturalTroupe. Ma il coordinatore del tempo ha una malagestione dei fondi e finisce per affondare il progetto. Abas intanto lo ha già abbandonato ed è riuscito a convincere il suo collega Ronnie a creare un progetto loro stessi. Ogni settimana mettono da parte tremila scellini a testa, circa un euro. Presto si aggiunge un terzo. Fondano il MCA, Music and Culture Africa. Il padre di Ronnie gli dona il garage di casa come quartier generale. I giovani del circondario cominciano ad affluire, magari a partecipare economicamente per come possono. Le cose si mettono in moto.

Poi un giorno Ronnie prende un’altra direzione, il padre richiede indietro il garage e tutto svanisce.
Passa il tempo, Abas è ragazzo-padre da quando ha vent’anni, ha una grossa responsabilità su di sè e non può permettersi di rischiare ancora. Lascia perdere i suoi sogni. Passa il tempo, e un giorno, per strada, Abas incontra un membro di UPACT. “Sai che il coordinatore non si fa più vedere da tempo?” gli dice questo. “Noi siamo un po’ alla deriva e nessuno vuole prendere la leadership”.

Abas se lo ricordano come quello che ha buone idee, che mette in moto tante cose. Così lo pregano di tornare, anche se il progetto è stagnante, non ha più fondi e pochi membri rimasti. Abas si ricollega con UPA e riprende a offrirsi per campi di volontariato di vario tipo. Conosce un ragazzo danese, entrano in confidenza e questo gli propone di accompagnarlo in viaggio come guida. Gli paga tutto e gli dà anche qualche soldo per ogni giorno di viaggio. Così, alla guesthouse dove risiedono parte dei volontari occidentali, si sparge la voce che Abas è una buona guida. Il secondo ingaggio gli arriva per otto persone. Organizza tutto meticolosamente. Fa un preventivo e noleggia una macchina. Poi giunge l’aiuto di una ragazza, sempre danese. Gli prepara dei volantini che distribuiscono al teatro nazionale in occasione degli eventi. Le offerte arrivano.

Oggi Abas non lavora più come meccanico, ha aperto un mutuo e ha comprato un bel furgone 4×4 per i safari, fa la guida e servizio taxi per il volontari in Africa, a tempo pieno. È il nuovo coordinatore di UPACT e tanti ragazzi hanno ora abbracciato il progetto. La troupe che ha formato in Africa è in grado di esibirsi ed è già stata ingaggiata per eventi privati. Un membro ha allestito un piccolo allevamento di animali dove i giovani del gruppo lavorano. I margini di guadagno sono minimi, ma è solo l’inizio.

Poi è venuto il giorno conclusivo dell’attività, quando tutti, africani e non, ci si è esibiti al teatro nazionale di fronte a tanta gente. Tutto è andato a meraviglia e Abas era così commosso che nel congratularsi aveva gli occhi lucidi e si ripeteva in continuazione. Mi ha presentato la sua ragazza. Belga. È venuta un anno e mezzo fa come volontaria e non è più ripartita. Io, sull’onda di Abas, non facevo altro che ripetermi “se lo merita”.

Kurdistan, bambini del Sur e bambini del Sole: il racconto di Francesca

Kurdistan, bambini del Sur e bambini del Sole: il racconto di Francesca

Il racconto della volontaria Francesca Fulgoni, che nell’ottobre 2016 ha partecipato a un campo di volontariato SCI nel distretto di Sur e nel campo profughi di Fidanlik, Diyarbakir. Il progetto prevedeva giochi di strada e laboratori con i bambini.

Bambini del “Sur” e bambini del “Sole”

Sono partita per il campo di volontariato a Diyarbakir, senza quasi conoscerne la posizione. Sì Turchia, ma dove? Sì Kurdistan, ma dove? Diyarbakir, “Amed” in curdo, città centrale della Regione Curda, si trova a sud-est della Turchia, vicino al confine siriano ed iracheno. Da secoli terra di conquiste, è bagnata dal fiume Tigri. Avevo sentito racconti di amici venuti più di una volta a fare campi di volontariato. Avevo visto un breve video-collegamento, durante la formazione dello SCI, dove i volontari e il coordinatore del campo curdo parlavano della situazione, dell’accoglienza, della condivisione, dei diritti umani.

Avevo sentito parlare dei curdi, ma non avevo mai approfondito l’argomento. Tra le mille cose da fare, non ci può stare tutto tutto. Ma il tutto ora mi incuriosiva: chi sono i curdi? Come vivono?

Così ho deciso, all’ultimo momento, di partire per il campo. E infatti sono stata l’ultima dei volontari ad arrivare, ma che accoglienza!

All’uscita dell’aeroporto di Diyarbakir, nuovo di pacca, mi sono ritrovata con due ragazzi curdi, con poche parole di inglese e un volontario italiano che mi ha subissato di informazioni per tutto il tragitto dall’aeroporto alla guest-house, mentre io guardavo fuori dal finestrino, cercando di capire dove fossi atterrata. Lungo la strada abbiamo incontrato dei posti di blocco. Ho pensato che lo stato di emergenza post tentato golpe del 15 luglio si facesse sentire. In realtà, non è solo quello. In questo angolo di Turchia le tensioni sociali sono sempre state alte. Una guerra civile si è svolta nel centro di Diyarbakir tra dicembre e marzo del 2015, è durata per più di 100 giorni.

Arrivata nella guest house, c’erano tutti gli altri volontari ad aspettarmi per la cena. Tutti molto più informati di me sulla situazione, sulle condizioni. Io ascoltavo e mi guardavo intorno per capire dov’ero e con chi avrei trascorso i prossimi dieci giorni, 24 ore su 24. È un campo sperimentale, i volontari erano solo italiani. Sei in totale, compresa me. Un gruppo bello variegato per età e per esperienze.

Cosa si doveva fare al campo? Un lavoro di animazione con i bambini: per metà del campo saremmo stati con i bambini del “Sur” e per l’altra metà con i bambini del “Sole”. Chi sono questi bimbi?

I bambini del “Sur”

I bambini sembrano sempre tutti uguali, nella loro innocenza e voglia di vivere. I bambini del “Sur” abitano nel centro storico di Diyarbakir, ricco di moschee, chiese armene, mercati, caravanserragli, negozi, caffè e abitazioni storiche, ma anche molto popolari. Il Sur è stato il centro delle lotte di inizio anno. Ora circa un quarto della città vecchia è chiusa, disabitata, circondata da barricate e sorvegliata. Gli abitati sono stati “sgomberati” e non è ancora chiaro che cosa ne sarà di quella parte della città. Fa un certo effetto camminare lungo la via del centro della città con gente che si muove come formiche, di qua e di là, e vedere tanto controllo, filo spinato e zone completamente chiuse. Pensare che lì ci abitavano famiglie intere, mentre ora non possono più vivere dove sono nati. Lo chiamano lo stato di emergenza. Forse io non ne ho mai vissuto uno e non so bene di che cosa parlo, ma mi è sembrato tutto molto strano, un po’ surreale. Mi è sembrato tutto molto ingiusto.

Gli insegnati e poi i bambini ci hanno accolto con sorrisi e voglia di condividere, di stare insieme. Abbiamo giocato con loro a “un due tre stella”, abbiamo giocato con loro con la polaroid scattando foto alle cose a loro più care. In molti hanno scelto la loro maestra. Abbiamo dipinto il muro del giardino del centro con un murales collettivo, ideato dai più artistici del gruppo, che rappresentava tanta gente, un arcobaleno, degli alberi, un sole e la scritta “aşîtî”, che in curdo vuol dire “pace”. Sulle magliette della gente del murales erano dipinte le lettere dell’alfabeto curdo:  î, ê, û , Q, X, W. Lettere che per anni sono state proibite, come la lingua curda.

Spero sia piaciuto a loro come è piaciuto a me. Spero che in mezzo alla guerra che hanno vissuto, i sorrisi di gente lontana, ma in fondo uguale a loro, con la semplice voglia di stare insieme e condividere il tempo, gli rimanga di ricordo. A me rimarrà di sicuro, insieme agli anelli donati come regalo dalle bimbe.

Durante il nostro campo il sindaco e cosindaco di Diyarbakir sono stati arrestati. Se lo aspettavano. Dopo il tentato golpe del 15 di luglio, sono state arrestate molte persone in Turchia: giornalisti, professori, esponenti politici. Abbiamo visto la città “scossa”, arrabbiata e turbata. Mentre camminavamo per la città, probabilmente tra i pochi stranieri presenti, le polizia ci ha fermato, ripreso e fotografato, oltre ad aver eseguito il consueto controllo dei passaporti. Ci hanno chiesto se eravamo giornalisti. Ci hanno lasciati andare, noi eravamo dei semplici volontari. Rimaniamo però testimoni, nostro malgrado, di quello che hanno visto i nostri occhi.

I bambini del “Sole”

I bambini yazidi del campo profughi di Fidanlik(1), vicino a Diyarbakir, vengono dal Sinjar, Kurdistan Iracheno. Sono stati afflitti dall’ennesimo genocidio condotto dalle forze dell’ISIS il 4 agosto del 2014. Di genocidi nei loro confronti ne hanno contati ben 74, negli anni. Sono riusciti a scappare dalle loro terre durante l’estate, sotto 45° di caldo. Li chiamano i bambini del “Sole”, in riferimento a una delle divinità yazide.

Ci hanno detto che sono quattrocento i bambini del campo. Molti di loro vogliono imparare l’inglese, guardano al futuro. Alcuni di loro, conversando con me in inglese, mi raccontano che hanno iniziato a impararlo da soli, non c’è scuola per loro. Jamal, un ragazzo del campo, ha iniziato a fare lezioni di inglese, in maniera informale ma molto partecipata. Siamo andati ad animare un po’ le sue lezioni. Abbiamo creato, disegnando una ad una le carte, un piccolo memory con vocaboli in inglese. Non avevamo considerato che i tavoli della scuola erano di vetro e più che giocare, dopo la lezione di vocabolario d’inglese, mi sono ritrovata a rimproverare i bimbi che si chinavano con 5mila scuse differenti sotto il tavolo, a sbirciare le carte. Erano molto belli!

Durante una pausa nel giardino retrostante, vedo in lontananza una ragazza bellissima, seduta da sola ad un tavolo di legno. Dopo pochi minuti mi si avvicina, due occhi scuri, profondi ed intensi mi guardano. Inizia a parlare lei, si presenta, mi chiede il mio nome, con un modo di fare maledettamente naturale. Lo stesso modo di fare che ho ritrovato in molti volti curdi incontrati. Mi racconta che viene da Sinjar, è venuta al campo per pochi giorni a trovare i sui genitori che vivono qui. Poi tornerà in Iraq a lavorare per una ONG che sostiene le persone rimaste là. Lei ha imparato l’inglese da sola. Lo parla stupefacentemente bene. Mi racconta che lavora con le donne catturate dall’ISIS e poi liberate. Mi racconta, mi racconta che un giorno una donna le chiede un favore, uno solo. Le chiede: “Possiamo ballare insieme?”. Durante la cattura non si poteva cantare, non si poteva ballare, non c’era musica, era tutto vietato. Voleva ballare per liberarsi, come se fosse stata morsa dalla tarantola, come se la musica e le canzoni fossero state il suo sangue, la sua vita. Voleva dimenticare e rinascere.

I bambini giocavano con noi. Gli abbiamo lasciato le fotocamere e si sono divertiti. Le foto fatte da loro, sono bellissime.

 

Al ritorno, più confusa che mai, sull’aereo verso casa, pensavo. Pensavo a come la libertà di espressione sia un diritto umano fondamentale. Pensavo che impedire a un popolo di esprimersi con la sua lingua e con le sue tradizioni sia un crimine. Qui la cultura tramandata parla di cantastorie, parla di musica, di canzoni, di danze, una cultura orale nata prima di Cristo. La religione yazida è antecendente la nascita di Gesù. È come se a un Fiorentino togliessero Dante e la cupola di Brunelleschi, ai Romani il Colosseo e i filosofi antichi e così via… È come se togliessero le radici al nostro albero.

Terra di conquiste, terra di gente che è abituata a lottare e resistere per salvaguardare la propria identità e riconoscerne il diritto a tutti gli essere umani.

(1) Oggi il campo profughi è stato delocalizzato. Per approfondire: http://www.uikionlus.com/la-delocalizzazione-degli-yazidi-nel-campo-di-fidanlik/

Olanda, volontariato in un centro per richiedenti asilo

Olanda, volontariato in un centro per richiedenti asilo

La testimonianza di Rosario Scollo sulla sua esperienza di volontariato in Olanda. Il campo prevedeva attività con i bambini ospiti del centro per richiedenti asilo di Nijmegen.

Quest’estate ho vissuto una bella esperienza di volontariato che mi fa piacere condividere per stimolare anche una breve riflessione sull’impegno sociale di noi cittadini. Da anni assistiamo inerti alla guerra civile in Siria e alle drammatiche conseguenze dell’arrivo dei migranti sulle nostre coste, così ho pensato di conoscere meglio questa triste realtà partecipando a un progetto SCI.

Così individuo un interessante campo che si svolge in agosto in Olanda, un campo di volontariato che prevede animazione con i bambini rifugiati siriani ospiti a Nijmegen. Da Catania c’è un volo diretto per l’Olanda e prima di arrivare a destinazione decido di fare il turista per qualche giorno. Ad Amsterdam sono ospite di Marilou, una volontaria olandese dello SCI che abita nel quartiere Joordan, famoso per la presenza della casa di Anna Frank, che sicuramente è il museo più visitato d’Olanda perché ha sempre lunghe code dalla mattina alla sera. Invece a Utrecht, grazie alla conoscenza casuale su CouchSurfing, sono ospite di Harrie, un tecnico informatico che, vivendo solo, da tempo ospita due rifugiati siriani ed è una persona molto aperta ai giovani che ospita continuamente.

Il tempo nel Nord Europa non è clemente e piove sempre. Siamo un gruppo di 12 persone (dai 18 ai 48 anni) provenienti da Francia, Grecia, Italia, Olanda, Polonia, Romania, Spagna, Svizzera che viene ospitato nella zona residenziale di Nijmegen, città di circa 170.000 abitanti che si trova vicino al confine con la Germania, nota per la presenza della prima università cattolica dell’Olanda. Si arriva singolarmente e si prende confidenza con il posto, un’ampia sede scout munita di tutti i servizi che da noi difficilmente si trova. Il giorno successivo ci rechiamo presso una ex caserma che oggi ospita un centro per richiedenti asilo – circa 400 persone – e facciamo la conoscenza di Gerda, responsabile dell’associazione locale De Kleurfabriek (la fabbrica del colore), che ha sviluppato il progetto insieme al Coa (organizzazione governativa per l’immigrazione) e ci spiega il lavoro che ci attende. Io, Evgenia, Maria, Serafina, Lena, Emma, Rafael, Katarzyna, Shirley, Nerea e Marthe saremo impegnati per due settimane nel fare attività di animazione con un gruppo di 25 bambini (dai 6 ai 15 anni) presso la sede scout che ha un ampio prato dove giocare all’aperto. Sono previste 6 ore di lavoro al giorno, dal lunedì al venerdì, mentre il fine settimana è libero per conoscere meglio il territorio (il volontario Burt è stato gentilissimo perché sempre disponibile a darci consigli).

Si inizia alle 10 con l’accoglienza dei bambini che vengono accompagnati dai genitori in bicicletta, si fanno attività per 2 ore, pausa pranzo di circa un’ora a mezzogiorno e si continua sino alle 16. In un primo momento si era pensato di realizzare una piccola recita ma l’idea viene scartata a causa della lingua, così ci orientiamo su attività pratiche come la realizzazione di spille, braccialetti intrecciando fili di lana colorati, origami, fiori e altri semplici oggetti di carta colorata intagliata, attività gradite dalle bambine, mentre i bambini preferiscono fare calcio o giochi all’aperto.

I maschietti sono quelli più irrequieti, che tendono a litigare spesso tra loro e gli adolescenti non riescono a lavorare insieme nel gruppo. Un paio di volte ho sorpreso due bambini soli intenti a disegnare uomini che usano armi e ciò significa quanto sia stato traumatico lasciare un paese in guerra dove non ci sono prospettive.

Così pian piano facciamo la conoscenza di bambini che vengono da Siria (Ibrahim e il fratello Ziad, Hamza e il fratellino Sam, il timido Mochless, il monello Zaid che tirava sempre calci, la timida Shaza e il fratello Dia molto gentile, Ruby che ama ballare, Judy, Hala), Palestina (i due piccoli Mohammed, Hamza che ama il calcio), Afghanistan (Hasan), Algeria (Altafass con la sorellina Helen), Sierra Leone (Kadija).

Abbiamo avuto l’occasione di fare un pranzo e una cena presso il centro richiedenti asilo, due momenti che ci hanno permesso di scoprire le storie di alcuni adulti che ci hanno raccontato del loro viaggio periglioso (ricordo come questo discorso sia nato con Amira – una nonna che ci aiutava nella preparazione del pranzo per i bimbi – semplicemente disegnando su un foglio bianco una mappa dell’Europa), della loro sfiducia verso la politica internazionale nella soluzione del conflitto, del dolore per aver lasciato tutto e la difficoltà di ricominciare una nuova vita in un paese straniero, della speranza di dare una nuova vita e un futuro ai propri figli. Momenti davvero toccanti che insegnano quanto sia importante mettersi nei panni dell’altro e capire che la storia di queste persone ci riguarda da vicino, perché solo nell’accoglienza dell’altro – come ci insegna il filosofo francese Lèvinas – possiamo capire noi stessi e superare l’angoscia del vivere.

Ogni campo è occasione di crescita. Come volontario e attivista SCI nella provincia di Catania invito a fare simili esperienze perché arricchiscono enormemente e ci fanno vedere il mondo con altri occhi, attraverso la gioia dell’incontro con culture diverse.

Nel bel mezzo del Kenya: racconto di un campo a Kiburanga

Nel bel mezzo del Kenya: racconto di un campo a Kiburanga

Il racconto di Samantha Scalvi della sua estate nel villaggio di Kiburanga, Kenya, durante un campo di volontariato SCI.

Basta un attimo, basta un solo attimo che la mia mente ritorna a 5 mesi fa…
Vedo i colori, lʼenergia, il sorriso dei bambini, i visi segnati, gli sguardi profondi, la musica, la convivenza, la semplicità, il calore delle persone, gli odori,il fuoco, la solidarietà, la povertà, la sofferenza…
Questo racchiude le tre settimane passate nel villaggio di Kiburanga.

Eravamo 15 volontari europei, ritrovatisi nel bel mezzo del Kenya. Ancora niente si conosceva, né di noi e né di quello che ci aspettava. Ospitati da una famiglia locale, che ci ha fatti sentire dal primo momento come se fossimo a casa, è stato lì che ci siamo resi conto, per quanto possibile, come si potesse vivere in condizioni di povertà e solidarietà. Lʼunica fonte dʼacqua era una piccola sorgente che si trovava nelle vicinanze e insieme, ogni mattina, ci dividevamo per andarla a raccogliere con i secchi; quella era lʼacqua che ci doveva bastare per lʼintera giornata.

Ricordo i miei risvegli con una grande necessità di bere, come se non bastasse mai quella che avevo, ma questa mancanza veniva ripagata con una grande colazione che ci aspettava ogni mattina, preparata da noi e dai volontari locali, ricca di frutta raccolta nei campi e the allʼinglese: era così, pieni di energia, che iniziavamo la nostra giornata!

Ogni giorno si percorreva quella stradina in mezzo alla campagna attraversata da mucche, capre, cani, galline, e famiglie che ci salutavano dalla loro porta di casa, che ci portava al campo dove avremmo incontrato i bambini e lavorato per la costruzione di una classe per una scuola elementare e la sistemazione del campo stesso. Le giornate le trascorrevamo principalmente con i bambini: disegnavamo, cantavamo, giocavamo a calcio, saltavamo la corda, facevamo teatro e altri giochi ricreativi e alla fine di ogni giornata concludevamo con una canzone per salutarci tutti insieme.
Ricordo i disegni fatti dai bambini che rappresentavano i loro sogni, come quello di avere una bella casa, avere il cibo a sufficienza e poter prendere lʼaereo. Li guardai molto commossa…

Ricordo come erano felici nel vederci e passare la giornata con noi a giocare. Erano semplici nel loro essere, ti guardavano e sorridevano, sempre! Mi trasmettevano la loro energia e nello stesso tempo me la esaurivano, erano sempre attivi e con voglia di fare, si inventavano giochi con semplici oggetti o canzoni. Sono stati loro, soprattutto, ad insegnarmi che nella vita bisogna accontentarsi di quello che si ha, che si può vivere senza quello che la società ormai ci impone di avere e che le cose bisogna guadagnarsele faticando, perché niente arriva da solo.

Dopo una sola settimana a Kiburanga, la maggior parte delle persone del villaggio ti conosceva e il saluto avveniva sempre con un: “Jambo” e una stretta di mano, sia con i bambini che con gli adulti. È così che in sole tre settimane ti sentivi parte integrante di un piccolo villaggio, con la sensazione di sentirsi accettata e non essere fuori posto. Ricordo quando comincia a camminare anch’io a piedi nudi niente più mi preoccupava dello sporco sulla mia pelle o di quello che avrei potuto calpestare – perché fu lì che mi resi conto di aver preso la consapevolezza di come stavo interiorizzando certe usanze di una cultura diversa dalla mia.

Ricordo che la sera quando tornavamo a casa, dopo lʼimbrunire, il villaggio era illuminato solo dalla luna e dalle stelle, lʼatmosfera era molto diversa, a volte pioveva, iniziava ad esserci più freddo, le famiglie rientravano tutte nelle loro case e noi volontari avevamo difficoltà a orientarci anche con le torce, a differenza degli altri ragazzi che essendo abituati al buio, si muovevano con famigliarità e agilità.

Ricordo gli odori molto forti durante le visite nelle case delle donne, momenti molto interessanti che ci hanno dato lʼopportunità di conoscere da vicino le loro storie. Anche le cene sono state occasione di scambio culturale, perché in base alle nostre nazionalità si cucinava qualcosa di tipico, così da poter conoscere nuovi sapori. Si concludeva la giornata con un bellissimo falò e canti, era il momento dove emergevano le nostre riflessioni, paure, dubbi, stati dʼanimo e punti di vista che venivano condivisi con tutti i volontari.

E ora, scrivo queste ultime righe sul treno, tratta Bergamo-Milano. Ho una famiglia africana seduta davanti a me, li guardo e mi fermo a ricordare I miei occhi si riempiono di nostalgia, i ricordi si fanno sempre più intensi e la voglia di ripartire e riabbracciare ancora tutti, è tanta!

Mai dimenticherò tutto ciò che mi hanno trasmesso, lʼarricchimento grazie a queste grandi diversità e il segno che hanno lasciato dentro il mio cuore.

A presto Kiburanga!

Vite di speranza: racconto di un campo di volontariato in Palestina

Vite di speranza: racconto di un campo di volontariato in Palestina

L’articolo è stato scritto da Tommaso Pedrazzini, che nell’estate 2016 ha partecipato a un campo di volontariato in Palestina, presso la fattoria “Tent of Nations”, a qualche chilometro da Betlemme. Le foto sono state scattate da Tommaso Padrazzini e da Stefania Ordanini.

Siamo chinati a scavare buche di fianco alle viti appena nate.

Alla giusta distanza dal tronco, tra i sassi e la terra secca, creiamo lo spazio per versare la dose d’acqua settimanale, che tiene in vita le piante e le spinge a rafforzare le radici.

L’acqua, raccolta durante le piogge invernali, viene trasportata al vigneto con un trattore, giù dal pendio con delle manichette e lungo i filari a mano, dentro cisterne di plastica che non potrebbero pesare più di così.

È un lavoro faticoso. Solo uno dei tanti che Daher e suo fratello Daud devono fare ogni giorno, per tenere in piedi la loro fattoria.

Non si tratta solo della dura vita del contadino, della costante lotta contro la siccità o la grandine. Qui, in Palestina, permettere a quelle viti di diventare grandi, vuol dire difendere il proprio diritto ad esistere.

Se la terra rimane incolta per troppo tempo, lo stato di Israele la reclama come demaniale, per costruire altre colonie o impiantare delle coltivazioni destinate a chi vive dall’altra parte del muro.

E spesso coltivare non basta. Un attimo di distrazione ed è capitato che le piante prendessero fuoco o i campi venissero distrutti. E con essi il futuro di chi a lungo e con fatica li aveva coltivati.

È l’aspetto più meschino e violento di una politica opprimente che permea ogni aspetto della vita quotidiana.

La fattoria sorge a pochi chilometri da Betlemme, ma per arrivarci in macchina bisogna farne molti di più, perché le ultime centinaia di metri sono bloccate da massi e macigni, “dimenticati” dal governo israeliano.

Lo stesso governo che impedisce la costruzione in Palestina di nuovi edifici o di collegamenti elettrici e idraulici e che, laddove le tubature arrivano, ogni tanto devia i flussi d’acqua dai rubinetti delle case palestinesi alle piscine delle colonie israeliane.

Una sequela di piccole oppressioni e pressioni psicologiche che costantemente, giorno dopo giorno, fiaccano le energie e le speranze di un popolo che non riesce nemmeno più a chiedersi perché tutto questo stia succedendo.

Ed è proprio perché questa guerra si combatte su questo piano, che si rivelano preziosi gli sforzi di Daher e Daud, che provano ad aggregare, invece che dividere, che seminano invece che sradicare e che rifuggono la violenza e l’ira improduttiva.

“Rifiutiamo di essere nemici” è lo slogan di Tent of Nation, la loro fattoria. Non è facile, certo, né è sufficiente per riportare pace e giustizia in una terra devastata dall’odio e da un’occupazione decennale e priva di pietà. Ma è una pietra, come quella in cui è incisa questa frase, che fa da solida base su cui pensare ad un futuro altrimenti inimmaginabile.

A Betlemme ce l’hanno proprio detto. Loro, che ogni giorno portano a mano l’acqua a quelle fragili piante di vite, tengono in piedi e ravvivano le speranze di un popolo intero.

 

Thailandia, campo di volontariato nell’isola di Koh Yao Yai. Il racconto di Gaia

Thailandia, campo di volontariato nell’isola di Koh Yao Yai. Il racconto di Gaia

L’articolo è stato scritto da Gaia Garau, che nell’estate del 2016 ha partecipato a un campo SCI in Thailandia. Il progetto prevedeva l’insegnamento dell’inglese in una scuola elementare nell’isola di Koh Yao Yai. Questo il racconto della sua esperienza.

La luce dell’alba filtra tra le foglie degli alberi ed entra dalla finestra. La musica che viene diffusa dai megafoni della scuola, invade la piccola infermeria adibita  a dormitorio.  Io e Moon apriamo gli occhi avvolte nelle nostre zanzariere. Iniziamo così ogni giornata nel nostro campo.

Mi servono pochi attimi per ricordarmi che qualche mese prima, dopo le giornate di formazione con lo SCI Sardegna, ho deciso di partire come volontaria.

Moon è arrivata da Taiwan ed è con me dal primo giorno, da quando il nostro gruppo di volontari provenienti da ogni parte del mondo, è stato suddiviso in tutte le scuole primarie dell’Isola di Koh Yao Yai. Due mondi diversi uniti dal comune entusiasmo di essere due maestre di inglese in Thailandia. Con Moon ho condiviso la mancanza di una doccia calda, la mia fobia per gli insetti giganti, le serate dentro l’aula professori a sviscerare le differenze fra i nostri due Paesi, fra i valori della cultura asiatica e quella europea.

Esco dalla stanza e percorro il vialetto che mi separa dall’aula professori. Gli studenti stanno già arrivando e mi salutano sorridenti, inchinandosi con rispetto. Mi sembra così buffo perché loro sono in divisa e io ancora in pigiama. Sophia, la maestra di inglese che ci ha accolte nella sua scuola mi porta riso e zucchero di canna per colazione. Colpa mia che il giorno prima avevo provato a chiedere qualcosa di dolce.

Le giornate scorrono tra l’insegnamento e le passeggiate in spiaggia nel tempo libero. Dopo la scuola alcuni dei bambini tornano da noi. Ridono come matti, mentre cercano di insegnarmi la corretta pronuncia delle parole in Thai.

Il tempo è scandito dagli orari della scuola e della preghiera. A Koh Yao Yai vive una comunità di fede islamica. La prima volta che vedo i bambini pregare nella moschea della scuola rifletto su quanto sia triste essere spaventati da ciò che non si conosce. Mentre sono lì è in corso la polemica tutta europea sul Burkini. Cerco di spiegarne le ragioni a Sophia che non ne capisce il senso. Non la biasimo e mentre mi tuffo in mare vestita e gioco con i miei bambini penso che non mi sono mai sentita più libera di così.

Nelle due settimane in Thailandia apprendo il vero significato della parola “condivisione” e imparo migliaia di cose dai bambini, dagli insegnanti, dai volontari. Allo stesso modo cerco di trasmettere quello che posso agli altri.

Le ore trascorrono lente eppure le due settimane volano. Mi lasciano dentro un mondo che non potrò mai dimenticare. L’ultimo giorno di scuola gli altri insegnanti mi chiedono di fare un discorso davanti a tutti gli studenti della scuola. In preda all’emozione la cosa più importante che riesco a dire è: ”Viaggiate, viaggiate attraverso il mondo e sentitevi liberi di essere voi stessi. Apprendete ciò che potete e cercate di sconfiggere ogni pregiudizio”.

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