Dall’Italia ad Ambon: un messaggio d’amore per gli oceani

Dall’Italia ad Ambon: un messaggio d’amore per gli oceani

La lettera è stata scritta da Angelica Radicchi (partita come volontaria presso il campo “Seeds of Peace”, svoltosi lo scorso luglio in Indonesia, presso la città di Ambon) e pubblicata su un quotidiano locale come appello alla popolazione ad accrescere una sensibilità ecologista relativa all’inquinamento della plastica nell’oceano.
Angelica, un giorno portata in visita da un amico indonesiano in una “delle spiagge più belle di Ambon”, rimane fortemente colpita dal fatto che sia completamente ricoperta di plastica e rifiuti. Insieme, si rimboccano le maniche e iniziano a ripulire quello che possono con le forze che hanno. Postando alcune foto su Facebook per denunciare lo stato della spiaggia, vengono notate da due giornalisti di un quotidiano locale, che le chiedono quindi un’intervista.
L’articolo è stato scritto in inglese e tradotto in indonesiano. Lo pubblichiamo oggi nella versione italiana.

Sono arrivata ad Ambon il 15 luglio per lavorare come volontaria per il progetto “Seeds of Peace”, il quale aveva come obiettivo raccogliere insieme bambini e bambine musulmani e cristiani nell’attività di semina delle piante, volta ad insegnare loro l’importanza della condivisione e del mantenimento della pace. Ho passato momenti bellissimi con tutti gli amboniani e con quei bambini e bambine davvero brillanti che mi hanno fatto sentire a casa, anche se da casa ero lontana migliaia di chilometri. Inoltre, grazie al lavoro svolto dal coordinatore del progetto, sono riuscita a visitare molti posti belli; ma, sfortunatamente, durante il mio soggiorno mi sono ritrovata anche a confrontarmi con delle questioni molto spinose. Una tra queste è l’inquinamento causato dalla quantità di plastica presente nell’oceano. Questo gigantesco problema è il motivo per cui ora sono di fronte al mio portatile e scrivo quest’appello rivolto a tutta la popolazione di Ambon. Proprio perché sono tanto grata per tutto l’amore che ho ricevuto dalla vostra comunità, dove ho vissuto e ho incontrato persone splendide, vorrei fare un gesto in ritorno raccontandovi la mia esperienza e ciò che penso che possiate fare per la vostra terra bellissima.

Un giorno ho visitato uno dei posti più belli di Ambon: la spiaggia Natsepa. Era completamente coperta di bottiglie di plastica, buste di plastica, scarpe, e molto altro. Ho deciso di raccoglierne un po’ e di postare le foto su Facebook con la speranza di diffondere la consapevolezza sulle conseguenze del gettare l’immondizia nell’oceano. A causa di questo comportamento irresponsabile, molti pesci e molti uccelli mangiano accidentalmente la plastica: molti poi muoiono, o finiscono sulla nostra tavola. I pesci spesso scambiano le buste di plastica per delle meduse e per questo le mangiano. Una bottiglia di plastica impiega circa 200 anni a decomporsi: ciò significa che che le bottiglie che usiamo quando siamo vivi staranno ancora galleggiando nell’oceano quando saremo morti ormai da tempo.

A partire da quel momento, il coordinatore del campo ed io abbiamo deciso di dedicare parte dei nostri incontri con i bambini nelle scuole per spiegare l’impatto ecologico che ha la plastica nell’oceano. Abbiamo mostrato alcuni video realizzati da un biologo che apre la pancia piena di pezzetti di plastica di un uccello morto. Abbiamo poi spiegato come ridurre il consumo di plastica, ad esempio utilizzando una borraccia (che può essere di volta in volta riempita con acqua potabile) al posto delle bottigliette di plastica, o utilizzare buste di tela per fare la spesa invece che quelle di plastica del supermercato.

Mantenere l’ambiente pulito è importante per molte ragioni: la nostra salute, il rispetto per l’ecosistema marino, la bellezza delle spiagge e infine, ultimo ma non meno importante, un investimento importante per attrarre più turismo. Se volete che gli stranieri si innamorino dei vostri paesaggi favolosi, dovete innanzitutto amare la vostra terra e mantenerla bellissima e pulita. Potete lasciarvi ispirare da alcune organizzazioni indonesiane il cui obiettivo è proprio la protezione dell’ambiente. Nella mia opinione, tutte le scuole dovrebbero promuovere attività di volontariato per gli studenti, e non soltanto riguardo all’ambiente. Il volontariato insegna come essere solidali, come amare gli altri, e come essere buoni cittadini. Proprio per incoraggiare i bambini e i giovani ad essere bravi in questa missione, le scuole dovrebbero scegliere di premiare il loro impegno in una valutazione positiva al termine dell’anno scolastico. Ma sono certa che riuscirete a trovare molte altre vie per promuovere tali attività.

Quando mi è arrivata la proposta di scrivere una lettera a proposito della plastica per un giornale locale, ho pensato che avevo finalmente la possibilità di esprimere le mie idee a molti e molte di voi. Ho avuto la sensazione stupenda che avrei potuto agire un cambiamento, anche se piccolo. Se questo è ciò che può fare una singola persona, che cosa sareste in grado di creare tutti e tutte insieme?

Senza scarpe: testimonianza da un campo in Tanzania

Senza scarpe: testimonianza da un campo in Tanzania

Pubblichiamo la testimonianza di Anna Ferretti, volontaria partita lo scorso luglio 2017 per il campo “Conservazione ambientale, semina delle mangrovie e insegnamento delle lingue straniere” in Tanzania, presso le isole di Zanzibar.

Scrivere quest’articolo non è affatto facile come avrei pensato. Sono sempre stata molto affascinata dall’Africa e in effetti non so quanto Piero Angela abbia influito sulla cosa. Comunque finalmente sto andando e anzi, ahimè, sono già rientrata! Durante il volo di andata sono passata vicino al Kilimangiaro ed è stato strano, come avere la sensazione di tornare a casa. Anche se dovuta molto probabilmente all’auto-suggestione, è stata comunque un’emozione nuova e intensa.

Molte cose mi hanno affascinato di questa esperienza; tra le tante, una che ho sentito davvero mia sono stati gli esercizi della mattina. Io ho sempre amato lo sport e quando Harith, il coordinatore del campo, ci ha detto che prima dell’inizio delle attività, per chi voleva, c’era la possibilità di andare a fare esercizi ho subito colto la palla al balzo! Non avrei mai pensato di avere la forza per svegliarmi alle 6 meno 10 di mattina, e invece lì l’ho fatto.

Correndo la mattina vedevo il villaggio che si risvegliava, e quando entravo nello “stadio” c’erano sempre tantissimi ragazzi a fare esercizi. Correvano a piedi scalzi e correvano fortissimo. Quanto odio quando vengono a dire che in Africa un simbolo di povertà è il fatto che non hanno nemmeno le scarpe! Noi abbiamo bisogno delle scarpe per i nostri piedi molli e fragili. Che i bambini correvano senza scarpe è vero, ma questo non gli causava nessun problema. C’era una ragazza in particolare, avrà avuto tredici anni, che si allenava spesso in abiti tradizionali e, indovinate, senza scarpe. Sorrideva, si divertiva e anche senza tutti i nostri superflui comfort era un’atleta di alto livello. Anche gli altri ragazzi, tra cui i miei coordinatori, erano tutti molto forti e sciolti e si allenavano esattamente come si fa nelle migliori palestre – ma, piccola nota di colore, non avendo bilancieri bilanciati ogni dieci spinte cambiavano e giravano il bilanciere, in modo da fare esercizi equilibrati.

Dopo la corsa raggiungevo sempre un gruppo di donne di mezza età che facevano esercizi tutte le mattine dalle 6 alle 7. Ho imparato a contare in swahili grazie a loro e anche se non capivo mi sono sentita accolta. Fortunatamente il linguaggio del corpo aiuta sempre molto in questi casi.

Quello che mi ha fatto innamorare di questa esperienza è che qui ho trovato tutto il necessario e finalmente abbandonato il superfluo! Io, che sento di non essere libera perché vivo in una società piena di vincoli che comportano una sempre maggiore dipendenza dal denaro (non più soltanto per la sussistenza ma ormai anche ai fini dell’inclusione sociale), ho trovato qui il mio piccolo paradiso. Cibo, acqua e un tetto mi bastano. Quando uscivo in giro per il villaggio vedevo gente sorridente e serena. Il mio angolo di paradiso.

Ma questo paradiso ha il suo prezzo per chi ci è nato: la mancanza di futuro. Chi nasce in questo luogo non ha molte speranze di poter studiare e avere un qualche tipo di sicurezza economica: tutto dipende dalla famiglia. Molti ragazzi dell’associazione ospitante vedevano in noi un ponte per l’Europa, per un futuro diverso. Ed in fondo è vero, da noi puoi finire per strada ma la possibilità di un lavoro esiste, e allora il dilemma morale… ha senso fare un invito formale e farli venire in Italia? Il Paese che sputa in faccia a tutti i richiedenti asilo e dove la possibilità di non finire sfruttati è molto bassa?

Loro hanno la libertà; noi, forse, maggiori certezze economiche e lavorative. Il paradiso ora qual è?

Risoluzione dei conflitti: racconto del corso di formazione

Risoluzione dei conflitti: racconto del corso di formazione

Pubblichiamo il racconto di Pietro Russo, volontario che ha preso parte al corso di formazione One Last Chance, volto a favorire l’acquisizione di strumenti pratici per la gestione e la risoluzione dei conflitti attraverso pratiche ludiche e di gioco, tenutosi a Puszczykowo, in Polonia, dal 25 al 31 luglio 2017.

Immaginiamo che una persona voglia tenere la finestra aperta e un’altra invece la voglia tenere chiusa: che facciamo? Il Training Course a cui ho partecipato in Polonia, vicino a Poznań, è stato proprio su questo, o meglio, su come risolvere conflitti di questo genere.

Per arrivare a questo obiettivo, io e gli altri partecipanti, provenienti da diversi paesi europei, abbiamo seguito un percorso piuttosto intenso. Riassumendo, ciascuna giornata è andata così: prima venivano presentate alcune nozioni sul tema del giorno (ad esempio i diversi tipi di conflitto, le cause di un conflitto, le modalità di risoluzione dello stesso) che poi nelle attività, perlopiù giochi, venivano messe in pratica.

Quest’ultima parte è stata la più divertente. L’attività che più mi è piaciuta è consistita in un esercizio
teatrale, denominato “Theatre of the Oppressed”. In questo caso, alcuni partecipanti avevano avuto il compito di rappresentare un certo tipo di conflitto. Gli altri invece, inizialmente spettatori, avevano la possibilità di intervenire nel corso della scena, sostituendosi a uno degli attori, con l’obiettivo di fare il possibile per risolvere il conflitto sorto. L’unica regola era che si intervenisse senza fare qualcosa di inverosimile.

Credo anche che questo racconto ben rappresenti lo spirito del corso.
Allargandomi un po’, penso che essere venuto a conoscenza di certe tecniche per risolvere i conflitti di tutti i giorni sia stato molto utile. E che, anzi, se le stesse fossero maggiormente conosciute, allora alcuni problemi verrebbero risolti più facilmente.

L’agricoltura è condivisione: testimonianza da un campo in Mongolia

L’agricoltura è condivisione: testimonianza da un campo in Mongolia

Pubblichiamo la testimonianza di Carla Chelo, volontaria che ha preso parte a un campo di volontariato internazionale in Mongolia nell’estate 2017.

A un certo punto ti chiedi: “Ma a che serve il lavoro che faccio?” In una decina stavamo strappando erbacce da un campo di patate, insieme a me ci sono tre ragazzi francesi, due mongole, tre coreane, un austriaco e tre ragazze di Hong Kong. Le giovani orientali indossano larghi cappelli di paglia che ricordano quelli dei contadini cinesi, forse sono i loro copricapo ad avermi un po’ influenzato: mi giro e vedo una scena che sembra uscire dalla rivoluzione culturale, solo che sono passati 50 anni. Siamo in Mongolia (workcamp Mce 8), provincia di Tuv. La terra che stiamo diserbando è di un contadino, Patr, che in cambio del nostro aiuto donerà metà del raccolto alla mensa dei poveri di Ulan Bator; questa mensa, fino a pochi anni fa, serviva anche a nutrire gli ospiti dell’orfanotrofio, ma da qualche tempo (la Mongolia ha una crescita economica simile a quella della Cina) i finanziamenti pubblici permettono ai ragazzi di mangiare bene, anche durante tutto il gelido inverno mongolo a meno 25 gradi. Il nostro è un campo agricolo, anche se viviamo accanto ai ragazzi più grandi dell’orfanotrofio non è di loro che ci dovremmo occupare: l’obiettivo sarebbe quello di migliorare la produzione agricola della zona che per le bassissime temperature invernali viene coltivata solo d’estate. Da questo punto di vista siamo in una realtà molto arretrata, facciamo tutto a mano: diserbare, annaffiare. Per questo ogni tanto mi assalgono i dubbi, invece di venire qui a improvvisarmi contadina non sarebbe stato più utile spedire dei soldi per comprare qualche attrezzatura moderna?

Prima di rispondere vediamo come funziona: il campo di lavoro è adiacente alla colonia dell’orfanotrofio, che esiste da quasi 20 anni. Qui all’inizio le condizioni di vita erano davvero primitive: tutto si faceva trasportando l’acqua del fiume Buhug, che scorre nei dintorni. Oggi ci sono bagni che attingono l’acqua da un pozzo, alle gher (la tende tradizionali) si sono affiancati nuovi dormitori, c’è una sala comune e dall’anno scorso una nuova cucina; gli stessi confini del campo sono molto cresciuti e – cosa più importante – sono stati piantati degli alberi. Si vedono da lontano anche se non sono troppo alti e sono per decine e decine di chilometri gli unici a interrompere la monotonia della prateria. Quest’anno però c’è stata anche in Mongolia un’estate secca: gli alberelli vanno quindi annaffiati a mano con delle taniche d’acqua, o innaffiati con un sistema a canaletto. Oltre che il lavoro nel campo di patate e all’annaffiamento, c’è anche un turno cucina e un turno pulizia del campo. Un paio di ragazzi dell’orfanotrofio hanno anche riparato il tetto del loro dormitorio ed erano piuttosto fieri di esserci riusciti, quasi a far sembrare che essere selezionati per un nuovo impegno fosse un privilegio.

Il campo ha l’aspetto di un campeggio molto spartano, così almeno avevo pensato appena arrivata. Ma dopo essere tornata dalla gita nel deserto dove abbiamo dormito presso alcune famiglie di nomadi (e cavalcato cavalli e cammelli) il nostro campo mi è sembrato un luogo piuttosto confortevole.

Il clima è d’estate è tra i 25 e i 30 gradi di giorno (se non piove), una decina di gradi in meno la notte; il panorama è straordinario, soprattutto quando la luce del tramonto illumina la prateria che ci circonda. Ci sono molti animali: mucche, vitellini, cavalli (che spesso riescono a entrare nel nostro campo e la mattina quando usciamo dai dormitori li troviamo a brucare o ad annusare la nostra biancheria stesa), spesso si vedono in aria avvoltoi e sui prati scorrazzano parecchi conigli. Spesso la sera sbucano da sottoterra delle specie di topi, piuttosto graziosi e con una coda folta come gli scoiattoli.

Ci vorranno quindici giorni di convivenza tra noi volontari e i ragazzi dell’orfanotrofio per riuscire a realizzare che lo scopo della nostra presenza qui non è tanto quello di fare i contadini, ma di testimoniare, con la nostra presenza, col buonumore e i momenti di bassa, con la fatica, con le nostre musiche e i nostri giochi, che i 15 ragazzi dell’orfanotrofio possono contare sull’appoggio, l’affetto, a volte l’amicizia di coetanei di tutto il mondo. Che la loro colonia di lavoro è un posto “cool” e davvero in qualche modo la presenza del campo di lavoro internazionale lo rende un’isola all’avanguardia in un Paese diviso tra tradizioni millenarie praticamente immutate e uno sviluppo vorticoso e contraddittorio.

Per esempio i ragazzi, che certo non sono i privilegiati del paese, parlano quasi tutti un buon inglese, decisamente migliore di quello che si sente negli alberghi di Ulan Bator; si confrontano alla pari con i coetanei del resto del mondo, sono gentili e sensibili, ma non ossequiosi, pronti a prendere in giro amici e volontari. Ci battono regolarmente a ping pong, ci insegnano qualche parola nella loro lingua, qualcuno suona per noi uno strumento musicale tradizionale, un paio di loro ballano benissimo, altri raccontano dei loro progetti all’Università – anche se non tutti ci andranno, c’è chi continuerà a zappare e ad aggiustare tetti di campagna. Il dato straordinario è che siamo riusciti a trovare, al di là delle differenze, quello che ci accomuna. Alla fine delle due settimane ci scambiamo gli indirizzi Facebook perché sarà un modo facile per tenerci in contatto, anche se alcuni di noi vivono all’altra parte del mondo.

“Travelling for Peace”: il primo mese di due volontarie in Palestina

“Travelling for Peace”: il primo mese di due volontarie in Palestina

Pubblichiamo il primo report della coppia di ragazze partecipante al progetto di Servizio Volontario Europeo in Palestina “Travelling for Peace. Intercultural paths and sustainable tourism” realizzato in collaborazione con il centro Al Shmoh di Al’Masara.

A un mese dal nostro arrivo riconosco che nessun seminario, training, libro o conversazione avrebbe mai potuto rendere davvero l’idea di quello che vuol dire vivere in un posto come la Palestina. Una sola domanda continua a rimbalzarmi in testa: perché?

Perché camminare in certi luoghi o prendere determinate strade può costare la vita? Perché la notte prima di andare a dormire più di qualcuno si chiede se stasera la sua casa e la sua famiglia subirà un’incursione violenta? Perché i bambini la mattina sono costretti a moltiplicare la distanza del loro tragitto per andare a scuola? Perché di ritorno a casa da una serata tra amici in un villaggio vicino mi trovo la strada bloccata da militari israeliani sotto un cartello che invece segnala l’ingresso ad un villaggio palestinese? Perché le risorse idriche vengono recintate, protette da mezzi militari e sfruttate in modo che le colonie israeliane ricevano quattro volte tanto la quantità destinata invece ai villaggi palestinesi?

La risposta è sempre la stessa: questa è l’occupazione. Ma è una risposta che non trova nessuna logica umana.

La vita ad Al Ma’sara ha tempi diversi, più lenti, scanditi sempre dalle attività quotidiane, ma senza fretta – c’è sempre tempo per un tè o un caffè, o anche tutti e due. Dopo un mese, in questo villaggio di 1000 persone ci conoscono quasi tutti. I vicini più stretti sono diventati una seconda famiglia e gli inviti a mangiare insieme non si contano più. I bambini bussano alla porta per chiederci come stiamo o per fargli un disegno che porteranno orgogliosi il giorno dopo a scuola. La mattina invece ci impegnamo ad insegnare numeri, lettere e canzoni in inglese ai bambini dell’asilo, imparando a nostra volta parole in arabo. Con un po’ d’impegno siamo riuscite a sistemare la casa dove vivremo per i prossimi cinque mesi, adesso è più accogliente e l’idea è quella di trasformarla in una vera e propria guesthouse, ma anche in un punto d’incontro per i volontari internazionali e la gente del villaggio, dove scambiare idee, vedere film, organizzare campagne di sensibilizzazione e, perché no, cimentarci in scambi culinari italo-palestinesi! La parte più importante di questo progetto per noi è coinvolgere le persone, soprattutto i giovani del villaggio che speriamo siano quelli che più troveranno beneficio da queste attività sviluppando una nuova curiosità che possa divenire il motore di una nuova idea di Palestina, libera soprattutto dalle catene di una retorica sociale e culturale radicata in un passato e presente troppo violento, sia a livello fisico che psicologico.

La curiosità e la voglia di continuare a scoprire ogni giorno qualcosa in più di questo posto è tanta. Una conversazione nata su un ‘service’ di ritorno da Betlemme con una nonna del villaggio può regalare aneddoti di tempi quando la vita sembrava più semplice, scorci di una cultura ricca di tradizioni e profondamente legata alla sacralità della terra.

Little Big Stories in Rome II: La Città dell’Utopia 2.0 [Parte II]

Little Big Stories in Rome II: La Città dell’Utopia 2.0 [Parte II]

L’articolo è stato scritto da Way Farer, volontario argentino che ha soggiornato presso La Città dell’Utopia nel mese di aprile 2017, prendendo parte, tra le altre cose, all’organizzazione del Festival Internazionale della Zuppa. Le foto sono state scattate da Way Farer (qui la fonte originale dell’articolo).

Among the long-term volunteers this year, I also met Yana, from Ukraine. She has been in Casale for some months now and I had the opportunity to join a work camp (The Soup Festival) she coordinated. With a cheerful spirit, Yana consummates her desire to give by being a transparent water stream, with her deep will to learn about everything, embracing each one of the volunteers she was leading, reflecting all their gazes in her own eyes, delving into their stories and rescuing from each one of them not only the skills that better suited the context but also, and mainly, those that put them in contact with the best version of themselves (understanding by “best version” that instance of oneself that feels complete and realized). The authenticity and lightness of her movements is evidence of rivers that flow within herself, defining her silhouette with a precision worthy of those who know what they want and what they can do.

Damir, from Serbia, a philanthropic clown who knows how to transmute dense energies into air, with an acute perception of the world, attentive to details that most of us overlook. During the time I was living with this family in Casale (almost a month), there was no single day I wouldn’t be delighted by his timely smile and perspicacious insights. And, of course, the small glass with rakia, which he shared with us after the meals, had its best effects on the group: it not only shook away our siesta ambitions but it also pushed us to keep on working, inspired now also by that exquisite plumb elixir, made by the hidden dimensions of his family’s hands. From him I learnt, most of all, how necessary it is to laugh if one wishes to change the world. Now I am writing it down, I wonder, how ever would it be possible, truly, without the power of laughter? Why not using, in that extremely hard work, which will surely last all of our lives, the most non-lethal weapon that provokes mass rebellions?

Finally, the person who coordinates Casale, who makes sure, day by day, that this magnificent huge living house feeds and breathes the purest air, that its cells keep on restituting themselves efficiently. Who guarantees that its heartbeat is the healthiest possible: Silvio, an endearing long-haired Roman who smokes rolling tobacco called Pueblo, carries a kitchen lighter as a cigarette lighter and does not hesitate to use it anywhere, with the same spontaneity and grace as that of a child. A born activist, during his early youth he did several jobs until he got to Via Valeriano 3, where his name is on everyone’s lips for the simple reason that they trust him and believe in him. From skillfully and exquisitely cooking for events that take place in La Città, to interviewing the possible work camp coordinators, setting up sound equipment for festivals and exhibiting handyman and gardener expertise, or welcoming wandering friends (like me) as if they were brothers, Silvio is Casale; Casale is Silvio.

One evening, with a spritz drink in his hand, at the Chiringuito opposite the Basilica of San Pablo, while we shot the breeze a little, and also rambled on the labyrinthine doings of human emotions, the nonsense of foreign politics and the so-long-desired revolutions, he honestly and acutely stated: “Give me total freedom, or do not give me anything at all. Teach me to be a ‘leader’ of my own self so that, when the time comes, no one needs to lead anyone. That, for me, would be a perfect society. That means, as I understand it, to be a revolutionary.” The spirit of La Città dell’Utopia, a huge flow of amassed energy, in service of a better world.

All this, more or less, was what La Città dell’Utopia imprinted on my body this time.

And this is and will be for me not only this huge house in San Paolo neighborhood in Rome, but also any other place that believes in the progress of humankind, whose inhabitants are people “who do not have” any reason to help but, in spite of that, they help, giving that which the other really needs and not what any materialistic or idealistic philosophy or theory states they need.

A reason to speak your language when you are the only one in the group who does not speak their own and who, in spite of that, immediately recognize your presence and communicate in the language you speak.

Those people who include others in their world, and give them a room of their own, and gently let themselves be included in your world, appreciating you.

Who make room so that you can sit next to them even though the sofa is so small that it would not even be possible to swing a cat.

Failing to attest to beauty when one finds it and experiences it is maybe one of the worst things that delay our evolution, I think. Not so much to satisfy a moral or ethical imperative, but to speak up for those who disbelieve in apocalyptic predictions, those who still have not been convinced by the overwhelming machinery of mass media and existential pessimism that hold that the world will soon be over and that there is no new and close horizon at sight.

Yes, it is true we may be at war, my friends. Yes, it is true that insane people have come to power in more than one country. Yes, it is true that people are starving right now when I am writing, and you reading, this. No one could deny it.

But it is exactly for all those reasons that it is high time to focus the best of each one of us on what IS working, on what IS generating life, on those who day after day share their wellbeing and good will in this precise moment in which the change we have so long desired is in our hands.

There is another world emerging from underneath this one which is crumbling down. The new world is growing silently, without impositions, just because that will be its cornerstone. And, as I always say, we do not need to travel to begin to find its traces, or smell its fresh and sweet fragrance.

Maybe right now, right where we are, if we look again where we thought there was nothing worth noting, we may find a kindling spark.

Little Big Stories in Rome II: La Città dell’Utopia 2.0 [Parte I]

Little Big Stories in Rome II: La Città dell’Utopia 2.0 [Parte I]

L’articolo è stato scritto da Way Farer, volontario argentino che ha soggiornato presso La Città dell’Utopia nel mese di aprile 2017, prendendo parte, tra le altre cose, all’organizzazione del Festival Internazionale della Zuppa. Le foto sono state scattate da Way Farer (qui la fonte originale dell’articolo).

«La razza umana si trova

nella sua migliore condizione

quando possiede il più alto grado di libertà.»

Dante Alighieri

«La liberté est toujours auto-affirmation,
jamais réponse à l’ennemi.»

Miguel Benasayag

La Città dell’Utopia is a project of the SCI (Service Civil International) that takes place in Casale Garibaldi, in Rome’s San Paolo neighborhood. It constitutes a social and cultural laboratory dealing with key matters related to a new model of local and global development which is balanced, sustainable and fair. It is based on the concept of «social capital», according to which a region’s resources are not measured by economic indicators but by its capacity to generate social cohesion, inclusion and solidarity.

In this huge house in which, rumor has it, Giuseppe Garibaldi sojourned some time back in the XIXth century, volunteers from all over the world meet to experience cultural and generational exchanges in different activities. It is an open space for anyone who wants to participate, and it also works as headquarters for a number of organizations committed to working on issues such as immigration, childhood, sustainable lifestyles, gender equality and the promotion of culture.

I visited it for the first time in 2013. I remember that the decision to do a work camp there (the No Border Fest) was more inspired by a causality than it was motivated by a clear philanthropic intention: it was my first journey with open wings, I was beginning to test the heights and depths of what I was able to do, and I had correctly assumed that living for fifteen days in the company of “total strangers”, working with a common objective, would somehow give me the nudge I needed to finally let go of the past and gain new heights in my flight towards a different horizon. The experience turned out to be great. Not only because of the work camp itself but mainly thanks to the people I met and their life stories.

This year, the day that Spring began in the Northern hemisphere, I was arriving back again in Rome, for the third time. From Fiumicino to Termini, I gave in to the exhaustion of a whole day of intercontinental travelling and snoozed on the bus, to wake up in the city center itself, on a Wednesday at noon. I let myself go, backpacks and all, with the unstoppable flow of human energy descending into the dense atmosphere of subways: I did not need to check with any map because I knew that I had to take Line B, heading to Laurentina. As the recorded voice of the wagon announced the next stops, I felt that an invisible and indefinite part of my body began to expand. Cavour (the traditional via that ascends from the Italian capital’s heart up to the Piazza del Cinquecento); Colosseo (and I did not think about gladiators nor emperors, but just about the last time I had seen that monumental building, in 2013, when, together with my work camp mates, we had witnessed the LGTB Collective parade and we had wondered at such a perfect contrast of ancient history and vibrant new world); Circo Massimo (and, as a charioteer, I felt that two huge white horses pushed that invisible and indefinite part of me into even higher places); Piramide (where, as the myth goes, Romulus buried Remus); Garbatella (the mythical area built as a garden city around the Via delle Sette Chiese, which can easily be mistaken for a neighborhood in Buenos Aires)…

Thus, with the euphoric vibration that dominated my now completely lucid movements, the subway got to Basilica San Paolo, where an impressive church stands which, so they say, hosts the sepulcher of Paul of Tarsus (he who received god through lightning). I began to walk the three or four blocks that separate the subway station from Casale and, to my great joy, from a corner, the voice of a woman shouted my name in Italian. That first meeting after four years was like in a movie: the beautiful Giulia, an activist in La Città, was welcoming me literally open arms (it was at the corners of Pietro Giordani and via Gabriello Chiabrera). Besides being an activist, Giulia’s life story is worth including in a film (read her story and listen to her in this link).

Thus I finally got to Casale, which is also the home of long-term volunteers who give life, during the months they stay there, to many projects within La Città, adding up more than one heartbeat to the big heart of this space.

Via Valeriano 3, where little things happen, those things that utopians call insufficient and we, realists, believe essential. Where one understands from praxis that any theory is merely a hypothesis and that any legitimate change generates from whatever an individual body expresses they need, and not from supposedly scholarly discourses that proudly state what they know to be the basic needs of every man.  The Città dell’Utopia, where you can find people who understand that it is not time to wait until any condition is given, but that it is urgent and possible to create the minimum conditions required by the here and now. People who grow up at a personal level while they sow seeds of new ways and methodologies on the fertile soil they are standing on, which they till and water every single day, without falling into despair, much as though it would sometimes seem like the only thing to do.

Louison, from Tahiti, an activist as peaceful as, I guess, the Southern seas that saw her birth, who is fire burning more and more each time and that feeds mainly from Art. In her, universes of words are hidden, stages, clothes and emotions that are making one of the most prolific and colorful stagings of which she is the director and in which she exposes, courageously, her artistic body, telling stories that free all women around the world, empowering them and giving them back the innate right they seemed to have lost, placing them under the spotlight, turning them into examples of persistence and lively and creative nature. The igneous voices of Louison’s characters also redeem those who are left behind, those who suffer from the slavery imposed by the fervent advocates of what I understand to be humanity’s original sin: the belief that there is only one way. Also, Louison cooks the most delicious brownies I have ever tasted and she likes finding a place to sit in nature, under the sun, in cool days. It was she who taught me that it is not necessary to wield any sword to convince anyone of anything. That, as Whitman used to say, not more nor less than a presence of integrity can break loose in others the chains that do not allow them to walk (the truth of which has to be experienced in one’s own skin, needless to read or be told about it!).

Alessandra, from Italy, the perfect balance of beauty, intelligence, sensitivity, passion, authenticity, freshness and strength. The first day I saw her, she was weaving a papier mâché magic wand that a certain “signora pazza” had given her somewhere. She probably did not know it but, in her hand, that object, exotic to most people in the world, drawing indefinite doodles in the air of spring, spoke about her way of creating: the efficiency of simplicity, the unity of word, action and emotion, the trust in the truth that wherever we may be, we will always be surrounded only by those people with whom we will have the opportunity to create. In her, the loving energies of the Earth coalesce and create around her that which makes her what she is: a ragazza carina, able to embrace her pet dog, Tsipouro, with the same enthusiasm that she embraces her friends or a total stranger like I was the moment I arrived at Casale. Whatever omniscient and plainly happy authority in the world has said that to change the world magic is not needed?

 

Il “No Border Fest” a La Città dell’Utopia: il racconto di un volontario

Il “No Border Fest” a La Città dell’Utopia: il racconto di un volontario

L’articolo è stato scritto da Way Farer, volontario argentino che ha partecipato al campo No Border a La Città dell’Utopia nell’estate 2013. Anche le foto sono state scattate da Way Farer (qui la fonte originale dell’articolo).

A 10-day volunteer job. 11 people, a huge house in a neighborhood in Rome. Many experiences together. Many life stories interwoven.

So we met to organize “No Border Fest”, an event to raise awareness of non-discrimination of immigrants who, already by that time (2013), were becoming an “issue” in Europe.

During the festival, I met William, who was born in Togo, Africa. A country that has long fought for independence. First, escape France’s ambitions. And then, until today, a combination of military coups and the establishing of single political parties prevent democracy to root itself. I met William in this festival.

I listened to him for about two hours. Together we remembered Thomas Sankara and Burkina Faso. I asked him all I could, trying to articulate clearly every word in my poor Italian, and sharpening my ears to understand him fully. He listened to me patiently and told me that, for example, due to the political situation in his country, he cannot go back and, obviously, he cannot see his family. He also told me that Italy had not turned out to be what he had expected, in almost any way. In South America these topics are not new, of course. The context and the people involved may change. The dates and the political spectrums. But we do know what it takes to achieve a true democratic independence. And we also know what it means to think different and be able to say it. Sometime during the conversation, William takes his bag, he takes out a small pocket with the name “Fuji” printed on one side and he pulls out something from it. I tried to guess what would come out of it. Actually, I think I knew. And until that moment, I thought I knew many things. When William finished explaining with an infinite love where his wife, his son and the rest of his family were on the few photos he was showing to me, I felt a surge of anger and pain inside: I knew very few things, I realized that almost without realizing it. William knew what exile was, and what a total uncertainty about present and future was. Being stripped of everything. Because he thought different. Beginning from scratch again. I left the meeting almost running. I went up to my room and, while I questioned myself about concepts such as freedom, human being, politics, revolution, love, non-violence, nationalism, I closed my eyes and I saw William’s family in my mind. And I took a deep breath.

Nel Sud dell’Estonia a Marjamaa tra musica e folklore ho girato il mondo

Nel Sud dell’Estonia a Marjamaa tra musica e folklore ho girato il mondo

Pubblichiamo la testimonianza di Marzia Marras, volontaria partecipante al campo di volontariato internazionale “Marjamaa 11°International Folk Festival” in Estonia, estate 2017.

Sono una persona un po’ particolare nel senso che non riesco a definirmi a parole, ma più attraverso
la passione che ho per la musica e l’arte. Amo viaggiare e queste passioni mi permettono di conoscere altre culture, storie, lingue… folklore.

Il folklore (uno degli aspetti importanti secondo me, in cui mi rispecchio) rappresenta l’eredità di un
popolo, che si tramanda di generazione in generazione. Quest’anno ho avuto l’occasione di partecipare e contribuire al workcamp SCI “Marjamaa 11° International Folk Festival” dal 1 al 7 agosto all’interno di un nutrito e divertente gruppo di volontari/e: Io, Stefano, Eva, Julieta, Mankei, Marina, Cristina, Youngdu, Shunsuke e Jevgeni (il camp coordinator da Tallinn) provenienti appunto da tutto il mondo: Italia, Russia, Messico, Hong Kong, Spagna, Corea, Giappone ed Estonia!

Marjamaa è una piccola località di 4000 abitanti a sud dell’Estonia, a circa un’ora e 30 minuti
dalla capitale, Tallinn. Le persone sono molto cordiali, la vita semplice ma allo stesso tempo ricca di una grande eredità storico-culturale. Con Jevgeni c’è stata occasione di visitare il villaggio di Marjamaa e di fare una gita nella vicina cittadina di Parnu. Una sera ci ha portato al cinema, davvero carino.

Durante la settimana di workcamp siamo state/i ospiti del Marjamaa Youth Center: un centro molto ben organizzato per le attività scolastiche e sportive di bambine/i e giovani del luogo (non abbiamo sempre cucinato perché avevamo a disposizione anche la mensa). Per quanto riguarda le attività che abbiamo svolto, ce ne sono state molte: dal supporto alla pulizia (pre e post Folk Festival) degli spazi esterni (come il teatro all’aperto), fino al montaggio delle forniture con la LASTE VABARIIK EstYES, che organizza workcamps e ospita volontari/e internazionali per favorire lo scambio culturale tra popoli e comunità locale. Il 2 e 3 agosto abbiamo pulito gli spazi esterni del cinema e dell’area Teatro all’aperto. Dal 3 al 6 agosto diversi gruppi di ballo e cori provenienti dall’Estonia e dalle vicine Lituania e Lettonia, anche da Israele, si sono esibiti sia durante il giorno che la sera. Abbiamo davvero partecipato tanto alle serate e provato a imparare un po’ di balli, io e Youngdu ci siamo pure cimentati in una salsa, comico! Non solo pulizie e allestimenti, ma anche attività con i bimbi e bimbe. Come dicevo, il Youth Center di Marjamaa e LASTE VABARIIK organizzano veramente molte cose: dalle esibizioni musicali di giovani artisti e artiste ai giochi per i più piccoli e tanto altro. Abbiamo giocato a ruba bandiera e all’intreccio (molto curioso per i piccini, proposto da Cristina e Marina, dove ci si mette in cerchio a parte una persona che non deve vedere come tutti gli altri, prendendosi per mano, cominciano a intrecciarsi creando una matassa “umana” da sbrogliare). Ognuno di noi si è cimentato/a e nella preparazione di uno o più piatti tipici del proprio Paese.

Attraverso questo articoletto mi auguro di aver trasmesso ciò che ho vissuto in Estonia. Inoltre dopo il workcamp la settimana successiva ho girato Tallin e dintorni, oltre a Helnsiki, insieme ad alcune delle ragazze e ragazzi che avevano programmato di fermarsi un po’ di più per fare anche una vacanza. Come dicevo all’inizio di questo articolo, viaggiare, la musica, la voglia di conoscere mi hanno portata davvero in giro per il mondo!

Artemista è parte di Spessa Po e noi siamo parte di Artemista: testimonianza da un campo

Artemista è parte di Spessa Po e noi siamo parte di Artemista: testimonianza da un campo

Pubblichiamo la testimonianza di Marzia Marras, coordinatrice del campo di volontariato internazionale “Rural architecture & artistic activities” a Cascina Castello, realizzato in collaborazione con l’associazione Artemista, la quale si occupa di progetti educativi e sociali attraverso l’arte e la cultura, nel rispetto dell’ambiente.

Ho conosciuto Elisa e Mauro nel novembre 2016 per un mini-workcamp: già allora avevo capito che persone meravigliose sono, nel modo in cui hanno creato, lavorano e abitano la realtà di Artemista ‘Ostello e centro culturale’.
Quest’anno, in vista di un’estate non solo di vacanza ma dedicata molto al volontariato, dopo aver
partecipato come volontaria internazionale al workcamp “Marjamaa 11° International folk festival”
in Estonia, sono approdata sempre come volontaria e coordinatrice ad Artemista per il “Rural
architecture & artistic activities” workcamp, che ha avuto luogo dal 16 al 30 agosto.
Ho rivisto con vero piacere Elisa e Mauro e conosciuto amici e amiche di Artemista insieme ai/alle
volontari/e internazionali: Lea, Laura, Sofia, Steph, Kasia, Gozde, Canseli, Fathi e Ahmet
provenienti da diverse parti d’Europa.

Un fatto curioso e piacevole è accaduto a inizio workcamp: due amici di Gozde e Canseli, Fathi e
Ahmet, hanno sentito delle attività di volontariato e si sono subito innamorati del posto chiedendoci se potevano fermarsi qualche giorno e darci una mano contribuendo come volontari per Artemista. Grazie anche a questo l’entusiasmo di cominciare è salito alle stelle: da subito c’è stata sinergia tra tutti e tutte, bellissimo!

Durante la parte studio è stato raccontato com’è nata la realtà di Artemista nel 2004: dalle attività che svolgono come associazione (musica, teatro, workcamps, incontri con la cittadinanza, campi estivi per bimbi e bimbe, ecc) agli eventi che vengono organizzati e ospitati durante gli anni. In data 27 agosto hanno ricevuto da parte del sindaco di Spessa Po una benemerenza per l’importanza delle attività di Centro di divulgazione culturale. Io ho spiegato com’è nato lo SCI nel mondo e in Italia. Un po’ di storia è sempre utile, soprattutto per capire come mai ci siamo trovati tutti e tutte assieme.

Con Elisa e le/i volontarie/i abbiamo steso un calendario dei lavori coordinati anche con Mauro, oltre che un calendario turni di pulizia e di cucina. “Rural architecture & artistic activities”… come abbiamo svolto i lavori di quest’anno per il restauro della Sala Teatro (sala per altro risalente all’anno 1000)? Abbiamo rimosso gli allestimenti degli spettacoli più recenti e pulito la pavimentazione. Abbiamo montato i ponteggi e finito di pulire i muri laterali e il soffitto. Durante i giorni seguenti abbiamo liberato da tutto il materiale il backstage, in modo da poter pulire e intonacare i muri, oltre ai lavori di manutenzione del deposito bici. Infine, abbiamo cominciato anche a pulire e riordinare il magazzino soprastante la Sala Teatro.

Ci sono stati anche momenti di riposo e svago: un pomeriggio in piscina, una serata all’Imbarcadero, la visita storico-culturale della città di Pavia (con concerto), la gita al fiume Trebbia immerso nelle meraviglie delle natura (io vivo fuori Milano, ma lavoro in centro e non pensavo, pur conoscendo abbastanza bene il pavese, che ci fosse così tanta natura in Lombardia). Una sera abbiamo cantato e registrato canzoni e per diverse sere cucinato piatti tipici di ogni paese di provenienza. Verso la fine del workcamp abbiamo visitato e fatto serata a Bobbio, la “città a confine tra Lombardia, Liguria, Piemonte ed Emilia Romagna”. Ci siamo davvero divertite/i tanto.

Ci ha fatto veramente piacere far conoscere ai/alle volontari/e internazionali le piccole realtà d’Italia
come Spessa Po che preservano (al di là dei grandi centri) l’eredità, la memoria, il patrimonio
artistico-storico-culturale e linguistico del Paese. Questo mi ha fatto tornare alla mente il workcamp nel piccolo villaggio di Marjamaa dove ho “girato il mondo” conoscendo appunto persone e culture di diversi paesi, condividendo bei momenti.

Un grazie per l’aiuto anche ad Elena, che lavora in ostello, a suo figlio Denis e un amico, Marco.

Concludere non è semplice, ma attraverso questo racconto mi auguro di aver trasmesso ciò che
vivo attraverso il volontariato ed il viaggiare e magari chi di voi “mi ha letto” sarà il/la prossimo/a
volontario/a ad Artemista con lo SCI!

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