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L’amore resiste più di quello che dura: testimonianza da un campo di volontariato in Perù [III parte]

L’amore resiste più di quello che dura: testimonianza da un campo di volontariato in Perù [III parte]

Riceviamo e pubblichiamo la testimonianza di Rainer Maria Baratti, volontario che, la scorsa estate, ha partecipato ad un campo di volontariato in Perù a tematica ambientale. La sua testimonianza è stata pubblicata integralmente su europeanaffairs.it. Noi siamo felici di riprenderla e pubblicarla in tre parti.

Leggi qui la prima e la seconda parte del racconto.

Dopo l’addio dei francesi abbiamo portato avanti le giornate nelle scuole per sensibilizzare rispetto alla questione ambientale. Vi erano bambini tra gli 8 e gli 11 anni. Tanti bambini. Le scuole sono spaziose e con molto verde, con animali e un orto. Il problema è che spesso c’è molta spazzatura e delle volte bruciano porzioni di prato per eliminare l’immondizia. Abbiamo presentato in nostri paesi, il nostro lavoro, abbiamo parlato dell’importanza di prendersi cura della natura ma soprattutto ci siamo messi tanto in ridicolo. Spesso e volentieri le domande erano semplici come “cosa mangiate?” o “che lingua parlate o preferite?” ma la più terribile di tutte era “qual è il vostro ballo tipico?”. La parte terribile non era magari non sapere quale fosse il ballo ma dover ballare qualcosa. Eppure, lo facevi e cercavi anche di farli ridere. Dopo abbiamo fatto dei gruppi divisi per materiale da riciclare e i bambini hanno cominciato a correre per tutta la scuola a raccogliere l’immondizia e a fare la raccolta differenziata. Era impossibile fermarli e quando era ora di fare un altro gioco con loro, era come se non volessero. Quando hanno visto la sciarpa di Wayne fatta in Pile e capito che veniva dalla plastica riciclata, i bambini hanno visto questa magia e capito perché può essere utile riciclare. La passavano e tutti volevano toccarla, era magia. Prima di andare via abbiamo avuto modo di giocare senza pensieri e di dividere succhi e caramelle. Alcuni dei bambini era stregati dai tatuaggi di Marta e le facevano le domande a riguardo. Avremmo voluto più esperienze sociali come queste perché è importante per rendere efficace il nostro lavoro al fiume, andarsene era difficile e una delle bambine mi ha abbracciato alla vita. Una delle cose che mi è rimasta impressa era lo stupore di Humberto mentre parlava del paesaggio naturale che avevamo intorno. Ho potuto capirlo solo quando ho soggiornato una settimana a Lima. Lì, nella capitale, per la maggior parte del tempo c’è una interminabile distesa bianca. Non è possibile tante volte riconoscere la differenza tra cielo e mare, non c’è sole, non piove, nevica o grandina. Una guida mi ha raccontato che la prima volta che ha visto la pioggia è stata a 12 anni quando era andata a Cusco. È stato il momento più bello della sua vita, ha detto di essere scoppiata in lacrime. È una sensazione che ho potuto comprendere quando, tornato a Roma, ho sentito un rullo di tamburi dal cielo notturno che si illuminava di flash. Annunciava la pioggia, preceduta da quel vento che porta odore di acqua e erba. A questa si aggiungeva la consapevolezza che quel cielo, tutto celato, prima o poi mostrerà quelle poche stelle che il cielo di Roma concede e quella Luna con la sua linea verticale. La potenza della natura pronta ad essere rilasciata e la nostra preoccupazione di essa. Preoccupati che qualche strada sia inagibile per tutto il giorno seguente. Preoccupati che ci sia il solito traffico incredibile per questa occasione. Preoccupati che ci crolli il terreno da sotto i piedi.

Quella sensazione di magnificenza posso paragonarla solo alla seconda parte del campeggio, che nel frattempo avevamo cambiato la sua destinazione al Lago Antacocha, dato che ha Llaca era impossibile introdurre fuochi. Siamo arrivati a ridosso del campeggio risparmiando il possibile sul budget, che però era stato probabilmente messo in crisi dall’addio dei francesi che hanno pagato solo i 10 giorni di alloggio e cibo e che probabilmente non hanno pagato la quota associativa. A Michael avevamo chiesto di mettere da parte i soldi dell’alloggio e per i mezzi. È successo che Michael non lo ha fatto e ha comprato altro da mangiare come due sacchi di zucchero da un kg e un sacco di patate. Era un campeggio ed era difficile cucinare le patate. Le sue scelte hanno suscitato numerosi interrogativi. Avevamo noleggiato una tenda grande da 11 per poter dormire tutti insieme e scaldarci così. Il problema consisteva soprattutto per chi dormiva a ridosso della porta. La mattina si stava bene ma la notte era davvero fredda. Abbiamo dormito praticamente in riva al lago. Il lago era di color giada ed era come uno specchio. Riusciva a riflettere le montagne della Cordillera Blanca. La notte il cielo stellato svelava la Via Lattea e tutte le stelle che ci sono negate nelle nostre città. Si poteva vedere anche la luna che assomigliava ad un occhio socchiuso. La luna è diversa, la sua linea scura è orizzontale. All’alba il vento è forte e fischia tra le montagne creando un’atmosfera surreale. La notte, in quel paese così lontano da noi, regala un numero enorme di stelle cadenti. In quel paese dai mille contrasti c’è un ampio spazio per i desideri. Il lago di Antacocha è protagonista di mille leggende che spaziano dai tesori inca alle storie che narrano di figure mitiche che rapiscono le persone. Purtroppo, in quella zona sono numerose le persone scomparse. Mentre aspettavamo al sole è arrivata una madre scortata dalla polizia. Ci hanno mostrato le foto, stava cercando il suo figlio bipolare. Le abbiamo donato delle foglie di coca in modo che lei potesse fare la sua offerta al lago ed esprimere il suo desiderio di ricongiungersi al figlio. Nel frattempo, si è avvicinata a noi una cagnolina selvatica che nella nostra permanenza ci ha mostrato i sentieri durante i nostri trekking nella zona. L’abbiamo chiamata Budget e mentre ci allontanavamo sulla parte posteriore di un pick-up in direzione Huaraz lei ci ha inseguito. Quella notte, al nostro ritorno in hotel abbiamo parlato ancora di soldi e del fatto che dovevamo pagare parte dell’alloggio per l’ultimo giorno. Michael non aveva capito cosa gli avessimo detto ma ormai poco importava, era difficile fargli capire le informazioni sia in inglese che in spagnolo. Oramai di quei 10 che erano partiti con il progetto, 6 hanno stabilito di essere una famiglia. Ci siamo messi a dormire tutti nello stesso letto e a vedere un film.

Alla fine vi è solo una domanda che apre e chiude questa storia: Cosa è il volontariato? Una sera Humberto ha raccontato una storia. C’era un ragazzo che incomincia a fare avanti e indietro per la montagna. Ogni volta saliva e scendeva. Lo faceva senza utilizzare le scorciatoie, senza usare i tunnel che venivano costruiti man mano con il tempo. Lo fa per anni fino a che non invecchia e i suoi figli non iniziano a farlo con lui. Lo fa fino a che non può più farlo e che la generazione successiva va da sola. Quando gli chiedono perché avesse fatto tutto questo per una vita, la risposta è “ho seminato l’idea”. Questo è il volontariato probabilmente, un atto di fede. Lavori tutti i giorni che sei lì e magari sei lì che inizi la scalata, non vedrai mai la cima. Sei lì, magari proprio alla prima esperienza del progetto, e hai il primo compito di trovare i problemi e risolverli. Magari offrire nuove idee per i progetti futuri. Perché è il tuo gruppo fa il primo passo, mentre il secondo passo aspetta a un altro gruppo come il terzo passo spetta al terzo gruppo e così via. È un’esperienza che ti fa mettere in pratica l’esperienza del gruppo e del cercare di abbattere più pregiudizi e stereotipi possibili. È un’esperienza che ti porta a provare cosa vuol dire che esistono 9 possibilità di non intendersi.

Il volontariato è molto di più probabilmente e posso raccontare qualche esperienza nella speranza di farlo solo trapelare. Avevamo deciso di fare un trekking in direzione Churup e alla fine eravamo rimasti io e Luis. Siamo partiti senza fare colazione e biscotti in spalla, il trekking però era lungo e più complicato degli altri. Aveva delle parti che consistevano in scalata su roccia con funi. Dopo l’ultima salita impegnativa si presenta a noi la vista del lago dall’acqua blu turchese. Cercando un punto per le foto abbiamo incontrato una ragazza americana che si stava facendo fare foto di nudo e ci abbiamo fatto amicizia. Le chiediamo di farci un video. Io e Luis ci siamo guardati negli occhi e abbiamo deciso. Camminiamo intorno al lago fino a trovare una roccia più vicina e sicura all’acqua. Ci spogliamo fino a rimanere in mutande, fissiamo l’acqua. Facciamo il nostro respiro profondo mentre la gente sul picco in alto di fronte a noi osserva. Ci tuffiamo. Ci tuffiamo in quel lago a più di 4000 m con la nostra pelle e un paio di mutande. Il gelo ti prende il corpo, vuole portarti con sé. Vuole portarti giù. Nella tua testa c’è il silenzio e vorresti sentire la sospensione dell’acqua ma una voce si fa insistente: “Devi andare! Risali! È ora di uscire da qui!”. Muovi il tuo corpo in direzione di quella roccia tiepida che avevi lasciato, cerchi un appiglio in quella roccia ora scivolosa. Alla fine ci riesci, sei fuori e senti il corpo completamente tuo mentre il cuore batte forte. Senti una sensazione di benessere. Senti la gente che ora applaude, riconosce qualcosa, riconosce un gesto di follia. Prima ti prende in giro, sei solo un esibizionista che si spoglia su una montagna. Poi guarda incredula quel gesto di coraggio. Ma alla fine applaude per qualcosa di più che è solo una percezione. Sei lì, in mutande su una montagna delle Ande e respiri quell’aria che ora ti sembra forte. Senti come il primo respiro di quanto sei nato. Senti la vita. Senti la fratellanza con quella persona che ha avuto il coraggio di fare quella follia con te dopo manco due settimane di conoscenza. Le americane pensano che siamo parenti. Vedono qualcosa di comune tra di noi, forse sono io che ho qualcosa di Messicano o lui che ha qualcosa di Italiano. O semplicemente vedono la semplice comunanza che abbiamo solo essendo esseri umani. È un patto, un battesimo che durerà per sempre. C’è chi dice “è stato emozionante poter assistere”. Bevi, fumi e ridi. Ti senti in sintonia con qualcosa o con la natura. Dopo è accaduta un’altra magia quando siamo saliti nel Combi. Il Perù è maestoso, bello e problematico. Ogni istante mi ha ricordato la mia casa, il mio paese. Si parla di corruzione, povertà e violenza ma li ho potuto vedere la solidarietà e l’aiuto reciproco. Lì la lotta per la sopravvivenza riesce a diventare un progetto di aiuto per vivere. Un aiuto che passa da persona a persona ma anche da persona ad animale. Certo, tu rimarrai sempre il Gringo. Sei il bianco, quello diverso che può fare i suoi comodi li. Sei il gringo che se ne può andare. Sei il discendente di quell’idea che ha colonizzato e continua a colonizzare il latino America. Sono solo cambiati i metodi. La comunità cercherà sempre di proteggere sé stessa ma, se vai in punta di piedi con umiltà a chiedere ospitalità in quel perenne cantiere, sarai accolto. Sarai accolto quando tendi la mano per reggere l’anziana signora sul combi, ti guarderà contenta. Ma sarai accolto anche dalla tenerezza, l’innocenza e il coraggio dei bambini. Non dimenticherò la magia creata da quel bambino peruviano dallo zuccotto blu che gioca con quel problematico gringo dentro il combi. Non dimenticherò quel suo gesto spontaneo, non canonico e contro gli stereotipi a cui tutti possiamo essere soggetti. Non dimenticherò quella mano che tocca la mia solo per giocare o condividere un biscotto.

Poi c’è un’altra esperienza che devo raccontare. Dopo giorni titubante nel decidere o meno se farlo, decidiamo tutti insieme di provare la nostra prima scalata in montagna. Mentre cercavamo il prezzo migliore, ho incontrato una guida che di nome Feliz che mi ha detto di aver vissuto per 7 anni a Roma. Quando gli ho chiesto come si fosse trovato la risposta in un perfetto italiano è stata “come vedi sono tornato qui, Roma è una bellissima città per fare turismo ma viverci è un inferno”. Continuiamo i nostri giri e alla fine troviamo la possibilità di fare tutto con una spese di 250 soles. Scegliamo di fare una cosa per principianti, il Nevado Mateo che ha il suo punto di arrivo a 5400m. La sveglia è alle 3 per poter fare le 2 ore di macchina che ci separano dall’inizio della scalata. Arrivati li mettiamo i rampini di ghiaccio e le scarpe da neve nello zaino. Subito dopo indossiamo le brache di sicurezza e impugniamo la piccozza. Cominciamo la salita sulla parte rocciosa, umida, scivolosa e con poco spazio dal dirupo e da una caduta misera. Ogni tanto ci sono gli sprazzi di neve misti al muschio. Durante la salita il freddo aumenta per le condizioni climatiche e le nubi sembrano volerci inghiottire con il loro movimento dall’alto verso il basso. Mentre cammino scivolo e mi bagno un guanto. Arriviamo alla base del ghiacciaio. Cambiamo i nostri strumenti prendendo dalla borsa quello che ci serve e mettendo da parte quello che ci servirà per il ritorno. Cambio il mio guanto ma la mano fa malissimo, la apro e la chiudo ma nulla cambia. Intorno tutto si fa più grigio e vedo delle piccole figure che ci precedono sparire nella nebbia. Ci leghiamo l’un l’altro e cominciamo a salire verso il picco. Devi capire il ritmo della tua squadra, ti muovi quasi in sincronia e il più lento detta il ritmo. Devi stare attento a non scivolare ma in ogni caso gli altri sono li per te. La tua squadra è li per aspettarti ed aiutarti. Il cammino non è lungo ma ci vuole tempo. La pazienza ne vale la fatica e mentre arrivi in cima esce il sole. Puoi vedere tutto sotto di te, puoi sederti e vedere il mondo. Il silenzio è quello delle montagne, senti qualcosa che ti smuove dentro. Ogni tanto quella stasi è interrotta dal canto del vento che si fa largo tra i picchi. Sei cosi vicino al cielo e lontano dal caos, tutto sotto continua a scorrere. Tutto passa eppure sei nello stesso mondo, quello stesso mondo su cui ora possiamo brindare con un liquore greco. Brindiamo tra di noi, alla nostra squadra e con la guida. Parliamo di quella meraviglia in cui viviamo e ora sogniamo quella montagna. Si perché ci sarà sempre quella montagna nascosta nei nostri sogni e li ci sarà sempre qualcuno ad aspettarci.

L’amore resiste più di quello che dura

Tutti noi abbiamo uno zaino in cui possiamo mettere tutto e possiamo togliere quello che vogliamo. È uno zaino fatto di ricordi, persone, cose che fanno male o meno male. Sono cose che forse qualcuno ne farebbe a meno, che vorrebbe buttare, o cose che forse certe volte ricordiamo quando ci fanno più comodo. Come se fosse un conforto. Ho sempre pensato che dimenticare o far passare il tempo affinché accada, come se le persone che incontriamo abbiano una data di scadenza, fosse una cosa orribile. Questo zaino è quello che fa di noi la persona ma che fa degli altri le persone che sono per noi. Fanno gli affetti, fanno la nostra forza e fanno la nostra esperienza. Diventano i nostri strumenti (infelice definizione) per scalare le nostre personali montagne. E il volontariato aiuta a capire questo zaino e a saperlo usare. Perché se vogliamo prenderci cura delle persone, di quelle che non conosciamo, dobbiamo prima di tutto imparare a prenderci cura delle persone che abbiamo accanto. Qui si aggiunge un’altra frase che abbiamo utilizzato negli ultimi giorni del nostro campo: “L’amore resiste più di quello che dura”. In molti la intendiamo come se quando qualcosa finisce, tu continui a provare lo stesso. Ma questo, per me, è molto soggettivo. Forse ci diventa più utile se pensiamo al fatto che quell’amore, da intendersi nella maniera più generale possibile, continua a vivere nei ricordi e nel tempo. Forse a volte e la nostra ombra, ma appunto la “nostra”. O forse continua semplicemente ad esistere. Forse qualcuno lontanissimo nello spazio può vedere quello che è successo al suo inizio o prima mentre nella nostra testa è stato catalogato come “passato”. Forse è un costante principio da cui esplode ogni cosa o forse è prima del movimento stesso o forse prima del sogno stesso. Perché spesso cominci a sognare cose che sono già accadute. In quello zaino entra tutto, è personalissimo come l’esperienza del volontario. In quello zaino hai la canzone che ascolti all’infinito e a cui leghi i ricordi; le mani di chi ami sul tuo petto mentre siete sdraiati al tramonto su un prato; un bacio in una sporca stazione romana poco prima dell’orario di chiusura dei mezzi; la volta in cui ti sentivi solo e camminavi sotto un sole di agosto; quella volta che stavi male e ti davano del falso; il buttarsi in un lago lontanissimo e veramente freddo a 4000 m di altezza con uno che conosci da poche settimane e sentirti profondamente connesso; i silenzi e le urla; tutte le volte in cui ti sei ubriacato fino a perdere i sensi; quando qualcuno che ami lascia questo mondo ma i ricordi rimangono; quando la notte sogni quello che è stato e immagini il futuro; tutti i fallimenti e le paure sorpassate; il dolore in tutta la sua presenza e il senso che cerchi di dargli; levarsi la maglietta in una piazza di notte con 4 gradi per brindare alle differenze e alle somiglianze; quando pensi che non raggiugerai mai il tuo obiettivo; quando vedi tutti i tuoi difetti ma li riconosci come parte di te; una corsa verso un traguardo dopo una lunga maratona tenendosi per mano; tutti i dolci e le birre condivise; le notti e i giorni passate intorno ad un tavolo a costruire un progetto in nome di un ideale; quei giorni in cui non vuoi parlare e non riesci a farti comprendere e dici solo stupidaggini; quando aspetti notizie delle persone che ami ovunque siano nel mondo; le sveglie difficili; i wurstel mangiati da ubriachi e di nascosto con un po’ di pane. Vi sono persone che ti porterai ovunque che costituiscono la tua famiglia biologica, la tua famiglia composta di amici e la tua famiglia internazionale. È come una melodia che senti nella testa ma che non conosci, la percepisci ed è profondamente tua. È un’esperienza che non ti costringe nessuno a farla e che è come un richiamo, è un’esperienza che non è difficile e che ne vale la pena. È un’esperienza che non richiede requisiti se non quelli legati all’età. Basta una conoscenza base della lingua e in molti saranno disposti ad aiutarti. Non c’è una grossa selezione, eccetto alcuni progetti che richiedono una lettera motivazionale, ed è principalmente ad esaurimento posti. Prima mandi la richiesta, meglio è! Anche per risparmiare sul biglietto aereo. Forse è difficile proprio raccontarla, non bastano 7500 parole per raccontarla, e l’unica frase che ti ricorre nella mente da quando hai lasciato la tela nera della notte di Huaraz è: “Sono le 22.22, esprimi un desiderio!”.

Insegnare le lingue ai bambini per avviarli verso un mondo plurale: un campo in Russia

Insegnare le lingue ai bambini per avviarli verso un mondo plurale: un campo in Russia

Il campo

Dal 2 al 9 gennaio 2019 un campo di volontariato in Russia per insegnare le lingue ai bambini e alle bambine.

Questo campo si svolge ogni anno sulle rive del lago Shap, immerso in una foresta di pini. Insieme alla scuola di lingua, partner locale SCI, il campo viene organizzato insieme all’organizzazione Youth Volunteer Center «Sodrujestvo» dal 2013.

Attività

Durante il campo, i/le volontari/e internazionali affiancheranno quelli/e locali per organizzare attività culturali e educative per i bambini (tra gli 8 e i 15 anni). Verranno ideati ed organizzati workshop interculturali su tematiche differenti (i paesi di provenienza dei volontari internazionali, l’ecologismo, le risorse idriche, l’antirazzismo e i diritti umani, e così via). In particolare, attraverso giochi e sessioni creative si punterà all’insegnamento delle lingue straniere. Inoltre, ai/allele volontari/e è richiesto di organizzare e svolgere varie attività ludiche per i/le partecipanti.

Oltre a questo, nel tempo libero si organizzeranno visite presso le località urbane e naturalistiche più vicine.

Come parte studio, verranno approfondite le tecniche di comunicazione del linguaggio interculturale.

Alloggio

I/le volontari/e alloggeranno nello stesso centro che ospita i bambini. Le camerate sono miste. I pasti saranno forniti dalla mesa.

Requisiti

Per partecipare a questo campo, è richiesto di portare con se il proprio casellario giudiziario. Inoltre, si richiede di avere esperienza di attività con i bambini e di impegnarsi con passione e creatività.

La lingua del campo è l’inglese.

Leggi la scheda completa del campo.

Per maggiori informazioni sui campi SCI nel Nord nel mondo, ecco la pagina dedicata.

Tutti i campi di volontariato del Servizio Civile Internazionale sono consultabili sul database www.workcamps.info.

Un campo in Thailandia per insegnare l’inglese ai bambini

Un campo in Thailandia per insegnare l’inglese ai bambini

Il campo

Dal 10 al 23 febbraio 2019 un campo di volontariato in Thailandia, per promuovere l’insegnamento dell’inglese ai bambini e le bambine della scuola Wat Pho Thawad.

Wat Pho Thawad è una piccola scuola situata a Baan Kokpho, un villaggio buddista di circa 450 abitanti situato nella provincia di Phatthalung, nel sud del paese. Il direttore della scuola condivide i valori del network SCI, ed infatti lo scorso anno ha deciso di ospitare un primo campo sperimentale. Poiché è stato un vero successo, si è deciso di invitare nuovamente volontari/e internazionali a tornare.

In particolare, ha funzionato bene l’esperimento di insegnare l’inglese ai bambini e alle bambine del villaggio. I/le volontari/e potranno quindi supportare l’organizzazione di lezioni di inglese e di altre attività ricreative per i 49 bambini della scuola (5-12 anni). Viste le piccole dimensioni della comunità, questi bambini non hanno a disposizione insegnanti di lingue straniere, né sono abituati alla presenza di stranieri. Quindi il campo è un’opportunità di imparare tanto, sia per i bambini che per gli stessi volontari internazionali, i quali si immergeranno in una cultura completamente diversa dalla propria.

Attività

I/le volontari/e organizzeranno lezioni informali di inglese, insieme ad altre attività ludiche e creative; oltre a questo, supporteranno la creazione di materiale per la scuola così come alcuni lavori di manutenzione dell’edificio scolastico.

Come parte studio, i/le volontari/e si impegneranno a diventare parte della comunità del villaggio di Baan Kokpho, aiutando le bambine e i bambini a prendere familiarità con le persone straniere, imparando da un’atmosfera multiculturale.

Alloggio

I/le volontari/e alloggeranno presso l’edificio scolastico o presso il tempio (a seconda del numero di volontari). Sono garantiti materassi e cuscini, ma è necessario portare il proprio sacco a pelo. I pasti saranno preparati e consumati insieme agli abitanti locali.

Lingua

Solo poche persone nel villaggio conoscono l’inglese, quindi si richiede di essere disponibili ad apprendere qualche nozione di base in Thai ed essere in grado di comunicare con il linguaggio del corpo.

Requisiti

I/le volontari/e devono essere pronti a vivere l’esperienza di un contesto locale; è richiesta forte adattabilità ad un contesto con pochi comfort. Si richiede inoltre di essere ben predisposti a lavorare con i bambini.

Leggi la scheda completa del campo.

Questo progetto fa parte dei programmi Nord/Sud. I volontari devono avere almeno 20 anni e aver preso parte alle formazioni (primo incontro e 2 livello) di preparazione organizzate dallo SCI Italia.

Per maggiori informazioni sui campi SCI nel Sud del mondo, ecco la pagina dedicata.

Tutti i campi di volontariato del Servizio Civile Internazionale sono consultabili sul database www.workcamps.info.

Voci dal Libano: racconto di un viaggio di attivist@ SCI [Parte II]

Voci dal Libano: racconto di un viaggio di attivist@ SCI [Parte II]

Pubblichiamo la seconda parte del racconto di Agnese, Alberto, Ekaterina, Francesca, Marco e Martino, una delegazione di attivisti e attiviste del Servizio Civile Internazionale in visita in Libano dal 28 aprile al 2 maggio 2018. Da Beirut a Tripoli, passando per il campo profughi di Tel Abbass, fino a Minyara per conoscere l’esperienza della scuola di Malaak e ancora a Beirut nel campo di Shatila.

Da questo viaggio è nata l’idea di portare un campo di volontariato internazionale presso il campo di Tel Abbass, dal 15 al 25 luglio 2018. Qui la scheda completa del campo. Per partecipare al campo, è obbligatorio aver preso parte agli incontri di formazione di I e II livello. Per chi non ha potuto farlo, si richiede di partecipare obbligatoriamente alla formazione di I e II livello che si terrà a Bologna, dal 29 giugno al 1 luglio. Per informazioni, contattare nordsud@sci-italia.it.

Qui la prima parte del racconto.

Dell’impossibilità di un ritorno in Siria in sicurezza ce ne parla Abu Hussein, il responsabile del campo, tradotto da Alessandro e Matteo. Siamo nella tenda della famiglia di Abu e ci viene servito immediatamente del tè. Ci racconta brevemente della sua storia: è in Libano con la sua famiglia da cinque anni e in Siria facevano una vita bella. Lavorava come marmista ad Aleppo e aveva una casa di due piani. Ma in Siria tutto è stato distrutto, le città sono ormai solo scheletri vuoti e la vita è diventata impossibile.

Molti vogliono ritornare in Siria e non sono solo i bombardamenti ad impedirglielo. Ci sono anche i rischi che correrebbero varcando il confine: le violenze, le torture, la prigionia – qualora riconosciuti come disertori – o gli arruolamenti forzati. Non ci sono le condizioni di sicurezza necessarie per poter tornare in Siria. È proprio da qui, da Tel Aabbas, che è nata una proposta di pace per la Siria, scritta da chi ha subito e soffre le conseguenze della guerra sulla propria pelle.

Alessandro ci parla dei corridoi umanitari, un altro aspetto importante dell’attività di Operazione Colomba. Creare un corridoio umanitario significa individuare famiglie e strutture, in un safe country, che possano garantire accoglienza e offrire ospitalità ai profughi. L’Europa viene considerata un posto dove ricostruirsi una vita, dove tornare a guardare al futuro con una speranza. Il lavoro nel campo è anche quello di individuare le famiglie in condizioni di vulnerabilità che possano essere accettate in un percorso di ottenimento del visto per l’Italia, la Francia o il Belgio (gli unici stati europei che prevedono, in rari casi, la creazione di corridoi umanitari).

In un anno sono stati ottenuti circa 2000 visti, ma le richieste sono molte di più e pochissime vengono soddisfatte.

Si passa alle domande, a una discussione che porta i volontari di Operazione Colomba a spiegarci le difficoltà di vivere nel campo: la fatica e mentale; la tristezza e il peso delle vite distrutte di famiglie intere; la necessità di dire dei no e di porre dei limiti; ma anche la consapevolezza di essere nel posto giusto, nonostante tutte queste difficoltà.

Ormai il sole è tramontato e noi dobbiamo andare verso Minyara dove incontreremo Abdo Hsyan, che ci parlerà della scuola di Malaak e della proposta di pace per la Siria. Baci e abbracci, saluti come se i bambini ci conoscessero da anni, un po’ di amarezza sapendo che certamente non li rivedremo presto. Ci carichiamo su due furgoncini traballanti e raggiungiamo una casa. Entriamo e lì ci viene presentato Abdo Hsyan, colui che viene considerato l’ideatore della proposta di pace per la Siria: una proposta che prevede la creazione di una zona sicura dove far tornare la popolazione siriana, una zona libera dalla guerra e dove la popolazione possa vivere senza timore di soprusi, violenze e arresti. Qui potete leggere la loro proposta.

Lunedì 30 Aprile – Colmare il vuoto

Abbiamo dormito nella guesthouse della scuola di Malaak. Ci siamo arrivati di notte quindi non abbiamo capito esattamente dove fossimo. La scuola si trova non molto lontano da Tel Aabbas, tra i campi coltivati e i numerosi campi profughi della zona. Incontriamo Joyce, la coordinatrice della scuola, che lavora qui dal 2012.

Passiamo tra i bassi edifici e sbirciamo dentro le aule: mille mani ci salutano, insegnanti e bambini sorridono, le mamme in cucina mostrano orgogliose il pranzo che hanno preparato. Durante il giro Joyce ci racconta un po’ la storia di Malaak, di com’è nata tra le tende di un campo profughi siriano nei primi mesi dopo l’inizio della guerra e di come quest’esperienza si è sviluppata negli anni. Associazioni locali, singole donne e uomini si sono dati da fare per portare avanti un progetto educativo per i bambini siriani, esclusi, almeno nei primi anni di “emergenza”, dai circuiti della scuola statale libanese.

Da una piccola scuola informale all’interno di un campo profughi si è passati a una scuola vera e propria, con strutture fisse: le classi, un’aula di musica, una biblioteca, un’aula di informatica, una mensa, degli spazi esterni per giocare, un campetto da basket e un piccolo campo da calcio, dove finalmente bambini e ragazzi “vanno a scuola”. Le maestre e i maestri sono siriani e libanesi, le madri degli studenti a turno si occupano della mensa, mentre altri permettono il funzionamento della scuola a livello amministrativo e si occupano della gestione ordinaria, della pulizia e della manutenzione. Attualmente gli studenti sono circa 400 e la scuola di Malaak è aperta dalle 8 alle 14, mentre nel pomeriggio i ragazzi e le ragazze più grandi frequentano le scuole libanesi dei paesi vicini, per seguire gli stessi programmi educativi rivolti ai giovani locali (anche se le lezioni si tengono in classi separate, siriani da un lato e libanesi dall’altro).

Fino a qualche anno fa la situazione era diversa: i siriani non potevano frequentare le scuole, non si potevano iscrivere e non erano stati attivati corsi per loro. Per questo motivo gli studenti di Malaak erano molti di più, perché era l’unica scuola che apriva loro le porte. Joyce ci dà una piccola brochure su cui è riportata la frase: Malaak fills the gap (Malaak colma il vuoto). Questo è il senso della scuola: colmare il vuoto istituzionale, il vuoto educativo attorno ai siriani. Garantire quindi l’istruzione anche agli ultimi, facendo in modo che le bambine e i bambini siriani abbiano la possibilità di frequentare la scuola libanese, in cui ci sono anche lezioni in francese, lingua ufficiale in Libano, che non è conosciuta in Siria. Tutto questo significa occupare il tempo di vita dei bambini e delle bambine con attività educative e relazioni con i coetanei, tempo che altrimenti sarebbe vuoto o verrebbe riempito con il lavoro e lo sfruttamento.

Esiste anche un altro progetto importante di cui ci parla Joyce: corsi di alfabetizzazione per le donne siriane. Un progetto che dovrebbe iniziare a breve e mira ad accrescere la consapevolezza delle donne. A questo punto entriamo nella struttura usata come segreteria, dove ci offrono un caffè prima di discutere del progetto di collaborazione tra lo SCI Italia e Malaak. Joyce è molto disponibile e attenta,le spieghiamo i nostri progetti di volontariato a breve e a lungo termine, delle necessità della scuola e dell’utilità della presenza di volontari/e internazionali. Per quello che riguarda i campi di volontariato a breve termine, Joyce spiega come proprio questi siano l’occasione giusta per i/le volontari/e che hanno un piccolo progetto da realizzare: un progetto artistico, sportivo, musicale o teatrale; qualcosa da realizzare nel periodo di permanenza a Malaak. Discutiamo delle disponibilità di spazio, dei tempi e dei contributi anche economici che i volontari potrebbero dare alla scuola, cerchiamo di capire quali sono le possibilità reali di fare qualcosa e iniziamo a segnarci alcuni punti condivisi e criticità.

È però giunta l’ora di lasciare la scuola per dirigerci nuovamente verso Tripoli e tornare a Beirut.

Insegnare l’inglese alla scuola primaria: parti subito per uno SVE di 12 mesi in Olanda

Insegnare l’inglese alla scuola primaria: parti subito per uno SVE di 12 mesi in Olanda

La Stichting IJSiq Foundation è in cerca di un/a volontario/a SVE disponibile a partire subito per un progetto di 12 mesi a ‘s-Hertogenbosch (Boscoducale, a circa un’ora da Amsterdam) a supporto dell’insegnamento di inglese nelle scuole primarie.

Come per ogni progetto SVE, sono garantite le spese di alloggio, vitto, viaggio, corso di lingua ed assicurazione.

Durata del progetto: 1 febbraio 2018 – 31 gennaio 2019

Descrizione del progetto:

Il/la volontario/a SVE assisterà due insegnanti madrelingua inglese già inseriti nella scuola. Oltre alla presenza in classe durante le ore di lezione, al/alla volontario/a è richiesto supporto nelle attività scolastiche di gruppo e per attività extra scolastiche con i bambini e le bambine locali. Inoltre, potrà prendere parte all’ideazione di progetti per lo scambio giovanile eTwinning e, insieme al gruppo di volontari/e locali, avrà l’opportunità di sviluppare idee e progetti propri da portare avanti nei mesi del progetto. A seconda delle capacità e degli interessi del/la volontario/a tali progetti potranno essere centrati su attività ludiche, artistiche, creative e via dicendo.

Requisiti richiesti:

  • essere aperti mentalmente e avere un’attitudine sociale, energica e creativa;
  • avere esperienza e passione nel lavorare con i/le bambini/e;
  • avere una buona conoscenza dell’inglese.

Leggi qui la call completa.

Per candidarsi, inviare CV e lettera di motivazioni in inglese all’indirizzo evs.leije@telfort.nl entro lunedì 22 gennaio.

Supportare il progetto Kikooba Infant School: campo in Uganda

Supportare il progetto Kikooba Infant School: campo in Uganda

Dal 24 ottobre all’11 novembre 2017 un campo in Uganda a supporto della scuola Kikooba, nata nel 1990 su azione dell’Uganda Pioneers Association.

Uno dei più interessanti progetti della UPA, la scuola Kikooba sin dall’inizio è riuscita ad attirare l’attenzione e coinvolgere la popolazione locale. Il fine del campo è svolgere attività didattiche e ludiche con i bambini e le bambine della scuola (circa 100) attraverso giochi, arte e lezioni. Inoltre, uno degli obiettivi è di costruire una casa che possa ospitare i volontari e le volontarie che verranno nel prossimo futuro.

I/le volontari/e partecipanti saranno impegnati/e in attività di tipo manuale, come la creazione di mattoni e il loro utilizzo nella costruzione, e in attività con i/le bambini/e.

Come parte studio verrà esplorata la collina di Kikooba e verrà visitato il tradizionale mercato di Bukomero.

La lingua del campo è l’inglese, quella locale il Luganda.

Leggi la scheda completa del campo.

Questo progetto fa parte dei programmi Nord/Sud. I volontari devono avere almeno 20 anni e aver preso parte alle formazioni (primo incontro e 2 livello) di preparazione organizzate dallo SCI Italia.

Per maggiori informazioni sui campi SCI nel Sud del mondo, ecco la pagina dedicata.

Tutti i campi di volontariato del Servizio Civile Internazionale sono consultabili sul database www.workcamps.info.