Interventi Civili di Pace a sostegno dei rifugiati: testimonianza dalla Serbia [P.te II]

Interventi Civili di Pace a sostegno dei rifugiati: testimonianza dalla Serbia [P.te II]

Pubblichiamo il seguito della testimonianza di Silvia Valdrè e Alessandra Dallari, volontarie attualmente in Serbia dallo scorso maggio (in seguito alla apertura del progetto) per supportare il lavoro delle organizzazioni di volontari internazionali indipendenti che sostengono i rifugiati bloccati al confine serbo-croato e serbo-ungherese.

Ci sono stati tanti momenti questa settimana, in cui abbiamo veramente compreso la dura realtà della vita qui per i profughi che cercano di attraversare la frontiera con la Croazia. Tutti loro continuano a provare il così detto “Game”, il “gioco”, che di divertente ha ben poco, visto che si tratta del tentativo di attraversamento del confine (cinque giorni di cammino tra i boschi con cibo e acqua limitati) che purtroppo quasi sempre finisce con la cattura, gli abusi e il respingimento in Serbia da parte della polizia croata. Vale la pena segnalare, inoltre, che gli abusi da parte delle autorità sono ricominciati anche al confine ungherese, dove, per un certo periodo, la situazione sembrava essersi calmata. Dopo settimane trascorse con loro ogni sera, ci siamo affezionate a molte persone e non sappiamo mai se augurarci di non vederle il giorno seguente, nella speranza che siano riuscite ad attraversare il confine e ad arrivare in Europa, o, al contrario, di continuare a poterle incontrare e assicurarci che stiano bene.

Spesso, la sera, durante la distribuzione del cibo, si presentano gruppi più o meno grandi di ragazzi di ritorno dal “Game”: è successo, per esempio, l’altro ieri. All’improvviso sono arrivati 20 ragazzi esausti, sporchi di fango, i loro corpi coperti di punture di zanzare e lesioni, le scarpe rotte. Il cibo era già finito e le volontarie di SolidareTea hanno cercato di raccogliere qualcosa da mangiare, mettendo a disposizione la frutta e i pochi biscotti rimasti. Siamo rimaste ad osservarli mentre li mangiavano freneticamente nella speranza di sfamarsi, scioccate nel sentire che questi ragazzi avrebbero tentato di attraversare il confine nuovamente quella sera stessa, senza darsi il tempo di riposare e recuperare le energie. Durante il Ramadan il gioco è ancora più difficile.

Parlando con uno di loro abbiamo percepito come siano esausti, ma come, allo stesso tempo, la voglia di farcela gli permetta di continuare a provare. Una volontaria austriaca che fino al mese scorso di trovava a Belgrado nelle baracche, edifici occupati dai profughi, ha riconosciuto un ragazzo e ci ha rivelato di come se lo ricordasse carino e amichevole, e di come, adesso, lo veda invece con uno sguardo aggressivo ed estraniato allo stesso tempo. Abbiamo potuto notare come alcune persone facciano uso di droghe per sopportare tutto questo e i momenti di tensione, anche durante la distribuzione dei pasti, non mancano, a riprova dell’esaurimento fisico e mentale a cui sono sottoposte.

Pochi giorni fa durante il momento delle docce, un ragazzo ci ha mostrato un foglio con gli orari dei treni diretti in Italia. Ci ha spiegato che ci vorrebbero due notti nascosti in un container per arrivare nel nostro Paese, uno dei più gettonati dove i ragazzi vorrebbero vivere, convinti che i loro problemi termineranno una volta arrivati. Notiamo come ci sia poca consapevolezza sui futuri ostacoli che dovranno affrontare, ma non ce la sentiamo di spegnere in loro la speranza di poter trovare pace e continuare la loro vita. “Se non ci riesco neanche questa volta, pago uno smuggler che conosco che con 300 euro mi fa arrivare a Trieste, ma non vorrei affidarmi a lui perché conosco tante storie finite male”, ci ha confidato un altro.

Questa settimana è nata un’opportunità per A., un ragazzo afghano, di trovare illegalmente documenti per l’Europa. Era molto combattuto se tentare o tornare dalla sua famiglia e al lavoro in Afghanistan. Questa decisione sembrava innescare un conflitto dentro di lui – afflitto da insonnia e da gravi disturbi psicologici, dovuti ai traumi del passato, che manifesta con convulsioni alle quali abbiamo assistito la scorsa settimana. Quando gli abbiamo chiesto cosa sentiva, lui ha fatto un gesto con le mani dicendo: “il mio cuore sta parlando troppo”. Ci ha detto che aveva ricevuto delle telefonate dal suo capo nelle Forze Speciali il quale gli aveva chiesto di tornare a casa per combattere i talebani, minacciando di
pagare la mafia per trovarlo e ucciderlo se non avesse obbedito. Ci ha raccontato che precedentemente era stato catturato e torturato per un mese proprio dai talebani, tenuto in una piccola stanza. Era
sopravvissuto a molte esplosioni di bombe, una delle quali lo aveva portato a passare tre mesi in ospedale. Aveva combattuto insieme ai soldati britannici e americani contro i talebani e quando era stato costretto a fuggire a causa della paura della morte, non aveva trovato nessuno a sostenerlo. Come una pedina era stato usato e poi scartato. Per noi si è trattato di uno sguardo in un passato sconvolgente di terrore e di brutalità. Perché nessuno si assume la responsabilità di coloro che sono colpiti da una guerra in cui siamo così fortemente coinvolti?

Questo stesso ragazzo pochi giorni fa si trovava nel solito luogo dove provvediamo a fornire le docce, di fianco ad un piccolo fiume. Quel giorno noi non eravamo presenti, e ci ha raccontato che la polizia è
arrivata e lo ha picchiato, sottraendogli il cellulare, i pochi soldi che aveva e il diario che stava scrivendo da 5 anni. Ci ha riferito di come non gli importasse delle cose materiali che aveva, quanto del
suo diario e delle foto della sua famiglia che portava sempre con sé. Abbiamo percepito la frustrazione, la paura e l’umiliazione che vivono ogni giorno, soprattutto quando lui ci ha detto sorridendo “Le uniche ore del giorno in cui mi sento tranquillo e non ho paura sono quelle in cui veniamo qui a mangiare con voi, in cui stiamo insieme e ci divertiamo”.

A causa della scoperta della polizia del luogo delle docce siamo stati costretti a cambiare posto, per evitare di avere problemi e sottoporre i ragazzi a un possibile pericolo. Stasera, inoltre, ci è arrivata una voce sulla possibilità che giovedì la polizia arrivi con dei bus negli squat dove molti ragazzi dormono, per deportarli a Presevo, il campo al confine con la Macedonia. Pur non essendo certi che la cosa avvenga, li abbiamo avvertiti, perché per loro essere portati in quel campo significherebbe tornare
due passi indietro: molti di loro ci sono già passati e ne sono scappati.

Per alleggerire il clima, sabato scorso, dopo la distribuzione, abbiamo dato inizio alle serate di cinema all’aperto, durante le quali proiettiamo film consigliati da loro, che terminano con quella che
abbiamo soprannominato ironicamente “Pashtu disco”. E’ in questi momenti di allegria e spensieratezza che ci guardiamo e ci sentiamo nel “posto giusto”.

Interventi Civili di Pace a sostegno dei rifugiati: testimonianza dalla Serbia

Interventi Civili di Pace a sostegno dei rifugiati: testimonianza dalla Serbia

Pubblichiamo la prima testimonianza di Silvia Valdrè e Alessandra Dallari, volontarie attualmente in Serbia dallo scorso maggio (in seguito alla apertura del progetto) per supportare il lavoro delle organizzazioni di volontari internazionali indipendenti che sostengono i rifugiati bloccati al confine serbo-croato e serbo-ungherese.

Šid, Serbia – 8 Giugno 2017

“Oggi si respira!” ho pensato, forse ingenuamente, stamattina. La temperatura, fino a ieri altissima, è calata considerevolmente, regalandoci un po’ di refrigerio. I problemi, però, non sono tardati ad arrivare: al posto del sole incandescente è arrivata la pioggia e, con questa, una bella dose di fango. Stasera, durante la distribuzione del cibo, sono stati in tanti ad avvicinarsi al furgone per chiederci tende e teli di plastica sotto la quale ripararsi. Sembra che al clima serbo non piacciano le mezze misure.

In questi giorni io ed Alessandra ci siamo spostate da Subotica, sul confine ungherese, a Šid, a pochi chilometri dalla Croazia. Questa piccola cittadina passerebbe sicuramente inosservata se non fosse che, al momento, veda la presenza di diverse centinaia di profughi che vivono in condizioni di estrema vulnerabilità. L’attuale impossibilità di varcare il confine con l’Ungheria ha reso il confine serbo-croato, e Šid in particolare, la seconda scelta per tutti coloro che cercano di entrare in Europa attraverso la rotta balcanica. Di fatto però, si sta riproponendo la stessa situazione che fino a pochi mesi fa era possibile osservare a Subotica: frontiere invalicabili, presenza ingente di polizia, respingimenti forzati, abusi da parte delle autorità di frontiera e, in pratica, migranti abbandonati a sé stessi, costretti ad un’attesa infinita.

Mentre scrivo, ripenso alle conversazioni avute oggi durante la cena. Ho fatto amicizia in particolare con X, un simpatico signore algerino che ha vissuto a Bologna per diversi anni e con cui passo il tempo a chiacchierare di cucina. Sa che negli ultimi giorni io ed Alessandra stiamo aiutando i i volontari di No Name Kitchen, che tutte le sere preparano e distribuiscono i pasti alle oltre 200 persone che affollano la jungle. Si è quindi probabilmente convinto che io abbia una qualche (pressoché inesistente) dote culinaria e dispensa consigli sulla quantità di sale da usare e sulle verdure più adatte, lamentando la sua voglia di lasagne e tortellini. È una sorta di figura paterna qui: è raro, infatti, incontrare ragazzi sopra i 30 anni. Vedo che saluta sempre tutti e che c’è sempre qualcuno che lo lascia passare davanti in fila. Mentre ci parlo, mi chiedo sempre quale sia la sua storia, ma non voglio essere indiscreta. Qui, di storie interessanti, in realtà, ce ne sarebbero sicuramente tante da raccontare. Ad esempio, qualche giorno fa un gruppo di ragazzi ci è venuto a chiamare: aveva fatto la sua comparsa un piccolo gruppo di Cubani che, chiaramente confusi, avevano bisogno di qualcuno che fornisse loro informazioni. Cubani? In Serbia? Non ci potevamo credere! Eppure erano lì, seduti in un angolo. Nonostante se ne stessero in disparte, cercando di passare inosservati, è stato facile notarli: la ragazza, in particolare, sempre con lo zaino sulle spalle e la mano stretta in quella del suo compagno di viaggio, spiccava chiaramente, unica donna tra la folla di uomini. Mi sarebbe piaciuto riuscire a scambiarci due parole, ma di loro, oggi, già non c’era più traccia.

Quello che abbiamo notato è che sono in tanti qui, a parlare diverse lingue: pashtu, urdu, farsi…ma anche italiano, spagnolo, francese. Molte di queste persone, hanno vissuto per tanti anni nei nostri Paesi, costruendo una vita in quell’Europa che adesso si chiude davanti a loro.
Quando Henry, un volontario inglese, ci è venuto a chiamare per andare a casa, ho salutato X, augurandomi che riuscisse a riposarsi un po’, nonostante l’acquazzone. “Sister, lo sai che io non dormo!”, mi ha risposto, riferendosi al fatto che anche oggi, come tutte le altre notti, proverà a passare il confine con la Croazia. “Non molliamo mai!”, ha gridato, in italiano, mentre correva via.

Giunta a casa, mi arriva un messaggio da Victor, uno dei volontari dell’organizzazione tedesca Regardu che da diversi mesi lavorano qui a Šid. Chiede se può passare da casa nostra per lasciare un sacco di vestiti da lavare, sono tanti e con una sola lavatrice a loro disposizione non sarebbero mai pronti da distribuire per il giorno dopo. I volontari di Regardu stanno portando avanti un progetto davvero bello: offrono un servizio di docce “portatili” per i profughi che, non avendo accesso ai campi ufficiali, non saprebbero dove altro lavarsi. Si caricano sulle spalle tutto il necessario e montano le docce in un luogo nascosto in mezzo al bosco. Con un sistema di tubi prendono l’acqua da un fiume vicino e fanno in modo di riversarla all’interno di tre tende, adibite a docce. Grazie a dei tasselli numerati, i volontari controllano che la fila sia rispettata, dosano il sapone e cronometrano il tempo necessario ad ognuno per lavarsi. Dopo ogni doccia raccolgono i vestiti sporchi di ciascuno e danno un ricambio pulito a tutti. Con questo sistema riescono a provvedere ai bisogni di circa 50 persone al giorno. Tra l’altro sono stati costretti a cambiare postazione diverse volte dalla polizia, che non vuole che si distribuiscano beni ai profughi e accampa motivazioni di salvaguardia dell’ambiente. Hannah, la responsabile del servizio, mi ha raccontato di come, per evitare ulteriori problemi con la polizia, i volontari siano addirittura arrivati ad evitare di dare direttamente ai migranti il flacone del bagnoschiuma, preferendo versarglielo in mano quando necessario: “Se ci dovessero cogliere sul fatto, nelle loro mani non troverebbero nulla, nemmeno un flacone di plastica. In fin dei conti l’acqua è un bene pubblico, non possono vietarne l’accesso!”. Abbiamo capito che, almeno per i prossimi giorni, il nostro appartamento sarà trasformato in una lavanderia a pieno ritmo.

Qui i problemi da risolvere sono tanti, troppi. Le uniche organizzazioni che supportano i profughi esclusi dai campi sono tutte finanziate da donazioni, o dai volontari stessi che in caso di necessità pagano di tasca loro le spese necessarie. Eppure sembra funzionare tutto bene: ogni settimana i volontari si incontrano per fare il punto della situazione, per dare suggerimenti, per capire semplicemente se tutti siano sulla stessa lunghezza d’onda e come sia il morale. Ogni volta c’è un dilemma in più: i migranti musulmani chiedono del latte per rompere il digiuno del Ramadan, si può trovare? Si vorrebbe arricchire la dieta con della frutta fresca, ma i fondi stanno finendo: c’è qualcuno che possa finanziarla? È stata notata la presenza di polizia attorno al luogo della distribuzione: è stato fermato qualcuno? Ci sono dei ragazzi che hanno bisogno del dentista: qualcuno può accompagnarli? La comunicazione è continua e il sistema collaudato. Mi chiedo però, cosa succederà quando i volontari se ne dovranno andare. Per quanto si potrà andare avanti?

Tra tutti, il problema delle visite mediche, forse, è quello più stringente. Mentre trovare cibo è più facile, non lo è altrettanto assicurare la presenza di medici qualificati. I volontari adeguatamente formati sono pochi e spesso i medici delle cliniche si rifiutano di visitare i profughi, invitando ad andare a registrarsi ai campi, già sovraffollati. Anche il supporto psicologico manca. Offrire il proprio tempo per ascoltare, “esserci” , è sicuramente importante, ma può non essere sufficiente. Purtroppo è fin troppo chiaro come sia necessario, per alcuni, un serio sostegno professionale. I volontari spagnoli, che hanno accolto in casa loro un ragazzo afghano che li aiuta nella preparazione dei pasti, ci hanno confidato come siano preoccupati per lui: non dorme da giorni e si isola spesso. Il trauma del viaggio, la mancanza di prospettive, gli abusi fisici e psicologici a cui molti sono sottoposti hanno lasciato segni più difficili da vedere, ma che hanno gravi conseguenze sulla loro capacità di “non mollare mai”.

No Border Fest – IX edizione: libertà di movimento oltre ogni confine [16-17/06]

No Border Fest – IX edizione: libertà di movimento oltre ogni confine [16-17/06]

Nei giorni 16 e 17 giugno torna a Roma il No Border Fest, organizzato da La Città dell’Utopia, Servizio Civile Internazionale, Laboratorio 53, Echis – incroci di suoni, Eduraduno, Casa dei Venti.
Il festival, giunto quest’anno alla nona edizione, è dalla sua nascita un momento di confronto e di convivialità sul tema delle migrazioni con laboratori sensoriali, esposizioni, dibattiti, musica e teatro.

La nona edizione del No Border Fest si inserisce in un quadro sociale e politico in cui i dispositivi lesivi dei diritti hanno fatto un ulteriore “salto di qualità” con le leggi Minniti-Orlando, che prevedono la moltiplicazione dei centri di detenzione ed espulsione di persone migranti, l’abolizione del secondo grado di giudizio per i richiedenti asilo, la cancellazione dell’udienza e la repressione di ogni dissenso e “diversità”. A queste derive fortemente autoritarie, valide per chiunque proprio perché sperimentate in primis sulla pelle delle persone migranti, il No Border Fest vuole rispondere con suggestioni basate sulla libertà di movimento e sulla cittadinanza universale, e lo farà attraverso narrazioni alternative, decostruzione degli stereotipi e laboratori.

 

Venerdì 16 giugno, dalle 18.00 presso La Città dell’Utopia (via Valeriano 3F), il festival darà spazio al confronto “Guerra alla diversità: le leggi Minniti-Orlando”, che ha l’obiettivo di raccontare la genealogia di entrambe le leggi, il loro radicamento nel tessuto sociale e le conseguenze che avranno. A partire dagli aspetti comunicativi online, che permettono a queste misure repressive di fare presa in un clima politico sempre più apertamente accusatorio, ghettizzante e ammiccante al fascismo, si approfondiranno le ripercussioni sociali interne ed esterne, come ad esempio l’esternalizzazione del controllo alle frontiere.
Alla discussione parteciperanno Enrica Rigo (Docente di Filosofia del Diritto, impegnata nella Legal Clinic di Roma Tre e attivista), Sara Prestianni (ARCI, curatrice del report “Le tappe del processo di esternalizzazione del controllo alle frontiere in Africa, dal Summit della Valletta ad oggi”), Giovanni Baldini (ANPI, curatore dell’inchiesta “La galassia nera su facebook”).

 

Sabato 17 giugno, a partire dalle 09.30 (sempre presso La Città dell’Utopia), il festival affronterà i temi dell’autodeterminazione, dell’inclusione sociale e della libertà di movimento attraverso workshop culinari, educativi e ludici (la cui partecipazione è aperta ma è richiesta la prenotazione):

  • “Yeppo!”, incontro di gioco con il metodo della Ludopedagogia a cura di Liscìa e Laboratorio 53;
  • Laboratori di cucina internazionale a cura de La Città dell’Utopia;
  • “Il movimento non ha barriere”, laboratorio di danza creativa per bambini e genitori a cura dell’associazione Eduraduno;
  • “Riskio! – Gioco migramondo a squadre” a cura de La Città dell’Utopia.

La giornata sarà poi caratterizzata dalla performance “Vita In-Attesa #2” a cura del Laboratorio Teatrale dell’Utopia, con la chiusura affidata alla musica di Nosenzo a suon di balkan folk reggae.

Il festival sarà inoltre la cornice per tre percorsi audio/visivi. Il primo, “Guide invisibili – Passeggiate sonore di e con i nuovi cittadini” a cura di Echis – incroci di suoni, vuole raccontare due quartieri romani attraverso le storie dei nuovi cittadini della Capitale. Due passeggiate audio che disegnano per la città itinerari inesplorati e permettono di osservarla con occhi diversi, con occhi stranieri. Migranti, profughi, rifugiati sono ospiti o abitanti di questa città? Il secondo, “Anime migranti. Al di qua delle parole” è invece la proiezione di un laboratorio di danza movimento terapia con rifugiati e studenti. Infine il terzo, “Come mi vedo, come mi vedi. Narrazioni e altre narrazioni dal quotidiano migrante” è una mostra a cura di Alessandra Cedri e Damir Bojic, che tocca gli argomenti dell’inclusione attraverso l’autoproduzione della dimensione quotidiana, che si scontra con la propaganda mediatica.



> DURANTE IL FESTIVAL <

“Guide invisibili” – Passeggiate sonore di e con i nuovi cittadini, a cura di Echis – incroci di suoni (venerdì 16 e sabato 17, 11:00 – 12.00 @Piazza Vittorio)

Info e iscrizioni: info@echis.org

“Anime migranti. Al di qua delle parole” – Installazione visiva di un laboratorio di danza movimento terapia con rifugiati e studenti, di L. Piermartieri.

“Come mi vedo, come mi vedi. Narrazioni e altre narrazioni dal quotidiano migrante” Mostra a cura di Alessandra Cedri e Damir Bojic.
> VENERDÌ 16 Giugno, @La Città dell’Utopia (via Valeriano 3F, San Paolo) <

18.00 – 20.00

“GUERRA ALLA DIVERSITÀ: LE LEGGI MINNITI-ORLANDO”

Dibattito con: Enrica Rigo (Docente di filosofia del diritto presso Legal Clinic di Roma Tre e attivista), Sara Prestianni (ARCI), Giovanni Baldini (ANPI, curatore dell’inchiesta “La galassia nera su facebook”)

20.30

Cena a cura di Makì – Sapori dal mondo

Info e prenotazioni: 3295336212

21.15

Proiezione del documentario Và pensiero. Storie ambulanti (Italia, 2013), di Dagmawi Yimer
> SABATO 17 GIUGNO, @La Città dell’Utopia (via Valeriano 3F, San Paolo) <

dalle 09.30 alle 13.30

Mercatino contadino e dell’artigianato terra/TERRA

Durante il mercatino:

10.30 – 12.30

“Yeppo!”, incontro di gioco con il metodo della Ludopedagogia. Giocare per incontrarsi. Sorprendersi per conoscersi, a cura di Liscìa e Laboratorio 53.

Info e iscrizioni: ginevra.sam@gmail.com / 3487924055

11.00 – 13.00

Laboratorio di cucina internazionale a cura de La Città dell’Utopia.

Info e iscrizioni: lacittadellutopia@sci-italia.it

13.30

Pranzo a cura della Biosteria dell’Utopia.

16.00 – 18.00

“Il movimento non ha barriere”, laboratorio di danza creativa per bambini e genitori a cura dell’associazione Eduraduno.

Info e iscrizioni: eduraduno@libero.it

16.00 – 18.00

Riskio! – Gioco migramondo a squadre a cura de La Città dell’Utopia.

Info e iscrizioni: lacittadellutopia@sci-italia.it

19.00 – 20.00

“Vita In-Attesa #2”, performance a cura del Laboratorio Teatrale dell’Utopia.

20.30

Cena a cura della Biosteria dell’Utopia.

21.00 – 22.15

Concerto di Nosenzo (Balkan folk reggae)

Vai all’evento Facebook.

Corso di formazione per interventi in zone di confine

Corso di formazione per interventi in zone di confine

Il Servizio Civile Internazionale organizza il primo “Corso di formazione per interventi in zone di confine”, volto a favorire l’acquisizione degli strumenti per una presenza civile critica, consapevole delle dinamiche in loco e rispettosa del contesto in situazioni di conflitto legate agli odierni flussi migratori.

La proposta di questo corso di formazione nasce dalla volontà di attivarsi e di moltiplicare gli sforzi civili in merito alle situazioni denunciate nelle aree di confine europee ma non solo, abbinata alla decennale esperienza di SCI Italia di presenza civile in aree di conflitto (Palestina, Kurdistan, America Centrale, Balcani, Val di Susa).

Tra le situazioni più inumane vi è sicuramente quella delle persone migranti in transito nei Balcani, la cui libertà di movimento è ostacolata dalle politiche europee di chiusura dei confini, a cui si aggiungono le quotidiane violazioni dei diritti umani portate avanti dalla polizia di frontiera e da alcuni gruppi di matrice razzista e xenofoba.

Il corso di formazione si terrà a Roma il 12 maggio 2017, presso La Città dell’Utopia (via Valeriano 3F, metro San Paolo).

Il corso è aperto a tutti/e e destinato in particolare a laureandi e neo-laureati, nonché volontari/e legati/e al mondo della cooperazione internazionale e dell’associazionismo, e attivisti/e legati/e ai movimenti sociali.

Attraverso sessioni di educazione non-formale e presentazioni interattive, i/le corsisti/e potranno acquisire gli strumenti di base per attivarsi consapevolmente in aree di confine e, in generale, in aree di conflitto a bassa intensità, al fine di produrre dinamiche solidali e di cooperazione virtuose lontane dall’assistenzialismo e dalla normalizzazione, con l’obiettivo ultimo di svelare le cause alla radice dei conflitti.

A seguire il programma completo del corso con tutte le informazioni relative alle modalità d’iscrizione e ai costi.

INFO: comunicazione@sci-italia.it

>>> Programma e modalità di partecipazione

Modulo I (h.09.30 – 11.00)

Presentazione del corso e group-building

Modulo II (h.11.00 – 11.45)

Attivarsi in zone di confine con e per persone migranti: analisi di aspettative e motivazioni

Modulo III (h.12.00 – 13.30)

Richiedenti asilo, rifugiati: storia di una categoria politica (a cura di Laboratorio 53)

Modulo IV (h.14.30 – 16.00)

Relazionarsi al conflitto: dall’analisi peer-2-peer dei conflitti all’interazione con gli stessi

Modulo V (h.16.00 – 17.15)

Nuove rotte migratorie tra repressione e resilienza: la Balkan Route (a cura di Echis – Incroci di Suono)

Modulo VI (h.17.30 – 18.15)

Dal singolo al collettivo: i processi decisionali in situazioni di conflitto

Modulo VII (h.18.15 – 19.00)

Per una presenza civile critica e consapevole in zone di conflitto: la decostruzione della proiezione di sé e della dinamica del giudizio

Iscrizioni e costi

Iscrizioni: comunicazione@sci-italia.it
(oggetto dell’email “Iscrizione corso di formazione per interventi in zone di confine”)

Scadenza iscrizioni: 10 maggio

Numero massimo di persone: 12

Costi del corso: 40 euro (comprensivi di tesseramento SCI)

Modalità di pagamento: bonifico bancario a Servizio Civile Internazionale Onlus, IBAN IT69C0501803200000000101441

Causale: “Donazione corso formazione + nome e cognome del/della partecipante”

(Nota: Tutte le donazioni a favore dello SCI sono fiscalmente deducibili o detraibili)

Alle/ai partecipanti verrà rilasciato un dvd contenente alcuni audio/documentari realizzati all’interno del progetto Across the Land e i materiali utilizzati durante il corso.

Interventi Civili di Pace al confine serbo-ungherese: call aperta

Interventi Civili di Pace al confine serbo-ungherese: call aperta

Il Servizio Civile Internazionale, Volonterski Centar Vojvodine (VCV Serbia) e Fresh Response lanciano il primo progetto di Interventi Civili Di Pace al confine serbo-ungherese. Tre mesi sul campo a sostegno delle attività di Volonterski Centar Vojvodine e Fresh Response per il supporto delle persone migranti in transito nei Balcani.

Il progetto è frutto della lunga collaborazione instaurata con VCV Serbia – branca serba del network Service Civil International – che negli ultimi mesi ha focalizzato le sue attività sul supporto e l’attivazione sociale delle persone migranti in transito nei Balcani, la cui libertà di movimento è ostacolata dalle politiche europee di chiusura dei confini, a cui si aggiungono le quotidiane violazioni dei diritti umani portate avanti dalla polizia di frontiera e da alcuni gruppi di matrice razzista e xenofoba.

Sono circa 8000 i rifugiati in territorio serbo, di cui solo 6000 ospitati in campi e strutture ufficiali (ma non sempre adeguate e attrezzate), e circa 2000 sono quelli che affollano le strade di Belgrado. Le immagini scioccanti della condizione dei rifugiati in Serbia nei mesi scorsi hanno fatto il giro del mondo: costretti a vivere all’aperto, in edifici abbandonati, in tende di fortuna, senza acqua, cibo, assistenza, forniture igienico-sanitarie, in attesa da mesi che l’Europa apra le sue porte.
L’iniziativa si aggiunge quindi alle altre messe in campo dal network SCI negli ultimi due anni a supporto delle persone migranti, al fine di garantirne la libertà di movimento, il rispetto dei diritti umani e per promuovere una contro-narrazione delle vicende migratorie. Queste iniziative, riprese con vigore nel 2015 in seguito a quella che è stata definita “la più grande catastrofe umanitaria di rifugiati dopo la II guerra mondiale”, si inseriscono nella campagna internazionale “Building Bridges”, che si prefigge di utilizzare lo strumento dei campi di volontariato internazionale e del volontariato in generale al fine di trasformare i conflitti sociali che attraversano la società contemporanea.

Descrizione:

Il progetto si svolgerà prevalentemente nel paese di Subotica – città serba al confine con l’Ungheria – insieme all’associazione partner Fresh Response, con la possibilità di recarsi a Novi Sad per momenti di debriefing con VCV Serbia.
I 2 volontari/e saranno accompagnati da un coordinatore locale e faranno parte di un gruppo di volontari locali e internazionali. Saranno in contatto costante con il coordinamento italiano delle associazioni partner.

Periodo permanenza in loco:

22/05/2017 – 22/08/2017

Luogo:

Subotica (Serbia)

Attività dei volontari:

  • Primo soccorso alle persone migranti in transito.
  • Garantire una presenza internazionale in loco al fine di tutelare le persone migranti dalle violazioni subite per mano della polizia di frontiera.
  • Redazione di articoli in inglese per il blog BalkanSteps e in italiano per il sito del Servizio Civile Internazionale.
  • Sostenere attivamente l’organizzazione di eventi di sensibilizzazione e raccolta fondi una volta rientrati in Italia.
  • È chiesto fin da ora l’impegno, al rientro, a condividere e promuovere il materiale raccolto (video, foto, interviste) per diffondere un’informazione più consapevole delle dinamiche causate dalla chiusura dei confini e la mancanza di libertà di movimento nello spazio europeo. Il materiale raccolto dalle/i volontari sarà utilizzato per le campagne a sostegno della libertà di movimento portate avanti da SCI Italia, VCV Serbia e Fresh Response.

Requisiti obbligatori:

  • Conoscenza della lingua inglese.
  • Precedenti esperienze di volontariato e/o attivismo.
  • Adattabilità al lavoro di gruppo, alle situazioni di stress e di difficoltà, alle precarie condizioni igienico-sanitarie.
  • Età minima: 22 anni.
  • Condivisione di obiettivi e metodi delle associazioni promotrici e desiderio di impegnarsi anche oltre l’esperienza in sé.
  • Partecipazione alla formazione residenziale che si terrà nei giorni 12-13 maggio 2017.

Costi:

Tesseramento SCI: 20 euro

Vitto e alloggio per la formazione: 20 euro

Viaggio: a carico della/del partecipante

Vitto e alloggio in loco: coperto dal progetto (100 euro di pocket money mensile + ospitalità in una foresteria di VCV Serbia/Fresh Response)

Formazione:

È prevista una formazione di due giorni volta a favorire una presenza in loco consapevole delle dinamiche e rispettosa del contesto locale, nonché una conoscenza approfondita dello SCI. La prima giornata di formazione sarà specifica sul progetto di Interventi Civile di Pace al confine serbo-ungherese, e sarà inoltre aperta anche ad altre persone interessate alla questione. La seconda giornata di formazione rientra all’interno degli incontri organizzati dallo SCI per volontarie/i in partenza per progetti di volontariato internazionale (leggi qui per informazioni più dettagliate).

La partecipazione a entrambi i giorni di formazione è obbligatoria per le/ i volontari selezionati per questo progetto.

Periodo: 12-13 maggio 2017, Roma, La Città dell’Utopia.

Candidatura:

Per la candidatura è necessario inviare il CV e la lettera di motivazione* a:           comunicazione@sci-italia.it entro e non oltre il 27 aprile 2017.

L’esito delle selezioni verrà comunicato il 5 maggio 2017.

*Si ricorda che la lettera di motivazione non equivale ad una lettera di presentazione

“No Border Fest”: campo di volontariato a Roma

“No Border Fest”: campo di volontariato a Roma

Dal 12 al 21 giugno 2017 un campo di volontariato a Roma, all’interno del progetto locale La Città dell’Utopia, che promuove percorsi di cittadinanza attiva e sviluppo locale. Eventi, iniziative, workshop e corsi ruoteranno attorno a tre temi principali: interculturalità, stili di vita sostenibili e cittadinanza attiva.

Durante il campo, come ogni anno, avrà luogo il festival “No Border Fest”, tre giorni di dibattiti, musica ed eventi culturali intorno al tema delle migrazioni e della libertà di movimento.

I volontari e le volontarie contribuiranno all’organizzazione del festival, partecipando all’allestimento degli spazi e alla promozione dell’evento. Avranno altresì la possibilità di approfondire le tematiche del progetto incontrando l’assocazione Laboratorio 53, partner del festival, che da anni supporta richiedenti asilo e rifugiati nel territorio romano.

I/Le partecipanti alloggeranno presso l’ostello de La Città dell’Utopia in stanze condivise. Saranno provvisti letti, materassi, lenzuola e coperte.

La lingua del campo è inglese.

Leggi qui la scheda completa del campo.

Per maggiori informazioni sui campi SCI nel Nord del mondo, ecco la pagina dedicata.

Tutti i campi di volontariato del Servizio Civile Internazionale sono consultabili sul database www.workcamps.info.

 

Across The Land: reportage audio dalla Balkan route

Across The Land: reportage audio dalla Balkan route

È online da oggi il reportage audio in quattro tappe frutto del progetto Across the Land, un lavoro di documentazione sulla rotta migratoria balcanica meglio conosciuta come “Balkan route”. Incentrato sulla Bulgaria, il reportage sarà pubblicato a cadenza settimanale sul sito Across the Sea, in quanto follow-up del progetto omonimo avviato nel 2014.

Across the Land, portato avanti da Echis.org in collaborazione con il Servizio Civile Internazionale, è un progetto che attraversa i confini della Bulgaria, partendo dalla Turchia e arrivando fino alla Serbia. Realizzato nell’inverno 2016, quando i riflettori mediatici su questa rotta migratoria erano più accesi che mai, Across the Land – come fu Across the Sea – racconta il vissuto di tutte le persone che vogliono bruciare la frontiera – come si dice in lingua araba – ricercando per sé, il nucleo familiare e la propria comunità le condizioni per il soddisfacimento dei propri progetti di vita. Una ricerca che ha determinato e continua a determinare per milioni di persone l’esigenza di muoversi, di trovare la propria strada in altri luoghi diversi da quello di nascita.

Una volta ultimato il progetto vuole essere strumento dinamico e implementabile tramite i contributi di quanti lavorano al monitoraggio delle frontiere e delle rotte di migrazione verso l’Europa. Affinchè si vada accumulando nel tempo un archivio il più possibile aggiornato, che sia strumento di lettura dei cambiamenti in atto e fonte di informazioni utili a contrastare efficacemente le politiche di esclusione e morte alle frontiere europee, sarà necessario il contributo di tutti e tutte.

Per informazioni:
info@echis.org
coordinamento@sci-italia.it

Across the Land è un progetto finanziato dalla PME Foundation

Migrazioni, “A Route To Connect”: in viaggio lungo la Balkan route

Migrazioni, “A Route To Connect”: in viaggio lungo la Balkan route

Dal 15 maggio al 2 giugno 2017, un viaggio lungo la cosiddetta “Balkan route”, aperto a giovani cittadini europei che abbiano meno di 30 anni. I paesi che attraverseremo sono Slovenia, Croazia, Serbia, Macedonia e Grecia, seguendo quello che era il corridoio umanitario usato da moltissimi per raggiungere l’Europa occidentale.

Il progetto è organizzato dal Service Civil International in collaborazione con i volontari e le volontarie indipendenti che lavorano nei campi profughi allestiti nella zona e lungo i confini.

Gli obiettivi del progetto:

  • Creare una rete sociale tra i cittadini europei e chi cerca riparo in Europa, cercando di alleviare il senso di isolamento che accompagna il viaggio di molti
  • Ascoltare le storie di chi è in viaggio o si trova nei campi profughi e cercare di portarle alla luce attraverso campagne e strumenti online
  • Supportare chi, lungo il proprio percorso, ha creato attività sociali e umanitarie autonome e invitarli ad unirsi anche al nostro progetto
  • Accrescere la propria esperienza sulla questione migratoria e sfruttare questa opportunità per diventare testimoni di questa ingiustizia, anche una volta tornati nel proprio paese.

Leggi qui tutti i dettagli del progetto.

Per presentare la propria candidatura, compilare il seguente modulo online entro domenica 12 marzo 2017.

Attenzione: i partecipanti italiani selezionati dovranno partecipare necessariamente a una delle formazioni di I livello organizzate da SCI-Italia.

Pacifismo e migrazioni forzate: seminario in Catalunya, 10-15 marzo

Pacifismo e migrazioni forzate: seminario in Catalunya, 10-15 marzo

“Learn and get inspired from the past” è un seminario internazionale sul tema della pace e delle migrazioni forzate, che si terrà dal 10 al 15 marzo, ad Alt Empordà, Catalunya, al confine tra Spagna e Francia. È qui che nel febbraio 1939 ebbe luogo “la retirada”: 500000 persone hanno attraversato il confine per fuggire dalla guerra civile spagnola, dopo che le truppe di Francisco Franco presero la città di Barcellona.

I/Le partecipanti al seminario seguiranno la rotta dei rifugiati e visiteranno i luoghi che la ricordano, come l’Exile Memorial Museum (MUME).

L’ obiettivo del seminario è quello di mettere in luce il valore della memoria come strumento per analizzare il presente e stimolare la mobilitazione e la solidarietà. Un altro aspetto importante sarà la riflessione condivisa sulla situazione attuale dei rifugiati, sulle origini dei conflitti che mettono in moto le ondate migratorie, sulle rotte più battute.

Tutt@ i/le partecipanti raccoglieranno storie passate che possano essere d’ispirazione per possibili azioni sul presente. Gli output prodotti saranno raccolti in un video finale e in un’esposizione.

Essendo parte del programma Erasmus+, per i/le partecipanti vitto e alloggio sono coperti dalla Commissione Europea. Le spese di viaggio saranno rimborsate fino a un massimo di 180 euro.

Per partecipare, è necessario effettuare la tessera associativa SCI-Italia 2017 (20 euro).

Candidature entro il 12 febbraio, compilando il form online.

Prima di candidarti, leggi qui tutti i dettagli del seminario.

Nella “ghiacciaia d’Europa”: cronache dal confine serbo-ungherese

Nella “ghiacciaia d’Europa”: cronache dal confine serbo-ungherese

Le immagini scioccanti della condizione dei rifugiati in Serbia stanno iniziando a fare il giro del mondo. Le temperature di questo inverno gelido sono calate a picco verso i -20 gradi, e mentre i Balcani si trasformano nella “ghiacciaia d’Europa” migliaia di migranti e richiedenti asilo sono costretti a vivere all’aperto, in edifici abbandonati, in tende di fortuna, senza acqua, cibo, assistenza, forniture igienico-sanitarie, in attesa da mesi che l’Europa apra le sue porte.

Sono circa 8000 i rifugiati in territorio serbo, di cui solo 6000 ospitati in campi e strutture ufficiali (ma non sempre adeguate e attrezzate per l’inverno), e circa 2000 sono i disperati che affollano le strade di Belgrado. Medici Senza Frontiere denuncia le terribili condizioni in cui sono costretti a vivere, abbandonati a se stessi e alle temperature polari delle ultime settimane. Casi di ipotermia, di congelamento degli arti, di intossicazione per inalazione di fumi tossici (per resistere al freddo viene bruciato di tutto) sono sempre più frequenti; per non parlare di malattie minori generate dalle condizioni igieniche nulle, come la scabbia, diffusissima. L’UNHCR, nonostante fosse stata avvertita per tempo e avesse assicurato la presenza di sufficienti strutture a norma, è stata in grado di fornire unicamente qualche tenda, telone e coperte – oggi sepolte dalla neve. Il governo serbo, da parte sua, fa quel che può con fondi che non sono sufficienti: quelli promessi tempo addietro dall’Europa sono arrivati dimezzati e mai rinnovati.

I campi attualmente presenti sono pieni e in alcuni casi sovraffollati, e da tempo non accettano più nessuno. Un nuovo campo è stato aperto negli ultimi giorni nei pressi di Belgrado, dove ricollocare le 2000 anime che affollano le strade della capitale. Ma la sua capacità è di 600 persone, nient’affatto sufficiente. Come se non bastasse, circa due mesi fa il governo serbo ha pubblicato una lettera aperta rivolta a tutte le organizzazioni e ong attive in campo umanitario, proibendo loro di servire cibo ai migranti non registrati nei campi. Da allora, le organizzazioni locali non svolgono più una regolare attività di assistenza, le uniche ong rimaste attive sono internazionali o provenienti da altri paesi. Senza queste organizzazioni internazionali, i rifugiati non riceverebbero assistenza alcuna, né cibo, né acqua, né assistenza medica. Organizzare qualsiasi genere di attività umanitaria è di giorno in giorno più complicato: il governo non vuole che i rifugiati dimorino in campi di fortuna e quindi chiude i centri per attività diurne che supportano i migranti non registrati; in questo modo si tenta di scoraggiare la scelta di restare fuori dal sistema ufficiale, costringendo i rifugiati a registrarsi regolarmente avviando la procedura di richiesta di asilo (nonostante non siano disponibili posti a sufficienza per tutti/e!).

Questo comporta una notevole difficoltà anche per chi svolge un lavoro umanitario. Nei mesi scorsi esperienze locali come Infopark (chiosco allestito all’interno del parco antistante la stazione centrale di Belgrado, gestito da volontari che ogni giorno davano informazioni logistiche e legali ai rifugiati) o Miksalište (centro diurno dove ai rifugiati venivano offerti due pasti al giorno e delle attività ricreative) sono state chiuse o ridotte di attività. La polizia effettua regolari ronde di controllo nelle zone dove sono accampati i migranti, e i volontari che vengono colti nel distribuire cibo, o vestiti, o coperte, vengono portati in commissariato per effettuare dei controlli. La logica di questa morsa restrittiva è in linea con le criminalizzazioni di attivisti e volontari di mezza Europa, a rischio di condanne molto gravi per aver dato un passaggio in macchina o ospitato in casa o semplicemente aiutato i rifugiati.

Essere una/un volontaria/o oggi significa muoversi in bilico tra l’aiuto umanitario e l’illegalità. Come esempio concreto posso riportare l’attività dei volontari di Fresh Response e North Star nella zona di Subotica e Kelebija. Qui, al ridosso del confine ungherese, un numero oscillante tra i 200 e i 300 rifugiati preme sulla frontiera, ogni notte, tentando, a piccoli gruppi, di attraversarla. La condizione di questi rifugiati è estremamente critica: esclusi dal sistema di accoglienza, vivono in alloggi di fortuna come una fabbrica di mattoni abbandonata, i vagoni in disuso nel deposito ferroviario, o nella cosiddetta “jungle”, in tende da campeggio. Le temperature non salgono più sopra lo zero da settimane, non ci sono servizi igienici attrezzati, né acqua. Se qui non fosse attivo questo gruppo di volontari internazionali, indipendente, ai rifugiati mancherebbe ogni genere di assistenza, anche primaria. Tramite donazioni private e il supporto di organizzazioni locali (quali Eastern European Outreach e Volonterski Centar Vojvodine) e internazionali (prima tra tutte Medici Senza Frontiere), FR e NS riescono a distribuire ogni giorno circa 200 “food bags”, con all’interno frutta, verdura, pane, riso, olio, acqua, latte, zucchero. Il lavoro è incessante perché l’obiettivo è tutelare la sopravvivenza di ogni gruppo di rifugiati; vengono quindi distribuite pentole per cucinare, legna per i fuochi. Tende, sacchi a pelo, coperte, teli isolanti. Per ogni rifugiato vengono garantiti capi di vestiario secondo necessità: scarpe invernali, giacche, maglioni, magliette, intimo. Guanti, calze, sciarpe e cappelli vengono distribuiti senza limite. Tutto questo è possibile grazie all’aiuto di donatori che da tutto il mondo supportano l’attività di questo incredibile e infaticabile gruppo di volontari.

La situazione è ancor più drammatica se si pensa che in questa zona manca un presidio medico deputato ad assistere i rifugiati; accade quindi spesso che i volontari si ritrovano a dover affrontare situazioni che solo un medico dovrebbe trattare. Oltre ai problemi causati dall’esposizione al freddo intenso (nello specifico, i casi di congelamento delle estremità degli arti, che se non curati in tempo possono causare il decesso del tessuto, e portare quindi all’amputazione), i casi più gravi sono conseguenza della violenza della polizia ungherese sui corpi di chi ha tentato di attraversare la frontiera durante la notte. Decine di uomini tornano indietro brutalmente pestati, feriti. Contusioni, nasi rotti, dita spezzate, dolori intercostali, difficoltà respiratorie. In questi casi, i volontari non possono che accompagnare i feriti al pronto soccorso locale, dove fino ad oggi i rifugiati sono stati accettati e presi in cura. Ma la situazione potrebbe presto cambiare, poiché una direttiva del Ministero della Salute proibisce agli ospedali di trattare i rifugiati come pazienti normali: è vietato per loro attendere nella stessa sala di attesa degli altri pazienti. Devono essere collocati in un edificio separato ed essere presi in cura per ultimi, quando la lista di attesa è terminata.

Questo rende il lavoro umanitario sempre più arduo, insieme alle retate sempre più frequenti della polizia. Tali retate sono dirette principalmente contro i rifugiati: con la scusa del freddo intenso, all’incirca una volta al mese vengono deportate a sud, nel campo chiuso di Presevo, quante più persone possibile. Molte di loro vengono direttamente portate oltre il confine macedone, per respingerle sempre più lontano dai confini europei. Per quanto riguarda il rapporto tra la polizia e i volontari, si basa su un confine labile di tolleranza: finché l’attività di assistenza viene svolta in modo discreto e invisibile, viene lasciata correre; ma quando questa diventa pubblica e palese, iniziano i problemi. Ad esempio, sia FR che NS fino a qualche settimana fa avevano degli spazi ai confini della città di Subotica dove svolgere attività diurne per i rifugiati. Tali spazi, regolarmente affittati, venivano chiamati Community Center: per 6 ore al giorno, tutti i giorni, ai rifugiati era possibile sostare in un luogo chiuso, riscaldato, con wifi gratuito, docce per lavarsi, e via dicendo. Entrambi i Community Center sono stati chiusi dalla polizia, minacciando di arresto i proprietari con l’accusa di traffico di uomini. In questo modo le autorità riescono a mantenere l’attività dei volontari il più possibile nell’ombra, e le condizioni dei rifugiati sempre più critiche.

Quella che abbiamo davanti ai nostri occhi è una tragedia umanitaria di proporzioni gigantesche. La gestione che le autorità e i governi europei stanno attuando di tale crisi è nulla, benché politici e politicanti si riempiano la bocca di soluzioni per l’emergenza migratoria. Di fatto davvero presenti sul territorio sono solo organizzazioni di volontari che rimangono piccoli baluardi di umanità, di fronte allo scempio della democratica Europa che rimane a guardare.

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