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Riconversione industriale, ecologismo e inclusione sociale: testimonianza da Ventimiglia

Riconversione industriale, ecologismo e inclusione sociale: testimonianza da Ventimiglia

Pubblichiamo la testimonianza di Matteo Malagoli, volontario SCI che ha partecipato quest’estate al campo “Route of Jerusalem” a Ventimiglia.

Il giorno di avvio del campo di lavoro sono già a Ventimiglia da un giorno, arrivo infatti il 14 luglio per partecipare alla manifestazione organizzata da progetto 20k e noborder. La manifestazione molto bella, partecipata e rumorosa si è snodata per tutta la città con decine di associazioni (e molte bande musicali) provenienti da Italia , Francia e Spagna.

Comincia il campo e incontro gli altri volontari alla stazione dei treni: Pablo dalla Francia, Paula e Alvaro dalla Spagna e Cecile dal Belgio… Cecile è sempre Cecile del campo precedente con Sci-Progetto 20k, sembra che il Belgio e l’Italia non sono così distanti. Filippo dello SCI Piemonte ci preleva per portarci a Varase.

La sede del campo è la casa famiglia Spes dove allestiamo il nostro campeggio, qui incontriamo Claire da Parigi che è responsabile di una delle associazioni partner “ Route to Jerousalem”. L’edificio dello Spes è la scuola di Varase che è stata riconvertita a casa di accoglienza per ragazzi diversamente abili, il benvenuto dei ragazzi è stato calorosissimo e molti insistevano per farci dormire nelle stanze della struttura.

Lo Spes è una realtà molto complessa, oltre alla casa accoglienza c’è un laboratorio alimentare dove i ragazzi, con l’aiuto di Franco, lavorano e trasformano i prodotti delle serre. I piatti sfornati: pizze, torte salate e quant’altro sono ottimi e saranno il nostro sostentamento durante il soggiorno.

Matteo, il presidente, ci introdurrà alle attività della cooperativa e Gianni invece ci farà fare un tour delle serre della cooperativa.

L’esperienza delle serre è un bel esempio di riconversione industriale frutto anche dell’impegno e del coraggio di Gianni e della cooperativa. Il territorio della riviera di ponente, la riviera dei fiori, è un luogo che sta uscendo dall’atlante economico: Genova si sta svuotando e ha perso più di 200.000 abitanti dal 1970, il turismo annaspa travolto dai voli low-cost e il turismo mordi e fuggi e l’industria dei fiori è completamente dismessa, sono rimaste solo le serre a testimoniarla, il lavoro è migrato altrove: Olanda e Africa.

Nelle serre Spes oggi si producono ortaggi e si allevano galline ovaiole in modo biologico, si fa inclusione lavorativa con i ragazzi e si fa integrazione con i migranti, lavoreremo fianco a fianco con un ragazzone sudanese che si chiama Goodwill (buona volontà). E’ un salto di paradigma nel modello economico che non si confronta esclusivamente con il mercato ma cerca un’integrazione sociale e morale con il territorio… è tutto molto chiaro quando Gianni ci spiega il modello organizzativo: le persone più svantaggiate hanno i compiti più importanti e delicati. Il mondo si è rovesciato e funziona.

Il giorno successivo arriva la coordinatrice ufficiale del campo: super-Elisabetta da Roma sarà un vera forza della natura che ci travolgerà con la sua energia e i suoi mille giochi di gruppo.

Il programma del campo è stato così articolato e complesso che si stenta a credere sia durato solo 8 giorni: volontariato alla Caritas di Ventimiglia per la distribuzione dei pasti, partecipato alla serata di a villa Grock di Imperia con i ragazzi di Libera e il magistrato Gian Carlo Caselli, assistito a un concerto alla rocca di Ventimiglia di Eugenio Bennato, visitato l’eco-villaggio Torri superiori, ballato con i ragazzi di “Arte migrante” e i migranti di via tenda… impossibile parlare di tutto, cercherò di condensare i punti salienti.

Partiamo dalle associazioni partner, dello Spes ho già parlato, rimane “Route to jerusalem”, “Arte migrante” e Torri superiori eco-villaggio.

Route to jerousalem” è un’associazione francese di Viaggiatori con base a Lione, l’idea è partita negli anni 70 ed è l’idea di una marcia, senza soldi e a piedi, dalla Francia a Gerusalemme appunto. E’ difficile condensare in poche righe un’idea così potente ma anche semplice: camminare significare essere vulnerabili e confrontarsi con i propri limiti ma farlo senza soldi e pianificazione è un atto di fede nel genere umano… si deve intessere un dialogo con tutte le persone che si incontrano, accogliere gli altri e accettare l’accoglienza. E’ un messaggio molto forte. Ho conosciuto i primi pionieri della route: Marie, Monique, Gildas e visto le fotografie degli anni 70 delle loro imprese. Oggi le loro bellissime figlie, Marion e Claire, stanno continuando l’opera dei genitori con un progetto parallelo che si chiama “Trace ta route” che è simile ma propone itinerari più abbordabili, per la marcia a Gerusalemme serve più di un anno, infatti incontriamo il gruppo di ragazzi francesi e italiani impegnati in una marcia simbolica attraverso il confine italo francese da Nizza a San Remo. Per un intero giorno parleremo dei temi della migrazione, sui motivi e su cosa fare di concreto… un estenuante dialogo italo-franco-inglese molto interessante.

“Arte Migrante” è indefinibile, direi che sono un gruppo di matti molto allegri, ammetto che non ho ben capito cosa fanno ma so cosa abbiamo fatto insieme e mi sono divertito molto. Per essere sincero all’inizio ero parecchio dubbioso: l’idea era di coinvolgere i migranti in una sorta di circo musicale improvvisato… suonava parecchio strano ma alla fine mi sono ricreduto. Abbiamo raggiunto via tenda verso l’ora di distruzione della cena e le ragazze del gruppo sono state le nostre “ambasciatrici” per cercare di coinvolgere i migranti che sono quasi esclusivamente uomini. Piccoli gruppi di coraggiosi hanno amplificato la loro musica tradizionale dal cellulare e hanno improvvisato gruppi di danza etnici: Siria, Sudan, Nigeria… anche Paola e Alvaro del gruppo Sci-Spagna hanno accesso la folla con una danza indiavolata.

La domanda del pragmatico-emiliano dentro di me è stata “A cosa serve? Scappano dalla guerra, sono braccati dalla polizia e noi li facciamo ballare?”. SERVE! L’accoglienza non è solo cibo e una branda al coperto è anche un sorriso, una stretta di mano, una danza, un ballo… bastava guardare negli occhi quelle persone bistrattate e malvolute per capire tutto.

L’eco-villaggio Torri superiori sono stati un altro cardine del campo, ha dato supporto a “trace ta route” per il campeggio e ci ha offerto la possibilità di godere del meraviglioso torrente Bevera.

La storia di Torri è incredibile, all’inizio degli anni 80 mentre impazzava lo yuppismo, i Chicago Boys questo gruppo di italo-tedeschi acquista i ruderi e l’uliveto di Torri superiori, un borgo abbandonato dagli abitanti migrati (anche loro) verso le sfavillanti promessi della modernità cittadina. L’idea della Comune era passata di moda da un pezzo ma evidentemente loro non lo sapevano o forse certi istinti umani del ritorno alla terra e alla semplicità della vita tradizionale non passano mai di moda e ritornano periodicamente.

Uno dei fondatori, Massimo, ci parla di Torri e della sua storia. Il lavoro è stato immenso, il borgo è composto da più di 100 stanze, tutte in roccia… vari gruppi di volontari Sci e Legambiente si susseguono nel corso degli anni. L’eco-villaggio oggi è un manifesto in carne e pietra di un modo di vivere alternativo. Permacultura, metodo del consenso, pannelli solari, bioarchitettura. La parola d’ordine sembra resilienza, una mutazione continua per adattarsi e contaminare il circostante.

Il villaggio è aperto ai volontari di tutto il mondo con i quali lavoriamo gomito a gomito. Una parte di Torri sono residenze private, una parte è albergo diffuso e una parte e luogo comune d’incontro. I Residenti sono tenuti a versare una quota mensile per i pasti che si svolgono nella parte comune ma non sono obbligati a parteciparvi. L’eco-villaggio è un’opera viva, un laboratorio sociale economico, è un’utopia reale. Mentre il tessuto economico circostante si dissolveva nella crisi economica loro sono sopravvissuti e come Spes hanno inventato un altro modello, creando delle reti sociali per promuovere un modello sostenibile non solo economicamente.

Non c’è più spazio per aggiungere altro, posso solo dire che è stata un’esperienza meravigliosa e mi sono innamorato di tutte le persone conosciute.

 

Restiamo umani? “Era talmente chiaro che era inutile dirselo” – Testimonianza

Restiamo umani? “Era talmente chiaro che era inutile dirselo” – Testimonianza

Pubblichiamo la testimonianza di Matteo Malagoli, volontario SCI che ha partecipato quest’estate ad un campo di volontariato a Ventimiglia, nell’ambito del progetto 20k.

Arrivo a Ventimiglia una mattina torrida del 28 giugno, non so bene a cosa sto andando incontro perché è il mio primo campo di lavoro. La descrizione del sito SCI è veramente dura: solo lavoro manuale, un posto isolato, sveglia la mattina presto. Per la maggior parte è sufficiente tant’è che di 11 volontari richiesti se ne presentano solo 6, per me va bene, voglio lavorare e non pensare a nulla.

Ci troviamo nella sede di progetto 20k / infopoint Eufemia, in via tenda, siamo io, una ragazza belga Cécile, una ragazza messicana Carol, è un ragazzo ucraino Sergej: sembra una barzelletta che però non fa ridere, cerco di attaccare bottone con un inglese stentato che abitualmente non parlo, un disastro. Dopo poco ci raggiungono Nicolò e Deborah che vengono entrambi da Brescia.

Un paio di attivisti di progetto 20k, Lucio e Grazia rispettivamente di Genova e Bologna, ci accompagnano in macchina a visitare luoghi storici della migrazione a Ventimiglia. Partiamo da uno spiazzo di via tenda dove tutte le sere viene distribuito il cibo da parte di una un’associazione francese, il greto del fiume Roia dove era stato allestito un campo informale, raggiungiamo il confine con la Francia, nel tragitto intravediamo il sentiero Grimaldi usato per attraversare il confine e visitiamo velocemente Balzi Rossi che è stato un luogo molto importante nel 2015 per la rivendicazione dei diritti dei migranti.

Sembra che ci sia una relativa tranquillità, sembra un posto di villeggiatura come tanti, in macchina siamo tutti bianchi quindi non veniamo fermati al posto di blocco della frontiera, Grazia intanto ci parla del lavoro del progetto 20k: assistenza legale ai migranti, distribuzione di scarpe e abiti usati, ricarica del cellulare e pc per navigare in internet.

A poco a poco capisco come questa tranquillità é solo apparente, in realtà la gendarmeria francese presidia  quasi militarmente il sentiero Grimaldi, tutti gli treni provenienti dall’Italia vengono controllati e le persone di colore non in regola rispedite indietro, ormai è prassi comune rispedire informalmente indietro anche i minori in violazione dei trattati internazionali, ma anche noi facciamo la nostra parte con il sindaco di Ventimiglia Ioculano (in quota PD) che con un’ordinanza comunale è arrivato a vietare la distribuzione di cibo e acqua nei luoghi pubblici.

Chi pensa che la sinistra vanti una superiorità morale ha qualcosa su cui riflettere.

Più i controlli della polizia si fanno serrati più le tariffe degli zelanti passeur aumentano, in una legge di mercato anche qui ineluttabile, un tentativo ormai costa €300 e I migranti provano ogni strada… prima di andarmene sorriderò alla notizia letta sul giornale di due migranti che riescono ad arrivare sulle coste francesi con un pedalò affittato a Ventimiglia. Mitici!

A Rocchetta Nervina incontriamo altri ragazzi del progetto 20k: Luca, Stippi e Karim. Con loro raggiungiamo il campo di lavoro, il primo impatto è duro, sembra una specie di discarica o il deposito di un accumulatore seriale allestita in un bel uliveto terrazzato. Il progetto del campo di lavoro è allestire un campeggio per 40 volontari che saranno impegnati durante l’estate a Ventimiglia. E non è finita qui… il bagno è inutilizzabile, non c’è energia elettrica e acqua potabile e il posto è infestato dalle zanzare. Io sono uno zotico e non mi scompongo più di tanto, c’è giusto il tempo di montare le tende preparare la cena e fare quattro chiacchiere. La prima giornata finisce così.

Il giorno dopo la sveglia suona alle 7:30 con i rintocchi della campana, colazione abbondante e comincia il lavoro, io finisco con Karen a costruire il mobile di un lavabo. Mai fatto lavori di bricolage, lui chiama il trapano “il bucatore“, siamo una farsa però lui è simpatico e tutta la mattina ridiamo sulla nostra creazione: un mix di arte povera e suppellettile da campo profughi, tutto costruito rigorosamente con materiale di scarto, alla fine rimane in piedi e ne siamo orgogliosi. Senza accorgercene siamo diventati amici e Karim per tutto il campo sarà il mio “compagnuccio”.

I giorni seguenti arriveranno Federico, il coordinatore SCI e Alba una ragazza siciliana del progetto 20k.

La comfort zone che tutti abbiamo a casa qui non esiste, niente elettricità significa niente televisione, niente radio, niente musica, niente cellulare, niente Facebook, niente social, bisogna fare alla vecchia maniera così… si parla! e anche l’inglese un po’ alla volta si scioglie…ma bisogna anche tirare la serata e quindi inventarsi qualcosa di divertente… mi ritornano in mente i racconti di mia nonna di quando ci si trovava la sera nella stalla e i vecchi raccontavano le storie. Poi c’è sempre lo spettacolo del cielo stellato e della luna… che diventerà un appuntamento fisso tutte le sere.

Il giorno dopo si ricomincia, campana alle 7:30 e i lavori i diventano anche più pesanti: spostare cisterne giganti, riorganizzare metri cubi di attrezzi e materiali di risulta, il progetto prevede anche la costruzione di due compost toilette, delle relative compostiere, delle docce, di una nuova cucina, le scale di pietra a secco e tutto deve essere fatto con materiali di riciclo e quindi parte del lavoro e anche rovistare nel campo alla ricerca del materiale da assemblare.

Il caldo di luglio non ci dà tregua e le zanzare ci tormentano quindi decidiamo di spezzare la giornata in due e passare le ore più calde al torrente che attraversa Rocchetta. Il torrente diventa la nostra SPA (e vasca da bagno), tutti i giorni ci immergiamo nelle acque gelate e ci leviamo di dosso lo sporco e la fatica.

Per spezzare l’abitudine ci concediamo anche un pò di divertimento, un bel concerto a Dolceacqua con gli anarchici locali, una visita al borgo di Apricale, una giornata al mare a Balzi Rossi… c’è anche l’occasione per assistere alla presentazione del libro di Francesco Piobbichi e la sua esperienza sulla Open Arms. Le storie che ci riporta dal Mediterraneo ci precipitano velocemente nella realtà di quello che sta succedendo. Una carneficina quotidiana di uomini donne e bambini, i lager libici da cui i migranti escono svuotati nella migliore delle ipotesi, la violenza quotidiana sulle donne, le traversate sui gommoni che si trasformano in incubi moderni, la guerra, la fame, i soprusi

I giorni si susseguono con la consolidata routine: la mattina al lavoro, chi è di turno in cucina, il pomeriggio al torrente, la sera si lavora ancora qualche ora poi l’aperitivo, la cena, quattro chiacchiere, due risate e tutti a dormire. E arrivano finalmente bagni, docce e elettricità!

Alla fine non so com’è successo e perché ma ci capivamo, bastava uno sguardo per intenderci, nessuno veniva lasciato in disparte, Il lavoro era quasi divertente e le giornate sempre più corte, il torrente sempre più bello, al tramonto Karim ci offriva un breve concerto di Bach con il suo flauto e l’aperitivo e il cielo stellato facevano il resto.

Sarà una banalità ma forse ci siamo guardati e ognuno si è ritrovato negli occhi degli altri, quella voglia di esserci, di fare qualcosa per cambiare almeno un pezzettino di questo mondo che non funziona… e lo stavamo facendo! Al diavolo i post indignati sui social, il teatrino della politica, i radical chic da salotto. Noi ci guardavamo con i nostri martelli e avvitatori, le gambe martoriate dalle zanzare e ci riconoscevamo: con una livella, qualche pallet e un po’ di tempo avremmo raddrizzato questo mondo sghembo. Era talmente chiaro che era inutile dirselo.

Verso la fine il campo è stato ribattezzato da Franz “eremo freak” e la definizione ci calzava a pennello, in mezzo alla gente sembravamo una tribù di frikkettoni puzzolenti ma felici e segretamente progettavamo l’acquisto di un rudere per continuare l’opera di raddrizzamento.

Ma come in ogni bella favola c’è una fine e per noi era l’8 luglio, tanti saluti e arrivederci, insomma “moriamo per delle idee, vabbè, ma di morte lenta…” come diceva una famoso poeta locale.

I saluti però sono durati poco perchè dopo meno di una settimana ci siamo ritrovati quasi tutti a Ventimiglia per la manifestazione 20k del 14… senza che ci fossimo dati un appuntamento! Io da Modena, Alba da Milano, Grazia da Bologna, Luca e Stippi da Genova, Karim da un woofing e Cecile da Bruxelles!

Tutte le volte che ritrovavo qualcuno partiva la ridarella: “Ma che ci fai ancora qui?!”

Ma come ho già detto… era talmente chiaro, che era inutile dirselo.

Un campo di volontariato a tutela dei migranti bloccati sul confine: un progetto di accoglienza a Ventimiglia

Un campo di volontariato a tutela dei migranti bloccati sul confine: un progetto di accoglienza a Ventimiglia

Il campo:

Dal 15 al 23 luglio si svolgerà a Ventimiglia un campo di volontariato sul tema dell’accoglienza dei migranti e richiedenti asilo.

Il progetto è supportato dall’associazione italo-francese “Route de Jerusalem“, che organizza una marcia simbolica per attraversare il confine di Ventimiglia.

Qui, ogni anno, migliaia di migranti, richiedenti asilo e rifugiati rimangono bloccati.  a causa delle politiche di controllo frontaliero.

Il campo è promosso in partecipazione con Spes , un’associazione che da anni si impegna per migliorare le condizioni di vita dei migranti garantendo loro un accoglienza degna.

Il progetto è anche supportato da altre due organizzazioni attive sul territorio : Caritas e Torri Superiori Ecovillage

Le attività:

I/Le volontari/e dovranno dunque impegnarsi in vari workshop creativi e gastronomici, che coinvolgeranno lo staff e gli ospiti del campo, ed ovviamente in tutte le attività di gestione quotidiana del campo.

In particolare dovranno partecipare all’organizzazione e alla gestione delle attività collegate con la marcia simbolica che varcherà il confine italo-francese. Altre attività saranno decise ovviamente a seconda dell’evolversi della situazione politica.

Prevista anche una parte studio incentrata su : inclusione sociale, procedura di richiesta d’asilo e sulla storia della “Route de Jerusalem”, alla quale ovviamente i volontari potranno partecipare.

Alloggio:

I/le volontari/e dormiranno in tenda e usufruiranno di servizi igienici, docce, veranda e sala da pranzo della “Casa Famiglia” di Varase. In caso di pioggia, potranno dormire all’interno dell’edificio casa-famiglia.

Ubicazione approssimata: Il campo si svolgerà a Varase, un piccolo villaggio situato a 6 km dal centro di Ventimiglia (IM).

Note:

Sarebbe bello se alcuni volontari portassero con sé strumenti musicali.

Leggi la scheda completa del campo.

Per maggiori informazioni sui campi SCI nel Nord nel mondo, ecco la pagina dedicata.

Tutti i campi di volontariato del Servizio Civile Internazionale sono consultabili sul database www.workcamps.info.