fbpx

Voci dal Libano: racconto di un viaggio di attivist@ SCI [Parte IV]

Voci dal Libano: racconto di un viaggio di attivist@ SCI [Parte IV]

Pubblichiamo la quarta ed ultima parte del racconto di Agnese, Alberto, Ekaterina, Francesca, Marco e Martino, una delegazione di attivisti e attiviste del Servizio Civile Internazionale in visita in Libano dal 28 aprile al 2 maggio 2018. Da Beirut a Tripoli, passando per il campo profughi di Tel Abbass, fino a Minyara per conoscere l’esperienza della scuola di Malaak e ancora a Beirut nel campo di Shatila.

Da questo viaggio è nata l’idea di portare un campo di volontariato internazionale presso il campo di Tel Abbass, dal 15 al 25 luglio 2018. Qui la scheda completa del campo. Per partecipare al campo, è obbligatorio aver preso parte agli incontri di formazione di I e II livello. Per chi non ha potuto farlo, si richiede di partecipare obbligatoriamente alla formazione di I e II livello che si terrà a Bologna, dal 29 giugno al 1 luglio. Per informazioni, contattare nordsud@sci-italia.it.

Leggi qui la prima parte, leggi qui la seconda parte, leggi qui la terza parte.

Martedì 1 Maggio – Shatila

Ci alziamo e facciamo colazione. Majdi ha preparato un sacco di roba da mangiare e nessuno si tira indietro. Poi ci prepariamo a fare un giro per Shatila. Scendiamo in strada, con quaderni e macchine fotografiche. Majdi ci guida e si infila in un vicolo largo al massimo un metro e mezzo. Ci fa notare il buio, l’umidità e l’intricato sistema di fili che oscurano ancor di più le stradine che si dipanano tra le abitazioni. Qui ci vive la gente più povera, gente nelle cui abitazioni non entra mai nemmeno un raggio di sole, che esce di casa e si ritrova nella fanghiglia e nei rifiuti. Passiamo di fianco alla sede di uno dei quindici gruppi politici palestinesi che governano il campo di Shatila. Qui non è possibile fare foto, ma si vedono bandiere e striscioni, scritte in arabo che non sappiamo a quale gruppo tra i tanti che gestiscono il campo appartengano.

Arriviamo alla via principale di Shatila. Sarà larga poco più di una decina di metri ed è costellata di bancarelle e tendoni, dove vengono venduti i prodotti più disparati. Majdi ci dice che quello è il luogo da cui sono passati i soldati nei giorni della strage del 1982, quella è la strada dove migliaia di uomini e donne sono stati trucidati perché palestinesi. Ma non si sofferma molto su questo punto, non c’è tanto da aggiungere. Si infila in un altro cunicolo, qui c’è più luce, lo notiamo subito. Poi giriamo ed ecco di nuovo il buio, le case si fanno più vicine e se guardi verso l’alto vedi solo una piccolissima striscia azzurra di cielo e le case che sembrano appoggiarsi l’una all’altra. Incontriamo un gruppo di bambini, tutti attorno ad un tombino che emana un odore nauseante, che cercano di liberarne il tappo con un semplice bastone.

Continuiamo il giro. Vediamo alcune delle strutture metalliche che aveva installato l’Unione Europea per distribuire l’acqua: sono arrugginite, abbandonate e inutilizzabili. Altri grovigli di fili, altri motorini, spazzatura lungo i muri, umidità, fango e acqua per terra. Il nostro tour si conclude davanti ad una scuola dell’UNRWA, di fronte ad uno degli ingressi del campo. Ringraziamo la nostra guida per averci accompagnato, dandoci appuntamento nel pomeriggio, per andare alle partite di calcio e di basket.

Dopo pranzo accompagniamo all’aeroporto Ekaterina che deve partire. Auguri di buon viaggio, abbracci e baci. Ekaterina si imbarca ci farà sapere appena atterrerà a Milano. Dobbiamo ritornare a Shatila dove ci attendono Majdi, una partita di calcio coi ragazzi palestinesi e una di basket con le ragazze della Palestine Youth Basketball Accademy.

Arriviamo al campo di calcio. Un bel campo, costruito da qualche associazione che l’ha voluto donare alla gente di Shatila, circondato da palazzi dove alcuni si affacciano per vedere la partita. Uno dei nostri accetta l’invito e si mette a giocare con i ragazzi del Real Palestine. “Mister” Majdi fa un discorso prima della partita sull’importanza della correttezza nel gioco e del rispetto dell’avversario. I ragazzi ascoltano le sue parole cogliendone il significato. Durante il gioco, infatti, tra i ragazzini non ci sono tensioni, nessuno si lamenta dell’arbitraggio e a fine partita ci si congratula tra avversari. Una rapida foto tutti assieme, ma poi ci dobbiamo muovere! Fra neanche venti minuti siamo attesi al campo di basket e lo dobbiamo raggiungere in macchina.

Conosciamo le prime giocatrici Afaf, Àmina e Fatma. Facciamo i primi palleggi, mentre arrivano le altre giocatrici. Majdi convince tutti a giocare, noi avevamo premesso di non essere molto esperti e infatti non abbiamo deluso le aspettative. Le ragazze, giovanissime, ci impartiscono una lezione di basket a suon di passaggi, finte e canestri che noi ci sognamo la notte. Per fortuna siamo attesi a cena dall’altra parte di Beirut e ci possiamo ritirare senza prolungare la nostra agonia sportiva.

Cibo, nargilè e notizie dall’Italia: Ekaterina è atterrata.

Il ritorno a Shatila è impegnativo come al solito. Saliamo a casa di Majdi e, mentre beviamo il tè, parliamo ancora e ci scambiamo piccoli regali. Tornano i suoni e gli odori della notte di Shatila, ma forse la stanchezza aiuta ad attutirli. C’è meno attività, ma i cani e i motorini non tardano a farsi sentire, così come i muezzin che richiamano cantando alla preghiera.

Martedì 2 Maggio – Piccole riflessioni e saluti

Ora siamo all’ultimo giorno, saluteremo Majdi, Basmat, Adam e Shatila. Faremo un giro al mercato di Sabra, visiteremo la moschea, poi avremo da prendere l’aereo. Torneremo in Italia, nel nostro mondo, un altro mondo, dovremo capire cosa farcene di queste emozioni: la tristezza e la rabbia per le ingiustizie, la speranza nel vedere persone come Majdi, Joyce, Alessandro, Alice, Gaia e tutti gli altri, i bambini sorridenti, le donne riunite che studiano l’inglese, la riconoscenza per chi lotta per rendere migliore la vita sul pianeta, l’ansia di essere nel posto giusto e il desiderio di schierarsi dalla parte giusta.

Facciamo una rapida colazione: panino con pomodori, formaggio e cetrioli; mille tazze di tè e ancora shukran! Majdi ci accompagna a Sabra, che confina con Shatila, i due campi all’apparenza sono indistinguibili. Facciamo incetta di saponi, di spezie e di frutta secca. Giriamo tranquilli tra le bancarelle, i motorini, la frutta e i rifiuti. Non abbiamo molto tempo quindi partiamo in direzione della moschea, l’ultima tappa del nostro tour, forse l’unica da veri turisti. Torniamo a Shatila, riprendiamo i bagagli e salutiamo Majdi. Il nostro volo parte fra poche ore, dobbiamo andare… Shukran!

Voci dal Libano: racconto di un viaggio di attivist@ SCI [Parte II]

Voci dal Libano: racconto di un viaggio di attivist@ SCI [Parte II]

Pubblichiamo la seconda parte del racconto di Agnese, Alberto, Ekaterina, Francesca, Marco e Martino, una delegazione di attivisti e attiviste del Servizio Civile Internazionale in visita in Libano dal 28 aprile al 2 maggio 2018. Da Beirut a Tripoli, passando per il campo profughi di Tel Abbass, fino a Minyara per conoscere l’esperienza della scuola di Malaak e ancora a Beirut nel campo di Shatila.

Da questo viaggio è nata l’idea di portare un campo di volontariato internazionale presso il campo di Tel Abbass, dal 15 al 25 luglio 2018. Qui la scheda completa del campo. Per partecipare al campo, è obbligatorio aver preso parte agli incontri di formazione di I e II livello. Per chi non ha potuto farlo, si richiede di partecipare obbligatoriamente alla formazione di I e II livello che si terrà a Bologna, dal 29 giugno al 1 luglio. Per informazioni, contattare nordsud@sci-italia.it.

Qui la prima parte del racconto.

Dell’impossibilità di un ritorno in Siria in sicurezza ce ne parla Abu Hussein, il responsabile del campo, tradotto da Alessandro e Matteo. Siamo nella tenda della famiglia di Abu e ci viene servito immediatamente del tè. Ci racconta brevemente della sua storia: è in Libano con la sua famiglia da cinque anni e in Siria facevano una vita bella. Lavorava come marmista ad Aleppo e aveva una casa di due piani. Ma in Siria tutto è stato distrutto, le città sono ormai solo scheletri vuoti e la vita è diventata impossibile.

Molti vogliono ritornare in Siria e non sono solo i bombardamenti ad impedirglielo. Ci sono anche i rischi che correrebbero varcando il confine: le violenze, le torture, la prigionia – qualora riconosciuti come disertori – o gli arruolamenti forzati. Non ci sono le condizioni di sicurezza necessarie per poter tornare in Siria. È proprio da qui, da Tel Aabbas, che è nata una proposta di pace per la Siria, scritta da chi ha subito e soffre le conseguenze della guerra sulla propria pelle.

Alessandro ci parla dei corridoi umanitari, un altro aspetto importante dell’attività di Operazione Colomba. Creare un corridoio umanitario significa individuare famiglie e strutture, in un safe country, che possano garantire accoglienza e offrire ospitalità ai profughi. L’Europa viene considerata un posto dove ricostruirsi una vita, dove tornare a guardare al futuro con una speranza. Il lavoro nel campo è anche quello di individuare le famiglie in condizioni di vulnerabilità che possano essere accettate in un percorso di ottenimento del visto per l’Italia, la Francia o il Belgio (gli unici stati europei che prevedono, in rari casi, la creazione di corridoi umanitari).

In un anno sono stati ottenuti circa 2000 visti, ma le richieste sono molte di più e pochissime vengono soddisfatte.

Si passa alle domande, a una discussione che porta i volontari di Operazione Colomba a spiegarci le difficoltà di vivere nel campo: la fatica e mentale; la tristezza e il peso delle vite distrutte di famiglie intere; la necessità di dire dei no e di porre dei limiti; ma anche la consapevolezza di essere nel posto giusto, nonostante tutte queste difficoltà.

Ormai il sole è tramontato e noi dobbiamo andare verso Minyara dove incontreremo Abdo Hsyan, che ci parlerà della scuola di Malaak e della proposta di pace per la Siria. Baci e abbracci, saluti come se i bambini ci conoscessero da anni, un po’ di amarezza sapendo che certamente non li rivedremo presto. Ci carichiamo su due furgoncini traballanti e raggiungiamo una casa. Entriamo e lì ci viene presentato Abdo Hsyan, colui che viene considerato l’ideatore della proposta di pace per la Siria: una proposta che prevede la creazione di una zona sicura dove far tornare la popolazione siriana, una zona libera dalla guerra e dove la popolazione possa vivere senza timore di soprusi, violenze e arresti. Qui potete leggere la loro proposta.

Lunedì 30 Aprile – Colmare il vuoto

Abbiamo dormito nella guesthouse della scuola di Malaak. Ci siamo arrivati di notte quindi non abbiamo capito esattamente dove fossimo. La scuola si trova non molto lontano da Tel Aabbas, tra i campi coltivati e i numerosi campi profughi della zona. Incontriamo Joyce, la coordinatrice della scuola, che lavora qui dal 2012.

Passiamo tra i bassi edifici e sbirciamo dentro le aule: mille mani ci salutano, insegnanti e bambini sorridono, le mamme in cucina mostrano orgogliose il pranzo che hanno preparato. Durante il giro Joyce ci racconta un po’ la storia di Malaak, di com’è nata tra le tende di un campo profughi siriano nei primi mesi dopo l’inizio della guerra e di come quest’esperienza si è sviluppata negli anni. Associazioni locali, singole donne e uomini si sono dati da fare per portare avanti un progetto educativo per i bambini siriani, esclusi, almeno nei primi anni di “emergenza”, dai circuiti della scuola statale libanese.

Da una piccola scuola informale all’interno di un campo profughi si è passati a una scuola vera e propria, con strutture fisse: le classi, un’aula di musica, una biblioteca, un’aula di informatica, una mensa, degli spazi esterni per giocare, un campetto da basket e un piccolo campo da calcio, dove finalmente bambini e ragazzi “vanno a scuola”. Le maestre e i maestri sono siriani e libanesi, le madri degli studenti a turno si occupano della mensa, mentre altri permettono il funzionamento della scuola a livello amministrativo e si occupano della gestione ordinaria, della pulizia e della manutenzione. Attualmente gli studenti sono circa 400 e la scuola di Malaak è aperta dalle 8 alle 14, mentre nel pomeriggio i ragazzi e le ragazze più grandi frequentano le scuole libanesi dei paesi vicini, per seguire gli stessi programmi educativi rivolti ai giovani locali (anche se le lezioni si tengono in classi separate, siriani da un lato e libanesi dall’altro).

Fino a qualche anno fa la situazione era diversa: i siriani non potevano frequentare le scuole, non si potevano iscrivere e non erano stati attivati corsi per loro. Per questo motivo gli studenti di Malaak erano molti di più, perché era l’unica scuola che apriva loro le porte. Joyce ci dà una piccola brochure su cui è riportata la frase: Malaak fills the gap (Malaak colma il vuoto). Questo è il senso della scuola: colmare il vuoto istituzionale, il vuoto educativo attorno ai siriani. Garantire quindi l’istruzione anche agli ultimi, facendo in modo che le bambine e i bambini siriani abbiano la possibilità di frequentare la scuola libanese, in cui ci sono anche lezioni in francese, lingua ufficiale in Libano, che non è conosciuta in Siria. Tutto questo significa occupare il tempo di vita dei bambini e delle bambine con attività educative e relazioni con i coetanei, tempo che altrimenti sarebbe vuoto o verrebbe riempito con il lavoro e lo sfruttamento.

Esiste anche un altro progetto importante di cui ci parla Joyce: corsi di alfabetizzazione per le donne siriane. Un progetto che dovrebbe iniziare a breve e mira ad accrescere la consapevolezza delle donne. A questo punto entriamo nella struttura usata come segreteria, dove ci offrono un caffè prima di discutere del progetto di collaborazione tra lo SCI Italia e Malaak. Joyce è molto disponibile e attenta,le spieghiamo i nostri progetti di volontariato a breve e a lungo termine, delle necessità della scuola e dell’utilità della presenza di volontari/e internazionali. Per quello che riguarda i campi di volontariato a breve termine, Joyce spiega come proprio questi siano l’occasione giusta per i/le volontari/e che hanno un piccolo progetto da realizzare: un progetto artistico, sportivo, musicale o teatrale; qualcosa da realizzare nel periodo di permanenza a Malaak. Discutiamo delle disponibilità di spazio, dei tempi e dei contributi anche economici che i volontari potrebbero dare alla scuola, cerchiamo di capire quali sono le possibilità reali di fare qualcosa e iniziamo a segnarci alcuni punti condivisi e criticità.

È però giunta l’ora di lasciare la scuola per dirigerci nuovamente verso Tripoli e tornare a Beirut.

Voci dal Libano: racconto di un viaggio di attivist@ SCI [Parte I]

Voci dal Libano: racconto di un viaggio di attivist@ SCI [Parte I]

Pubblichiamo la prima parte del racconto di Agnese, Alberto, Ekaterina, Francesca, Marco e Martino, una delegazione di attivisti e attiviste del Servizio Civile Internazionale in visita in Libano dal 28 aprile al 2 maggio 2018. Da Beirut a Tripoli, passando per il campo profughi di Tel Abbass, fino a Minyara per conoscere l’esperienza della scuola di Malaak e ancora a Beirut nel campo di Shatila.

Da questo viaggio è nata l’idea di portare un campo di volontariato internazionale presso il campo di Tel Abbass, dal 15 al 25 luglio 2018. Qui la scheda completa del campo. Per partecipare al campo, è obbligatorio aver preso parte agli incontri di formazione di I e II livello. Per chi non ha potuto farlo, si richiede di partecipare obbligatoriamente alla formazione di I e II livello che si terrà a Bologna, dal 29 giugno al 1 luglio. Per informazioni, contattare nordsud@sci-italia.it.

Sabato 28 Aprile – Avvicinamento graduale

Atterriamo… Rifornimento d’acqua, cambio soldi, acquisto di una SIM libanese e siamo pronti a cominciare la nostra esplorazione. Fuori dall’aeroporto, un tassista ci convince che sia una buona idea raggiungere la nostra destinazione sul suo furgone da 8 posti.

Carichiamo le valige e saliamo sul taxi. Ci viene dato subito un assaggio dell’incredibile stile di guida che si tiene sulle strade libanesi: usciti dall’aeroporto evita un incidente con la prima macchina che incontriamo, accosta per chiedere informazioni senza badare al motorino che sta stringendo sulla destra e effettua sorpassi quando non c’è palesemente lo spazio per passare.

La via che porta verso il quartiere Hamra ci permette di vedere le prime caratteristiche della città: a palazzi moderni e abbastanza sfarzosi si contrappongono casermoni e condomini fatiscenti e le moschee, da cui svettano i minareti, si alternano alle bianche chiese dei cristiani maroniti.

Finalmente arriviamo a destinazione, ci sistemiamo e ci prepariamo a raggiungere Alice in un ristorante dove fanno cucina tipica libanese. Per raggiungere il ristorante ci affidiamo questa volta ad un “service”: un taxi meno costoso e sopratutto con il conducente meno interessato al fatto che siamo in 6 con soli quattro posti disponibili. Ci stringiamo ed è lì che facciamo il nostro primo incontro inaspettato. Il loquace guidatore è armeno. Gli armeni sono solo uno degli innumerevoli gruppi nazionali o religiosi che compongono la popolazione di Beirut. Dallo specchietto retrovisore pende una bandiera rossa, arancione e blu e subito cominciamo a parlare dell’Armenia e delle proteste che in quei giorni animavano l’opposizione al presidente dai modi autoritari e dittatoriali. Noi chiediamo, lui racconta e dice la sua. L’autista è fieramente armeno, ma è anche libanese. Non è strano. Lui è solo il primo esempio della popolazione del Libano, molto variegata e dalle identità più disparate.

Veniamo lasciati davanti a Radio Beirut, nel quartiere “occidentale” della città, dove macchine di lusso, luci, locali, musica americana, sushi e turisti animano la strada.

Il primo giorno è stato tranquillo, con un avvicinamento graduale alla realtà libanese, rimanendo però in contesti ancora molto vicini alla nostra esperienza quotidiana.

Domenica 29 Aprile – I siriani in Libano

Oggi dobbiamo andare a nord, a Tel Aabbas, a circa 5 km dal confine della Siria. In quell’area ci sono numerosi campi profughi di siriani, che ormai da 7 anni sono in fuga dalla guerra che devasta il loro paese. Andremo in un campo per vedere la situazione al suo interno e conoscere i volontari italiani di “Operazione Colomba”, presenti in loco da diversi anni.

Ci dividiamo in due gruppi, i primi raggiungeranno Tel Aabbas con uno dei furgoni che fanno da collegamento tra Beirut e Tripoli (città poco più a sud di Tel Aabbas), mentre il secondo gruppo andrà in macchina con Gaia per fermarsi a comprare medicinali da portare ai bambini e alle famiglie del campo.

Iniziamo il viaggio e Gaia ci spiega quali sono le condizioni dei siriani in Libano. Non sono riconosciuti come rifugiati e non hanno neanche i documenti a posto per vivere in Libano regolarmente. La loro condizione è peggiorata negli ultimi anni, da quando il governo libanese ha smesso di regolarizzare l’ingresso dei siriani nel proprio territorio.

Dallo scoppio della guerra in Siria si sono moltiplicati i campi profughi e le condizioni dei siriani non sono certo andate migliorando. I profughi siriani sono 1/4 della popolazione totale libanese, non hanno praticamente diritti e se anche riuscissero a trovare un lavoro, per legge, possono svolgere soltanto mansioni molto umili, come quella del contadino, del muratore o del raccoglitore di rifiuti; tutte le altre professioni sono negate. Questa situazione così drammaticamente complessa per le famiglie siriane è peggiorata con il clima politico montato in questo periodo di elezioni, le prime dal 2009: sembra infatti che tutti i partiti, anche quelli più aperti e meno conservatori, sottolineino la necessità di allontanare i siriani per risolvere i problemi del paese.

Arrivati al campo di Tel Aabbas veniamo accolti da Alessandro e Matteo, due volontari di Operazione Colomba, e subito siamo circondati da ragazzi che vogliono conoscerci. Alessandro ci porta in un punto sopraelevato rispetto alle tende da cui è possibile vedere quasi tutto il campo e conferma le parole di Gaia rispetto alla condizione dei siriani in Libano.

Ci racconta che Operazione Colomba è attiva in questa zona dal 2013 e che le attività dei volontari sono le più disparate: accompagnano le persone all’ospedale, le seguono nelle pratiche legali, ne condividono la vita quotidiana e le difficoltà del campo, si relazionano con le persone esterne, spesso diffidenti e impaurite, e molto altro. Alessandro dice che uno dei loro compiti è quello di “ascoltare il dolore delle persone”, di conoscere le loro storie, di dargli importanza, di ascoltare le loro paure, di conoscerne le sofferenze, per aiutarle a reggerne il peso. Un lavoro importante, molto faticoso, ma che esprime un incredibile senso di umanità.

I siriani sono ancora una minoranza, c’è ancora molta paura e diffidenza da parte della popolazione autoctona. Ci sono stati infatti atti violenti nei loro confronti e delle strutture del campo: hanno cercato di dare alle fiamme la scuola del campo profughi e pochi giorni prima del nostro arrivo il governo libanese ha cercato di ottenere l’abbattimento di alcune baracche, considerate troppo vicine alla strada. Tra le tante attività, Operazione Colomba riesce a far venire a Tel Aabbas un medico che, regolarmente, visita gli abitanti di questo campo e di quelli vicini (è raro per i rifugiati poter disporre di un medico).

Ci hanno preparato un pranzo favoloso, veniamo trattati come ospiti d’onore. Si chiacchiera, si parla del Servizio Civile Internazionale e dell’esperienza di una casa famiglia, risuonano nell’aria numerosi shukran (grazie) rivolti ai bambini, alle ragazze e alle donne che continuano a portare cibo, acqua e tè in abbondanza. Finiamo di mangiare e veniamo assaliti dai bambini e dalle bambine: è tempo di disegni sui fogli e sulle braccia, di origami e di giochi, di abbracci e di presentazioni.

Dopo facciamo il giro del campo, i bambini ci seguono, c’è chi si fa portare in braccio e chi si fa fare delle foto, noi osserviamo con attenzione l’ambiente: i murales, le tende, la scuola a cui hanno cercato di dare fuoco qualche tempo fa; chiediamo, fotografiamo e prendiamo appunti. Matteo ci fa da guida e ci spiega come è nato il campo, delle prime tende e baracche costruite sotto gli ulivi per cercare riparo dal sole, dell’ostilità del governo libanese e dei rapporti non sempre facili tra gli abitanti.

In questo, che è solo uno dei tanti campi profughi della zona, vivono in condizioni critiche circa 200 persone. Ci sono problemi di accesso all’acqua potabile e ai servizi igienici. Qui le persone convivono ogni giorno con il carico emotivo di chi è fuggito dalla guerra, col desiderio di tornare a casa e la tremenda consapevolezza dell’impossibilità di farlo.

Un progetto di solidarietà in Libano nel campo profughi di Tel Abbas

Un progetto di solidarietà in Libano nel campo profughi di Tel Abbas

Il campo:

Dal 15 al 25 luglio SCI-Italia organizza un campo di volontariato in Libano, presso il campo profughi di Tel Abbas.

Il campo profughi di Tel Abbas si trova nella parte settentrionale del Libano, a 5km dal confine siriano.

Il campo ospita un centinaio di persone fuggite dalla Siria.

La vita al campo è dura e caratterizzata da difficoltà quotidiane. Tra le tante: condizioni climatiche avverse, libertà di movimento limitata, difficoltà economiche, ostilità di una parte della popolazione locale, gestione di risorse idriche e dei rifiuti complicata.

Al campo sono presenti i volontari di Operazione Colomba, con l’obiettivo di condividere la quotidianità con i/le profughi/e, assistendoli/e nelle loro necessità più immediate, mediando con la popolazione autoctona e svolgendo un lavoro di advocacy per diminuire i rischi dovuti ad azioni di violenza da parte delle forze governative.

Le Attività:

I/Le volontari/e dovranno gestire l’organizzazione di momenti di svago e di incontro all’interno del campo profughi (tornei sportivi/laboratori d’arte/lezioni di lingua ecc in base alla scelta dei/delle volontari/e). Dovranno anche supportare le visite dello staff alle famiglie siriane, sopratutto a quelle più fragili e in difficoltà, offrendo ascolto e supporto.

I/le volontari/e di OC non potranno sempre affiancare il gruppo di volontari SCI, pertanto ci si aspetta che i volontari sappiano organizzare e gestire le attività con i bambini in piena autonomia.

La parte studio sarà incentrata sull’approfondimento delle condizioni sociali, economiche, politiche e giuridiche dei profughi e sulla discussione circa le loro prospettive future.

Inoltre i volontari saranno invitati a discutere sulle modalità di intervento nonviolento nelle zone di conflitto

L’alloggio

I/le volontari/e dormiranno in tende (grosse tende costruite con assi di legno e teli di plastica, non vere tende da campeggio). I/le volontari/e devono portare il materassino, il sacco a pelo e gli asciugamani. Ci sono due bagni e un tubo per fare la doccia che si trovano fuori dalle tende, sempre in condivisione con i volontari italiani già presenti al campo.

Nei paraggi del campo profughi ci sono dei negozi in cui si possono acquistare gli alimenti. Al campo non è prevista la possibilità di utilizzare fornelli e utensili da cucina per la preparazione dei pasti caldi.

Requisiti

La conoscenza dell’arabo è fortemente apprezzata e si richiede inoltre un atteggiamento propositivo nell’organizzazione delle attività.

Note: nel campo c’è la copertura della rete mobile ma non è disponibile l’accesso alla rete WiFi.

In generale le condizioni di vita nel campo sono molto essenziali quindi si richiede un forte spirito di adattamento.

La prevalenza degli abitanti del campo profughi è di religione musulmana, quindi i volontari sono fortemente invitati a non consumare alcolici durante il campo e a rispettare la cultura locale.

N.B. La permanenza al campo potrebbe essere di un notevole impatto emotivo quindi si richiede forte motivazione.

Leggi la scheda completa del campo

Questo progetto fa parte dei programmi Nord/Sud. I volontari devono avere almeno 20 anni e aver preso parte alle formazioni (primo incontro e 2 livello) di preparazione organizzati dallo SCI Italia.

Consigliabile avere precedenti esperienze di volontariato. Maggiori informazioni: campisud@sci-italia.it / Tel: 065580644