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Voci dal Libano: racconto di un viaggio di attivist@ SCI [Parte IV]

Voci dal Libano: racconto di un viaggio di attivist@ SCI [Parte IV]

Pubblichiamo la quarta ed ultima parte del racconto di Agnese, Alberto, Ekaterina, Francesca, Marco e Martino, una delegazione di attivisti e attiviste del Servizio Civile Internazionale in visita in Libano dal 28 aprile al 2 maggio 2018. Da Beirut a Tripoli, passando per il campo profughi di Tel Abbass, fino a Minyara per conoscere l’esperienza della scuola di Malaak e ancora a Beirut nel campo di Shatila.

Da questo viaggio è nata l’idea di portare un campo di volontariato internazionale presso il campo di Tel Abbass, dal 15 al 25 luglio 2018. Qui la scheda completa del campo. Per partecipare al campo, è obbligatorio aver preso parte agli incontri di formazione di I e II livello. Per chi non ha potuto farlo, si richiede di partecipare obbligatoriamente alla formazione di I e II livello che si terrà a Bologna, dal 29 giugno al 1 luglio. Per informazioni, contattare nordsud@sci-italia.it.

Leggi qui la prima parte, leggi qui la seconda parte, leggi qui la terza parte.

Martedì 1 Maggio – Shatila

Ci alziamo e facciamo colazione. Majdi ha preparato un sacco di roba da mangiare e nessuno si tira indietro. Poi ci prepariamo a fare un giro per Shatila. Scendiamo in strada, con quaderni e macchine fotografiche. Majdi ci guida e si infila in un vicolo largo al massimo un metro e mezzo. Ci fa notare il buio, l’umidità e l’intricato sistema di fili che oscurano ancor di più le stradine che si dipanano tra le abitazioni. Qui ci vive la gente più povera, gente nelle cui abitazioni non entra mai nemmeno un raggio di sole, che esce di casa e si ritrova nella fanghiglia e nei rifiuti. Passiamo di fianco alla sede di uno dei quindici gruppi politici palestinesi che governano il campo di Shatila. Qui non è possibile fare foto, ma si vedono bandiere e striscioni, scritte in arabo che non sappiamo a quale gruppo tra i tanti che gestiscono il campo appartengano.

Arriviamo alla via principale di Shatila. Sarà larga poco più di una decina di metri ed è costellata di bancarelle e tendoni, dove vengono venduti i prodotti più disparati. Majdi ci dice che quello è il luogo da cui sono passati i soldati nei giorni della strage del 1982, quella è la strada dove migliaia di uomini e donne sono stati trucidati perché palestinesi. Ma non si sofferma molto su questo punto, non c’è tanto da aggiungere. Si infila in un altro cunicolo, qui c’è più luce, lo notiamo subito. Poi giriamo ed ecco di nuovo il buio, le case si fanno più vicine e se guardi verso l’alto vedi solo una piccolissima striscia azzurra di cielo e le case che sembrano appoggiarsi l’una all’altra. Incontriamo un gruppo di bambini, tutti attorno ad un tombino che emana un odore nauseante, che cercano di liberarne il tappo con un semplice bastone.

Continuiamo il giro. Vediamo alcune delle strutture metalliche che aveva installato l’Unione Europea per distribuire l’acqua: sono arrugginite, abbandonate e inutilizzabili. Altri grovigli di fili, altri motorini, spazzatura lungo i muri, umidità, fango e acqua per terra. Il nostro tour si conclude davanti ad una scuola dell’UNRWA, di fronte ad uno degli ingressi del campo. Ringraziamo la nostra guida per averci accompagnato, dandoci appuntamento nel pomeriggio, per andare alle partite di calcio e di basket.

Dopo pranzo accompagniamo all’aeroporto Ekaterina che deve partire. Auguri di buon viaggio, abbracci e baci. Ekaterina si imbarca ci farà sapere appena atterrerà a Milano. Dobbiamo ritornare a Shatila dove ci attendono Majdi, una partita di calcio coi ragazzi palestinesi e una di basket con le ragazze della Palestine Youth Basketball Accademy.

Arriviamo al campo di calcio. Un bel campo, costruito da qualche associazione che l’ha voluto donare alla gente di Shatila, circondato da palazzi dove alcuni si affacciano per vedere la partita. Uno dei nostri accetta l’invito e si mette a giocare con i ragazzi del Real Palestine. “Mister” Majdi fa un discorso prima della partita sull’importanza della correttezza nel gioco e del rispetto dell’avversario. I ragazzi ascoltano le sue parole cogliendone il significato. Durante il gioco, infatti, tra i ragazzini non ci sono tensioni, nessuno si lamenta dell’arbitraggio e a fine partita ci si congratula tra avversari. Una rapida foto tutti assieme, ma poi ci dobbiamo muovere! Fra neanche venti minuti siamo attesi al campo di basket e lo dobbiamo raggiungere in macchina.

Conosciamo le prime giocatrici Afaf, Àmina e Fatma. Facciamo i primi palleggi, mentre arrivano le altre giocatrici. Majdi convince tutti a giocare, noi avevamo premesso di non essere molto esperti e infatti non abbiamo deluso le aspettative. Le ragazze, giovanissime, ci impartiscono una lezione di basket a suon di passaggi, finte e canestri che noi ci sognamo la notte. Per fortuna siamo attesi a cena dall’altra parte di Beirut e ci possiamo ritirare senza prolungare la nostra agonia sportiva.

Cibo, nargilè e notizie dall’Italia: Ekaterina è atterrata.

Il ritorno a Shatila è impegnativo come al solito. Saliamo a casa di Majdi e, mentre beviamo il tè, parliamo ancora e ci scambiamo piccoli regali. Tornano i suoni e gli odori della notte di Shatila, ma forse la stanchezza aiuta ad attutirli. C’è meno attività, ma i cani e i motorini non tardano a farsi sentire, così come i muezzin che richiamano cantando alla preghiera.

Martedì 2 Maggio – Piccole riflessioni e saluti

Ora siamo all’ultimo giorno, saluteremo Majdi, Basmat, Adam e Shatila. Faremo un giro al mercato di Sabra, visiteremo la moschea, poi avremo da prendere l’aereo. Torneremo in Italia, nel nostro mondo, un altro mondo, dovremo capire cosa farcene di queste emozioni: la tristezza e la rabbia per le ingiustizie, la speranza nel vedere persone come Majdi, Joyce, Alessandro, Alice, Gaia e tutti gli altri, i bambini sorridenti, le donne riunite che studiano l’inglese, la riconoscenza per chi lotta per rendere migliore la vita sul pianeta, l’ansia di essere nel posto giusto e il desiderio di schierarsi dalla parte giusta.

Facciamo una rapida colazione: panino con pomodori, formaggio e cetrioli; mille tazze di tè e ancora shukran! Majdi ci accompagna a Sabra, che confina con Shatila, i due campi all’apparenza sono indistinguibili. Facciamo incetta di saponi, di spezie e di frutta secca. Giriamo tranquilli tra le bancarelle, i motorini, la frutta e i rifiuti. Non abbiamo molto tempo quindi partiamo in direzione della moschea, l’ultima tappa del nostro tour, forse l’unica da veri turisti. Torniamo a Shatila, riprendiamo i bagagli e salutiamo Majdi. Il nostro volo parte fra poche ore, dobbiamo andare… Shukran!

Voci dal Libano: racconto di un viaggio di attivist@ SCI [Parte II]

Voci dal Libano: racconto di un viaggio di attivist@ SCI [Parte II]

Pubblichiamo la seconda parte del racconto di Agnese, Alberto, Ekaterina, Francesca, Marco e Martino, una delegazione di attivisti e attiviste del Servizio Civile Internazionale in visita in Libano dal 28 aprile al 2 maggio 2018. Da Beirut a Tripoli, passando per il campo profughi di Tel Abbass, fino a Minyara per conoscere l’esperienza della scuola di Malaak e ancora a Beirut nel campo di Shatila.

Da questo viaggio è nata l’idea di portare un campo di volontariato internazionale presso il campo di Tel Abbass, dal 15 al 25 luglio 2018. Qui la scheda completa del campo. Per partecipare al campo, è obbligatorio aver preso parte agli incontri di formazione di I e II livello. Per chi non ha potuto farlo, si richiede di partecipare obbligatoriamente alla formazione di I e II livello che si terrà a Bologna, dal 29 giugno al 1 luglio. Per informazioni, contattare nordsud@sci-italia.it.

Qui la prima parte del racconto.

Dell’impossibilità di un ritorno in Siria in sicurezza ce ne parla Abu Hussein, il responsabile del campo, tradotto da Alessandro e Matteo. Siamo nella tenda della famiglia di Abu e ci viene servito immediatamente del tè. Ci racconta brevemente della sua storia: è in Libano con la sua famiglia da cinque anni e in Siria facevano una vita bella. Lavorava come marmista ad Aleppo e aveva una casa di due piani. Ma in Siria tutto è stato distrutto, le città sono ormai solo scheletri vuoti e la vita è diventata impossibile.

Molti vogliono ritornare in Siria e non sono solo i bombardamenti ad impedirglielo. Ci sono anche i rischi che correrebbero varcando il confine: le violenze, le torture, la prigionia – qualora riconosciuti come disertori – o gli arruolamenti forzati. Non ci sono le condizioni di sicurezza necessarie per poter tornare in Siria. È proprio da qui, da Tel Aabbas, che è nata una proposta di pace per la Siria, scritta da chi ha subito e soffre le conseguenze della guerra sulla propria pelle.

Alessandro ci parla dei corridoi umanitari, un altro aspetto importante dell’attività di Operazione Colomba. Creare un corridoio umanitario significa individuare famiglie e strutture, in un safe country, che possano garantire accoglienza e offrire ospitalità ai profughi. L’Europa viene considerata un posto dove ricostruirsi una vita, dove tornare a guardare al futuro con una speranza. Il lavoro nel campo è anche quello di individuare le famiglie in condizioni di vulnerabilità che possano essere accettate in un percorso di ottenimento del visto per l’Italia, la Francia o il Belgio (gli unici stati europei che prevedono, in rari casi, la creazione di corridoi umanitari).

In un anno sono stati ottenuti circa 2000 visti, ma le richieste sono molte di più e pochissime vengono soddisfatte.

Si passa alle domande, a una discussione che porta i volontari di Operazione Colomba a spiegarci le difficoltà di vivere nel campo: la fatica e mentale; la tristezza e il peso delle vite distrutte di famiglie intere; la necessità di dire dei no e di porre dei limiti; ma anche la consapevolezza di essere nel posto giusto, nonostante tutte queste difficoltà.

Ormai il sole è tramontato e noi dobbiamo andare verso Minyara dove incontreremo Abdo Hsyan, che ci parlerà della scuola di Malaak e della proposta di pace per la Siria. Baci e abbracci, saluti come se i bambini ci conoscessero da anni, un po’ di amarezza sapendo che certamente non li rivedremo presto. Ci carichiamo su due furgoncini traballanti e raggiungiamo una casa. Entriamo e lì ci viene presentato Abdo Hsyan, colui che viene considerato l’ideatore della proposta di pace per la Siria: una proposta che prevede la creazione di una zona sicura dove far tornare la popolazione siriana, una zona libera dalla guerra e dove la popolazione possa vivere senza timore di soprusi, violenze e arresti. Qui potete leggere la loro proposta.

Lunedì 30 Aprile – Colmare il vuoto

Abbiamo dormito nella guesthouse della scuola di Malaak. Ci siamo arrivati di notte quindi non abbiamo capito esattamente dove fossimo. La scuola si trova non molto lontano da Tel Aabbas, tra i campi coltivati e i numerosi campi profughi della zona. Incontriamo Joyce, la coordinatrice della scuola, che lavora qui dal 2012.

Passiamo tra i bassi edifici e sbirciamo dentro le aule: mille mani ci salutano, insegnanti e bambini sorridono, le mamme in cucina mostrano orgogliose il pranzo che hanno preparato. Durante il giro Joyce ci racconta un po’ la storia di Malaak, di com’è nata tra le tende di un campo profughi siriano nei primi mesi dopo l’inizio della guerra e di come quest’esperienza si è sviluppata negli anni. Associazioni locali, singole donne e uomini si sono dati da fare per portare avanti un progetto educativo per i bambini siriani, esclusi, almeno nei primi anni di “emergenza”, dai circuiti della scuola statale libanese.

Da una piccola scuola informale all’interno di un campo profughi si è passati a una scuola vera e propria, con strutture fisse: le classi, un’aula di musica, una biblioteca, un’aula di informatica, una mensa, degli spazi esterni per giocare, un campetto da basket e un piccolo campo da calcio, dove finalmente bambini e ragazzi “vanno a scuola”. Le maestre e i maestri sono siriani e libanesi, le madri degli studenti a turno si occupano della mensa, mentre altri permettono il funzionamento della scuola a livello amministrativo e si occupano della gestione ordinaria, della pulizia e della manutenzione. Attualmente gli studenti sono circa 400 e la scuola di Malaak è aperta dalle 8 alle 14, mentre nel pomeriggio i ragazzi e le ragazze più grandi frequentano le scuole libanesi dei paesi vicini, per seguire gli stessi programmi educativi rivolti ai giovani locali (anche se le lezioni si tengono in classi separate, siriani da un lato e libanesi dall’altro).

Fino a qualche anno fa la situazione era diversa: i siriani non potevano frequentare le scuole, non si potevano iscrivere e non erano stati attivati corsi per loro. Per questo motivo gli studenti di Malaak erano molti di più, perché era l’unica scuola che apriva loro le porte. Joyce ci dà una piccola brochure su cui è riportata la frase: Malaak fills the gap (Malaak colma il vuoto). Questo è il senso della scuola: colmare il vuoto istituzionale, il vuoto educativo attorno ai siriani. Garantire quindi l’istruzione anche agli ultimi, facendo in modo che le bambine e i bambini siriani abbiano la possibilità di frequentare la scuola libanese, in cui ci sono anche lezioni in francese, lingua ufficiale in Libano, che non è conosciuta in Siria. Tutto questo significa occupare il tempo di vita dei bambini e delle bambine con attività educative e relazioni con i coetanei, tempo che altrimenti sarebbe vuoto o verrebbe riempito con il lavoro e lo sfruttamento.

Esiste anche un altro progetto importante di cui ci parla Joyce: corsi di alfabetizzazione per le donne siriane. Un progetto che dovrebbe iniziare a breve e mira ad accrescere la consapevolezza delle donne. A questo punto entriamo nella struttura usata come segreteria, dove ci offrono un caffè prima di discutere del progetto di collaborazione tra lo SCI Italia e Malaak. Joyce è molto disponibile e attenta,le spieghiamo i nostri progetti di volontariato a breve e a lungo termine, delle necessità della scuola e dell’utilità della presenza di volontari/e internazionali. Per quello che riguarda i campi di volontariato a breve termine, Joyce spiega come proprio questi siano l’occasione giusta per i/le volontari/e che hanno un piccolo progetto da realizzare: un progetto artistico, sportivo, musicale o teatrale; qualcosa da realizzare nel periodo di permanenza a Malaak. Discutiamo delle disponibilità di spazio, dei tempi e dei contributi anche economici che i volontari potrebbero dare alla scuola, cerchiamo di capire quali sono le possibilità reali di fare qualcosa e iniziamo a segnarci alcuni punti condivisi e criticità.

È però giunta l’ora di lasciare la scuola per dirigerci nuovamente verso Tripoli e tornare a Beirut.

Voci dal Libano: racconto di un viaggio di attivist@ SCI [Parte I]

Voci dal Libano: racconto di un viaggio di attivist@ SCI [Parte I]

Pubblichiamo la prima parte del racconto di Agnese, Alberto, Ekaterina, Francesca, Marco e Martino, una delegazione di attivisti e attiviste del Servizio Civile Internazionale in visita in Libano dal 28 aprile al 2 maggio 2018. Da Beirut a Tripoli, passando per il campo profughi di Tel Abbass, fino a Minyara per conoscere l’esperienza della scuola di Malaak e ancora a Beirut nel campo di Shatila.

Da questo viaggio è nata l’idea di portare un campo di volontariato internazionale presso il campo di Tel Abbass, dal 15 al 25 luglio 2018. Qui la scheda completa del campo. Per partecipare al campo, è obbligatorio aver preso parte agli incontri di formazione di I e II livello. Per chi non ha potuto farlo, si richiede di partecipare obbligatoriamente alla formazione di I e II livello che si terrà a Bologna, dal 29 giugno al 1 luglio. Per informazioni, contattare nordsud@sci-italia.it.

Sabato 28 Aprile – Avvicinamento graduale

Atterriamo… Rifornimento d’acqua, cambio soldi, acquisto di una SIM libanese e siamo pronti a cominciare la nostra esplorazione. Fuori dall’aeroporto, un tassista ci convince che sia una buona idea raggiungere la nostra destinazione sul suo furgone da 8 posti.

Carichiamo le valige e saliamo sul taxi. Ci viene dato subito un assaggio dell’incredibile stile di guida che si tiene sulle strade libanesi: usciti dall’aeroporto evita un incidente con la prima macchina che incontriamo, accosta per chiedere informazioni senza badare al motorino che sta stringendo sulla destra e effettua sorpassi quando non c’è palesemente lo spazio per passare.

La via che porta verso il quartiere Hamra ci permette di vedere le prime caratteristiche della città: a palazzi moderni e abbastanza sfarzosi si contrappongono casermoni e condomini fatiscenti e le moschee, da cui svettano i minareti, si alternano alle bianche chiese dei cristiani maroniti.

Finalmente arriviamo a destinazione, ci sistemiamo e ci prepariamo a raggiungere Alice in un ristorante dove fanno cucina tipica libanese. Per raggiungere il ristorante ci affidiamo questa volta ad un “service”: un taxi meno costoso e sopratutto con il conducente meno interessato al fatto che siamo in 6 con soli quattro posti disponibili. Ci stringiamo ed è lì che facciamo il nostro primo incontro inaspettato. Il loquace guidatore è armeno. Gli armeni sono solo uno degli innumerevoli gruppi nazionali o religiosi che compongono la popolazione di Beirut. Dallo specchietto retrovisore pende una bandiera rossa, arancione e blu e subito cominciamo a parlare dell’Armenia e delle proteste che in quei giorni animavano l’opposizione al presidente dai modi autoritari e dittatoriali. Noi chiediamo, lui racconta e dice la sua. L’autista è fieramente armeno, ma è anche libanese. Non è strano. Lui è solo il primo esempio della popolazione del Libano, molto variegata e dalle identità più disparate.

Veniamo lasciati davanti a Radio Beirut, nel quartiere “occidentale” della città, dove macchine di lusso, luci, locali, musica americana, sushi e turisti animano la strada.

Il primo giorno è stato tranquillo, con un avvicinamento graduale alla realtà libanese, rimanendo però in contesti ancora molto vicini alla nostra esperienza quotidiana.

Domenica 29 Aprile – I siriani in Libano

Oggi dobbiamo andare a nord, a Tel Aabbas, a circa 5 km dal confine della Siria. In quell’area ci sono numerosi campi profughi di siriani, che ormai da 7 anni sono in fuga dalla guerra che devasta il loro paese. Andremo in un campo per vedere la situazione al suo interno e conoscere i volontari italiani di “Operazione Colomba”, presenti in loco da diversi anni.

Ci dividiamo in due gruppi, i primi raggiungeranno Tel Aabbas con uno dei furgoni che fanno da collegamento tra Beirut e Tripoli (città poco più a sud di Tel Aabbas), mentre il secondo gruppo andrà in macchina con Gaia per fermarsi a comprare medicinali da portare ai bambini e alle famiglie del campo.

Iniziamo il viaggio e Gaia ci spiega quali sono le condizioni dei siriani in Libano. Non sono riconosciuti come rifugiati e non hanno neanche i documenti a posto per vivere in Libano regolarmente. La loro condizione è peggiorata negli ultimi anni, da quando il governo libanese ha smesso di regolarizzare l’ingresso dei siriani nel proprio territorio.

Dallo scoppio della guerra in Siria si sono moltiplicati i campi profughi e le condizioni dei siriani non sono certo andate migliorando. I profughi siriani sono 1/4 della popolazione totale libanese, non hanno praticamente diritti e se anche riuscissero a trovare un lavoro, per legge, possono svolgere soltanto mansioni molto umili, come quella del contadino, del muratore o del raccoglitore di rifiuti; tutte le altre professioni sono negate. Questa situazione così drammaticamente complessa per le famiglie siriane è peggiorata con il clima politico montato in questo periodo di elezioni, le prime dal 2009: sembra infatti che tutti i partiti, anche quelli più aperti e meno conservatori, sottolineino la necessità di allontanare i siriani per risolvere i problemi del paese.

Arrivati al campo di Tel Aabbas veniamo accolti da Alessandro e Matteo, due volontari di Operazione Colomba, e subito siamo circondati da ragazzi che vogliono conoscerci. Alessandro ci porta in un punto sopraelevato rispetto alle tende da cui è possibile vedere quasi tutto il campo e conferma le parole di Gaia rispetto alla condizione dei siriani in Libano.

Ci racconta che Operazione Colomba è attiva in questa zona dal 2013 e che le attività dei volontari sono le più disparate: accompagnano le persone all’ospedale, le seguono nelle pratiche legali, ne condividono la vita quotidiana e le difficoltà del campo, si relazionano con le persone esterne, spesso diffidenti e impaurite, e molto altro. Alessandro dice che uno dei loro compiti è quello di “ascoltare il dolore delle persone”, di conoscere le loro storie, di dargli importanza, di ascoltare le loro paure, di conoscerne le sofferenze, per aiutarle a reggerne il peso. Un lavoro importante, molto faticoso, ma che esprime un incredibile senso di umanità.

I siriani sono ancora una minoranza, c’è ancora molta paura e diffidenza da parte della popolazione autoctona. Ci sono stati infatti atti violenti nei loro confronti e delle strutture del campo: hanno cercato di dare alle fiamme la scuola del campo profughi e pochi giorni prima del nostro arrivo il governo libanese ha cercato di ottenere l’abbattimento di alcune baracche, considerate troppo vicine alla strada. Tra le tante attività, Operazione Colomba riesce a far venire a Tel Aabbas un medico che, regolarmente, visita gli abitanti di questo campo e di quelli vicini (è raro per i rifugiati poter disporre di un medico).

Ci hanno preparato un pranzo favoloso, veniamo trattati come ospiti d’onore. Si chiacchiera, si parla del Servizio Civile Internazionale e dell’esperienza di una casa famiglia, risuonano nell’aria numerosi shukran (grazie) rivolti ai bambini, alle ragazze e alle donne che continuano a portare cibo, acqua e tè in abbondanza. Finiamo di mangiare e veniamo assaliti dai bambini e dalle bambine: è tempo di disegni sui fogli e sulle braccia, di origami e di giochi, di abbracci e di presentazioni.

Dopo facciamo il giro del campo, i bambini ci seguono, c’è chi si fa portare in braccio e chi si fa fare delle foto, noi osserviamo con attenzione l’ambiente: i murales, le tende, la scuola a cui hanno cercato di dare fuoco qualche tempo fa; chiediamo, fotografiamo e prendiamo appunti. Matteo ci fa da guida e ci spiega come è nato il campo, delle prime tende e baracche costruite sotto gli ulivi per cercare riparo dal sole, dell’ostilità del governo libanese e dei rapporti non sempre facili tra gli abitanti.

In questo, che è solo uno dei tanti campi profughi della zona, vivono in condizioni critiche circa 200 persone. Ci sono problemi di accesso all’acqua potabile e ai servizi igienici. Qui le persone convivono ogni giorno con il carico emotivo di chi è fuggito dalla guerra, col desiderio di tornare a casa e la tremenda consapevolezza dell’impossibilità di farlo.

Il viaggio come volontariato

Il viaggio come volontariato

Al giorno d’oggi viaggiare è diventato incredibilmente più semplice che in passato, per molti di un vero e proprio stile di vita. Questo fenomeno è supportato dalla fase contemporanea in cui viviamo: l’apertura delle frontiere europee negli ultimi 30 anni, la comparsa di decine di compagnie low cost di trasporti – dai bus agli aerei – e, naturalmente, l’accesso a Internet.

Questi sono solo alcuni fattori che hanno cambiato la percezione contemporanea del viaggiare. La volontà di toccare con mano e vedere con i propri occhi luoghi lontani e diversità culturali cattura l’immaginazione di sempre più persone. Per qualcuno/a visitare un numero sempre più alto di paesi è diventato quasi una sfida personale se non addirittura un business, come per gli esploratori digitali su Instagram.

Il volontariato come scelta di viaggio

Tuttavia, fra le diverse sfaccettature di come viene percepito il viaggio ci sentiamo di enfatizzarne una in particolare: quella del volontariato.

Diversamente che per turismo o per lavoro, viaggiare per motivi di volontariato apre ad una dimensione più intensa, consapevole e responsabile. Viaggiare per volontariato implica un forte coinvolgimento nell’ambiente sociale del luogo che si visita e contribuisce all’apertura verso concetti più alti di solidarietà oltre i confini nazionali e linguistici, aiutando a riscoprire la nostra natura umana al di là delle barriere culturali e linguistiche. Attraverso il volontariato si impara a diventare cittadini attivi e internazionali, si acquisisce un modo di pensare più ampio e libero dai pregiudizi, spesso insufficienti a garantire una piena comprensione di certe problematiche.

Innanzitutto occorre fare chiarezza: fare volontariato internazionale non significa esclusivamente insegnare l’inglese ai bambini in una scuola di un paese qualsiasi in Africa e nemmeno dare una mano alla costruzione di infrastrutture in un villaggio sperduto in India o nel sudest asiatico. Questi sono alcuni esempi comuni, ma il concetto alla base è naturalmente più complesso.

Viaggiare per volontariato comporta una nostra partecipazione completa guidata dall’intenzione di metterci a disposizione in vista del raggiungimento di un obiettivo più alto e senza richiedere nulla di materiale in cambio. Le possibilità possono essere le più diverse, ma l’aspetto comune è la volontà di contribuire nel proprio piccolo ad un miglioramento che risponda alle reali necessità dei locali, in un approccio paritario e internazionalista.

Già durante un’esperienza del genere si impara a capire che ciò che abbiamo sempre ritenuto ovvio, banale o giusto, può non esserlo altrettanto in un contesto di altro tipo. Il rispetto e l’ascolto sono fondamentali per uscire dai propri schemi quotidiani e capire che al di fuori della propria comfort zone siamo in grado di offrire infinitamente più di quanto siamo in grado di immaginare. Una ricompensa molto più ricca di qualsiasi super-stipendio.

Fare volontariato oggi

Ma come si può partire in viaggio come volontari? Innanzitutto bisogna ricercare dei progetti specifici. Trattandosi di attività no-profit, Enti istituzionali, pubblici o fondazioni private mettono a disposizione tramite appositi bandi di concorso risorse volte a finanziare progetti di sviluppo nelle diverse aree del mondo. In altri casi, le Istituzioni Europee o Nazionali organizzano veri e propri Programmi di Volontariato.

Fra questi ultimi, il Servizio Volontario Europeo o SVE (EVS in inglese) è di certo fra i più conosciuti. Disponibile fino ai 30 anni di età, è possibile candidarsi a diversi progetti. Ognuno di questi può riguardare una tematica (bambini, ambiente, economia solidale, sport, medicina, etc.) o un determinato paese. Per selezionare un progetto non servirà altro che cercare un’organizzazione accreditata che organizzi progetti di scambio. A seguito della selezione non resterà che partire!

Gli altri scambi internazionali inseriti nel quadro del volontariato in Italia si legano soprattutto al Servizio Civile Internazionale (SCI Italia) e il Servizio Civile Nazionale all’estero.

Nonostante i nomi simili, è importante non confondersi tra le due. La prima è la seconda ONG più vecchia al mondo, attiva in numerosi paesi del mondo e impegnata in altrettanti progetti di volontariato internazionale (campi di volontariato, progetti di volontariato a lungo termine) che impegnano una folta schiera di giovani volontari. Il secondo è il programma nazionale promosso dal Ministero degli Affari Esteri costituito sulla linea di accordi con i diversi paesi nel mondo con cui l’Italia ha costruito programmi di sviluppo internazionale. I programmi riguardano una moltitudine di aree diverse, dallo sviluppo dell’economia locale attraverso l’apertura di attività equo-solidali o di imprese a impatto sociale all’educazione ai programmi di sviluppo agricolo.

Perché fare volontariato?

Spesso per convincerci del tutto all’idea di intraprendere una nuova esperienza cerchiamo il consiglio di chi già l’ha vissuta. Riporteremo qui due esperienze vissute all’estero da due giovani ragazze in differenti paesi e con diversi programmi di volontariato. Pronti? Via!

Come ti chiami? Apolline

Nazionalità? Francese

Dove sei stata? India

Quanti anni avevi all’epoca? 19

Quali attività hai svolto durante il periodo di volontariato? “La mattina al risveglio iniziavamo la giornata con una sessione di abbracci e di meditazione. Preparavamo tutto secondo principi di sostenibilità totale, lavavamo le stoviglie con un sapone ricavato direttamente dalla cenere. Nel pomeriggio ci occupavamo del rimboschimento delle terre vicine: piantavamo i semi, annaffiavamo le piante e gli alberi già cresciuti e ci occupavamo dei lavori di mantenimento del campo come tagliare la legna e il riciclaggio dei materiali. Nel resto del pomeriggio partecipavamo tutti agli workshop organizzati di yoga, meditazione e arti marziali. La cosa migliore era che tutte le conoscenze venivano messe in comune!

Qual è il tuo più bel ricordo? “Ricordo il momento in cui una ragazza giovanissima della mia età ha condotto un workshop per insegnarci come creare un portabottiglie in tela. Mi ha colpito l’organizzazione e la capacità di gestire il workshop e la maniera del tutto naturale e chiara che aveva di trasmetterci la sua conoscenza”.

Come pensi che ti abbia cambiato questa esperienza? “Questo campo mi ha aiutata a comprendere meglio le pratiche che ci permettono di vivere in maniera sostenibile. Dal niente impariamo a vivere a impatto zero sulla natura. La consapevolezza di quanto consumo ogni giorno mi aiuta a evitare lo spreco e mi spinge alla scoperta di alternative. Imparare tutto questo in un ambiente tanto diverso dal mio come quello indiano è stato determinante!”

***

Come ti chiami? Athena

Nazionalità? Inglese

Dove sei stata? Argentina

Quanti anni avevi all’epoca? 21

Quali attività hai svolto durante il periodo di volontariato? “Ho svolto il mio periodo di volontariato grazie ad una ONG locale che mirava alla facilitazione dell’educazione attraverso metodi audiovisuali. Lavoravamo con due gruppi di bambini divisi per fasce d’età: una dagli 8 ai 14 anni e il secondo dai 14 ai 20 anni. I progetti audiovisivi prevedevano di decidere un argomento e da quello creare un cortometraggio. Ritagliavamo le foto di persone con le diverse parti del corpo con cui costruivamo i protagonisti della nostra storia e diverse foto con cui dare vita allo scenario e via via la storia stessa. Mettevamo le foto una dietro l’altra e da quelle creavamo il nostro cortometraggio sfogliando velocemente le pagine. Con i grandi invece organizzavamo corsi di recitazione davanti alla videocamera: ognuno filmava a turno tutti quanti. I diversi workshop avevano l’obiettivo di contribuire all’educazione e alla conoscenza dei bambini. Per i più piccoli l’obiettivo era capire come funzionava la società e per I più grandi invece rimarcare l’importanza dell’educazione!

Qual è il tuo più bel ricordo? “Verso la fine del progetto. I bambini erano pieni di iniziativa ma con i pochi mezzi a disposizione erano consapevoli della difficoltà che avrebbero incontrato in futuro per realizzare i loro sogni: i mezzi finanziari e l’ambiente attorno erano spesso ostili all’iniziativa personale. Alla fine del progetto con la presentazione dei film dei bambini non ho potuto non notare le loro soddisfatti che mostrano il frutto del loro lavoro ai loro genitori, felici e frutto del lavoro di gruppo”.

Come pensi che ti abbia cambiato questa esperienza? “Mi ha cambiato perché ho visto una parte del mondo che non immaginavo esistesse. Sono più consapevole e più in grado di mettermi nei panni di altre persone. Ho capito che anche la realizzazione di piccole traguardi è un grande successo, ho smesso di dare per scontate alcune cose. Grazie a questa esperienza ho imparato a capire i modi diversi di pensare e di vivere e che bisogna mettersi nei panni degli altri per comprendere davvero un contesto. Sento di saper dare reale valore ai miei obiettivi, ma soprattutto a prendere le cose per quello che sono”.

“E se volessi restare?” Talvolta il volontariato cambia davvero la vita. Le circostanze possono essere le più diverse ma cambiare radicalmente la propria vita potrebbe essere forse la migliore esperienza di tutte. Alcuni piccoli consigli sono di informarsi bene prima della partenza sulla situazione degli alloggi nel paese di destinazione: spesso durante il periodo di volontariato sono le Istituzioni o le ONG locali a fornire l’alloggio. Nel caso in cui invece dipenda da noi, occorrerà puntare su programmi pubblici locali o sul privato. Una risorsa innovativa può anche essere quella di prenotare il tuo alloggio direttamente dall’estero. Qualsiasi sia la scelta possiamo garantire che cambierà il modo di vedere le cose: provare per credere!