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Voci dal Libano: racconto di un viaggio di attivist@ SCI [Parte IV]

Voci dal Libano: racconto di un viaggio di attivist@ SCI [Parte IV]

Pubblichiamo la quarta ed ultima parte del racconto di Agnese, Alberto, Ekaterina, Francesca, Marco e Martino, una delegazione di attivisti e attiviste del Servizio Civile Internazionale in visita in Libano dal 28 aprile al 2 maggio 2018. Da Beirut a Tripoli, passando per il campo profughi di Tel Abbass, fino a Minyara per conoscere l’esperienza della scuola di Malaak e ancora a Beirut nel campo di Shatila.

Da questo viaggio è nata l’idea di portare un campo di volontariato internazionale presso il campo di Tel Abbass, dal 15 al 25 luglio 2018. Qui la scheda completa del campo. Per partecipare al campo, è obbligatorio aver preso parte agli incontri di formazione di I e II livello. Per chi non ha potuto farlo, si richiede di partecipare obbligatoriamente alla formazione di I e II livello che si terrà a Bologna, dal 29 giugno al 1 luglio. Per informazioni, contattare nordsud@sci-italia.it.

Leggi qui la prima parte, leggi qui la seconda parte, leggi qui la terza parte.

Martedì 1 Maggio – Shatila

Ci alziamo e facciamo colazione. Majdi ha preparato un sacco di roba da mangiare e nessuno si tira indietro. Poi ci prepariamo a fare un giro per Shatila. Scendiamo in strada, con quaderni e macchine fotografiche. Majdi ci guida e si infila in un vicolo largo al massimo un metro e mezzo. Ci fa notare il buio, l’umidità e l’intricato sistema di fili che oscurano ancor di più le stradine che si dipanano tra le abitazioni. Qui ci vive la gente più povera, gente nelle cui abitazioni non entra mai nemmeno un raggio di sole, che esce di casa e si ritrova nella fanghiglia e nei rifiuti. Passiamo di fianco alla sede di uno dei quindici gruppi politici palestinesi che governano il campo di Shatila. Qui non è possibile fare foto, ma si vedono bandiere e striscioni, scritte in arabo che non sappiamo a quale gruppo tra i tanti che gestiscono il campo appartengano.

Arriviamo alla via principale di Shatila. Sarà larga poco più di una decina di metri ed è costellata di bancarelle e tendoni, dove vengono venduti i prodotti più disparati. Majdi ci dice che quello è il luogo da cui sono passati i soldati nei giorni della strage del 1982, quella è la strada dove migliaia di uomini e donne sono stati trucidati perché palestinesi. Ma non si sofferma molto su questo punto, non c’è tanto da aggiungere. Si infila in un altro cunicolo, qui c’è più luce, lo notiamo subito. Poi giriamo ed ecco di nuovo il buio, le case si fanno più vicine e se guardi verso l’alto vedi solo una piccolissima striscia azzurra di cielo e le case che sembrano appoggiarsi l’una all’altra. Incontriamo un gruppo di bambini, tutti attorno ad un tombino che emana un odore nauseante, che cercano di liberarne il tappo con un semplice bastone.

Continuiamo il giro. Vediamo alcune delle strutture metalliche che aveva installato l’Unione Europea per distribuire l’acqua: sono arrugginite, abbandonate e inutilizzabili. Altri grovigli di fili, altri motorini, spazzatura lungo i muri, umidità, fango e acqua per terra. Il nostro tour si conclude davanti ad una scuola dell’UNRWA, di fronte ad uno degli ingressi del campo. Ringraziamo la nostra guida per averci accompagnato, dandoci appuntamento nel pomeriggio, per andare alle partite di calcio e di basket.

Dopo pranzo accompagniamo all’aeroporto Ekaterina che deve partire. Auguri di buon viaggio, abbracci e baci. Ekaterina si imbarca ci farà sapere appena atterrerà a Milano. Dobbiamo ritornare a Shatila dove ci attendono Majdi, una partita di calcio coi ragazzi palestinesi e una di basket con le ragazze della Palestine Youth Basketball Accademy.

Arriviamo al campo di calcio. Un bel campo, costruito da qualche associazione che l’ha voluto donare alla gente di Shatila, circondato da palazzi dove alcuni si affacciano per vedere la partita. Uno dei nostri accetta l’invito e si mette a giocare con i ragazzi del Real Palestine. “Mister” Majdi fa un discorso prima della partita sull’importanza della correttezza nel gioco e del rispetto dell’avversario. I ragazzi ascoltano le sue parole cogliendone il significato. Durante il gioco, infatti, tra i ragazzini non ci sono tensioni, nessuno si lamenta dell’arbitraggio e a fine partita ci si congratula tra avversari. Una rapida foto tutti assieme, ma poi ci dobbiamo muovere! Fra neanche venti minuti siamo attesi al campo di basket e lo dobbiamo raggiungere in macchina.

Conosciamo le prime giocatrici Afaf, Àmina e Fatma. Facciamo i primi palleggi, mentre arrivano le altre giocatrici. Majdi convince tutti a giocare, noi avevamo premesso di non essere molto esperti e infatti non abbiamo deluso le aspettative. Le ragazze, giovanissime, ci impartiscono una lezione di basket a suon di passaggi, finte e canestri che noi ci sognamo la notte. Per fortuna siamo attesi a cena dall’altra parte di Beirut e ci possiamo ritirare senza prolungare la nostra agonia sportiva.

Cibo, nargilè e notizie dall’Italia: Ekaterina è atterrata.

Il ritorno a Shatila è impegnativo come al solito. Saliamo a casa di Majdi e, mentre beviamo il tè, parliamo ancora e ci scambiamo piccoli regali. Tornano i suoni e gli odori della notte di Shatila, ma forse la stanchezza aiuta ad attutirli. C’è meno attività, ma i cani e i motorini non tardano a farsi sentire, così come i muezzin che richiamano cantando alla preghiera.

Martedì 2 Maggio – Piccole riflessioni e saluti

Ora siamo all’ultimo giorno, saluteremo Majdi, Basmat, Adam e Shatila. Faremo un giro al mercato di Sabra, visiteremo la moschea, poi avremo da prendere l’aereo. Torneremo in Italia, nel nostro mondo, un altro mondo, dovremo capire cosa farcene di queste emozioni: la tristezza e la rabbia per le ingiustizie, la speranza nel vedere persone come Majdi, Joyce, Alessandro, Alice, Gaia e tutti gli altri, i bambini sorridenti, le donne riunite che studiano l’inglese, la riconoscenza per chi lotta per rendere migliore la vita sul pianeta, l’ansia di essere nel posto giusto e il desiderio di schierarsi dalla parte giusta.

Facciamo una rapida colazione: panino con pomodori, formaggio e cetrioli; mille tazze di tè e ancora shukran! Majdi ci accompagna a Sabra, che confina con Shatila, i due campi all’apparenza sono indistinguibili. Facciamo incetta di saponi, di spezie e di frutta secca. Giriamo tranquilli tra le bancarelle, i motorini, la frutta e i rifiuti. Non abbiamo molto tempo quindi partiamo in direzione della moschea, l’ultima tappa del nostro tour, forse l’unica da veri turisti. Torniamo a Shatila, riprendiamo i bagagli e salutiamo Majdi. Il nostro volo parte fra poche ore, dobbiamo andare… Shukran!

Voci dal Libano: racconto di un viaggio di attivist@ SCI [Parte III]

Voci dal Libano: racconto di un viaggio di attivist@ SCI [Parte III]

Pubblichiamo la terza parte del racconto di Agnese, Alberto, Ekaterina, Francesca, Marco e Martino, una delegazione di attivisti e attiviste del Servizio Civile Internazionale in visita in Libano dal 28 aprile al 2 maggio 2018. Da Beirut a Tripoli, passando per il campo profughi di Tel Abbass, fino a Minyara per conoscere l’esperienza della scuola di Malaak e ancora a Beirut nel campo di Shatila.

Da questo viaggio è nata l’idea di portare un campo di volontariato internazionale presso il campo di Tel Abbass, dal 15 al 25 luglio 2018. Qui la scheda completa del campo. Per partecipare al campo, è obbligatorio aver preso parte agli incontri di formazione di I e II livello. Per chi non ha potuto farlo, si richiede di partecipare obbligatoriamente alla formazione di I e II livello che si terrà a Bologna, dal 29 giugno al 1 luglio. Per informazioni, contattare nordsud@sci-italia.it.

Leggi qui la prima parte, leggi qui la seconda parte.

Veniamo accompagnati fino ad Halba, dove prenderemo un passaggio verso sud. In un’ora siamo a Tripoli e, dopo circa due ore e mezza, nuovamente a Beirut. Abbiamo un appuntamento presso uno degli ingressi di Shatila, uno dei campi profughi palestinesi interni all’area urbana di Beirut; forse il più vecchio, dato che esiste da 70 anni ed è tristemente noto insieme al campo di Sabra per la strage del 1982. Troviamo un service. L’autista dimostra più anni di quanti sicuramente ne ha e quando diamo la destinazione da raggiungere rimane interdetto, ci guarda come a dire: “Davvero? Volete andare a Shatila?” Noi gli confidiamo che staremo lì anche a dormire e si convince che quella è davvero la nostra meta.

Dopo un paio di telefonate con il nostro contatto a Shatila arriviamo a destinazione. Majdi è lì, davanti a un mercatino di frutta ad aspettarci. Scendiamo, paghiamo l’autista e salutiamo il nostro ospite. Majdi ci fa strada, lo seguiamo ed entriamo in un altro mondo. La prima cosa che ci salta all’occhio è la strada: piena di buche, di pozzanghere e di terra. È rovinata, diversa dalle altre strade di Beirut. Il nostro sguardo si alza, guardiamo le case, di cemento e mattoni, le piccole finestre con le grate, i muri crivellati dai colpi di proiettile.

All’entrata di Shatila ci sono numerose bandiere dei gruppi politici che gestiscono il campo, insieme a quelle della Palestina, e cartelloni con volti di cui ignoriamo l’identità; e poi ci sono i fili: infiniti grovigli di cavi dell’elettricità e tubi dell’acqua che si intersecano, che creano una ragnatela inestricabile che in alcuni punti oscura il cielo. A destra e sinistra ci sono negozi di ogni tipo: c’è chi vende articoli per la casa, teiere, caffettiere, sedie, piatti, bastoni piumati per pulire i vetri dell’auto, c’è chi vende vestiti, chi cibo, chi ha una specie di officina per i numerosi motorini e c’è un bambino che legge seduto a fianco ad alcune casse di legna da ardere, in attesa di qualche cliente.

Dopo alcuni passi ci accorgiamo del caos che regna lungo questa strada, una delle vie più larghe del campo. Cinque o massimo sei metri dividono le case. Uomini, donne e bambini, motorini, auto e carretti affollano la strada, mentre i rumori delle marmitte e dei clacson riempiono l’aria. Camminiamo per alcuni minuti e raggiungiamo le scale che portano alla casa di Majdi e che danno direttamente sulla strada. Saliamo, gradino dopo gradino, e possiamo vedere “l’interno” di quello che, con molta ironia, potremmo definire il condominio. Una scala che porta a piccolissimi appartamenti bui e spogli, un percorso con enormi squarci nei muri che lasciano intravedere la strada e i piani superiori delle altre case; i gradini sono sconnessi, umidi, con scarichi dell’acqua intasati sui pianerottoli e cavi che pendono a mezza altezza.

Arriviamo in cima, al sesto piano. Majdi abita lì, in una casa con due stanzette risicate, un cucinino e un bagno di circa un metro quadro. Il tetto forse è in amianto, hanno tre letti e due divani e uno spazio all’esterno, una specie di “terrazzo” coperto da un’enorme lamiera dove stendono i panni e conservano nelle cisterne riserve di acqua… salata. Lasciamo le valige, ci sediamo sul tappeto nella parte esterna della casa e arriva Basmat, moglie di Majdi, con un vassoio di tè. Shukran!

Majdi inizia a parlarci di Shatila, del problema del sovrappopolamento, di come 28.000 persone vivano in 1,5 km e di come la fuga dalla Siria di milioni di persone abbia reso la situazione ancora più complessa. I problemi qui sono moltissimi, a partire dalla povertà e dall’impossibilità di svolgere qualsiasi lavoro che non sia il più umile possibile; l’acqua delle cisterne è salata, non si può bere ed è quella con cui ci si deve lavare; l’elettricità c’è, ma costa tantissimo e spesso salta la luce. Il problema è il lavoro, perché la legge libanese, come per i siriani, limita i palestinesi a lavorare unicamente nell’edilizia e nella nettezza urbana (o nell’agricoltura, che vorrebbe dire, però, abbandonare quel poco che hanno qui). Per i giovani, le bambine e i bambini i problemi riguardano la scuola, la salute e gli spazi ricreativi: ci sono le scuole dell’UNRWA, ma classi sono di almeno 40 alunni, l’aria è malsana e le malattie respiratorie sono in grande aumento. Non ci sono spazi ampi dove giocare e divertirsi, se non i tetti delle case su cui arrampicarsi.

Majdi inizia a parlare di se: fa l’allenatore. Allena una squadra di basket femminile, di ragazze palestinesi, ma anche libanesi, ci dice che per lui lo sport deve unire e non dividere e che alle ragazze piace moltissimo avere questo spazio di libertà. È molto fiero di questa sua iniziativa, ce la racconta a lungo e ci parla di quella volta che è riuscito a portare la squadra a Roma, per partecipare al torneo di Basket Beat Borders e che, quest’anno, porterà di nuovo la squadra a Roma e forse anche a Milano. Ha conosciuto tante persone e anche figure autorevoli dello sport italiano, cosa di cui è estremamente orgoglioso. È allenatore, presidente e capitano anche di una squadra di calcio maschile: il Real Palestine. Domani li conosceremo. Ci racconta di sua figlia, del suo nipotino e dei suoi due figli maschi; dei progetti falliti dell’Unione Europea di sistemare la fornitura d’acqua del campo; della condizione dei palestinesi in Libano e dei siriani.

All’ora di cena siamo attesi in un locale della zona “occidentale” di Beirut. Majdi ci fa accompagnare da un suo parente. Poi torniamo a casa, dove Majdi ci aspetta con altro tè e ci organizza per la notte: le donne dormiranno dentro casa e gli uomini fuori. Per noi non c’è alcun problema e nel giro di poco andiamo a letto. Non tutti riescono a dormire sonni tranquilli. I più fortunati hanno il privilegio di sentire i rumori e i suoni della notte di Shatila, che squarciano un silenzio che non esiste. Quelli più stanchi e con il sonno più pesante dormono e non sanno che cosa si perdono. E ancora gli odori, che riportano alla mente le condizioni terribili in cui vive la gente di Shatila. Si sono fatte le due di notte.

Piano piano l’attività del campo diminuisce, poche ore di quiete. È l’ora della preghiera. Saranno le quattro e mezza. Gli altoparlanti fanno risuonare il canto dei muezzin. I rumori di sottofondo e i latrati dei cani che non smettono mai di abbaiare, accompagnano le melodie che si intrecciano in un miscuglio incomprensibile, strano e inspiegabile per chi non ha mai passato una notte in un posto come questo.

Voci dal Libano: racconto di un viaggio di attivist@ SCI [Parte II]

Voci dal Libano: racconto di un viaggio di attivist@ SCI [Parte II]

Pubblichiamo la seconda parte del racconto di Agnese, Alberto, Ekaterina, Francesca, Marco e Martino, una delegazione di attivisti e attiviste del Servizio Civile Internazionale in visita in Libano dal 28 aprile al 2 maggio 2018. Da Beirut a Tripoli, passando per il campo profughi di Tel Abbass, fino a Minyara per conoscere l’esperienza della scuola di Malaak e ancora a Beirut nel campo di Shatila.

Da questo viaggio è nata l’idea di portare un campo di volontariato internazionale presso il campo di Tel Abbass, dal 15 al 25 luglio 2018. Qui la scheda completa del campo. Per partecipare al campo, è obbligatorio aver preso parte agli incontri di formazione di I e II livello. Per chi non ha potuto farlo, si richiede di partecipare obbligatoriamente alla formazione di I e II livello che si terrà a Bologna, dal 29 giugno al 1 luglio. Per informazioni, contattare nordsud@sci-italia.it.

Qui la prima parte del racconto.

Dell’impossibilità di un ritorno in Siria in sicurezza ce ne parla Abu Hussein, il responsabile del campo, tradotto da Alessandro e Matteo. Siamo nella tenda della famiglia di Abu e ci viene servito immediatamente del tè. Ci racconta brevemente della sua storia: è in Libano con la sua famiglia da cinque anni e in Siria facevano una vita bella. Lavorava come marmista ad Aleppo e aveva una casa di due piani. Ma in Siria tutto è stato distrutto, le città sono ormai solo scheletri vuoti e la vita è diventata impossibile.

Molti vogliono ritornare in Siria e non sono solo i bombardamenti ad impedirglielo. Ci sono anche i rischi che correrebbero varcando il confine: le violenze, le torture, la prigionia – qualora riconosciuti come disertori – o gli arruolamenti forzati. Non ci sono le condizioni di sicurezza necessarie per poter tornare in Siria. È proprio da qui, da Tel Aabbas, che è nata una proposta di pace per la Siria, scritta da chi ha subito e soffre le conseguenze della guerra sulla propria pelle.

Alessandro ci parla dei corridoi umanitari, un altro aspetto importante dell’attività di Operazione Colomba. Creare un corridoio umanitario significa individuare famiglie e strutture, in un safe country, che possano garantire accoglienza e offrire ospitalità ai profughi. L’Europa viene considerata un posto dove ricostruirsi una vita, dove tornare a guardare al futuro con una speranza. Il lavoro nel campo è anche quello di individuare le famiglie in condizioni di vulnerabilità che possano essere accettate in un percorso di ottenimento del visto per l’Italia, la Francia o il Belgio (gli unici stati europei che prevedono, in rari casi, la creazione di corridoi umanitari).

In un anno sono stati ottenuti circa 2000 visti, ma le richieste sono molte di più e pochissime vengono soddisfatte.

Si passa alle domande, a una discussione che porta i volontari di Operazione Colomba a spiegarci le difficoltà di vivere nel campo: la fatica e mentale; la tristezza e il peso delle vite distrutte di famiglie intere; la necessità di dire dei no e di porre dei limiti; ma anche la consapevolezza di essere nel posto giusto, nonostante tutte queste difficoltà.

Ormai il sole è tramontato e noi dobbiamo andare verso Minyara dove incontreremo Abdo Hsyan, che ci parlerà della scuola di Malaak e della proposta di pace per la Siria. Baci e abbracci, saluti come se i bambini ci conoscessero da anni, un po’ di amarezza sapendo che certamente non li rivedremo presto. Ci carichiamo su due furgoncini traballanti e raggiungiamo una casa. Entriamo e lì ci viene presentato Abdo Hsyan, colui che viene considerato l’ideatore della proposta di pace per la Siria: una proposta che prevede la creazione di una zona sicura dove far tornare la popolazione siriana, una zona libera dalla guerra e dove la popolazione possa vivere senza timore di soprusi, violenze e arresti. Qui potete leggere la loro proposta.

Lunedì 30 Aprile – Colmare il vuoto

Abbiamo dormito nella guesthouse della scuola di Malaak. Ci siamo arrivati di notte quindi non abbiamo capito esattamente dove fossimo. La scuola si trova non molto lontano da Tel Aabbas, tra i campi coltivati e i numerosi campi profughi della zona. Incontriamo Joyce, la coordinatrice della scuola, che lavora qui dal 2012.

Passiamo tra i bassi edifici e sbirciamo dentro le aule: mille mani ci salutano, insegnanti e bambini sorridono, le mamme in cucina mostrano orgogliose il pranzo che hanno preparato. Durante il giro Joyce ci racconta un po’ la storia di Malaak, di com’è nata tra le tende di un campo profughi siriano nei primi mesi dopo l’inizio della guerra e di come quest’esperienza si è sviluppata negli anni. Associazioni locali, singole donne e uomini si sono dati da fare per portare avanti un progetto educativo per i bambini siriani, esclusi, almeno nei primi anni di “emergenza”, dai circuiti della scuola statale libanese.

Da una piccola scuola informale all’interno di un campo profughi si è passati a una scuola vera e propria, con strutture fisse: le classi, un’aula di musica, una biblioteca, un’aula di informatica, una mensa, degli spazi esterni per giocare, un campetto da basket e un piccolo campo da calcio, dove finalmente bambini e ragazzi “vanno a scuola”. Le maestre e i maestri sono siriani e libanesi, le madri degli studenti a turno si occupano della mensa, mentre altri permettono il funzionamento della scuola a livello amministrativo e si occupano della gestione ordinaria, della pulizia e della manutenzione. Attualmente gli studenti sono circa 400 e la scuola di Malaak è aperta dalle 8 alle 14, mentre nel pomeriggio i ragazzi e le ragazze più grandi frequentano le scuole libanesi dei paesi vicini, per seguire gli stessi programmi educativi rivolti ai giovani locali (anche se le lezioni si tengono in classi separate, siriani da un lato e libanesi dall’altro).

Fino a qualche anno fa la situazione era diversa: i siriani non potevano frequentare le scuole, non si potevano iscrivere e non erano stati attivati corsi per loro. Per questo motivo gli studenti di Malaak erano molti di più, perché era l’unica scuola che apriva loro le porte. Joyce ci dà una piccola brochure su cui è riportata la frase: Malaak fills the gap (Malaak colma il vuoto). Questo è il senso della scuola: colmare il vuoto istituzionale, il vuoto educativo attorno ai siriani. Garantire quindi l’istruzione anche agli ultimi, facendo in modo che le bambine e i bambini siriani abbiano la possibilità di frequentare la scuola libanese, in cui ci sono anche lezioni in francese, lingua ufficiale in Libano, che non è conosciuta in Siria. Tutto questo significa occupare il tempo di vita dei bambini e delle bambine con attività educative e relazioni con i coetanei, tempo che altrimenti sarebbe vuoto o verrebbe riempito con il lavoro e lo sfruttamento.

Esiste anche un altro progetto importante di cui ci parla Joyce: corsi di alfabetizzazione per le donne siriane. Un progetto che dovrebbe iniziare a breve e mira ad accrescere la consapevolezza delle donne. A questo punto entriamo nella struttura usata come segreteria, dove ci offrono un caffè prima di discutere del progetto di collaborazione tra lo SCI Italia e Malaak. Joyce è molto disponibile e attenta,le spieghiamo i nostri progetti di volontariato a breve e a lungo termine, delle necessità della scuola e dell’utilità della presenza di volontari/e internazionali. Per quello che riguarda i campi di volontariato a breve termine, Joyce spiega come proprio questi siano l’occasione giusta per i/le volontari/e che hanno un piccolo progetto da realizzare: un progetto artistico, sportivo, musicale o teatrale; qualcosa da realizzare nel periodo di permanenza a Malaak. Discutiamo delle disponibilità di spazio, dei tempi e dei contributi anche economici che i volontari potrebbero dare alla scuola, cerchiamo di capire quali sono le possibilità reali di fare qualcosa e iniziamo a segnarci alcuni punti condivisi e criticità.

È però giunta l’ora di lasciare la scuola per dirigerci nuovamente verso Tripoli e tornare a Beirut.

Voci dal Libano: racconto di un viaggio di attivist@ SCI [Parte I]

Voci dal Libano: racconto di un viaggio di attivist@ SCI [Parte I]

Pubblichiamo la prima parte del racconto di Agnese, Alberto, Ekaterina, Francesca, Marco e Martino, una delegazione di attivisti e attiviste del Servizio Civile Internazionale in visita in Libano dal 28 aprile al 2 maggio 2018. Da Beirut a Tripoli, passando per il campo profughi di Tel Abbass, fino a Minyara per conoscere l’esperienza della scuola di Malaak e ancora a Beirut nel campo di Shatila.

Da questo viaggio è nata l’idea di portare un campo di volontariato internazionale presso il campo di Tel Abbass, dal 15 al 25 luglio 2018. Qui la scheda completa del campo. Per partecipare al campo, è obbligatorio aver preso parte agli incontri di formazione di I e II livello. Per chi non ha potuto farlo, si richiede di partecipare obbligatoriamente alla formazione di I e II livello che si terrà a Bologna, dal 29 giugno al 1 luglio. Per informazioni, contattare nordsud@sci-italia.it.

Sabato 28 Aprile – Avvicinamento graduale

Atterriamo… Rifornimento d’acqua, cambio soldi, acquisto di una SIM libanese e siamo pronti a cominciare la nostra esplorazione. Fuori dall’aeroporto, un tassista ci convince che sia una buona idea raggiungere la nostra destinazione sul suo furgone da 8 posti.

Carichiamo le valige e saliamo sul taxi. Ci viene dato subito un assaggio dell’incredibile stile di guida che si tiene sulle strade libanesi: usciti dall’aeroporto evita un incidente con la prima macchina che incontriamo, accosta per chiedere informazioni senza badare al motorino che sta stringendo sulla destra e effettua sorpassi quando non c’è palesemente lo spazio per passare.

La via che porta verso il quartiere Hamra ci permette di vedere le prime caratteristiche della città: a palazzi moderni e abbastanza sfarzosi si contrappongono casermoni e condomini fatiscenti e le moschee, da cui svettano i minareti, si alternano alle bianche chiese dei cristiani maroniti.

Finalmente arriviamo a destinazione, ci sistemiamo e ci prepariamo a raggiungere Alice in un ristorante dove fanno cucina tipica libanese. Per raggiungere il ristorante ci affidiamo questa volta ad un “service”: un taxi meno costoso e sopratutto con il conducente meno interessato al fatto che siamo in 6 con soli quattro posti disponibili. Ci stringiamo ed è lì che facciamo il nostro primo incontro inaspettato. Il loquace guidatore è armeno. Gli armeni sono solo uno degli innumerevoli gruppi nazionali o religiosi che compongono la popolazione di Beirut. Dallo specchietto retrovisore pende una bandiera rossa, arancione e blu e subito cominciamo a parlare dell’Armenia e delle proteste che in quei giorni animavano l’opposizione al presidente dai modi autoritari e dittatoriali. Noi chiediamo, lui racconta e dice la sua. L’autista è fieramente armeno, ma è anche libanese. Non è strano. Lui è solo il primo esempio della popolazione del Libano, molto variegata e dalle identità più disparate.

Veniamo lasciati davanti a Radio Beirut, nel quartiere “occidentale” della città, dove macchine di lusso, luci, locali, musica americana, sushi e turisti animano la strada.

Il primo giorno è stato tranquillo, con un avvicinamento graduale alla realtà libanese, rimanendo però in contesti ancora molto vicini alla nostra esperienza quotidiana.

Domenica 29 Aprile – I siriani in Libano

Oggi dobbiamo andare a nord, a Tel Aabbas, a circa 5 km dal confine della Siria. In quell’area ci sono numerosi campi profughi di siriani, che ormai da 7 anni sono in fuga dalla guerra che devasta il loro paese. Andremo in un campo per vedere la situazione al suo interno e conoscere i volontari italiani di “Operazione Colomba”, presenti in loco da diversi anni.

Ci dividiamo in due gruppi, i primi raggiungeranno Tel Aabbas con uno dei furgoni che fanno da collegamento tra Beirut e Tripoli (città poco più a sud di Tel Aabbas), mentre il secondo gruppo andrà in macchina con Gaia per fermarsi a comprare medicinali da portare ai bambini e alle famiglie del campo.

Iniziamo il viaggio e Gaia ci spiega quali sono le condizioni dei siriani in Libano. Non sono riconosciuti come rifugiati e non hanno neanche i documenti a posto per vivere in Libano regolarmente. La loro condizione è peggiorata negli ultimi anni, da quando il governo libanese ha smesso di regolarizzare l’ingresso dei siriani nel proprio territorio.

Dallo scoppio della guerra in Siria si sono moltiplicati i campi profughi e le condizioni dei siriani non sono certo andate migliorando. I profughi siriani sono 1/4 della popolazione totale libanese, non hanno praticamente diritti e se anche riuscissero a trovare un lavoro, per legge, possono svolgere soltanto mansioni molto umili, come quella del contadino, del muratore o del raccoglitore di rifiuti; tutte le altre professioni sono negate. Questa situazione così drammaticamente complessa per le famiglie siriane è peggiorata con il clima politico montato in questo periodo di elezioni, le prime dal 2009: sembra infatti che tutti i partiti, anche quelli più aperti e meno conservatori, sottolineino la necessità di allontanare i siriani per risolvere i problemi del paese.

Arrivati al campo di Tel Aabbas veniamo accolti da Alessandro e Matteo, due volontari di Operazione Colomba, e subito siamo circondati da ragazzi che vogliono conoscerci. Alessandro ci porta in un punto sopraelevato rispetto alle tende da cui è possibile vedere quasi tutto il campo e conferma le parole di Gaia rispetto alla condizione dei siriani in Libano.

Ci racconta che Operazione Colomba è attiva in questa zona dal 2013 e che le attività dei volontari sono le più disparate: accompagnano le persone all’ospedale, le seguono nelle pratiche legali, ne condividono la vita quotidiana e le difficoltà del campo, si relazionano con le persone esterne, spesso diffidenti e impaurite, e molto altro. Alessandro dice che uno dei loro compiti è quello di “ascoltare il dolore delle persone”, di conoscere le loro storie, di dargli importanza, di ascoltare le loro paure, di conoscerne le sofferenze, per aiutarle a reggerne il peso. Un lavoro importante, molto faticoso, ma che esprime un incredibile senso di umanità.

I siriani sono ancora una minoranza, c’è ancora molta paura e diffidenza da parte della popolazione autoctona. Ci sono stati infatti atti violenti nei loro confronti e delle strutture del campo: hanno cercato di dare alle fiamme la scuola del campo profughi e pochi giorni prima del nostro arrivo il governo libanese ha cercato di ottenere l’abbattimento di alcune baracche, considerate troppo vicine alla strada. Tra le tante attività, Operazione Colomba riesce a far venire a Tel Aabbas un medico che, regolarmente, visita gli abitanti di questo campo e di quelli vicini (è raro per i rifugiati poter disporre di un medico).

Ci hanno preparato un pranzo favoloso, veniamo trattati come ospiti d’onore. Si chiacchiera, si parla del Servizio Civile Internazionale e dell’esperienza di una casa famiglia, risuonano nell’aria numerosi shukran (grazie) rivolti ai bambini, alle ragazze e alle donne che continuano a portare cibo, acqua e tè in abbondanza. Finiamo di mangiare e veniamo assaliti dai bambini e dalle bambine: è tempo di disegni sui fogli e sulle braccia, di origami e di giochi, di abbracci e di presentazioni.

Dopo facciamo il giro del campo, i bambini ci seguono, c’è chi si fa portare in braccio e chi si fa fare delle foto, noi osserviamo con attenzione l’ambiente: i murales, le tende, la scuola a cui hanno cercato di dare fuoco qualche tempo fa; chiediamo, fotografiamo e prendiamo appunti. Matteo ci fa da guida e ci spiega come è nato il campo, delle prime tende e baracche costruite sotto gli ulivi per cercare riparo dal sole, dell’ostilità del governo libanese e dei rapporti non sempre facili tra gli abitanti.

In questo, che è solo uno dei tanti campi profughi della zona, vivono in condizioni critiche circa 200 persone. Ci sono problemi di accesso all’acqua potabile e ai servizi igienici. Qui le persone convivono ogni giorno con il carico emotivo di chi è fuggito dalla guerra, col desiderio di tornare a casa e la tremenda consapevolezza dell’impossibilità di farlo.

“Io sono sahrawi”: storia e speranze di un popolo senza terra

“Io sono sahrawi”: storia e speranze di un popolo  senza terra

Articolo di Taghla Brahim Salem, volontaria di Shanti Sahara, associazione di volontariato che si occupa di minori disabili nei campi profughi saharawi, attraverso progetti di sostegno sanitario in Italia e sul campo.

Nella seconda metà degli anni settanta, gli anni delle rivoluzioni, dei movimenti di indipendenza e di legittimazione della maggior parte degli stati attuali, quando ormai si andava terminando il processo di decolonizzazione dell’Africa, il Sahara Occidentale rimaneva l’ultima colonia spagnola del continente. Era il 10 maggio del 1973 quando vedeva la luce il Fronte Polisario, ovvero il movimento di liberazione saharawi, guidato da El Ouali, uomo comune destinato a diventare un leader e un simbolo della lotta.

La Spagna, in una situazione di transizione verso la democrazia, si ritira dal paese senza completare il processo di decolonizzazione chiesto dalle Nazioni Unite. Ed è con i famosi “Accordi Tripartiti” che il governo madrileno cede l’amministrazione di quei territori ai due stati confinanti, Marocco e Mauritania.

Se sulla carta già erano state determinate le sorti del Sahara Occidentale, con l’organizzazione da parte del Marocco della “Marcia Verde” si ha l’effettiva occupazione del territorio da forze ostili: oltre 350.000 coloni invadono le principali città privando la popolazione delle proprie abitazioni.

Nel caos dei bombardamenti e degli attacchi, molte famiglie si separarono, molti uomini si unirono al Fronte Polisario per combattere, mentre i civili fuggirono a piedi in zone controllate dagli indipendentisti sahrawi. Per molti nella fuga si intravede l’unica flebile speranza di sopravvivenza e la maggior parte della popolazione autoctona si vede costretta a questa scelta. Tra i molti, i miei genitori che portano, ancora oggi, vivido il ricordo di quei giorni di terrore ed incertezza.

Dopo mesi di guerra e la conseguente perdita di molti civili, soprattutto per le frequenti e massicce incursioni aeree marocchine, l’Algeria offre ai sahrawi una parte del proprio territorio, lontano dai bombardamenti, dove vengono organizzati i campi profughi e le prime tendopoli. Nel silenzio del deserto, uno dei deserti più aridi e inospitali al mondo, in queste tendopoli di fortuna vicino alla città algerina di Tindouf, sono nata io, 30 anni fa. E come me molti, troppi, sono nati e cresciuti chiamando casa una tenda di fortuna in mezzo al niente, con l’acqua portata da autobotti che ogni 25-30 giorni riempiono le piccole cisterne e con il clima che alterna periodi aridi a devastanti alluvioni che ogni volta distruggono tutto quanto è stato costruito con mattoni di sabbia.

Intanto il Fronte Polisario, temendo che il Marocco potesse occupare il vuoto istituzionale lasciato dalla partenza degli spagnoli, proclama la RASD, Repubblica Araba Sahrawi Democratica creando così le basi di uno Stato che esercita la propria sovranità effettiva sui campi di rifugiati a sud di Tindouf e su un quarto dei territori liberati, e che solo teoricamente ha potere su tutto il territorio del Sahara Occidentale.

Dopo 4 anni di conflitto armato, la Mauritania decide di ritirarsi dal mio paese e di riconoscere la RASD, ma il Marocco continua ad occupare l’altra parte del territorio iniziando a costruire un muro di rocce e sabbia, lungo 2.720 km (1). Per noi sahrawi rappresenta il cosiddetto “muro della vergogna”, disseminato di postazioni militari, filo spinato, campi minati e sofisticati sistemi radar. Un’impresa a dir poco ciclopica, iniziata nel 1980 e terminata sette anni dopo, mirata fin dal principio ad isolare la parte economicamente utile (Smara, Al-Aaiun e le miniere di fosfati di Bou Craa) dal resto del territorio.

In questo modo la popolazione si ritrova divisa da un confine invalicabile: da una parte i campi rifugiati nel sud-ovest dell’Algeria, organizzati in tendopoli e completamente dipendenti dagli aiuti internazionali, dall’altra i territori occupati, condannati a vivere sotto la difficile dominazione marocchina. Qui permangono, ancora oggi, condizioni di emarginazione sociale, di controllo sulle mobilitazioni, di divieto di espressione del dissenso, aggravate dalle detenzioni arbitrarie, dalle torture e dall’uso della forza.

In termini economici, la guerra costa molto al Marocco e intanto la questione passa in mano alle Nazioni Unite che nel 1991 dichiarano il cessate il fuoco istituendo una missione ONU (MINURSO) con il compito di indire un referendum nel Sahara Occidentale, referendum ostacolato a più riprese dal Marocco, poiché tra le opzioni prevede l’indipendenza.

Nonostante le pressioni del Polisario e di altri paesi africani, la MINURSO rimane l’unica missione delle Nazioni Unite a non avere il mandato di controllo sulla violazione dei diritti umani, osteggiato dal Marocco col sostegno della Francia (membro permanente nel Consiglio di sicurezza ONU e quindi con diritto di veto). Molti Stati si sono pronunciati a favore dell’ampliamento del mandato della missione ONU, reso ancora più urgente dopo gli episodi del novembre 2010 avvenuti a Gdeim Izik, a 12 km da Al-Aaiun: in questa città si assiste alla scintilla che, come afferma Noam Chomsky, scatena le cosiddette “primavere arabe”, una grande manifestazione pacifica nei territori occupati che vede l’installazione di molte jaimas (tende) al fine di denunciare le intollerabili condizioni economiche e sociali in cui vivono i sahrawi sotto occupazione. L’accampamento di Gdeim Izik vede la partecipazione di circa 20.000 persone ed é una delle più grandi dimostrazioni contro gli abusi, le torture, gli arresti arbitrari e lo sfruttamento delle risorse naturali. Purtroppo il campo di protesta pacifica di Gdeim Izik viene isolato attraverso la costruzione di diversi muri e recinzioni, e dopo aver effettuato un embargo mediatico, l’esercito marocchino rade al suolo l’accampamento, attraverso l’utilizzo di elicotteri, gas lacrimogeni, cannoni ad acqua.

Anche in questa circostanza non mancano morti e feriti.

Già negli anni ’70 la Corte Internazionale di Giustizia afferma il diritto all’autodeterminazione del popolo sahrawi, così come da sempre dichiarato dalle risoluzioni ONU in cui si parla anche di indipendenza.

Il Sahara Occidentale, al contrario del Marocco che è l’unico paese africano a non farne parte, è membro fondatore dell’Unione Africana, il cui attuale vicepresidente è sahrawi; la Repubblica Araba Sahrawi Democratica è riconosciuta da ben 84 paesi e nessuno Stato riconosce la sovranità marocchina sull’ex colonia spagnola.

Ad oggi il Sahara Occidentale rappresenta uno degli ultimi esempi di decolonizzazione incompleta rimanendo una ferita aperta da oltre 40 anni che necessita di un maggior coinvolgimento della comunità internazionale al fine di superare la situazione di stallo e organizzare il referendum di autodeterminazione.

Il mio popolo ha sofferto l’esilio, un genocidio (2), persecuzioni (3), l’occupazione, ma continua a lottare per ciò che gli spetta, per la propria terra, per la propria cultura, per la propria identità.

Sono più di 40 anni che siamo in attesa di celebrare il referendum e, l’ONU, insieme alla comunità internazionale ha una grave responsabilità nei confronti della nostra Repubblica: si mostra cieca di fronte al principio di autodeterminazione, uno dei principali diritti riconosciuti a ciascun popolo, e lascia prevalere la legge del più forte, la legge di uno Stato che, aiutato politicamente, militarmente e finanziariamente da paesi occidentali come Francia e Stati Uniti, non si fa scrupoli ad usare la forza contro una popolazione pacifica, pur di mantenerne il controllo economico.

Siamo un popolo molto paziente e pacifico, che ha fatto della diplomazia la sua unica arma, e che pur diviso fisicamente rimane unito per un unico obiettivo: vedere un giorno il proprio paese indipendente e libero senza dover più sopravvivere grazie agli aiuti umanitari.

Noi sahrawi continueremo a lottare per la nostra autodeterminazione con dignità e vigore, e, nonostante le innumerevoli ingiustizie subite nei territori occupati, le nuove generazioni nei campi profughi manterranno sempre viva la speranza di potersi ricongiungere in un’unica forte nazione e di poter tornare a vivere da uomini liberi.

Io sono Sahrawi, una rifugiata dei campi profughi, sono nata in quei campi e non ho mai visto la terra di origine del mio popolo, la mia terra. Questa realtà triste e dolorosa, lascia il segno nella vita di tutti noi che viviamo nella speranza di poter riavere un giorno la nostra terra, il luogo dove poter tornare a vivere liberi e uniti.

(1) https://www.amnesty.org/en/countries/middle-east-and-north-africa/morocco/report-morocco/

(2) http://www.middleeasteye.net/news/spainish-judge-upholds-western-sahara-genocide-charges-against-moroccan-officials-1791193667

(3) https://www.amnesty.org/en/latest/news/2016/04/un-must-monitor-human-rights-in-western-sahara-and-sahrawi-refugee-camps/

“I curdi non hanno amici, ma montagne”: sguardo sul Kurdistan di Umut Suvari

“I curdi non hanno amici, ma montagne”: sguardo sul Kurdistan di Umut Suvari

Articolo di Umut Suvari, di Youth and Change Association, partner di SCI-Italia in Kurdistan.

Read the English version.

Nel 2014, quando il mondo aveva appena iniziato a conoscere e ad essere colpito dalle “feroci storie” dell’ISIS, la gente curda è stata colpita dritta al cuore dal tentativo di massacro/genocidio degli Yazidi provenienti da Sinjar, in Iraq, e da Kobanê, Rojava, Kurdistan. I curdi di Kobanê hanno avuto la possibilità di autodifendersi ma, sfortunatamente, gli Yazidi non hanno avuto né la possibilità di difendersi da soli, né sono stati protetti dalle forze dell’ordine della regione curda dell’Iraq. Gli Yazidi sono stati lasciati soli. Migliaia sono stati uccisi, migliaia di ragazze e donne sono state rapite come schiave, e centinaia di migliaia sono stati costretti a fuggire.

Gli Yazidi hanno dovuto affrontare tentativi di massacro e di genocidio (l’attacco dell’ISIS è stato considerato dagli Yazidi come il settantaquattresimo tentativo di genocidio). A causa di ciò, tutto il popolo curdo si è vergognato per non essere stato in grado di proteggerli. Ciò nonostante, gli Yazidi hanno un ruolo molto importante nel mantenere vive le vecchie culture e tradizioni curde. Per questo motivo noi, come popolo curdo, abbiamo considerato questo attacco come un tentativo di genocidio culturale. Ecco perché, quando gli Yazidi sono arrivati in Turchia, tutto il popolo curdo ha cercato di aiutarli e di mostrarsi solidale nei loro confronti.

Molti Yazidi non volevano essere sistemati nei campi profughi gestiti dal governo turco che ospitano siriani, perché convinti che siano legati allo Stato Islamico e gli Yazidi sono spaventati dai simboli islamici presenti in quei campi. I ricordi passati e presenti di questi simboli li perseguitano ancora, perciò sono stati sistemati nei campi gestiti dalle municipalità curde.

Poichè gli Yazidi hanno rifiutato di stare nei campi profughi governativi, il governo turco non ha dato loro lo status legale di “rifugiati” o “persone che beneficiano di protezione temporanea”. Sono stati aiutati solo dai comuni e dalla gente curda, dalle ONG e dalle organizzazioni internazionali.

Quando arrivarono a Diyarbakir nel 2014 erano più di 5000. La maggior parte si spostò in altri paesi europei, qualcuno di loro rientrò in Iraq. Al momento ci sono 1300 profughi Yazidi nel campo di Diyarbakir e noi, come Youth and Change Association, abbiamo cercato di supportarli soprattutto in ambito sociale e culturale. Una delle attività principali che facciamo per loro è in collaborazione con SCI-Italia e consiste in campi di volontariato internazionali, che hanno ospitato anche volontari di SCI Catalunya. Inoltre, nel 2016 abbiamo organizzato un progetto di scambio internazionale giovanile tenutosi dal 30 settembre al 9 ottobre: 33 partecipanti provenienti da Italia, Germania, Bulgaria, Romania e da Diyarbakir sono stati insieme per 10 giorni. I volontari internazionali e curdi hanno organizzato diversi workshops, seminari, gruppi di discussione, presentazioni, etc; per 3 giorni hanno coordinato varie attività coinvolgendo più di 200 bambini Yazidi.

Da settembre (2016), decine di co-sindaci curdi sono stati arrestati e il Ministro dell’Interno ha nominato governatori e vice-governatori per la gestione dei comuni. Purtroppo, i co-sindaci del comune di Yenisehir – quello maggiormente responsabile del campo profughi – sono stati arrestati il 7 Dicembre del 2016. I “nuovi managers” hanno cercato di convincere gli Yazidi a spostarsi nei campi gestiti dal governo ma loro si sono rifiutati di andare, dicendo che se fossero stati obbligati a lasciare il campo, avrebbero preferito ritornare direttamente nei campi in Iraq. I profughi Yazidi sono impauriti dall’idea di essere mandati nei campi gestiti dal governo durante il periodo invernale. Noi come giovani volontari, cerchiamo di impedire che tale eventualità si verifichi e di dare maggiore visibilità a questa situazione, con l’obiettivo di evitare ulteriori sofferenze agli Yazidi. (1)

È per noi molto importante aumentare la cooperazione a livello internazionale, mostrare maggiore solidarietà e creare relazioni con le varie comunità nel mondo. Le attività che lo SCI sta facendo in tutto il mondo sono per noi di molto valore e di tutto rispetto. Lo scorso anno abbiamo collaborato diverse volte con lo SCI e crediamo di aver fatto insieme delle cose importanti. Per questo motivo, la collaborazione con SCI-Italia è sempre un onore per noi.

C’è un proverbio curdo che dice: “I curdi non hanno amici ma montagne”. Il popolo curdo crede a questo proverbio, forse perché nel corso della sua storia è stato più volte ingannato dai poteri sovrani. Tuttavia, oggi il popolo curdo non ha solo montagne ma anche amici preziosi e forti come le montagne. In particolare i nostri amici italiani, che si sono dimostrati degli amici non solo a Kobanê ma anche a Amed (Diyarbakir).

(1) Alla fine il campo è stato sgomberato e la maggior parte degli ospiti sono stati trasferiti a Mardin. Per approfondire: http://www.uikionlus.com/la-delocalizzazione-degli-yazidi-nel-campo-di-fidanlik/

Shatila Beach, Libano: voci dal campo [Parte I]

Shatila Beach, Libano: voci dal campo [Parte I]

shatila refugee campIl racconto è stato scritto dai volontari e dalle volontarie che hanno partecipato al campo di volontariato SCI “Shatila Refugee Camp”, a Beirut, Libano. Per quanto romanzato, si ispira a situazioni realmente vissute durante la loro permanenza nel campo profughi di Shatila.

Read the English version.

Shatila Beach, sono le 13, il sole è allo zenit. Si sente il rumore dell’acqua, ma non è il mare. Un giovane uomo ci guarda perplesso mentre cerca di riempire con una caraffa di plastica una grossa cisterna sul tetto di casa sua. Sulla terrazza non c’è sabbia, ma un pesante strato di polvere ricopre ogni cosa. Siamo sul tetto della Guest House. Un piano e una scaletta arrugginita sopra di noi e poi mille casette e mille vite precarie, da 68 anni e 4 generazioni.

Il campo profughi di Shatila è grande 1 km quadrato. Circa 20.000 palestinesi vivono qui, ma nessuno sa esattamente quante persone si aggirano, giocano, comprano, lavorano, amano in questo labirinto. Ci sono alcuni bengalesi e migliaia di siriani,che si aggiungono agli altri in una struttura già al collasso. L’acqua dei rubinetti è salata: Shatila Beach. Ma non è acqua del mare e ci lascia addosso una patina appiccicosa. La corrente è limitata solo a qualche ora al giorno.

“Paghiamo l’acqua tre volte qua a Shatila”, ci racconta Mohammed mentre ci guida come il filo rosso di Arianna nel dedalo dei vicoli, fra motorini con in sella bambini di dieci anni, uomini seduti annoiati su sedie di plastica e migliaia di finestre dalle quali intravediamo donne che lavano il bucato o guardano alla tv una telenovela turca. “L’acqua che esce dal rubinetto costa ad ogni famiglia 20 dollari al mese, ma non si può bere. Così dobbiamo comprarla in bottiglia – ovviamente la marca più gettonata è la Nestlè – e poi compriamo l’acqua dai boccioni per lavare i piatti, per cucinare …”. Qualche bambino ci passa a fianco, trascinandosi dietro la preziosa acqua in anfore di plastica della modernità.

Siamo nella penombra dell’ufficio del Children and Youth Center, nel centro di Shatila. Dopo 24 ore siamo ancora completamente incapaci di uscire da qui . “Se vi perdete, in quasiasi parte del campo, chiedete di Abu Mujahed, vi porteranno qua al centro, tutti sanno chi è”. la parola magica assume fattezze umane ed eccolo lì, il signor Abu Mujahed. seduto su una poltroncina damascata, si alza sollecito per prepararci un caffè. Ha capelli bianchi, radi, carnagione olivastra tempestata dalle macchie dell’età, un sorriso aperto, il tipico realismo pessimista palestinese, un’innata attenzione per i bambini, che quando appaiono nella stanza catturano tutte le sue attenzioni: interrompe riflessioni politiche e discorsi d’adulti e si avvicina per chiedere “come stai tesoro?” e per distribuire baci e carezze.

La nostra associazione nasce nel 1997 con l’obiettivo di promuovere la Convenzione per i diritti del fanciullo e stimolare la sua attuazione qua nel campo. Vi sarete resi conto che qua i diritti dei bambini, ma in generale di tutte le persone, sono quotidianamente violati”. Le attività dell’associazione investono in particolare sull’educazione, sul tentativo di tenere impegnati i bambini in attività positive e resilienti. Sono molti i laboratori artistici e che promuovono lo sviluppo di competenze relazionali e sociali. ” Io faccio il corso di dabka, di inglese e faccio anche rap”, ci racconta davanti a un piatto di hummus B. in un inglese eccellente per i suoi 13 anni di età.

“Ogni anno ci aspettiamo che succeda qualcosa, aspettiamo LA SOLUZIONE che porrà fine alle nostre condizioni precarie. Ma non vi ingannate, il problema qua non è la povertà. Le persone si sentono sfiduciate e hanno smesso di lottare per i propri diritti. Che Guevara diceva qualcosa del genere, che l’imperialismo spinge le persone a dover lottare quotidianamente per sopravvivere. La priorità diventa mangiare, si è incapaci di programmare la propria vita oltre le due settimane. Questo ci porta a competere l’uno con l’altro e non riusciamo a cercare le cause dei problemi e a lottare per le soluzioni. La gente qua a Shatila non ha bisogno di operatori sociali, ha bisogno di rivoluzionari!”.

Negli anni ’70 erano molti i “volontari” che sostenevano, armati, la causa palestinese e diventavano subito “camerati” dei combattenti palestinesi, rispettati per la loro scelta di vivere nei campi come le persone nei campi, tanto da acquisire nomi arabi: Mohammed, Ahmad, Hafez i rivoluzionari. Poi c’è stata la guerra e dopo l’ ’82 il conflitto sociale si è come sopito, normalizzato dalla quotidiana, seppur minima, risposta ai bisogni da parte delle organizzazioni umanitarie. È così che sono spariti i combattenti e sono apparsi gli operatori sociali.

Il ventilatore si muove troppo lentamente per rinfrescare l’ufficio del CYC. Fuori una musica allegra attira i bambini vocianti, ma dentro le parole pesano più dell’aria. “La guerra in Siria è ovunque: è qua nei campi, è in Italia e in Catalogna, da dove venite voi, è in Europa”, continua calmo Mujahed. “Le persone devono essere consapevoli di cosa sta succedendo qua, in Siria e nel mondo. Non vogliamo più vedere i nostri bambini, ma neanche i bambini di altre parti del mondo e i vostri, morire così”.

Alberto, Aran, Ilaria, Luca, Marcello, Maria e Martina

Shatila Refugee Camp: in Libano in memoria del massacro

Shatila Refugee Camp: in Libano in memoria del massacro

Nel campo profughi di Shatila, in Libano, un campo di volontariato dall’11 al 20 settembre per ricordare, a 34 anni di distanza, il massacro di Sabra-Shatila.

I volontari e le volontarie internazionali saranno impegnati/e nella realizzazione di un reportage sul campo, con un focus particolare sui rifugiati siriani che hanno trovato riparo a Shatila Refugee Camp. Le attività saranno organizzate da Italian Peace Association and Children and Youth Centre Shatila.

Il progetto prevede una parte studio che mira ad approfondire la situazione dei rifugiati in Libano, in particolare di quelli palestinesi.

La lingua del campo è l’inglese.

Leggi qui la scheda del progetto.

ATTENZIONE: per questo campo è previsto un incontro di formazione specifico, che si terrà a Roma venerdì 2 settembre. Per informazioni scrivere a campisud@sci-italia.it.