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Voci dal Libano: racconto di un viaggio di attivist@ SCI [Parte III]

Voci dal Libano: racconto di un viaggio di attivist@ SCI [Parte III]

Pubblichiamo la terza parte del racconto di Agnese, Alberto, Ekaterina, Francesca, Marco e Martino, una delegazione di attivisti e attiviste del Servizio Civile Internazionale in visita in Libano dal 28 aprile al 2 maggio 2018. Da Beirut a Tripoli, passando per il campo profughi di Tel Abbass, fino a Minyara per conoscere l’esperienza della scuola di Malaak e ancora a Beirut nel campo di Shatila.

Da questo viaggio è nata l’idea di portare un campo di volontariato internazionale presso il campo di Tel Abbass, dal 15 al 25 luglio 2018. Qui la scheda completa del campo. Per partecipare al campo, è obbligatorio aver preso parte agli incontri di formazione di I e II livello. Per chi non ha potuto farlo, si richiede di partecipare obbligatoriamente alla formazione di I e II livello che si terrà a Bologna, dal 29 giugno al 1 luglio. Per informazioni, contattare nordsud@sci-italia.it.

Leggi qui la prima parte, leggi qui la seconda parte.

Veniamo accompagnati fino ad Halba, dove prenderemo un passaggio verso sud. In un’ora siamo a Tripoli e, dopo circa due ore e mezza, nuovamente a Beirut. Abbiamo un appuntamento presso uno degli ingressi di Shatila, uno dei campi profughi palestinesi interni all’area urbana di Beirut; forse il più vecchio, dato che esiste da 70 anni ed è tristemente noto insieme al campo di Sabra per la strage del 1982. Troviamo un service. L’autista dimostra più anni di quanti sicuramente ne ha e quando diamo la destinazione da raggiungere rimane interdetto, ci guarda come a dire: “Davvero? Volete andare a Shatila?” Noi gli confidiamo che staremo lì anche a dormire e si convince che quella è davvero la nostra meta.

Dopo un paio di telefonate con il nostro contatto a Shatila arriviamo a destinazione. Majdi è lì, davanti a un mercatino di frutta ad aspettarci. Scendiamo, paghiamo l’autista e salutiamo il nostro ospite. Majdi ci fa strada, lo seguiamo ed entriamo in un altro mondo. La prima cosa che ci salta all’occhio è la strada: piena di buche, di pozzanghere e di terra. È rovinata, diversa dalle altre strade di Beirut. Il nostro sguardo si alza, guardiamo le case, di cemento e mattoni, le piccole finestre con le grate, i muri crivellati dai colpi di proiettile.

All’entrata di Shatila ci sono numerose bandiere dei gruppi politici che gestiscono il campo, insieme a quelle della Palestina, e cartelloni con volti di cui ignoriamo l’identità; e poi ci sono i fili: infiniti grovigli di cavi dell’elettricità e tubi dell’acqua che si intersecano, che creano una ragnatela inestricabile che in alcuni punti oscura il cielo. A destra e sinistra ci sono negozi di ogni tipo: c’è chi vende articoli per la casa, teiere, caffettiere, sedie, piatti, bastoni piumati per pulire i vetri dell’auto, c’è chi vende vestiti, chi cibo, chi ha una specie di officina per i numerosi motorini e c’è un bambino che legge seduto a fianco ad alcune casse di legna da ardere, in attesa di qualche cliente.

Dopo alcuni passi ci accorgiamo del caos che regna lungo questa strada, una delle vie più larghe del campo. Cinque o massimo sei metri dividono le case. Uomini, donne e bambini, motorini, auto e carretti affollano la strada, mentre i rumori delle marmitte e dei clacson riempiono l’aria. Camminiamo per alcuni minuti e raggiungiamo le scale che portano alla casa di Majdi e che danno direttamente sulla strada. Saliamo, gradino dopo gradino, e possiamo vedere “l’interno” di quello che, con molta ironia, potremmo definire il condominio. Una scala che porta a piccolissimi appartamenti bui e spogli, un percorso con enormi squarci nei muri che lasciano intravedere la strada e i piani superiori delle altre case; i gradini sono sconnessi, umidi, con scarichi dell’acqua intasati sui pianerottoli e cavi che pendono a mezza altezza.

Arriviamo in cima, al sesto piano. Majdi abita lì, in una casa con due stanzette risicate, un cucinino e un bagno di circa un metro quadro. Il tetto forse è in amianto, hanno tre letti e due divani e uno spazio all’esterno, una specie di “terrazzo” coperto da un’enorme lamiera dove stendono i panni e conservano nelle cisterne riserve di acqua… salata. Lasciamo le valige, ci sediamo sul tappeto nella parte esterna della casa e arriva Basmat, moglie di Majdi, con un vassoio di tè. Shukran!

Majdi inizia a parlarci di Shatila, del problema del sovrappopolamento, di come 28.000 persone vivano in 1,5 km e di come la fuga dalla Siria di milioni di persone abbia reso la situazione ancora più complessa. I problemi qui sono moltissimi, a partire dalla povertà e dall’impossibilità di svolgere qualsiasi lavoro che non sia il più umile possibile; l’acqua delle cisterne è salata, non si può bere ed è quella con cui ci si deve lavare; l’elettricità c’è, ma costa tantissimo e spesso salta la luce. Il problema è il lavoro, perché la legge libanese, come per i siriani, limita i palestinesi a lavorare unicamente nell’edilizia e nella nettezza urbana (o nell’agricoltura, che vorrebbe dire, però, abbandonare quel poco che hanno qui). Per i giovani, le bambine e i bambini i problemi riguardano la scuola, la salute e gli spazi ricreativi: ci sono le scuole dell’UNRWA, ma classi sono di almeno 40 alunni, l’aria è malsana e le malattie respiratorie sono in grande aumento. Non ci sono spazi ampi dove giocare e divertirsi, se non i tetti delle case su cui arrampicarsi.

Majdi inizia a parlare di se: fa l’allenatore. Allena una squadra di basket femminile, di ragazze palestinesi, ma anche libanesi, ci dice che per lui lo sport deve unire e non dividere e che alle ragazze piace moltissimo avere questo spazio di libertà. È molto fiero di questa sua iniziativa, ce la racconta a lungo e ci parla di quella volta che è riuscito a portare la squadra a Roma, per partecipare al torneo di Basket Beat Borders e che, quest’anno, porterà di nuovo la squadra a Roma e forse anche a Milano. Ha conosciuto tante persone e anche figure autorevoli dello sport italiano, cosa di cui è estremamente orgoglioso. È allenatore, presidente e capitano anche di una squadra di calcio maschile: il Real Palestine. Domani li conosceremo. Ci racconta di sua figlia, del suo nipotino e dei suoi due figli maschi; dei progetti falliti dell’Unione Europea di sistemare la fornitura d’acqua del campo; della condizione dei palestinesi in Libano e dei siriani.

All’ora di cena siamo attesi in un locale della zona “occidentale” di Beirut. Majdi ci fa accompagnare da un suo parente. Poi torniamo a casa, dove Majdi ci aspetta con altro tè e ci organizza per la notte: le donne dormiranno dentro casa e gli uomini fuori. Per noi non c’è alcun problema e nel giro di poco andiamo a letto. Non tutti riescono a dormire sonni tranquilli. I più fortunati hanno il privilegio di sentire i rumori e i suoni della notte di Shatila, che squarciano un silenzio che non esiste. Quelli più stanchi e con il sonno più pesante dormono e non sanno che cosa si perdono. E ancora gli odori, che riportano alla mente le condizioni terribili in cui vive la gente di Shatila. Si sono fatte le due di notte.

Piano piano l’attività del campo diminuisce, poche ore di quiete. È l’ora della preghiera. Saranno le quattro e mezza. Gli altoparlanti fanno risuonare il canto dei muezzin. I rumori di sottofondo e i latrati dei cani che non smettono mai di abbaiare, accompagnano le melodie che si intrecciano in un miscuglio incomprensibile, strano e inspiegabile per chi non ha mai passato una notte in un posto come questo.

Organizzare un campo estivo per i/le ragazzi/e di Shatila: campo in Libano

Organizzare un campo estivo per i/le ragazzi/e di Shatila: campo in Libano

Dal 21 al 31 luglio 2017 un campo a Beirut, nel campo per rifugiati Shatila, in collaborazione con l’organizzazione non governativa The Children and Youth Center (CYC).

CYC si prende cura dei ragazzi e delle ragazze residenti nel campo, indipendentemente dalla loro nazionalità. Non solo quindi palestinesi, ma anche siriani e libanesi, poiché ogni bambino/a e ragazzo/a ha il diritto di imparare, crescere e giocare in pace e sicurezza. Il successo di CYC sta nella sua struttura orizzontale e collaborativa tra tutti i suoi membri: il comitato dei/delle bambini/e partecipa ai processi decisionali dell’organizzazione, alla gestione del centro e alla sua agenda futura.

Da molti anni, CYC organizza dei campi estivi per gli/le adolescenti residenti a Shatila. I/le volontari/e aiuteranno nell’organizzazione e nella gestione del campo, svolgendo attività quali l’accompagnamento dei/delle ragazzi/e, montare le tende, preparare i pasti, organizzare (in collaborazione con le persone dell’associazione) attività educative e ludiche, focalizzandole in particolare sulla Peace Education.

Come parte studio i/le volontari/e verranno accompagnati da CYC all’interno del campo per conoscerne le condizioni; a partire da quello che si sarà appreso si ragionerà insieme su come dare continuità alla collaborazione tra SCI-Italia, il Centro Studi Sereno Regis  e CYC, con focus principale sui beni comuni e l’intervento civile nonviolento.

Richieste pre-partenza: i/le partecipanti al campo dovranno, prima di partire, prendere parte alla formazione specifica organizzata dal Centro Studi Sereno Regis e SCI-Italia su Peace Education, sulla pratica della nonviolenza e sulla condizione dei rifugiati palestinesi e siriani in Libano. Tale formazione avrà la durata di 3 giorni, da venerdì 23 a domenica 25 giugno, ed è richiesto un contributo di 30 euro per i costi di vitto e alloggio.

La lingua ufficiale del campo è l’inglese.

Leggi qui la scheda completa del campo.

Questo progetto fa parte dei programmi Nord/Sud. I volontari devono avere almeno 20 anni e aver preso parte alle formazioni (primo incontro e 2 livello) di preparazione organizzate dallo SCI Italia.

Per maggiori informazioni sui campi SCI nel Sud del mondo, ecco la pagina dedicata.

Tutti i campi di volontariato del Servizio Civile Internazionale sono consultabili sul database www.workcamps.info.

Sabra e Shatila, un massacro da ricordare: voci dal campo [Parte III]

Sabra e Shatila, un massacro da ricordare: voci dal campo [Parte III]

Sabra e Shatila

Il racconto è stato scritto dai volontari e dalle volontarie che hanno partecipato al campo di volontariato SCI “Shatila Refugee Camp”, a Beirut, Libano. Per quanto romanzato, si ispira a situazioni realmente vissute durante la loro permanenza nel campo profughi di Shatila.

Read the English version.

Volantinaggio.

Quante volte ricorre questa parola nella vita di un giovane.

Il pensiero vola subito alle terse giornate di calura estiva, quando la tua fronte è esposta ad una solatio costante, e vagheggi nelle periferie della città nelle ore più improponibili, al fine di procacciarti qualche soldo per fronteggiare la retta universitaria.

Volantinaggio, per l’appunto.

Oppure viene in mente la rotazione itinerante dei venerdì sera, quando dinanzi al gazebo della tua associazione ti destreggi qua e là per cogliere lo sguardo di potenziali attivisti e attiviste da coinvolgere nel gruppo locale.

Ma a Beirut il volantinaggio è tutt’altra cosa. Chiamarlo così risulta persino riduttivo rispetto alle emozioni che noi volontari e volontarie stiamo provando in questi giorni.

Aggirarsi nel labirinto precario e precarizzante di Shatila per tentare di coinvolgere più persone possibile sembra di primo acchito un’impresa titanica. Vi è indubbiamente l’impressione di non essere all’altezza, o di risultare perfino arroganti nell’atto di distribuire volantini dopo aver percorso quasi 2.500 km in linea d’aria. Ma qui c’è un massacro da ricordare. Qui ci sono delle vittime cui rendere omaggio. Qui c’è una storia che non va in alcun modo affossata negli impervi meandri dell’oblio. Qui non si tratta di un semplice volantinaggio. C’è qualcosa di molto più profondo a cui aspirare.

E allora ci si mette in marcia, muniti di centinaia e centinaia di illustrazioni di Handala 1, personaggio che abbiamo imparato ad amare in anni ed anni di attivismo e militanza. Ci sono tre generazioni di palestinesi dinanzi ai nostri occhi e risulta quasi paradossale che ci siamo anche noi, un gruppo di volontari internazionali, a rievocare un massacro come quello di Sabra e Shatila, quasi con supponenza intellettuale. Eppure gli sguardi di uomini e donne palestinesi, segnati da rughe colme di frustrazione per il passato e inquietudine per il futuro, ci restituiscono compostezza e gratitudine. “Shukran” 2 è il minimo comune denominatore delle loro risposte, associate a un gentile sorriso. Nei loro occhi non si scorge solo la consapevolezza, si intravede anche il sentimento di non rassegnazione.

Si continua così a commemorare il massacro compiuto dalle Falangi cristiane libanesi, dall’Esercito del Libano del Sud e dalle forze dell’esercito israeliano nel 1982. Non dimenticare è l’imperativo categorico per conservare la propria identità, continuare a resistere e trasmettere tutto questo ai figli e alle figlie.

Parafrasando Pertini 3, “il modo migliore di pensare ai morti è pensare ai vivi”.

Alberto, Aran, Ilaria, Luca, Marcello, Maria e Martina

 

1) Handala: Personaggio creato dall’artista palestinese Naji al-Ali e diventato simbolo della diaspora palestinese.

2) Shukran: grazie in arabo.

3) Sandro Pertini: Presidente della Repubblica italiana dal 1978 al 1985.

 

 

Giochi dal labirinto di Shatila: voci dal campo [Parte II]

Giochi dal labirinto di Shatila: voci dal campo [Parte II]

Il racconto è stato scritto dai volontari e dalle volontarie che hanno partecipato al campo di volontariato SCI “Shatila Refugee Camp”, a Beirut, Libano. Per quanto romanzato, si ispira a situazioni realmente vissute durante la loro permanenza nel campo profughi di Shatila.

Read the English version.

Eccole quashatila-bambini
le armi che piacciono a me:
la pistola che fa solo pum
(o bang, se ha letto qualche
fumetto)
ma buchi non fa…
il cannoncino che spara
senza far tremare
nemmeno il tavolino…
il fuciletto ad aria
che talvolta per sbaglio
colpisce il bersaglio
ma non farebbe male
né a una mosca né  un caporale…
Armi dell’allegria!
le altre, per piacere,
ma buttatele tutte via!

Le armi dell’allegria, Gianni Rodari

 

“Ahi!”, mi porto velocemente la mano destra al collo. Il punto in cui mi hanno colpito si arrosserà presto. “Mi verrà il livido”, penso. Mi volto verso il colpevole: eccolo lì, il monello che mi guarda soddisfatto con un’aria di sfida e orgoglio. Temevo che lo avrebbe fatto, che mi avrebbe sparato addosso quegli stupidi proiettilini di plastica con quegli stupidi mitra di plastica che vendono ad ogni angolo della strada. Ha centrato il bersaglio in pieno il monello. Il collo, proprio sotto l’orecchio. Se fosse stato un proiettile vero, bè, non sarei qua a raccontarlo. Certo che ce ne vuole di coraggio per sparare ad un adulto, straniero per giunta. Mi arresto a pensare, invece di dare sfogo alla mia ira urlandogli addosso in italiano. Non servirebbe a nulla, non capirebbe ciò che dico e sentirebbe solo la mia rabbia. Ne sentono già tanta di rabbia attorno a loro. Metto il mio orgoglio in tasca, lo guardo rassegnato prima di voltarmi e tornare alle mie faccende. Non ho mai visto tanti bambini giocare con così tante armi e così verosimili.

“Preso!”, in realtà avevo puntato a quello grosso, bruno e con la barba, ma non importa, comunque l’ajnabi 1 l’ho preso uguale. Mi sono distratto però. “Ahi! Hafez, non vale! Mi sono distratto, sono passati degli ajnabi. Guarda quello riccio e magro, l’ho preso!”. “Io non ho visto e comunque hai perso, sei morto”, “Se prendi un ajnabi vale doppio però!” , “Non abbiamo mai deciso questa regola!”, “Senti, facciamo che non sono morto, io vado di là mi dai 20 secondi di vantaggio e vediamo chi uccide prima chi”. Inizio a correre nel vicolo, volto l’angolo, mi infilo sotto l’arco di Abu Zanner, salgo le scale del primo piano, lì dalla grata vedo la stradina sotto di me, il mio nemico non si aspetta che io spari dall’alto. Mi posiziono come fanno gli snipers, appoggio il fucile sulla grata. Il braccio a 90 gradi blocca il fucile, così il rinculo non mi va addosso. Mi ha insegnanto così Mohammed. “Eccolo…1,2,3…bam!”.

Oggi è il mio primo giorno. Proprio la festa del sacrificio, con un sacco di gente che entra e esce dal campo, mi doveva capitare. Fa caldo con questo basco e la divisa, però sto bene così. Se passasse Fatima e mi vedesse, chissà cosa penserebbe così con il fucile a tracolla che mi occupo della sicurezza di tutti. “Habibi 2 ciao”, “Guarda che bello il mio Mohammed. Come va il lavoro del Comitato di Sicurezza oggi? Il tuo fucile è servito?” , “Tuo figlio è bravo Abu Mohammed”, “16 anni fa lo stringevo per la prima volta fra le braccia e ora guardalo”, “Crescerà ancora Abu Mohammed, ancora un po’ muscoli qua e qua e vedrai che uomo si farà”. Mi stringe i bicipiti e i pettorali. Ha ragione, sono ancora un po’ magrolino…

“Mohammed, Mohammed, per favore mi dai 1000 lire”, corro verso mio fratello. La mamma mi ha comprato un vestito nuovo per la festa del sacrificio, è bianco con dei fiori rosa ma non lo devo sporcare se no si arrabbia. Ho anche le trecce e un grosso fiore di stoffa le tiene ferme sopra la testa. “A cosa ti servono habibti3, sono impegnato non vedi”, “Per favore, per favore, ci sono le giostre, costa mille lire un giro, c’è un’altalena che va altissimo”. “Va bene, tieni, ma per favore non andare con Hafez che altrimenti la spinge troppo in alto e poi hai paura”. “Grazie Mohammed, ti voglio bene! Ci vediamo dopo eh, Mohammed, sei bellissimo con quella divisa!”.

shatila-bambino-fucileGuardo lo spazio antistante al Children and Youth Center. Generalmente è l’unico spazio aperto in cui i bambini possono giocare tutti insieme, in sicurezza, con la palla, o rincorrersi senza rischiare di farsi male o cadere in un mucchio di spazzatura. Molti giochi infantili richiedono il contatto visivo con i propri compagni, richiedono spazi aperti e il labirinto di Shatila non si presta a nessuno di essi. Ma questa settimana è festa quindi lo spazio è occupato. Chiamarle giostre sarebbe improprio. Un Luna Park per poveri, mi ritrovo a pensare. Le varie “attrazioni” sono recintate da steccati di legno colorati a cui si appoggiano sognanti schiere di bambini che hanno già speso le loro mille lire o che non le hanno per pagare il giro. Ci sono un girello di ferro, un paio di piccole altalene, un tappeto elastico. Ma la grande attrazione sono due robuste altalene di legno a cui sono appesi due grandi seggioloni di legno foderati con dei tappetti persiani dove si stringono anche 7, 8 bambini. I due più grandi stanno in piedi sul bordo del seggiolino, sono loro che danno la spinta all’altalena piegando le ginocchia nel punto più alto. L’altalena arriva proprio in alto, mi sovrasta. Mi sorprendo a guardare una bambina, che si sporge pericolosamente. Ha un vestito bianco a fiori rosa. 

1) Ajnabi: straniero in arabo

2) Habibi: caro/tesoro in arabo

3) Habibti: famiglie di habibi

Alberto, Aran, Ilaria, Luca, Marcello, Maria e Martina

Shatila Beach, Libano: voci dal campo [Parte I]

Shatila Beach, Libano: voci dal campo [Parte I]

shatila refugee campIl racconto è stato scritto dai volontari e dalle volontarie che hanno partecipato al campo di volontariato SCI “Shatila Refugee Camp”, a Beirut, Libano. Per quanto romanzato, si ispira a situazioni realmente vissute durante la loro permanenza nel campo profughi di Shatila.

Read the English version.

Shatila Beach, sono le 13, il sole è allo zenit. Si sente il rumore dell’acqua, ma non è il mare. Un giovane uomo ci guarda perplesso mentre cerca di riempire con una caraffa di plastica una grossa cisterna sul tetto di casa sua. Sulla terrazza non c’è sabbia, ma un pesante strato di polvere ricopre ogni cosa. Siamo sul tetto della Guest House. Un piano e una scaletta arrugginita sopra di noi e poi mille casette e mille vite precarie, da 68 anni e 4 generazioni.

Il campo profughi di Shatila è grande 1 km quadrato. Circa 20.000 palestinesi vivono qui, ma nessuno sa esattamente quante persone si aggirano, giocano, comprano, lavorano, amano in questo labirinto. Ci sono alcuni bengalesi e migliaia di siriani,che si aggiungono agli altri in una struttura già al collasso. L’acqua dei rubinetti è salata: Shatila Beach. Ma non è acqua del mare e ci lascia addosso una patina appiccicosa. La corrente è limitata solo a qualche ora al giorno.

“Paghiamo l’acqua tre volte qua a Shatila”, ci racconta Mohammed mentre ci guida come il filo rosso di Arianna nel dedalo dei vicoli, fra motorini con in sella bambini di dieci anni, uomini seduti annoiati su sedie di plastica e migliaia di finestre dalle quali intravediamo donne che lavano il bucato o guardano alla tv una telenovela turca. “L’acqua che esce dal rubinetto costa ad ogni famiglia 20 dollari al mese, ma non si può bere. Così dobbiamo comprarla in bottiglia – ovviamente la marca più gettonata è la Nestlè – e poi compriamo l’acqua dai boccioni per lavare i piatti, per cucinare …”. Qualche bambino ci passa a fianco, trascinandosi dietro la preziosa acqua in anfore di plastica della modernità.

Siamo nella penombra dell’ufficio del Children and Youth Center, nel centro di Shatila. Dopo 24 ore siamo ancora completamente incapaci di uscire da qui . “Se vi perdete, in quasiasi parte del campo, chiedete di Abu Mujahed, vi porteranno qua al centro, tutti sanno chi è”. la parola magica assume fattezze umane ed eccolo lì, il signor Abu Mujahed. seduto su una poltroncina damascata, si alza sollecito per prepararci un caffè. Ha capelli bianchi, radi, carnagione olivastra tempestata dalle macchie dell’età, un sorriso aperto, il tipico realismo pessimista palestinese, un’innata attenzione per i bambini, che quando appaiono nella stanza catturano tutte le sue attenzioni: interrompe riflessioni politiche e discorsi d’adulti e si avvicina per chiedere “come stai tesoro?” e per distribuire baci e carezze.

La nostra associazione nasce nel 1997 con l’obiettivo di promuovere la Convenzione per i diritti del fanciullo e stimolare la sua attuazione qua nel campo. Vi sarete resi conto che qua i diritti dei bambini, ma in generale di tutte le persone, sono quotidianamente violati”. Le attività dell’associazione investono in particolare sull’educazione, sul tentativo di tenere impegnati i bambini in attività positive e resilienti. Sono molti i laboratori artistici e che promuovono lo sviluppo di competenze relazionali e sociali. ” Io faccio il corso di dabka, di inglese e faccio anche rap”, ci racconta davanti a un piatto di hummus B. in un inglese eccellente per i suoi 13 anni di età.

“Ogni anno ci aspettiamo che succeda qualcosa, aspettiamo LA SOLUZIONE che porrà fine alle nostre condizioni precarie. Ma non vi ingannate, il problema qua non è la povertà. Le persone si sentono sfiduciate e hanno smesso di lottare per i propri diritti. Che Guevara diceva qualcosa del genere, che l’imperialismo spinge le persone a dover lottare quotidianamente per sopravvivere. La priorità diventa mangiare, si è incapaci di programmare la propria vita oltre le due settimane. Questo ci porta a competere l’uno con l’altro e non riusciamo a cercare le cause dei problemi e a lottare per le soluzioni. La gente qua a Shatila non ha bisogno di operatori sociali, ha bisogno di rivoluzionari!”.

Negli anni ’70 erano molti i “volontari” che sostenevano, armati, la causa palestinese e diventavano subito “camerati” dei combattenti palestinesi, rispettati per la loro scelta di vivere nei campi come le persone nei campi, tanto da acquisire nomi arabi: Mohammed, Ahmad, Hafez i rivoluzionari. Poi c’è stata la guerra e dopo l’ ’82 il conflitto sociale si è come sopito, normalizzato dalla quotidiana, seppur minima, risposta ai bisogni da parte delle organizzazioni umanitarie. È così che sono spariti i combattenti e sono apparsi gli operatori sociali.

Il ventilatore si muove troppo lentamente per rinfrescare l’ufficio del CYC. Fuori una musica allegra attira i bambini vocianti, ma dentro le parole pesano più dell’aria. “La guerra in Siria è ovunque: è qua nei campi, è in Italia e in Catalogna, da dove venite voi, è in Europa”, continua calmo Mujahed. “Le persone devono essere consapevoli di cosa sta succedendo qua, in Siria e nel mondo. Non vogliamo più vedere i nostri bambini, ma neanche i bambini di altre parti del mondo e i vostri, morire così”.

Alberto, Aran, Ilaria, Luca, Marcello, Maria e Martina

Shatila Refugee Camp: in Libano in memoria del massacro

Shatila Refugee Camp: in Libano in memoria del massacro

Nel campo profughi di Shatila, in Libano, un campo di volontariato dall’11 al 20 settembre per ricordare, a 34 anni di distanza, il massacro di Sabra-Shatila.

I volontari e le volontarie internazionali saranno impegnati/e nella realizzazione di un reportage sul campo, con un focus particolare sui rifugiati siriani che hanno trovato riparo a Shatila Refugee Camp. Le attività saranno organizzate da Italian Peace Association and Children and Youth Centre Shatila.

Il progetto prevede una parte studio che mira ad approfondire la situazione dei rifugiati in Libano, in particolare di quelli palestinesi.

La lingua del campo è l’inglese.

Leggi qui la scheda del progetto.

ATTENZIONE: per questo campo è previsto un incontro di formazione specifico, che si terrà a Roma venerdì 2 settembre. Per informazioni scrivere a campisud@sci-italia.it.