Corso base in “Progettazione Europea e Attivazione Sociale” [III edizione]

Corso base in “Progettazione Europea e Attivazione Sociale” [III edizione]

Corso base in “Progettazione Europea e Attivazione Sociale:
Dall’introduzione teorica agli strumenti pratico-operativi per pianificare e gestire progettualità legate al sociale”


(Foto di Karen Sampò)

DESCRIZIONE DEL CORSO

Il Servizio Civile Internazionale organizza la terza edizione del corso di base in “Progettazione europea e attivazione sociale”, volto a favorire l’acquisizione degli strumenti progettuali legati al settore no-profit e all’attivismo sociale. Per venire incontro alle numerose richieste provenienti da tutta Italia, per questa edizione lo SCI ha scelto di organizzare ben quattro date tra ottobre e dicembre:

Torino (21-22 ottobre, Polo Creativo 3.65 – C.so Ferrucci 65/a)
Roma (28-29 ottobre, La Città dell’Utopia – Via Valeriano 3/f)
Milano (11-12 novembre, Viale Suzzani 273)
Bologna (2-3 dicembre, CSO Làbas – Via Orfeo, 46)

Il corso è aperto a tutti/e e destinato in particolare a laureandi, neo-laureati e volontari legati al mondo della cooperazione internazionale e dell’associazionismo, e attivisti legati al mondo dei movimenti sociali.
Attraverso sessioni frontali, presentazioni interattive, sessioni di educazione non-formale, laboratori di idee, i/le corsisti/e – con il supporto di lavoratori impegnati da anni nel settore della progettazione – potranno acquisire le basi del ciclo progettuale e sperimentarsi nello sviluppo di proposte proprie.

Grazie alla sua articolazione e all’expertise maturato negli ultimi quindici anni dal Servizio Civile Internazionale, il corso è pensato per fornire elementi pratici di progettazione di base, con un focus specifico su quella europea. Non è necessario avere competenze specifiche in materia.

A seguire il programma completo del corso con tutte le informazioni relative alle modalità d’iscrizione, ai costi e alle agevolazioni.

AMBITI PROGETTUALI

  • Mobilità internazionale
  • Cittadinanza attiva
  • Inclusione sociale
  • Partenariati internazionali

ALCUNI PROGETTI SCI

  • Across the sea – testimonianze migranti tra le sponde nord e sud del Mediterraneo
  • Beyond Walls – supporto ai difensori dei diritti umani israeliani e palestinesi
  • Building Inclusive Paths – trasformazione e risoluzione nonviolenta dei conflitti
  • Citizens Beyond Walls – estremismi di destra e buone pratiche di reazione nell’Europa contemporanea
  • Grassroot Youth Democracy – l’acqua come bene comune e diritto umano in Europa, Sud America e Asia
  • Inclusa l’Estate – inclusione di rifugiati e richiedenti asilo in progetti di volontariato internazionale

INFO: info@sci-italia.it

PROGRAMMA E MODALITÀ DI PARTECIPAZIONE

PROGRAMMA valido per ogni città

Modulo I (Venerdì – h.10.00 – 13.00)

  • Presentazione del corso e group-building
  • Il ciclo del progetto: dalla definizione di progetto all’analisi delle fasi

Modulo II (Venerdì – h.14.30 – 18.30)

  • Analisi di contesto e degli stakeholders: dall’albero dei problemi al quadro logico
  • La logica di intervento progettuale: definizione di obiettivi, risultati attesi, attività e beneficiari

Modulo III (Sabato – h.09.00 – 13.00)

  • Elementi per la costruzione del budget: voci di spesa, eleggibilità, coerenza e pertinenza dei costi
  • La bandistica nazionale ed europea: criteri di eleggibilità

Modulo IV (Sabato – h.14.30 – 18.30)

  • Case studies e quadro logico: esempi di progettazione legata all’attivazione sociale
  • Project work – Laboratorio di idee progettuali

Analizzando i principi della progettazione, formulazione a gruppi di una proposta progettuale e verifica della stessa con confronto in plenaria.

ISCRIZIONI, COSTI E ATTESTATO

Iscrizioni: info@sci-italia.it

(oggetto dell’e-mail “Iscrizione corso progettazione Torino/Roma/Milano/Bologna”, a seconda della città selezionata)

Scadenza iscrizioni:

– Torino (19 ottobre)
– Roma (26 ottobre)
– Milano (9 novembre)
– Bologna (30 novembre)

Numero massimo di persone: 15

Costi del corso: 100 euro

Agevolazioni: sconto del 20% per chi prenota entro:

– Torino, 14 ottobre
– Roma, 21 ottobre
– Milano, 4 novembre
– Bologna, 25 novembre

Modalità di pagamento: bonifico bancario a Servizio Civile Internazionale Onlus, IBAN
IT69C0501803200000000101441

Causale: “Donazione corso progettazione + nome e cognome del/della partecipante”

(Nota: Tutte le donazioni a favore dello SCI sono fiscalmente deducibili o detraibili)

Attestato: verrà rilasciato un attestato di partecipazione a chi ha frequentato almeno l’80% delle ore del corso.

Sabra e Shatila, un massacro da ricordare: voci dal campo [Parte III]

Sabra e Shatila, un massacro da ricordare: voci dal campo [Parte III]

Sabra e Shatila

Il racconto è stato scritto dai volontari e dalle volontarie che hanno partecipato al campo di volontariato SCI “Shatila Refugee Camp”, a Beirut, Libano. Per quanto romanzato, si ispira a situazioni realmente vissute durante la loro permanenza nel campo profughi di Shatila.

Read the English version.

Volantinaggio.

Quante volte ricorre questa parola nella vita di un giovane.

Il pensiero vola subito alle terse giornate di calura estiva, quando la tua fronte è esposta ad una solatio costante, e vagheggi nelle periferie della città nelle ore più improponibili, al fine di procacciarti qualche soldo per fronteggiare la retta universitaria.

Volantinaggio, per l’appunto.

Oppure viene in mente la rotazione itinerante dei venerdì sera, quando dinanzi al gazebo della tua associazione ti destreggi qua e là per cogliere lo sguardo di potenziali attivisti e attiviste da coinvolgere nel gruppo locale.

Ma a Beirut il volantinaggio è tutt’altra cosa. Chiamarlo così risulta persino riduttivo rispetto alle emozioni che noi volontari e volontarie stiamo provando in questi giorni.

Aggirarsi nel labirinto precario e precarizzante di Shatila per tentare di coinvolgere più persone possibile sembra di primo acchito un’impresa titanica. Vi è indubbiamente l’impressione di non essere all’altezza, o di risultare perfino arroganti nell’atto di distribuire volantini dopo aver percorso quasi 2.500 km in linea d’aria. Ma qui c’è un massacro da ricordare. Qui ci sono delle vittime cui rendere omaggio. Qui c’è una storia che non va in alcun modo affossata negli impervi meandri dell’oblio. Qui non si tratta di un semplice volantinaggio. C’è qualcosa di molto più profondo a cui aspirare.

E allora ci si mette in marcia, muniti di centinaia e centinaia di illustrazioni di Handala 1, personaggio che abbiamo imparato ad amare in anni ed anni di attivismo e militanza. Ci sono tre generazioni di palestinesi dinanzi ai nostri occhi e risulta quasi paradossale che ci siamo anche noi, un gruppo di volontari internazionali, a rievocare un massacro come quello di Sabra e Shatila, quasi con supponenza intellettuale. Eppure gli sguardi di uomini e donne palestinesi, segnati da rughe colme di frustrazione per il passato e inquietudine per il futuro, ci restituiscono compostezza e gratitudine. “Shukran” 2 è il minimo comune denominatore delle loro risposte, associate a un gentile sorriso. Nei loro occhi non si scorge solo la consapevolezza, si intravede anche il sentimento di non rassegnazione.

Si continua così a commemorare il massacro compiuto dalle Falangi cristiane libanesi, dall’Esercito del Libano del Sud e dalle forze dell’esercito israeliano nel 1982. Non dimenticare è l’imperativo categorico per conservare la propria identità, continuare a resistere e trasmettere tutto questo ai figli e alle figlie.

Parafrasando Pertini 3, “il modo migliore di pensare ai morti è pensare ai vivi”.

Alberto, Aran, Ilaria, Luca, Marcello, Maria e Martina

 

1) Handala: Personaggio creato dall’artista palestinese Naji al-Ali e diventato simbolo della diaspora palestinese.

2) Shukran: grazie in arabo.

3) Sandro Pertini: Presidente della Repubblica italiana dal 1978 al 1985.

 

 

Sabra and Shatila, a massacre to remember: voices from the camp [Part III]

Sabra and Shatila, a massacre to remember: voices from the camp [Part III]

Flyering.

How often this verb recurs in the life of a young person.

The thought immediately goes to the clear days of hot summer weather, when your face is exposed to a constant sun, and you walk around in the suburbs during the most unworkable hours, in order to seeking out some money to cover the university boarding costs.

Flyering, exactly.

Alternatively, you think about the travelling rotation of a Friday evening, when you navigate here and there in front of the gazebo of your Association to catch the gaze of future male and female activists to be involved in the local group.

However, the distribution of pamphlets in Beirut is quite another thing. If you call it that way, it seems even an understatement compared to the emotions that we volunteers are feeling these days.

Wandering in the uncertain maze of Shatila that makes you uncertain, in order to try to involve as many people as possible, can seem at first blush an enormous challenge. We certainly have a feeling that we are not on top of it, or we even turn out to be arrogant in the act of distributing flyers, after travelling nearly 2,500 kilometres as the crow flies. However, here there is a massacre to remember. Here there are victims to pay our respects. Here there is a story that cannot sunk into the arduous twists and turns of oblivion. Here we are not dealing with a simple distribution of flyers. There is something much deeper to aim for.

Then we go on, equipped with hundreds and hundreds of Handala illustrations 1, a character that we learned to love over the years of activism and militancy. There are three generations of Palestinians in front of our eyes, and it sounds ironic that we, as a group of international volunteers, are remembering almost with intellectual pride a massacre like the one of Sabra and Shatila. Yet the eyes of Palestinian men and women, marked by wrinkles filled with frustration for the past and concern for the future, infuse us with goodwill and thankfulness. “Shukran” 2 is the least common denominator of their responses, combined with a kind smile. You do not see only the awareness in their eyes, but you also can see the feeling of not resignation.

We continue on commemorating the massacre carried out by the Lebanese Christian Phalange, the Army of South Lebanon and the Israeli armed force in 1982. Not forget is the categorical imperative to preserve their own identity, to keep on resisting and to transmit all those things to their sons and daughters.

Paraphrasing what Pertini 3 said, “The best way to think of the dead, is thinking of living people.”

 

Alberto, Aran, Ilaria, Luca, Marcello, Maria and Martina

1) Handala: Characters created by the Palestinian Naji al-Ali that became a symbol of the Palestinian diaspora.

2) Shukran: thank you in Arabic.

3) Sandro Pertini: President of the Italian Republic from 1978 to 1985.

A Bologna per l’Accoglienza Degna: il racconto di Valeria

A Bologna per l’Accoglienza Degna: il racconto di Valeria

labas-tinteggiaturaArticolo di Valeria Marzano, dal minicampo “Week-end a Bologna per l’Accoglienza Degna” che si è tenuto lo scorso agosto presso il centro sociale Làbas.

Seduta un giovedì di fine agosto sotto i portici di via Santo Stefano, le Sette Chiese davanti a me, una Bologna deserta e magica come solo le città desolate e spopolate dagli esodi estivi sanno essere, zaino e sacco a pelo in spalla, non avevo idea del week end che avrei di lì a poco vissuto.

Mi incammino verso il Làbas, ne riconosco subito le pareti colorate, e un ragazzo mi accompagna verso l’ingresso principale, mostrandomene con orgoglio l’immenso giardino verde. In cerchio iniziamo a conoscerci: ci sono i ragazzi di Làbas, i volontari dello SCI e di Accoglienza Degna. I lavori di ristrutturazione di una grande sala che garantirà condizioni di vita migliori agli ospiti del dormitorio sociale non ci spaventano, siamo tutti motivati e pronti a vivere un’intensa esperienza di condivisione.

labas-relaxIl mattino dopo, di buon ora – sfido chiunque ad esser sveglio ed operativo alle 9 il 19 di agosto! – armati di buona
volontà e spatole, iniziamo a spostare libri e scatoloni, levigare muri e soffitti; alcuni ospiti del dormitorio ci affiancano entusiasti, ci insegnano a stendere la vernice e a lavorare lo stucco, e nonostante il caldo, il sudore che gronda sotto alle tute protettive e la fatica, la sala nei giorni inizia a prender forma.

Ma sono stati gli scambi nei momenti di pausa, in cucina mentre si preparava la cena – o la torta, la condivisione di storie ed esperienze (imparare a preparare la pizza per poi poterne mangiare a volontà, accompagnata dal vino biologico dello SCI è una delle ‘lezioni’ più soddisfacenti!) il vero fulcro di questo minicampo: l’idea comune di realizzare qualcosa di concreto, di non lasciar spazio ad odio, razzismo e discriminazioni di sorta.

I sorrisi e le risate dei miei compagni, le amicizie nate che mi porterò nel cuore, il confronto, lo scambio di opinioni, quei piccoli pezzi di sé che ognuno di noi ha messo in gioco raccontandosi e facendo la sua parte, trasformando le parole in fatti, realizzando con impegno un progetto di accoglienza ed integrazione hanno reso quello che sarebbe stato un altrimenti banalissimo fine settimana estivo un’esperienza meravigliosa.

labas-cucinaE mentre sul treno per Roma col magone e una struggente nostalgia tornavo a casa, pensavo che in fondo è proprio così che ci si deve sentire, dopo aver dato e ricevuto tanto: come se un po’ di cuore l’avessi lasciato dietro di te.

Games in the Shatila maze: voices from the camp [Part II]

Games in the Shatila maze: voices from the camp [Part II]
Here there are
The weapons that I like:
the gun that just makes pum
(Or bang, if you read some
cartoon)
but no holes …
the cannon that shoots
without even shaking
the coffee table …
the little air gun
that sometimes by mistake
 hits the target
but it would not hurt
neither a fly nor a corporal …
Weapons of joy!
the others, please,
throw them all away!

 

The weapons of happiness, Gianni Rodari
“Ouch!” I quickly put my right hand on the neck. The point where I have got hit will soon redden. “I will have a bruise,” I think. I turn to the culprit: there he was, the rascal who is looking at me satisfied with a provocative and proud behaviour. I feared that he would do it again, that he would shot me with those stupid little bullets made of plastic, with those stupid plastic submachine guns you can buy everywhere here. The rascal hit exactly the target. On the neck, just below my ear. If it were a real bullet, well, I would not be here to tell this story. He was definitely brave enough to shoot an adult, furthermore a foreigner. I prefer to stop and think, instead of giving vent to my anger on him shouting in Italian. It would be useless, as he would not understand what I say and would just feel my anger. They already feel so much anger around them. I put my pride aside, and I look at him resigned before turning around and going back to my job. I have never seen so many children playing with so many and realistic weapons.

“I got him!”. I had actually pointed to that big, dark and with a beard, but it doesn’t matter, I’ve got the Ajnabi 1 anyway. However, I got distracted. “Ouch! Hafez, that is not fair! I got distracted, as some Ajnabi were passing by. Look at the curly and thin one, I got him! “. “I didn’t see anything and still you have lost, so you’re dead”, “If you get a Ajnabi that is worth double though!”, “We never decided this rule!”, “Look, we are not dead, give me 20 seconds, I walk there and then we’ll see who kills before whom”. I start running through the alley, facing the corner, passing under the arch of Abu Zanner, climbing the stairs of the first floor; from that place through the grating I can see the road beneath me, my enemy does not expect me shooting from the top. I position myself as snipers do, placing the rifle on the grating. The 90-degree arm locks the rifle, so the recoil does not hit me. Mohammed taught me to do this way. “Here it is … 1,2,3 … bam!”.
Today is my first day. It is right the day of sacrifice celebration, with lots of people coming in and out of the camp. It is hot wearing the beret and the uniform, but I am fine. If Fatima were here to seeing me, who knows what she would think, as I have the rifle on my shoulder taking care of the security of all the people. ” Hello Habibi 2 “, “Look how beautiful my Mohammed is. How is the work of the Security Committee going today? Was your rifle useful? “,” Abu Mohammed, your son is a good boy”,” 16 years ago I held him for the first time in my arms, and now look at him “,” he will keep on growing even more Abu Mohammed, still some more muscles here and here, and you’ll see that he will turn into a man”. He squeeze my biceps and mypecs. He is right, I’m still a bit slim …
“Mohammed, Mohammed, please give me one thousand pounds”, I am running toward my brother. Mom bought me a new dress for the sacrifice celebration, it is white with pink flowers but I have to be careful not to dirty it, otherwise she gets angry. I also have braids and a big fabric flower holds them steady above my head. ” Habibti3 what do you need the money for, do not you see I’m busy”, “Please, please, merry-go-round are here, one trip costs a thousand pounds, the swing goes very high.” “Okay, here you go, but please do not go with Hafez, as he goes too high and then you’re afraid.” “Thanks Mohammed, I love you! See you later, huh, Mohammed, you are beautiful with that uniform!”.

I look at the space in front of the Children and Youth Centre. It is usually the only open space where children can play together and safely, with the ball or chase each other without the risk of getting hurt or fall into a pile of garbage. Many children’s games require visual contact between the mates, require open spaces, and Shatila maze is not appropriate for any of them. However, this is a celebration week, so that the space is busy. It would not be right to call them merry-go-rounds. I tell to myself it’s an amusement park for poor people. Colourful wood fences divide the different “attractions” and legions of dreamy children who have already spent their thousand pounds or do not have to pay for the ride are overlooking. There are one iron walker, a couple of small swings, one trampoline. The big attraction is indeed the two sturdy wooden swings with large wooden chairs lined with Persian rugs, where even 7, 8 children can stay. The two biggest ones stand up on the edge of the seat, and they push the swing bending their knees when they reach the highest point. The swing comes just at the top, above me. I find myself gazing at a little girl, who leans dangerously. She wears a white dress with pink flowers.

1) Ajnabi: foreigner in Arabic
2) Habibi: dear / darling in Arabic
3) Habibti: habibi families
Alberto, Aran, Ilaria, Luca, Marcello, Maria and Martina
Story written by male and female volunteers who are taking part to the SCI voluntary camp, so called “Shatila Refugee Camp” in Beirut. Although it is fictional, it is inspired by situations really lived during their stay in the Shatila refugee camp.

Giochi dal labirinto di Shatila: voci dal campo [Parte II]

Giochi dal labirinto di Shatila: voci dal campo [Parte II]

Il racconto è stato scritto dai volontari e dalle volontarie che hanno partecipato al campo di volontariato SCI “Shatila Refugee Camp”, a Beirut, Libano. Per quanto romanzato, si ispira a situazioni realmente vissute durante la loro permanenza nel campo profughi di Shatila.

Read the English version.

Eccole quashatila-bambini
le armi che piacciono a me:
la pistola che fa solo pum
(o bang, se ha letto qualche
fumetto)
ma buchi non fa…
il cannoncino che spara
senza far tremare
nemmeno il tavolino…
il fuciletto ad aria
che talvolta per sbaglio
colpisce il bersaglio
ma non farebbe male
né a una mosca né  un caporale…
Armi dell’allegria!
le altre, per piacere,
ma buttatele tutte via!

Le armi dell’allegria, Gianni Rodari

 

“Ahi!”, mi porto velocemente la mano destra al collo. Il punto in cui mi hanno colpito si arrosserà presto. “Mi verrà il livido”, penso. Mi volto verso il colpevole: eccolo lì, il monello che mi guarda soddisfatto con un’aria di sfida e orgoglio. Temevo che lo avrebbe fatto, che mi avrebbe sparato addosso quegli stupidi proiettilini di plastica con quegli stupidi mitra di plastica che vendono ad ogni angolo della strada. Ha centrato il bersaglio in pieno il monello. Il collo, proprio sotto l’orecchio. Se fosse stato un proiettile vero, bè, non sarei qua a raccontarlo. Certo che ce ne vuole di coraggio per sparare ad un adulto, straniero per giunta. Mi arresto a pensare, invece di dare sfogo alla mia ira urlandogli addosso in italiano. Non servirebbe a nulla, non capirebbe ciò che dico e sentirebbe solo la mia rabbia. Ne sentono già tanta di rabbia attorno a loro. Metto il mio orgoglio in tasca, lo guardo rassegnato prima di voltarmi e tornare alle mie faccende. Non ho mai visto tanti bambini giocare con così tante armi e così verosimili.

“Preso!”, in realtà avevo puntato a quello grosso, bruno e con la barba, ma non importa, comunque l’ajnabi 1 l’ho preso uguale. Mi sono distratto però. “Ahi! Hafez, non vale! Mi sono distratto, sono passati degli ajnabi. Guarda quello riccio e magro, l’ho preso!”. “Io non ho visto e comunque hai perso, sei morto”, “Se prendi un ajnabi vale doppio però!” , “Non abbiamo mai deciso questa regola!”, “Senti, facciamo che non sono morto, io vado di là mi dai 20 secondi di vantaggio e vediamo chi uccide prima chi”. Inizio a correre nel vicolo, volto l’angolo, mi infilo sotto l’arco di Abu Zanner, salgo le scale del primo piano, lì dalla grata vedo la stradina sotto di me, il mio nemico non si aspetta che io spari dall’alto. Mi posiziono come fanno gli snipers, appoggio il fucile sulla grata. Il braccio a 90 gradi blocca il fucile, così il rinculo non mi va addosso. Mi ha insegnanto così Mohammed. “Eccolo…1,2,3…bam!”.

Oggi è il mio primo giorno. Proprio la festa del sacrificio, con un sacco di gente che entra e esce dal campo, mi doveva capitare. Fa caldo con questo basco e la divisa, però sto bene così. Se passasse Fatima e mi vedesse, chissà cosa penserebbe così con il fucile a tracolla che mi occupo della sicurezza di tutti. “Habibi 2 ciao”, “Guarda che bello il mio Mohammed. Come va il lavoro del Comitato di Sicurezza oggi? Il tuo fucile è servito?” , “Tuo figlio è bravo Abu Mohammed”, “16 anni fa lo stringevo per la prima volta fra le braccia e ora guardalo”, “Crescerà ancora Abu Mohammed, ancora un po’ muscoli qua e qua e vedrai che uomo si farà”. Mi stringe i bicipiti e i pettorali. Ha ragione, sono ancora un po’ magrolino…

“Mohammed, Mohammed, per favore mi dai 1000 lire”, corro verso mio fratello. La mamma mi ha comprato un vestito nuovo per la festa del sacrificio, è bianco con dei fiori rosa ma non lo devo sporcare se no si arrabbia. Ho anche le trecce e un grosso fiore di stoffa le tiene ferme sopra la testa. “A cosa ti servono habibti3, sono impegnato non vedi”, “Per favore, per favore, ci sono le giostre, costa mille lire un giro, c’è un’altalena che va altissimo”. “Va bene, tieni, ma per favore non andare con Hafez che altrimenti la spinge troppo in alto e poi hai paura”. “Grazie Mohammed, ti voglio bene! Ci vediamo dopo eh, Mohammed, sei bellissimo con quella divisa!”.

shatila-bambino-fucileGuardo lo spazio antistante al Children and Youth Center. Generalmente è l’unico spazio aperto in cui i bambini possono giocare tutti insieme, in sicurezza, con la palla, o rincorrersi senza rischiare di farsi male o cadere in un mucchio di spazzatura. Molti giochi infantili richiedono il contatto visivo con i propri compagni, richiedono spazi aperti e il labirinto di Shatila non si presta a nessuno di essi. Ma questa settimana è festa quindi lo spazio è occupato. Chiamarle giostre sarebbe improprio. Un Luna Park per poveri, mi ritrovo a pensare. Le varie “attrazioni” sono recintate da steccati di legno colorati a cui si appoggiano sognanti schiere di bambini che hanno già speso le loro mille lire o che non le hanno per pagare il giro. Ci sono un girello di ferro, un paio di piccole altalene, un tappeto elastico. Ma la grande attrazione sono due robuste altalene di legno a cui sono appesi due grandi seggioloni di legno foderati con dei tappetti persiani dove si stringono anche 7, 8 bambini. I due più grandi stanno in piedi sul bordo del seggiolino, sono loro che danno la spinta all’altalena piegando le ginocchia nel punto più alto. L’altalena arriva proprio in alto, mi sovrasta. Mi sorprendo a guardare una bambina, che si sporge pericolosamente. Ha un vestito bianco a fiori rosa. 

1) Ajnabi: straniero in arabo

2) Habibi: caro/tesoro in arabo

3) Habibti: famiglie di habibi

Alberto, Aran, Ilaria, Luca, Marcello, Maria e Martina

Shatila Beach, Lebanon: voices from the camp [Parte I]

Shatila Beach, Lebanon: voices from the camp [Parte I]

Shatila Beach, it is 3 p.m., the sun is at its zenith. You can hear the sound of the water, but it is not the sea. A young man looks at us puzzled as he tries to fill a plastic tank on the roof of his house with a large pitcher. There is no sand on the terrace, but a thick layer of dust covers everything. We are on the roof of the Guest House. One more floor and a rusty stepladder above us and then many houses and many precarious lives, since 68 years and for 4 generations.

The Shatila refugee camp is 1 km square big. About 20,000 Palestinians live here, but no one knows exactly how many people wander, play, buy, work, love in this maze. In this structure already collapsing, there are some Bengali and thousands of Syrians, in addition to the others. The tap water is salty: Shatila Beach. However, it is not seawater and leaves a sticky coating on us. The power is limited to only a few hours per day.

“We pay the water three times here in Shatila”, explains Mohammed while driving like Ariadne’s thread in the labyrinth of alleys, between scooters driven by ten years old children, bored men sitting on plastic chairs and thousands of windows from which we can glimpse women washing laundry or watching a Turkish soap opera on the television. “The water that comes from the tap costs each family $ 20 a month, but you cannot drink it. Therefore we have to buy it in bottles – of course be the most popular brand is Nestle – and then we buy water from large bottles in order to washing dishes, cooking … “. Some child passes by our side, dragging the precious water in plastic jars of modernity.

We are in the twilight of the Children and Youth Centre office, in the middle of Shatila. After 24 hours we are still totally unable to get out of here. “If you get lost, in any part of the camp, do ask for Abu Mujahed, and you will be taken to the Centre, as everyone knows who he is.” The magic word now nor turns into human features and there he is, Mr. Abu Mujahed. He is sitting on a damask chair, but he promptly stands up to prepare us a coffee. He has white and thin hair, olive skin tone full of age spots, an open smile, the typical Palestinian pessimistic realism, an innate care for the children who catch his eyes when they step into the room: he stops political considerations and adults conversations and he gets closer to ask “how are you darling?” and to distribute kisses and caresses.

“Our association was founded in 1997 with the aim of promoting the Convention on the Rights of the Child and encouraging its implementation here in the camp. You have probably realized that here the rights of children, but in general of all people, are violated every day”. The association’s activities have focus in particular on education, trying to keep the children busy with positive and resilient activities. There are many artistic workshops encouraging the development of relational and social skills. “I attend the course of Dabka, English and also rap” B. says, speaking an excellent English for his 13 years of age while eating hummus.

“Every year we expect something to happen, we expect THE SOLUTION that will put an end to our precarious conditions. However, do not deceive yourselves, as the problem here is not poverty. People have discouraged and have stopped fighting for their rights. Che Guevara used to say something like that imperialism makes people struggling every day to survive. The priority is then eating and you cannot plan your own life over the next two weeks. This brings us to compete with each other; we are not able to look for the causes of problems and to strive for solutions. People here in Shatila do not need social workers, need revolutionaries! “.

There were many armed “volunteers” in the 70s who supported the Palestinian cause and became immediately “comrades” of Palestinian fighters, respected for their choice of living in the fields as people from the fields, as to acquire Arabic names: Mohammed Ahmad, Hafez, the revolutionaries. Then there was the war, and after 1982 the social conflict was as quiet, normalized by the daily, even though minimal, response to needs given by humanitarian organizations. That is how fighters disappeared and social workers have appeared.

The fan turns too slowly to cool the office of the CYC. Outside a happy music attracts noisy children, but inside the words weigh more than the air. “The war in Syria is everywhere: it is here in the camps, is in Italy and Catalonia, where you come from, it is in Europe,” Mujahed carries on talking quietly. “People need to be aware of what’s going on here, in Syria and in the world. We no longer want to see dying this way our children, nor children from other parts of the world and yours”.

Alberto, Aran, Ilaria, Luca, Marcello, Maria and Martina

Shatila Beach, Libano: voci dal campo [Parte I]

Shatila Beach, Libano: voci dal campo [Parte I]

shatila refugee campIl racconto è stato scritto dai volontari e dalle volontarie che hanno partecipato al campo di volontariato SCI “Shatila Refugee Camp”, a Beirut, Libano. Per quanto romanzato, si ispira a situazioni realmente vissute durante la loro permanenza nel campo profughi di Shatila.

Read the English version.

Shatila Beach, sono le 13, il sole è allo zenit. Si sente il rumore dell’acqua, ma non è il mare. Un giovane uomo ci guarda perplesso mentre cerca di riempire con una caraffa di plastica una grossa cisterna sul tetto di casa sua. Sulla terrazza non c’è sabbia, ma un pesante strato di polvere ricopre ogni cosa. Siamo sul tetto della Guest House. Un piano e una scaletta arrugginita sopra di noi e poi mille casette e mille vite precarie, da 68 anni e 4 generazioni.

Il campo profughi di Shatila è grande 1 km quadrato. Circa 20.000 palestinesi vivono qui, ma nessuno sa esattamente quante persone si aggirano, giocano, comprano, lavorano, amano in questo labirinto. Ci sono alcuni bengalesi e migliaia di siriani,che si aggiungono agli altri in una struttura già al collasso. L’acqua dei rubinetti è salata: Shatila Beach. Ma non è acqua del mare e ci lascia addosso una patina appiccicosa. La corrente è limitata solo a qualche ora al giorno.

“Paghiamo l’acqua tre volte qua a Shatila”, ci racconta Mohammed mentre ci guida come il filo rosso di Arianna nel dedalo dei vicoli, fra motorini con in sella bambini di dieci anni, uomini seduti annoiati su sedie di plastica e migliaia di finestre dalle quali intravediamo donne che lavano il bucato o guardano alla tv una telenovela turca. “L’acqua che esce dal rubinetto costa ad ogni famiglia 20 dollari al mese, ma non si può bere. Così dobbiamo comprarla in bottiglia – ovviamente la marca più gettonata è la Nestlè – e poi compriamo l’acqua dai boccioni per lavare i piatti, per cucinare …”. Qualche bambino ci passa a fianco, trascinandosi dietro la preziosa acqua in anfore di plastica della modernità.

Siamo nella penombra dell’ufficio del Children and Youth Center, nel centro di Shatila. Dopo 24 ore siamo ancora completamente incapaci di uscire da qui . “Se vi perdete, in quasiasi parte del campo, chiedete di Abu Mujahed, vi porteranno qua al centro, tutti sanno chi è”. la parola magica assume fattezze umane ed eccolo lì, il signor Abu Mujahed. seduto su una poltroncina damascata, si alza sollecito per prepararci un caffè. Ha capelli bianchi, radi, carnagione olivastra tempestata dalle macchie dell’età, un sorriso aperto, il tipico realismo pessimista palestinese, un’innata attenzione per i bambini, che quando appaiono nella stanza catturano tutte le sue attenzioni: interrompe riflessioni politiche e discorsi d’adulti e si avvicina per chiedere “come stai tesoro?” e per distribuire baci e carezze.

La nostra associazione nasce nel 1997 con l’obiettivo di promuovere la Convenzione per i diritti del fanciullo e stimolare la sua attuazione qua nel campo. Vi sarete resi conto che qua i diritti dei bambini, ma in generale di tutte le persone, sono quotidianamente violati”. Le attività dell’associazione investono in particolare sull’educazione, sul tentativo di tenere impegnati i bambini in attività positive e resilienti. Sono molti i laboratori artistici e che promuovono lo sviluppo di competenze relazionali e sociali. ” Io faccio il corso di dabka, di inglese e faccio anche rap”, ci racconta davanti a un piatto di hummus B. in un inglese eccellente per i suoi 13 anni di età.

“Ogni anno ci aspettiamo che succeda qualcosa, aspettiamo LA SOLUZIONE che porrà fine alle nostre condizioni precarie. Ma non vi ingannate, il problema qua non è la povertà. Le persone si sentono sfiduciate e hanno smesso di lottare per i propri diritti. Che Guevara diceva qualcosa del genere, che l’imperialismo spinge le persone a dover lottare quotidianamente per sopravvivere. La priorità diventa mangiare, si è incapaci di programmare la propria vita oltre le due settimane. Questo ci porta a competere l’uno con l’altro e non riusciamo a cercare le cause dei problemi e a lottare per le soluzioni. La gente qua a Shatila non ha bisogno di operatori sociali, ha bisogno di rivoluzionari!”.

Negli anni ’70 erano molti i “volontari” che sostenevano, armati, la causa palestinese e diventavano subito “camerati” dei combattenti palestinesi, rispettati per la loro scelta di vivere nei campi come le persone nei campi, tanto da acquisire nomi arabi: Mohammed, Ahmad, Hafez i rivoluzionari. Poi c’è stata la guerra e dopo l’ ’82 il conflitto sociale si è come sopito, normalizzato dalla quotidiana, seppur minima, risposta ai bisogni da parte delle organizzazioni umanitarie. È così che sono spariti i combattenti e sono apparsi gli operatori sociali.

Il ventilatore si muove troppo lentamente per rinfrescare l’ufficio del CYC. Fuori una musica allegra attira i bambini vocianti, ma dentro le parole pesano più dell’aria. “La guerra in Siria è ovunque: è qua nei campi, è in Italia e in Catalogna, da dove venite voi, è in Europa”, continua calmo Mujahed. “Le persone devono essere consapevoli di cosa sta succedendo qua, in Siria e nel mondo. Non vogliamo più vedere i nostri bambini, ma neanche i bambini di altre parti del mondo e i vostri, morire così”.

Alberto, Aran, Ilaria, Luca, Marcello, Maria e Martina

URGENTE: call aperta per progetto SVE a Barcellona

URGENTE: call aperta per progetto SVE a Barcellona

sci_catalunya_workshopCerchiamo un/a volontario/a per un progetto di Servizio Volontario Europeo, presso l’ufficio del nostro partner SCI-Catalunya, della durata di un anno, dal primo ottobre 2016 al 30 settembre 2017.

SCI-Catalunya è la branca catalana di Service Civil International (SCI). Come le altre branche internazionali dell’associazione, promuove una cultura di pace organizzando, ogni anno, iniziative di volontariato per persone di ogni età e provenienza. Campi, progetti di lungo e medio termine, seminari, training internazionali e molto altro: le attività di SCI-Catalunya sono tante e il/la volontario/a selezionato/a contribuirà alla loro realizzazione.

Il lavoro previsto è di 6 ore al giorno, per 5 giorni a settimana. I candidati devono avere un’età compresa tra i 18 e i 30 anni e conoscere la lingua spagnola e inglese. Si chiede, inoltre, la disponibilità ad imparare il catalano durante il periodo di permanenza.

Il progetto garantisce al/alla volontario/a la coperture delle spese di alloggio, viaggio e assicurazione. Sarà inoltre garantito un pocket money mensile pari a 105€.

Per candidarsi inviare CV e motivation letter in inglese all’indirizzo evs@sci-italia.it entro domenica 11 settembre 2016.

 

SVE a Istanbul con partenza immediata [ottobre 2016-settembre 2017]

SVE a Istanbul con partenza immediata [ottobre 2016-settembre 2017]

Sede Genctur - TurchiaIl nostro partner turco Genctur cerca un/a volontario/a, tra i 18 e i 30 anni, per un progetto già approvato di Servizio Volontario Europeo a Istanbul dal primo ottobre 2016 al 31 settembre 2017.

Il/la volontario/a si occuperà di supportare il lavoro d’ufficio dell’Associazione nell’ambito del volontariato internazionale.

Il progetto ha una durata di 12 mesi e garantisce al/alla volontario/a la coperture delle spese di alloggio, viaggio e assicurazione. Sarà inoltre garantito un pocket money mensile per spese personali, vitto e trasporti locali.

Il/la volontario/a per candidarsi deve avere una conoscenza medio-alta della lingua turca e di quella inglese.

Il termine ultimo per candidarsi è il 25 settembre 2016, inviando CV e motivation letter (con Skype ID) in inglese all’indirizzo evs@sci-italia.it.

Prima di candidarsi, leggere i dettagli della call completa.

 

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