Senza scarpe: testimonianza da un campo in Tanzania

Senza scarpe: testimonianza da un campo in Tanzania

Pubblichiamo la testimonianza di Anna Ferretti, volontaria partita lo scorso luglio 2017 per il campo “Conservazione ambientale, semina delle mangrovie e insegnamento delle lingue straniere” in Tanzania, presso le isole di Zanzibar.

Scrivere quest’articolo non è affatto facile come avrei pensato. Sono sempre stata molto affascinata dall’Africa e in effetti non so quanto Piero Angela abbia influito sulla cosa. Comunque finalmente sto andando e anzi, ahimè, sono già rientrata! Durante il volo di andata sono passata vicino al Kilimangiaro ed è stato strano, come avere la sensazione di tornare a casa. Anche se dovuta molto probabilmente all’auto-suggestione, è stata comunque un’emozione nuova e intensa.

Molte cose mi hanno affascinato di questa esperienza; tra le tante, una che ho sentito davvero mia sono stati gli esercizi della mattina. Io ho sempre amato lo sport e quando Harith, il coordinatore del campo, ci ha detto che prima dell’inizio delle attività, per chi voleva, c’era la possibilità di andare a fare esercizi ho subito colto la palla al balzo! Non avrei mai pensato di avere la forza per svegliarmi alle 6 meno 10 di mattina, e invece lì l’ho fatto.

Correndo la mattina vedevo il villaggio che si risvegliava, e quando entravo nello “stadio” c’erano sempre tantissimi ragazzi a fare esercizi. Correvano a piedi scalzi e correvano fortissimo. Quanto odio quando vengono a dire che in Africa un simbolo di povertà è il fatto che non hanno nemmeno le scarpe! Noi abbiamo bisogno delle scarpe per i nostri piedi molli e fragili. Che i bambini correvano senza scarpe è vero, ma questo non gli causava nessun problema. C’era una ragazza in particolare, avrà avuto tredici anni, che si allenava spesso in abiti tradizionali e, indovinate, senza scarpe. Sorrideva, si divertiva e anche senza tutti i nostri superflui comfort era un’atleta di alto livello. Anche gli altri ragazzi, tra cui i miei coordinatori, erano tutti molto forti e sciolti e si allenavano esattamente come si fa nelle migliori palestre – ma, piccola nota di colore, non avendo bilancieri bilanciati ogni dieci spinte cambiavano e giravano il bilanciere, in modo da fare esercizi equilibrati.

Dopo la corsa raggiungevo sempre un gruppo di donne di mezza età che facevano esercizi tutte le mattine dalle 6 alle 7. Ho imparato a contare in swahili grazie a loro e anche se non capivo mi sono sentita accolta. Fortunatamente il linguaggio del corpo aiuta sempre molto in questi casi.

Quello che mi ha fatto innamorare di questa esperienza è che qui ho trovato tutto il necessario e finalmente abbandonato il superfluo! Io, che sento di non essere libera perché vivo in una società piena di vincoli che comportano una sempre maggiore dipendenza dal denaro (non più soltanto per la sussistenza ma ormai anche ai fini dell’inclusione sociale), ho trovato qui il mio piccolo paradiso. Cibo, acqua e un tetto mi bastano. Quando uscivo in giro per il villaggio vedevo gente sorridente e serena. Il mio angolo di paradiso.

Ma questo paradiso ha il suo prezzo per chi ci è nato: la mancanza di futuro. Chi nasce in questo luogo non ha molte speranze di poter studiare e avere un qualche tipo di sicurezza economica: tutto dipende dalla famiglia. Molti ragazzi dell’associazione ospitante vedevano in noi un ponte per l’Europa, per un futuro diverso. Ed in fondo è vero, da noi puoi finire per strada ma la possibilità di un lavoro esiste, e allora il dilemma morale… ha senso fare un invito formale e farli venire in Italia? Il Paese che sputa in faccia a tutti i richiedenti asilo e dove la possibilità di non finire sfruttati è molto bassa?

Loro hanno la libertà; noi, forse, maggiori certezze economiche e lavorative. Il paradiso ora qual è?

Festeggiare Capodanno con una maratona fotografica a Reykjavik

Festeggiare Capodanno con una maratona fotografica a Reykjavik

Dal 27 dicembre al 5 gennaio un campo a Reykjavik per supportare e partecipare alla serie di maratone di Fotografia Internazionale organizzate dal nostro partner, SEEDS Iceland.

I coordinatori e le coordinatrici del campo affiancheranno i/le volontari/e partecipanti nello sviluppo delle proprie capacità tecniche e artistiche, grazie ad una serie di workshop, sessioni di discussione collettive e analisi concettuali mirate a far emergere lo stile individuale di ciascun partecipante. Al termine di queste sessioni di lavoro gli scatti migliori saranno selezionati per una mostra collettiva presso un cinema indipendente. Ai/alle partecipanti è consigliato di portare con sé la strumentazione fotografica.

Questo campo è inserito in un progetto di apprendimento/condivisione che lo differenzia dal regolare svolgimento dei lavori di un campo tradizionale. I/le volontari/e, macchina fotografica alla mano, esploreranno visivamente la città, per poi ridiscutere insieme del lavoro compiuto nelle sessioni collettive.

Inoltre, ci sarà l’occasione di celebrare insieme il Capodanno, godere dello spettacolo pirotecnico che si svolgerà in città e festeggiare insieme al gruppo internazionale per tutta la notte.

La lingua del campo è l’inglese.

Leggi la scheda completa del campo.

Per maggiori informazioni sui campi SCI nel Nord nel mondo, ecco la pagina dedicata.

Tutti i campi di volontariato del Servizio Civile Internazionale sono consultabili sul database www.workcamps.info.

Risoluzione dei conflitti: racconto del corso di formazione

Risoluzione dei conflitti: racconto del corso di formazione

Pubblichiamo il racconto di Pietro Russo, volontario che ha preso parte al corso di formazione One Last Chance, volto a favorire l’acquisizione di strumenti pratici per la gestione e la risoluzione dei conflitti attraverso pratiche ludiche e di gioco, tenutosi a Puszczykowo, in Polonia, dal 25 al 31 luglio 2017.

Immaginiamo che una persona voglia tenere la finestra aperta e un’altra invece la voglia tenere chiusa: che facciamo? Il Training Course a cui ho partecipato in Polonia, vicino a Poznań, è stato proprio su questo, o meglio, su come risolvere conflitti di questo genere.

Per arrivare a questo obiettivo, io e gli altri partecipanti, provenienti da diversi paesi europei, abbiamo seguito un percorso piuttosto intenso. Riassumendo, ciascuna giornata è andata così: prima venivano presentate alcune nozioni sul tema del giorno (ad esempio i diversi tipi di conflitto, le cause di un conflitto, le modalità di risoluzione dello stesso) che poi nelle attività, perlopiù giochi, venivano messe in pratica.

Quest’ultima parte è stata la più divertente. L’attività che più mi è piaciuta è consistita in un esercizio
teatrale, denominato “Theatre of the Oppressed”. In questo caso, alcuni partecipanti avevano avuto il compito di rappresentare un certo tipo di conflitto. Gli altri invece, inizialmente spettatori, avevano la possibilità di intervenire nel corso della scena, sostituendosi a uno degli attori, con l’obiettivo di fare il possibile per risolvere il conflitto sorto. L’unica regola era che si intervenisse senza fare qualcosa di inverosimile.

Credo anche che questo racconto ben rappresenti lo spirito del corso.
Allargandomi un po’, penso che essere venuto a conoscenza di certe tecniche per risolvere i conflitti di tutti i giorni sia stato molto utile. E che, anzi, se le stesse fossero maggiormente conosciute, allora alcuni problemi verrebbero risolti più facilmente.

L’agricoltura è condivisione: testimonianza da un campo in Mongolia

L’agricoltura è condivisione: testimonianza da un campo in Mongolia

Pubblichiamo la testimonianza di Carla Chelo, volontaria che ha preso parte a un campo di volontariato internazionale in Mongolia nell’estate 2017.

A un certo punto ti chiedi: “Ma a che serve il lavoro che faccio?” In una decina stavamo strappando erbacce da un campo di patate, insieme a me ci sono tre ragazzi francesi, due mongole, tre coreane, un austriaco e tre ragazze di Hong Kong. Le giovani orientali indossano larghi cappelli di paglia che ricordano quelli dei contadini cinesi, forse sono i loro copricapo ad avermi un po’ influenzato: mi giro e vedo una scena che sembra uscire dalla rivoluzione culturale, solo che sono passati 50 anni. Siamo in Mongolia (workcamp Mce 8), provincia di Tuv. La terra che stiamo diserbando è di un contadino, Patr, che in cambio del nostro aiuto donerà metà del raccolto alla mensa dei poveri di Ulan Bator; questa mensa, fino a pochi anni fa, serviva anche a nutrire gli ospiti dell’orfanotrofio, ma da qualche tempo (la Mongolia ha una crescita economica simile a quella della Cina) i finanziamenti pubblici permettono ai ragazzi di mangiare bene, anche durante tutto il gelido inverno mongolo a meno 25 gradi. Il nostro è un campo agricolo, anche se viviamo accanto ai ragazzi più grandi dell’orfanotrofio non è di loro che ci dovremmo occupare: l’obiettivo sarebbe quello di migliorare la produzione agricola della zona che per le bassissime temperature invernali viene coltivata solo d’estate. Da questo punto di vista siamo in una realtà molto arretrata, facciamo tutto a mano: diserbare, annaffiare. Per questo ogni tanto mi assalgono i dubbi, invece di venire qui a improvvisarmi contadina non sarebbe stato più utile spedire dei soldi per comprare qualche attrezzatura moderna?

Prima di rispondere vediamo come funziona: il campo di lavoro è adiacente alla colonia dell’orfanotrofio, che esiste da quasi 20 anni. Qui all’inizio le condizioni di vita erano davvero primitive: tutto si faceva trasportando l’acqua del fiume Buhug, che scorre nei dintorni. Oggi ci sono bagni che attingono l’acqua da un pozzo, alle gher (la tende tradizionali) si sono affiancati nuovi dormitori, c’è una sala comune e dall’anno scorso una nuova cucina; gli stessi confini del campo sono molto cresciuti e – cosa più importante – sono stati piantati degli alberi. Si vedono da lontano anche se non sono troppo alti e sono per decine e decine di chilometri gli unici a interrompere la monotonia della prateria. Quest’anno però c’è stata anche in Mongolia un’estate secca: gli alberelli vanno quindi annaffiati a mano con delle taniche d’acqua, o innaffiati con un sistema a canaletto. Oltre che il lavoro nel campo di patate e all’annaffiamento, c’è anche un turno cucina e un turno pulizia del campo. Un paio di ragazzi dell’orfanotrofio hanno anche riparato il tetto del loro dormitorio ed erano piuttosto fieri di esserci riusciti, quasi a far sembrare che essere selezionati per un nuovo impegno fosse un privilegio.

Il campo ha l’aspetto di un campeggio molto spartano, così almeno avevo pensato appena arrivata. Ma dopo essere tornata dalla gita nel deserto dove abbiamo dormito presso alcune famiglie di nomadi (e cavalcato cavalli e cammelli) il nostro campo mi è sembrato un luogo piuttosto confortevole.

Il clima è d’estate è tra i 25 e i 30 gradi di giorno (se non piove), una decina di gradi in meno la notte; il panorama è straordinario, soprattutto quando la luce del tramonto illumina la prateria che ci circonda. Ci sono molti animali: mucche, vitellini, cavalli (che spesso riescono a entrare nel nostro campo e la mattina quando usciamo dai dormitori li troviamo a brucare o ad annusare la nostra biancheria stesa), spesso si vedono in aria avvoltoi e sui prati scorrazzano parecchi conigli. Spesso la sera sbucano da sottoterra delle specie di topi, piuttosto graziosi e con una coda folta come gli scoiattoli.

Ci vorranno quindici giorni di convivenza tra noi volontari e i ragazzi dell’orfanotrofio per riuscire a realizzare che lo scopo della nostra presenza qui non è tanto quello di fare i contadini, ma di testimoniare, con la nostra presenza, col buonumore e i momenti di bassa, con la fatica, con le nostre musiche e i nostri giochi, che i 15 ragazzi dell’orfanotrofio possono contare sull’appoggio, l’affetto, a volte l’amicizia di coetanei di tutto il mondo. Che la loro colonia di lavoro è un posto “cool” e davvero in qualche modo la presenza del campo di lavoro internazionale lo rende un’isola all’avanguardia in un Paese diviso tra tradizioni millenarie praticamente immutate e uno sviluppo vorticoso e contraddittorio.

Per esempio i ragazzi, che certo non sono i privilegiati del paese, parlano quasi tutti un buon inglese, decisamente migliore di quello che si sente negli alberghi di Ulan Bator; si confrontano alla pari con i coetanei del resto del mondo, sono gentili e sensibili, ma non ossequiosi, pronti a prendere in giro amici e volontari. Ci battono regolarmente a ping pong, ci insegnano qualche parola nella loro lingua, qualcuno suona per noi uno strumento musicale tradizionale, un paio di loro ballano benissimo, altri raccontano dei loro progetti all’Università – anche se non tutti ci andranno, c’è chi continuerà a zappare e ad aggiustare tetti di campagna. Il dato straordinario è che siamo riusciti a trovare, al di là delle differenze, quello che ci accomuna. Alla fine delle due settimane ci scambiamo gli indirizzi Facebook perché sarà un modo facile per tenerci in contatto, anche se alcuni di noi vivono all’altra parte del mondo.

Un campo natalizio presso l’orfanotrofio di Bahtera Kasih

Un campo natalizio presso l’orfanotrofio di Bahtera Kasih

Dal 22 al 26 dicembre 2017 un campo in Indonesia, presso l’orfanotrofio di Bahtera Kasih.

Bahtera Kasih è un orfanotrofio protestante situato nella città di Semarang, la cui principale attività riguarda l’educazione religiosa dei bambini e delle bambine ospiti. In questo luogo risiedono 47 bambini/e, molti dei quali minori di 7 anni. L’orfanotrofio si trova nel piccolo villaggio Mijen, nella periferia di Semarang, ed è circondato dalla foresta. L’obiettivo del prossimo anno è l’apertura di un asilo nido chiamato Benih Bagi Bangsa.

I/le volontari/e del campo supporteranno l’organizzazione della festa natalizia nell’orfanotrofio, dedicata ai/alle bambini/e ospiti ma anche alla comunità locale. L’obiettivo sarà quindi organizzare una festa dedicata a grandi e piccini improntata sull’importanza dello scambio interculturale, la valorizzazione e il rispetto delle differenze.

La lingua del campo è l’inglese, quella locale l’indonesiano.

Leggi la scheda completa del campo.

Questo progetto fa parte dei programmi Nord/Sud. I volontari devono avere almeno 20 anni e aver preso parte alle formazioni (primo incontro e 2 livello) di preparazione organizzate dallo SCI Italia.

Per maggiori informazioni sui campi SCI nel Sud del mondo, ecco la pagina dedicata.

Tutti i campi di volontariato del Servizio Civile Internazionale sono consultabili sul database www.workcamps.info.

“Travelling for Peace”: il primo mese di due volontarie in Palestina

“Travelling for Peace”: il primo mese di due volontarie in Palestina

Pubblichiamo il primo report della coppia di ragazze partecipante al progetto di Servizio Volontario Europeo in Palestina “Travelling for Peace. Intercultural paths and sustainable tourism” realizzato in collaborazione con il centro Al Shmoh di Al’Masara.

A un mese dal nostro arrivo riconosco che nessun seminario, training, libro o conversazione avrebbe mai potuto rendere davvero l’idea di quello che vuol dire vivere in un posto come la Palestina. Una sola domanda continua a rimbalzarmi in testa: perché?

Perché camminare in certi luoghi o prendere determinate strade può costare la vita? Perché la notte prima di andare a dormire più di qualcuno si chiede se stasera la sua casa e la sua famiglia subirà un’incursione violenta? Perché i bambini la mattina sono costretti a moltiplicare la distanza del loro tragitto per andare a scuola? Perché di ritorno a casa da una serata tra amici in un villaggio vicino mi trovo la strada bloccata da militari israeliani sotto un cartello che invece segnala l’ingresso ad un villaggio palestinese? Perché le risorse idriche vengono recintate, protette da mezzi militari e sfruttate in modo che le colonie israeliane ricevano quattro volte tanto la quantità destinata invece ai villaggi palestinesi?

La risposta è sempre la stessa: questa è l’occupazione. Ma è una risposta che non trova nessuna logica umana.

La vita ad Al Ma’sara ha tempi diversi, più lenti, scanditi sempre dalle attività quotidiane, ma senza fretta – c’è sempre tempo per un tè o un caffè, o anche tutti e due. Dopo un mese, in questo villaggio di 1000 persone ci conoscono quasi tutti. I vicini più stretti sono diventati una seconda famiglia e gli inviti a mangiare insieme non si contano più. I bambini bussano alla porta per chiederci come stiamo o per fargli un disegno che porteranno orgogliosi il giorno dopo a scuola. La mattina invece ci impegnamo ad insegnare numeri, lettere e canzoni in inglese ai bambini dell’asilo, imparando a nostra volta parole in arabo. Con un po’ d’impegno siamo riuscite a sistemare la casa dove vivremo per i prossimi cinque mesi, adesso è più accogliente e l’idea è quella di trasformarla in una vera e propria guesthouse, ma anche in un punto d’incontro per i volontari internazionali e la gente del villaggio, dove scambiare idee, vedere film, organizzare campagne di sensibilizzazione e, perché no, cimentarci in scambi culinari italo-palestinesi! La parte più importante di questo progetto per noi è coinvolgere le persone, soprattutto i giovani del villaggio che speriamo siano quelli che più troveranno beneficio da queste attività sviluppando una nuova curiosità che possa divenire il motore di una nuova idea di Palestina, libera soprattutto dalle catene di una retorica sociale e culturale radicata in un passato e presente troppo violento, sia a livello fisico che psicologico.

La curiosità e la voglia di continuare a scoprire ogni giorno qualcosa in più di questo posto è tanta. Una conversazione nata su un ‘service’ di ritorno da Betlemme con una nonna del villaggio può regalare aneddoti di tempi quando la vita sembrava più semplice, scorci di una cultura ricca di tradizioni e profondamente legata alla sacralità della terra.

Insegnare ai bambini l’interculturalità: campo in Russia

Insegnare ai bambini l’interculturalità: campo in Russia

Dal 3 al 10 gennaio 2017 un campo invernale in Russia, in un centro ricreativo per bambini poco lontano da Cheboksary (la capitale della Repubblica di Chuvash).

I/le volontari/e internazionali lavoreranno insieme a quelli/e russi/e, supportando il lavoro di organizzazione di attività culturali ed educative per i/le bambini/e del centro (tra gli 8 e i 16 anni). Tra le attività, i/le partecipanti del campo organizzeranno: workshop di educazione all’interculturalità (basati sui paesi di origine dei volontari internazionali); insegnamento di lingue straniere; organizzazione di attività sportive, ludiche e teatrali.

Come parte studio, i/le volontari/e partecipanti acquisiranno capacità di organizzazione di attività educative e (inter)culturali per bambini e ragazzi, così come la capacità di impartire lezioni di lingua di base. Di ritorno, acquisiranno una conoscenza base della lingua e della cultura russa, in particolare della comunità etnica della Chuvashia, situata ad est di Mosca.

La lingua del campo è l’inglese.

Leggi la scheda completa del campo.

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Educazione e tutela ambientale nelle isole Zanzibar, in Tanzania

Educazione e tutela ambientale nelle isole Zanzibar, in Tanzania

Dal 20 novembre all’8 dicembre 2017 un campo in Tanzania, presso l’arcipelago di Zanzibar, per supportare un progetto di tutela dell’ambiente.

Sappiamo che le foreste sono il “polmone verde” del pianeta. Oltre a creare un materiale puro come l’ossigeno, bilanciando la quantità di carbonio presente nell’atmosfera, aiutano a controllare l’erosione del suolo, le inondazioni e le valanghe; inoltre sono il perfetto ecosistema naturale per la riproduzione di moltissime specie di flora e fauna, ed offrono momenti di ricreativa bellezza. Le foreste di mangrovie lungo la corta sudoccidentale dell’arcipelago di Zanzibar sono state duramente colpite dalle attività dell’uomo, quali lo scarico dei rifiuti, la pesca intensiva, incendi, deforestazioni per la raccolta del legno e la speculazione edilizia. L’impatto di tali attività ha avuto conseguenze evidenti e drammatiche, come l’innalzamento del livello delle acque, la scomparsa di numerose specie vegetali e animali e fenomeni climatici mai avuti prima.

I/le volontari/e supporteranno il progetto di tutela ambientale attraverso diverse attività: campagne di sensibilizzazione sulla questione ambientale; raccolta dei semi di mangrovia; semina delle piante di mangrovia; conoscenza della cultura locale. Inoltre, nei pomeriggi i/le volontari/e terranno lezioni di lingue straniere per i/le giovani e le donne locali, con l’obiettivo di accrescerne la qualità della vita attraverso la conoscenza di una lingua straniera.

Come parte studio verranno trattati i seguenti temi: incremento dell’ambiente e delle zone verdi; l’insegnamento di lingue straniere; tradizioni e culture locali. Nei fine settimana i/le volontari/e avranno la possibilità di visitare le attrazioni di Zanzibar.

La lingua del campo è l’inglese, quella locale il Kiswahili.

Laggi la scheda completa del campo.

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Supportare la raccolta delle olive: un campo in Turchia

Supportare la raccolta delle olive: un campo in Turchia

Dal 26 novembre al 10 dicembre 2017 un campo in Turchia, presso il villaggio di Sirince (Turchia occidentale), per supportare la raccolta delle olive.

A Sirince ogni anno ha luogo un campo estivo per i/le giovani locali; situato in aperta campagna e circondato da più di 1000 ulivi, questo territorio è un luogo ricco e fertile: per comprenderne la portata, basti pensare che dal raccolto vengono ogni anno prodotte circa 20 tonnellate di olive. L’olio che ne viene poi spremuto è usato, tra le altre cose, per la cucina del campo estivo stesso.

I/le volontari/e del campo si occuperanno della raccolta delle olive e dello stoccaggio delle stesse. Nel caso in cui il raccolto non dovesse essere fruttuoso a causa delle condizioni climatiche della stagione, i/le volontari/e si occuperanno di altri lavori manuali necessari alla manutenzione del sito.

La lingua del campo è l’inglese, quella locale il turco.

Leggi la scheda completa del campo.

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Promuovere attività ludiche con i bambini terremotati del Giappone

Promuovere attività ludiche con i bambini terremotati del Giappone

Dal 5 all’11 dicembre 2017 un campo in Giappone a supporto delle attività ludiche e ricreative per i bambini e le bambine di Iwate, nella zona orientale del Giappone.

Questa zona è stata duramente colpita da un fortissimo terremoto l’11 marzo 2011, che ha causato danni gravissimi. L’80% delle abitazioni di Iwate è stato danneggiato dal terremoto prima e dallo tsunami poi, e molte persone sono ancora costrette a vivere in alloggi temporanei. Persino i/la bambini/e tutt’oggi non possono svolgere attività esterne alla scuola, poiché il piazzale antistante è occupato da alloggi di emergenza. Il campo è quindi un’opportunità per i bambini e le bambine di godere di attività all’aria aperta: verrà organizzata una festa ispirata a quella di Halloween per 120 bambini/e, di età compresa tra i 9 e i 12 anni.

Il campo è organizzato dall’associazione NICE, che da molti anni coordina volontari e volontarie provenienti da tutto il mondo nello svolgimento di attività per i/le bambini/e locali. Per questo campo, il compito dei/delle volontari/e sarà quello di stare insieme ai/alle bambini/e, giocare con loro e supportarli laddove ce ne fosse bisogno. Ci sarà la possibilità di creare giochi e attività basandosi sulla propria cultura di provenienza, portando musiche, danze e giochi del proprio paese d’origine.

Come parte studio, i/le volontari/e impareranno a gestire attività ludiche e di intrattenimento per i bambini e conosceranno la storia della ricostruzione di Iwate dopo il disastro dello tsunami.

La lingua del campo è l’inglese, quella locale il giapponese.

Leggi la scheda completa del campo.

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