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RaccontiamoSCI: Intervista a Edoardo Von Morgen

Ciao Edoardo, vuoi presentarti e raccontarci come hai incontrato lo SCI?

Sono Edoardo, ho appena concluso la laurea magistrale in ingegneria biomedica nell’ambito della gestione ospedaliera al Politecnico di Milano, dove vivo. E sono da poco tornato dall’Inghilterra dove ho fatto la tesi e il tirocinio. Ci tenevo a fare un’esperienza all’estero. È stato utile perché mi ha aiutato a capire i possibili sbocchi di lavoro nel mio ambito ed è stata interessante sia nel mio campo di studi che relazionali per le persone che ho conosciuto. A me in generale piace incontrare culture nuove, persone diverse, con background totalmente diverso dal mio.

Per quanto riguarda lo SCI, l’ho incontrato dopo essere stato attivo nello Scoutismo fino ai vent’anni. Ho lasciato lo scoutismo perché volevo cambiare tipo di volontariato. Ero infatti capo scout e facevo volontariato con i bambini e i ragazzi, e mi piaceva, ma volevo uno stimolo diverso.

L’estate in cui appunto non ero più impegnato nel campo estivo Scout, mi sono chiesto che cosa potevo fare. Mia mamma mi ha suggerito di guardare il sito dello SCI, mi sono informato e ho voluto provare. L’ho incontrato quindi principalmente per passaparola. La prima esperienza con SCI è stato un campo di volontariato di due settimane in Russia su un tema ecologico in cui abbiamo sostanzialmente pulito una parte della foresta dove c’erano sempre tante persone che andavano a fare camping e lasciavano spazzatura, sotto terra. Pulivamo e abbiamo anche fatto una campagna di sensibilizzazione per i turisti che vi andavano. In internet c’è anche un breve video (clicca qui per guardarlo).

Quella, oltre che la prima esperienza con SCI, era anche la mia prima esperienza all’estero senza conoscere nessuno. È stato molto interessante confrontarmi con una cultura che pur non essendo lontanissima dalla nostra, ed essendo la Russia un paese europeo, è però molto diversa. Ma non solo; infatti c’erano i volontari di altri stati e quindi è stato interessante vivere con persone di altri paesi e vedere nella quotidianità le differenze abitudini, culture… Eravamo un gruppo numeroso perché oltre ai volontari SCI c’erano volontari di un’associazione locale legata all’università di Pietroburgo, volontari di un’associazione francese e alcuni volontari italiani di un’altra associazione.

Sono entrato in relazione con gli italiani, ma sono riuscito ad aprirmi anche ad altri. In precedenza, con gli scout avevo fatto un campo all’estero, ma avevo lavorato essenzialmente con gli italiani (mi occupavo della sicurezza in un festival internazionale) per cui il campo SCI è stato molto interessante, anche se complesso. Impegnativo a livello relazionale: gli spagnoli erano esuberanti, i russi meno espansivi, altri diversi ancora… Finché ero immerso in quella situazione ne percepivo la complessità, ma è stata la riflessione svolta in seguito che è stata ancor più arricchente.

 

Dopo quel campo in Russia, perché e in che modo hai deciso di restare con SCI?

Il campo mi è piaciuto e la proposta SCI mi ha convinto, per cui l’anno successivo ho svolto la formazione per coordinatori a Milano, seguita da Matteo Testino, e lì ho conosciuto tante persone molto impegnate, …Matteo, Francesca e altri attivisti. Ancora non sono riuscito a fare il coordinatore di campo anche se mi piacerebbe, però ho partecipato ad altri due campi di volontariato all’estero.
L’estate successiva ho partecipato ad un altro campo in Germania su cui ho lasciato anche una testimonianza pubblicata nel sito SCI (link dell’articolo).

Aveva un tema archeologico e storico in memoria dei prigionieri di guerra e si svolgeva vicino a Dresda, in Sassonia. Durante la seconda guerra mondiale vi era un ospedale di campo per prigionieri di guerra, polacchi, russi, ma anche italiani. Mio nonno è stato prigioniero anche se degli inglesi ed ero molto interessato al tema. Tra l’altro una parte della mia famiglia è tedesca e sono andato al campo dopo essere passato a Berlino a salutare i parenti. Questo secondo campo è stato molto interessante dal punto di vista tematico.

Ero anche più consapevole delle dinamiche interne di un campo perché avevo fatto la formazione per coordinatori, per cui è stato interessante riuscire ad applicare un po’ quello che avevo sperimentato nella formazione oltre che confrontarmi con persone nuove di culture altre: russe, ucraini… Tra l’altro era il 2017 e la crisi di Crimea era una questione scottante. Poi c’erano dei Turchi, degli Slavi … Insomma un gruppo variegato. Io di solito sono abbastanza timido e schivo, ma ho cercato di collaborare con il coordinatore applicando qualche tecnica e strategia propositiva utile al gruppo e alla vita del campo. Mi è piaciuto molto. Sono stato legato con i volontari, anche quelli del primo campo, ma ancora più in questo secondo.

L’anno successivo, nell’estate 2018, volevo finalmente partire per un campo nel Sud del mondo, desiderio che coltivavo da tempo. Cercavo specialmente un campo il cui tema fosse inerente al mio ambito di studi, cioè la gestione ospedaliera. Ho trovato un campo in Togo per la ristrutturazione dell’ospedale. Non si richiedevano specializzazioni, era un lavoro abbastanza semplice, manuale e per me sarebbe stato l’occasione di vedere da vicino una realtà in cui nel futuro eventualmente potessi anche lavorare. Anche per il lavoro futuro, infatti, mi piacerebbe operare nella cooperazione internazionale.

 

Come è stato questo campo in Togo, un ambiente così diverso dal nostro, ma anche da quello dei tuoi due precedenti campi di volontariato?

Quel campo è stato un’esperienza molto travagliata. Anzi, anche prima di arrivare. Volevo trascorrere alcuni giorni in Benin prima di entrare in Togo e l’ambasciata del Benin mi aveva assicurato che avrei potuto fare il visto in aeroporto. Ma non è stato vero e la compagnia aerea a Istanbul da dove partiva il volo per il Benin non mi ha fatto salire sul volo, secondo il regolamento della compagnia. Così son dovuto restare lì in attesa del volo per il Togo. Ma ad Istanbul c’erano i due ragazzi che avevo conosciuto l’anno prima in Germania e aspettando le due notti per andare in Togo, mi hanno ospitato loro. Sono ancora commosso perché, nonostante l’imprevisto, è stata un’esperienza bellissima. Sono stati davvero molto accoglienti.

Arrivato in Togo mi ha morso un cane, che stava in realtà giocando, allora ho fatto la vaccinazione per la rabbia, l’assicurazione non mi ha aiutato, ma me la sono cavata comunque. Arrivato al campo mi hanno detto che il progetto era cambiato, e di molto. Dopo i cinque giorni travagliati appena trascorsi, questa notizia è stata la ciliegina. Ero piuttosto arrabbiato e nella prima settimana di campo ero un po’ tirato e non molto costruttivo. Il lavoro che abbiamo fatto è stato ridipingere il muro della sede dell’associazione, quindi prima scartavetrare l’intonaco esistente e poi ridipingere.

È cambiato quindi anche tutto il contesto, oltre al lavoro: dovevamo andare in un paesino, in una comunità piccola, invece ci siamo trovati a stare in una città. In quella comunità cittadina non mi sono trovato molto bene. La popolazione locale mi sembrava diffidente. Nel campo, il gruppo di volontari era formato da me, da una ragazza belga, una ragazza giapponese e sette togolesi. Tutti parlavano francese tranne me, che lo biascico e capisco un po’. Gli altri parlavano un po’ inglese, tranne uno, e quindi sono riuscito a comunicare. Il lavoro non è stato tanto stimolante. Però vivere in quella situazione, dormire per terra, cucinare sulle braci impiegandoci quindi anche tre ore per preparare da mangiare, è stato mettermi in una situazione familiare alle persone del posto. Anche se non ero in una famiglia in senso stretto, il gruppo era la nostra famiglia ed è stato particolare anche confrontarmi con gli altri volontari togolesi: come loro vedevano noi, come era la vita lì…

 

Che cosa hai ricavato di particolarmente importante per te da questo campo?

Per me è stato importante capire che è davvero un “altro” mondo. Ci sono dinamiche simili, ma la cultura, il clima molte cose erano molto diverse da ciò che mi aspettavo. Di solito non ho aspettative, ma in questo caso ne avevo e sono state scalfitte. Nel campo ho capito di più alcune dinamiche che possono capitare. I volontari togolesi erano accoglienti e desiderosi di farci conoscere la loro cultura e orgogliosi di ciò che erano e facevano. È stato interessante confrontarsi su vari aspetti. Il coordinatore del campo era un insegnante di Liceo e utilizzava un approccio un po’ da maestro nel campo. Questo ha portato alcune tensioni tra lui e la ragazza belga, ma anche tra lui e due ragazzi togolesi. Questo ha stimolato alcune riflessioni tra di noi sulla diversità dell’approccio scolastico, sul rapporto con le donne, sul ruolo che le donne hanno nella società. In quella società il ruolo delle donne è fondamentale: anche se sono ufficialmente inferiori” a livello sociale, nella pratica sono molto importanti.

Ho avuto anche un assaggio della difficoltà di vivere in un contesto del genere. Per esempio la disoccupazione è molto alta e porta molti soprattutto uomini all’alcolismo o semplicemente a trascorrere la quotidianità tra gli alcolici e la musica. Ciò che, da un certo punto di vista, può andar bene ogni tanto, come anche nel nostro contesto di campo che comunque era una situazione protetta. Mi ha fatto aprire gli occhi su molte dinamiche a cui non avrei pensato. Mi ha colpito come un clima, un’atmosfera incida sulla cultura. Il caldo, la mancanza di occupazione, la rassegnazione porta le persone a vivere tutto con estrema tranquillità. Che sia negativo o positivo reagiscono con tranquillità, con un approccio sommario al lavoro. È stato interessante capirlo sia nelle nostre chiacchierate che nella quotidianità. Noi infatti stavamo a lavorare o a casa nostra (avevamo come vicina di casa una signora con il figlio) e uscivamo per fare la spesa.

Ogni tanto nel fine settimana che era libero abbiamo fatto anche delle gite in luoghi naturalistici che pur non essendo le cascate Vittoria erano molto belli. A proposito di queste gite, nella formazione per partecipare ad un campo del Sud del mondo avevamo fatto una simulazione proprio su un caso del genere: si vuole fare una gita ma alcuni volontari non hanno i soldi. Ci siamo trovati proprio in una situazione del genere, noi occidentali e la ragazza giapponese volevamo andare a fare delle gite, gli altri non volevano per non spendere i soldi. Alla fine siamo arrivati a dei compromessi e anche questo è stato frutto di un confronto perché all’inizio non si era capito che il problema fosse economico. Siamo riusciti a discuterne, a capire il problema e a trovare dei compromessi, per cui siamo riusciti a vedere delle cose che ci interessavano e loro a non dover affrontare un peso economico eccessivo.

 

Successivamente hai collaborato ancora con SCI e che intenzioni hai per il futuro?

Dopo quel campo ho collaborato in un paio di formazioni per volontari in partenza e nell’estate 2019 sono partito per l’Inghilterra per lo studio. Non ho potuto fare altri campi, né minicampi perché sono stato sempre preso dagli impegni di studio.

Nel futuro, nello SCI, mi piacerebbe fare il coordinatore in un campo. Anzi dopo le varie esperienze all’estero e a seguito anche dell’emergenza Covid mi piacerebbe maggiormente impegnarmi in Italia come coordinatore o come volontario. Collaboro poi nelle formazioni, anche in quella a distanza svolta a giugno 2020, spesso come testimonianza per i campi nel Sud del Mondo.

Non mi impegno come attivista costante nello SCI perché sono stato coinvolto in altre associazioni, ma collaboro volentieri per attività saltuarie come le formazioni, le testimonianze ecc.

 

Quale suggerimento daresti allo SCI per questo momento storico?

In questo periodo condizionato dalla situazione sanitaria internazionale, suggerirei allo SCI di impegnarsi nella comunicazione e trovare volontari italiani e fare campi in Italia. Durante l’emergenza Covid, ad esempio, ho visto a Milano tantissimi volontari che si erano resi disponibili a fare le consegne di cibo, medicinali ecc per chi ne aveva bisogno. L’emergenza ha un po’ rinsaldato la solidarietà tra italiani. Questa esperienza potrebbe essere valorizzata dallo SCI, organizzare dei campi in Italia che potrebbero far conoscere agli italiani altre realtà del loro paese che non conoscono. Tra l’altro in questa incertezza internazionale probabilmente molti non se la sentono di fare esperienze all’estero.

 

Per salutarci ti propongo di dirci, in breve: che cos’è lo SCI per te?

Lo Sci, per me, è un’associazione internazionale, un’organizzazione che, attraverso i campi di volontariato, di lavoro, in varie parti del mondo, permette ai volontari di essere utili, di entrare a contatto con la comunità locale e di confrontarsi con persone di varie parti del mondo da cui provengono gli altri volontari, e quindi traendone importanti insegnamenti.
Una delle cose più belle che mi ha dato lo SCI è la possibilità di stringere veri legami di amicizia con persone che non avrei mai potuto incontrare. Un esempio sono gli amici turchi che mi hanno accolto, un altro quello di un’amica che ho conosciuto in Russia e che è venuta a Siena per l’Erasmus e ci siamo re-incontrati a Siena trascorrendo quattro giorni del Palio insieme. E poi ho avuto l’occasione di rivedere molti altri. Ma anche non vedendosi quasi mai e sentendosi poco, comunque rimane un legame profondo.

Grazie a Edoardo!