Il mandorlo come albero della speranza: un campo per il raccolto in Palestina

Il mandorlo come albero della speranza: un campo per il raccolto in Palestina

Dal 31 luglio all’11 agosto 2017 un campo in Palestina, a sud est di Betlemme, nei pressi del villaggio Nahalin, per supportare il raccolto nei frutteti.

Il campo avrà luogo contestualmente al progetto The Tent of Nations, che cerca di connettere persone provenienti da culture diverse per costruire ponti di comprensione, riconciliazione e pace, con l’obiettivo futuro di trasmettere, attraverso chi ha vissuto quest’esperienza, valori di tolleranza e coesistenza rispettosa e pacifica. I campi di volontariato internazionale sono uno strumento, tra gli altri, per raggiungere tal fine. Sin dal 1991 il territorio dove prende luogo il progetto è sotto minaccia di sequestro da parte dell’esercito israeliano: da allora fino ad oggi, viene difeso il diritto a restare nella propria terra, credendo fermamente nella giustizia.

Agosto è il mese del raccolto delle mandorle e delle mele. Durante il raccolto è sempre utile una partecipazione ampia di persone, che siano attivisti del progetto, volontari o locali: tutti e tutte insieme si campeggerà per 10 giorni, durante i quali si raccoglieranno i frutti maturi e si aiuterà nel preparare delle confetture dagli stessi. Alcuni pomeriggi saranno impegnati in momenti di studio e approfondimento sulla situazione politica e sociale nei territori occupati palestinesi e sulla loro storia, attraverso letture, workshop, documentari, visite a Betlemme e nell’area circostante.

La lingua del campo è l’inglese, quella locale l’arabo.

Leggi la scheda completa del campo.

Questo progetto fa parte dei programmi Nord/Sud. I volontari devono avere almeno 20 anni e aver preso parte alle formazioni (primo incontro e 2 livello) di preparazione organizzate dallo SCI Italia.

Per maggiori informazioni sui campi SCI nel Sud del mondo, ecco la pagina dedicata.

Tutti i campi di volontariato del Servizio Civile Internazionale sono consultabili sul database www.workcamps.info.

Vite di speranza: racconto di un campo di volontariato in Palestina

Vite di speranza: racconto di un campo di volontariato in Palestina

L’articolo è stato scritto da Tommaso Pedrazzini, che nell’estate 2016 ha partecipato a un campo di volontariato in Palestina, presso la fattoria “Tent of Nations”, a qualche chilometro da Betlemme. Le foto sono state scattate da Tommaso Padrazzini e da Stefania Ordanini.

Siamo chinati a scavare buche di fianco alle viti appena nate.

Alla giusta distanza dal tronco, tra i sassi e la terra secca, creiamo lo spazio per versare la dose d’acqua settimanale, che tiene in vita le piante e le spinge a rafforzare le radici.

L’acqua, raccolta durante le piogge invernali, viene trasportata al vigneto con un trattore, giù dal pendio con delle manichette e lungo i filari a mano, dentro cisterne di plastica che non potrebbero pesare più di così.

È un lavoro faticoso. Solo uno dei tanti che Daher e suo fratello Daud devono fare ogni giorno, per tenere in piedi la loro fattoria.

Non si tratta solo della dura vita del contadino, della costante lotta contro la siccità o la grandine. Qui, in Palestina, permettere a quelle viti di diventare grandi, vuol dire difendere il proprio diritto ad esistere.

Se la terra rimane incolta per troppo tempo, lo stato di Israele la reclama come demaniale, per costruire altre colonie o impiantare delle coltivazioni destinate a chi vive dall’altra parte del muro.

E spesso coltivare non basta. Un attimo di distrazione ed è capitato che le piante prendessero fuoco o i campi venissero distrutti. E con essi il futuro di chi a lungo e con fatica li aveva coltivati.

È l’aspetto più meschino e violento di una politica opprimente che permea ogni aspetto della vita quotidiana.

La fattoria sorge a pochi chilometri da Betlemme, ma per arrivarci in macchina bisogna farne molti di più, perché le ultime centinaia di metri sono bloccate da massi e macigni, “dimenticati” dal governo israeliano.

Lo stesso governo che impedisce la costruzione in Palestina di nuovi edifici o di collegamenti elettrici e idraulici e che, laddove le tubature arrivano, ogni tanto devia i flussi d’acqua dai rubinetti delle case palestinesi alle piscine delle colonie israeliane.

Una sequela di piccole oppressioni e pressioni psicologiche che costantemente, giorno dopo giorno, fiaccano le energie e le speranze di un popolo che non riesce nemmeno più a chiedersi perché tutto questo stia succedendo.

Ed è proprio perché questa guerra si combatte su questo piano, che si rivelano preziosi gli sforzi di Daher e Daud, che provano ad aggregare, invece che dividere, che seminano invece che sradicare e che rifuggono la violenza e l’ira improduttiva.

“Rifiutiamo di essere nemici” è lo slogan di Tent of Nation, la loro fattoria. Non è facile, certo, né è sufficiente per riportare pace e giustizia in una terra devastata dall’odio e da un’occupazione decennale e priva di pietà. Ma è una pietra, come quella in cui è incisa questa frase, che fa da solida base su cui pensare ad un futuro altrimenti inimmaginabile.

A Betlemme ce l’hanno proprio detto. Loro, che ogni giorno portano a mano l’acqua a quelle fragili piante di vite, tengono in piedi e ravvivano le speranze di un popolo intero.

 

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