MUQAWAMA Al-ZEITUN. Testimonianze di scambi, resistenze e ritorni dal mondo agricolo palestinese

MUQAWAMA Al-ZEITUN. Testimonianze di scambi, resistenze e ritorni dal mondo agricolo palestinese

da RACCOGLIENDOLAPACE, sito web di reporting del progetto Interventi Civili di Pace in Palestina” dello SCI-Italia in partenariato con:

Un ponte per…Assopace Palestina, Popular Struggle Coordination Commitee,  IPRI – RETE CCP Centro Studi Sereno Regis, con il sostegno del Tavolo degli Interventi Civili di Pace

Scambi

UliviPassati ormai più di venti giorni in Palestina, raccogliamo le olive e scopriamo che gli agricoltori sono in realtà una miscellanea di laureati, migranti ritornati, medici, avvocati, docenti universitari, muratori e operai che nonostante le carriere perseguite e il posto di lavoro in città continuano a lavorare le loro terre con passione e dedizione. Come ci racconta Abdallah, affermato professore universitario e sottosegretario della commissione ministeriale per l’occupazione e le colonie, “l’amore che ho per la mia terra ogni anno mi riporta qui per la raccolta”, confermando che il lavoro agricolo non è esclusivo di determinati ceti sociali ma appartenente all’intera società palestinese.

La raccolta delle olive è svolta ancora oggi dalle famiglie che a seconda della vastità dei loro terreni, dopo aver stoccato la quantità di olio sufficiente ai consumi familiari, lo vendono soprattutto ad amici e conoscenti.

Come racconta Majd, contadino di Kfar Qaddoum, lo scambio avviene generalmente lungo la direttrice città-campagna, per cui tutto il grosso della produzione finisce sulle tavole di Ramallah, Nablus o Bethlehem, bypassando qualsiasi agente intermediario. Infatti nelle piccole botteghe dei villaggi dove viviamo non si vende olio d’oliva ma tutti se lo procurano tramite una fitta rete di rapporti interpersonali.

Per molte famiglie l’olio è l’unica fonte di reddito, per cui una volta finita la raccolta e stoccata la quantità di olio sufficiente ai consumi familiari, diviene moneta di scambio tra le famiglie e i fornitori di tutti gli altri generi di consumo acquistati durante l’anno.

Questa economia di scambio rurale ci ricorda la nascita delle cooperative in Italia dove nel secondo dopoguerra anche i nostri contadini acquistavano i generi di consumo necessari e pagavano solo a fine mese con l’arrivo del salario.

Resistenze

AlberoUno dei pilastri delle politiche sioniste di occupazione è il soffocamento dell’economia palestinese che versa in una condizione di totale dipendenza da quella israeliana. Infatti, come abbiamo potuto constatare, la rivendita ortofrutticola in West Bank è prevalentemente costituita da prodotti a basso costo made in Israel. Diviene quindi evidente come la produzione olearia, in quanto spesso unica fonte di sostentamento delle famiglie, rappresenti anch’essa un baluardo di resistenza all’occupazione.

Majd, come ogni ottobre da molti anni a questa parte, inizia la raccolta delle olive a Kfar Qaddoum. Ce ne vorranno quaranta, di giorni, per completarla, perché ha un migliaio di dunum [1] e tante piante da pettinare, dice.

Quest’anno, oltre alcuni dei suoi figli e parenti, ad aiutarlo ci siamo noi. In uno dei vari momenti in cui ci si siede all’ombra degli alberi a ristorarsi con l’immancabile chai fumante, Majd racconta qualcosa che è illuminante riguardo le dinamiche di resistenza all’espansione coloniale.

Sei anni prima, un manipolo di circa quaranta soldati accompagnati da due o tre coloni si intrufola nella sua proprietà con ruspe al seguito. Con la sola ragione della forza e del sopruso, lo provocano, di modo che la sua reazione sia pretesto per arrestarlo e imprigionarlo, e avere poi gioco facile nell’impossessarsi della sua terra. Ma Majd è fermo e deciso e con lui la sua famiglia. Occorre resistere. Majd parla ebraico, perché, dice, “è importante la conoscenza della lingua del potere occupante per avere più potere contrattuale”.

Per tre mesi, tutti i santi giorni, presidiano il terreno affinché nessuna ruspa osi sbancare anche un solo centimetro di terra. Dalla prassi militare si passa dunque a quella mercantile. Tentano di convincerlo a vendere. Sparano alto, molto alto. E qui, la risposta di Majd è eloquente: “Se anche valesse 100 nis”, dice loro, mostrando una delle infinite pietre che costellano e caratterizzano la fisionomia di questi luoghi, “non ve la darei”. Ovvero, non siamo in vendita, né la mia terra, né io, né la mia dignità.

Anche Sami, ad Al Masara, si è opposto alla svendita della propria terra, e questi sono solo alcuni dei tanti esempi di resistenza costante e quotidiana.

Ritorni

CartelloSe l’olivicoltura è sempre stata fondamentale per l’economia di questa terra, oggi questa acquisisce ancor più importanza grazie al ritorno ai campi di tantissimi palestinesi.

70%. Settanta per cento. Sono i numeri che, fino a dieci anni fa, evidenziavano il flusso migratorio palestinese verso le città di Heretz Israel in cerca di lavoro, di quel pane che insieme alla libertà stessa è ostacolato o negato del tutto in ciò che è ora il cosiddetto Stato di Palestina dopo gli accordi di Oslo.

Manovali, carpentieri, braccianti, uomini di fatica, insomma. Buona parte della forza lavoro che varca il confine per sopravvivere nel presente, senza alcuna garanzia contrattuale e soprattutto in condizione di vera e propria clandestinità.

Ne è un esempio Ahmad, secondogenito di Majd, che racconta di aver svolto le più svariate mansioni in Israele, rientrando a casa ogni due o tre settimane per stare con la famiglia e venendo spesso fermato dalla polizia. Riesce però sempre a tornare a lavoro, perché, in fondo, come in tutte le aree colonizzate a sviluppo ineguale, l’industria occupante ha fame di manodopera a basso costo e senza alcun diritto lavorativo.

Abbiamo la testimonianza di Qusay, colto professore di mezza età di Al Masara, che racconta della rabbia che prova ogniqualvolta manovali palestinesi, di ritorno dal quotidiano lavoro nelle colonie, vengono fermati ai checkpoint dagli stessi israeliani che hanno appena passato la giornata a sfruttarne il lavoro.

Negli ultimi anni, complici a livello globale la crisi economica e a livello locale il fallimento della seconda Intifada con la conseguente accelerazione dell’espansione coloniale di Tel Aviv, si è invece assistito ad un progressivo cambio di segno della migrazione.

Migliaia di quei palestinesi che precedentemente affollavano le aree urbane e i distretti industriali israeliani hanno preso la via del ritorno verso quel mondo rurale che era stato massicciamente abbandonato da tempo.

Come ci spiega Majd, che per trent’anni ha lavorato oltre muro, mentre Israele restringe drasticamente l’accesso ai palestinesi in Heretz, lavorare la terra diventa quindi non solo una scelta obbligata ma anche una forma di resistenza.

La rioccupazione delle terre di famiglia, soprattutto laddove la presenza di colonie, avamposti e aree militari israeliane è più pressante e invasiva, ha quindi la doppia valenza da un lato di sicura fonte di reddito, dal momento che queste lande aspre, sassose e soleggiate sono luogo ideale per l’olivicoltura, dall’altro di presidio umano che se non blocca tout court, ostacola e rallenta sicuramente l’espansione coloniale.

D’altronde usando le parole di Majd: “Io sto qui. Questa è la mia terra. Non ho altro che questo. Dove mai potrei andare?”.

[1] Unità di misura, 1 dunum= 1000 m2

Le Sette Lune Rosse

Al-Khalil. Cronache da un ordinario apartheid

Al-Khalil. Cronache da un ordinario apartheid

da RACCOGLIENDOLAPACE, sito web di reporting del progetto Interventi Civili di Pace in Palestina” dello SCI-Italia in partenariato con:

Un ponte per…Assopace Palestina, Popular Struggle Coordination Commitee,  IPRI – RETE CCP Centro Studi Sereno Regis, con il sostegno del Tavolo degli Interventi Civili di Pace

 

L’abituarsi a vedere e incontrare i soldati, un giorno normale nella vita di un Palestinese. La difficoltà di carpire l’anima di questa terra, sporcata e nascosta dall’occupazione. Perché la Palestina si intravede dietro le parole di chi, nonostante tutto, resiste, ancora. Ma si intravede soltanto, perché nessun discorso può fare a meno di parlare dell’occupazione. Che penetra nelle vite, penetra nella giornata quotidiana di ogni famiglia. Penetra nel sonno, quando alcune famiglie di Al Khalil (nome arabo di Hebron) non si sentono sicure di dormire da sole e così chiedono ai ‘solidali internazionali’ (mutadaminun duwaliyun), categoria nuova di cui si comprende la reale portata solo in situazioni come queste, di dormire in casa loro per farli sentire protetti da incursioni dell’IDF e aggressioni dei coloni. E la paura è tale che una famiglia preferisce essere invasa quotidianamente da stranieri nelle ore di raccoglimento serale, piuttosto che dormire soli. Perché è di solitudine che si parla quando i coloni nella notte salgono sui tetti e cominciano a lanciare pietre alle finestre, mentre l’esercito, che come ci dice un soldato ‘è lì perché la vita delle persone non sia così impossibile’, si presenta sul posto e guarda impassibile la scena, difendendo l’invasore e non chi viene invaso, il violatore e non colui che viene violato fin nell’intimità della propria casa. L’esercito osserva impassibile; è, quindi, complice e artefice. Lo stesso esercito che, di stanza ai check point, perquisisce i palestinesi che attraversano il metal detector più e più volte nella stessa giornata. Soldati che quando i bambini palestinesi vanno a scuola e lanciano pietre che cadono a distanza di 10 metri, escono dal check point e puntano il mitra, sempre stretto al collo, al bambino di sei anni. Sei anni passati nell’insicurezza, con la costante minaccia di poter essere trovato colpevole di un crimine inventato, perché, in fondo, il crimine è quello di essere palestinese. Di essere la testimonianza vivente che questa terra non appartiene allo stato sionista.

Al Khalil posto di blocco

Mohammed [1] vive in Shuhada’ Street, tra le strade storicamente più importanti di Hebron, che connette il nord al sud della città e che un tempo era piena di negozi palestinesi. Nel 1979 cominciarono i primi afflussi di coloni Israeliani. Questi arrivavano di solito il venerdì e trascorrevano due giorni nella città, che veniva sorvegliata, mentre le strade venivano bloccate e il movimento impedito. Poi, iniziarono a trattenersi anche durante le festività ebraiche, finché, nel 1981, i fida’iyin portarono a termine un attacco contro un gruppo di coloni, uccidendone sei. La strada venne chiusa e le famiglie di Shuhada’ Street furono definitivamente evacuate dalle loro case. Al loro ritorno l’esercito le aveva occupate. Poche sono le famiglie che sono riuscite a riottenerle. La maggior parte di loro è stata obbligata ad andar via; in molte abitazioni abbandonate vivono oggi famiglie di coloni.

Dopo il massacro del 1994, in cui Baruch Goldstein sparò sui palestinesi in preghiera, uccidendone ventinove e ferendone oltre cento, la moschea di Abramo venne divisa in due, e più della metà trasformata in sinagoga. I palestinesi da vittime vennero gradualmente trasformati in colpevoli e per poco espropriati del loro luogo di culto.

Shuhada’ Street è deserta e quei negozi, che un tempo erano palestinesi, sono ormai chiusi da tempo, con stelle di David disegnate durante imprevedibili pogrom rovesciati. Ahmad ci racconta che gli è interdetto di tanto in tanto passeggiare per la via, dove si trova la sua casa. I coloni, invece, la usano per fare jogging. E in questa città, durante la nostra permanenza, viene ucciso un palestinese al giorno, ai check point dai soldati. La scusa è sempre la stessa: possesso di coltello. Ma la verità è che il terrore regna in questa città. Il terrore per i palestinesi di poter essere perquisiti, violati e uccisi senza alcuna apparente ragione. Se non quella di essere nati palestinesi. E il terrore regna anche tra i soldati? Non ci è dato sapere cosa pensano, come vivono, quel che fanno, se si rendono conto. Ma come non ci si può render conto dell’inumana logica che domina questi luoghi quando a un bambino di quattro anni viene puntato un fucile? E come si può non capire l’assurdità di sparare gas lacrimogeni nel cortile di una scuola elementare? L’assurdità di difendere coloni che lanciano spazzatura nelle strade palestinesi dall’alto delle loro case, costringendo la municipalità a mettere grate di metallo a tre metri di altezza?

Al Khalil strada

Il percorso per recarsi a scuola è pericoloso. I bambini hanno paura perché potrebbero essere aggrediti dai coloni in ogni momento, per disprezzo, per diniego di umanità; ai coloni è permesso portare armi mentre passeggiano per la città. Stamattina abbiamo accompagnato frotte di bambini a casa dopo il suono della campanella. Tre piccoli gruppi di solidali internazionali, noi e quelli dell’ISM. Tre bambine erano state attaccate, poche ore prima, mentre venivano a scuola. La prima è stata quasi investita da un colono. Ad un’altra un colono ha lanciato una pietra in faccia. Una terza è stata strattonata. Le bambine arrivano a scuola e vanno via terrorizzate. Il lancio dei lacrimogeni è fitto e ci sono cecchini sui tetti intorno.

Tutte le bambine entrano e la preside ci invita nel suo studio. Una bambina arriva, gli occhi rossi lacrimano. La reazione è immediata, normale amministrazione, la preside tira fuori un fazzoletto, lo imbeve di alcool e lo passa sotto al naso della bambina che presto si riprende. Continua il lancio dei lacrimogeni, si chiudono le finestre. Dopo due ore la scuola viene evacuata perché il gas entra nelle classi e fare lezione diventa impossibile, le bambine sono spaventatissime. Escono e le scortiamo a casa a gruppi per evitare che vengano nuovamente attaccate. Ci ringraziano e ci invitano a restare per un tè.

Grazie all’associazione Youth Against Settlement coordinata da Issa Amro, impegnata a combattere l’occupazione e supportare tutte le famiglie esposte alla violenza della colonizzazione, scopriamo la realtà di Al-Qualil, veniamo accolti nelle case e ci vengono raccontate le storie dei loro abitanti. Mahmoud ci dice che ai palestinesi sono negati tutti i diritti. Il diritto al movimento, il diritto alla sicurezza, il diritto alla libertà. Hebron è divisa dal 1994 in due aree, Hebron2 ed Hebron1 (H2 e H1). La prima è sotto controllo militare israeliano, la seconda risiede sotto quello civile palestinese. Due autorità nella stessa città. Chiediamo a Mahmoud cosa succede quando le due autorità si trovano nello stesso luogo e assistono ad un attacco contro i palestinesi ad opera dei coloni. Secondo il Protocollo di Hebron (1997), l’Autorità Palestinese è obbligata a entrare in macchina e andarsene per lasciare gestire la situazione all’esercito israeliano, non importa in quale zona della città ci si trovi. Siamo a casa degli zii di Mahmoud. Sono due uomini, uno di loro parla e Mahmoud ci traduce, l’altro è silente. Ci raccontano che uno è stato massacrato di botte perché voleva costruire una cucina sul tetto di casa: adesso ha quattordici viti di metallo nella spina dorsale. L’altro è stato raggiunto da una pioggia di pietre lanciate dai coloni e ha perso un occhio. Non c’è persona qui che non sia stato attaccata o detenuta. Mentre parliamo chiama Jamil, un nostro amico del posto. Un colono lo sta seguendo e lui chiede di non riagganciare per essere sicuri che non succeda niente. Questa è la vita quotidiana dei palestinesi, ci dice lo zio. “Abbiamo imparato a organizzarci, ad essere sempre in contatto, per riuscire in qualche modo a difenderci. Sempre armati di telecamera e di telefono per essere pronti a soccorrersi e a documentare violenze e abusi”. Ci mostrano un video della settimana scorsa, in cui un colono che ha appena sparato a un ragazzo palestinese parla con i soldati. Nel video si vede chiaramente un soldato che passa un coltello ad un altro soldato, il quale lo appoggia accanto alla testa del diciassettenne ucciso. Dopo mezz’ora il video era diventato virale in rete e l’esercito faceva irruzione in casa dello zio per distruggerlo, ma invano. La documentazione è importante, soprattutto perché arriva al mondo esterno.

Al Khalil vista

Per quanto riguarda la legge, la differenza tra palestinesi e coloni israeliani è tale per cui i primi sono sotto legge militare mentre i secondi sotto legge civile. Ciò significa che un Israeliano è sempre innocente fino a prova contraria. Un palestinese invece è sempre considerato colpevole e, per poter essere scagionato dalla conseguente detenzione, dovrà provarsi innocente. Per provarsi innocente dovrà portare documentazione e fare denuncia, ma le denunce cadono sempre nel vuoto. Come ci racconta lo zio di Mahmoud, quando suo figlio e suo nipote stavano giocando nell’asilo che i palestinesi hanno ricavato da una vecchia casa, due coloni provarono a rapirli, in presenza dei soldati. La comunità autorganizzata di protezione, già allertata, riuscì a liberarli. Tentata la denuncia perché i coloni israeliani venissero perseguiti dalla legge, la domanda dei soldati fu: ‘avete documentato il rapimento? ’. La risposta fu “no”, e allora non si poté procedere. Come ci dice Mahmoud, la definizione di Apartheid è quella di due popoli che vivono nello stesso territorio sotto due sistemi giuridici separati. E allora finalmente capiamo perché i palestinesi ci scoraggiano dal recarci a Hebron. Non sono gli scontri, non è la rabbia che monta e ancora non scoppia in violenza. È la violenza del sistema, è la città in cui si vive in maniera emblematica e angosciante l’oppressione, l’occupazione. L’assenza di ogni nozione di umano salta e si perde. Le categorie che aiutano ad orientarsi nel mondo qui sono sospese. La legge del più forte, del più protetto, del più violento vince, sempre.
[1] I nomi riportati sono di fantasia, a tutela della sicurezza degli interessati.

Le Sette Lune Rosse

Non tutte le strade portano al muro

Non tutte le strade portano al muro

da RACCOGLIENDOLAPACE, sito web di reporting del progetto Interventi Civili di Pace in Palestina” dello SCI-Italia in partenariato con:

Un ponte per…Assopace Palestina, Popular Struggle Coordination Commitee,  IPRI – RETE CCP Centro Studi Sereno Regis, con il sostegno del Tavolo degli Interventi Civili di Pace

 

Due settimane in Palestina e una delle parole più ricorrenti nei nostri discorsi è “strade”. La libertà di movimento, o meglio la non libertà di movimento in Palestina è uno degli aspetti più evidenti e odiosi dell’occupazione israeliana. La frammentazione del territorio e, di conseguenza, del popolo palestinese in aree differenti è la sabbia nell’ingranaggio della resistenza.
Cartello stradaleIl passaggio dall’essere europei in visita in Israele a braccianti solidali in Palestina si è concretizzato in spostamenti sempre più lunghi e tortuosi per evitare i controlli identificativi ai checkpoint, o semplicemente perché le strade che connettevano i palestinesi alle loro terre non sono più percorribili per loro. Le vite si modellano sui tempi e le esigenze israeliane.

O forse no. Mohamed [1] non è disposto ad aspettare i permessi israeliani per coltivare le sue terre, tantomeno a rinunciarvi. Un po’ come quelle terre non aspettano i permessi di Tel Aviv per produrre i propri frutti. Ottobre è tempo di raccolta di olive, checché ne dicano le autorità israeliane e il suo esercito.

Ogni tassello del puzzle dell’occupazione incontra un pezzo di resistenza. Le strade di At-tuwani villaggio situato in piena area C (sotto controllo totale israeliano), sono state chiuse a causa degli insediamenti circostanti, costringendo i bambini del villaggio a percorrere una strada lunga sei km per andare a scuola, cinque in più rispetto a quella originaria. Ogni mattino, si impiegano due ore di cammino. Come ci raccontano i volontari di Operazione Colomba, impegnati nel monitoraggio e nella protezione dei palestinesi nel territorio da undici anni, durante il tragitto sono frequenti gli attacchi dei coloni nei confronti dei bambini. Per questa ragione, la Commissione Diritti umani interna alla Knesset ha votato per istituire una scorta militare a protezione degli scolari. Le istituzioni israeliane, evidentemente, sono disposte a spendere ingenti risorse umane e materiali pur di non fare passi indietro lungo la strada dell’espansione coloniale e della normalizzazione dell’occupazione. L’intento reale di decisioni del genere è smascherato dal comportamento effettivo dei soldati. Le forze israeliane spesso si trasformano in un ulteriore strumento di oppressione sui bambini, scherniti e sottoposti a violenza verbale e talvolta anche fisica. Per questa ragione, come ci racconta Amir, abitante della zona, è stato necessario l’intervento di volontari internazionali, che monitorano sia i soldati che i coloni.

Strade resistenti sono quelle costruite di notte e illegalmente, dal Comitato dei villaggi palestinesi delle Southern Hebron Hills con l’aiuto del gruppo israeliano di Ta’yoush. La tattica è frutto di una precisa scelta politica e cioè il rifiuto di aspettare il permesso israeliano. In due notti, in questo modo, è già stata costruita una scuola. Per rispondere alle esigenze degli abitanti dei villaggi, i Comitati di resistenza non violenta prevedono di costruirne altre in futuro, anche se, data la situazione attuale in tutta la West Bank non sappiamo se il progetto discusso in una riunione di un villaggio del sud sarà portato a termine.

StradaUn’altra via battuta in questi giorni è quella che collegava il villaggio di Kfar Qaddum alla città di Nablus e che è stata chiusa nel 2003. Ora bisogna percorrere 25 km di strada israeliana, invece dei 10 km dell’originaria strada palestinese, diventata il simbolo della lotta degli abitanti, che ne rivendicano l’apertura tutti i venerdì da 12 anni. Nonostante la skunk waterche appesta l’aria per settimane anche quando l’esercito si ritira dopo la manifestazione settimanale e la devastazione dell’area da parte dei blindati, gli abitanti non abbandonano le proprie case. Sembra che nulla possa smuovere queste persone dalla convinzione della legittimità e della dignità della loro causa.

E poi c’è Qalqilya, cittadina di 41.600 abitanti, dal 2002 investita dalla costruzione del muro. Da allora quattro mila persone hanno lasciato la città e 600 negozi hanno chiuso i battenti. Il muro interrompe la strada principale che collegava il centro urbano con i villaggi limitrofi, anche qui arginando, contenendo e segregando in nome della sicurezza israeliana.

Tutti gli esempi di blocco della mobilità palestinese derivano dal progetto scaturito dalla Conferenza di Herzliya del 1992 e pubblicato in 18 volumi, subito dopo la prima guerra del Golfo. In essi è contenuto un piano sistematico per ghettizzare il popolo, frammentare lo spazio e occupare la terra palestinese col fine ultimo di appropriarsene. Il progetto prevede la creazione di colonie congiuntamente alla costruzione di un muro da ricostruire ogni volta in funzione dell’annessione degli insediamenti al territorio israeliano ed esclusione del territorio abitato dai palestinesi.

Così si realizzerebbe l’unica idea di Palestina tollerata dalle autorità israeliane: un insieme di ghetti o bantustan, privi di contiguità e di sovranità, già divisi in area A (17,71% del territorio in cui rientrano le principali città palestinesi, sotto totale controllo dell’Autorità nazionale palestinese), area B (21,29%, sotto controllo misto: civile palestinese, militare israeliano), e area C (58 % sotto totale controllo israeliano).

Il primo ghetto è quello del Nord, con le principali città di Jenin e Nablus, collegato al ghetto centrale dal check point di Zaatara (per gli arabi) o Tapuah Junction (per gli israeliani). Ramallah, città principale del ghetto centrale, è collegata al Sud dal check point di al-Container, e quindi alle città di Betlemme ed Hebron, i maggiori centri urbani del ghetto meridionale.

Cartina Israele PalestinaQuesto sistema è il risultato dell’ingegneria dell’occupazione sionista, in cui sono centrali le bypass roads, ossia le strade costruite appositamente per collegare le colonie alle città. Prima della loro costruzione, i settlers erano obbligati a usare le strade palestinesi, sulle quali spesso incontravano la resistenza locale e, quindi, le pietre.Con la costruzione delle bypass roads, Tel Aviv ha trovato il modo di annullare il problema, eliminando i costi dell’occupazione e infliggendo un grosso colpo alla resistenza. Inoltre, con le strade “per coloni”, diventa ancora più evidente l’evoluzione dell’occupazione verso l’apartheid. I coloni sono uno strumento centrale nella strategia israeliana, e il potere loro conferito negli anni ha raggiunto l’apice con l’ultimo governo, sbilanciato paurosamente a destra. Senza il supporto dell’esercito e del governo, gli attacchi portati avanti dai coloni a danno dei palestinesi non sarebbero possibili, come sottolinea Walid Nasser, membro del Parlamento e Direttore della Colonization and Wall Resistance Commission. La Corte Suprema, l’esercito e le istituzioni politiche, tutti concorrono all’esecuzione del piano israeliano.

La risposta repressiva israeliana verso la resistenza palestinese, innescata dall’uccisione dei due coloni il primo ottobre scorso, mira all’innalzamento della tensione così da legittimare l’ulteriore dispiegamento militare e la natura permanente dell’occupazione.

Il dibattito nato dalle ultime due settimane di scontri, sull’inizio o meno della III Intifada, è sterile e funzionale alle strumentalizzazioni politiche e mediatiche e, come ha scritto Ramzy Baroud: “This is a Palestinian Intifada, even if it ends today” (Questa è un’intifada palestinese, anche se finisce oggi). Quello che è fondamentale invece notare è che la resistenza palestinese si è re-innescata proprio perché quei palestinesi che non si sono rassegnati alla condizione imposta da Israele, continuano a lottare per rivendicare l’ingiustizia che subiscono, l’assenza totale della comunità internazionale e la continua e impunita violazione dei propri diritti fondamentali. Una resistenza popolare, che per ora non è guidata da nessun partito e da nessun leader, ma che non dà segni di volersi spegnere.
ProiettileÈ l’enorme sproporzione di forza tra gli occupanti e gli occupati, oltre all’inazione della leadership palestinese, a mettere con le spalle al muro un intero popolo, che contro l’esercito che spara live and rubber bullets si difende con le pietre. Definire quanto sta accadendo “intifada dei coltelli” cela la natura articolata di una resistenza che non è un nuovo inizio, ma solo la fase conclamata di un continuo e legittimo movimento di lotta popolare che dura a queste latitudini sin dal 1919. Quando i palestinesi raggiungono il limite di sopportazione e si arriva al punto di rottura, l’intifada diventa evidente anche al resto del mondo, miope o convenientemente cieco per il resto del tempo.

Le Sette Lune Rosse

[1] I nomi riportati sono di fantasia, a tutela della sicurezza degli interessati.

Vite sospese, vite occupate

Vite sospese, vite occupate

da RACCOGLIENDOLAPACE, sito web di reporting del progetto Interventi Civili di Pace in Palestina” dello SCI-Italia in partenariato con:

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Dopo una settimana passata con gli abitanti e i contadini di Kfar Qaddoum, realizziamo di vivere in una bolla in cui la tranquillità apparente è frutto di un’impressione superficiale. La quotidianità serena della raccolta delle olive e l’atmosfera familiare in cui siamo immersi contrasta con le voci e le notizie che ci raggiungono puntualmente in tarda serata. Sentir parlare di accoltellamenti, sparatorie, attacchi e marce dei coloni ci strappa temporaneamente, ma mai del tutto, dalla quiete che viviamo tutti i giorni. I nostri amici hanno gli occhi stanchi mentre ci parlano con gentilezza della raccolta da fare l`indomani, perché la notte fanno le ronde per proteggere il paese dall’invasione di coloni furiosi che tentano di attaccare le case del villaggio e hanno già assaltato altri paesi vicini.

Uomo palestinese con bandiera
Foto di Judith Jordà Frias

I mass media parlano di israeliani inspiegabilmente aggrediti da terroristi arabi, mentre l’estrema violenza dei coloni nei confronti dei villaggi viene taciuta e rimossa, frutto malato di un’occupazione che dura ormai da oltre sessanta anni e che violentemente opprime la popolazione palestinese. Nessuno parla della mostruosa espansione delle colonie, del moltiplicarsi infinito di nuovi avamposti che ormai punteggiano la linea di orizzonte per gli abitanti dei villaggi e delle città, degli impedimenti alla libera circolazione, della continua erosione di territorio che i contadini sono costretti a subire aggrappandosi fino all’ultimo centimetro di terra coltivabile e ai loro uliveti secolari.

La bolla alla fine si è infranta con gli spari che hanno colpito un signore sessantenne che in prima linea sventolava una bandiera palestinese (vedi foto) durante la manifestazione del venerdì a Kfar Qaddoum organizzata dai comitati di resistenza popolare non violenta. Eppure i colpi non provenivano dai soldati che il corteo fronteggiava, bensì da ovest, dove alcuni cecchini erano posizionati a un centinaio di metri di distanza su una collina. Il fatto che il colpo sia partito dal cecchino, invece che dai soldati schierati apertamente di fronte ai manifestanti, è una chiara dimostrazione, che la popolazione palestinese sia costantemente sotto minaccia armata. La condizione di vita che questa situazione produce, dimostra la capacità di assedio totale sui corpi e le menti dei palestinesi che lottano contro l’occupazione. Il messaggio è chiaro: la volontà della forza occupante è quella di dissuadere sin dall’inizio i manifestanti, a cui viene negato il diritto al dissenso e a qualsiasi forma di resistenza, seppur non violenta.

Uomo palestinese ferito
Foto di Judith Jordà Frias

Se da un lato il tentativo di esasperare i Palestinesi è artato per compiere l’atto finale di dissoluzione della vita delle popolazioni in Cisgiordania, dall’altro è un atto terribile e pericoloso, perché costringe a un conflitto con gli occupati anche il quasi milione di coloni presenti sul territorio: se anche avesse un qualche successo, farebbe pagare un prezzo altissimo di sangue ad entrambe le parti. Nonostante la dichiarata linea politica di Tel Aviv per una soluzione negoziata del conflitto, la reale scelta politica e militare israeliana è stata quella di sclerotizzare e radicalizzare il conflitto. L’invasione della Cisgiordania da parte di oltre 800,000 coloni ha prodotto una impossibilità di coesistenza che diventa, parafrasando un amico palestinese, ‘la scelta tra la mia vita e la tua (colono, ndr)’. Ed è proprio in questi giorni di crescente violenza, in cui abbondano speculazioni sullo scoppio di una Terza Intifada, che si dimostra in modo inequivocabile l’assoluto e imperituro disprezzo da parte di questi artefici del terrore del valore della vita di tutti gli uomini e donne che abitano questa cosiddetta Terra Santa.

Le Sette Lune Rosse

In solidarity with Palestine!

palestina-insolidarity

“Crediamo che difendere la Pace significhi proteggere Giustizia e Verità.”

Lo scrivevamo nel luglio 2014, in riferimento all’ennesima aggressione portata avanti dalle autorità politiche e militari israeliane alla Striscia di Gaza, la cosiddetta “Margine Protettivo”. A più di un anno di distanza da quei tragici giorni rimasti impuniti, ci ritroviamo a prendere posizione sull’ennesima escalation di violenza in Israele/Palestina.

Non entreremo nel merito di chi abbia dato avvio all’escalation, di quale azione individuale abbia innescato la sua miccia, poiché fare questo non seguirebbe i principi di verità e giustizia. Le azioni individuali vanno considerate all’interno del loro contesto, e quello che manca in questi giorni di “nuovo interesse” mediatico della questione palestinese è proprio il contesto nel quale le vicende si svolgono. Un contesto coloniale e di occupazione militare e civile portato avanti da Israele da più di 60 anni, in cui politiche discriminatorie, di segregazione e di oppressione colpiscono l’intera popolazione palestinese, sia essa all’interno di Israele, nei Territori Occupati – di cui, è bene ricordare, fa parte anche la Striscia di Gaza – o esule in altre geografie del mondo.

Rimane fermo il nostro rifiuto della violenza, sempre e comunque. Allo stesso tempo consideriamo vuote le parole di chi si definisce super partes perché, come affermava l’arcivescovo Desmond Tutu, “Se sei neutrale in situazioni d’ingiustizia, hai scelto il lato dell’oppressore”. Le parti in conflitto non sono sullo stesso livello, non è accettabile confondere l’occupante con l’occupato, l’aggressore con l’aggredito.

Non ci potrà essere pace in Israele/Palestina fino a quando non cesseranno l’occupazione militare e civile dei Territori Palestinesi, fino a quando non cesseranno le politiche discriminatorie per l’intera popolazione palestinese, fino a quando non cesseranno le pretese di Israele di costruire uno Stato etnicamente puro, ebraico, quindi senza popolazioni terze al suo interno.

Come Sci Italia, a distanza di 15 anni dal primo progetto in Palestina, manteniamo le azioni in loco per testimoniare, condividere e rompere il silenzio o le strumentalizzazioni. Di fronte alla storia che si ripete, ribadiamo ancora una volta “Meno parole, più fatti” e richiediamo l’applicazione della Giustizia, quella del diritto internazionale, delle Convenzioni di Ginevra e dei Protocolli aggiuntivi. Meno distorsione/omissione delle notizie, più trasparenza e obiettività.

Continuiamo nel nostro sostegno alla lotta popolare nonviolenta che i comitati popolari portano avanti in molti villaggi palestinesi, come il Popular Struggle Coordination Committee. Continuiamo nel nostro sostegno a tutte quelle attiviste e attivisti israeliani che si battono insieme ai palestinesi per la fine dell’occupazione e un futuro condiviso. Sono questi gli strumenti per una reale trasformazione nonviolenta del conflitto che porti giustizia e pace.

In solidarity with Palestine!

SERVIZIO CIVILE INTERNAZIONALE

Comunicato stampa del PSCC (Popular Struggle Coordination Committee) del 10 Ottobre 2015

Marwan Barghouthi: “L’ultimo giorno di Occupazione sarà il primo giorno di Pace”. Articolo da The Guardian, 11 ottobre 2015

Israel still Holds all the cards (Noam Sheizaf, +972 Magazine) e in versione italiana su DinamoPress “Israele non ha ancora le carte in mano”

Kitchen Knife – Palestinian weapon of despair (Michel Warschawski, Altenative Information Center)


We believe that defending peace means defending Justice and Truth.”


The statement above was part of a press release we published in July 2014, referred to the aggression carried out by the Israeli political and military authorities in Gaza Strip, the so-called “Protective Edge”. More than a year after those tragic days gone unpunished, we are still committed to take a stand toward another escalation of violence in Israel/Palestine.

We will not go into the merits of those who have initiated the escalation, or which individual action has triggered its fuse, because this does not follow the principles of truth and justice. Individual actions must be considered in their context, and what is lacking in these days of “renewed” media coverage of the Palestinian issue is precisely the context in which the events take place. The context is a colonialist one, a military and civil occupation carried out by Israel for more than 60 years, in which discriminatory policies, segregation and oppression affect the entire Palestinian population in the Occupied Territories – of which, it’s important to underline, the Gaza Strip is also part -, whether inside Israel or in other parts of the world, where they are still refugees.

Our firm rejection of violence remains firm as always. At the same time we consider as empty words the ones of those who declare themselves to be super partes because, as Archbishop Desmond Tutu said, “If you are neutral in situations of injustice, you have chosen the side of the oppressor.” The conflicting parties are not on the same level, it is not acceptable to confuse the occupier with the occupied, theaggressor with those who are oppressed.

There won’t be peace in Israel and Palestine until the military and civil occupation of the Palestinian Territories ends, until Israel stops carrying on its discriminatory policies towards the entire Palestinian population, until Israel ceases its claim to be a State for Jewish people only, ethnically pure, where no other populations can live in.

SCI Italia, 15 years after our first activity in Palestine, maintains its actions on the ground to witness the situation, sharing it and breaking the silence or media manipulations. Before history repeating itself, we reiterate once again “Deeds, not Words” and ask for the application of International justice and Laws, the Geneva Conventions and its Additional Protocols. We ask for less manipulation/omissions in the media, more transparency and objectivity.

We will continue to support the nonviolent struggle that the Popular Struggle Coordination Committee is carrying on in many Palestinian villages. We will continue to support all those Israeli activists who struggle along with Palestinians to end the occupation and for a future of co-existence. These are the tools for a real nonviolent transformation of the conflict that can bring to justice and peace.

In solidarity with Palestine!

SERVIZIO CIVILE INTERNAZIONALE

Press Release – PSCC (Popular Struggle Coordination Committee) – 10th October 2015

There will be no peace until Israel’s Occupation o Palestine ends (Marwan Barghouti, the Guardian)

Israel still Holds all the cards (Noam Sheizaf, +972 Magazine)

There will be no peace until Israel’s Occupation o Palestine ends (Marwan Barghouti, the Guardian)

Kitchen Knife – Palestinian weapon of despair (Michel Warschawski, Altenative Information

The unrecognized village of Dahmash

The Unrecognized village of Dahmash petitions the High Court of Justice for full recognition of its existence and legality by the State of Israel

On Monday 16 March, the Israeli High Court of Justice will hear a case that may have far-reaching repercussions on one of the most crucial forms of discrimination against Israel’s Arab citizens –planning and housing policy. Since the state’s foundation, not one new Arab municipality has been built in Israel, while the Arab population has multiplied eight-fold. Moreover, rather than taking care of its citizens’ housing needs, the state invests resources and money in demolishing homes already built, including many that precede 1948.

There are about forty unrecognized villages in Israel. The status of non-recognition means that residents are denied many of their basic rights. Many live under the constant threat of demolitions, with no access to basic services such as water, electricity, sewage, trash disposal, education etc. Postal service is non-existent and residents are denied an official address.

Dahmash is the only unrecognized village in central Israel. It is located between the mixed cities of Ramleh and Lod, under the jurisdiction of the Lod Valley Regional Council. The village’s seven hundred residents must cross two train tracks to enter their homes. The unpaved road leading to the village is flooded in winter and cannot be passed by foot. All residents are listed under a fictitious address: a building in Ramleh that is no longer standing.

Although all village lands are privately owned and legally registered under the residents’ names, sixteen of the houses are facing demolition orders. The state has zoned these lands for agricultural use and prohibited residential construction, a clearly discriminatory policy compared to that applied to Jewish agricultural settlements in the same area, such as Nir Zvi and Kfar Habad, where such construction has been permitted since the 1980’s. The population growth and the government’s ongoing refusal to provide building permits pushed the citizens to find informal housing solutions as well as improvised alternatives to the basic municipal services that are denied them. Dahmash’s struggle for recognition has been taking place for over a decade and has now reached a crucial point. On 16 March the High Court of Justice will hear the village’s petition for recognition.

Success in the High Court of Justice will set a precedent for all aspects of planning policy with regard to the Arab communities in Israel, which are suffering from a deep and worsening neglect. The decision of whether to recognize a particular community or not, is generally made by the government itself. State planning institutions, in rejecting Dahmash’s proposed infrastructure plans over and over, justified the rejection by claiming that creation of a new (Arab) municipality was the prerogative of the government. If the High Court rules that these institutions must be responsive to Dahmash’s needs even without explicit government approval, this may be the beginning of a refreshing change in the attitude of state planning institutions towards Arab citizens and their needs.

On Saturday 14th March, two days before the hearing, the ‘Dahmash Festival for Recognition and sopping House Demolitions’ will be held in the Village at 18:00. Many artists and musicians from across the country will perform and show their solidarity to the struggle.

 

Raccontare mattonelle

 Al-Araqeeb, regione del Nagev (Israele).

Villaggio palestinese beduino “non riconosciuto” dal governo di Israele.

 

Al Arqib - di Ginevra Sammartino

Aziz ci mostra i tubi spezzati che fuoriescono dalla terra. Dove prima entravano nelle loro case ora si affacciano dal terreno come radici che hanno sbagliato strada. Delle case non è rimasto più nulla, se non qualche qualche pezzo di mattonella in mezzo all’erba, dove prima c’erano i pavimenti delle cucine, dei bagni, delle stanze da letto, ora solo frantumi consumati di mattonelle arancioni, di mattonelle a fiori, di mattonelle a scacchi neri e bianchi. Tanti frantumi di mattonelle sparsi qua e là.

Aziz ce le indica come se dovesse darci prova concreta dei suoi racconti, come abituato a dover sempre dimostrare ciò che afferma, o forse, mi dico, perché negli anni ha visto troppe facce incredule di fronte ai suoi racconti, come se credesse che è nostra necessità dover toccare con mano quelle mattonelle e verificare che lì dove lui racconta di aver ricostruito tante e tante volte le loro case dopo essersele viste demolire altrettante volte, verificare che lì su quel suolo ci sono ancora i resti delle condutture dell’acqua, dei cavi dell’elettricità e così via, e se ci sono tubi e cavi, ma sì, le case di cui parla dovevano proprio esistere.

E allora sorge quasi quell’imbarazzo di chi crede a un racconto e non avrebbe bisogno della prova, o forse in fondo non vorrebbe dover toccare quella prova con le proprie mani, guardarla con gli occhi, fotografarla.

Ora però io stessa quelle foto le mostro, e mentre racconto la storia di Aziz, della sua famiglia e delle famiglie di Al Araqeeb ricordo con estrema precisione quelle mattonelle e non riesco a fare a meno di nominarle a mia volta, di mostrare a mia volta le prove.

Niente da fare, sarà forse il pregiudizio per cui il tatto e la vista sono sensi che hanno più presa nel nostro immaginario, o almeno più del solo udito. Eppure mentre il padre di Aziz ci raccontava degli aerei che fino a qualche anno prima passavano sopra le loro terre, sopra le loro teste, riversando pesticidi che hanno avvelenato ulivi, persone e animali, io quegli aerei li ho immaginati nitidamente, come se Aziz ci avesse mostrato anche quelli, come se avessimo toccato le foglie malate degli ulivi avvelenati, di sicuro le ho toccate in sogno, una volta tornata in Italia , mentre la mente da sveglia ma anche nel sonno cercava ostinatamente di riconoscere sensazioni e riorganizzare i pensieri che si erano accumulati in quelle due settimane scarse tra West Bank e Israele.

Aziz ci crediamo, non abbiamo bisogno di vedere per credere alle tue parole, è il Tribunale che te lo richiede, non noi, dì a tuo padre che non c’è bisogno che ci faccia vedere gli atti di proprietà di queste terre. Eppure lui ci tiene a mostrarli e ci passa il cellulare con le immagini dei certificati.

E come per un brutto scherzo della memoria mi tornano in mente quei rifugiati vittime di tortura che accompagnavo dal medico e che mi mostravano le cicatrici prima ancora di entrare nella stanza delle visite, e io provavo a spiegare loro che non dovevano farle vedere a me, ma al medico qualora avesse avuto bisogno di curarle o certificarle, ma che io non avevo bisogno di vederle per credere ai loro racconti, e lo ripetevo ogni volta, finché capii che probabilmente alcuni di loro non me le mostravano solo per confermarmi i vissuti raccontati bensì perché era loro desiderio e basta. Che fosse per condividere il dolore o perché mostrarne le cicatrici fosse un tentativo di liberarsene, o per convincermi di quanta ferocia avessero subito non importava. In fondo qualunque fosse il motivo, il loro e quello di Aziz, andrebbe rispettato, nient’altro.

Quindi forse per esorcizzare quel dolore, per trasformarlo instancabilmente in resistenza o forse ancora per ricordare di continuo anche a se stesso che prima delle tende al cimitero aveva una casa e ci abitava con sua moglie e i suoi cinque figli, quella moglie che ora bolle l’acqua alle 5 del mattino per lavarli uno ad uno e mandarli a scuola puliti.

Al Arqib - di Ginevra Sammartino

Il cimitero di Al Araqeeb ora ospita le tende dei suoi abitanti, le oche, le coperte stese ad asciugare. Cimitero testimone dei morti e dei vivi, testimonedegli aerei, dei pesticidi, delle demolizioni, dei cammelli sequestrati, degli ulivi che rinascono e resistono a loro volta, e testimone dei nuovi alberi beffardi piantati da quell’organizzazione sionista che riceve donazioni da tutto il mondo per conficcare alberi che non danno frutti proprio sulla terra in cui il governo israeliano demolisce le case e taglia gli ulivi degli abitanti di Al Araqeeb.

Il sito della Jewish National Fund recita:

“Pianta un albero nel deserto e vinci un viaggio in Terra Santa. Trasforma il sogno in realtà. Sii parte del miracolo. La regione del Negev sarà la partita dove si giocherà l’abilità creativa dei pionieri di Israele”.

Il dizionario della buona demagogia traduce:

“Aiutali a uccidere un ulivo e sarai il benvenuto in Israele. Trasforma un incubo in un inferno. Sii parte del genocidio. La regione del Negev sarà il terreno di gioco in cui sperimentare il danno e anche la beffa del governo di Israele”.

……Così sarai un uomo di fede.

Al Araqib, dove anche gli ulivi resistono ai bulldozer

Dopo una settimana in West Bank visitando villaggi, ascoltando le storie e le quotidianità delle persone che resistono a violazioni di diritti e soprusi, dopo aver detto o pensato decine di volte al giorno “non è possibile che questo avvenga senza che la comunità internazionale reagisca”, credi di non poterti più stupire di nulla. E invece è proprio conoscendo alcune realtà in Israele che scopri che non c’è limite allo stupore, all’indignazione, alla complessità delle situazioni. Al Araqib è una di queste realtà.

Situato a 8 km da Beersheva, all’inizio del deserto del Negev, Al Araqeeb condivide con altre decine di omologhi lo status di villaggio non riconosciuto. Non riconosciuto dallo stato di Israele, anche se da oltre 100 anni in questa zona abita una comunità beduina. Anche se ai tempi dell’Impero Ottomano prima e del Protettorato inglese poi, queste famiglie hanno ottenuto i certificati di proprietà della terra, dove avevano costruito le proprie case, dove svolgevano attività agricole e allevavano capre e pecore.

Nel 2010 il villaggio è stato completamente distrutto, ma la comunità non desiste e per 81 volte, ad ogni demolizione, è seguita una ricostruzione. A volte case, a volte grandi tende che meglio rispondono al nostro immaginario dei beduini come nomadi. Attualmente le famiglie stanno vivendo a pochi metri dal cimitero, unica parte finora risparmiata alla demolizione, in attesa di venire sgomberati nuovamente e con la richiesta di risarcimento per i costi di demolizione per 2 milioni di shekel (circa 450.000 euro).

In Israele molti villaggi e cittadine a prevalenza araba, discendenti di chi nel ’48 rimase, soffrono lo stesso destino di minacce e demolizioni. La presenza di arabi fa scendere le quotazioni delle case e dei terreni, la corsa alla terra non c’è solo in Cisgiordania ma all’interno dello stesso territorio israeliano. Al Araqib ha però una particolarità che la rende, ai miei occhi, paradigma della complessità e delle contraddizioni.

Il motivo per cui questo villaggio è così preso di mira dalle autorità israeliane è che quel territorio è stato incluso in un progetto di riforestazione del Jewish National Fund, un’organizzazione no profit israeliana che, fra le altre cose, raccoglie fondi in tutto il mondo con campagne di adozioni di alberi per rendere più verde il deserto del Negev. In particolare nell’area di Al Araqib c’è in progetto l’Ambassadors’ Forest, un bosco per rendere onore ai corpi diplomatici di tutto il mondo.

Piantare alberi, combattere la desertificazione, omaggiare gli ambasciatori. Azioni ammirevoli, dal punto di vista dei donatori e più in generale agli occhi di chi non conosce l’altro lato della medaglia.

Sradicare gli ulivi centenari, togliere i mezzi di sussistenza alla popolazione locale, demolire le abitazioni. Questi gli effetti delle azioni apparentemente ammirevoli, mentre lo sguardo di chi è sensibile verso il conflitto israeliano-palestinese è rivolto agli abusi ed alle violazioni oltre la Green Line e i checkpoint.

Violazioni dei diritti umani e pulizia etnica non avvengono solo nei Territori Occupati, ma in Israele stessa, verso i propri stessi cittadini. I beduini di Al Araqeeb sono profughi nel proprio stato, senza nessuna organizzazione internazionale che li tuteli o che alzi la voce insieme a loro contro i soprusi. Condividere la loro esperienza, far conoscere la loro resistenza è quello che ci chiedono.

Prima di lasciare Al Araqib, visitiamo quello che era il villaggio fino al 2010. Nell’area si vedono ancora tracce delle abitazioni, frammenti di mattonelle, pezzi di condutture dell’acqua e dell’elettricità. Al posto delle case ora ci sono dei cumuli di terra, lasciati appositamente perché non possano entrarci mezzi per ricostruire il villaggio. Tra i cumuli di terra troviamo cespugli di ulivo che si fanno strada nel terreno arido, dopo che le piante erano state tagliate nelle numerose demolizioni. L’immagine di radici, rami e foglie più forti dei bulldozer e delle ingiustizie, rimane indelebile negli occhi e nella mente, così come la resistenza delle famiglie di Al Araqib.

Terra, Papaveri e Libertà

L’amore per la Palestina è come quei colpi di fulmine per cui, alla sua vista, la logica e la stessa analisi politica vengono d’improvviso meno anche se, man mano nel tempo, questi elementi riemergono pian piano dal cassetto delle esperienze. Le emozioni e le sensazioni che si provano aprono un mondo. E’ il mondo del legame stretto fra terra e territorio, fra territorio e comunità che lo vivono e che lo vanno determinando nella quotidianità delle relazioni. L’impatto con le comunità che lavorano, si adoperano e resistono in ogni territorio dà la forza di ripensare il conflitto, di vivere anche nelle condizioni in cui è costretto quel popolo da anni.

Tanta curiosità e tante emozioni hanno segnato la delegazione di terraTERRA che, tra dicembre 2014 e gennaio 2015, si è tuffata nel contesto agricolo-contadino palestinese nell’affascinante percorso segnato dal progetto Beyond Walls. Giorni segnati da stupore, sconcerto ed amore per la libertà.

Per il gruppo misto di attivist* del connettivo terraTERRA e dello SCI era la prima esperienza in terra palestinese: questo ha fatto sì che l’impatto fosse assai più forte e quindi ancor più stimolante. Un viaggio in cui abbiamo percorso tante strade tra le limitazioni agli spostamenti imposti dal governo israeliano, e la nostra esperienza che è maturata mano a mano su quelle stesse strade. Gli occhi sono stati colpiti principalmente da tre immagini cucite tra loro e che hanno creato un filo conduttore tra la West Bank e Israele: Terra, Papaveri e Libertà.

Il ruolo ancora centrale della Terra in quelle comunità fa riflettere ed emoziona, specialmente in un pianeta sempre più sfruttato in maniera cieca nell’ottica del profitto e della deturpazione. L’ulivo che in Palestina diventa segno di libertà, di coesione comunitaria e simbolo di resistenza agli abusi israeliani è un’immagine forte, specialmente per noi che veniamo da un paese come l’Italia, in cui sembra che oramai non ci siano più legami tra il prodotto finale e la sua fonte, tra l’olio e l’ulivo.

E’ una distesa infinita di uliveti la West Bank, ogni uliveto una famiglia, una comunità. L’orgoglio di un popolo che resiste all’imperversare del gigante sionista.

Fra le colline, nello scorrere veloce dell’auto con la quale abbiamo attraversato la Linea Verde, si scorgono delle macchie rosse, a volte cento a volte uno: i papaveri interrompono e caratterizzano grandi distese di ulivi agli occhi del viaggiatore. Dopo quest’esperienza, mi viene naturale associare questa immagine con il carisma di alcune attiviste (soprattutto) ed attivisti, come lo impiegano nel loro percorso di lotta. In particolare, il rosso illuminante dei papaveri porta alla mente quelle donne che partecipano alla resistenza e con il loro contributo sono determinanti nel processo di cambiamento del territorio, delle comunità e della terra stessa.

Un muro fisico ed un muro politico dividono il popolo palestinese dalla libertà, ma avanti ad ogni centimetro di quel muro ci sono migliaia di ulivi pronti a presidiare il territorio, a gridare che nonostante tutto essi appartengono ad una comunità che li ha piantati secoli fa e che tutt’ora li accudisce. Le loro radici sono ben salde e abbracciano la Terra a milioni, da essa si nutrono e danno i frutti per alimentare i Palestinesi, in quegli stessi territori dove il sionismo vuole mettere cemento.

Il percorso nella Palestina che abbiamo conosciuto ci ha mostrato come si vive quotidianamente la resistenza e come le donne, quando ne hanno la possibilità, caratterizzano questa lotta, con la loro enorme determinazione e forza tengono unite le comunità e talvolta rompono gli schemi. Come i papaveri spiccano fra gli uliveti, dunque, le donne emergono nella resistenza con la loro capacità di trarre il buono anche dalle situazioni peggiori, di sedare le tensioni nelle comunità e di elaborare il dolore vissuto, ripartendo da capo senza ignorarlo ma trasformandolo invece nella determinazione di voler rimanere legati alla Terra verso la Libertà.

A talk with my jailer

A_talk_with_my_jailerPreface
The narrative line of this short story was inspired by a real encounter which took place between an arrested Palestinianand a soldier.

The day I went to greet M. back home after his release, he told me about a weird encounter he had experienced during his arrest. When I first heard the story, In was baffled. While he was awaiting to be interrogated, a soldier in civilian clothes approached him and asked explanations about the occupation. Once the initial distrust overcome, M. engaged in a political discourse which tackled different aspects of the Israeli occupation. I found it a paradox that such discourse had to happen in a detention structure. Although the soldier presented himself in civil clothes, probably searching for a common ground, M. was under arrest in a military area with his hand cuffed. Therefore the oppressive colonial-militaristic based hierarchy was preserved not allowing a real human exchange. Nevertheless I found the episode of a certain significance as on one side it highlights the ignorance and lies which reign in the military environment, on the other side the will of an individual to search beyond the lies he is told.

My aim in this short story is to touch sensitive issues related to the ongoing Israeli occupation by following a narrative line in which appear also personal thoughts and considerations developed during my five months stay in Palestine. As I was shaping the dialogue I tried to remind myselfwhat my objectives were in order to guide the narration towards that direction.

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