“Share, Experience, Get Inspired”: un seminario per immergersi nella pluralità degli strumenti di educazione non-formale

“Share, Experience, Get Inspired”: un seminario per immergersi nella pluralità degli strumenti di educazione non-formale

Call aperta per il seminario “Share, Experience, Get Inspired – Enjoy the diversity of non-formal learning tools”, in Belgio dal 24 al 28 ottobre 2018.

La Segreteria Internazionale del Service Civil International è lieta di annunciare l’apertura delle candidature per un seminario dedicato allo scambio di metodi, strumenti e pratiche concrete di apprendimento non-formale.

Il seminario

Il seminario è infatti l’attività principale del progetto “Share, Experience, Get Inspired! – Enjoy the diversity of non-formal learning tools”, mirato ad incrementare la capacità di 12 organizzazioni europee di supportare lo sviluppo professionale e il rafforzamento delle competenze dei propri operatori/trici. Questo obiettivo verrà quindi perseguito attraverso la promozione della creatività, della partecipazione, della condivisione, cooperazione, apprendimento reciproco e innovazione sul campo dell’educazione non-formale.

Con questo seminario, si intente portare operatori, formatori, attivisti ed educatori ad incontrarsi, condividere strumenti e imparare reciprocamente.

Per chi?

Il seminario avrà luogo dal 24 al 28 ottobre in Belgio e riunirà 34 partecipanti da Belgio, Bulgaria, Repubblica Ceca, Germania, Ungheria, Italia, Macedonia e Polonia.

Sarà un momento per aumentare la propria fiducia in se stessi/e e rendere il proprio lavoro più efficiente, in particolare grazie allo sviluppo delle competenze professionali sul campo dell’apprendimento non-formale. Inoltre non mancherà l’occasione di creare legami, connessioni e ipotesi di collaborazione per il futuro.

Ai/alle partecipanti viene richiesto di: 

  • essere un operatore/operatrice con un forte interesse nell’educazione non-formale e nelle sue traduzioni pratiche;
  • essere formatore/trice, educatore/trice o facilitatore/trice in contesti sociali diversi (con le persone migranti, richiedenti asilo e rifugiate; giovani con minori opportunità; minoranze; etc.);
  • avere la volontà di partecipare attivamente al seminario e di portarne avanti i risultati, organizzando attività di follow-up al proprio ritorno;
  • essere residente in uno dei 12 paesi paesi sopra menzionati;
  • essere in grado di comunicare in inglese;
  • avere almeno 18 anni;
  • partecipare al seminario per tutta la sua durata.

Quando?

Il seminario durerà 5 giorni. L’arrivo è previsto mercoledì 24 ottobre entro le 15, la partenza è domenica 28 ottobre, dopo le 13.

Dove?

L’evento avrà luogo in Belgio. La location deve essere ancora confermata, ma probabilmente sarà attorno ad Anversa.

Clicca qui per ulteriori informazioni sul metodo che verrà utilizzato durante il seminario, sui facilitatori e le facilitatrici che vi presenzieranno e le condizioni finanziarie. 

Come candidarsi

Ai/alle partecipanti è richiesto di versare la quota di 20 euro di tessera annuale SCI e di compilare l’application form che trovate a questo link, indicando “Servizio Civile Internazionale Italia” come sending organization.

Il termine ultimo per candidarsi è il 28 settembre 2018.

Per ulteriori informazioni, contattare scitrainers@sci.ngo.

Uno SVE in Belgio presso la Segreteria Internazionale SCI

Uno SVE in Belgio presso la Segreteria Internazionale SCI

Il progetto

La Segreteria Internazionale di SCI cerca un/a volontario/a, tra i 18 e i 30 anni, per un progetto di Servizio Volontario Europeo (SVE) ad Anversa dal 17 settembre 2018 per un periodo di 12 mesi.
Il/la volontario/
a assumerà il ruolo di communication officer, affiancando la Communication and Volunteer Coordinator (CVC), con un focus specifico delle attività relative alla celebrazione dei 100 anni di SCI e si occuperà delle seguenti mansioni:

– Creazione di contenuti online e offline per social media, newsletter e pubblicazioni;
– Coordinare e creare la newsletter;
– Lavorare a stretto contatto con il CVC per creare una nuova identità visiva internazionale di SCI, inclusi un nuovo logo, sito web, opuscoli, ecc., insieme a un designer;
– Creare, insieme al CVC, un piano di comunicazione annuale;
– Coordinare alcune delle campagne di comunicazione con le Branche SCI nazionali;
Aggiornare e mantenere il sito web internazionale di SCI;
– Contribuire al piano di diffusione della campagna e delle attività.

Requisiti e candidatura:

Il/la volontario/a per candidarsi deve avere una conoscenza medio alta della lingua inglese e possedere competenze in ambito comunicativo.
Il progetto ha una
durata di 12 mesi e garantisce al/alla volontario/a la coperture delle spese di vitto, alloggio, viaggio e assicurazione. Sarà inoltre garantito un pocket money mensile per spese personali.

Il termine ultimo per candidarsi è il 26 agosto 2018, inviando CV e motivation letter in inglese all’indirizzo evs@sci-italia.it.

Servizio Volontario Europeo in Belgio con SCI International

Servizio Volontario Europeo in Belgio con SCI International
La Segreteria Internazionale SCI, con sede in Belgio, cerca due volontari/ie che siano disponibili per un progetto di Servizio Volontario Europeo della durata di un anno, dal primo ottobre 2016 al 30 settembre 2017.

European Voluntary ServiceSono aperte le seguenti posizioni:

  • PR & Communication
  • Supporto alla campagna “Building Bridges” e Fundraising

Per entrambe le posizioni è previsto per il/la volontario/ia un pocket money mensile di 110 euro (esclusi vitto e alloggio).

Per candidarsi, mandare CV e motivation letter in inglese all’indirizzo e-mail evs@sci-italia.it ENTRO LE ORE 12 DEL 24 MARZO 2016.

Leggi qui la call completa di tutti i dettagli.

Oltre le parole, racconto di un campo in Belgio

Oltre le parole, racconto di un campo in Belgio

Racconto di Cristina Tosone, volontaria nel campo di volontariato che si è svolto nell’agosto 2015 al Centro di accoglienza per richiedenti asilo Fedasil, Belgio.

La sera prima di partire per il mio primo campo di volontariato in Belgio non riesco a dormire. Non faccio altro che rigirarmi nel letto, ho una paura tremenda.

Nell’infosheet che mi hanno mandato a giugno c’è scritto che il campo potrebbe risultare particolarmente faticoso dal punto di vista psicologico, che il cibo potrebbe essere scarso a causa della mancanza di fondi del centro che ci ospiterà e che noi ragazze dobbiamo stare attente ai vestiti troppo scollati visto che ci saranno culture molto diverse dalla nostra.

Ma chi me l’ha fatto fare? Poi un campo di tre settimane, non potevo scegliere una cosa più breve come prima volta?

Nonostante la notte insonne il 3 agosto arrivo a Rixensart, un piccolo paesino a sud di Bruxelles.

Ad attendermi alla stazione c’è Mark, il responsabile dell’animazione del centro di accoglienza per richiedenti asilo Fedasil: è lì che passerò le prossime 3 settimane, durante le quali insieme agli altri volontari dovrò organizzare attività per i residenti del centro, in prevalenza donne e bambini che aspettano che gli venga riconosciuta la protezione internazionale.

Arrivata al Fedasil faccio la conoscenza degli altri volontari: altre due italiane (Giorgia e Gilda), due spagnoli (Teresa e Mané), una svizzera (Noemie) e due belghe (Pascale e Fany).

Nel corso delle tre settimane in realtà si uniranno a noi anche: Irene, un’italiana che è lì per scrivere la tesi ma che poi ci darà un grande aiuto nello svolgimento delle attività, Daisy, un’altra italiana che studia a Bruxelles e che fa volontariato al centro già da un po’ di tempo, e Suzanna, una spagnola che è a Rixensart da un anno con il Servizio Volontario Europeo.

Ci sistemiamo in una stanza con letti a castello in un piccolo edificio accanto a quello più grande che ospita i rifugiati: con loro condivideremo le docce e la mensa (tra l’altro scoprirò nei giorni seguenti che il cibo non sarà per niente scarso come ci avevano detto, e addirittura metterò su qualche chilo).

Per organizzare le attività abbiamo a disposizione un parco enorme, una stanza per il bricolage accanto alla nostra “camera” e uno stanzone nell’edificio più grande dove possiamo anche guardare dvd. C’è inoltre una piccola cucina che possiamo riservare all’occorrenza.

La prima sera Pascale, che è la nostra coordinatrice, ci fa fare dei giochi tra di noi per conoscerci meglio.

Il giorno dopo una responsabile del Servizio Civile Internazionale del Belgio viene a spiegarci le regole del centro e a discutere con noi il tema della interculturalità. Tornerà una volta a settimana per valutare come sta procedendo il campo di volontariato.

La sera organizziamo le attività per la settimana: siamo tutti pieni di idee ed è abbastanza facile, facciamo un calendario e lo appendiamo alla mensa così che tutti lo possano vedere. Lo stesso faremo per le settimane successive.

Siccome i fine settimana sono liberi, ci organizziamo anche per quelli: Louvain-la-Neuve e Bruxelles il primo, ancora Bruxelles e Gand il secondo, Oostende (Fany ci ospita nella sua casa al mare) e Bruges l’ultimo. Ci riusciamo a mettere d’accordo facilmente anche perché ognuno è lasciato libero di restare al centro o di girare da solo.

Il terzo giorno iniziamo le attività con i bambini: in realtà li abbiamo già conosciuti nei giorni precedenti perché i genitori li lasciano girare liberamente da soli per il centro, anche se sono molto piccoli.

Questa cosa ha comportato per me una specie di “shock culturale” ma ci ho messo poco a superarlo: mi hanno spiegato che in alcune culture (soprattutto africane) i bambini sono figli della comunità più che della singola famiglia, senza contare poi che ci sono famiglie che si trovano lì da anni ed è normale che lascino liberi i loro bambini come se fossero “a casa loro”.

Oltre ai più piccoli (che vanno dai pochi mesi ai 12-13 anni) e ai loro genitori ci sono molti adolescenti, spesso non accompagnati, ragazze madri (che però hanno una sezione riservata nel centro e non stanno spesso con noi) e alcuni ragazzi che hanno più o meno la nostra età (20-30 anni).

Con il passare del tempo noi volontari impareremo ad organizzare attività diverse per ogni fascia di età.

La provenienza degli ospiti è abbastanza variegata: Guinea, Togo, Angola, Congo, Afghanistan, Iraq, Siria, Armenia..

In 3 settimane facciamo di tutto: collage, tempere, pasta di sale, origami, giochi d’acqua, gioielli, marionette, giochi di carte.

E yoga, calcio, pallavolo,capoeira, nuoto, jogging al lago di Rixensart con i ragazzi più grandi e danza orientale con le donne.

A volte prenotiamo la cucina: Noemie insegna ai bambini a fare i brownies, io e Giorgia gli facciamo fare la pizza e Pascale gli fa preparare le crepes.

La sera spesso guardiamo un film (adorano Harry Potter ma purtroppo in 3 settimane non riusciremo a farglieli vedere tutti e otto), ma loro preferiscono di gran lunga quando Mané si siede nel parco e inizia a suonare la chitarra. In pochi minuti intorno a lui si crea un cerchio di gente di ogni età che lo guarda incantata.

Ci sono delle sere in cui viene anche Bao, il marito vietnamita di Pascale, che insegna agli ospiti a suonare la darbuka, uno strumento tipico dei paesi orientali: vorremmo che queste serate non finissero mai ma a volte chiamano gli abitanti delle case vicino e ci chiedono di smettere perché si è fatto troppo tardi.

In teoria siamo tenuti a stare con i residenti del centro solo 6 ore al giorno, perciò se facciamo attività sia mattina che pomeriggio potremmo essere liberi la sera.

Il punto è che noi non stiamo con i residenti perché dobbiamo, ma perché vogliamo. Perché non ce lo aspettavamo ma con loro, che abbiano 1 o 50 anni, ci stiamo davvero bene.

E allora la mattina siamo noi che andiamo a svegliare i bambini per farli giocare, a mensa li facciamo sedere vicino a noi, la sera restiamo con loro finché la mamma non gli urla dalla finestra che è tardi e devono andare a dormire.

Quando i piccoli sono andati a dormire e decidiamo di andare a bere qualcosa in paese siamo noi ad invitare i residenti più grandi a fare una passeggiata.

A volte facciamo le serate interculturali, in cui prenotiamo la cucina e ognuno prepara una cosa tipica del suo paese di origine. In teoria sarebbero solo per noi volontari, ma i bambini ci trovano subito e di certo non li mandiamo via: e così ho visto una guineana mangiare la fonduta svizzera, una piccola siriana divorare un piatto vietnamita di verdure e un giovane togolese provare la carbonara per la prima volta.

È vero che ci sono dei momenti in cui non ne possiamo più di spiegare mille volte le regole dello stesso gioco perché non ci stanno a sentire, o di separare due ragazzini che si picchiano, o di correre dietro ai più piccoli che potrebbero farsi male. Allora magari la sera non organizziamo nulla e facciamo una passeggiata tra di noi, oppure dopo pranzo decidiamo di aspettare prima di fare le attività e stiamo un po’ in camera, ma ci riprendiamo subito.

La terza settimana c’è un’emergenza, arrivano circa settanta rifugiati, soprattutto uomini e prevalentemente dal medio oriente. Non sanno dove metterli quindi sono costretti a montare delle tende nel parco, si stabiliscono dei turni per le docce e per la mensa per evitare problemi.

I responsabili del centro ci chiedono se possiamo aiutarli con i vestiti, ricevono molte donazioni ma non hanno nessuno che li sistemi e adesso servono ai nuovi arrivati.

E così ci ritroviamo ad aiutare questi ragazzi un po’ spaesati a trovare un pantalone della loro taglia. Parlano solo arabo mentre noi volontari parliamo solo inglese o francese, eppure mentre stiamo lì tra montagne di vestiti ci capiamo, scherziamo e ridiamo.

Questa è la cosa che mi ha colpito più di tutto in questo campo: la facilità con cui abbiamo creato un legame con i residenti, pure con quelli che non parlano la nostra lingua.

E così quando l’ultimo giorno vado a salutare i ragazzi afghani, un gruppo di adolescenti senza genitori con cui ho sempre comunicato quasi solo a gesti, mi fanno segno che piangeranno perché ce ne andiamo.

Allora piango anche io e penso che mi mancheranno, e mi domando come è possibile che mi mancheranno persone con cui non ho neanche mai avuto una conversazione “a parole”.

Il 23 agosto ritorno alla vita vera, e non è tanto facile: negli occhi ho sempre il sorriso di un bambino angolano davanti alla teglia di pizza su cui gli abbiamo fatto mettere la mozzarella, e nelle orecchie ho ancora il racconto dell’incredibile viaggio di un congolese dall’Africa in Europa.

In più i ragazzi più grandi mi scrivono su facebook: Ci mancate! Quando tornate? Siamo tristi senza di voi.

Giorgia a Settembre si trasferisce a Bruxelles per studiare e dopo qualche settimana torna a Rixensart.

Io non vedevo l’ora e la riempio di messaggi: Come stanno tutti? Hanno iniziato la scuola? Stanno imparando il francese? Mandami qualche foto!

Ieri Gilda mi scrive: potremmo organizzarci per andare a trovare Giorgia un fine settimana.

Ma non perché vogliamo tornare al centro, sia chiaro!!

Vogliamo solo visitare Bruxelles per la terza volta 😉