Il ruolo del mentore è spesso invisibile, ma centrale nei percorsi di volontariato a lungo termine. A partire dall’esperienza di Giulia Cera al training ToM-ToM di Hammamet, in Tunisia, questa testimonianza esplora il significato del mentoring come accompagnamento, relazione e spazio di crescita reciproca.

Proprio come il tamburo da cui ha preso il nome il primo navigatore satellitare di uso comune, anche il ToMToM -acronimo ripetuto di Training of Mentors- si è concretizzato in una guida per naviganti dei progetti di volontariato a lungo termine.
Nella galassia dei naviganti, i mentori sono forse gli attori più inediti e meno conosciuti. ToM-ToM è stata infatti proposta come un’attività di sviluppo professionale KA1 realizzata nell’ambito del programma Erasmus+ per rafforzare la capacità degli operatori giovanili, dei formatori e dei membri attivi delle organizzazioni giovanili di progettare, attuare e sostenere processi di mentoring nel contesto di programmi di volontariato a lungo termine.
Come attivista di SCI Italia, a supporto del Gruppo Roma per le formazioni e di alcuni eventi alla Città dell’Utopia, nonché mentore di una volontaria ESC, ho partecipato al training tenutosi ad Hammamet, Tunisia, dal 18 al 24 aprile per approfondire il ruolo e i valori che guidano la figura del mentore. Volevo acquisire strumenti pratici che mi supportassero nelle attività di mentore e definire in maniera chiara ruoli, responsabilità e limiti di questa figura.

Durante il training, ho potuto chiarire il significato del mentoring, inteso come accompagnamento attivo dei volontari durante l’intero ciclo di volontariato. Attraverso i metodi di educazione non formale usati nel training, ho acquisito nuovi strumenti pratici e tecniche per aiutare i volontari ad articolare i risultati di apprendimento, gestire le aspettative ed elaborare esperienze emotivamente intense.
Ho potuto altresì approfondire le possibili dimensioni etiche del mentoring e alcuni temi sollevati da noi partecipanti tra cui modelli e pratiche per decolonizzare il volontariato e, con esso, il mentoring.
Gli spunti emersi dalla riflessione sulla decolonizzazione sono stati moltissimi e tra questi la più rilevante, a mio avviso, è la dinamica di potere che può riflettersi in ogni relazione, inclusa quella tra volontario e mentore, e che va quindi sempre indagata e mai sottovalutata. È emerso, inoltre, che la prospettiva coloniale si riflette non solo sul piano personale, ma anche organizzativo e istituzionale.
Su tutti però, ho potuto scambiare pratiche e contatti con altre organizzazioni, sia partecipanti al training (SCI Francia, SCI Catalogna, SCI Belgio, SCI Italia, SSD Giordania, EVO Marocco, Al-Shmoh Cultural Centre Palestina e VSF Tunisia, quale organizzazione ospitante), sia organizzazioni locali tunisine che ci hanno accolto per una study visit durante il training.
“Abbiamo dipinto dei murales coloratissimi lungo le vie principali del paese” ci spiega Hamza di Solidarité civique Tunisie, aprendoci le porte di Espace Farah, in un piccolo paese a qualche chilometro da Tunisi.

“Le immagini dei murales si riflettono sulle acque che allagano le strade del paese quando piove molto. È un modo per denunciare la carenza infrastrutturale del sistema fognario in modo pacifico e che coinvolga la cittadinanza. Il presidente Tunisino è venuto in visita grazie a questo” prosegue Hamza, illustrandoci i murales lungo le vie coloratissime dei dintorni.
Espace Farah è diventato un punto di riferimento per i giovani che cercano un luogo in cui studiare, prendere lezioni di danza, registrare un podcast, organizzare uno spettacolo teatrale.
Naturalmente, non sono mancati i momenti di svago e condivisione, che assieme al percorso formativo e alle persone, porto con me nella navigazione di questa nuova avventura di mentore.