
Dieci giorni tra trapianti, raccolta dei semi, cucina condivisa e vita all’aria aperta. Dal 2021 SCI Italia collabora con la cooperativa agricola Semi di Comunità, alle porte di Roma, per organizzare campi di volontariato internazionale. Un’esperienza che porta persone di Paesi diversi a conoscere da vicino un modello di agricoltura collettiva, con tutte le soddisfazioni e le difficoltà che questo comporta.
Ad agosto, il lavoro nei campi entra in una delle sue fasi più intense. Si preparano gli ortaggi invernali, si sistemano le coltivazioni e si raccolgono i semi. È proprio in questo periodo che arrivano i volontari internazionali di SCI Italia, affiancando i soci della cooperativa nelle attività agricole quotidiane.
Ma come è nata questa collaborazione? E cosa succede quando persone con abitudini, lingue e aspettative diverse si incontrano per lavorare e vivere insieme?
Ne abbiamo parlato con Davide Gentile, socio lavoratore di Semi di Comunità, che ci ha raccontato come sono andati i campi organizzati negli anni, cosa hanno portato alla cooperativa e quali aspetti potrebbero essere migliorati.
Una cooperativa agricola dove il cibo si produce insieme
Semi di Comunità si trova nella zona della Giustiniana, all’interno del Parco di Veio, a nord di Roma. È una CSA (Comunità che Supporta l’Agricoltura), un modello in cui soci lavoratori e soci fruitori condividono le responsabilità, i costi e i risultati della produzione agricola.
Le decisioni sulle coltivazioni vengono prese collettivamente e il raccolto viene distribuito tra i soci. L’obiettivo non è vendere ortaggi sul mercato, ma produrre cibo per la comunità, sostenendo un’agricoltura rispettosa dell’ambiente e del lavoro contadino.

La collaborazione con SCI Italia è nata durante la pandemia, quando organizzare campi di volontariato richiedeva spazi e attività all’aperto. Uno dei soci della cooperativa, che aveva già partecipato a esperienze di volontariato internazionale, ha accolto la proposta di Fabrizio, oggi coordinatore di SCI Italia.
La cooperativa ha deciso di provare, scegliendo agosto come periodo più utile per ospitare un gruppo. L’esperienza del primo anno è andata così bene da convincere tutti a ripeterla.
Dieci giorni di lavoro, dai pomodori alla terra cruda
Le giornate dei volontari seguono il ritmo dell’attività agricola. Si trapiantano nuove piantine, si eliminano manualmente le erbe spontanee, si curano i pomodori e si sistemano i campi.
Una parte importante del lavoro riguarda anche la raccolta e la conservazione dei semi: lupini, fagioli, girasoli e altre colture che potranno essere riprodotte nelle stagioni successive.

Ogni campo comprende inoltre almeno una giornata dedicata all’autocostruzione in terra cruda, per conoscere e sperimentare tecniche costruttive che utilizzano materiali naturali.
Per la cooperativa, la presenza dei volontari è un sostegno concreto. In un periodo particolarmente impegnativo, avere un gruppo di persone che lavora regolarmente nei campi permette di portare avanti attività che altrimenti richiederebbero molto più tempo.
Ma il valore dell’esperienza non si misura soltanto nel lavoro svolto.
Ci sono i pranzi condivisi, le conversazioni durante le pause e gli incontri con i soci della cooperativa. Qualcuno porta mozzarella di bufala, qualcun altro un gelato o una pastiera. Si scambiano ricette, si provano parole in lingue diverse e si scoprono abitudini che spesso non si conoscevano.
Sono momenti semplici, che cambiano da un anno all’altro a seconda delle persone presenti.

Quando vivere insieme diventa una sfida
Non tutte le edizioni del campo sono state uguali.
Durante l’intervista emerge anche il racconto delle difficoltà incontrate: gruppi con età molto diverse, barriere linguistiche, aspettative non sempre corrispondenti alla realtà e problemi di comunicazione tra partecipanti e organizzatori.
Il lavoro agricolo in pieno agosto è fisicamente impegnativo. Le temperature possono essere molto alte e la vita quotidiana si svolge principalmente all’aperto, con servizi essenziali, tra cui una toilette a compostaggio.
Anche l’alimentazione è parte dell’esperienza. La cooperativa propone una cucina vegetariana, basata soprattutto su verdure, legumi e cereali, coerente con la propria idea di consumo sobrio e sostenibile.
In una delle edizioni, proprio le differenze nelle abitudini alimentari e le condizioni di vita hanno generato incomprensioni. A complicare la situazione si sono aggiunti un budget limitato, una minore presenza dei soci locali e alcune difficoltà nel coordinamento del gruppo.

A un certo punto è stato necessario fermarsi e parlarne apertamente. Il confronto ha permesso ai partecipanti di esprimere il proprio disagio e alla cooperativa di spiegare meglio le proprie possibilità e i propri limiti. Nei giorni successivi, la situazione è migliorata.
Da questa esperienza sono emerse indicazioni concrete per il futuro: descrivere con maggiore precisione le condizioni del campo, chiarire fin dall’inizio gli aspetti legati al cibo e preparare meglio il coordinamento insieme a SCI Italia.
È anche questo che significa lavorare con persone provenienti da contesti diversi: non dare per scontato che ciò che è normale per noi lo sia anche per gli altri.
Il volontariato come occasione di incontro, non come risultato garantito
Uno degli aspetti più interessanti dell’intervista riguarda il rapporto tra i volontari internazionali e i soci della cooperativa.
Negli anni, questi incontri hanno permesso anche a persone poco abituate a parlare altre lingue di confrontarsi con partecipanti provenienti dall’estero. Un socio lavoratore, per esempio, ha migliorato il proprio inglese proprio grazie alle giornate trascorse insieme ai volontari.
Altre volte, invece, lo scambio è stato più limitato. Non tutti i soci sono presenti durante i campi e non sempre è facile trovare il tempo o la disponibilità per partecipare alle attività comuni.
La presenza di persone provenienti da Paesi diversi, da sola, non garantisce che nascano relazioni significative.
Come emerge dall’intervista, il volontariato internazionale può creare le condizioni per incontrarsi, ma poi dipende dalle persone, dalla disponibilità ad ascoltarsi e dal modo in cui si affrontano le differenze.
È una riflessione importante anche per SCI Italia, che considera i campi non soltanto attività di volontariato, ma occasioni di educazione alla pace e di apprendimento interculturale.

Parlare di pace partendo dal cibo
A Semi di Comunità, la parte educativa del campo è strettamente legata all’attività agricola.
I volontari scoprono come funziona una CSA, perché la cooperativa ha scelto questo modello e quali difficoltà incontra chi cerca di produrre cibo fuori dalle logiche della grande distribuzione.
Si parla di sovranità alimentare, di accesso al cibo, di agricoltura locale e della possibilità per le comunità di decidere come produrre e distribuire ciò che mangiano.
Sono temi che riguardano anche la pace. L’autonomia alimentare, la distribuzione delle risorse e le condizioni di lavoro sono infatti legate alle disuguaglianze economiche e ai rapporti di potere.
L’esperienza non si limita quindi a imparare come si coltiva un ortaggio. È anche un’occasione per interrogarsi su quanto lavoro richieda il cibo che troviamo sulle nostre tavole, su chi lo produce e su quali alternative esistano ai modelli agricoli dominanti.
Lavorare fianco a fianco permette di conoscere queste questioni da una prospettiva diversa da quella di una lezione o di un dibattito.
Una collaborazione che può andare oltre il campo
Dopo diversi anni di collaborazione, Semi di Comunità e SCI Italia condividono una domanda: come dare maggiore continuità al rapporto tra le organizzazioni che ospitano i campi e la rete del volontariato internazionale?
Ospitare un gruppo richiede tempo, persone disponibili, spazi adeguati e risorse economiche. Per le piccole cooperative e associazioni non è sempre facile sostenere queste responsabilità.

Durante l’intervista sono emerse alcune possibilità: coinvolgere maggiormente i soci nelle attività, migliorare la preparazione dei campi, sostenere reciprocamente le iniziative delle due organizzazioni e ragionare su campagne di raccolta fondi dedicate alle spese di accoglienza.
C’è anche il desiderio di conoscersi meglio durante il resto dell’anno, senza limitare la collaborazione ai dieci giorni di presenza dei volontari.
Perché i campi funzionino, non basta trovare persone disponibili a partire. Servono anche realtà locali che abbiano le condizioni per accoglierle, e una rete capace di accompagnarle nel tempo.
La storia di Semi di Comunità ci ricorda proprio questo: dietro ogni campo di volontariato ci sono persone che lavorano, organizzano, mettono a disposizione spazi e cercano soluzioni anche quando le risorse sono poche.

Dal campo alla comunità
La collaborazione con Semi di Comunità è uno degli esempi di come il volontariato internazionale possa incontrare progetti già attivi sul territorio, sostenendone le attività e aprendo nuove occasioni di confronto.
Fai parte di un’associazione, una cooperativa o una realtà locale interessata a ospitare volontari internazionali? Scopri come organizzare un campo di volontariato con SCI Italia.
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