
Nel 1986 ho partecipato al mio primo campo di volontariato dello SCI. Mi piacciono gli anniversari, le cifre tonde. Nel 2020 – tempi duri, tempi Covid…- per i 100 anni dal primo campo di lavoro internazionale ideato da Pierre Cérésole e altri “civilisti” illuminati, sono andato da solo in pellegrinaggio ciclista a Esnes in Francia, vicino a Verdun, luogo di un cataclisma umano – ormai dimenticato – nello sfacelo della Prima Guerra Mondiale, quella che, più della Seconda, segna il punto di non ritorno per la globalizzazione dei conflitti.
Consiglio sempre a tutti i pacifisti di fare un viaggio a Verdun: molti chilometri quadrati di territorio sono tutt’oggi contaminati dalla quantità di bombe da cannone che francesi e tedeschi si scambiarono per litigarsi un confine nel 1917. Centinaia di migliaia di lapidi sono raccolte in molte decine di cimiteri di guerra: in quelli tedeschi si trovano, fianco a fianco, croci cristiane e stelle di David. Meno di vent’anni dopo quelle inutili morti, non sarà più possibile, per ebrei e cristiani tedeschi, avere la sepoltura vicina. La storia offre molte amare ironie. A Esnes invece Pierre Cérésole piantò quel seme di pace che ancora oggi germoglia: mise insieme a ricostruire case e stalle volontari tedeschi e francesi, cittadini di patrie all’epoca insanabilmente nemiche.

In questo 2026 quindi ho festeggiato 40 tessere di SCI Italia. Mai passione fu più longeva, per me! Per l’occasione sono tornato quindi nella “mia” Esnes, cioè Fleurus, un paesino anonimo dalle parti di Charleroi in Belgio, soffocato oggi dal rumore di un’autostrada e di un aeroporto low cost, sempre più ingombranti. Ma Fleurus è per me soprattutto Martinrou, grande fattoria tradizionale nordeuropea a cortile centrale. Qui è nato, e vi ho ritrovato, Bernard Tirtiaux, proprio dove l’ho lasciato quaranta anni fa: sotto le scale di pietra con l’arco che fece costruire, a noi volontari internazionali, per poter accedere alla grande sala di teatro che stava per ospitare “Une bol d’air”, festival settembrino di spettacoli di teatro, musica, circo e giochi all’aria aperta.

Il cortile, la sala grande, la sala piccola, i laboratori, il ristorante, il bar… per una settimana Martinrou si riempì di gente di ogni età, giorno e sera. Noi volontari fummo presi un po’ per tutto, da baristi a inservienti, da addetti alle pulizie a facchini per le compagnie. Ebbi anche il mio battesimo teatrale: una compagnia di trasformisti aveva bisogno qualcuno che lanciasse via via in scena i costumi agli attori. Feci anche qualche sbaglio dietro le quinte, il mio francese all’epoca era rudimentale, ma il pubblico lo prese per una gag comica in più. La settimana prima era stata invece di fatica pura: sacchi di cemento, pietroni, carpenteria… C’erano volontari dal Québéc (dal francese incomprensibile), dalla Germania, dal Belgio, dalla Spagna, dagli Usa. Bernard dirigeva i lavori, da padrone di casa, capo mastro e artefice di un centro culturale importante. Del resto, è un artista di tipo medievale, i quelli che sanno fare bene tutto: nato 75 anni fa, dal padre impara l’arte del vetro, diventa maestro di vetrate artistiche. Ma è anche poeta, musicista e cantante – una voce possente – nonché attore e autore teatrale, e poi geometra, ingegnere, giardiniere. Qualche anno dopo il campo del 1986 diventa anche romanziere, di storie epiche che attraversano il tempo, dal medioevo al futuro.

Per un romanzo, per il nome della protagonista, sceglie, con mia grande sorpresa, quello di mia figlia: Stella Pace. Infatti, anche se a volte a distanza di decenni, siamo rimasti in contatto, magari con una cartolina. Da veramente molti anni non tornavo a Fleurus, forse una trentina. Bernard è sempre lì, con il suo vocione e la sua ultima compagna, elegante arpista e cantante tedesca. Il tempo però gli ha portato via l’anima di Martinrou. Mano a mano, ha dovuto lasciare ad altri la proprietà e la gestione delle attività, ancora floride, di corsi, spettacoli, ristorazione. È stato messo in un angolo. Ha mantenuto la casa e il suo fantastico laboratorio del vetro, dove realizza anche grandi istallazioni per eventi e manifestazioni per la difesa del clima e dell’acqua pubblica, fronti su cui è molto impegnato. I suoi tre figli sono tutti artisti, chi nella pittura e chi nella musica, girano il mondo. Gli ho portato delle fotografie di quel campo del 1986, esperienza che poi ha ripetuto una sola volta l’anno dopo con un’associazione locale.

È stato bello vederlo sbalordirsi per dei ricordi che aveva perso, ricercare nella memoria nomi e storie. Non aveva dimenticato però che quel campo aveva permesso a Martinrou un passo avanti fondamentale per i suoi anni d’oro. Io gli ho raccontato che dal quel 1986 di campi ne ho vissuti decine, l’ultimo quattro anni fa. Pioveva a Fleurus, quando ci siamo salutati con un abbraccio.
I campi internazionali di volontariato sono sempre occasioni eccezionali, che tu ne viva uno o tanti. Rimane sempre, anche a distanza di 106 anni da Esnes, l’importanza di uno strumento di pace vero e concreto da vivere e condividere.
– Luglio 2026, Paolo Maddonni