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“Un primo approccio allo SCI attraverso la formazione” di Arianna Brasca

Mi è stato chiesto di parlare della mia esperienza di formazione fatta a giugno 2020 per entrare a far parte della famiglia SCI; ebbene, eccomi qua.

Era, e forse lo è ancora, il momento della ‘cura’. Così almeno dicevano i giornali. Studio giornalismo, eppure mai mi era capitato di notare quanto la stampa si fosse soffermata tanto su questa parola, che non è mica solo una parola poi, bensì un ricettacolo di valori. Nella storia della mia infanzia/adolescenza il bisogno di cura ha voluto attrarre prepotentemente a sé attenzione, come una necessità terapeutica per riparare il mio ‘esserci’ nel mondo.

Ma quando ho deciso di affacciarmi al mondo SCI questa prepotenza non c’era più. La violenza si era trasformata in un bisogno nuovo, che chiedeva attenzione. L’anno della pandemia, le nuove modalità di fruire un processo di formazione a distanza erano evidentemente parte del progetto per il realizzarsi di questa attenzione. Non voglio insistere sulla manchevolezza di questo nuovo sistema educativo rispetto a quello di cui godevamo tempo fa; credo sia più produttivo focalizzarsi sulle opportunità che gli incontri con le nuove tecnologie possono offrire, per cercare di non mortificare ulteriormente le nostre vite sospese e invece scommettere sulle possibilità di adattamento cognitivo a questo modo di intessere relazioni. Così si sono svolti i 6 incontri con i formatori, così ho conosciuto un nido di valori che evidentemente avevo trovato perché lo stavo cercando. Parola d’ordine, cura.

Dire che noi diventiamo quello di cui abbiamo cura e che i modi della cura danno forma al nostro essere significa che se abbiamo cura di certe relazioni il nostro essere sarà costruito dalle cose che prenderanno forma in queste relazioni, in ciò che fa bene e in ciò che è sbagliato. Se abbiamo cura di certe idee, la nostra struttura di pensiero sarà modellata da questo lavoro. Se ci prendiamo cura di certe cose, sarà l’esperienza di quelle cose e del modo di stare in relazione a esse a strutturare la nostra esistenza. Se ci prendiamo cura di certe persone quello che accade nello scambio relazionale con l’altro diverrà parte di noi. Della cura si può pertanto parlare nei termini di una fabbrica dell’essere.

Di cura si fa fatica a parlare, perché ai più sembra un’etica debole, fuori luogo in un mondo che segue altre logiche. La cura sembrerebbe una pratica anomala nel nostro tempo per quell’individualismo che fortemente lo caratterizza. È per questo che agire con cura è un’azione che richiede coraggio. In certi casi addirittura l’azione di cura assume una valenza politica, perché si esprime come denuncia delle situazioni che provocano inutili sofferenze o ingiustizie.

Questo ho scoperto essere SCI; questo ho scoperto essere il mio modo di stare al mondo.

 

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