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El Salvador: testimonianza di un progetto di volontariato a lungo termine

Di seguito, la testimoninanza densa e appasionante di Sebastiano Santoro, un nostro volontario partito per un progetto a lungo termine di cinque mesi presso El Salvador. Buona lettura!

ltv el salvador

Quando comincia il viaggio

Prima di partire per il mio LTV (Long Term Volunteering) avevo un vortice confuso di idee e di motivazioni che mi affollava la testa, ma a chi mi chiedeva la solita domanda “cosa ti spinge a partire?” rispondevo sempre caustico e monocorde, come quelle voci registrare degli operatori telefonici, le stesse due cose: che la cooperazione internazionale era stata l’argomento della mia tesi di laurea e mi sarebbe piaciuto approfondire maggiormente la conoscenza del settore con un’esperienza sul campo.
La data di partenza si avvicinava e da quel vortice confuso iniziavo a intravedere qualche immagine più nitida, qualche forma ben distinta che andasse al di là della solita cantilena; i due giorni di preparazione a Roma con il Servizio Civile Internazionale mi hanno aiutato a sbrogliare questa matassa ingarbugliata. Conoscere altri ragazzi provenienti da tutta Italia che come me erano in procinto di partire, confrontarmi con le loro paure e aspettative e ascoltare i racconti di quelli che invece erano appena tornati da un workcamps, hanno fatto luce su quello che avevo dentro.

Partire per fare volontariato, al di là di tutte le ragioni pratiche, è una scelta molto intima. Nasce dall’insofferenza per qualcosa, dal desiderio di fuga verso un altro angolo del mondo, dalla ricerca di un altrove dove tutto sembra avere un po’ più di senso.
Tutti scappavamo da qualcosa. C’era chi aveva preso gusto a viaggiare e a perdersi per i continenti e adesso voleva provare un’esperienza nuova e mettersi al servizio degli altri; chi un po’ avanti con l’età, con un lavoro in banca e famiglia a casa, aveva deciso di mollare la presa delle responsabilità quotidiane e partire; chi era ancora troppo giovane e insicuro; chi scappava semplicemente da un amore finito, peggio se finito male, o chi scappava dall’immobilismo di un piccolo paesino di provincia. Tutti mossi da un’esigenza di cambiamento, di vita e di movimento.
Quanto a me, ho capito che attorno a questa scelta orbitavano anche motivazioni quasi impensabili e apparentemente sconnesse. Due su tutte.
Da un lato, le parole di un vecchio professore delle scuole medie. Per capire il tipo, era uno di quei professori che quando si arrabbiava erano guai, però allo stesso tempo era uno di quelli che quando ti vedeva in difficoltà in sede di esame per alleggerire la pressione ti domandava la nazionalità di Maradona. Ai suoi occhi ero l’alunno intoccabile: quello diligente che non sbaglia mai, anche quando è palesemente nel torto. Un giorno mi confidò che il suo progetto, una volta in pensione, era racimolare un po’ di soldi, prendere una nave e partire verso l’America centrale: Guatemala, Honduras, El Salvador, non faceva differenza per lui, e una volta arrivato lì comprare una piccola casa sul mare, mettersi a pescare e godersi la pensione al caldo dei tropici. Raccontò aneddoti divertenti sulle persone del posto conosciute durante vecchi viaggi, su quanto fossero “buone, autentiche e solidali l’uno con l’altro”, incastrandoli come in un puzzle e tracciando un profilo magico e affascinante di questa lingua di terra e delle persone che vi abitano. Rimasi stregato per buona parte dell’adolescenza dalle sue parole e dai suoi racconti.

LTV el salvadorBougainvillae

Dall’altro lato, l’immagine di una pianta: la bougainvillae. Quando ero bambino cresceva alta e rigogliosa nella casa a mare in cui passavo tutte le estati con la mia famiglia. Stupenda con i suoi petali viola acceso, che quando cadevano formavano un tappeto morbido che mia madre, attenta all’ordine e alla pulizia, spazzava via, ma che a me piaceva camminarci sopra. Un giorno, anni e anni fa, la tagliarono per fa spazio ad un ficus e ora ne è rimasto solo il ricordo. Bene, crescendo ho scoperto che questa specie è originaria dell’America latina; da lì è stata presa e trapiantata successivamente qui da noi per mano di un botanico francese che l’ha studiata. Andare in America latina, poter rivedere quei colori accesi, annusarne il profumo e camminare sui petali caduti al suolo erano desideri nascosti che avevo da tempo. Come se avessi l’illusione che questo gesto potesse annullare la distanza temporale tra il bambino che ero e l’uomo che adesso sono.
Insomma le mie motivazioni erano varie, alcune molto intime, e avevo anche vergogna a confessarle ai miei colleghi, ma sta di fatto che dopo il corso di formazioni con il SCI avevo le idee un po’ più chiare ed ero ancora più convinto di partire e di intraprendere questa nuova esperienza.
Dove? In America latina; andava bene qualsiasi paese ma possibilmente in Centro America. Analizzando le proposte del SCI alla fine ho scelto un progetto in El Salvador, con più precisione: a San Francisco Gotera, il capoluogo del dipartimento di Morazán, uno dei più poveri del paese e teatro di scontri tra la guerriglia e l’esercito regolare nella recente guerra civile degli anni ottanta.
Prima di partire, El Salvador per me era un nome confuso, non sapevo nemmeno come pronunciarlo: l’accento andava messo sulla penultima o sull’ultima sillaba? Un nome che associavo essenzialmente a tre cose: il paese con il più alto tasso di omicidi giornalieri al mondo, affetto dal morbo delle pandillas criminali; uno dei paesi di origine della bougainvillae (che in realtà lì chiamano veranera in onore alla stagione dell’anno in cui fiorisce) e un paese dove la gente è “buona solidale e autentica”. Solo questo conoscevo, nulla più: sicuramente molto poco e abbastanza contraddittorio, e soprattutto vi lascio immaginare i commenti a casa sul primo punto. Ma il desiderio di partire era forte ed ero mosso da un ostinata volontà di approfondire la faccenda – El Salvador è solo violenza e criminalità? – e giudicare le cose con i miei occhi, non affidandomi solo alle statistiche che circolavano sui giornali e su internet. Ora che a malincuore sono ritornato in Italia, dopo cinque mesi di volontariato, mi sento più “pesante” e non è solo la bilancia a dirmelo.
Ho capito quanto può essere nascosta, profonda e ricca di piacevoli sorprese la realtà di un paese così piccolo (El Salvador ha la superficie complessiva poco più piccola dell’Emilia Romagna) ma allo stesso tempo così complesso e dalle mille anime, la cui sola superficie negativa arriva all’attenzione estera. Un paese che ho iniziato a conoscere, apprezzandone le contraddizioni perché “todo es posible en un país como éste que entre otras cosas, tiene el nombre más risible del mundo: cualquiera diría que se trata de un hospital o de un remolcador” (come dice Roque Dalton, il più famoso poeta salvadoregno), ricco di storia, di cultura e di umanità, che mi ha letteralmente adottato.
Ho toccato con mano alcuni obiettivi imprescindibili dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, trovando il modo, dopo fiumi di parole studiate all’università, di uscire dai libri e dare un volto concreto e una storia personale ad alcune sue problematiche.

ltv el salvadorGli obiettivi, i gesti, le persone

Se penso ad esempio al primo obiettivo, “Porre fine alla povertà nel mondo”, non posso non ricordare il grigiore che ammantava le mura delle case nei barrio poveri di Guatajiagua, Cacaopera o Gotera. Ho dormito a casa di persone buone come il pane (o per El Salvador andrebbe meglio il paragone con la tortilla), autentiche e pure come l’acqua, costrette a vivere in catapecchie con fragili tetti di tegole o di lamine di ferro. Senza adeguate condizioni igieniche, senza i servizi sanitari e idrici essenziali e con famiglie numerosissime stipate in pochi metri quadrati. Questa mancanza materiale però stride con la loro immensa ospitalità, una virtù antica che alberga dove c’è umiltà e curiosità di conoscere lo straniero. Un’ospitalità, fatta di piccole cose, che mi ha fatto dimenticare di essere lontano da casa migliaia di chilometri: di cibo condiviso e di sforzi comuni per estrarre il barro negro (tipica produzione artigianale di ceramica del piccolo paesino di Guatajiagua) o per raccogliere l’acqua dal pozzo; o fatta di sorrisi semplici quando ti svegli al mattino e di abbracci fraterni e preziosi regali quando bisogna accomiatarsi. Piccoli gesti che però ti allargano pian piano le pareti del cuore. Ho sempre pensato che la casa non è solo un agglomerato di cemento, acqua e mattoni ma qualcosa di più: un modo di essere, una sensazione di sicurezza, una forma di amore. Ora ne ho la certezza.

L’obiettivo numero quattro, “Istruzione di qualità”, ha il volto di ciascun componente del team di “Consciente”, la ONG in cui sono stato questi cinque mesi, e dell’infinità di ragazzi che le orbitano intorno. L’Istruzione è uno strumento importante per permettere lo sviluppo di un paese e Consciente ha un sogno impegnativo: quello di plasmare un’educazione più attiva, critica e creativa in un departamento, quello di Morazán, dove non solo il livello qualitativo è basso, ma giovani ragazzi sono costretti a mollare gli studi per ragioni economiche anche prima di terminare la primary school o la high school. Per far ciò ha ideato, insieme con un team svizzero, una serie di progetti che vanno dalla concessione di borse di studio all’insegnamento innovativo della matematica a ragazzi di scuola elementare. L’universo di giovani che beneficiano di questi progetti è numerosissimo, ciascuno con una difficile storia personale sulle spalle ma con il sogno di terminare gli studi per disegnare un futuro migliore per sé, per la propria famiglia e per il Paese, perché, come mi ripetevano alcuni del team Consciente, “l’educazione non cambia il mondo, ma cambia le persone che andranno a cambiare il mondo”.
Ma l’obiettivo numero quattro avrà anche il volto dei ragazzi e delle ragazze che hanno partecipato al piccolo corso di lingua italiana che ho sviluppato personalmente nella sede della ONG. Il corso si è trasformato, non solo in uno spazio di apprendimento, ma anche di circolazione di idee e di condivisione di pensieri a largo raggio, nel quale abbiamo studiato alcune regole elementari della lingua; abbiamo cantato a squarciagola (con disapprovazione dei vicini di casa) canzoni in lingua italiana; ci siamo emozionati vedendo il film “La vita è bella” (e mi si è gelato il sangue quando mi hanno domandato se davvero in Italia in quegli anni la retorica politica parlava di uomini in termini di razze, come lì si usa fare con gli animali); e abbiamo cucinato la ricetta romana della Carbonara e preparato il caffè ristretto come è tradizione a Napoli.

 

Infine l’obiettivo numero 5, quello concernente la “Parità di genere”, è il sogno irrealizzato di tante donne che hanno subito violenza fisica, psicologica, che sono state violate o solamente molestate verbalmente, o a cui le è stato negato il diritto a studiare. Donne che lottano quotidianamente contro un sistema che le tarpa le ali fin da piccole, e con le quali ho condiviso la marcia del 25 novembre, giornata mondiale per l’eliminazione della violenza sulle donne, per rivendicare diritti e parità di trattamento. Un posto speciale nei miei ricordi ce l’ha il viso contratto in una smorfia di dolore e liberazione, e i due occhi scuri, arrossati e gonfi di lacrime, di Imelda Cortez appena uscita dall’aula di tribunale in cui è stata finalmente prosciolta dalle accuse di tentato omicidio. La storia di Imelda, ragazza di 21 anni, è diventata il simbolo della lotta femminista salvadoregna. Abusata sessualmente dal suo patrigno per dieci lunghi anni, rimane incinta diciassettenne e decide di portare avanti la gravidanza e nel frattempo continua a studiare e a lavorare. Poi i dolori improvvisi quando era all’ottavo mese, il parto spontaneo sul pavimento sporco della baracca in cui vive, il cordone ombelicale che si spezza, la perdita di sangue e la corsa forsennata all’ospedale dove la giovane si salva per miracolo e i medici chiamano la polizia con il terrore di essere coinvolti nel reato di aborto, che in El Salvador è illegale ed equivale all’omicidio. Inizia la vicenda giudiziaria. Imelda subisce minacce dal patrigno mentre è ricoverata in ospedale ed è costretta a scontare 18 mesi di carcere preventivo in uno dei peggiori penitenziari del paese. Però l’incubo ha un lieto fine: viene assolta a metà dicembre sulla scia delle proteste delle ONG locali (tra cui Consciente) e della commissione dei diritti umani dell’Onu. Il suo volto contratto, visto nelle riprese delle televisioni locali, ma anche negli articoli dei giornali internazionali, e la sua storia sono stati la più grande lezione di femminismo che io ho ricevuto sino ad allora.

ltv el salvadorSentire

Tutto sommato, la bellezza del volontariato sono proprio i ricordi che porti con te: ogni giorno ha una densità maggiore e ti ritrovi sull’aereo del ritorno con un peso extra di eventi ed esperienze vissute che difficilmente riesci a gestire. Hai l’emozione facile e l’anima particolarmente febbrile e porosa, di modo che ogni minima vibrazione emotiva diventa uno strepito improvviso che romba in tutto il corpo e arriva sino alle ossa.
E non importa non saper maneggiare nel migliore dei modi la lingua locale; non importa se con chiunque parlavo della mia cultura, del modo con il quale in breve misuro il mondo e la realtà che mi circonda, la maggioranza conosceva solamente la pizza, la mafia e la Juventus.
Perché c’è dell’altro ed in questi cinque mesi l’ho imparato. C’è qualcosa che ci accomuna che non si può spiegare, ma si può solo “sentire”.
Ho canticchiato insieme ad amici per giorni il ritornello di una canzone che fa “yo no soy de aquí pero tú tampoco, de ningún lado del todo de todos lados un poco”; ho creato legami fraterni con un’infinità di persone diverse; condiviso idee e pensieri sul mondo; discusso di politica mentre sorseggiavamo vino cileno; raccontato la storia di Romolo e Remo ad un curioso fruttivendolo; ho conosciuto un ex agente della CIA che mi ha parlato delle atrocità commesse durante la guerra dai militari; ho ascoltato confidenze intime, tanto intime da provocare lacrime sincere; ho letto per la prima volta versetti della Bibbia con una simpatica famiglia di evangelici.
Ho ascoltato la melodia asmatica di una chitarra a cui mancava una corda, seduti in cerchio, in religioso silenzio e sotto un cielo punteggiato da un tappeto di stelle; ho preso lezioni da un saggio kakawira, piccolo popolo indigeno del nord di Morazán; condiviso la tavola e il buon cibo; dormito nello stesso letto o nella stessa amaca; ho visto albe mozzafiato e struggenti tramonti; ho letto il dolore presente sottotraccia tra le rughe del viso degli abitanti di El Mozote mentre commemoravano ventisette anni dal massacro avvenuto durante la guerra civile che cancellò l’intera popolazione del piccolo pueblo e il cui ammontare delle vittime, la maggior parte bambini, è tuttora indefinito; ho trascorso la mezzanotte del 31 dicembre in moto, zigzagando tra i mortaretti che la gente gettava in strada per festeggiare il nuovo anno e ammirando le case del centro di Gotera illuminate dai colori dei fuochi d’artificio.
ltv el salvadorHo fatto un viaggio in auto di 18 ore per ricevere un pacco dall’Italia (che poi, per motivi burocratici, non ho mai ricevuto) che però mi ha permesso di scoprire un amico; ho festeggiato il mio compleanno sulla spiaggia de Los Cobanos, facendo castelli di sabbia e ascoltando di notte il mare che s’increspa sotto l’effetto della marea; ho visitato una grotta con scritture rupestri che hanno più di 10 mila anni chiamata “la Cappella Sistina del popolo kakawira”… Ho fatto questo e tante altre cose ancora, potrei riempirci un libro intero.
Ripartendo sarei potuto essere triste e in alcuni giorni lo sono stato. Ma su tutto vince la gioia per aver avuto la fortuna di poter vivere queste esperienze, che si sono insediate dentro di me, sovrapponendosi ad ogni istante, non sono semplici indumenti di cui mi posso spogliare a piacimento, ma sono incise sottopelle con inchiostro indelebile come un tatuaggio.

Per concludere, tre cose.
Il prof non riuscì a far andare in porto il suo sogno: la morte lo ha sorpreso un anno dopo la sospirata pensione, però ho costatato con i miei occhi che aveva profondamente ragione sui salvadoregni.
E no, annusare di nuovo la bougainvillae e poterla osservare mentre cresce selvatica mi ha dato un po’ di sollievo ma non ha annullato nessuna distanza: gli anni in più me li sento tutti quanti addosso. Era solo una dolce illusione.
E infine, la risposta alla domanda “El Salvador è solo violenza e criminalità?” ve la potete immaginare.