Corpi Europei di Solidarietà: l’appello del mondo del volontariato

Corpi Europei di Solidarietà: l’appello del mondo del volontariato


Il Servizio Civile Internazionale aderisce all’appello lanciato da numerose associazioni afferenti al mondo del volontariato internazionale, al fine di richiedere alla Commissione Europea trasparenza e una reale volontà di cambiamento nell’attivazione dei Corpi Europei di Solidarietà.

Da sempre intendiamo il volontariato internazionale e, dato l’argomento in discussione, “internazionalista” come strumento di trasformazione sociale, senza la presunzione che sia l’unico. Accogliamo favorevolmente l’attivazione dei Corpi Europei di Solidarietà, tuttavia riteniamo che debbano essere posti in essere aggiustamenti necessari al fine di valorizzare questo esperimento in termini economici e contenutistici, affinché non diventi una copia sbiadita di altri programmi già esistenti (es. Servizio Volontario Europeo) e non sia proposto come l’ennesimo programma di mobilità che sopperisca alla crisi occupazionale giovanile, divenendo quindi un ulteriore strumento di azione in relazione a situazioni di malessere sociale, conflitti e disuguaglianze esistenti nello spazio europeo.


Di seguito l’appello:

Siamo associazioni che lavorano da decenni per la pace, lo scambio interculturale e la costruzione di un’Europa solidale e unita. Ogni anno coinvolgiamo decine di migliaia di giovani in diverse attività di volontariato e di educazione non-formale, e grazie ai programmi europei possiamo collaborare con network e partner per permettere esperienze solidali in altri Paesi. È per questo che guardiamo con interesse e preoccupazione al lancio del nuovo programma dei Corpi Europei di Solidarietà, annunciati dal Presidente Juncker il 14 settembre 2016, durante il suo discorso sullo Stato dell’Unione, con queste parole:

“Ci sono molti giovani in Europa che si interessano al sociale e che sono disposti a dare un loro contributo significativo alla società, attraverso la solidarietà. Possiamo creare le opportunità perché possano farlo. […] Sono convinto che sia necessaria ancora più solidarietà. Ma so anche che la solidarietà è un gesto spontaneo che viene dal cuore e non si può forzare. […] Entrando volontariamente a far parte del corpo europeo di solidarietà questi giovani potranno sviluppare le proprie competenze e fare un’esperienza non solo lavorativa ma anche umana senza pari.” [leggi tutta la dichiarazione]

Per evitare che i Corpi europei di solidarietà svuotino programmi giovanili e del volontariato avviati, le principali reti europee dei due settori, sostenute da vari Parlamentari europei, hanno riassunto le proprie proposte per l’attuazione dei Corpi, nel documento Recommendations of the Youth and Volunteering sectors on the European Solidarity Corps.

Rilanciamo questo documento. Perché i Corpi abbiano successo, chiediamo a tutte e tutti i rappresentanti politici, da Roma a Strasburgo, di farsi portavoce con la Commissione europea e il Governo italiano affinché:

 

  • Le reti europee giovanili e del volontariato siano coinvolte direttamente nella gestione dei Corpi europei di solidarietà: sarebbe illusorio pensare che, continuando con l’approccio motu proprio, sia possibile realizzare le aspettative enunciate e mobilitare il numero dichiarato di giovani europei. I campi di volontariato già coinvolgono ogni anno più di 30.000 volontari, crediamo sia fondamentale includerli, sostenerli e valorizzarli attraverso questo nuovo programma.

 

  • La compresenza del Volunteering Strand e del Professional Strand, ovvero la promozione di opportunità di volontariato e di opportunità di lavoro, crea confusione rispetto alle finalità dei Corpi Europei di Solidarietà e, nello stesso tempo, rischia di sminuire il valore intrinseco del Volontariato quale dono di professionalità e competenza al servizio dei bisogni di una comunità e nell’interesse del Bene Comune. Dal nostro punto di vista la creazione di opportunità di lavoro, anche se in ambito sociale deve essere separata dalla costruzione dei Corpi Europei di Solidarietà.

 

  • Le priorità delle attività dei Corpi siano chiare: i Corpi europei di solidarietà possono contribuire al rilancio della UE, mobilitandone le migliori energie e con effetti moltiplicatori. Perché questo possa avvenire va fatta chiarezza sulle priorità operative, che dovrebbero comprendere: iniziative per la piena attuazione in tutti gli Stati Membri della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea; la sinergia con il Servizio Volontario Europeo; il coinvolgimento dei partecipanti nelle proprie realtà locali, e non solo in progetti transnazionali; il far leva sulle esperienze esistenti di volontariato, rafforzando, con il sostegno delle istituzioni UE, il volontariato come agente di cambiamento per comunità locali più inclusive e solidali.

 

  • I progetti di solidarietà devono essere ispirati dai bisogni concreti di una comunità. La conoscenza del territorio e il legame con la comunità è una prerogativa primaria delle organizzazioni della società civile, il cui ruolo dovrebbe essere valorizzato nell’iniziativa.

 

  • Mettiamo al centro la qualità dei progetti di volontariato: è fondamentale che i progetti riflettano i valori fondativi del volontariato, la pace, l’inclusione sociale, la libertà di movimento, la giustizia sociale e ambientale, la parità di genere, che siano un’esperienza di educazione non formale e che abbiamo un forte impatto sulle comunità locali. Per questo è importante restringere il campo alle associazioni no-profit, di cui sia riconosciuta la qualità e la sostenibilità.

 

  • I meccanismi gestionali siano semplici e in grado di far sentire velocemente gli effetti degli interventi ai destinatari: senza insensate – perché giustificabili solo con il mantenimento di funzionariato comunitario – procedure burocratiche, incomprensibili richieste di documentazione amministrativa, attese di mesi per le decisioni o ritardi nei pagamenti: tutti elementi che sarebbero controproducenti non solo per i Corpi, ma per la credibilità stessa della UE.

 

  • I Corpi europei di solidarietà coinvolgano anche gli adulti e gli anziani: per progetti di solidarietà intergenerazionale; per valorizzare l’esperienza, le conoscenze e le competenze – al momento sprecate – delle e dei cittadini senior; per sostenere sperimentazioni produttive e innovative.

 

  • Nuove risorse finanziarie siano identificate per le attività dei Corpi: non è chiaro con quali risorse si intenda finanziare il programma e desta preoccupazione che la fase sperimentale sia finanziata attingendo risorse da altri programmi esistenti. Nessun gioco delle tre carte, per favore: i giovani europei sono già pesantemente penalizzati nella suddivisione delle risorse comunitarie e meritano, anche per far fronte alla persistente altissima disoccupazione giovanile, che le risorse finanziarie per i Corpi siano aggiuntive e non sostitutive.

 

  • Necessità di riconoscere l’esperienza di volontariato e le competenze maturate in sé, quale espressione di cittadinanza, nonché nell’ottica occupazionale.

 

Legambiente, Lunaria, Servizio Civile Internazionale, IBO, Informagiovani, YAP, FOCSIV, Arci Servizio Civile

Latitudine 64°N: impressioni islandesi [Parte I]

Latitudine 64°N: impressioni islandesi [Parte I]

L’articolo è stato scritto da Irene Ottolini, che nel luglio 2016 ha partecipato a un campo di volontariato SCI in Islanda.

Riuscite a immaginare un luogo che come coordinate ha 64°N di latitudine? Siete nel punto più estremo, tangente il circolo polare artico, oltre il quale c’è spazio solo per l’immaginazione. Quindi mettetevi comodi, attenti a non oltrepassare il confine, perché oltre non esiste più strada, passaggio, sentiero, o rotta. Quanto può essere suggestivo un luogo del genere? Impossibile non rimanerne sedotti…Per me fu una di quelle volte in cui addirittura semplici numeri ebbero la capacità di evocare universi sconosciuti, senza tracciarne la fisionomia, ma lasciando dietro di sé il chiaro sentore di occasione irripetibile e, con il classico entusiasmo portentoso e travolgente dei vent’anni, non ci pensai due volte quando lessi la destinazione “Islanda” nella lista dei campi di volontariato proposti dal Servizio Civile Internazionale.

Non fu difficile organizzare la partenza (cosa che, forse, mi preoccupava più di tutte, essendo alle prime armi in fatto di campi), perché lo “staff” dello SCI fu da subito molto disponibile ed efficace nel mettermi in contatto con l’associazione SEEDS, che ospitava i campi in Islanda, e in poco tempo mi ritrovai seduta su una valigia troppo piena, cercando di chiudere la cerniera senza rompere nulla. Le tratte Venezia-­Keflavik purtroppo non sono dirette e fu un viaggio interminabile (se non altro per gli scali, quasi più lunghi dei voli), ma non mi sono mai lasciata intimidire dai lunghi viaggi, quantomeno perché danno veramente l’idea di aver raggiunto un posto, molto più di quei voli istantanei che annullano le distanze.

Arrivai a Keflavik a mezzanotte di un giorno alla fine di luglio con il sole ancora alto. Sostenuta da un inaspettato e incrollabile ottimismo, dimenticandomi della stanchezza, trovai senza difficoltà la navetta per Reykjavik, la mia destinazione per quella notte. Ricordo bene quel viaggio in pullman: fu il mio primo assaggio dei paesaggi islandesi e ne rimasi totalmente affascinata. Non avevo mai visto nulla di simile e assaporavo con sguardo insaziabile le sterminate distese di rocce fondersi con la vegetazione locale, illuminate dal sole di mezzanotte, in un connubio di terra, roccia, licheni e acqua, in mezzo solo la strada asfaltata, quasi una concessione di quello sfondo selvaggio che si era lasciato addomesticare per quella lingua d’asfalto. Nonostante l’assenza di tracce umane, non mi sentii affatto dispersa nel nulla: era, al contrario, molto riposante per gli occhi e distensivo per la mente, come una boccata d’ossigeno. Il paesaggio cominciò a cambiare quando arrivammo nei pressi di Reykjavik e allora cominciarono a delinearsi i profili delle case, delle strade, dei semafori e tutto ciò che, in definitiva, avevo lasciato molte ore prima.

Il campo a cui ero iscritta si svolgeva a Reykholar, un paesino a 230km da Reykjavik, e il mio compito insieme a quello degli altri volontari era un indefinito e generico supporto organizzativo al festival di tradizioni e cultura locali. Con altri tre volontari viaggiammo in pullman fino alla regione cosiddetta “Westfjords” (fiordi dell’ovest) e raggiunsi così la destinazione finale.

Reykholar è un paesino costruito alle pendici di un monte e affacciato sui fiordi, popolazione: 135 abitanti, di cui molti bambini e adulti sopra i 35 anni; il gap riguarda i ventenni, quasi tutti concentrati nelle principali città islandesi. Il nostro alloggio era previsto nella scuola locale. Le scuole islandesi sono organizzate in modo da garantire agli studenti un riparo in caso di maltempo e condizioni atmosferiche sfavorevoli, tali da rendere difficile il ritorno a casa, per cui molte strutture sono dotate di camere da letto, bagni e cucina. Fu una vera fortuna perché ero pronta a ben altro, come tende e accampamenti alla buona, quando, invece, ci ritrovammo ad avere addirittura una camera da letto per ciascuno.

Il gruppo di volontari riuniva ragazzi da tutto il mondo: il leader era un ungherese, gli altri erano due spagnoli e una bretone, più avanti ci avrebbe raggiunto anche un ragazzo americano del New Jersey, incaricato di farci delle foto. Si instaurò subito un bel clima, senz’altro merito di Gabor (il nostro leader) che ci mise l’energia giusta, ma anche del fatto che eravamo tutti ben disposti a lavorare e a condividere al meglio quei dieci giorni. Cucinavamo a turno e in coppia, un modo ulteriore per conoscerci, e fu l’occasione per sperimentare cibi tipici di altri luoghi (e anche qualche pasta stracotta, ma ben accetta fuori dall’Italia, dove sarebbe un’eresia!!!). Una sera fu dedicata all’international dinner, in cui ciascuno di noi aveva il compito di cucinare il piatto tipico del proprio paese, con i cibi che, eventualmente, eravamo riusciti a portare da casa. Furono tutti entusiasti della carbonara senza panna (non si capisce perché oltre il confine dell’Italia la carbonara venga automaticamente interpretata con la panna) con pasta italiana e vero pecorino; gli spagnoli condivisero vari salumi tipici, dall’Ungheria assaggiammo il langos (cibo tipico della street food) e dalla Bretagna le varie salse e, la mattina seguente, omelette.

A ritmo di “Bombastic” e di storpiature inglesi passò il tempo, ridendo e scherzando, quasi senza renderci conto del lavoro di ogni giorno. I compiti che ci vennero assegnati non furono particolarmente difficili: per lo più gli organizzatori del festival ci chiesero di spostare tavoli e sedie, a volte anche montare le barche del museo, gonfiare e attaccare per la città palloncini e così via. Presto scoprimmo quanto fosse piccolo quel paesino: c’erano solo tre luoghi d’attrazione, di cui uno, la scuola, fu il primo in cui mettemmo piede; gli altri si riducevano alla piscina e al museo, che fungeva anche da cinema e da luogo per la vendita di alcoolici (soprattutto birre, tra cui anche quella alle alghe di produzione locale), il tutto gestito da una donna di cui non avremmo mai saputo dire l’età, per il suo viso giovane, quasi ventenne, ma i modi bruschi e molto bossy, forse più comuni in una donna di età avanzata.

Un pomeriggio la gente del luogo organizzò una festa per i bambini in piscina: il nostro compito era gonfiare enormi palloni di plastica, infilarci dentro i bambini e lanciarli in piscina per tre minuti, per poi ripescarli. Il tutto a ritmo di canzoni che scoprimmo essere inaspettatamente familiari, infatti si trattava de “il ballo del qua qua” e altre, ma in islandese! Un altro episodio divertente fu la partita di calcio che organizzarono su un campo cosparso di alghe. Immaginate che scivoloni (e come ne uscirono i calciatori: più o meno dello stesso colore del campo)! Arbitrammo una gara di pedalò, al termine della quale era previsto un falò e il concerto di Bjartmar, cantante islandese, che pare fosse molto famoso, al punto che gli altri spettatori erano convinti che noi volontari fossimo venuti dall’Italia, dall’Ungheria e dalla Spagna apposta per assistere al concerto (quando a malapena riuscivamo a pronunciare il suo nome!). Vi partecipò gente più o meno attempata, ma con un entusiasmo giovanile contagioso, che mi fece desiderare più volte di riuscire a capire l’islandese. Al termine della serata due anziane signore furono così gentili da riportarci alla scuola di Reykholar in macchina, ma ogni nostro tentativo di conversazione cadde nel vuoto, perché, come due teenager appena tornate dal concerto del loro cantante preferito, per tutto il tragitto non fecero che parlare fittamente tra loro e lanciarsi in esclamazioni entusiaste (e incomprensibili).

 

Marocco: tutela e conservazione di beni archeologici attraverso il volontariato

Marocco: tutela e conservazione di beni archeologici attraverso il volontariato

Dal 1 al 15 agosto 2017 un campo di volontariato a Rabat, in Marocco.

Il progetto avrà luogo nell’affascinante sito archeologico di Chellah, una necropoli fortificata risalente all’epoca medievale, e sarà coordinato da CSM (Chantiers Sociaux Marocains) in collaborazione con il Ministero dell’Educazione e il Ministero della Gioventù e dello Sport. L’obiettivo è promuovere la conservazione e la valorizzazione del sito e lo scambio interculturale tra volontari e popolazione locale.

I volontari si occuperanno del mantenimento del sito (attraverso attività di giardinaggio, restauri murali e pulizia degli ambienti) per prepararlo all’ingresso di visitatori, e della conservazione dello stesso, tramite l’inventario e il monitoraggio delle sue risorse culturali e naturali; fuori dalle rovine non mancherà l’occasione di immergersi nella realtà marocchina, di essere coinvolti in molte attività condivise con le persone locali, imparandone abitudini e usanze.

La lingua del campo è inglese; la conoscenza di francese e arabo non è essenziale ma potrebbe tornare molto utile.

Per partecipare a questo campo è necessario avere almeno 20 anni e aver preso parte alle formazioni (primo incontro e secondo livello) di preparazione organizzati dallo SCI-Italia.

Per maggiori informazioni sui campi SCI nel Sud del mondo, questa è la pagina dedicata.

Tutti i campi di volontariato del Servizio Civile Internazionale sono consultabili sul database www.workcamps.info.

 

Volontariato in Africa: il racconto di Lorenzo dall’Uganda

Volontariato in Africa: il racconto di Lorenzo dall’Uganda

L’articolo è stato scritto da Lorenzo Dal Re, che a gennaio 2017 ha partecipato a un campo di volontariato SCI in Uganda, Africa. Dal blog di Lorenzo, “Keeponlovinglife“.

Si è chiuso un cerchio, e sono felice. Felice di essermi tolto un fardello che mi sentivo addosso perché non riuscivo a capire fino in fondo la realtà del campo di volontariato che stavo facendo.

Prendiamo un occidentale, uno a caso. Questo sente di una specie di chiamata, deve scrollarsi di dosso un po’ dell’individualismo che dilaga nella sua cultura. Ha sentito storie di persone come lui che hanno fatto volontariato in un paese straniero. Hanno visto con i propri occhi queste realtà, ne hanno capito le problematiche, ma anche i punti di forza, e forse sono anche riuscite a dare un piccolo contributo, un aiuto. Ma che tipo di aiuto è necessario? Economico? Lavorativo, è la manodopera che serve? Culturale? Non so di che cosa fosse al corrente l’occidentale a caso che mi ha prestato il suo caso, ma nel mio di caso, appunto, non avevo un’idea definita di quali necessità un paese come l’Uganda avesse, e di quale aiuto avrei potuto portare. E non ho detto che ora ce l’abbia, ma appunto, ho chiuso un cerchio.

La mia intenzione qui è di ripercorrere questo tragitto, non tanto per raccontare l’esperienza in sé, quanto per far luce sulla realtà vissuta da molti, moltissimi ugandesi e su quali prospettive può offrire loro un progetto di volontariato internazionale.

Quindi, senza porre freno alle mie scarse capacità di sintesi, vi voglio raccontare la storia dal suo inizio; da quando…
…spese ormai due o tre settimane di ricerche su internet per un progetto di volontariato in Africa, incontrando pacchetti da 1000 euro o più per quindici giorni, trovo finalmente qualcosa di più adatto alle mie esigenze. Il Servizio Civile Internazionale (SCI-Italia) offre un sacco di possibilità in molti paesi. Da nazioni del “Sud del mondo” a paesi occidentali. I progetti hanno una durata che varia dalle due settimane ai tre mesi, a periodi più lunghi ancora. Richiedono la partecipazione a un corso di formazione di tre giorni a Roma, e qui viene il bello.

Quando secondo il mio navigatore sono ormai nella zona dove si trova “La Città dell’Utopia”, dove si terrà il corso di preparazione, mi prende un po’ lo sconforto. Con un nome così mi aspettavo, chessó, un ecovillaggio nella periferia romana, un posto con del carattere. E invece cammino all’ombra di palazzoni a 6-8 piani con l’intonaco scrostato, tutti fitti fitti, grigi e monotoni. In mezzo a due di questi c’è una scalinata e il navigatore mi dice di salirla. Così mi si presenta La Città dell’Utopia, non c’è dubbio. Un casolare di campagna circondato di alberi, vestito di piante rampicanti, piantato su una collinetta ad-personam e circondato su ogni lato da un Colosseo di condomini di periferia.

Ormai unica nel suo genere, la Città della Gioia ha resistito alla speculazione edilizia grazie alla voce, mai confermata, che vi abbia passato una notte Garibaldi nel suo percorso di unificazione d’Italia. Ma questo non è bastato a garantirgli vita facile, ora sopravvive alle mire delle imprese edili soprattutto grazie alla resistenza opposta da vari gruppi cittadini che lo mantengono come realtà occupata. Al piano terra ospita ancora un’osteria, così come cent’anni fa. Ora è attiva solo in determinate occasioni, ma l’aria che si respira dentro penso non sia diversa da quella che tirava quando Garibaldi ci si sedette a mangiare uno spaghetto cacio e pepe. Ma esisteva già la pasta all’epoca di Garibaldi?

I tre giorni passati qui sono stati, senza esagerare, una scuola di vita. Perché hanno confermato le mie perplessità sul metodo di istruzione odierno e perché ho potuto osservare che, con i giusti presupposti, si può creare una realtà di confronto orizzontale dove non c’è insegnante e non c’è studente ma tutti imparano reciprocamente dagli altri e tutti si sentono liberi di esprimersi. E non c’è nessuno che non apporti un importante contributo al percorso del gruppo. Ognuno assume una forte individualità nei confronti dei suoi compagni e si finisce per essere tutti grati della presenza di tutti, perché è col contributo di ciascuno che si è creata quella bella esperienza da cui tutti sono usciti arricchiti e divertiti.
La mia convinzione che l’istruzione d’oggi sia non solo fallace, ma controproducente in parte dei casi, si sta rafforzando in questi giorni che sto passando in un’altra incredibile realtà, nella quale mi ha portato il caso. O forse c’è un filo che conduce il nostro muovere passi nella vita? Un meccanismo fatto di connessioni di vario tipo che sfugge perlopiù alla nostra comprensione, ma che fa sì che ci succedano cose, che si conoscano persone e che alla fine, nella vita, si prenda presto o tardi una direzione precisa, indipendentemente dal passato che uno può avere. Ma di questi giorni parlerò più avanti. Quando si sarà chiuso anche questo piccolo cerchio.

Torniamo a noi. Il corso di formazione si conclude, io scelgo due progetti in Africa di due settimane ciascuno – il secondo in Tanzania -, pago i 200-250 per campo, passano un paio di mesi e parto per l’Uganda. Il campo di volontariato ha questo titolo: “Sviluppo culturale in musica, danza e produzione”. Ho informazioni più dettagliate, ma parto comunque perplesso.

Arrivo a Kampala, Uganda, due giorni di preparativi e si parte – in dieci o più, fitti come galline in un pollaio, in un furgoncino piccolo e stretto, con un portapacchi carico come solo nelle nazioni del terzo mondo si può vedere -; destinazione campagne di Bukomero, a un’ora e mezza di guida da Kampala. Quando il furgone si arresta scendo di corsa a sgranchirmi le gambe e per poco non collasso. Pressato come una sardina in scatola, la circolazione si era dimenticata di passare per gli arti bassi.

Il posto lo trovo meraviglioso. Nella sua semplicità. Un paio di edifici ad un solo piano, tetti in lamiera. Tutto attorno alberi da frutto. Ma non come le nostre cultivar di pesco o albicocco. Alberi veri! Manghi, jackfruit ed una papaia. Niente elettricità, gas né acqua corrente. Un bel prato di fronte alle case, la cucina a legna indipendente dagli stabili e i bagni a latrine ad una ventina di metri, sul confine della proprietà. Ci abita una famiglia con quattro bambini, due maschi e due femmine, sembrano perfettamente classati per età con qualcosa tipo 2 anni di differenza, ed un ometto basso e muscoloso con un debole per le sbornie.

Tolto l’organizzatore del campo che sarà sulla trentina, sono tutti ragazzi di periferia, più giovani di me. Hanno quello stile lì, di quartiere. T-shirt lunghe delle squadre di basket, scarponi, pantaloni strappati, cappelli. Hanno gli Smartphone, le casse Bluetooth.

I primi giorni sono confuso. Che cos’è? Una vacanza a costi ridotti? I ragazzi sì, sono capaci nelle loro danze e nella loro musica, alcuni davvero dei fuoriclasse. Ma io qui che ci sto a fare, chi aiuto? I giorni passano, ci si esercita nelle attività, ma senza esagerare, poi sempre con approccio africano: io faccio quello che so fare alla mia maniera, tu cerca di copiarmi, è facile! Entro nel ritmo dell’Africa, questo con relativa facilità, e con un po’ più di fatica anche i ritmi dell’Africa entrano in me – tolto quello che poi, per ridere, era sulla bocca di tutti: tulu-ba, un personale fallimento.

Scopro l’Alberello dei Pensieri, sotto alla cui ombra della luce dorata del sole delle cinque, passo tra i momenti più pacifici e armoniosi. Conosco più da vicino i ragazzi e le loro storie e scopro che i vestiti li hanno comprati usati per due spiccioli, che gli smartphone sì, li hanno sudati per mesi perché qui costano poco meno che da noi, che in proporzione è un’enormità, ma se non ce l’hai il palmare in Uganda sei proprio un poveraccio. Scopro che la loro cultura è una non-cultura, frutto della velocissima disintegrazione delle loro radici popolari, delle tradizioni, e della sostituzione di queste con un sistema di valori fantoccio, costruito dall’invadente tzunami capitalistico che senza alcun freno sta producendo una società schiava, soprattutto nella mente.

In Africa conosco la storia di Paul, un ragazzo sveglio e intelligente, con un buon cuore, che per il sogno di vedere l’Europa ha lavorato durissimo per un anno, facendo della sua camera un pollaio a due piani con 400 polli. Per poi spendersi tutta la fortuna – che ad altri costa anni di lavoro – per curare il babbo alcolista che non vedeva da dieci anni e che è poi finito per morirgli in braccio. Ma non c’era giorno in cui Paul non dicesse “I love Uganda!”, un grande.

Entro più in confidenza con Keyics, il fuoriclasse del tamburo, che però dice di non poterne più del suo paese e di voler emigrare a fare fortuna. Ma che purtroppo non ha una benché minima idea di come giri il mondo fuori dall’Uganda e che mi auguro davvero che, se non costruisce prima un po’ di coscienza critica, quel mondo non lo sperimenti neanche. Ne verrebbe sopraffatto. E qui comincio a capire in che forma può arrivare il mio aiuto: conoscenza. Informazione e consapevolezza, sfatare miti, confronto.

Il sistema scolastico ugandese è tra i peggiori al mondo – dati reali, non una personale opinione. La percentuale di studenti che abbandonano l’istruzione già dalla scuola primaria è elevatissima (si parla di più dell’80%) e la prospettiva di riscatto per chi prosegue gli studi non è molto migliore. Il metodo istruttivo si basa sulla cieca memorizzazione e non viene in benché minima misura stimolata la capacità critica dello studente. Il mercato, per com’è ora, è già saturo; la popolazione dell’Uganda è esplosa da 7 a 37 milioni negli ultimi 50 anni. Con le capacità di analisi e le conoscenze acquisite grazie all’istruzione, nonché con gli esempi che offre la quotidianità, è praticamente impossibile che un giovane riesca ad uscire dalle piste dell’economia di sussistenza da cui proviene.

Questi ragazzi, qui sono volontari. Non ricevono soldi, al massimo mangiano e dormono a gratis. Alcuni però hanno fatto quintalate di campi di volontariato e vedono l’ente locale che collabora con lo SCI come una seconda casa. Il confrontarsi con i volontari internazionali, con altre realtà, apre loro gli occhi, rimuove il velo di ignoranza con cui sono cresciuti, gli offre opportunità. E c’è chi queste chances le ha sapute cogliere. Uno di questi si chiama Abas, ed è l’organizzatore del campo. Ora vi racconto la sua storia, sembra un po’ una favola perché ha un lieto fine.

Abas nasce in Uganda, Africa, nei primi anni ottanta, gli anni di guerra civile. Povera Uganda. Solo nel 1962 riceve l’indipendenza. Gli inglesi, prima di liberare, eleggono Mutesa – il re della tribù Baganda, la più potente del paese – presidente, con il compito di formare un governo composto di rappresentanti delle numerosissime tribù presenti sul territorio. In questo governo entra anche Obote, della tribù Lannì. È lui, tempo dopo, a deporre Mutesa con un colpo di stato, mandarlo in esilio fuori dall’Africa, in Inghilterra e probabilmente a ordinarne l’uccisione, che avviene due anni più tardi per avvelenamento. Avviene però che nel 1972, durante una visita di Obote a Singapore, il generale Idi Amin prende il potere e consiglia al suo ex-presidente, per telefono, di non tornare a casa se ci tiene alla pelle. Amin, scarsamente educato, violentissimo braccio destro del precedente governo Obote, governa con pugno d’acciaio. Fino al ’79 quando, guarda un po’, Obote, appoggiato dalla Tanzania, entra in Uganda con un’azione militare e depone Amin. È a questo punto che entra nel gioco il giovane Museveni, l’attuale presidente. Nel nome della democrazia, Obote indice delle elezioni, ovviamente pilotate, e sale di nuovo alla presidenza. Museveni esce dal governo, si porta dietro sei fedeli e si dà alla macchia. Si reca di casa in casa e comincia a reclutare un esercito di resistenti il NRA, National Resistance Army.

Le truppe di Obote intanto seminano il panico nel paese. Stuprano indisturbate, uccidono chiunque non dia informazioni sull’ubicazione dei resistenti, poco importa se lo sai davvero o no. Questo fa sì che Museveni trovi grande accoglienza fra i civili. Ordina a questi di abbandonare le proprie case e fuggire nelle campagne, i maschi di ogni famiglia vengono reclutati in cambio di protezione. Si instaura un sistema di informazione sotterranea, del quale il padre di Abas fa parte. Abas passa i primi anni nascosto nelle colline di Bukomero, il paese vicino al quale si è svolto il campo di volontariato. La sua casa è lontana, ma la famiglia ha dovuto abbandonarla. La vita è durissima. Dormono nei cespugli. Grazie a Dio siamo all’equatore e almeno non fa troppo freddo.  Molti muoiono di stenti, le condizioni igieniche sono inesistenti, tanti i cadaveri a cielo aperto. Le malattie pullulano.

Nel 1985 Museveni ce la fa. Il NRA sconfigge le truppe governative. Molti sono quelli che all’ultimo fanno il voltafaccia e lasciano Obote sprovvisto di un esercito. A questo punto l’Uganda è in ginocchio. Le epidemie sono al loro picco e il numero di dottori è ridotto. Arrivano le Nazioni Unite e gli aiuti internazionali, ma il numero di medici non basta comunque. Allora vengono istruiti civili a una sorta di primo-controllo, sveltendo il lavoro dei medici. E di nuovo il padre di Abas è uno di questi.

La famiglia raggiunge i 12 figli, ma non ha modo di mantenerli. Abas esce di casa a 16 anni, è sulla strada. Comincia a frequentare un garage dove si siede e osserva il lavoro dei meccanici. Così impara il lavoro a sua volta. Mi fa pensare al processo di insegnamento dell’arte del sushi in Giappone. L’allievo osserva attentamente il sushi master per due anni, durante i quali non scambia una parola col maestro. Al termine dell’apprendistato è pronto ad esercitare l’arte.

Poi Abas incontra UPA, Uganda Pioneers Association, l’ente locale che collabora con lo SCI. Ne abbraccia una branca, UPACT: UPACulturalTroupe. Ma il coordinatore del tempo ha una malagestione dei fondi e finisce per affondare il progetto. Abas intanto lo ha già abbandonato ed è riuscito a convincere il suo collega Ronnie a creare un progetto loro stessi. Ogni settimana mettono da parte tremila scellini a testa, circa un euro. Presto si aggiunge un terzo. Fondano il MCA, Music and Culture Africa. Il padre di Ronnie gli dona il garage di casa come quartier generale. I giovani del circondario cominciano ad affluire, magari a partecipare economicamente per come possono. Le cose si mettono in moto.

Poi un giorno Ronnie prende un’altra direzione, il padre richiede indietro il garage e tutto svanisce.
Passa il tempo, Abas è ragazzo-padre da quando ha vent’anni, ha una grossa responsabilità su di sè e non può permettersi di rischiare ancora. Lascia perdere i suoi sogni. Passa il tempo, e un giorno, per strada, Abas incontra un membro di UPACT. “Sai che il coordinatore non si fa più vedere da tempo?” gli dice questo. “Noi siamo un po’ alla deriva e nessuno vuole prendere la leadership”.

Abas se lo ricordano come quello che ha buone idee, che mette in moto tante cose. Così lo pregano di tornare, anche se il progetto è stagnante, non ha più fondi e pochi membri rimasti. Abas si ricollega con UPA e riprende a offrirsi per campi di volontariato di vario tipo. Conosce un ragazzo danese, entrano in confidenza e questo gli propone di accompagnarlo in viaggio come guida. Gli paga tutto e gli dà anche qualche soldo per ogni giorno di viaggio. Così, alla guesthouse dove risiedono parte dei volontari occidentali, si sparge la voce che Abas è una buona guida. Il secondo ingaggio gli arriva per otto persone. Organizza tutto meticolosamente. Fa un preventivo e noleggia una macchina. Poi giunge l’aiuto di una ragazza, sempre danese. Gli prepara dei volantini che distribuiscono al teatro nazionale in occasione degli eventi. Le offerte arrivano.

Oggi Abas non lavora più come meccanico, ha aperto un mutuo e ha comprato un bel furgone 4×4 per i safari, fa la guida e servizio taxi per il volontari in Africa, a tempo pieno. È il nuovo coordinatore di UPACT e tanti ragazzi hanno ora abbracciato il progetto. La troupe che ha formato in Africa è in grado di esibirsi ed è già stata ingaggiata per eventi privati. Un membro ha allestito un piccolo allevamento di animali dove i giovani del gruppo lavorano. I margini di guadagno sono minimi, ma è solo l’inizio.

Poi è venuto il giorno conclusivo dell’attività, quando tutti, africani e non, ci si è esibiti al teatro nazionale di fronte a tanta gente. Tutto è andato a meraviglia e Abas era così commosso che nel congratularsi aveva gli occhi lucidi e si ripeteva in continuazione. Mi ha presentato la sua ragazza. Belga. È venuta un anno e mezzo fa come volontaria e non è più ripartita. Io, sull’onda di Abas, non facevo altro che ripetermi “se lo merita”.

Volontariato in Giappone nelle foreste di bambù

Volontariato in Giappone nelle foreste di bambù

Dal 27 febbraio al 13 marzo, un campo di volontariato a Oda city, Giappone, per preservare la foresta di bambù dell’area.

Il campo è organizzato ogni anno, dal 2007, da Organization of Green and Water (OGW). OGW nasce nel 1992 per sostenere l’importanza dei prati e delle foreste nell’ecosistema giapponese. L’area di Oda include la miniera d’argento, patrimonio dell’umanità, di “Iwami Ginzan“, il parco nazionale di Mt. Sanbe e un mare bellissimo. La città soffre, però,  di una crescente emigrazione dei più giovani. Attraverso questo campo di volontariato, la popolazione locale spera che i/le partecipanti possano aiutare a far conoscere anche ad altri Oda city e il suo potenziale.

Tipologia di lavoro: il campo di volontariato prevede diverse attività per la conservazione della foresta di bambù che circonda Iwami Ginzan, come, ad esempio, la potatura degli alberi. Ci si occuperà anche dell’organizzazione di eventi locali, interagendo con i giovani che vivono nella città.

È prevista, inoltre, una parte studio dedicata alla storia e alla cultura di Oda – con un focus specifico sulla miniera di Iwami Ginzan – e sulle tecniche per preservare le aree verdi del Giappone.

Alloggio: stanze condivise presso il centro dell’Organizzazione. I pasti saranno cucinati, a turno, dai volontari e dalle volontarie.

Lingua: inglese…ma anche il giapponese è benvenuto!

Requisiti: forte interesse nella conservazione della natura.

Il campo di volontariato si terrà presso Oda city, Shimane prefecture, a circa 250 km a nord ovest di Osaka, vicino al Mar del Giappone.

Leggi qui la scheda completa del campo.

Per maggiori informazioni sui campi SCI nel Nord del mondo, ecco la pagina dedicata.

Tutti i campi di volontariato del Servizio Civile Internazionale sono consultabili sul database www.workcamps.info.

 

Foto di Marina De Zan da un campo SCI in Giappone, marzo 2016.

Vite di speranza: racconto di un campo di volontariato in Palestina

Vite di speranza: racconto di un campo di volontariato in Palestina

L’articolo è stato scritto da Tommaso Pedrazzini, che nell’estate 2016 ha partecipato a un campo di volontariato in Palestina, presso la fattoria “Tent of Nations”, a qualche chilometro da Betlemme. Le foto sono state scattate da Tommaso Padrazzini e da Stefania Ordanini.

Siamo chinati a scavare buche di fianco alle viti appena nate.

Alla giusta distanza dal tronco, tra i sassi e la terra secca, creiamo lo spazio per versare la dose d’acqua settimanale, che tiene in vita le piante e le spinge a rafforzare le radici.

L’acqua, raccolta durante le piogge invernali, viene trasportata al vigneto con un trattore, giù dal pendio con delle manichette e lungo i filari a mano, dentro cisterne di plastica che non potrebbero pesare più di così.

È un lavoro faticoso. Solo uno dei tanti che Daher e suo fratello Daud devono fare ogni giorno, per tenere in piedi la loro fattoria.

Non si tratta solo della dura vita del contadino, della costante lotta contro la siccità o la grandine. Qui, in Palestina, permettere a quelle viti di diventare grandi, vuol dire difendere il proprio diritto ad esistere.

Se la terra rimane incolta per troppo tempo, lo stato di Israele la reclama come demaniale, per costruire altre colonie o impiantare delle coltivazioni destinate a chi vive dall’altra parte del muro.

E spesso coltivare non basta. Un attimo di distrazione ed è capitato che le piante prendessero fuoco o i campi venissero distrutti. E con essi il futuro di chi a lungo e con fatica li aveva coltivati.

È l’aspetto più meschino e violento di una politica opprimente che permea ogni aspetto della vita quotidiana.

La fattoria sorge a pochi chilometri da Betlemme, ma per arrivarci in macchina bisogna farne molti di più, perché le ultime centinaia di metri sono bloccate da massi e macigni, “dimenticati” dal governo israeliano.

Lo stesso governo che impedisce la costruzione in Palestina di nuovi edifici o di collegamenti elettrici e idraulici e che, laddove le tubature arrivano, ogni tanto devia i flussi d’acqua dai rubinetti delle case palestinesi alle piscine delle colonie israeliane.

Una sequela di piccole oppressioni e pressioni psicologiche che costantemente, giorno dopo giorno, fiaccano le energie e le speranze di un popolo che non riesce nemmeno più a chiedersi perché tutto questo stia succedendo.

Ed è proprio perché questa guerra si combatte su questo piano, che si rivelano preziosi gli sforzi di Daher e Daud, che provano ad aggregare, invece che dividere, che seminano invece che sradicare e che rifuggono la violenza e l’ira improduttiva.

“Rifiutiamo di essere nemici” è lo slogan di Tent of Nation, la loro fattoria. Non è facile, certo, né è sufficiente per riportare pace e giustizia in una terra devastata dall’odio e da un’occupazione decennale e priva di pietà. Ma è una pietra, come quella in cui è incisa questa frase, che fa da solida base su cui pensare ad un futuro altrimenti inimmaginabile.

A Betlemme ce l’hanno proprio detto. Loro, che ogni giorno portano a mano l’acqua a quelle fragili piante di vite, tengono in piedi e ravvivano le speranze di un popolo intero.

 

Thailandia, campo di volontariato nell’isola di Koh Yao Yai. Il racconto di Gaia

Thailandia, campo di volontariato nell’isola di Koh Yao Yai. Il racconto di Gaia

L’articolo è stato scritto da Gaia Garau, che nell’estate del 2016 ha partecipato a un campo SCI in Thailandia. Il progetto prevedeva l’insegnamento dell’inglese in una scuola elementare nell’isola di Koh Yao Yai. Questo il racconto della sua esperienza.

La luce dell’alba filtra tra le foglie degli alberi ed entra dalla finestra. La musica che viene diffusa dai megafoni della scuola, invade la piccola infermeria adibita  a dormitorio.  Io e Moon apriamo gli occhi avvolte nelle nostre zanzariere. Iniziamo così ogni giornata nel nostro campo.

Mi servono pochi attimi per ricordarmi che qualche mese prima, dopo le giornate di formazione con lo SCI Sardegna, ho deciso di partire come volontaria.

Moon è arrivata da Taiwan ed è con me dal primo giorno, da quando il nostro gruppo di volontari provenienti da ogni parte del mondo, è stato suddiviso in tutte le scuole primarie dell’Isola di Koh Yao Yai. Due mondi diversi uniti dal comune entusiasmo di essere due maestre di inglese in Thailandia. Con Moon ho condiviso la mancanza di una doccia calda, la mia fobia per gli insetti giganti, le serate dentro l’aula professori a sviscerare le differenze fra i nostri due Paesi, fra i valori della cultura asiatica e quella europea.

Esco dalla stanza e percorro il vialetto che mi separa dall’aula professori. Gli studenti stanno già arrivando e mi salutano sorridenti, inchinandosi con rispetto. Mi sembra così buffo perché loro sono in divisa e io ancora in pigiama. Sophia, la maestra di inglese che ci ha accolte nella sua scuola mi porta riso e zucchero di canna per colazione. Colpa mia che il giorno prima avevo provato a chiedere qualcosa di dolce.

Le giornate scorrono tra l’insegnamento e le passeggiate in spiaggia nel tempo libero. Dopo la scuola alcuni dei bambini tornano da noi. Ridono come matti, mentre cercano di insegnarmi la corretta pronuncia delle parole in Thai.

Il tempo è scandito dagli orari della scuola e della preghiera. A Koh Yao Yai vive una comunità di fede islamica. La prima volta che vedo i bambini pregare nella moschea della scuola rifletto su quanto sia triste essere spaventati da ciò che non si conosce. Mentre sono lì è in corso la polemica tutta europea sul Burkini. Cerco di spiegarne le ragioni a Sophia che non ne capisce il senso. Non la biasimo e mentre mi tuffo in mare vestita e gioco con i miei bambini penso che non mi sono mai sentita più libera di così.

Nelle due settimane in Thailandia apprendo il vero significato della parola “condivisione” e imparo migliaia di cose dai bambini, dagli insegnanti, dai volontari. Allo stesso modo cerco di trasmettere quello che posso agli altri.

Le ore trascorrono lente eppure le due settimane volano. Mi lasciano dentro un mondo che non potrò mai dimenticare. L’ultimo giorno di scuola gli altri insegnanti mi chiedono di fare un discorso davanti a tutti gli studenti della scuola. In preda all’emozione la cosa più importante che riesco a dire è: ”Viaggiate, viaggiate attraverso il mondo e sentitevi liberi di essere voi stessi. Apprendete ciò che potete e cercate di sconfiggere ogni pregiudizio”.

Volontariato in Italia: a che punto siamo?

Volontariato in Italia: a che punto siamo?

Cos'è per noi il volontariatoIl 22 giugno 2016, con un articolo intitolato “Arriva il “tripadvisor” del volontariato” 1, Famiglia Cristiana presentava il nuovo portale internet interattivo creato dalla Caritas diocesana di Padova e sostenuto dai fondi dell’8×1000 della Chiesa cattolica. Il progetto è finalizzato a “orientare” i giovani a scegliere l’esperienza più consona alle loro esigenze. In che modo? Un’associazione pubblica i propri progetti e i volontari che vi hanno già preso parte possono lasciare la propria recensione e dare un voto all’esperienza. In questo modo i nuovi futuri volontari e volontarie leggeranno l’esperienza, le recensioni e potranno prendere la propria decisione. Presente come funziona Tripadvisor? Si leggono le caratteristiche della struttura, le recensioni degli ospiti precedenti e si prende una decisione.

Siamo davvero arrivati al punto da dover utilizzare modalità più consone a cibo e camere da letto per valutare un progetto di volontariato? Pare dì sì, ma a un occhio attento non sarà sfuggito il fatto che questa è solo l’ennesima prova della deriva che stanno prendendo il volontariato e la cornice sociale, economica e politica nella quale si inserisce.Il “modello EXPO” ha tracciato una rotta dalla quale sarà difficile tornare indietro se non attraverso sforzi collettivi, proprio da parte delle tante realtà del terzo settore che vi si sono opposte. Il volontariato inteso come sostituto gratuito del lavoro retribuito non è una novità, ma è solo in seguito al Jobs Act e alle sue prove generali durante la kermesse di Milano che è l’approccio è divenuto “strutturale”.

A prova di ciò, un articolo del Corriere della Sera dal titolo “Volontari 2.0, gli «altruisti senza divisa» slegati dalle Onlus”2, che racconta il punto di vista di quelle volontarie e volontari che hanno prestato tempo ed energie per EXPO, una rassegna a scopo di lucro. A fine agosto fu resa pubblica invece la proposta del governo italiano del Programma Odysseus, presentato al vertice di Ventotene fra i capi di governo di Italia, Francia e Germania. Prossimamente analizzeremo nel dettaglio la proposta, ma il lancio di un programma di Servizio Civile Europeo presentato dal ponte di una nave militare non è un biglietto da visita incoraggiante, senza contare che, a una prima lettura, l’approccio è quello di proseguire con lo sfruttamento del volontariato per tappare i buchi politici dei governi nazionali e di quello transnazionale nell’affrontare in maniera organica le vicende contemporanee, in questo caso l’integrazione di persone migranti. In questa cornice si inserisce anche il programma di Alternanza Scuola-Lavoro, con cui il Ministero dell’Istruzione ha stretto partenariati alquanto discutibili – per usare un eufemismo – con enti quali McDonald’s, ENI, Intesa San Paolo3, invece di prediligere un simile accordo con realtà slegate dalla logica profittuale e con una chiara mission associativa legata al sociale come quelle del terzo settore.

Lo scenario che ne emerge è una concezione del volontariato come prodotto da consumare e, come scriviamo nel recente documento politico SCI, “un momento estemporaneo, un’esperienza di solidarietà circoscritta nel tempo e nello spazio” slegato da finalità etiche e sociali. E’ questa la cornice nella quale si inserisce il “tripadvisor” del volontariato.

Per queste ragioni su questo portale non troverete i progetti del Servizio Civile Internazionale. Non li troverete perché non siamo un’agenzia di viaggio con l’obiettivo di riempire i posti vacanti di progetti altrimenti destinati a rimanere vuoti. Al termine di ogni progetto che ci vede coinvolti, sia esso un campo di volontariato internazionale, un seminario, un training o un progetto di Servizio Volontario Europeo, ricaviamo un momento di valutazione collettiva con i/le partecipanti, inviando poi loro un formulario da compilare, senza contare i continui confronti con i nostri partner locali. E’ grazie a questi momenti e alle valutazioni scritte dei volontari e delle volontarie che riusciamo a comprendere i nostri errori, le criticità dei contesti nei quali si inseriscono i progetti e poi lavorare nell’ottica del loro miglioramento.

Non li troverete proprio perché i nostri sono progetti, non solo esperienze. E i progetti, in quanto tali, nascono prima dell’invio di volontari e volontarie e continuano anche dopo, quando questi hanno finito la propria esperienza, grazie agli sforzi dei nostri partner locali con cui ci confrontiamo quotidianamente: sono loro a pensare e a implementare i progetti, il nostro ruolo è solo quello di affiancarli.

Non li troverete perché ci distinguiamo nel mare magnum di quello che sta divenendo il mondo del volontariato in Italia. Ci siamo sempre definiti partigiani e radicali e anche in questo caso vogliamo distinguerci. Crediamo che i nostri progetti abbiano un alto valore sociale per noi, per i volontari che partecipano e per le realtà con cui operiamo.

La domanda che molti si faranno adesso è: sono interessato ai vostri progetti, dove posso trovarli e, soprattutto, dove posso trovare i racconti dei volontari e delle volontarie che mi hanno preceduto?

Potete trovare i campi di volontariato internazionale su www.workcamps.info e trovare tutte le altre informazioni su www.sci-italia.it. Abbiamo sempre dato, erroneamente, poco spazio alle esperienze dei volontari e delle volontarie sul nostro sito. Nella nuova versione c’è una sezione dedicata ai racconti di chi è già partito con noi. Nessun voto e nessuna recensione, solo il racconto dell’esperienza.

E poi un altro modo, il più tradizionale, il più affascinante, quello con cui si sono tramandate le storie in passato: la viva voce dei volontari rientrati. Per questo avrete l’opportunità, durante l’anno, di prendere parte ai nostri incontri di formazione, in cui conoscerci meglio e comprendere a pieno lo spirito SCI, volontario sì, ma sempre vicino all’attivismo socio-politico.

Simone Ogno e Marco Antonioli

 

1 http://www.famigliacristiana.it/articolo/arriva-il-tripadvisor-del-volontariato.aspx

2 http://milano.corriere.it/notizie/cronaca/16_maggio_20/volontari-f1300fe8-1def-11e6-8d1a-6eb7d9c593f0.shtml

3http://hubmiur.pubblica.istruzione.it/web/ministero/cs181016

Social Café – Presentazione de “La zona rossa” di Simona Sanzò [9/11, La Città dell’Utopia]

Social Café – Presentazione de “La zona rossa” di Simona Sanzò [9/11, La Città dell’Utopia]

La zona rossa, Simona Sanzò

Ore 19.30: apericena

Ore 20.30: presentazione del libro “La zona rossa – Diario di un’attivista civile in Croazia e in Palestina”, di Simona Sanzò.

La Città dell’Utopia, via Valeriano 3F (metro San Paolo), Roma.

A seguire, dibattito con l’autrice e volontari e volontarie di rientro dal progetto “Interventi Civili di Pace in Palestina”, portato avanti da SCI-Italia in partenariato con Un ponte per…Assopace PalestinaPopular Struggle Coordination Committee, Rete IPRI, Centro Studi Sereno Regis.

È possibile leggere tutti gli articoli scritti dai/dalle volontari/ie sul blog www.raccogliendolapace.wordpress.com.

“Questo libro è ispirato a quell’esercito silenzioso di persone che fanno dell’impegno civile una ragione di vita, con la speranza che altri possano trovare in queste pagine lo spunto o lo stimolo per unirsi a loro”. Con queste parole l’autrice ci propone le sue esperienze sul campo a Pakrac, nel 1994, e a Nablus, nel 2003. Il tempo della ricostruzione in Croazia, a ridosso della guerra, in una delle prime città della ex-Jugoslavia in cui si manifestarono tensioni interetniche tra la comunità serba e quella croata, teatro di eventi sanguinosi nel 1991. Il tempo dell’Intifada Al-Aqsa in Palestina, dove dal 1948 i palestinesi vivono sotto l’occupazione militare israeliana. Una testimonianza che ci interroga sulle nostre responsabilità di europei e sollecita una coscienza collettiva capace di interporsi nei conflitti e promuovere un’educazione alla pace, al rispetto delle differenze e dei diritti umani fondamentali. Le guerre, che continuano a mietere vittime nell’indifferenza generale, per quanto distanti ci appaiano, riguardano infatti tutti noi.

www.libreriasensibiliallefoglie.com

Qui il link all’evento Facebook.

 

 

Perché in Palestina

Perché in Palestina

da RACCOGLIENDOLAPACE, sito web di reporting del progetto Interventi Civili di Pace in Palestina” dello SCI-Italia in partenariato con:

Un ponte per…Assopace Palestina, Popular Struggle Coordination Commitee,  IPRI – RETE CCP Centro Studi Sereno Regis, con il sostegno del Tavolo degli Interventi Civili di Pace

Giunto quasi al termine di questa esperienza di volontariato in Palestina, delle domande mi rimbombano nella mente: cosa può fare l’Italia o per meglio dire quella parte d’Italia, la società civile solidale e sensibile nei confronti del popolo palestinese? Come gli internazionali possono supportare e sostenere la resistenza palestinese ed essere di un qualche aiuto ad un popolo martoriato da anni di violenze, soprusi e repressione?

Ho cercato di darmi delle risposte e per prima cosa ritengo che un buon punto di partenza sia quello di approcciarsi a questa causa abbandonando la presunzione etno-eurocentrica di insegnare agli altri cosa fare, di spiegare cosa fare o comunque di giudicare le varie forme di resistenza palestinese sulla base dei propri parametri culturali. Tuttavia, nel non fare ciò non bisogna cadere nell’errore inverso, ovvero prendere per buono tutto ciò che avviene in questa terra. Abbandonare ogni spirito critico per evitare di interferire in dinamiche a noi lontane anni luce o comunque abbandonarsi completamente a decisioni altrui anche se non pienamente condivise al fine di evitare di impattare e cozzare con modelli culturali altri da noi. Questa sottomissione acritica al modello culturale locale può essere considerata come una sorta di inverso razzismo culturale, laddove gli internazionali, afflitti forse da un insito e secolare senso di colpa, accettano anche controvoglia ciò che avviene o che viene loro proposto da parte di persone attraversate da altre culture.

Con questo voglio dire che un buon punto di partenza può essere quello dell’inculturazione, adottare un approccio empatico. Sospendere il proprio sé, ascoltare e vedere senza presunzione ciò che ci circonda senza accettare acriticamente tutto ciò che accade. Solo questo approccio può permetterci di comprendere realmente e appieno ciò che avviene intorno a noi.

Un altro aspetto fondamentale è quello di informarsi o comunque cercare di aggirare la disinformazione di regime perpetuata dalla stampa italiana filo-sionista. Solo pochi giorni fa leggevamo su Repubblica online un articolo, a dir poco scandaloso, dal titolo “Israele assediato, cinque attentati” del 18 ottobre 2015. Ebbene sì, è tutto vero, c’è qualche presunto giornalista al soldo del governo israeliano che mente con la consapevolezza di mentire al fine di manipolare la reale portata degli eventi e sostituire la vittima con il carnefice.

Cartello istruzioni per il passaggio

Il miglior modo per capire cosa accade in questa terra martoriata resta uno solo, venire qui per guardare con i propri occhi, bypassare un’informazione di regime che etichetta con malizia semplicistica i palestinesi come terroristi e gli israeliani come vittime. Realizzare un cosiddetto political tour per toccare con mano il deserto che la barbarie sionista è intenzionato a realizzare nei Territori: la ferocia della repressione sionista che toglie giorno dopo giorno respiro al cuore della resistenza palestinese; l’umiliazione di essere etichettati come criminali laddove l’unico crimine è quello di reclamare il diritto a condurre una vita dignitosa. Ricordo ancora il senso di claustrofobia ed oppressione che ho provato quando ho visto con i miei occhi il muro dell’apartheid, sentimento che nessuna immagine vista su internet o in televisione aveva suscitato in me. Impressi nei miei occhi sono i volti delle vittime dell’apartheid, gli occhi di un padre che non può garantire un sonno sereno ai propri figli a causa delle incursioni notturne di esercito e coloni. Oppure la paura dei palestinesi di essere ammazzati in qualsiasi momento. Tanto loro sono colpevoli fino a prova contraria e se un colono o un soldato uccidono un palestinese possono sempre buttare un coltello vicino al suo cadavere e dire che ha provato ad aggredirli.

Quest’ultimo elemento è fondamentale al fine di manifestare la propria vicinanza al popolo oppresso e sostenere realmente le istanze di libertà urlate a gran voce dal popolo palestinese. Ricordo con gioia la gratitudine delle famiglie, vittime di raid notturni, presso le quali abbiamo dormito. Almeno per una notte si sentivano meno soli. Oppure la felicità e il senso di sicurezza delle bambine e dei bambini che, ad Hebron, abbiamo accompagnato a scuola attraversando check-point pieni di militari e strade zeppe di coloni che in ogni momento e senza alcun motivo possono maltrattare e malmenarli.

Militari sul tettoLa repressione sionista prima di essere fisica, è psicologica. Punta a distruggere nell’animo la fierezza di un popolo al fine di far appassire ogni possibile germoglio di resistenza e ribellione. Punta a diffondere un senso di solitudine e di paura generalizzata e diffusa. Cerca di strattonare il popolo palestinese verso il muro dello status quo per ribadire che la situazione è questa e che prima o poi dovrai andartene perché questa terra appartiene ad un solo popolo, quello eletto.

La presenza internazionale, a mio avviso, può essere utile al fine di rincuorare e dare speranza ad un popolo che da anni non smette di contare i propri martiri. Manifestare la propria vicinanza al popolo palestinese e ribadire che l’operazione di pulizia etnica e di bonifica dei Territori Occupati non solo non si realizzerà, ma che Israele dovrà pagare o comunque rendere conto dell’abominio e della violenza insensata che sta esercitando su un popolo e sulla loro terra. Con gli internazionali al proprio fianco, il popolo palestinese sa che può contare su un valido alleato e su un sostegno incondizionato e non dettato da particolarismi e da interessi individuali. Saremo al fianco dei palestinesi nella loro marcia verso la libertà.

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