La magia dell’Islanda: il racconto di Elisa

La magia dell’Islanda: il racconto di Elisa

L’articolo è stato scritto da Elisa Mori, che nell’ottobre 2016 ha partecipato a un campo di volontariato SCI in Islanda.

Il 14 ottobre 2016, alle quattro del pomeriggio circa, sono arrivata in Islanda. Credo che questa data me la ricorderò per sempre, sono sempre stata affascinata dal potere che hanno alcuni determinati giorni, di influenzare la nostra vita, spesso in maniera impercettibile, ma determinante.

Quando ho visto per la prima volta la strada principale di Reykjavik, che in quel momento mi sembrava così sconosciuta e disarmante, non avrei mai pensato che dieci giorni dopo ripercorrendola al contrario per tornare a casa, l’avrei sentita così familiare e nostalgica.

Essendo una personalità timida, ero nervosa all’idea di dove condividere le mie giornate con degli sconosciuti, ma quando ho stretto le loro mani e ho guardato i loro volti sorridenti, le mie paure sono svanite all’istante. Insieme ai miei quattro compagni di convivenza e ai tre team leader, abbiamo varcato la soglia della nostra dimora e ci siamo subito sentiti a casa. La sera stessa è un’odissea di ricordi e di sensazioni confuse, complice la stanchezza, ma ho potuto scoprire fin da subito la natura cordiale e amabile degli abitanti dell’Islanda, dopo essermi imbattuta in un gruppo di ragazzi che mi hanno aiutata a trovare la strada di casa.

Il giorno seguente abbiamo esplorato la città e mi sono innamorata di ogni via, di ogni casetta con il tetto colorato, di ogni negozietto caratteristico. Ciò che però ho amato particolarmente è stato provare l’esperienza unica di fare il bagno nella piscina riscaldata all’aperto, insieme a centinaia di altre persone, svago principale degli islandesi.

La sera, insieme agli altri volontari, ho sperimentato la vita notturna di Reykjavik e sono stata colpita dalla folle sensazione di allegria e di libertà che regnava in ogni angolo della strada. In quell’occasione ho iniziato a creare un forte legame con alcuni dei miei compagni,ma soprattutto con i ragazzi facenti parte del team di Seeds, con cui ho passato momenti di puro divertimento.

Come mi era già stato annunciato, il lavoro che viene svolto dai volontari per Seeds è più che altro mentale, quindi a parte un giorno di duro lavoro nel cimitero di Reykjavik, a ripulire le strade dalle foglie, non posso certo dire di essermi affaticata. Quello che però è innegabile è che sono sicuramente tornata a casa con qualche nozione in più e con un desiderio ancora più grande di volere salvaguardare la natura.

I team leader Mathi e Kasia, ci hanno parlato del lavoro che svolge Seeds, ci hanno portato nella centrale di riciclaggio della città e ci hanno fatto parlare con un’associazione che, in collaborazione con Seeds, cerca di boicottare il consumo da parte degli stranieri della carne di balena, vista come una prelibatezza islandese. La brutalità, infatti, con cui sia le balene che le foche vengono ammazzate per un piacere puramente modaiolo, è disumana e da amante degli animali, mi sono sentita molto vicina a questa causa.

Ci è stata regalata, quello stesso giorno, la possibilità di immergerci nell’incredibile esperienza del whale watching islandese. Avendo già sperimentato questo tipo di evento nel mio paese natale in Liguria, pensavo che le sensazioni provate sarebbero state le stesse. Quello che non sapevo, è che il vento e la potenza del mare che caratterizzano l’Islanda sono molto differenti dalle placide correnti che circondano il mar Ligure… Non posso certo dire che sia stata un’esperienza piacevole, ma sicuramente è stata una bizzarra avventura!

Come da precedente accordo, abbiamo potuto partecipare a due incredibili gite fuori dalla città, alla scoperta della natura e della vera essenza dell’Islanda. La prima è stata alla volta della Snæfellsnes peninsula, un viaggio lungo dieci ore, con numerose tappe esplorative, durante le quali abbiamo visitato montagne, cascate e vulcani. L’ultima di queste è avvenuta in concomitanza di un magnifico e gelido tramonto sul mare, accompagnati dalla presenza di una decina di foche curiose che ci hanno accolto nella loro quotidianità con spruzzi e sguardi complici.

La seconda escursione denominata “Hot River hiking” è avvenuta a Hveragerði e comprende una lunga scalata a piedi fino al raggiungimento del fiume, che grazie all’attività geotermica crea una serie di laghetti di differenti temperature, uno dei quali arriva persino all’inquietante cifra di 100 gradi. Quello scelto da noi si aggirava intorno ai 38 gradi e, nonostane la sensazione di sconforto provata quando ci siamo resi conto che avremmo dovuto rivestirci in mezzo al nulla, in balia di un clima a dir poco rassicurante, è stata un’esperienza incredibile, forse la mia preferita in assoluto.

Una delle peculiarità del soggiorno con Seeds è la cena internazionale, dove i partecipanti al campo si dilettano nella cucina, preparando un piatto tipico del proprio paese, da condividere tutti insieme la sera stessa.

Questi sono grosso modo gli eventi che hanno caratterizzato questi dieci giorni, ma sono le sensazioni provate, impossibili da descrivere, che ancora adesso mi fanno ripensare a quei momenti con nostalgia e meraviglia. Vivere, anche solo per poco tempo, in Islanda ci fa comprendere quanto poco sappiamo di questa terra che nel nostro immaginario risulta così distante, così fredda, così lontana dalla nostra quotidianità.

Ho amato quest’isola con tutto il cuore, ho adorato dal mio primo incontro gli islandesi, persone dall’animo caloroso, nonostante si portino dietro questo rude aspetto da gelidi vichinghi.

Sono molti i ricordi che porterò intimamente nel mio cuore, ma sicuramente c’è un’ immagine mentale che spicca su tutte le altre: la rievocazione di noi volontari, uniti sotto un cielo stellato, illuminato dalle luci verdi e viola dell’aurora boreale, che danza leggiadra per noi. Non pensavo che avrei vissuto un momento tanto perfetto, ma posso dire con certezza che quei dieci minuti passati a rincorrere quei fasci di luce, sono entrati nella mia anima con una tale intensità da essere quasi disarmante.

Spero con queste parole di essere riuscita ad imbottigliare quest’esperienza e di essere riuscita a trasmettere le meravigliose sensazioni vissute. Ringrazio il Servizio Civile Internazionale, che mi ha permesso di partecipare a questo viaggio, il magnifico team di persone che mi hanno accolto al mio arrivo e che si sono prese cura di me e soprattutto ringrazio l’Islanda per essere stata così meravigliosa dal primo all’ultimo giorno.

Volontariato in Indonesia: giochi e idee per risolvere un enorme problema, quello dei rifiuti

Volontariato in Indonesia: giochi e idee per risolvere un enorme problema, quello dei rifiuti

L’articolo è stato scritto da Sara Basso, che nel gennaio 2017 ha partecipato a un campo SCI a Mangkang, un villaggio nell’’isola di Java, Indonesia.

Il mio primo viaggio da sola, il mio primo viaggio fuori dall’Europa e così lontano da casa, la mia prima volta in Indonesia. Nessuna paura e nessun timore, solo tanta voglia di fare qualcosa, qualcosa di positivo per l’ambiente che tanto mi sta a cuore.

Da biologa, laureata a Torino, si affrontano spesso problemi ambientali riguardanti la nostra area, una zona che sta a metà fra la pianura e le Alpi, ecosistemi ben diversi da quelli di un paese tropicale. Dell’Indonesia quasi non ne avevo sentito parlare prima di fare la mia formazione per i campi Sud con l’associazione SCI, quando delle ragazze che hanno fatto un campo là raccontavano un grossissimo problema di quella nazione costituita da isole: il problema della plastica. In realtà non solo plastica, ma rifiuti in generale.

Sappiamo che per un rifiuto organico i tempi di decomposizione sono brevi, per la carta vanno dai 6 mesi a 1-2 anni, ma per la plastica i tempi si allungano di molto e vanno da cento a mille anni. A pensarci è spaventoso e lo è ancora di più se pensiamo che nell’oceano questi tempi si allungano. In una nazione che è costituita da più di diciassettemila isole, di cui circa settemila abitate, questo dovrebbe essere estremamente allarmante.

Una panoramica sul problema

L’Indonesia è una nazione giovane, nata soltanto meno di mezzo secolo fa quando è cessato, costando delle vite umane, il dominio Olandese. La politica oggi è instabile e, per la loro geografia, le isole di questa nazione sono continuamente a rischio tsunami, terremoti ed eruzioni vulcaniche. Ovviamente in un paese così giovane, dove sono ancora presenti numerosi problemi, passa in secondo piano quello della raccolta dei rifiuti. In molti villaggi, come ho visto con i miei occhi durante il campo, i rifiuti vengono ancora accumulati in un punto e bruciati, e quando non vengono accumulati vengono portati al fiume o semplicemente gettati a terra.

Il problema più grosso, nel primo caso, sono le diossine che vengono liberate nel processo di combustione e a lungo termine sono gravemente nocive, in particolare per i bambini. L’accumulo di rifiuti vicino ai fiumi o lasciati per strada fa sì che con le piogge questi vengano trasportati dall’acqua fino al punto dove sfociano i corsi d’acqua. Ecco il problema: se la plastica finisce in mare, c’è il rischio che venga ingerita dai pesci, che possono essere quelli che noi stessi peschiamo, e questo significa che a lungo termine le tossine presenti nella plastica finiscono sulla nostra tavola. Questa è l’ipotesi peggiore, certo, ma dobbiamo anche dire che la plastica è stata introdotta nella vita quotidiana soltanto qualche decennio fa e ora la situazione è già critica. Se in certi paesi non si fa nulla dobbiamo allora tenere in considerazione questa catastrofica ipotesi.

La mia esperienza nel campo

Tornando alla mia esperienza, ho deciso di partire per questo campo di volontariato sperando di poter fare qualcosa riguardo queste problematiche ambientali, dare insomma il mio piccolissimo contributo.
Il campo si svolgeva a Mangkang, un piccolo villaggio vicino alla città di Semarang, che si trova sulla costa Nord dell’isola di Java centrale. Java è l’isola più popolosa dell’indonesia e camminando per le strade lo si nota subito dalla quantità costante di traffico e dalle piccole case attaccate una all’altra. Seppur Mangkang sia un piccolo villaggio, è molto abitato e si trova fra i campi di riso e le spiagge. La costa in questa zona dell’isola di Java è a rischio di abrasione a causa delle grosse onde del mare. Nel proteggere la costa una grande funzione ce l’hanno le foreste di mangrovie, veri e propri habitat ricchi di specie acquatiche e ornitologiche.

Le comunità locali tendono a tagliare le foreste di mangrovie per creare allevamenti di gamberetti e questo è molto dannoso per gli ecosistemi. Una parte del mio campo consisteva anche nella riforestazione di mangrovie, quindi nella piantagione delle singole piante due a du,e quando sono ancora piccole e non più alte di mezzo metro. Questo avveniva spesso in acqua bassa in quanto queste piante crescono bene in prossimità di acqua dolce, vicino al mare, e spesso si trovavano nella zona rifiuti di ogni genere. Ne abbiamo piantate più di tremila. Le mangrovie sono per fortuna resistenti e crescono bene nonostante le condizioni. Fortunatamente anche alcuni granchi e uccelli vivono ancora in queste aree, ma difficilmente, se la situazione rifiuti non cambia, si ricostituirà un habitat ottimale per tutte le specie.

Oltre alla piantagione di mangrovie, l’altra maggiore attività del mio campo di volontariato era la sensibilizzazione per il problema dei rifiuti. Abbiamo svolto diverse attività a riguardo, spesso coinvolgendo i bambini locali. Il primo giorno trascorso al campo abbiamo innanzitutto visitato la gente locale, ci siamo presentati ai maggiori esponenti del villaggio e ci siamo fatti vedere in giro, perché far capire del nostro arrivo è importante.

Le persone del luogo

Vorrei fare una digressione per descrivere la reazione della gente alla nostra vista, premetto che nel campo eravamo in totale in otto: due indonesiani, Yoga il camp leader e Serisa; tre giapponesi, Takashi, Ryoji e Tomoka; una ragazza di Hong Kong, Sumyi; un’italiana, ovvero io, e un Francese, Vico. Quindi quelli che davano veramente nell’occhio eravamo io e Vico, in quanto davvero molto diversi come aspetto dalle persone del luogo. Per tornare alla reazione delle persone, era semplicemente stupefacente, ci guardavano con aria stupita e con un sorriso a trentadue denti, bambini in primis. Era come se fossero sorpresi di vedere gente che veniva da altri luoghi e così tanto diversa da loro, ma non erano affatto riluttanti: erano contenti, sempre sorridenti, non invadenti e rispettosi. Ragazzi e bambini ci chiedevano ogni tanto una foto come se fossimo dei personaggi famosi, questo credo capiti spesso viaggiando oltreoceano e una foto ogni tanto non la si può di certo negare. Sicuramente a casa, oltre a molteplici regalini e souvenir, ho portato i sorrisi di quella gente.

Le attività del campo

Tornando alle attività, oltre a presentarci alla gente locale ci siamo presentati al partner locale dell’associazione IIWC. Si tratta dell’associazione Mangrove Mangkang di pak Sururi che ci forniva e sosteneva per la piantagione delle mangrovie, oltre che portarci la mattina presto su delle piccole imbarcazioni al luogo di piantagione, perché la spiaggia si poteva raggiungere soltanto in barca.

Un’attività svolta all’insegna della gestione dei rifiuti è stata fatta durante una visita agli scout della scuola elementare musulmana. Ci siamo divisi in quattro gruppi da due e i bambini si sono divisi di conseguenza nei diversi gruppi. L’attività consisteva in una gara e vinceva il gruppo che riempiva più velocemente i due sacchi che ogni gruppo aveva con i rifiuti che si trovavano sparsi per le strade. La parte divertente era che ovviamente noi non parlavamo la loro lingua, ma bastava una parola: “ayo”, che significa “andiamo”, perché i bambini ci seguissero. In meno di mezz’ora i sacchi erano già pieni e alla fine tutte le squadre erano vincitrici. Un’altra attività simile aveva coinvolto anche gli adulti e si era svolta in due giornate. Nella prima passavamo di casa in casa recitando una frase in indonesiano che spiegava che saremmo passati la mattina seguente a raccogliere la loro immondizia, che l’avremmo raccolta in un camioncino e portata nella discarica di Semarang, la grande città vicina. Insieme ai bambini, che erano entusiasti di aiutarci, abbiamo svolto il nostro compito e i ragazzi indonesiani cercavano di spiegare, rivolgendosi alla gente del luogo, che un’attività simile andava svolta almeno qualche volta la settimana.

Abbiamo ripulito, nei limiti del possibile perché era davvero tanta, l’immondizia per le strade e cercato di far capire alle persone locali come sia più bello vedere un ambiente pulito e come sia più salutare per loro mantenere le strade senza spazzatura. Durante le due settimane del campo sono state svolte più attività, anche ricreative, come la pulizia e decorazione della biblioteca della scuola musulmana o la “Batik activity”, ovvero una lezione sull’arte del batik, una stoffa molto decorata con una particolare cera, in parte fatta dalle mangrovie tipica della cultura musulmana di Java.

Un’altra attività di “Garbage Management” veniva svolta con una signora del luogo, che ci ha insegnato come recuperare i ritagli di vecchie stoffe per fare dei simpatici fermagli per capelli o spille. Un’idea semplice, da utilizzare anche come regalo e da realizzare semplicemente con degli scarti e un po’ di colla a caldo. Lo stesso lo si può fare con le bustine di plastica del tè o del caffè e si possono creare, ad esempio, dei portachiavi a forma di pesciolino. Idee molto semplici, ma efficaci, che hanno un impatto soprattutto quando vengono insegnate ai bambini, per stimolare l’idea del riciclo.

Per far conoscere il nostro progetto abbiamo anche svolto un’intervista a Semarang per una radio locale in diretta. È stato sorprendente trovare sul pullman del ritorno per Mangkang una signora che aveva riconosciuto la mia voce dalla radio.

Per quanto riguarda il cibo, abbiamo cercato ogni giorno di cucinare noi stessi cibo locale. Alla base di ogni piatto c’era sempre il riso, servito molte volte soltanto come contorno, ma il motto di un indonesiano è “o si mangia il riso almeno due volte al giorno o è come aver digiunato”, almeno così mi è stato spiegato dal leader del campo. L’ultima serata è stata invece dedicata al nostro cibo: ognuno ha cucinato un piatto tipico della propria nazione, con ingredienti che avevamo portato da casa e altri comprati in loco. Si potrebbero spendere pagine e pagine a parlare della cucina indonesiana, che è stata comunque una delle protagoniste del campo, ma non è lo scopo dell’articolo e lasciando un mio commento personale potrei semplicemente dire: “deliziosa”.

Fra le diverse attività spesso abbiamo avuto anche momenti di riposo, utilizzati per andare un po’ in giro ed esplorare la zona o fare giochi e conoscerci meglio Spesso questi momenti venivano interrotti dai bambini che venivano nella casa dei volontari dove dormivamo e svolgevamo dei giochi con loro. Ho riscoperto abilità di disegno che non conoscevo!

A metà fra le due settimane abbiamo avuto un giorno libero che abbiamo trascorso a Malang la città natale dei due ragazzi indonesiani, a poco più di due ore di distanza da Semarang. Lì abbiamo visitato il vicino tempio Buddhista Borobudur, il più famoso dell’isola.

L’intero campo è stata un’esperienza straordinaria. Stare così a contatto con la comunità locale è il miglior modo per comprendere una cultura diversa, osservare da vicino i costumi e le tradizioni. Abbiamo anche assistito a due matrimoni, un’esperienza unica che da semplice turista difficilmente si affronta. Essere là risveglia una voglia di curiosità, di esplorazione e ci si sente come bambini che chiedono perché per ogni cosa. Ci si dimentica quasi, in alcuni momenti, il motivo per cui si è là, tanto si è sopraffatti dalle novità. Ma in alcuni momenti, vedendo la situazione con i propri occhi, lo si sente ancora di più il motivo che spinge a fare questo tipo di esperienza e si è quasi fieri di noi stessi per essere arrivati fino a lì.

Non posso sapere se ho lasciato qualcosa nel cuore di queste persone, sicuramente loro lo hanno lasciato nel mio. Sono sicura di voler fare nuovamente un’esperienza simile nella mia vita. Spero anche di tornare in futuro a Mangkang, per ritrovare le bellissime persone che ho conosciuto e vedere le mangrovie cresciute.

Un’estate in Mongolia: agricoltura ecologica nelle steppe

Un’estate in Mongolia: agricoltura ecologica nelle steppe

Dal 10 al 23 luglio 2017, un campo di volontariato a Buhug, a una quarantina di km dalla capitale Ulaanbaatar, nelle steppe della Mongolia.

Il progetto prevede diverse attività in una fattoria ecologica che dalla sua nascita (2000) si propone di essere, allo stesso tempo, un centro di formazione e divulgazione di buone pratiche per i contadini della zona.

Con i volontari e le volontarie ci si occuperà di costruire sistemi di irrigazione artigianali, gestire il compost, rimuovere le erbacce e prendersi cura del terreno. Non mancheranno momenti in cui si discuterà insieme di agricoltura ecologica, con riferimenti anche ad altri paesi.

Si alloggerà in una casa condivisa oppure nelle tradizionali tende mongole, dette “ger”.

La lingua del campo è l’inglese, ma la conoscenza della lingua mongola è più che apprezzata.

Se ami l’agricoltura e hai un buono spirito di adattamento, questo è il campo che fa per te!

Leggi qui la scheda completa del campo.

Per maggiori informazioni sui campi SCI nel Sud del mondo, ecco la pagina dedicata.

Tutti i campi di volontariato del Servizio Civile Internazionale sono consultabili sul database www.workcamps.info.

Calcata Art&Green, campo di volontariato: vi racconto una storia insolita

Calcata Art&Green, campo di volontariato: vi racconto una storia insolita

CalcataL’articolo è stato scritto da Sara Dari, coordinatrice del campo Calcata Art & Green, che si è tenuto nell’antico borgo di Calcata, nel Lazio, dal 5 al 19 settembre 2016.

Sono passati quasi tre mesi dalla conclusione del campo di volontariato Calcata Art & Green ma le emozioni e tutto ciò che si è costruito prima e durante il campo è un qualcosa che per certi versi sento la responsabilità di dover raccontare oltre che la grande voglia di farlo. A volte trovare le parole per descrivere un processo non è facile, riportare su carta un’esperienza di condivisione e crescita, portare alla comprensione della stessa è davvero molto difficile. Ho deciso di provarci.

Come tutto ebbe inizio

Calcata è un piccolo Borgo medioevale situato nel bacino del fiume Treja sopra una rocca tufacea. Gli abitanti originari vivono in quella che ora chiamano Calcata Nuova, poco distante. Nel Borgo medioevale vivono persone e artisti provenienti da tutto il mondo che hanno scelto Calcata come nuova dimora.

Il gruppo informale Calcata da vivere è composto da persone che abitano il Borgo antico, il cui scopo è promuovere socialità e partecipazione. Inoltre il gruppo vuole contribuire alla crescita culturale e civile dell’intera comunità.

Così il campo nasce proponendosi come obbiettivo quello di far incontrare le diverse realtà che popolano l’antico borgo, promuovendone la partecipazione e lavorando, insieme, alla risistemazione di alcune aree del Parco e alla pulizia di luoghi archeologici.

Mi sono avvicinata allo SCI ad ottobre dello scorso anno iniziando il mio percorso collaborando con la branca spagnola SCI-Madrid nell’ambito del volontariato locale per poi continuare il progetto all’interno de La Città dell’Utopia. Perché vi racconto questo? Perché il campo a Calcata nasce appunto dalla relazione tra la realtà locale de La Città dell’Utopia e attivisti del borgo facenti parte del gruppo informale Calcata da vivere.

La vita nel borgo

giochi a calcataGli abitanti del borgo antico hanno accolto l’iniziativa in modo molto positivo prima ancora che il campo cominciasse, tanto che uno di loro, Felix, ha prestato la sua disponibilità nell’accogliere i volontari in uno stabile da lui gestito. Fin dal primo giorno si respirava entusiasmo e condivisione, i volontari internazionali sono arrivati incuriositi e avevano molta voglia di conoscere il misterioso borgo di Calcata. Alcuni di loro avevano letto degli articoli di giornale che ne parlavano, altri erano rimasti colpiti dalla descrizione e dalle foto del luogo. Ciò che mi sembrava li accomunasse era la ricerca di qualcosa.

Fin dal primo momento ci siamo sentiti accolti dalla comunità, all’arrivo dei volontari i membri del gruppo Calcata da Vivere hanno organizzato un tour all’interno del borgo in cui ci hanno presentato gli artisti che a loro volta ci hanno mostrato le loro botteghe. Ci sono stati mostrati i luoghi utilizzati per la socialità e introdotta la storia di Calcata spostandoci da una rupe all’altra.

Durante il corso delle due settimane siamo stati coinvolti dagli abitanti a partecipare alla vita di comunità. Siamo stati invitati a prendere il tè nelle botteghe degli artisti, i quali ci hanno illustrato le loro opere e con cui abbiamo condivisi racconti di vita. Siamo stati invitati a La Sala dei 201 Tè dove abbiamo condiviso racconti del campo.

Molto interessante è stata la visita alla Grotta Sonora all’interno della quale siamo stati accolti da Madhava e Margherita. Dopo la visita e la spiegazione del progetto di cui fanno parte abbiamo provato i numerosi strumenti musicali fatti a mano presenti nella grotta. Successivamente ci siamo seduti in cerchio e, dopo aver suonato e cantato insieme, abbiamo iniziato un momento di condivisione su quelle che erano le nostre aspettative sia del campo che della vita in generale. Inoltre abbiamo trattato il tema della musica come elemento che contribuisce a creare un dialogo, oltrepassando le barriere linguistiche.

Abbiamo partecipato ad un laboratorio su come fare la pizza tenuto da Simone ed ospitati da Federica e dal Forno la Mattra del borgo. Cenato e ballato in piazza con i il gruppo Calcata da vivere e altri abitanti del borgo. Partecipato alle attività che offriva il centro culturale il Granarone, all’interno del quale spesso ci siamo riuniti per trascorrere momenti di musica (nel centro culturale ci sono strumenti musicali a disposizione) e socialità; i membri dell’associazione hanno accolto in modo positivo il campo, collaborando alle diverse attività.

Siamo stati invitati ad un compleanno in una grotta dove abbiamo conosciuto alcuni musicisti del borgo, suonato e cantato insieme al chiaro di luna. Con il passare dei giorni abbiamo iniziato a sentirci a casa, dopo cena spesso si saliva in piazza e, con un pallone o altri giochi, si condividevano le ultime ore di luce e le prime della notte insieme agli abitanti di Calcata.

Alcuni attivisti locali, tra cui Federica e Cristina, oltre a partecipare a molte delle attività, hanno svolto un ruolo molto importante nella facilitazione delle relazioni tra gli abitanti del borgo ed i volontari.
Uno degli ultimi giorni del campo ho organizzato con la collaborazione degli abitanti del Borgo e uno dei volontari (Michael) una caccia al tesoro che prevedeva diversi momenti di interazione e gioco con la comunità. Oltre ad essere stato divertente, abbiamo ripercorso attraverso il gioco tematiche trattate nel corso del campo.

Il lavoro nel Parco

L’Ente Parco Valle del Treja ha sostenuto fin dall’inizio la realizzazione del campo di volontariato.Durante le due settimane del campo abbiamo svolto con il personale di vigilanza e dell’ufficio naturalistico del Parco opere di manutenzione lungo i sentieri e nelle zone archeologiche dell’area protetta, ripulito dall’immondizia, estirpando erbe infestanti sui monumenti, impregnato strutture di legno, canalizzando acque, intervenendo sulla rete sentieristica dell’area protetta con azioni di messa in sicurezza e di rifacimento segnaletica.

Le attività si sono svolte di solito dalla mattina fino al primo pomeriggio. Vedevo i volontari appassionarsi sempre di più ai lavori manuali all’interno del parco e a stretto contatto con la natura, ognuno partecipava a seconda di quelle che erano le sue potenzialità e la relazione con i membri dell’Ente Parco è stata davvero positiva.

I volontari giorni dopo giorno imparavano i nomi italiani dell’attrezzatura da lavoro e si appassionavano alla storia del territorio che ci veniva raccontata prima dell’inizio di ogni intervento. Archeologia, storia e natura andavano di pari passo, si scavava nel terreno ma anche nella storia locale e piano piano veniva fuori il contesto in cui il borgo di Calcata si era sviluppato.
I momenti di socialità, interazione e scambio sono stati davvero numerosi durante le ore di lavoro, tanto da portare Marcello (coordinatore delle attività svoltesi durante il campo nella Valle del Treja) ad organizzare una partita di calcio a Mazzano Romano tra i volontari internazionali ed alcuni membri dell’Ente Parco.

Inoltre, l’ultimo giorno del campo, è stata organizzata dall’Ente Parco una giornata di ringraziamento e restituzione delle attività portate a termine durante le due settimane, sono state proiettate delle foto e un video che uno dei volontari, Denis, ha realizzato.

Abbracci, risate, lacrime e tanta gioia hanno accompagnato la mattinata in cui ha partecipato anche il gruppo Calcata da vivere ed alcuni abitanti del borgo. Come ringraziamento siamo stati invitati a pranzo dall’Ente Parco in una trattoria locale.

Il gruppo dei volontari internazionali

La coesione del gruppo è stata un elemento chiave per la buona riuscita delle attività e delle relazioni con il contesto locale. I partecipanti provenivano da Polonia, Afghanistan, Mali, Serbia, Germania, Repubblica Ceca, Russia, Austria. Attraverso le varie dinamiche di gruppo si è cercato di favorire la partecipazione attiva di tutti i membri, la discussione delle decisioni da prendere e favorire dinamiche propositive. Si è ricorso a momenti di valutazione e assemblee.

Le differenze culturali sono state fonte di arricchimento reciproco e le difficoltà linguistiche sono state superate dall’utilizzo di codici e linguaggi propri del gruppo, una forma di comunicazione che andasse oltre il semplice parlare inglese, venivano utilizzate parole inesistenti ma che i componenti del gruppo associavano ad una specifica azione o situazione.

Se già i presupposti sembravano ottimi fin da subito, dalla seconda settimana è andata davvero oltre le aspettative: si respirava familiarità e ogni membro era portatore della propria individualità come ricchezza. Molto importante, a mio avviso, è stata la condivisione di un’escursione notturna in una zona della valle del Treja: tante stelle, lo stare intorno al fuoco, il giocare, il raccontarsi. L’entusiasmo e la voglia di partecipare e contribuire in qualche modo al progetto, sia presente che futuro, della comunità ha favorito processi di interazione e partecipazione con e degli abitanti del borgo.

I volontari provenivano da contesti socio-culturali molto diversi tra loro ma ciò che li accomunava/ci accomunava era il mettersi in gioco, prendere in mano una pala o una zappa per la prima volta, parlare di archeologia per la prima volta, suonare e cantare in un’altra lingua per la prima volta.

Art&Green: verso un percorso condiviso

Durante il tempo libero siamo stati invitati a visitare il Museo Civico Archeologico-Virtuale di Narce a Mazzano Romano, all’interno del quale il Direttore ha fornito una spiegazione storica del territorio ed una spiegazione dei reperti archeologici presenti all’interno del museo. Abbiamo anche visitato l’Opera Bosco Museo di Arte nella Natura, un itinerario di arte contemporanea all’aperto su due ettari di bosco nella forra della Valle del Treja. Le opere d’arte in questo Museo nascono dal materiale naturale del bosco, sono realizzate con tecniche naturalistiche e vivono in simbiosi con l’ambiente che le fa materia. Un sistema integrato quindi fra opere d’arte e natura, dove bosco, natura e opere interagiscono formando un’unica grande opera complessiva.

Anne ci ha fatto da guida, alcuni ragazzi avevo portato degli strumenti musicali, e così passo dopo passo abbiamo scoperto un altro volto della componente artistica che gravita intorno al borgo. Perciò Arte e Natura, Art & Green, sono due binari che non possono non incrociarsi in una realtà come quella di Calcata. Rompere delle barriere, pensare obbiettivi comuni. La relazione tra le varie realtà del territorio, infatti, è stata fondamentale, ognuno ha dato qualcosa affinché il campo potesse riuscire, si è cercato di comunicare, di capire e di capirsi, di provare a conoscersi e a camminare insieme. Una delle problematiche principali in cui spesso la comunità del borgo incorre e che spesso, purtroppo, non riesce a superare.

fontanile di CalcataUna giornata di volontariato con l’Ente Parco è stata dedicata alla pulizia di un antico fontanile all’interno del borgo. E’ stato bello vedere come gli abitanti siano usciti ad abbiamo lavorato al fianco di volontari internazionali e membri dell’Ente Parco, contribuito con quella che era la loro forza fisica, supporto o anche semplicemente offrendo un caffè.

Durante la study part del campo si è affrontata la tematica dell’arte come elemento caratterizzante gli abitanti che hanno ripopolato il Borgo dagli anni ’70. Trattando e confrontandosi in un secondo momento sulla tematica dell’arte come elemento che può unire e contribuire a creare comunità, favorendo una prospettiva interculturale.

E’ stato molto interessante soprattutto perché si è conclusa con un momento di dibattito e proposte in cui hanno partecipato persone del borgo. Si è riflettuto soprattutto su tre punti:

  • come a Calcata l’arte contribuisce a creare comunità e come quest’ultima può essere in generale un elemento per favorire l’interazione, lo scambio e l’inclusione e come, altre volte, invece, ostacola gli stessi processi;
  • possibilità e proposte per incrementare il senso di comunità, solidarietà, rispetto reciproco e stimolare forme di cittadinanza attiva all’interno de borgo;
  • riflessioni partendo dal proprio contesto di provenienza.

Oltre il Borgo: da un campo di volontariato alla cittadinanza attiva

L’esperienza e la possibilità di coordinare questo campo è stata a dir poco arricchente, mettere entusiasmo in un progetto in cui si crede e ricevere lo stesso dagli altri. Vedere che tutti gli sforzi sono stati ricompensati da sorrisi ed emozioni, abbracci e lacrime che risuonano come un’eco a distanza di mesi. Il campo ha aperto molte porte all’interno del Borgo (storicamente famoso per avere soltanto una porta di entrata/uscita), porte che rappresentano relazioni con l’esterno e porte interne che conducono alla sperimentazione di forme di cittadinanza attiva ed inclusione sociale. Ma le porte non si sono aperte soltanto all’interno del borgo ma anche tra i partecipanti… molti di loro a posteriori mi hanno riferito che la partecipazione al campo gli ha permesso di comprendere meglio una parte di loro stessi, mettersi in discussione e capire magari in che modo avrebbero potuto attivarsi nella loro realtà locale, qualcuno mi ha detto che il campo “gli ha aperto gli occhi” su quelle che sono le proprie capacità e potenzialità. C’è chi sta scrivendo un blog, chi un articolo e chi sta componendo una canzone.

Dal mio punto di vista e per concludere vorrei sottolineare l’importanza dei processi di scambio nelle pratiche inerenti la socialità, del dialogo e del mettersi in discussione e la speranza che questo cammino, nonostante le difficoltà future, continui in direzione di pratiche di responsabilizzazione e cittadinanza attiva sia dentro che fuori il Borgo.

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