Costruire strutture comunitarie per creare partecipazione giovanile

Costruire strutture comunitarie per creare partecipazione giovanile

Da l’8 al 28 gennaio 2018 un campo in Uganda in supporto al progetto di costruzione di strutture comunitarie portato avanti dall’Uganda Pioneers Association, nel territorio di circa 10 acri nel villaggio di Kakunyu, interno alla municipalità di Bukomero.

Lo spazio è attualmente a disposizione per ospitare i volontari e le volontarie internazionali durante i campi organizzati insieme alla comunità di Bukomero. L’obiettivo di UPA è di implementare la funzionalità delle strutture esistenti e avviare la costruzione di nuove, ad uso della collettività e per garantire l’ospitalità ai/alle volontari/e futuri/e.

I/le volontari/e del campo saranno impegnati/e in lavori manuali quali: scavare e innestare le fondamenta per nuove strutture; creazione di mattoni e innalzamento di muri con gli stessi; mischiare la sabbia e recuperare l’acqua; intonacare e rendere impermeabili le strutture esistenti. Oltre ai lavori che richiederanno impegno fisico, i/le volontari/e sono invitati/e a preparare e partecipare a partite di calcio con la comunità locale e a portare avanti con la stessa diverse attività, quali incontri di confronto e discussione su temi specifici e visite a luoghi di interesse.

La lingua del campo è l’inglese, quella locale il Luganda.

Leggi la scheda completa del campo.

Questo progetto fa parte dei programmi Nord/Sud. I volontari devono avere almeno 20 anni e aver preso parte alle formazioni (primo incontro e 2 livello) di preparazione organizzate dallo SCI Italia.

Per maggiori informazioni sui campi SCI nel Sud del mondo, ecco la pagina dedicata.

Tutti i campi di volontariato del Servizio Civile Internazionale sono consultabili sul database www.workcamps.info.

Supportare i giovani nel lavoro di prevenzione dell’HIV/AIDS in Uganda

Supportare i giovani nel lavoro di prevenzione dell’HIV/AIDS in Uganda

Dal 27 novembre al 15 dicembre 2017 un campo in Uganda a sostegno del progetto di cura e prevenzione del virus HIV e della sindrome dell’AIDS, portato avanti dall’associazione UPA Pakwach.

La sede dell’associazione è situata sulla rotta commerciale che transita tra il Sud del Sudan e la Repubblica Democratica del Congo. Proprio a causa del suo collocamento geografico, la popolazione di Pakwach è fortemente esposta alle infezioni del virus HIV e, di conseguenza, alla malattia AIDS, che continua a diffondersi proprio per colpa del traffico umano, molto intenso in questa zona. Tra le cause, l’alcolismo e l’alto tasso di disoccupazione sono le principali, poiché molti/e giovani vengono abusati sessualmente sotto l’effetto dell’alcol o sono costretti/e a prostituirsi per poter sopravvivere.

La branca ugandese dello SCI UPA Pakwach è da tempo impegnata in iniziative di sensibilizzazione e prevenzione della diffusione del virus e della malattia in questa zona, proponendo di anno in anno nuovi metodi e pratiche. Il campo di volontariato internazionale si colloca nel tentativo di ampliare gli sforzi nell’azione di consapevolizzare la popolazione locale.

I/le volontari/e del campo saranno impegnati/e in diverse attività, tra le quali: discussioni e dibattiti aperti al pubblico; preparazione e svolgimento di workshop sulla prevenzione e la cura dell’HIV/AIDS; attività di consulenza per genitori e bambini; visite ai circoli che svolgono attività con gli/le affetti/e dal virus e/o dalla malattia; realizzazione di performance teatrali a tema HIV/AIDS per diffondere e sensibilizzare sulla tematica; attività sportive e ludiche con la comunità locale; partecipazione a trasmissioni radiofoniche locali.

Come parte studio, verranno visitate le comunità dei vicini villaggi di pescatori, dove poi verranno svolte le performance teatrali. Molte visite si svolgeranno inoltre nei centri giovanili che svolgono attività di consulenza e negli ospedali dove si praticano i test.

La lingua del campo è l’inglese, quella locale il Jonam.

Leggi qui la scheda completa del campo.

Questo progetto fa parte dei programmi Nord/Sud. I volontari devono avere almeno 20 anni e aver preso parte alle formazioni (primo incontro e 2 livello) di preparazione organizzate dallo SCI Italia.

Per maggiori informazioni sui campi SCI nel Sud del mondo, ecco la pagina dedicata.

Tutti i campi di volontariato del Servizio Civile Internazionale sono consultabili sul database www.workcamps.info.

Supportare il progetto Kikooba Infant School: campo in Uganda

Supportare il progetto Kikooba Infant School: campo in Uganda

Dal 24 ottobre all’11 novembre 2017 un campo in Uganda a supporto della scuola Kikooba, nata nel 1990 su azione dell’Uganda Pioneers Association.

Uno dei più interessanti progetti della UPA, la scuola Kikooba sin dall’inizio è riuscita ad attirare l’attenzione e coinvolgere la popolazione locale. Il fine del campo è svolgere attività didattiche e ludiche con i bambini e le bambine della scuola (circa 100) attraverso giochi, arte e lezioni. Inoltre, uno degli obiettivi è di costruire una casa che possa ospitare i volontari e le volontarie che verranno nel prossimo futuro.

I/le volontari/e partecipanti saranno impegnati/e in attività di tipo manuale, come la creazione di mattoni e il loro utilizzo nella costruzione, e in attività con i/le bambini/e.

Come parte studio verrà esplorata la collina di Kikooba e verrà visitato il tradizionale mercato di Bukomero.

La lingua del campo è l’inglese, quella locale il Luganda.

Leggi la scheda completa del campo.

Questo progetto fa parte dei programmi Nord/Sud. I volontari devono avere almeno 20 anni e aver preso parte alle formazioni (primo incontro e 2 livello) di preparazione organizzate dallo SCI Italia.

Per maggiori informazioni sui campi SCI nel Sud del mondo, ecco la pagina dedicata.

Tutti i campi di volontariato del Servizio Civile Internazionale sono consultabili sul database www.workcamps.info.

Riforestazione e protezione ambientale: un campo in Uganda

Riforestazione e protezione ambientale: un campo in Uganda

Dal 3 al 21 ottobre 2017 un campo in Uganda presso il villaggio Ocea, situato nella sotto contea di Odupi, per partecipare al progetto ecosostenibile dell’Ocea Disabled Women’s Association.

Tale associazione possiede 12 ettari in questa zona, nei quali viene incoraggiata l’attività di riforestazione in contrasto al disastro ambientale imminente, causato dalla deforestazione selvaggia e incontrollata. L’obiettivo è prevenire le conseguenze del cambiamento climatico ponendo gli alberi al centro della strategia di sostenibilità ambientale, trasformando il progetto della Ocea Disabled Women’s Association in un centro di distribuzione di alberi da inviare a tutta la comunità della sotto contea Odupi.

I/le volontari/e partecipanti avranno diversi compiti, tra cui attività di conservazione dell’ambiente, la semina di 3 acri di terreno con diverse specie di alberi, la preparazione di 5 vivai per l’arbicoltura, attività di potatura, e via dicendo.

Come parte studio verranno svolte visite in luoghi naturali storici della regione, verrà visitato il mercato tradizionale di Siripi e verranno organizzate “nottate culturali”.

La lingua del campo è l’inglese, quella locale il Lugbara.

Leggi la scheda completa del campo.

Questo progetto fa parte dei programmi Nord/Sud. I volontari devono avere almeno 20 anni e aver preso parte alle formazioni (primo incontro e 2 livello) di preparazione organizzate dallo SCI Italia.

Per maggiori informazioni sui campi SCI nel Sud del mondo, ecco la pagina dedicata.

Tutti i campi di volontariato del Servizio Civile Internazionale sono consultabili sul database www.workcamps.info.

Uganda: volontariato a lungo termine con i bambini di strada

Uganda: volontariato a lungo termine con i bambini di strada

Hosting organization: UPA Uganda
Area tematica: Solidarietà Nord-Sud
Luogo: Kampalà, Uganda
Durata: minimo un mese

Lingua:
# del progetto: inglese
# locale: inglese

La Assend Youth Development Foundation, attiva dal 2001, ha l’obiettivo di rispondere ai bisogni dei bambini di strada ed è stata fondata proprio da un gruppo di giovani che un tempo ha vissuto sulla propria pelle tutti gli aspetti problematici che interessano i bambini di strada, così come le conseguenze che derivano da tale vita difficile e rischiosa. Dal 2013 il programma della AYDF si è concentrato sulla valorizzazione delle competenze preziose proprie delle comunità e dei bambini del posto, al fine di agevolare la loro partecipazione nel processo di sviluppo del paese e della famiglia e, quindi, migliorare il loro benessere sociale.

ATTIVITÀ:

  • Coinvolgere i bambini di strada e altri bambini vulnerabili o con situazioni a rischio
  • Offrire supporto e ascolto agli stessi bambini
  • Organizzare, per e con loro, attività sportive e/o attività volte a promuovere e sviluppare i loro talenti ed interessi
  • Partecipare agli incontri familiari in casa e in comunità, insieme agli altri membri dello staff
  • Promuovere l’alfabetizzazione e la conoscenza dei numeri tra i bambini di strada, in modo tale da prepararli all’educazione formale
  • Supportare l’insegnamento dell’informatica

REQUISITI:

  • Esperienza di lavoro nel campo sociale (non indispensabile ma molto apprezzata)
  • Capacità di iniziativa
  • Condivisione dei valori e della mission della ONG
  • Essere attivi e propositivi

I/Le volontari/e interessat@ a partecipare a questo progetto in Uganda sono invitati a segnalarlo all’indirizzo ltv@sci-italia.it. Lo SCI Italia contatterà il/i partner ospitanti per chiedere la disponibilità e la tempistica. A questo punto il/la volontario/a compilerà l’application form e verrà contattato nel minor tempo possibile per un colloquio via Skype. Se il/la volontario/a viene accettato/a, verserà la quota di iscrizione e la tessera a SCI Italia, e provvederà a finalizzare gli ultimi accordi sulle tempistiche di arrivo e di visto se necessario.

CCIVS cerca una trainer per “Path Capacity Building Training”, 24/05-02/06 Uganda

CCIVS cerca una trainer per “Path Capacity Building Training”, 24/05-02/06 Uganda

Il network CCIVS è in cerca di una trainer con esperienza in Patrimonio Culturale per la formazione “PATH Capacity Building Training”, che avrà luogo in Uganda dal 25 maggio al 1 giugno 2017.

La formazione è parte del progetto Cultural Heritage and Diversity, coordinato da CCIVS e supportato da varie organizzazioni dell’Africa, Asia e Europa, e vedrà la partecipazione di circa 25 partecipanti internazionali.
Sono richiesti, ai fini della candidatura, i seguenti criteri:

  • disponibilità a prendere parte al training per la sua intera durata come parte del Team Guida, dal 24 maggio al 2 giugno;
  • elevata conoscenza della lingua inglese;
  • esperienza in progetti di Patrimonio Culturale (tangibile e intangibile);
  • esperienza precedente come formatrice in progetti interculturali con partecipanti internazionali, buona conoscenza della metodologia di Educazione Non Formale e del movimento del Servizio Volontario Internazionale.

Il progetto garantisce alla volontaria la copertura delle spese di alloggio, viaggio e assicurazione.

Per candidarsi:

  • riempire il formulario online;
  • inviare un CV aggiornato all’indirizzo: secretariat@ccivs.org.

Il termine ultimo è lunedì 10 aprile 2017.

Per partecipare, la persona selezionata dovrà effettuare la tessera associativa SCI-Italia 2017 (20 euro).

Leggi il pdf della call per maggiori informazioni.

Volontariato in Africa: il racconto di Lorenzo dall’Uganda

Volontariato in Africa: il racconto di Lorenzo dall’Uganda

L’articolo è stato scritto da Lorenzo Dal Re, che a gennaio 2017 ha partecipato a un campo di volontariato SCI in Uganda, Africa. Dal blog di Lorenzo, “Keeponlovinglife“.

Si è chiuso un cerchio, e sono felice. Felice di essermi tolto un fardello che mi sentivo addosso perché non riuscivo a capire fino in fondo la realtà del campo di volontariato che stavo facendo.

Prendiamo un occidentale, uno a caso. Questo sente di una specie di chiamata, deve scrollarsi di dosso un po’ dell’individualismo che dilaga nella sua cultura. Ha sentito storie di persone come lui che hanno fatto volontariato in un paese straniero. Hanno visto con i propri occhi queste realtà, ne hanno capito le problematiche, ma anche i punti di forza, e forse sono anche riuscite a dare un piccolo contributo, un aiuto. Ma che tipo di aiuto è necessario? Economico? Lavorativo, è la manodopera che serve? Culturale? Non so di che cosa fosse al corrente l’occidentale a caso che mi ha prestato il suo caso, ma nel mio di caso, appunto, non avevo un’idea definita di quali necessità un paese come l’Uganda avesse, e di quale aiuto avrei potuto portare. E non ho detto che ora ce l’abbia, ma appunto, ho chiuso un cerchio.

La mia intenzione qui è di ripercorrere questo tragitto, non tanto per raccontare l’esperienza in sé, quanto per far luce sulla realtà vissuta da molti, moltissimi ugandesi e su quali prospettive può offrire loro un progetto di volontariato internazionale.

Quindi, senza porre freno alle mie scarse capacità di sintesi, vi voglio raccontare la storia dal suo inizio; da quando…
…spese ormai due o tre settimane di ricerche su internet per un progetto di volontariato in Africa, incontrando pacchetti da 1000 euro o più per quindici giorni, trovo finalmente qualcosa di più adatto alle mie esigenze. Il Servizio Civile Internazionale (SCI-Italia) offre un sacco di possibilità in molti paesi. Da nazioni del “Sud del mondo” a paesi occidentali. I progetti hanno una durata che varia dalle due settimane ai tre mesi, a periodi più lunghi ancora. Richiedono la partecipazione a un corso di formazione di tre giorni a Roma, e qui viene il bello.

Quando secondo il mio navigatore sono ormai nella zona dove si trova “La Città dell’Utopia”, dove si terrà il corso di preparazione, mi prende un po’ lo sconforto. Con un nome così mi aspettavo, chessó, un ecovillaggio nella periferia romana, un posto con del carattere. E invece cammino all’ombra di palazzoni a 6-8 piani con l’intonaco scrostato, tutti fitti fitti, grigi e monotoni. In mezzo a due di questi c’è una scalinata e il navigatore mi dice di salirla. Così mi si presenta La Città dell’Utopia, non c’è dubbio. Un casolare di campagna circondato di alberi, vestito di piante rampicanti, piantato su una collinetta ad-personam e circondato su ogni lato da un Colosseo di condomini di periferia.

Ormai unica nel suo genere, la Città della Gioia ha resistito alla speculazione edilizia grazie alla voce, mai confermata, che vi abbia passato una notte Garibaldi nel suo percorso di unificazione d’Italia. Ma questo non è bastato a garantirgli vita facile, ora sopravvive alle mire delle imprese edili soprattutto grazie alla resistenza opposta da vari gruppi cittadini che lo mantengono come realtà occupata. Al piano terra ospita ancora un’osteria, così come cent’anni fa. Ora è attiva solo in determinate occasioni, ma l’aria che si respira dentro penso non sia diversa da quella che tirava quando Garibaldi ci si sedette a mangiare uno spaghetto cacio e pepe. Ma esisteva già la pasta all’epoca di Garibaldi?

I tre giorni passati qui sono stati, senza esagerare, una scuola di vita. Perché hanno confermato le mie perplessità sul metodo di istruzione odierno e perché ho potuto osservare che, con i giusti presupposti, si può creare una realtà di confronto orizzontale dove non c’è insegnante e non c’è studente ma tutti imparano reciprocamente dagli altri e tutti si sentono liberi di esprimersi. E non c’è nessuno che non apporti un importante contributo al percorso del gruppo. Ognuno assume una forte individualità nei confronti dei suoi compagni e si finisce per essere tutti grati della presenza di tutti, perché è col contributo di ciascuno che si è creata quella bella esperienza da cui tutti sono usciti arricchiti e divertiti.
La mia convinzione che l’istruzione d’oggi sia non solo fallace, ma controproducente in parte dei casi, si sta rafforzando in questi giorni che sto passando in un’altra incredibile realtà, nella quale mi ha portato il caso. O forse c’è un filo che conduce il nostro muovere passi nella vita? Un meccanismo fatto di connessioni di vario tipo che sfugge perlopiù alla nostra comprensione, ma che fa sì che ci succedano cose, che si conoscano persone e che alla fine, nella vita, si prenda presto o tardi una direzione precisa, indipendentemente dal passato che uno può avere. Ma di questi giorni parlerò più avanti. Quando si sarà chiuso anche questo piccolo cerchio.

Torniamo a noi. Il corso di formazione si conclude, io scelgo due progetti in Africa di due settimane ciascuno – il secondo in Tanzania -, pago i 200-250 per campo, passano un paio di mesi e parto per l’Uganda. Il campo di volontariato ha questo titolo: “Sviluppo culturale in musica, danza e produzione”. Ho informazioni più dettagliate, ma parto comunque perplesso.

Arrivo a Kampala, Uganda, due giorni di preparativi e si parte – in dieci o più, fitti come galline in un pollaio, in un furgoncino piccolo e stretto, con un portapacchi carico come solo nelle nazioni del terzo mondo si può vedere -; destinazione campagne di Bukomero, a un’ora e mezza di guida da Kampala. Quando il furgone si arresta scendo di corsa a sgranchirmi le gambe e per poco non collasso. Pressato come una sardina in scatola, la circolazione si era dimenticata di passare per gli arti bassi.

Il posto lo trovo meraviglioso. Nella sua semplicità. Un paio di edifici ad un solo piano, tetti in lamiera. Tutto attorno alberi da frutto. Ma non come le nostre cultivar di pesco o albicocco. Alberi veri! Manghi, jackfruit ed una papaia. Niente elettricità, gas né acqua corrente. Un bel prato di fronte alle case, la cucina a legna indipendente dagli stabili e i bagni a latrine ad una ventina di metri, sul confine della proprietà. Ci abita una famiglia con quattro bambini, due maschi e due femmine, sembrano perfettamente classati per età con qualcosa tipo 2 anni di differenza, ed un ometto basso e muscoloso con un debole per le sbornie.

Tolto l’organizzatore del campo che sarà sulla trentina, sono tutti ragazzi di periferia, più giovani di me. Hanno quello stile lì, di quartiere. T-shirt lunghe delle squadre di basket, scarponi, pantaloni strappati, cappelli. Hanno gli Smartphone, le casse Bluetooth.

I primi giorni sono confuso. Che cos’è? Una vacanza a costi ridotti? I ragazzi sì, sono capaci nelle loro danze e nella loro musica, alcuni davvero dei fuoriclasse. Ma io qui che ci sto a fare, chi aiuto? I giorni passano, ci si esercita nelle attività, ma senza esagerare, poi sempre con approccio africano: io faccio quello che so fare alla mia maniera, tu cerca di copiarmi, è facile! Entro nel ritmo dell’Africa, questo con relativa facilità, e con un po’ più di fatica anche i ritmi dell’Africa entrano in me – tolto quello che poi, per ridere, era sulla bocca di tutti: tulu-ba, un personale fallimento.

Scopro l’Alberello dei Pensieri, sotto alla cui ombra della luce dorata del sole delle cinque, passo tra i momenti più pacifici e armoniosi. Conosco più da vicino i ragazzi e le loro storie e scopro che i vestiti li hanno comprati usati per due spiccioli, che gli smartphone sì, li hanno sudati per mesi perché qui costano poco meno che da noi, che in proporzione è un’enormità, ma se non ce l’hai il palmare in Uganda sei proprio un poveraccio. Scopro che la loro cultura è una non-cultura, frutto della velocissima disintegrazione delle loro radici popolari, delle tradizioni, e della sostituzione di queste con un sistema di valori fantoccio, costruito dall’invadente tzunami capitalistico che senza alcun freno sta producendo una società schiava, soprattutto nella mente.

In Africa conosco la storia di Paul, un ragazzo sveglio e intelligente, con un buon cuore, che per il sogno di vedere l’Europa ha lavorato durissimo per un anno, facendo della sua camera un pollaio a due piani con 400 polli. Per poi spendersi tutta la fortuna – che ad altri costa anni di lavoro – per curare il babbo alcolista che non vedeva da dieci anni e che è poi finito per morirgli in braccio. Ma non c’era giorno in cui Paul non dicesse “I love Uganda!”, un grande.

Entro più in confidenza con Keyics, il fuoriclasse del tamburo, che però dice di non poterne più del suo paese e di voler emigrare a fare fortuna. Ma che purtroppo non ha una benché minima idea di come giri il mondo fuori dall’Uganda e che mi auguro davvero che, se non costruisce prima un po’ di coscienza critica, quel mondo non lo sperimenti neanche. Ne verrebbe sopraffatto. E qui comincio a capire in che forma può arrivare il mio aiuto: conoscenza. Informazione e consapevolezza, sfatare miti, confronto.

Il sistema scolastico ugandese è tra i peggiori al mondo – dati reali, non una personale opinione. La percentuale di studenti che abbandonano l’istruzione già dalla scuola primaria è elevatissima (si parla di più dell’80%) e la prospettiva di riscatto per chi prosegue gli studi non è molto migliore. Il metodo istruttivo si basa sulla cieca memorizzazione e non viene in benché minima misura stimolata la capacità critica dello studente. Il mercato, per com’è ora, è già saturo; la popolazione dell’Uganda è esplosa da 7 a 37 milioni negli ultimi 50 anni. Con le capacità di analisi e le conoscenze acquisite grazie all’istruzione, nonché con gli esempi che offre la quotidianità, è praticamente impossibile che un giovane riesca ad uscire dalle piste dell’economia di sussistenza da cui proviene.

Questi ragazzi, qui sono volontari. Non ricevono soldi, al massimo mangiano e dormono a gratis. Alcuni però hanno fatto quintalate di campi di volontariato e vedono l’ente locale che collabora con lo SCI come una seconda casa. Il confrontarsi con i volontari internazionali, con altre realtà, apre loro gli occhi, rimuove il velo di ignoranza con cui sono cresciuti, gli offre opportunità. E c’è chi queste chances le ha sapute cogliere. Uno di questi si chiama Abas, ed è l’organizzatore del campo. Ora vi racconto la sua storia, sembra un po’ una favola perché ha un lieto fine.

Abas nasce in Uganda, Africa, nei primi anni ottanta, gli anni di guerra civile. Povera Uganda. Solo nel 1962 riceve l’indipendenza. Gli inglesi, prima di liberare, eleggono Mutesa – il re della tribù Baganda, la più potente del paese – presidente, con il compito di formare un governo composto di rappresentanti delle numerosissime tribù presenti sul territorio. In questo governo entra anche Obote, della tribù Lannì. È lui, tempo dopo, a deporre Mutesa con un colpo di stato, mandarlo in esilio fuori dall’Africa, in Inghilterra e probabilmente a ordinarne l’uccisione, che avviene due anni più tardi per avvelenamento. Avviene però che nel 1972, durante una visita di Obote a Singapore, il generale Idi Amin prende il potere e consiglia al suo ex-presidente, per telefono, di non tornare a casa se ci tiene alla pelle. Amin, scarsamente educato, violentissimo braccio destro del precedente governo Obote, governa con pugno d’acciaio. Fino al ’79 quando, guarda un po’, Obote, appoggiato dalla Tanzania, entra in Uganda con un’azione militare e depone Amin. È a questo punto che entra nel gioco il giovane Museveni, l’attuale presidente. Nel nome della democrazia, Obote indice delle elezioni, ovviamente pilotate, e sale di nuovo alla presidenza. Museveni esce dal governo, si porta dietro sei fedeli e si dà alla macchia. Si reca di casa in casa e comincia a reclutare un esercito di resistenti il NRA, National Resistance Army.

Le truppe di Obote intanto seminano il panico nel paese. Stuprano indisturbate, uccidono chiunque non dia informazioni sull’ubicazione dei resistenti, poco importa se lo sai davvero o no. Questo fa sì che Museveni trovi grande accoglienza fra i civili. Ordina a questi di abbandonare le proprie case e fuggire nelle campagne, i maschi di ogni famiglia vengono reclutati in cambio di protezione. Si instaura un sistema di informazione sotterranea, del quale il padre di Abas fa parte. Abas passa i primi anni nascosto nelle colline di Bukomero, il paese vicino al quale si è svolto il campo di volontariato. La sua casa è lontana, ma la famiglia ha dovuto abbandonarla. La vita è durissima. Dormono nei cespugli. Grazie a Dio siamo all’equatore e almeno non fa troppo freddo.  Molti muoiono di stenti, le condizioni igieniche sono inesistenti, tanti i cadaveri a cielo aperto. Le malattie pullulano.

Nel 1985 Museveni ce la fa. Il NRA sconfigge le truppe governative. Molti sono quelli che all’ultimo fanno il voltafaccia e lasciano Obote sprovvisto di un esercito. A questo punto l’Uganda è in ginocchio. Le epidemie sono al loro picco e il numero di dottori è ridotto. Arrivano le Nazioni Unite e gli aiuti internazionali, ma il numero di medici non basta comunque. Allora vengono istruiti civili a una sorta di primo-controllo, sveltendo il lavoro dei medici. E di nuovo il padre di Abas è uno di questi.

La famiglia raggiunge i 12 figli, ma non ha modo di mantenerli. Abas esce di casa a 16 anni, è sulla strada. Comincia a frequentare un garage dove si siede e osserva il lavoro dei meccanici. Così impara il lavoro a sua volta. Mi fa pensare al processo di insegnamento dell’arte del sushi in Giappone. L’allievo osserva attentamente il sushi master per due anni, durante i quali non scambia una parola col maestro. Al termine dell’apprendistato è pronto ad esercitare l’arte.

Poi Abas incontra UPA, Uganda Pioneers Association, l’ente locale che collabora con lo SCI. Ne abbraccia una branca, UPACT: UPACulturalTroupe. Ma il coordinatore del tempo ha una malagestione dei fondi e finisce per affondare il progetto. Abas intanto lo ha già abbandonato ed è riuscito a convincere il suo collega Ronnie a creare un progetto loro stessi. Ogni settimana mettono da parte tremila scellini a testa, circa un euro. Presto si aggiunge un terzo. Fondano il MCA, Music and Culture Africa. Il padre di Ronnie gli dona il garage di casa come quartier generale. I giovani del circondario cominciano ad affluire, magari a partecipare economicamente per come possono. Le cose si mettono in moto.

Poi un giorno Ronnie prende un’altra direzione, il padre richiede indietro il garage e tutto svanisce.
Passa il tempo, Abas è ragazzo-padre da quando ha vent’anni, ha una grossa responsabilità su di sè e non può permettersi di rischiare ancora. Lascia perdere i suoi sogni. Passa il tempo, e un giorno, per strada, Abas incontra un membro di UPACT. “Sai che il coordinatore non si fa più vedere da tempo?” gli dice questo. “Noi siamo un po’ alla deriva e nessuno vuole prendere la leadership”.

Abas se lo ricordano come quello che ha buone idee, che mette in moto tante cose. Così lo pregano di tornare, anche se il progetto è stagnante, non ha più fondi e pochi membri rimasti. Abas si ricollega con UPA e riprende a offrirsi per campi di volontariato di vario tipo. Conosce un ragazzo danese, entrano in confidenza e questo gli propone di accompagnarlo in viaggio come guida. Gli paga tutto e gli dà anche qualche soldo per ogni giorno di viaggio. Così, alla guesthouse dove risiedono parte dei volontari occidentali, si sparge la voce che Abas è una buona guida. Il secondo ingaggio gli arriva per otto persone. Organizza tutto meticolosamente. Fa un preventivo e noleggia una macchina. Poi giunge l’aiuto di una ragazza, sempre danese. Gli prepara dei volantini che distribuiscono al teatro nazionale in occasione degli eventi. Le offerte arrivano.

Oggi Abas non lavora più come meccanico, ha aperto un mutuo e ha comprato un bel furgone 4×4 per i safari, fa la guida e servizio taxi per il volontari in Africa, a tempo pieno. È il nuovo coordinatore di UPACT e tanti ragazzi hanno ora abbracciato il progetto. La troupe che ha formato in Africa è in grado di esibirsi ed è già stata ingaggiata per eventi privati. Un membro ha allestito un piccolo allevamento di animali dove i giovani del gruppo lavorano. I margini di guadagno sono minimi, ma è solo l’inizio.

Poi è venuto il giorno conclusivo dell’attività, quando tutti, africani e non, ci si è esibiti al teatro nazionale di fronte a tanta gente. Tutto è andato a meraviglia e Abas era così commosso che nel congratularsi aveva gli occhi lucidi e si ripeteva in continuazione. Mi ha presentato la sua ragazza. Belga. È venuta un anno e mezzo fa come volontaria e non è più ripartita. Io, sull’onda di Abas, non facevo altro che ripetermi “se lo merita”.

bool(false)