L’amore resiste più di quello che dura: testimonianza da un campo di volontariato in Perù [I parte]

L’amore resiste più di quello che dura: testimonianza da un campo di volontariato in Perù [I parte]

Riceviamo e pubblichiamo la testimonianza di Rainer Maria Baratti, volontario che, la scorsa estate, ha partecipato ad un campo di volontariato in Perù a tematica ambientale. La sua testimonianza è stata pubblicata integralmente su europeanaffairs.it. Noi siamo felici di riprenderla e pubblicarla in tre parti.

Può capitare che arrivi a un punto in cui ti senti stanco. Cominci a mettere in dubbio tutto: le tue capacità, le tue scelte o le tue relazioni. Metti in dubbio anche il tuo futuro e ne cominci ad avere paura. Pensi che tutti quegli sforzi che hai fatto sono vani e ti butti in qualcosa che non conosci. Una specie di prima esperienza per fare esperienza con la speranza di trovare qualcosa di buono. Forse, un giorno. Questa è la situazione in cui molti giovani ragazzi si trovano in molte parti del mondo e anche nel nostro paese. Sempre di più la speranza è trovare lavoro ma soprattutto trovare lavoro in un altro paese. In Perù uno dei ragazzi mi ha raccontato che per poter sopravvivere si fa tanto, davvero tanto, e alcuni di loro pensano ad emigrare verso paesi come il Costa Rica. In Italia la situazione non è molto diversa: c’è chi combatte, c’è chi si abbatte e c’è anche chi rinuncia agli studi. Il risultato in ogni caso è un’immane stanchezza non percepita che ti si stringe piano piano al collo. A questo la vita aggiunge qualcosa, fa il suo giro. Perdi una persona cara e senti le tue emozioni annichilite. Ti ripeti che non puoi essere debole quando davanti a te inizia un grosso periodo di incertezze, dove forse ti dovrai inventare qualcosa per fare un curriculum. Allora il cappio al collo sembra stingersi un poco di più e le parole si fanno deboli. Col tempo quelle parole deboli diventano incomunicabilità e dalla tua bocca escono solo cose stupide o frasi di circostanza. Non sai cosa stai dicendo e spesso non lo vuoi neanche dire. Cerchi solo di riempire quel silenzio oppure cerchi che qualcuno se ne accorga. Perché il dolore dell’incomprensione spesso non sta nel non sentirsi capiti ma nel non riuscirsi ad esprimere. Succede poi che questo ti porta altri casini e alla lista aggiungi pure che mandi in incidente ferroviario l’ennesima relazione instabile. Non riesci più a capire dove stai andando ma la vita continua e devi continuare ad andare. Ti butti in un lavoro che non hai mai fatto e la paura di sbagliare è sempre dietro l’angolo. Quel cappio si fa sempre più stretto e a questo ci si aggiunge la paura.

È così che forse è iniziato il viaggio e forse è bene iniziare da subito dicendo che il volontariato è un’esperienza assolutamente intima. Luis ripeteva sempre una frase: “Come disse El Chapo, “Fuga!”. Probabilmente ognuno di noi stava scappando da qualcosa. Chi dalla vecchiaia, chi da un cuore infranto, chi dal non sentirsi approvato, chi dall’ignoranza, chi da un mondo che vorrebbe diverso o chi da situazioni difficili anche solo da spiegare. Spinto da quella forza nascosta che spinge molti giovani, mi sono ritrovato a cercare ogni genere di evento che promuovesse attività all’estero o esperienze formative. In uno di questi incontri vengo a conoscenza dello SCI (Servizio Civile Internazionale) e da lì ho deciso di intraprendere la mia prima esperienza di volontariato inseguendo degli ideali che vadano contro l’indifferenza verso l’altra persona e cercando un modo per poter affermare che questo mondo è di tutti. Lo SCI offre due livelli di formazione in cui presenta il proprio codice etico e prepara i futuri volontari. Ha un primo livello facoltativo per chi decide di partire per i campi al nord del mondo ma obbligatorio per chi vuole andare al sud del mondo a cui si aggiunge un secondo livello di formazione. La formazione si svolge a La Città dell’Utopia, un casale che rappresenta un centro nevralgico per la socialità del quartiere e dove si tengono numerosi eventi ogni settimana. La stessa formazione è un momento per conoscere sé stessi, volontari provenienti da tutta Italia e per porre il punto su alcune problematiche che potresti avere davanti a te nel campo. Molta della formazione inoltre passa attraverso l’esperienza dei più diversi volontari. Per prima cosa scelgo l’America Latina stimolato dai libri, dai film, dal suo fascino, dalla sua particolarità in certe tematiche e dal mio sogno di andare un giorno in Patagonia. Ho visto poi tramite il database i paesi disponibili nel periodo in cui potevo partire ed il destino mi ha portato in Perù. Luogo per cui scelgo un progetto in campo ecologico, ce ne sono vari tra cui scegliere che spaziano dalla promozione della pace, al lavoro con gli orfani, fino a tematiche di inclusione sociale. Ed è così che sono partito per Huaraz, una città nelle Ande, pagando per mia volontà le quote di partecipazione e il viaggio. Sono partito con una frase sulla mia maglietta per ricordare uno dei motivi che mi ha spinto a scegliere proprio il volontariato: “l’indifferenza è il peso morto della storia”.

Dopo un volo intercontinentale con scalo a San Paolo arrivo a Lima. Ho pernottato al Callao, vicino all’aeroporto, che poi ho scoperto essere uno dei quartieri più malfamati e pericolosi. Ci ero andato a piedi e mi sentito osservato soprattutto alle scarpe. In Perù tra i problemi più sentiti ci sono quelli della corruzione (a Lima ci sono ponti in costruzione chiusi per indagini) e della sicurezza. Molta della retorica di questo periodo di elezione, che incorreva durante il mio soggiorno, vedeva scritte “per una Huaraz più sicura”. Humberto ci ha raccontato che c’è un eccessivo divario riguardo alla sicurezza dei quartieri di Lima. Ci ha detto che nel Rimac o nel Callao la violenza è tanta mentre a Miraflores la sicurezza è garantita dal pagamento di forze di sicurezza da parte dei locali in quantità massiccia. Il giorno seguente sono partito per Huaraz. Per arrivare a Huaraz di massima ci sono due modi: aereo o autobus. L’aereo con biglietto di andata e ritorno viene intorno ai 300 dollari e ha una frequenza di 3 voli a settimana. È capitato che due giorni prima hanno spostato il volo di due giorni rispetto al biglietto che avevo comprato. A quel punto ho dovuto prendere il pullman che partiva da Lima in Plaza norte. I pullman in Perù sono ampiamente utilizzati e per 8 ore di viaggio offro il servizio con pasto a bordo, sistema di intrattenimento, Wi-Fi, sedili ampi con cuscino e coperta. Il percorso passa per il deserto e si fa largo tra le nubi, che assumono lo stesso colore marrone che si fonde e si mischia. Le curve sono tante e già da subito si incomincia la salita in mezzo alle nubi attraverso le quali è possibile intravedere le numerose abitazioni work in progress del Perù. Sono case abitate ma che sembrano perennemente in costruzioni poiché fatte di foratini e con le stecche di metallo dell’armatura di cemento che si innalzano dalle strutture. Il paesaggio è surreale e puoi vedere la strada che viene separata dal dirupo da una tenera striscia di sabbia. Dopo ore le nubi cominciano a diradarsi e i paesaggi del paese cominciano a mostrarsi mentre il sole tramonta. Fa notte e arrivo nella città. Il pullman mi lascia alla sede dell’agenzia proprietaria. Da lì incomincio a chiedere indicazioni per l’alloggio che ci hanno segnalato e mi consigliano di prendere un Taxi ma non avevo soldi in contanti. Una volta arrivato, Michael il nostro organizzatore mi dice che mi aveva intravisto all’agenzia e che era venuto a prendere Wayne proprio lì ma che si era scordato del mio arrivo. In realtà vi erano state delle incomprensioni in quanto mi aveva proposto o di venirmi a prendere o di venire da solo. Io per cortesia gli avevo detto che sarei venuto tranquillamente solo. È così che è iniziato il mio viaggio ed è così che ho conosciuto i miei compagni. Nella giornata seguente sono arrivati gli altri dalle più diverse nazioni. La squadra alla fine era composta da me (Italia), Silvie (Repubblica Ceca), Humberto (Perù), Luis (Messico), Wayne (Taiwan), Marta e Santiago (Spagna), Maria (Grecia), Lloris e Mathilde (Francia).

Il mal di montagna non è da sottovalutare in questo contesto. Lima è al livello del mare e per arrivare a Huaraz si sale fino a 3000 m. I primi giorni è normale sentirsi affaticati. Prima di fare i tour o provare le scalate dei picchi, che sono la buona parte delle attività turistiche, è meglio fare qualche passeggiata e trekking per acclimatarsi. Questo perché spesso i tour ti portano il più vicino con la macchina e comportano uno shock. In molti si sono portati pasticche per il mal di testa o la nausea dovuto appunto a questo mal di montagna. Durante la visita al Pastoruri ne ho avuto le prove. È un ghiacciaio a 5000 m che con il tempo ha perso grandissima parte della sua grandezza. Mentre camminavo sentivo lo stomaco contorto e il dolore del mal di testa picchiava il mio cervello. Passo dopo passo sentivo la paura di svenire sempre più forte e le forze abbandonarmi lentamente. Durante il cammino in salita potevo sentire il cuore rallentare. Lì comunque c’era la possibilità di pagare il noleggio di un cavallo o di pagare gli uomini disposti a prenderti in braccio in cambio di soldi. Il percorso si fa largo tra le montagne dalle venature grigie e arancioni per arrivare al ghiacciaio bianco e azzurro. Quando ti avvicini puoi notare l’acqua che si scioglie e va nel lago lì vicino. Altro consiglio è riguardo alla Sim: in ogni caso non fatela in aeroporto. Il telefono può essere un amico immancabile dato che per la maggior parte del tempo, soprattutto a Lima, avrete bisogno dei Taxi. Il capitolo Taxi è un capitolo delicato perché il sistema peruviano è un sistema informale e occorre comunque stare attenti. Se state a Lima potete tranquillamente utilizzare Uber, anche se vi conviene aspettarlo vicino o dentro al ristorante dato che in molti sanno che i turisti ricchi aspettano questo servizio. Però in generale a Huaraz non abbiamo avuto problemi riguardo. La Sim in aeroporto viene 219 dollari mentre a Huaraz in un negozio ufficiale delle compagnie potete acquistare la Sim per 5 soles in cui sono inclusi 3 giorni tutto illimitato e 30 giorni di WhatsApp. In caso potete comunque ricaricare 10 soles per avere almeno una settimana di tutto illimitato. Nel nostro alloggio vi era il Wi-Fi ma spesso non funzionava e le offerte del mio operatore non hanno funzionato benissimo.

Continua nella II parte.

Scoprire Shanti Sahara e non tornare più indietro: testimonianza da un campo

Scoprire Shanti Sahara e non tornare più indietro: testimonianza da un campo

Pubblichiamo la testimonianza di Małgorzata Mrzyk, volontaria polacca che, dopo tanti anni di volontariato in Italia, quest’anno ha scelto di essere coordinatrice del campo Oasis of Care, realizzato in collaborazione con l’associazione Shanti Sahara. Pubblichiamo il testo in inglese, di cui potete trovare la traduzione in italiano in fondo.

The first time I was volunteering for Shanti Sahara was 5 years ago. I arrived at the central station in Milan and I saw a girl holding up a piece of paper with code of our workcamp. I thought it must be cool to wait for your volunteer like Maria, my workcamp leader, did that day.

The first year with Shanti Sahara was an unique experience for me. There were a lot of problems – organisation of work, language, shifts in hospital, sharing tasks, cooperation with some volunteers. But without the rain there would be no rainbow. I chose that project because I wanted to understand the refugees situation. I did. I got to know the most wonderful and loving children in the world. They thought me about Sahrawi history, about their life at the desert, all the problems they have to endure every day and what are the most efficient ways to help refugees. They made me understand what love is about, that there are no language barriers if only you try and that it’s worth going step by step to reach your aims.

I came back the following year. The third year I’ve learned Italian to communicate better with our children and Italian volunteers. Four years later I couldn’t wait to see our children again and people whom I already could call friends. Five years later, my friend and my previous coordinator Maria, asked me to coordinate the camp.

I didn’t have the formal training with SCI as there was no time, but I got a lot of support from SCI employees in Italy and my Italian friends that were coordinating camps the previous years. I prepared myself basing on my own volunteering experience and getting inspiration from my previous camp leaders.

The camp started on the 3.07. I was late an hour as I was arriving by bus from Poland. I entered the central station in Milan with a piece of paper with “IT-SCI 2.5” written on it. I met two of my volunteers – Tanya and Christian. Michalina joined us later that day.

Together with my Italian friends – Betta and Michele – we have organised meetings to teach our volunteers about Sahrawi people, our work we do for them, problems we have to face and work we have to do. Finally, the children arrived – the cutest children ever, but all of them with chronic diseases or disabilities. I was it wasn’t easy at the first time, but Shanti Sahara is a family where we all support each other and soon I saw Tanya, Michalina and Christian playing with children, participating in all our tasks and … enjoying it!

I was stressed at the beginning. I wanted to support my volunteers give them necessary knowledge and I didn’t know if I can. But they turned out to be open, involved, optimistic people who made the work of Shanti Sahara easier and they made our children smile. With such a great group of volunteers and all the support I got from my friends and SCI employees, the hardest task turned out to be writing “thank you” in Russian.

I’m a volunteer since nine year. Three times I’ve participated in workcamps in different countries. I’ve written my thesis about workcamps. It’s a part of my life I this year I got a chance to go even further and I really appreciated and enjoyed that.


La prima volta che sono stata volontaria per Shanti Sahara è stato 5 anni fa. Arrivai alla stazione centrale di Milano e vidi una ragazza con un foglio su cui era scritto il codice del nostro campo. Pensai che doveva essere molto bella quell’attesa dei propri volontari, come stava facendo quel giorno Maria, la nostra coordinatrice del campo.

Il primo anno con Shanti Sahara è stata un’esperienza unica per me. Ci furono molti problemi – sull’organizzazione del lavoro, per il linguaggio, i turni in ospedale, la divisione dei compiti, la cooperazione tra alcuni volontari. Ma senza la pioggia non ci sarebbe l’arcobaleno. Scelsi questo progetto perché volevo capire a fondo la situazione dei rifugiati. L’ho fatto. Ho conosciuto i più meravigliosi e adorabili bambini del mondo. Mi hanno insegnato la storia della popolazione Sahrawi, della vita nel deserto, dei problemi con cui si confrontano ogni giorno e dei modi più efficienti per aiutare i rifugiati. Mi hanno aiutato a capire che cosa sia l’amore, che non ci sono barriere linguistiche se solo ci si impegna, e che vale la pena di avanzare passo dopo passo per raggiungere i propri obiettivi.

Sono tornata l’anno successivo. Il terzo anno avevo imparato un po’ di italiano per comunicare meglio con i bambini e con i volontari italiani. Quattro anni dopo non potevo aspettare di vedere di nuovo i nostri bambini e le persone che ormai posso chiamare amici. Cinque anni dopo, la mia amica e ex coordinatrice Maria mi ha chiesto di coordinare il campo.

Non sono riuscita a partecipare alla formazione ufficiale dello SCI perché non c’era tempo a sufficienza, ma ha ricevuto moltissimo supporto dallo staff della Segreteria Nazionale SCI e dagli amici italiani che avevano coordinato il campo gli anni precedenti. Mi sono preparata basandomi sulla mia stessa esperienza di volontaria e prendendo ispirazione dai miei precedenti camp leaders.

Il campo è iniziato il 3 luglio 2018. Ero in ritardo di un’ora perché stavo arrivando in autobus dalla Polonia. Sono entrata nella stazione centrale di Milano con un foglio con scritto “IT-SCI 2.5”. Ho incontrato subito due volontari, Tanya e Christian. Michalina ci ha raggiunto dopo.

Insieme agli amici italiani – Betta e Michele – abbiamo organizzato degli incontri per insegnare ai volontari la storia del popolo Sahrawi, il lavoro che facciamo per loro, i problemi che dobbiamo affrontare e le attività che saranno da fare. Finalmente sono arrivati i bambini – i più carini in assoluto, ma tutti con problemi di disabilità e disturbi cronici. Non è stato facile all’inizio, ma Shanti Sahara è una famiglia in cui tutti si sostengono l’un l’altro e subito ho visto che Tanya, Michalina e Christian giocavano con i bambini, svolgevano i compiti prestabiliti e… si divertivano!

Inizialmente ero stressata. Volevo supportare i miei volontari e dar loro le conoscenze necessarie, e non sapevo se ci sarei riuscita. Ma si sono rivelati aperti, coinvolti, ottimisti, delle persone che hanno reso il lavoro di Shanti Sahara più semplice e hanno fatto ridere i bambini. Con un fantastico gruppo come questo e con tutto il supporto ricevuto da parte dei miei amici e dello staff dello SCI, il compito più difficile si è rivelato scrivere “grazie” in russo.

Sono una volontaria da 9 anni ormai. Per 3 volte ho partecipato a campi in diversi paesi. Ho scritto la mia tesi sui campi di volontariato. È parte della mia vita e quest’anno ho avuto l’opportunità di andare anche oltre, l’ho davvero apprezzata e ne sono felice.

Riconversione industriale, ecologismo e inclusione sociale: testimonianza da Ventimiglia

Riconversione industriale, ecologismo e inclusione sociale: testimonianza da Ventimiglia

Pubblichiamo la testimonianza di Matteo Malagoli, volontario SCI che ha partecipato quest’estate al campo “Route of Jerusalem” a Ventimiglia.

Il giorno di avvio del campo di lavoro sono già a Ventimiglia da un giorno, arrivo infatti il 14 luglio per partecipare alla manifestazione organizzata da progetto 20k e noborder. La manifestazione molto bella, partecipata e rumorosa si è snodata per tutta la città con decine di associazioni (e molte bande musicali) provenienti da Italia , Francia e Spagna.

Comincia il campo e incontro gli altri volontari alla stazione dei treni: Pablo dalla Francia, Paula e Alvaro dalla Spagna e Cecile dal Belgio… Cecile è sempre Cecile del campo precedente con Sci-Progetto 20k, sembra che il Belgio e l’Italia non sono così distanti. Filippo dello SCI Piemonte ci preleva per portarci a Varase.

La sede del campo è la casa famiglia Spes dove allestiamo il nostro campeggio, qui incontriamo Claire da Parigi che è responsabile di una delle associazioni partner “ Route to Jerousalem”. L’edificio dello Spes è la scuola di Varase che è stata riconvertita a casa di accoglienza per ragazzi diversamente abili, il benvenuto dei ragazzi è stato calorosissimo e molti insistevano per farci dormire nelle stanze della struttura.

Lo Spes è una realtà molto complessa, oltre alla casa accoglienza c’è un laboratorio alimentare dove i ragazzi, con l’aiuto di Franco, lavorano e trasformano i prodotti delle serre. I piatti sfornati: pizze, torte salate e quant’altro sono ottimi e saranno il nostro sostentamento durante il soggiorno.

Matteo, il presidente, ci introdurrà alle attività della cooperativa e Gianni invece ci farà fare un tour delle serre della cooperativa.

L’esperienza delle serre è un bel esempio di riconversione industriale frutto anche dell’impegno e del coraggio di Gianni e della cooperativa. Il territorio della riviera di ponente, la riviera dei fiori, è un luogo che sta uscendo dall’atlante economico: Genova si sta svuotando e ha perso più di 200.000 abitanti dal 1970, il turismo annaspa travolto dai voli low-cost e il turismo mordi e fuggi e l’industria dei fiori è completamente dismessa, sono rimaste solo le serre a testimoniarla, il lavoro è migrato altrove: Olanda e Africa.

Nelle serre Spes oggi si producono ortaggi e si allevano galline ovaiole in modo biologico, si fa inclusione lavorativa con i ragazzi e si fa integrazione con i migranti, lavoreremo fianco a fianco con un ragazzone sudanese che si chiama Goodwill (buona volontà). E’ un salto di paradigma nel modello economico che non si confronta esclusivamente con il mercato ma cerca un’integrazione sociale e morale con il territorio… è tutto molto chiaro quando Gianni ci spiega il modello organizzativo: le persone più svantaggiate hanno i compiti più importanti e delicati. Il mondo si è rovesciato e funziona.

Il giorno successivo arriva la coordinatrice ufficiale del campo: super-Elisabetta da Roma sarà un vera forza della natura che ci travolgerà con la sua energia e i suoi mille giochi di gruppo.

Il programma del campo è stato così articolato e complesso che si stenta a credere sia durato solo 8 giorni: volontariato alla Caritas di Ventimiglia per la distribuzione dei pasti, partecipato alla serata di a villa Grock di Imperia con i ragazzi di Libera e il magistrato Gian Carlo Caselli, assistito a un concerto alla rocca di Ventimiglia di Eugenio Bennato, visitato l’eco-villaggio Torri superiori, ballato con i ragazzi di “Arte migrante” e i migranti di via tenda… impossibile parlare di tutto, cercherò di condensare i punti salienti.

Partiamo dalle associazioni partner, dello Spes ho già parlato, rimane “Route to jerusalem”, “Arte migrante” e Torri superiori eco-villaggio.

Route to jerousalem” è un’associazione francese di Viaggiatori con base a Lione, l’idea è partita negli anni 70 ed è l’idea di una marcia, senza soldi e a piedi, dalla Francia a Gerusalemme appunto. E’ difficile condensare in poche righe un’idea così potente ma anche semplice: camminare significare essere vulnerabili e confrontarsi con i propri limiti ma farlo senza soldi e pianificazione è un atto di fede nel genere umano… si deve intessere un dialogo con tutte le persone che si incontrano, accogliere gli altri e accettare l’accoglienza. E’ un messaggio molto forte. Ho conosciuto i primi pionieri della route: Marie, Monique, Gildas e visto le fotografie degli anni 70 delle loro imprese. Oggi le loro bellissime figlie, Marion e Claire, stanno continuando l’opera dei genitori con un progetto parallelo che si chiama “Trace ta route” che è simile ma propone itinerari più abbordabili, per la marcia a Gerusalemme serve più di un anno, infatti incontriamo il gruppo di ragazzi francesi e italiani impegnati in una marcia simbolica attraverso il confine italo francese da Nizza a San Remo. Per un intero giorno parleremo dei temi della migrazione, sui motivi e su cosa fare di concreto… un estenuante dialogo italo-franco-inglese molto interessante.

“Arte Migrante” è indefinibile, direi che sono un gruppo di matti molto allegri, ammetto che non ho ben capito cosa fanno ma so cosa abbiamo fatto insieme e mi sono divertito molto. Per essere sincero all’inizio ero parecchio dubbioso: l’idea era di coinvolgere i migranti in una sorta di circo musicale improvvisato… suonava parecchio strano ma alla fine mi sono ricreduto. Abbiamo raggiunto via tenda verso l’ora di distruzione della cena e le ragazze del gruppo sono state le nostre “ambasciatrici” per cercare di coinvolgere i migranti che sono quasi esclusivamente uomini. Piccoli gruppi di coraggiosi hanno amplificato la loro musica tradizionale dal cellulare e hanno improvvisato gruppi di danza etnici: Siria, Sudan, Nigeria… anche Paola e Alvaro del gruppo Sci-Spagna hanno accesso la folla con una danza indiavolata.

La domanda del pragmatico-emiliano dentro di me è stata “A cosa serve? Scappano dalla guerra, sono braccati dalla polizia e noi li facciamo ballare?”. SERVE! L’accoglienza non è solo cibo e una branda al coperto è anche un sorriso, una stretta di mano, una danza, un ballo… bastava guardare negli occhi quelle persone bistrattate e malvolute per capire tutto.

L’eco-villaggio Torri superiori sono stati un altro cardine del campo, ha dato supporto a “trace ta route” per il campeggio e ci ha offerto la possibilità di godere del meraviglioso torrente Bevera.

La storia di Torri è incredibile, all’inizio degli anni 80 mentre impazzava lo yuppismo, i Chicago Boys questo gruppo di italo-tedeschi acquista i ruderi e l’uliveto di Torri superiori, un borgo abbandonato dagli abitanti migrati (anche loro) verso le sfavillanti promessi della modernità cittadina. L’idea della Comune era passata di moda da un pezzo ma evidentemente loro non lo sapevano o forse certi istinti umani del ritorno alla terra e alla semplicità della vita tradizionale non passano mai di moda e ritornano periodicamente.

Uno dei fondatori, Massimo, ci parla di Torri e della sua storia. Il lavoro è stato immenso, il borgo è composto da più di 100 stanze, tutte in roccia… vari gruppi di volontari Sci e Legambiente si susseguono nel corso degli anni. L’eco-villaggio oggi è un manifesto in carne e pietra di un modo di vivere alternativo. Permacultura, metodo del consenso, pannelli solari, bioarchitettura. La parola d’ordine sembra resilienza, una mutazione continua per adattarsi e contaminare il circostante.

Il villaggio è aperto ai volontari di tutto il mondo con i quali lavoriamo gomito a gomito. Una parte di Torri sono residenze private, una parte è albergo diffuso e una parte e luogo comune d’incontro. I Residenti sono tenuti a versare una quota mensile per i pasti che si svolgono nella parte comune ma non sono obbligati a parteciparvi. L’eco-villaggio è un’opera viva, un laboratorio sociale economico, è un’utopia reale. Mentre il tessuto economico circostante si dissolveva nella crisi economica loro sono sopravvissuti e come Spes hanno inventato un altro modello, creando delle reti sociali per promuovere un modello sostenibile non solo economicamente.

Non c’è più spazio per aggiungere altro, posso solo dire che è stata un’esperienza meravigliosa e mi sono innamorato di tutte le persone conosciute.

 

Restiamo umani? “Era talmente chiaro che era inutile dirselo” – Testimonianza

Restiamo umani? “Era talmente chiaro che era inutile dirselo” – Testimonianza

Pubblichiamo la testimonianza di Matteo Malagoli, volontario SCI che ha partecipato quest’estate ad un campo di volontariato a Ventimiglia, nell’ambito del progetto 20k.

Arrivo a Ventimiglia una mattina torrida del 28 giugno, non so bene a cosa sto andando incontro perché è il mio primo campo di lavoro. La descrizione del sito SCI è veramente dura: solo lavoro manuale, un posto isolato, sveglia la mattina presto. Per la maggior parte è sufficiente tant’è che di 11 volontari richiesti se ne presentano solo 6, per me va bene, voglio lavorare e non pensare a nulla.

Ci troviamo nella sede di progetto 20k / infopoint Eufemia, in via tenda, siamo io, una ragazza belga Cécile, una ragazza messicana Carol, è un ragazzo ucraino Sergej: sembra una barzelletta che però non fa ridere, cerco di attaccare bottone con un inglese stentato che abitualmente non parlo, un disastro. Dopo poco ci raggiungono Nicolò e Deborah che vengono entrambi da Brescia.

Un paio di attivisti di progetto 20k, Lucio e Grazia rispettivamente di Genova e Bologna, ci accompagnano in macchina a visitare luoghi storici della migrazione a Ventimiglia. Partiamo da uno spiazzo di via tenda dove tutte le sere viene distribuito il cibo da parte di una un’associazione francese, il greto del fiume Roia dove era stato allestito un campo informale, raggiungiamo il confine con la Francia, nel tragitto intravediamo il sentiero Grimaldi usato per attraversare il confine e visitiamo velocemente Balzi Rossi che è stato un luogo molto importante nel 2015 per la rivendicazione dei diritti dei migranti.

Sembra che ci sia una relativa tranquillità, sembra un posto di villeggiatura come tanti, in macchina siamo tutti bianchi quindi non veniamo fermati al posto di blocco della frontiera, Grazia intanto ci parla del lavoro del progetto 20k: assistenza legale ai migranti, distribuzione di scarpe e abiti usati, ricarica del cellulare e pc per navigare in internet.

A poco a poco capisco come questa tranquillità é solo apparente, in realtà la gendarmeria francese presidia  quasi militarmente il sentiero Grimaldi, tutti gli treni provenienti dall’Italia vengono controllati e le persone di colore non in regola rispedite indietro, ormai è prassi comune rispedire informalmente indietro anche i minori in violazione dei trattati internazionali, ma anche noi facciamo la nostra parte con il sindaco di Ventimiglia Ioculano (in quota PD) che con un’ordinanza comunale è arrivato a vietare la distribuzione di cibo e acqua nei luoghi pubblici.

Chi pensa che la sinistra vanti una superiorità morale ha qualcosa su cui riflettere.

Più i controlli della polizia si fanno serrati più le tariffe degli zelanti passeur aumentano, in una legge di mercato anche qui ineluttabile, un tentativo ormai costa €300 e I migranti provano ogni strada… prima di andarmene sorriderò alla notizia letta sul giornale di due migranti che riescono ad arrivare sulle coste francesi con un pedalò affittato a Ventimiglia. Mitici!

A Rocchetta Nervina incontriamo altri ragazzi del progetto 20k: Luca, Stippi e Karim. Con loro raggiungiamo il campo di lavoro, il primo impatto è duro, sembra una specie di discarica o il deposito di un accumulatore seriale allestita in un bel uliveto terrazzato. Il progetto del campo di lavoro è allestire un campeggio per 40 volontari che saranno impegnati durante l’estate a Ventimiglia. E non è finita qui… il bagno è inutilizzabile, non c’è energia elettrica e acqua potabile e il posto è infestato dalle zanzare. Io sono uno zotico e non mi scompongo più di tanto, c’è giusto il tempo di montare le tende preparare la cena e fare quattro chiacchiere. La prima giornata finisce così.

Il giorno dopo la sveglia suona alle 7:30 con i rintocchi della campana, colazione abbondante e comincia il lavoro, io finisco con Karen a costruire il mobile di un lavabo. Mai fatto lavori di bricolage, lui chiama il trapano “il bucatore“, siamo una farsa però lui è simpatico e tutta la mattina ridiamo sulla nostra creazione: un mix di arte povera e suppellettile da campo profughi, tutto costruito rigorosamente con materiale di scarto, alla fine rimane in piedi e ne siamo orgogliosi. Senza accorgercene siamo diventati amici e Karim per tutto il campo sarà il mio “compagnuccio”.

I giorni seguenti arriveranno Federico, il coordinatore SCI e Alba una ragazza siciliana del progetto 20k.

La comfort zone che tutti abbiamo a casa qui non esiste, niente elettricità significa niente televisione, niente radio, niente musica, niente cellulare, niente Facebook, niente social, bisogna fare alla vecchia maniera così… si parla! e anche l’inglese un po’ alla volta si scioglie…ma bisogna anche tirare la serata e quindi inventarsi qualcosa di divertente… mi ritornano in mente i racconti di mia nonna di quando ci si trovava la sera nella stalla e i vecchi raccontavano le storie. Poi c’è sempre lo spettacolo del cielo stellato e della luna… che diventerà un appuntamento fisso tutte le sere.

Il giorno dopo si ricomincia, campana alle 7:30 e i lavori i diventano anche più pesanti: spostare cisterne giganti, riorganizzare metri cubi di attrezzi e materiali di risulta, il progetto prevede anche la costruzione di due compost toilette, delle relative compostiere, delle docce, di una nuova cucina, le scale di pietra a secco e tutto deve essere fatto con materiali di riciclo e quindi parte del lavoro e anche rovistare nel campo alla ricerca del materiale da assemblare.

Il caldo di luglio non ci dà tregua e le zanzare ci tormentano quindi decidiamo di spezzare la giornata in due e passare le ore più calde al torrente che attraversa Rocchetta. Il torrente diventa la nostra SPA (e vasca da bagno), tutti i giorni ci immergiamo nelle acque gelate e ci leviamo di dosso lo sporco e la fatica.

Per spezzare l’abitudine ci concediamo anche un pò di divertimento, un bel concerto a Dolceacqua con gli anarchici locali, una visita al borgo di Apricale, una giornata al mare a Balzi Rossi… c’è anche l’occasione per assistere alla presentazione del libro di Francesco Piobbichi e la sua esperienza sulla Open Arms. Le storie che ci riporta dal Mediterraneo ci precipitano velocemente nella realtà di quello che sta succedendo. Una carneficina quotidiana di uomini donne e bambini, i lager libici da cui i migranti escono svuotati nella migliore delle ipotesi, la violenza quotidiana sulle donne, le traversate sui gommoni che si trasformano in incubi moderni, la guerra, la fame, i soprusi

I giorni si susseguono con la consolidata routine: la mattina al lavoro, chi è di turno in cucina, il pomeriggio al torrente, la sera si lavora ancora qualche ora poi l’aperitivo, la cena, quattro chiacchiere, due risate e tutti a dormire. E arrivano finalmente bagni, docce e elettricità!

Alla fine non so com’è successo e perché ma ci capivamo, bastava uno sguardo per intenderci, nessuno veniva lasciato in disparte, Il lavoro era quasi divertente e le giornate sempre più corte, il torrente sempre più bello, al tramonto Karim ci offriva un breve concerto di Bach con il suo flauto e l’aperitivo e il cielo stellato facevano il resto.

Sarà una banalità ma forse ci siamo guardati e ognuno si è ritrovato negli occhi degli altri, quella voglia di esserci, di fare qualcosa per cambiare almeno un pezzettino di questo mondo che non funziona… e lo stavamo facendo! Al diavolo i post indignati sui social, il teatrino della politica, i radical chic da salotto. Noi ci guardavamo con i nostri martelli e avvitatori, le gambe martoriate dalle zanzare e ci riconoscevamo: con una livella, qualche pallet e un po’ di tempo avremmo raddrizzato questo mondo sghembo. Era talmente chiaro che era inutile dirselo.

Verso la fine il campo è stato ribattezzato da Franz “eremo freak” e la definizione ci calzava a pennello, in mezzo alla gente sembravamo una tribù di frikkettoni puzzolenti ma felici e segretamente progettavamo l’acquisto di un rudere per continuare l’opera di raddrizzamento.

Ma come in ogni bella favola c’è una fine e per noi era l’8 luglio, tanti saluti e arrivederci, insomma “moriamo per delle idee, vabbè, ma di morte lenta…” come diceva una famoso poeta locale.

I saluti però sono durati poco perchè dopo meno di una settimana ci siamo ritrovati quasi tutti a Ventimiglia per la manifestazione 20k del 14… senza che ci fossimo dati un appuntamento! Io da Modena, Alba da Milano, Grazia da Bologna, Luca e Stippi da Genova, Karim da un woofing e Cecile da Bruxelles!

Tutte le volte che ritrovavo qualcuno partiva la ridarella: “Ma che ci fai ancora qui?!”

Ma come ho già detto… era talmente chiaro, che era inutile dirselo.

Voci dal Libano: racconto di un viaggio di attivist@ SCI [Parte IV]

Voci dal Libano: racconto di un viaggio di attivist@ SCI [Parte IV]

Pubblichiamo la quarta ed ultima parte del racconto di Agnese, Alberto, Ekaterina, Francesca, Marco e Martino, una delegazione di attivisti e attiviste del Servizio Civile Internazionale in visita in Libano dal 28 aprile al 2 maggio 2018. Da Beirut a Tripoli, passando per il campo profughi di Tel Abbass, fino a Minyara per conoscere l’esperienza della scuola di Malaak e ancora a Beirut nel campo di Shatila.

Da questo viaggio è nata l’idea di portare un campo di volontariato internazionale presso il campo di Tel Abbass, dal 15 al 25 luglio 2018. Qui la scheda completa del campo. Per partecipare al campo, è obbligatorio aver preso parte agli incontri di formazione di I e II livello. Per chi non ha potuto farlo, si richiede di partecipare obbligatoriamente alla formazione di I e II livello che si terrà a Bologna, dal 29 giugno al 1 luglio. Per informazioni, contattare nordsud@sci-italia.it.

Leggi qui la prima parte, leggi qui la seconda parte, leggi qui la terza parte.

Martedì 1 Maggio – Shatila

Ci alziamo e facciamo colazione. Majdi ha preparato un sacco di roba da mangiare e nessuno si tira indietro. Poi ci prepariamo a fare un giro per Shatila. Scendiamo in strada, con quaderni e macchine fotografiche. Majdi ci guida e si infila in un vicolo largo al massimo un metro e mezzo. Ci fa notare il buio, l’umidità e l’intricato sistema di fili che oscurano ancor di più le stradine che si dipanano tra le abitazioni. Qui ci vive la gente più povera, gente nelle cui abitazioni non entra mai nemmeno un raggio di sole, che esce di casa e si ritrova nella fanghiglia e nei rifiuti. Passiamo di fianco alla sede di uno dei quindici gruppi politici palestinesi che governano il campo di Shatila. Qui non è possibile fare foto, ma si vedono bandiere e striscioni, scritte in arabo che non sappiamo a quale gruppo tra i tanti che gestiscono il campo appartengano.

Arriviamo alla via principale di Shatila. Sarà larga poco più di una decina di metri ed è costellata di bancarelle e tendoni, dove vengono venduti i prodotti più disparati. Majdi ci dice che quello è il luogo da cui sono passati i soldati nei giorni della strage del 1982, quella è la strada dove migliaia di uomini e donne sono stati trucidati perché palestinesi. Ma non si sofferma molto su questo punto, non c’è tanto da aggiungere. Si infila in un altro cunicolo, qui c’è più luce, lo notiamo subito. Poi giriamo ed ecco di nuovo il buio, le case si fanno più vicine e se guardi verso l’alto vedi solo una piccolissima striscia azzurra di cielo e le case che sembrano appoggiarsi l’una all’altra. Incontriamo un gruppo di bambini, tutti attorno ad un tombino che emana un odore nauseante, che cercano di liberarne il tappo con un semplice bastone.

Continuiamo il giro. Vediamo alcune delle strutture metalliche che aveva installato l’Unione Europea per distribuire l’acqua: sono arrugginite, abbandonate e inutilizzabili. Altri grovigli di fili, altri motorini, spazzatura lungo i muri, umidità, fango e acqua per terra. Il nostro tour si conclude davanti ad una scuola dell’UNRWA, di fronte ad uno degli ingressi del campo. Ringraziamo la nostra guida per averci accompagnato, dandoci appuntamento nel pomeriggio, per andare alle partite di calcio e di basket.

Dopo pranzo accompagniamo all’aeroporto Ekaterina che deve partire. Auguri di buon viaggio, abbracci e baci. Ekaterina si imbarca ci farà sapere appena atterrerà a Milano. Dobbiamo ritornare a Shatila dove ci attendono Majdi, una partita di calcio coi ragazzi palestinesi e una di basket con le ragazze della Palestine Youth Basketball Accademy.

Arriviamo al campo di calcio. Un bel campo, costruito da qualche associazione che l’ha voluto donare alla gente di Shatila, circondato da palazzi dove alcuni si affacciano per vedere la partita. Uno dei nostri accetta l’invito e si mette a giocare con i ragazzi del Real Palestine. “Mister” Majdi fa un discorso prima della partita sull’importanza della correttezza nel gioco e del rispetto dell’avversario. I ragazzi ascoltano le sue parole cogliendone il significato. Durante il gioco, infatti, tra i ragazzini non ci sono tensioni, nessuno si lamenta dell’arbitraggio e a fine partita ci si congratula tra avversari. Una rapida foto tutti assieme, ma poi ci dobbiamo muovere! Fra neanche venti minuti siamo attesi al campo di basket e lo dobbiamo raggiungere in macchina.

Conosciamo le prime giocatrici Afaf, Àmina e Fatma. Facciamo i primi palleggi, mentre arrivano le altre giocatrici. Majdi convince tutti a giocare, noi avevamo premesso di non essere molto esperti e infatti non abbiamo deluso le aspettative. Le ragazze, giovanissime, ci impartiscono una lezione di basket a suon di passaggi, finte e canestri che noi ci sognamo la notte. Per fortuna siamo attesi a cena dall’altra parte di Beirut e ci possiamo ritirare senza prolungare la nostra agonia sportiva.

Cibo, nargilè e notizie dall’Italia: Ekaterina è atterrata.

Il ritorno a Shatila è impegnativo come al solito. Saliamo a casa di Majdi e, mentre beviamo il tè, parliamo ancora e ci scambiamo piccoli regali. Tornano i suoni e gli odori della notte di Shatila, ma forse la stanchezza aiuta ad attutirli. C’è meno attività, ma i cani e i motorini non tardano a farsi sentire, così come i muezzin che richiamano cantando alla preghiera.

Martedì 2 Maggio – Piccole riflessioni e saluti

Ora siamo all’ultimo giorno, saluteremo Majdi, Basmat, Adam e Shatila. Faremo un giro al mercato di Sabra, visiteremo la moschea, poi avremo da prendere l’aereo. Torneremo in Italia, nel nostro mondo, un altro mondo, dovremo capire cosa farcene di queste emozioni: la tristezza e la rabbia per le ingiustizie, la speranza nel vedere persone come Majdi, Joyce, Alessandro, Alice, Gaia e tutti gli altri, i bambini sorridenti, le donne riunite che studiano l’inglese, la riconoscenza per chi lotta per rendere migliore la vita sul pianeta, l’ansia di essere nel posto giusto e il desiderio di schierarsi dalla parte giusta.

Facciamo una rapida colazione: panino con pomodori, formaggio e cetrioli; mille tazze di tè e ancora shukran! Majdi ci accompagna a Sabra, che confina con Shatila, i due campi all’apparenza sono indistinguibili. Facciamo incetta di saponi, di spezie e di frutta secca. Giriamo tranquilli tra le bancarelle, i motorini, la frutta e i rifiuti. Non abbiamo molto tempo quindi partiamo in direzione della moschea, l’ultima tappa del nostro tour, forse l’unica da veri turisti. Torniamo a Shatila, riprendiamo i bagagli e salutiamo Majdi. Il nostro volo parte fra poche ore, dobbiamo andare… Shukran!

Voci dal Libano: racconto di un viaggio di attivist@ SCI [Parte III]

Voci dal Libano: racconto di un viaggio di attivist@ SCI [Parte III]

Pubblichiamo la terza parte del racconto di Agnese, Alberto, Ekaterina, Francesca, Marco e Martino, una delegazione di attivisti e attiviste del Servizio Civile Internazionale in visita in Libano dal 28 aprile al 2 maggio 2018. Da Beirut a Tripoli, passando per il campo profughi di Tel Abbass, fino a Minyara per conoscere l’esperienza della scuola di Malaak e ancora a Beirut nel campo di Shatila.

Da questo viaggio è nata l’idea di portare un campo di volontariato internazionale presso il campo di Tel Abbass, dal 15 al 25 luglio 2018. Qui la scheda completa del campo. Per partecipare al campo, è obbligatorio aver preso parte agli incontri di formazione di I e II livello. Per chi non ha potuto farlo, si richiede di partecipare obbligatoriamente alla formazione di I e II livello che si terrà a Bologna, dal 29 giugno al 1 luglio. Per informazioni, contattare nordsud@sci-italia.it.

Leggi qui la prima parte, leggi qui la seconda parte.

Veniamo accompagnati fino ad Halba, dove prenderemo un passaggio verso sud. In un’ora siamo a Tripoli e, dopo circa due ore e mezza, nuovamente a Beirut. Abbiamo un appuntamento presso uno degli ingressi di Shatila, uno dei campi profughi palestinesi interni all’area urbana di Beirut; forse il più vecchio, dato che esiste da 70 anni ed è tristemente noto insieme al campo di Sabra per la strage del 1982. Troviamo un service. L’autista dimostra più anni di quanti sicuramente ne ha e quando diamo la destinazione da raggiungere rimane interdetto, ci guarda come a dire: “Davvero? Volete andare a Shatila?” Noi gli confidiamo che staremo lì anche a dormire e si convince che quella è davvero la nostra meta.

Dopo un paio di telefonate con il nostro contatto a Shatila arriviamo a destinazione. Majdi è lì, davanti a un mercatino di frutta ad aspettarci. Scendiamo, paghiamo l’autista e salutiamo il nostro ospite. Majdi ci fa strada, lo seguiamo ed entriamo in un altro mondo. La prima cosa che ci salta all’occhio è la strada: piena di buche, di pozzanghere e di terra. È rovinata, diversa dalle altre strade di Beirut. Il nostro sguardo si alza, guardiamo le case, di cemento e mattoni, le piccole finestre con le grate, i muri crivellati dai colpi di proiettile.

All’entrata di Shatila ci sono numerose bandiere dei gruppi politici che gestiscono il campo, insieme a quelle della Palestina, e cartelloni con volti di cui ignoriamo l’identità; e poi ci sono i fili: infiniti grovigli di cavi dell’elettricità e tubi dell’acqua che si intersecano, che creano una ragnatela inestricabile che in alcuni punti oscura il cielo. A destra e sinistra ci sono negozi di ogni tipo: c’è chi vende articoli per la casa, teiere, caffettiere, sedie, piatti, bastoni piumati per pulire i vetri dell’auto, c’è chi vende vestiti, chi cibo, chi ha una specie di officina per i numerosi motorini e c’è un bambino che legge seduto a fianco ad alcune casse di legna da ardere, in attesa di qualche cliente.

Dopo alcuni passi ci accorgiamo del caos che regna lungo questa strada, una delle vie più larghe del campo. Cinque o massimo sei metri dividono le case. Uomini, donne e bambini, motorini, auto e carretti affollano la strada, mentre i rumori delle marmitte e dei clacson riempiono l’aria. Camminiamo per alcuni minuti e raggiungiamo le scale che portano alla casa di Majdi e che danno direttamente sulla strada. Saliamo, gradino dopo gradino, e possiamo vedere “l’interno” di quello che, con molta ironia, potremmo definire il condominio. Una scala che porta a piccolissimi appartamenti bui e spogli, un percorso con enormi squarci nei muri che lasciano intravedere la strada e i piani superiori delle altre case; i gradini sono sconnessi, umidi, con scarichi dell’acqua intasati sui pianerottoli e cavi che pendono a mezza altezza.

Arriviamo in cima, al sesto piano. Majdi abita lì, in una casa con due stanzette risicate, un cucinino e un bagno di circa un metro quadro. Il tetto forse è in amianto, hanno tre letti e due divani e uno spazio all’esterno, una specie di “terrazzo” coperto da un’enorme lamiera dove stendono i panni e conservano nelle cisterne riserve di acqua… salata. Lasciamo le valige, ci sediamo sul tappeto nella parte esterna della casa e arriva Basmat, moglie di Majdi, con un vassoio di tè. Shukran!

Majdi inizia a parlarci di Shatila, del problema del sovrappopolamento, di come 28.000 persone vivano in 1,5 km e di come la fuga dalla Siria di milioni di persone abbia reso la situazione ancora più complessa. I problemi qui sono moltissimi, a partire dalla povertà e dall’impossibilità di svolgere qualsiasi lavoro che non sia il più umile possibile; l’acqua delle cisterne è salata, non si può bere ed è quella con cui ci si deve lavare; l’elettricità c’è, ma costa tantissimo e spesso salta la luce. Il problema è il lavoro, perché la legge libanese, come per i siriani, limita i palestinesi a lavorare unicamente nell’edilizia e nella nettezza urbana (o nell’agricoltura, che vorrebbe dire, però, abbandonare quel poco che hanno qui). Per i giovani, le bambine e i bambini i problemi riguardano la scuola, la salute e gli spazi ricreativi: ci sono le scuole dell’UNRWA, ma classi sono di almeno 40 alunni, l’aria è malsana e le malattie respiratorie sono in grande aumento. Non ci sono spazi ampi dove giocare e divertirsi, se non i tetti delle case su cui arrampicarsi.

Majdi inizia a parlare di se: fa l’allenatore. Allena una squadra di basket femminile, di ragazze palestinesi, ma anche libanesi, ci dice che per lui lo sport deve unire e non dividere e che alle ragazze piace moltissimo avere questo spazio di libertà. È molto fiero di questa sua iniziativa, ce la racconta a lungo e ci parla di quella volta che è riuscito a portare la squadra a Roma, per partecipare al torneo di Basket Beat Borders e che, quest’anno, porterà di nuovo la squadra a Roma e forse anche a Milano. Ha conosciuto tante persone e anche figure autorevoli dello sport italiano, cosa di cui è estremamente orgoglioso. È allenatore, presidente e capitano anche di una squadra di calcio maschile: il Real Palestine. Domani li conosceremo. Ci racconta di sua figlia, del suo nipotino e dei suoi due figli maschi; dei progetti falliti dell’Unione Europea di sistemare la fornitura d’acqua del campo; della condizione dei palestinesi in Libano e dei siriani.

All’ora di cena siamo attesi in un locale della zona “occidentale” di Beirut. Majdi ci fa accompagnare da un suo parente. Poi torniamo a casa, dove Majdi ci aspetta con altro tè e ci organizza per la notte: le donne dormiranno dentro casa e gli uomini fuori. Per noi non c’è alcun problema e nel giro di poco andiamo a letto. Non tutti riescono a dormire sonni tranquilli. I più fortunati hanno il privilegio di sentire i rumori e i suoni della notte di Shatila, che squarciano un silenzio che non esiste. Quelli più stanchi e con il sonno più pesante dormono e non sanno che cosa si perdono. E ancora gli odori, che riportano alla mente le condizioni terribili in cui vive la gente di Shatila. Si sono fatte le due di notte.

Piano piano l’attività del campo diminuisce, poche ore di quiete. È l’ora della preghiera. Saranno le quattro e mezza. Gli altoparlanti fanno risuonare il canto dei muezzin. I rumori di sottofondo e i latrati dei cani che non smettono mai di abbaiare, accompagnano le melodie che si intrecciano in un miscuglio incomprensibile, strano e inspiegabile per chi non ha mai passato una notte in un posto come questo.

Voci dal Libano: racconto di un viaggio di attivist@ SCI [Parte II]

Voci dal Libano: racconto di un viaggio di attivist@ SCI [Parte II]

Pubblichiamo la seconda parte del racconto di Agnese, Alberto, Ekaterina, Francesca, Marco e Martino, una delegazione di attivisti e attiviste del Servizio Civile Internazionale in visita in Libano dal 28 aprile al 2 maggio 2018. Da Beirut a Tripoli, passando per il campo profughi di Tel Abbass, fino a Minyara per conoscere l’esperienza della scuola di Malaak e ancora a Beirut nel campo di Shatila.

Da questo viaggio è nata l’idea di portare un campo di volontariato internazionale presso il campo di Tel Abbass, dal 15 al 25 luglio 2018. Qui la scheda completa del campo. Per partecipare al campo, è obbligatorio aver preso parte agli incontri di formazione di I e II livello. Per chi non ha potuto farlo, si richiede di partecipare obbligatoriamente alla formazione di I e II livello che si terrà a Bologna, dal 29 giugno al 1 luglio. Per informazioni, contattare nordsud@sci-italia.it.

Qui la prima parte del racconto.

Dell’impossibilità di un ritorno in Siria in sicurezza ce ne parla Abu Hussein, il responsabile del campo, tradotto da Alessandro e Matteo. Siamo nella tenda della famiglia di Abu e ci viene servito immediatamente del tè. Ci racconta brevemente della sua storia: è in Libano con la sua famiglia da cinque anni e in Siria facevano una vita bella. Lavorava come marmista ad Aleppo e aveva una casa di due piani. Ma in Siria tutto è stato distrutto, le città sono ormai solo scheletri vuoti e la vita è diventata impossibile.

Molti vogliono ritornare in Siria e non sono solo i bombardamenti ad impedirglielo. Ci sono anche i rischi che correrebbero varcando il confine: le violenze, le torture, la prigionia – qualora riconosciuti come disertori – o gli arruolamenti forzati. Non ci sono le condizioni di sicurezza necessarie per poter tornare in Siria. È proprio da qui, da Tel Aabbas, che è nata una proposta di pace per la Siria, scritta da chi ha subito e soffre le conseguenze della guerra sulla propria pelle.

Alessandro ci parla dei corridoi umanitari, un altro aspetto importante dell’attività di Operazione Colomba. Creare un corridoio umanitario significa individuare famiglie e strutture, in un safe country, che possano garantire accoglienza e offrire ospitalità ai profughi. L’Europa viene considerata un posto dove ricostruirsi una vita, dove tornare a guardare al futuro con una speranza. Il lavoro nel campo è anche quello di individuare le famiglie in condizioni di vulnerabilità che possano essere accettate in un percorso di ottenimento del visto per l’Italia, la Francia o il Belgio (gli unici stati europei che prevedono, in rari casi, la creazione di corridoi umanitari).

In un anno sono stati ottenuti circa 2000 visti, ma le richieste sono molte di più e pochissime vengono soddisfatte.

Si passa alle domande, a una discussione che porta i volontari di Operazione Colomba a spiegarci le difficoltà di vivere nel campo: la fatica e mentale; la tristezza e il peso delle vite distrutte di famiglie intere; la necessità di dire dei no e di porre dei limiti; ma anche la consapevolezza di essere nel posto giusto, nonostante tutte queste difficoltà.

Ormai il sole è tramontato e noi dobbiamo andare verso Minyara dove incontreremo Abdo Hsyan, che ci parlerà della scuola di Malaak e della proposta di pace per la Siria. Baci e abbracci, saluti come se i bambini ci conoscessero da anni, un po’ di amarezza sapendo che certamente non li rivedremo presto. Ci carichiamo su due furgoncini traballanti e raggiungiamo una casa. Entriamo e lì ci viene presentato Abdo Hsyan, colui che viene considerato l’ideatore della proposta di pace per la Siria: una proposta che prevede la creazione di una zona sicura dove far tornare la popolazione siriana, una zona libera dalla guerra e dove la popolazione possa vivere senza timore di soprusi, violenze e arresti. Qui potete leggere la loro proposta.

Lunedì 30 Aprile – Colmare il vuoto

Abbiamo dormito nella guesthouse della scuola di Malaak. Ci siamo arrivati di notte quindi non abbiamo capito esattamente dove fossimo. La scuola si trova non molto lontano da Tel Aabbas, tra i campi coltivati e i numerosi campi profughi della zona. Incontriamo Joyce, la coordinatrice della scuola, che lavora qui dal 2012.

Passiamo tra i bassi edifici e sbirciamo dentro le aule: mille mani ci salutano, insegnanti e bambini sorridono, le mamme in cucina mostrano orgogliose il pranzo che hanno preparato. Durante il giro Joyce ci racconta un po’ la storia di Malaak, di com’è nata tra le tende di un campo profughi siriano nei primi mesi dopo l’inizio della guerra e di come quest’esperienza si è sviluppata negli anni. Associazioni locali, singole donne e uomini si sono dati da fare per portare avanti un progetto educativo per i bambini siriani, esclusi, almeno nei primi anni di “emergenza”, dai circuiti della scuola statale libanese.

Da una piccola scuola informale all’interno di un campo profughi si è passati a una scuola vera e propria, con strutture fisse: le classi, un’aula di musica, una biblioteca, un’aula di informatica, una mensa, degli spazi esterni per giocare, un campetto da basket e un piccolo campo da calcio, dove finalmente bambini e ragazzi “vanno a scuola”. Le maestre e i maestri sono siriani e libanesi, le madri degli studenti a turno si occupano della mensa, mentre altri permettono il funzionamento della scuola a livello amministrativo e si occupano della gestione ordinaria, della pulizia e della manutenzione. Attualmente gli studenti sono circa 400 e la scuola di Malaak è aperta dalle 8 alle 14, mentre nel pomeriggio i ragazzi e le ragazze più grandi frequentano le scuole libanesi dei paesi vicini, per seguire gli stessi programmi educativi rivolti ai giovani locali (anche se le lezioni si tengono in classi separate, siriani da un lato e libanesi dall’altro).

Fino a qualche anno fa la situazione era diversa: i siriani non potevano frequentare le scuole, non si potevano iscrivere e non erano stati attivati corsi per loro. Per questo motivo gli studenti di Malaak erano molti di più, perché era l’unica scuola che apriva loro le porte. Joyce ci dà una piccola brochure su cui è riportata la frase: Malaak fills the gap (Malaak colma il vuoto). Questo è il senso della scuola: colmare il vuoto istituzionale, il vuoto educativo attorno ai siriani. Garantire quindi l’istruzione anche agli ultimi, facendo in modo che le bambine e i bambini siriani abbiano la possibilità di frequentare la scuola libanese, in cui ci sono anche lezioni in francese, lingua ufficiale in Libano, che non è conosciuta in Siria. Tutto questo significa occupare il tempo di vita dei bambini e delle bambine con attività educative e relazioni con i coetanei, tempo che altrimenti sarebbe vuoto o verrebbe riempito con il lavoro e lo sfruttamento.

Esiste anche un altro progetto importante di cui ci parla Joyce: corsi di alfabetizzazione per le donne siriane. Un progetto che dovrebbe iniziare a breve e mira ad accrescere la consapevolezza delle donne. A questo punto entriamo nella struttura usata come segreteria, dove ci offrono un caffè prima di discutere del progetto di collaborazione tra lo SCI Italia e Malaak. Joyce è molto disponibile e attenta,le spieghiamo i nostri progetti di volontariato a breve e a lungo termine, delle necessità della scuola e dell’utilità della presenza di volontari/e internazionali. Per quello che riguarda i campi di volontariato a breve termine, Joyce spiega come proprio questi siano l’occasione giusta per i/le volontari/e che hanno un piccolo progetto da realizzare: un progetto artistico, sportivo, musicale o teatrale; qualcosa da realizzare nel periodo di permanenza a Malaak. Discutiamo delle disponibilità di spazio, dei tempi e dei contributi anche economici che i volontari potrebbero dare alla scuola, cerchiamo di capire quali sono le possibilità reali di fare qualcosa e iniziamo a segnarci alcuni punti condivisi e criticità.

È però giunta l’ora di lasciare la scuola per dirigerci nuovamente verso Tripoli e tornare a Beirut.

Le case crollano, ma “chissenefrega”: testimonianza da un campo a Capricchia

Le case crollano, ma “chissenefrega”: testimonianza da un campo a Capricchia

Pubblichiamo la testimonianza di Giorgia Ghione, coordinatrice del campo di volontariato internazionale tenutosi lo scorso agosto 2017 a Capricchia, nella conca amatriciana.

“Le case crollano, ma chissenefrega”… non è una frase detta o pensata da chi avrebbe dovuto e dovrebbe occuparsi della ricostruzione delle zone colpite dal sisma dell’Agosto 2016. È una frase che può sembrare superficiale, ma in realtà racchiude in se il vero spirito della gente di Capricchia che ho avuto la fortuna di conoscere l’estate scorsa, durante il campo di volontariato che ho coordinato in questo piccolo paese della Conca Amatriciana.
L’ho sentita durante la festa del paese, un appuntamento annuale che nessun capricchiano si lascia scappare. “Chissenefrega” se abbiamo perso tutto a livello materiale, se il paese è distrutto, se siamo stati abbandonati.

“Capricchia vive”: è stato il coro che ha accompagnato tutta la serata, tra bicchieri di vino e filastrocche cantate tutti assieme accompagnati dall’organetto. Può sembrare assurdo, ma in una simile atmosfera ci si può dimenticare di essere in mezzo alle macerie. Ci si può scordare di essere circondati da case crepate che tra qualche anno saranno definitivamente squarciate da quelle crepe e collasseranno su se stesse, case che sembrano tagliate in due da un coltello mostrando il loro interno con ogni oggetto cristallizzato dalla sera del terremoto. Letti ancora disfatti, panni stesi, lo spazzolino da denti in un bicchiere appoggiato sul lavabo, l’ accappatoio appeso, la brocca d’ acqua ancora sul tavolo. Tutto apparentemente immobile, come un fermo immagine… che però scricchiola.

Chi sono questi capricchiani? Cos’è Capricchia oggi e cos’era prima del sisma? Era semplicemente un piccolo paesino della Conca Amatriciana con pochissimi abitanti durante l’inverno e d’estate brulicante di persone che avevano qui la casa dei nonni dove tornare per trascorrere le vacanze. La cosa che vorrei raccontare è cos’è diventata Capricchia dopo il sisma, ripercorrendo le storie che ho ascoltato durante il campo.

Il 24 Agosto 2016 Capricchia si sveglia di soprassalto scossa dal terremoto. Tutti escono di corsa dalle case e si riuniscono alla Pro Loco del paese impauriti e preoccupati, non solo per se stessi ma anche per i paesi limitrofi, mentre pian piano giungevano le notizie della vastità della tragedia. Cos’è successo dopo? “Ci siamo infilate in cucina e da li non ci siamo più mosse” ecco come lo raccontano le signore del paese. Penso non si possa spiegare meglio. Il paese ha fatto la cosa più naturale e forte che avrebbe potuto fare: raccogliersi e fare colazione tutti assieme, nonostante tutto. Aiutati dal fatto che la struttura della Pro Loco non aveva subito danni, la cucina è diventata la cucina comune di tutto il paese.

Questo è stato il primo passo di una resistenza degli abitanti, non solo alle difficoltà materiali ed emotive causate dal terremoto, ma anche alle politiche di accentramento messe in atto che avrebbero portato alla morte del paese, come purtroppo è accaduto alla gran parte dei centri abitati della Conca Amatriciana.

La cosa che mi hanno chiesto più spesso riguardo al campo è stata: “cosa avete fatto?” La mia risposta solitamente parte dal piano pratico. Quest’estate Capricchia è riuscita ad ospitare tante persone che hanno deciso di trascorrervi le vacanze, alloggiando in casette prefabbricate. Noi volontari abbiamo aiutato nella manutenzione degli spazi comuni, cucinato, dato una mano a riordinare la cucina e i magazzini, ricolmi di generi alimentari e non solo arrivati disordinatamente durante la breve ondata di solidarietà generale.

La risposta più profonda che do a questa domanda è un’altra. Penso che la cosa più importante sia stata esserci, osservare, cercare di capire e, soprattutto, ascoltare. Penso sia doveroso entrare in una realtà come questa in punta di piedi, in silenzio, con la “smania” (sacrosanta) di aiutare, di fare. Poi, mentre prendi un caffè, mentre sbucci le cipolle, qualcuno inizia a raccontarti la sua storia. Ti racconta di immagini che gli hanno scalfito il cuore per sempre, di rumori che neanche riesci ad immaginare… di dettagli che dipingono la cruda realtà che hanno vissuto.
In quei momenti ti rendi veramente conto di perché sei li, di quanto sia importante non solo “fare” ma calarti in quella realtà, ascoltando i racconti di chi vuole condividere la propria esperienza e vivendo come stanno vivendo loro da un anno.

Ti rendi conto che il solo essere li abbia un significato, che il fatto di essere lì “per loro”, che ti sia mosso da casa per andare li ha un significato importante agli occhi di chi è stato dimenticato.

La cosa più grande che ho portato a casa, oltre al calore delle persone che ho conosciuto, capaci sia di condividere con te la difficile esperienza del sisma che di farti sentire così accolto da dimenticare di essere in mezzo alle macerie, è la loro tenacia.

Il loro “Capricchia vive” racchiude una forza, un’ unione che non riesco a spiegare a parole… ma che sono grata ai capricchiani di aver condiviso con noi durante questo campo.

Vita di Comunità in Francia tra camembert e democrazia: testimonianza da un campo

Vita di Comunità in Francia tra camembert e democrazia: testimonianza da un campo

Pubblichiamo la testimonianza di Claudio Agrelli, volontario che ha preso parte a un campo di volontariato internazionale in Francia (“Green Space Maintenance and community life” – SCI France) nell’agosto 2017.

Camembert. Il mio formaggio francese preferito è stato senza dubbio il protagonista indiscusso del workcamp estivo presso l’associazione L’Hermitage, ad Autreches, piccolo borgo di 800 anime nel cuore della Piccardia, 100km a nord-est di Parigi.
A pranzo, a cena, e spesso anche a colazione, il camembert spalmato su una fragrante baguette si è ben presto affermato come un rito collettivo tra i giovani partecipanti del progetto, seduti a tavola nella sala da pranzo della Maison, un ex Sanatorio immerso nella foresta, base operativa dell’Associazione L’Hermitage .
Un rito, si. Non solo per il palato, ma un vero e proprio simbolo culinario della vita in comunità, un dolce accompagnamento dei pasti durante l’illustrazione di audaci progetti eco-sostenibili e conversazioni più o meno impegnate, dal calcio all’Isis (erano i giorni dell’attentato di Barcellona), dai dialetti locali alla politica (“ma allora cosa ne pensi di questo Macron?”).

Il mio campo all’Hermitage dello scorso agosto verrà ricordato come una straordinaria occasione di condivisione, insieme a ragazzi provenienti da vari Paesi Europei e non (Taiwan, Serbia, Spagna. oltre ovviamente ad Italia e Francia), dove ho potuto toccare con mano tutta la bellezza, la fatica e l’intima soddisfazione di vivere 24 ore al giorno in comunità. Ogni processo decisionale, dalla organizzazione del lavoro quotidiano alla programmazione dei turni di cucina e pulizia, dalle gite pomeridiane alle attività del tempo libero erano costantemente oggetto di riunioni “ufficiali”, tenute attraverso il dialogo, l’ascolto e il confronto di ciascuna voce presente, nessuna esclusa.

Tanto per fare un esempio, tutte le mattine alle 9, ci riunivamo all’ingresso della Maison e, a turno, raccontavamo il nostro stato d’animo, come era il nostro umore (il mio spesso e volentieri variabile come il clima umido e piovigginoso del posto), quali fossero i propositi e le ambizioni per la giornata appena iniziata.
Senza ombra di dubbio, in un’epoca dove trionfa l’individualismo, l’egoismo e il pensare solo a sé stessi, è stato lodevole, prima di tutto da parte dei volontari dell’Hermitage, riservare con cura e attenzione gran parte del tempo a disposizione al confronto collettivo, all’insegna di regole democratiche e trasparenti, anche se a volte un po’ troppo rigide (come dimenticarsi la riunione convocata da Celie, la nostra solerte group leader alle 15 di domenica pomeriggio?). Per me tale approccio ha significato il rinunciare ad un po’ di privacy, riuscendo a ritagliarmi pochi momenti in solitaria, come una corsetta mattutina nei campi intorno ad Autreches oppure qualche passeggiata tra i boschi con l’ipod.

Ma alla fine posso affermare con orgoglio che questo workcamp è stato un utilissimo esercizio alla cultura della pazienza, imparando a prendersi il tempo necessario per ascoltare tutte le voci, a rispettare opinioni e punti di vista diversi, ad apprezzare culture, accenti e modi di fare talvolta così distanti dai miei. A comprendere quante cose ci uniscono, prima di tutto come giovani, senza differenze di nazionalità.
E nonostante tra Italiani e Francesi resti la storica goliardia reciproca, al pari di cugini affezionati che si vedono di rado, sempre pronti a prendersi in giro, il vivere in simbiosi ci ha consentito di costruire, passo dopo passo, un’esperienza ricca di bei ricordi.

Abbiamo conseguito tutti gli obiettivi del lavoro prefissati all’inizio, dalla ristrutturazione interna ed esterna della Maison, alla costruzione di mobili fatti a mano, dalla cura del giardino, alla pulitura e conservazione del raccolto (ho personalmente tagliato più courgettes in quelle due settimane che in tutta la mia vita!). Non solo, abbiamo avuto l’occasione di conoscere tecniche e segreti della permacultura (una forma innovativa di agricoltura sostenibile), effettuato indimenticabili gite nel cuore della Francia antica e moderna, tra cui Parigi, Compiegne e Soissons, e visitato addirittura un bunker tedesco risalente alla I Guerra Mondiale.

Insieme a Fiammetta e Matteo, gli altri due ragazzi italiani, ho avuto l’opportunità di preparare pasta alla norma e spaghetti alla carbonara per tutti i partecipanti, mantenendo dignitosamente alta la bandiera della cucina nostrana. Recensioni, commenti e sondaggi, scritti e orali, scandivano puntualmente ogni situazione comune, dalla cottura della pasta al comportamento dei volontari francesi, dall’esito di una gita in città al risultato di un lavoro pratico. La tensione del giudizio era costante, perché si sa, giudicare ed essere giudicati dagli altri non è sempre facile, ma alla fine, con un bicchiere di buon vino francese, accompagnato da un brindisi (“a votre santé”), il pasto a fine giornata iniziava sempre alla grande, tra risate e applausi.
Perché in fondo, tutti quanti noi sapevamo che alla fine c’era ad attenderci il “sacro rito” della baguette col camembert. In conclusione, per chi ama la buona cucina, la democrazia e l’ambiente il
workcamp all’Hermitage organizzato da SCI-France è senza dubbio la destinazione ideale!

Senza scarpe: testimonianza da un campo in Tanzania

Senza scarpe: testimonianza da un campo in Tanzania

Pubblichiamo la testimonianza di Anna Ferretti, volontaria partita lo scorso luglio 2017 per il campo “Conservazione ambientale, semina delle mangrovie e insegnamento delle lingue straniere” in Tanzania, presso le isole di Zanzibar.

Scrivere quest’articolo non è affatto facile come avrei pensato. Sono sempre stata molto affascinata dall’Africa e in effetti non so quanto Piero Angela abbia influito sulla cosa. Comunque finalmente sto andando e anzi, ahimè, sono già rientrata! Durante il volo di andata sono passata vicino al Kilimangiaro ed è stato strano, come avere la sensazione di tornare a casa. Anche se dovuta molto probabilmente all’auto-suggestione, è stata comunque un’emozione nuova e intensa.

Molte cose mi hanno affascinato di questa esperienza; tra le tante, una che ho sentito davvero mia sono stati gli esercizi della mattina. Io ho sempre amato lo sport e quando Harith, il coordinatore del campo, ci ha detto che prima dell’inizio delle attività, per chi voleva, c’era la possibilità di andare a fare esercizi ho subito colto la palla al balzo! Non avrei mai pensato di avere la forza per svegliarmi alle 6 meno 10 di mattina, e invece lì l’ho fatto.

Correndo la mattina vedevo il villaggio che si risvegliava, e quando entravo nello “stadio” c’erano sempre tantissimi ragazzi a fare esercizi. Correvano a piedi scalzi e correvano fortissimo. Quanto odio quando vengono a dire che in Africa un simbolo di povertà è il fatto che non hanno nemmeno le scarpe! Noi abbiamo bisogno delle scarpe per i nostri piedi molli e fragili. Che i bambini correvano senza scarpe è vero, ma questo non gli causava nessun problema. C’era una ragazza in particolare, avrà avuto tredici anni, che si allenava spesso in abiti tradizionali e, indovinate, senza scarpe. Sorrideva, si divertiva e anche senza tutti i nostri superflui comfort era un’atleta di alto livello. Anche gli altri ragazzi, tra cui i miei coordinatori, erano tutti molto forti e sciolti e si allenavano esattamente come si fa nelle migliori palestre – ma, piccola nota di colore, non avendo bilancieri bilanciati ogni dieci spinte cambiavano e giravano il bilanciere, in modo da fare esercizi equilibrati.

Dopo la corsa raggiungevo sempre un gruppo di donne di mezza età che facevano esercizi tutte le mattine dalle 6 alle 7. Ho imparato a contare in swahili grazie a loro e anche se non capivo mi sono sentita accolta. Fortunatamente il linguaggio del corpo aiuta sempre molto in questi casi.

Quello che mi ha fatto innamorare di questa esperienza è che qui ho trovato tutto il necessario e finalmente abbandonato il superfluo! Io, che sento di non essere libera perché vivo in una società piena di vincoli che comportano una sempre maggiore dipendenza dal denaro (non più soltanto per la sussistenza ma ormai anche ai fini dell’inclusione sociale), ho trovato qui il mio piccolo paradiso. Cibo, acqua e un tetto mi bastano. Quando uscivo in giro per il villaggio vedevo gente sorridente e serena. Il mio angolo di paradiso.

Ma questo paradiso ha il suo prezzo per chi ci è nato: la mancanza di futuro. Chi nasce in questo luogo non ha molte speranze di poter studiare e avere un qualche tipo di sicurezza economica: tutto dipende dalla famiglia. Molti ragazzi dell’associazione ospitante vedevano in noi un ponte per l’Europa, per un futuro diverso. Ed in fondo è vero, da noi puoi finire per strada ma la possibilità di un lavoro esiste, e allora il dilemma morale… ha senso fare un invito formale e farli venire in Italia? Il Paese che sputa in faccia a tutti i richiedenti asilo e dove la possibilità di non finire sfruttati è molto bassa?

Loro hanno la libertà; noi, forse, maggiori certezze economiche e lavorative. Il paradiso ora qual è?