Vita di Comunità in Francia tra camembert e democrazia: testimonianza da un campo

Vita di Comunità in Francia tra camembert e democrazia: testimonianza da un campo

Pubblichiamo la testimonianza di Claudio Agrelli, volontario che ha preso parte a un campo di volontariato internazionale in Francia (“Green Space Maintenance and community life” – SCI France) nell’agosto 2017.

Camembert. Il mio formaggio francese preferito è stato senza dubbio il protagonista indiscusso del workcamp estivo presso l’associazione L’Hermitage, ad Autreches, piccolo borgo di 800 anime nel cuore della Piccardia, 100km a nord-est di Parigi.
A pranzo, a cena, e spesso anche a colazione, il camembert spalmato su una fragrante baguette si è ben presto affermato come un rito collettivo tra i giovani partecipanti del progetto, seduti a tavola nella sala da pranzo della Maison, un ex Sanatorio immerso nella foresta, base operativa dell’Associazione L’Hermitage .
Un rito, si. Non solo per il palato, ma un vero e proprio simbolo culinario della vita in comunità, un dolce accompagnamento dei pasti durante l’illustrazione di audaci progetti eco-sostenibili e conversazioni più o meno impegnate, dal calcio all’Isis (erano i giorni dell’attentato di Barcellona), dai dialetti locali alla politica (“ma allora cosa ne pensi di questo Macron?”).

Il mio campo all’Hermitage dello scorso agosto verrà ricordato come una straordinaria occasione di condivisione, insieme a ragazzi provenienti da vari Paesi Europei e non (Taiwan, Serbia, Spagna. oltre ovviamente ad Italia e Francia), dove ho potuto toccare con mano tutta la bellezza, la fatica e l’intima soddisfazione di vivere 24 ore al giorno in comunità. Ogni processo decisionale, dalla organizzazione del lavoro quotidiano alla programmazione dei turni di cucina e pulizia, dalle gite pomeridiane alle attività del tempo libero erano costantemente oggetto di riunioni “ufficiali”, tenute attraverso il dialogo, l’ascolto e il confronto di ciascuna voce presente, nessuna esclusa.

Tanto per fare un esempio, tutte le mattine alle 9, ci riunivamo all’ingresso della Maison e, a turno, raccontavamo il nostro stato d’animo, come era il nostro umore (il mio spesso e volentieri variabile come il clima umido e piovigginoso del posto), quali fossero i propositi e le ambizioni per la giornata appena iniziata.
Senza ombra di dubbio, in un’epoca dove trionfa l’individualismo, l’egoismo e il pensare solo a sé stessi, è stato lodevole, prima di tutto da parte dei volontari dell’Hermitage, riservare con cura e attenzione gran parte del tempo a disposizione al confronto collettivo, all’insegna di regole democratiche e trasparenti, anche se a volte un po’ troppo rigide (come dimenticarsi la riunione convocata da Celie, la nostra solerte group leader alle 15 di domenica pomeriggio?). Per me tale approccio ha significato il rinunciare ad un po’ di privacy, riuscendo a ritagliarmi pochi momenti in solitaria, come una corsetta mattutina nei campi intorno ad Autreches oppure qualche passeggiata tra i boschi con l’ipod.

Ma alla fine posso affermare con orgoglio che questo workcamp è stato un utilissimo esercizio alla cultura della pazienza, imparando a prendersi il tempo necessario per ascoltare tutte le voci, a rispettare opinioni e punti di vista diversi, ad apprezzare culture, accenti e modi di fare talvolta così distanti dai miei. A comprendere quante cose ci uniscono, prima di tutto come giovani, senza differenze di nazionalità.
E nonostante tra Italiani e Francesi resti la storica goliardia reciproca, al pari di cugini affezionati che si vedono di rado, sempre pronti a prendersi in giro, il vivere in simbiosi ci ha consentito di costruire, passo dopo passo, un’esperienza ricca di bei ricordi.

Abbiamo conseguito tutti gli obiettivi del lavoro prefissati all’inizio, dalla ristrutturazione interna ed esterna della Maison, alla costruzione di mobili fatti a mano, dalla cura del giardino, alla pulitura e conservazione del raccolto (ho personalmente tagliato più courgettes in quelle due settimane che in tutta la mia vita!). Non solo, abbiamo avuto l’occasione di conoscere tecniche e segreti della permacultura (una forma innovativa di agricoltura sostenibile), effettuato indimenticabili gite nel cuore della Francia antica e moderna, tra cui Parigi, Compiegne e Soissons, e visitato addirittura un bunker tedesco risalente alla I Guerra Mondiale.

Insieme a Fiammetta e Matteo, gli altri due ragazzi italiani, ho avuto l’opportunità di preparare pasta alla norma e spaghetti alla carbonara per tutti i partecipanti, mantenendo dignitosamente alta la bandiera della cucina nostrana. Recensioni, commenti e sondaggi, scritti e orali, scandivano puntualmente ogni situazione comune, dalla cottura della pasta al comportamento dei volontari francesi, dall’esito di una gita in città al risultato di un lavoro pratico. La tensione del giudizio era costante, perché si sa, giudicare ed essere giudicati dagli altri non è sempre facile, ma alla fine, con un bicchiere di buon vino francese, accompagnato da un brindisi (“a votre santé”), il pasto a fine giornata iniziava sempre alla grande, tra risate e applausi.
Perché in fondo, tutti quanti noi sapevamo che alla fine c’era ad attenderci il “sacro rito” della baguette col camembert. In conclusione, per chi ama la buona cucina, la democrazia e l’ambiente il
workcamp all’Hermitage organizzato da SCI-France è senza dubbio la destinazione ideale!

Senza scarpe: testimonianza da un campo in Tanzania

Senza scarpe: testimonianza da un campo in Tanzania

Pubblichiamo la testimonianza di Anna Ferretti, volontaria partita lo scorso luglio 2017 per il campo “Conservazione ambientale, semina delle mangrovie e insegnamento delle lingue straniere” in Tanzania, presso le isole di Zanzibar.

Scrivere quest’articolo non è affatto facile come avrei pensato. Sono sempre stata molto affascinata dall’Africa e in effetti non so quanto Piero Angela abbia influito sulla cosa. Comunque finalmente sto andando e anzi, ahimè, sono già rientrata! Durante il volo di andata sono passata vicino al Kilimangiaro ed è stato strano, come avere la sensazione di tornare a casa. Anche se dovuta molto probabilmente all’auto-suggestione, è stata comunque un’emozione nuova e intensa.

Molte cose mi hanno affascinato di questa esperienza; tra le tante, una che ho sentito davvero mia sono stati gli esercizi della mattina. Io ho sempre amato lo sport e quando Harith, il coordinatore del campo, ci ha detto che prima dell’inizio delle attività, per chi voleva, c’era la possibilità di andare a fare esercizi ho subito colto la palla al balzo! Non avrei mai pensato di avere la forza per svegliarmi alle 6 meno 10 di mattina, e invece lì l’ho fatto.

Correndo la mattina vedevo il villaggio che si risvegliava, e quando entravo nello “stadio” c’erano sempre tantissimi ragazzi a fare esercizi. Correvano a piedi scalzi e correvano fortissimo. Quanto odio quando vengono a dire che in Africa un simbolo di povertà è il fatto che non hanno nemmeno le scarpe! Noi abbiamo bisogno delle scarpe per i nostri piedi molli e fragili. Che i bambini correvano senza scarpe è vero, ma questo non gli causava nessun problema. C’era una ragazza in particolare, avrà avuto tredici anni, che si allenava spesso in abiti tradizionali e, indovinate, senza scarpe. Sorrideva, si divertiva e anche senza tutti i nostri superflui comfort era un’atleta di alto livello. Anche gli altri ragazzi, tra cui i miei coordinatori, erano tutti molto forti e sciolti e si allenavano esattamente come si fa nelle migliori palestre – ma, piccola nota di colore, non avendo bilancieri bilanciati ogni dieci spinte cambiavano e giravano il bilanciere, in modo da fare esercizi equilibrati.

Dopo la corsa raggiungevo sempre un gruppo di donne di mezza età che facevano esercizi tutte le mattine dalle 6 alle 7. Ho imparato a contare in swahili grazie a loro e anche se non capivo mi sono sentita accolta. Fortunatamente il linguaggio del corpo aiuta sempre molto in questi casi.

Quello che mi ha fatto innamorare di questa esperienza è che qui ho trovato tutto il necessario e finalmente abbandonato il superfluo! Io, che sento di non essere libera perché vivo in una società piena di vincoli che comportano una sempre maggiore dipendenza dal denaro (non più soltanto per la sussistenza ma ormai anche ai fini dell’inclusione sociale), ho trovato qui il mio piccolo paradiso. Cibo, acqua e un tetto mi bastano. Quando uscivo in giro per il villaggio vedevo gente sorridente e serena. Il mio angolo di paradiso.

Ma questo paradiso ha il suo prezzo per chi ci è nato: la mancanza di futuro. Chi nasce in questo luogo non ha molte speranze di poter studiare e avere un qualche tipo di sicurezza economica: tutto dipende dalla famiglia. Molti ragazzi dell’associazione ospitante vedevano in noi un ponte per l’Europa, per un futuro diverso. Ed in fondo è vero, da noi puoi finire per strada ma la possibilità di un lavoro esiste, e allora il dilemma morale… ha senso fare un invito formale e farli venire in Italia? Il Paese che sputa in faccia a tutti i richiedenti asilo e dove la possibilità di non finire sfruttati è molto bassa?

Loro hanno la libertà; noi, forse, maggiori certezze economiche e lavorative. Il paradiso ora qual è?

Risoluzione dei conflitti: racconto del corso di formazione

Risoluzione dei conflitti: racconto del corso di formazione

Pubblichiamo il racconto di Pietro Russo, volontario che ha preso parte al corso di formazione One Last Chance, volto a favorire l’acquisizione di strumenti pratici per la gestione e la risoluzione dei conflitti attraverso pratiche ludiche e di gioco, tenutosi a Puszczykowo, in Polonia, dal 25 al 31 luglio 2017.

Immaginiamo che una persona voglia tenere la finestra aperta e un’altra invece la voglia tenere chiusa: che facciamo? Il Training Course a cui ho partecipato in Polonia, vicino a Poznań, è stato proprio su questo, o meglio, su come risolvere conflitti di questo genere.

Per arrivare a questo obiettivo, io e gli altri partecipanti, provenienti da diversi paesi europei, abbiamo seguito un percorso piuttosto intenso. Riassumendo, ciascuna giornata è andata così: prima venivano presentate alcune nozioni sul tema del giorno (ad esempio i diversi tipi di conflitto, le cause di un conflitto, le modalità di risoluzione dello stesso) che poi nelle attività, perlopiù giochi, venivano messe in pratica.

Quest’ultima parte è stata la più divertente. L’attività che più mi è piaciuta è consistita in un esercizio
teatrale, denominato “Theatre of the Oppressed”. In questo caso, alcuni partecipanti avevano avuto il compito di rappresentare un certo tipo di conflitto. Gli altri invece, inizialmente spettatori, avevano la possibilità di intervenire nel corso della scena, sostituendosi a uno degli attori, con l’obiettivo di fare il possibile per risolvere il conflitto sorto. L’unica regola era che si intervenisse senza fare qualcosa di inverosimile.

Credo anche che questo racconto ben rappresenti lo spirito del corso.
Allargandomi un po’, penso che essere venuto a conoscenza di certe tecniche per risolvere i conflitti di tutti i giorni sia stato molto utile. E che, anzi, se le stesse fossero maggiormente conosciute, allora alcuni problemi verrebbero risolti più facilmente.

“Travelling for Peace”: il primo mese di due volontarie in Palestina

“Travelling for Peace”: il primo mese di due volontarie in Palestina

Pubblichiamo il primo report della coppia di ragazze partecipante al progetto di Servizio Volontario Europeo in Palestina “Travelling for Peace. Intercultural paths and sustainable tourism” realizzato in collaborazione con il centro Al Shmoh di Al’Masara.

A un mese dal nostro arrivo riconosco che nessun seminario, training, libro o conversazione avrebbe mai potuto rendere davvero l’idea di quello che vuol dire vivere in un posto come la Palestina. Una sola domanda continua a rimbalzarmi in testa: perché?

Perché camminare in certi luoghi o prendere determinate strade può costare la vita? Perché la notte prima di andare a dormire più di qualcuno si chiede se stasera la sua casa e la sua famiglia subirà un’incursione violenta? Perché i bambini la mattina sono costretti a moltiplicare la distanza del loro tragitto per andare a scuola? Perché di ritorno a casa da una serata tra amici in un villaggio vicino mi trovo la strada bloccata da militari israeliani sotto un cartello che invece segnala l’ingresso ad un villaggio palestinese? Perché le risorse idriche vengono recintate, protette da mezzi militari e sfruttate in modo che le colonie israeliane ricevano quattro volte tanto la quantità destinata invece ai villaggi palestinesi?

La risposta è sempre la stessa: questa è l’occupazione. Ma è una risposta che non trova nessuna logica umana.

La vita ad Al Ma’sara ha tempi diversi, più lenti, scanditi sempre dalle attività quotidiane, ma senza fretta – c’è sempre tempo per un tè o un caffè, o anche tutti e due. Dopo un mese, in questo villaggio di 1000 persone ci conoscono quasi tutti. I vicini più stretti sono diventati una seconda famiglia e gli inviti a mangiare insieme non si contano più. I bambini bussano alla porta per chiederci come stiamo o per fargli un disegno che porteranno orgogliosi il giorno dopo a scuola. La mattina invece ci impegnamo ad insegnare numeri, lettere e canzoni in inglese ai bambini dell’asilo, imparando a nostra volta parole in arabo. Con un po’ d’impegno siamo riuscite a sistemare la casa dove vivremo per i prossimi cinque mesi, adesso è più accogliente e l’idea è quella di trasformarla in una vera e propria guesthouse, ma anche in un punto d’incontro per i volontari internazionali e la gente del villaggio, dove scambiare idee, vedere film, organizzare campagne di sensibilizzazione e, perché no, cimentarci in scambi culinari italo-palestinesi! La parte più importante di questo progetto per noi è coinvolgere le persone, soprattutto i giovani del villaggio che speriamo siano quelli che più troveranno beneficio da queste attività sviluppando una nuova curiosità che possa divenire il motore di una nuova idea di Palestina, libera soprattutto dalle catene di una retorica sociale e culturale radicata in un passato e presente troppo violento, sia a livello fisico che psicologico.

La curiosità e la voglia di continuare a scoprire ogni giorno qualcosa in più di questo posto è tanta. Una conversazione nata su un ‘service’ di ritorno da Betlemme con una nonna del villaggio può regalare aneddoti di tempi quando la vita sembrava più semplice, scorci di una cultura ricca di tradizioni e profondamente legata alla sacralità della terra.

Il “No Border Fest” a La Città dell’Utopia: il racconto di un volontario

Il “No Border Fest” a La Città dell’Utopia: il racconto di un volontario

L’articolo è stato scritto da Way Farer, volontario argentino che ha partecipato al campo No Border a La Città dell’Utopia nell’estate 2013. Anche le foto sono state scattate da Way Farer (qui la fonte originale dell’articolo).

A 10-day volunteer job. 11 people, a huge house in a neighborhood in Rome. Many experiences together. Many life stories interwoven.

So we met to organize “No Border Fest”, an event to raise awareness of non-discrimination of immigrants who, already by that time (2013), were becoming an “issue” in Europe.

During the festival, I met William, who was born in Togo, Africa. A country that has long fought for independence. First, escape France’s ambitions. And then, until today, a combination of military coups and the establishing of single political parties prevent democracy to root itself. I met William in this festival.

I listened to him for about two hours. Together we remembered Thomas Sankara and Burkina Faso. I asked him all I could, trying to articulate clearly every word in my poor Italian, and sharpening my ears to understand him fully. He listened to me patiently and told me that, for example, due to the political situation in his country, he cannot go back and, obviously, he cannot see his family. He also told me that Italy had not turned out to be what he had expected, in almost any way. In South America these topics are not new, of course. The context and the people involved may change. The dates and the political spectrums. But we do know what it takes to achieve a true democratic independence. And we also know what it means to think different and be able to say it. Sometime during the conversation, William takes his bag, he takes out a small pocket with the name “Fuji” printed on one side and he pulls out something from it. I tried to guess what would come out of it. Actually, I think I knew. And until that moment, I thought I knew many things. When William finished explaining with an infinite love where his wife, his son and the rest of his family were on the few photos he was showing to me, I felt a surge of anger and pain inside: I knew very few things, I realized that almost without realizing it. William knew what exile was, and what a total uncertainty about present and future was. Being stripped of everything. Because he thought different. Beginning from scratch again. I left the meeting almost running. I went up to my room and, while I questioned myself about concepts such as freedom, human being, politics, revolution, love, non-violence, nationalism, I closed my eyes and I saw William’s family in my mind. And I took a deep breath.

Nel Sud dell’Estonia a Marjamaa tra musica e folklore ho girato il mondo

Nel Sud dell’Estonia a Marjamaa tra musica e folklore ho girato il mondo

Pubblichiamo la testimonianza di Marzia Marras, volontaria partecipante al campo di volontariato internazionale “Marjamaa 11°International Folk Festival” in Estonia, estate 2017.

Sono una persona un po’ particolare nel senso che non riesco a definirmi a parole, ma più attraverso
la passione che ho per la musica e l’arte. Amo viaggiare e queste passioni mi permettono di conoscere altre culture, storie, lingue… folklore.

Il folklore (uno degli aspetti importanti secondo me, in cui mi rispecchio) rappresenta l’eredità di un
popolo, che si tramanda di generazione in generazione. Quest’anno ho avuto l’occasione di partecipare e contribuire al workcamp SCI “Marjamaa 11° International Folk Festival” dal 1 al 7 agosto all’interno di un nutrito e divertente gruppo di volontari/e: Io, Stefano, Eva, Julieta, Mankei, Marina, Cristina, Youngdu, Shunsuke e Jevgeni (il camp coordinator da Tallinn) provenienti appunto da tutto il mondo: Italia, Russia, Messico, Hong Kong, Spagna, Corea, Giappone ed Estonia!

Marjamaa è una piccola località di 4000 abitanti a sud dell’Estonia, a circa un’ora e 30 minuti
dalla capitale, Tallinn. Le persone sono molto cordiali, la vita semplice ma allo stesso tempo ricca di una grande eredità storico-culturale. Con Jevgeni c’è stata occasione di visitare il villaggio di Marjamaa e di fare una gita nella vicina cittadina di Parnu. Una sera ci ha portato al cinema, davvero carino.

Durante la settimana di workcamp siamo state/i ospiti del Marjamaa Youth Center: un centro molto ben organizzato per le attività scolastiche e sportive di bambine/i e giovani del luogo (non abbiamo sempre cucinato perché avevamo a disposizione anche la mensa). Per quanto riguarda le attività che abbiamo svolto, ce ne sono state molte: dal supporto alla pulizia (pre e post Folk Festival) degli spazi esterni (come il teatro all’aperto), fino al montaggio delle forniture con la LASTE VABARIIK EstYES, che organizza workcamps e ospita volontari/e internazionali per favorire lo scambio culturale tra popoli e comunità locale. Il 2 e 3 agosto abbiamo pulito gli spazi esterni del cinema e dell’area Teatro all’aperto. Dal 3 al 6 agosto diversi gruppi di ballo e cori provenienti dall’Estonia e dalle vicine Lituania e Lettonia, anche da Israele, si sono esibiti sia durante il giorno che la sera. Abbiamo davvero partecipato tanto alle serate e provato a imparare un po’ di balli, io e Youngdu ci siamo pure cimentati in una salsa, comico! Non solo pulizie e allestimenti, ma anche attività con i bimbi e bimbe. Come dicevo, il Youth Center di Marjamaa e LASTE VABARIIK organizzano veramente molte cose: dalle esibizioni musicali di giovani artisti e artiste ai giochi per i più piccoli e tanto altro. Abbiamo giocato a ruba bandiera e all’intreccio (molto curioso per i piccini, proposto da Cristina e Marina, dove ci si mette in cerchio a parte una persona che non deve vedere come tutti gli altri, prendendosi per mano, cominciano a intrecciarsi creando una matassa “umana” da sbrogliare). Ognuno di noi si è cimentato/a e nella preparazione di uno o più piatti tipici del proprio Paese.

Attraverso questo articoletto mi auguro di aver trasmesso ciò che ho vissuto in Estonia. Inoltre dopo il workcamp la settimana successiva ho girato Tallin e dintorni, oltre a Helnsiki, insieme ad alcune delle ragazze e ragazzi che avevano programmato di fermarsi un po’ di più per fare anche una vacanza. Come dicevo all’inizio di questo articolo, viaggiare, la musica, la voglia di conoscere mi hanno portata davvero in giro per il mondo!

Artemista è parte di Spessa Po e noi siamo parte di Artemista: testimonianza da un campo

Artemista è parte di Spessa Po e noi siamo parte di Artemista: testimonianza da un campo

Pubblichiamo la testimonianza di Marzia Marras, coordinatrice del campo di volontariato internazionale “Rural architecture & artistic activities” a Cascina Castello, realizzato in collaborazione con l’associazione Artemista, la quale si occupa di progetti educativi e sociali attraverso l’arte e la cultura, nel rispetto dell’ambiente.

Ho conosciuto Elisa e Mauro nel novembre 2016 per un mini-workcamp: già allora avevo capito che persone meravigliose sono, nel modo in cui hanno creato, lavorano e abitano la realtà di Artemista ‘Ostello e centro culturale’.
Quest’anno, in vista di un’estate non solo di vacanza ma dedicata molto al volontariato, dopo aver
partecipato come volontaria internazionale al workcamp “Marjamaa 11° International folk festival”
in Estonia, sono approdata sempre come volontaria e coordinatrice ad Artemista per il “Rural
architecture & artistic activities” workcamp, che ha avuto luogo dal 16 al 30 agosto.
Ho rivisto con vero piacere Elisa e Mauro e conosciuto amici e amiche di Artemista insieme ai/alle
volontari/e internazionali: Lea, Laura, Sofia, Steph, Kasia, Gozde, Canseli, Fathi e Ahmet
provenienti da diverse parti d’Europa.

Un fatto curioso e piacevole è accaduto a inizio workcamp: due amici di Gozde e Canseli, Fathi e
Ahmet, hanno sentito delle attività di volontariato e si sono subito innamorati del posto chiedendoci se potevano fermarsi qualche giorno e darci una mano contribuendo come volontari per Artemista. Grazie anche a questo l’entusiasmo di cominciare è salito alle stelle: da subito c’è stata sinergia tra tutti e tutte, bellissimo!

Durante la parte studio è stato raccontato com’è nata la realtà di Artemista nel 2004: dalle attività che svolgono come associazione (musica, teatro, workcamps, incontri con la cittadinanza, campi estivi per bimbi e bimbe, ecc) agli eventi che vengono organizzati e ospitati durante gli anni. In data 27 agosto hanno ricevuto da parte del sindaco di Spessa Po una benemerenza per l’importanza delle attività di Centro di divulgazione culturale. Io ho spiegato com’è nato lo SCI nel mondo e in Italia. Un po’ di storia è sempre utile, soprattutto per capire come mai ci siamo trovati tutti e tutte assieme.

Con Elisa e le/i volontarie/i abbiamo steso un calendario dei lavori coordinati anche con Mauro, oltre che un calendario turni di pulizia e di cucina. “Rural architecture & artistic activities”… come abbiamo svolto i lavori di quest’anno per il restauro della Sala Teatro (sala per altro risalente all’anno 1000)? Abbiamo rimosso gli allestimenti degli spettacoli più recenti e pulito la pavimentazione. Abbiamo montato i ponteggi e finito di pulire i muri laterali e il soffitto. Durante i giorni seguenti abbiamo liberato da tutto il materiale il backstage, in modo da poter pulire e intonacare i muri, oltre ai lavori di manutenzione del deposito bici. Infine, abbiamo cominciato anche a pulire e riordinare il magazzino soprastante la Sala Teatro.

Ci sono stati anche momenti di riposo e svago: un pomeriggio in piscina, una serata all’Imbarcadero, la visita storico-culturale della città di Pavia (con concerto), la gita al fiume Trebbia immerso nelle meraviglie delle natura (io vivo fuori Milano, ma lavoro in centro e non pensavo, pur conoscendo abbastanza bene il pavese, che ci fosse così tanta natura in Lombardia). Una sera abbiamo cantato e registrato canzoni e per diverse sere cucinato piatti tipici di ogni paese di provenienza. Verso la fine del workcamp abbiamo visitato e fatto serata a Bobbio, la “città a confine tra Lombardia, Liguria, Piemonte ed Emilia Romagna”. Ci siamo davvero divertite/i tanto.

Ci ha fatto veramente piacere far conoscere ai/alle volontari/e internazionali le piccole realtà d’Italia
come Spessa Po che preservano (al di là dei grandi centri) l’eredità, la memoria, il patrimonio
artistico-storico-culturale e linguistico del Paese. Questo mi ha fatto tornare alla mente il workcamp nel piccolo villaggio di Marjamaa dove ho “girato il mondo” conoscendo appunto persone e culture di diversi paesi, condividendo bei momenti.

Un grazie per l’aiuto anche ad Elena, che lavora in ostello, a suo figlio Denis e un amico, Marco.

Concludere non è semplice, ma attraverso questo racconto mi auguro di aver trasmesso ciò che
vivo attraverso il volontariato ed il viaggiare e magari chi di voi “mi ha letto” sarà il/la prossimo/a
volontario/a ad Artemista con lo SCI!

“Semplicemente… Saharawi”: testimonianza dal campo Oasis of Care

“Semplicemente… Saharawi”: testimonianza dal campo Oasis of Care

Pubblichiamo la testimonianza di Donato Masi, coordinatore del campo di volontariato internazionale “Oasis of Care” realizzato in collaborazione con l’associazione Shanti Sahara, la quale si occupa dei bambini e delle bambine Sahrawi diversamente abili provenienti dai campi profughi di Tindouf (Algeria).

.\ La bacheca scorre veloce verso il basso come una slot machine /.

“E’ stato ieri:
…arrivarono e ci privarono della nostra casa, della nostra terra… da quel giorno il verde, che una volta era il primo colore della nostra bandiera, è rivolto verso il basso […]”
poi il racconto si ferma e muore,
nel disincantato interesse della gente

#POPOLOSAHARAWILIBERO
Scriverlo in un post
così scontato ma, così strano …
Ma qual è il confine fra pubblico e privato quando ti capitano incontri così speciali,
così inattesi e veri …?!

C’è poi invece, un altro confine quello fra Marocco e Sahara occidentale
C’è ma non si vede, perché nessuno ne parla
C’è chi è costretto a vivere da più di 40anni nei campi profughi dell’Hammada *
“ E’ stato ieri…” sembrerebbero i più svantaggiati ma non è così

i veri svantaggiati siamo noi
quando non sappiamo ammettere i nostri vantaggi,
non sappiamo schiodarci dalle nostre comodità, dai nostri “vitalizi quotidiani”.
Sappiamo giudicare quello sì, senza però mettere in discussione media e informazione
e respingiamo al mittente la proposta di modifica del #regolamentodiDublino

C’è poi chi ci prova: Shanti Sahara
non salva il mondo, non come ce lo immaginiamo noi.
Quello che fanno i volontari di Shanti Sahara è…
accarezzare un broncio e poi aspettare, aspettare… fino a che non si trasformi in sorriso
sul viso di un bambino ma spesso anche su tutte quelle facce stanche dei volontari!
con semplicità
e lo vedi!
Non hanno nessuna attitudine se non quella di imparare da questi ‘piccoli ambasciatori di pace’
dalla loro voglia di crescere pur non sapendo da dove cominciare

Shanti lo fa, con l’aiuto di organizzazioni come Service Civil International (SCI) e Servizio Civile Internazionale Italia che dal 1920 promuovono attività e campi di lavoro su temi di pace, diritti umani, solidarietà internazionale e inclusione sociale, mobilitando migliaia di volontari internazionali
Senza barriere e senza confini

C’è chi nella vita è audace ma è inetto sui social,
chi qui, non è bravo a condividere qualcosa di personale…

Eppure
spesso è chi conosce cosa davvero vuol dire ‘sociale‘, cosa significa ‘condividere
perché vive sulla propria pelle, ogni giorno, il vero significato di queste parole…

“[…] E’ stato oggi: sono venuti e hanno preso le nostre parole, i nostri sentimenti…”
Ce li hanno rubati

il racconto non si ferma… Se vuoi, continua…

C’è chi tenta di toglierci la libertà
ma la speranza di essere liberi è già la nostra vendetta

#capovolgiamola #FreedomforSaharawiPeople #WesternSahara #MaroccoAgainstJustice
Saharawi Voice Free Saharawi SaharawInsieme Onlus

* Per approfondimenti sulle vicende nel Sahara Occidentale:
http://www.ilpost.it/2017/02/26/sahara-occidentale-tensioni/
https://www.economist.com/news/middle-east-and-africa/21717383-back-spotlight-fate-western-sahara-no-closer

** Per approfondimenti su Shanti Sahara e le altre organizzazioni:
https://www.shantisahara.com/
https://www.shantisahara.com/chi-sono-i-saharawi
SCI (Service Civil International): http://www.sci.ngo/ http://sci-italia.it/

8 agosto 2017, sgombero del Làbas: testimonianza di Olmo

8 agosto 2017, sgombero del Làbas: testimonianza di Olmo

Pubblichiamo la testimonianza di Francesco Olmo Bertini, attivista e volontario presso il percorso Accoglienza Degna con sede al Làbas di Bologna, presente durante lo sgombero avvenuto la mattina dell’8 agosto 2017. Casualità ha voluto che in questi stessi giorni fossero presenti anche 8 volontari/e internazionali, i/le quali avrebbero dovuto partecipare ad un campo di volontariato in collaborazione con Accoglienza Degna, dal 6 al 19 agosto.
SCI-Italia esprime piena solidarietà a tutti gli attivisti e alle attiviste di Làbas.
#RiapriamoLàbas

Non ho mai fatto veramente attivismo politico, o meglio quando l’ho fatto è stato sempre in modo
sporadico e parziale. Accoglienza Degna è stata e poteva ancora di più essere un punto di partenza, è tremendo che si sia arrivati a tutto questo.

Ieri sera al Làbas era iniziata a circolare una voce non confermata di possibili tentativi di sfratto, e subito tutti i membri del collettivo si sono allertati per organizzare nel miglior modo possibile una resistenza. Io, insieme ad alcuni miei compagni volontari di Accoglienza Degna abbiamo atteso tutta la notte che la voce si concretizzasse o smentisse. Verso le quattro di mattina abbiamo svegliato i compagni che erano a riposare ed abbiamo organizzato una colazione solidale cercando di coinvolgere il maggior numero di persone possibili davanti al cancello principale della struttura, in modo da far percepire la nostra presenza e magari evitare un possibile sgombero.

Quella che doveva essere una remota possibilità via via si è fatta più concreta nella mente di
tutti e quando circa alle sette di mattina si è venuti a sapere del arrivo di camionette è diventata una realtà concreta. Nella prima fase della loro operazione la polizia ha effettuato un blocco simultaneo degli sbocchi di Via Orfeo, con la volontà di impedire ai manifestati di picchettare le altre entrate alla struttura. Abbiamo udito vari boati e, personalmente, non so con cosa, come e chi li abbia causati, ma era a tutti evidente che le altre entrate del Làbas di lì a poco avrebbero ceduto. Oltre alla polizia anche i vigili del fuoco hanno partecipato attivamente nel far breccia dentro alla struttura.

Quando gli apparati di polizia hanno assunto il controllo dell’edificio alle nostre spalle la polizia ha iniziato a circondarci e con manganellate e strattoni ha iniziato a separare i compagni gli uni dagli altri; uno tra questi ha ricevuto un colpo in testa ed ha iniziato a sanguinare. Nella fase finale dello sgombero il caos ha avuto la meglio e tra fumogeni, gente che cadeva e spintoni da parte degli organi di polizia ho perso il contatto con alcuni volontari del campo, per poi ritrovarli solo dopo ad un meeting point nei Giardini Margherita.

Una delle cose che mi è rimasta più impressa è la reazione del quartiere, soprattutto di una signora anziana, dispiaciuta per la perdita di un importate centro di aiuto per la sua comunità. Dopo aver visto di persona il sostegno del vicinato alla struttura e aver provato attivamente la bellissima anche se breve esperienza di Accoglienza Degna, mi chiedo come si sia potuto arrivare a tanto, come il Comune di Bologna, in difficoltà nella gestione dell’emergenza abitativa, possa moralmente ed economicamente permettersi di privarsi di un attività così utile, sana e di esempio per tutta la comunità.

Oggi è l’8 Agosto, 61° anniversario della morte di 136 migranti italiani in Belgio; mentre il nostro Presidente dalla Repubblica ricorda le vittime passate, le istituzioni che lui comanda ne sfregiano il ricordo, certe delle loro verità e incuranti delle vite che calpestano sul loro percorso. Questo è tutto ciò che ho visto, e quello che ho provato oggi. Rimarrà sempre dentro me.

Interventi Civili di Pace a sostegno dei rifugiati: testimonianza dalla Serbia [P.te II]

Interventi Civili di Pace a sostegno dei rifugiati: testimonianza dalla Serbia [P.te II]

Pubblichiamo il seguito della testimonianza di Silvia Valdrè e Alessandra Dallari, volontarie attualmente in Serbia dallo scorso maggio (in seguito alla apertura del progetto) per supportare il lavoro delle organizzazioni di volontari internazionali indipendenti che sostengono i rifugiati bloccati al confine serbo-croato e serbo-ungherese. Il progetto è realizzato in collaborazione con la branca SCI locale VCV Serbia e supportato dai fondi del Refugee Found.

Ci sono stati tanti momenti questa settimana, in cui abbiamo veramente compreso la dura realtà della vita qui per i profughi che cercano di attraversare la frontiera con la Croazia. Tutti loro continuano a provare il così detto “Game”, il “gioco”, che di divertente ha ben poco, visto che si tratta del tentativo di attraversamento del confine (cinque giorni di cammino tra i boschi con cibo e acqua limitati) che purtroppo quasi sempre finisce con la cattura, gli abusi e il respingimento in Serbia da parte della polizia croata. Vale la pena segnalare, inoltre, che gli abusi da parte delle autorità sono ricominciati anche al confine ungherese, dove, per un certo periodo, la situazione sembrava essersi calmata. Dopo settimane trascorse con loro ogni sera, ci siamo affezionate a molte persone e non sappiamo mai se augurarci di non vederle il giorno seguente, nella speranza che siano riuscite ad attraversare il confine e ad arrivare in Europa, o, al contrario, di continuare a poterle incontrare e assicurarci che stiano bene.

Spesso, la sera, durante la distribuzione del cibo, si presentano gruppi più o meno grandi di ragazzi di ritorno dal “Game”: è successo, per esempio, l’altro ieri. All’improvviso sono arrivati 20 ragazzi esausti, sporchi di fango, i loro corpi coperti di punture di zanzare e lesioni, le scarpe rotte. Il cibo era già finito e le volontarie di SolidareTea hanno cercato di raccogliere qualcosa da mangiare, mettendo a disposizione la frutta e i pochi biscotti rimasti. Siamo rimaste ad osservarli mentre li mangiavano freneticamente nella speranza di sfamarsi, scioccate nel sentire che questi ragazzi avrebbero tentato di attraversare il confine nuovamente quella sera stessa, senza darsi il tempo di riposare e recuperare le energie. Durante il Ramadan il gioco è ancora più difficile.

Parlando con uno di loro abbiamo percepito come siano esausti, ma come, allo stesso tempo, la voglia di farcela gli permetta di continuare a provare. Una volontaria austriaca che fino al mese scorso di trovava a Belgrado nelle baracche, edifici occupati dai profughi, ha riconosciuto un ragazzo e ci ha rivelato di come se lo ricordasse carino e amichevole, e di come, adesso, lo veda invece con uno sguardo aggressivo ed estraniato allo stesso tempo. Abbiamo potuto notare come alcune persone facciano uso di droghe per sopportare tutto questo e i momenti di tensione, anche durante la distribuzione dei pasti, non mancano, a riprova dell’esaurimento fisico e mentale a cui sono sottoposte.

Pochi giorni fa durante il momento delle docce, un ragazzo ci ha mostrato un foglio con gli orari dei treni diretti in Italia. Ci ha spiegato che ci vorrebbero due notti nascosti in un container per arrivare nel nostro Paese, uno dei più gettonati dove i ragazzi vorrebbero vivere, convinti che i loro problemi termineranno una volta arrivati. Notiamo come ci sia poca consapevolezza sui futuri ostacoli che dovranno affrontare, ma non ce la sentiamo di spegnere in loro la speranza di poter trovare pace e continuare la loro vita. “Se non ci riesco neanche questa volta, pago uno smuggler che conosco che con 300 euro mi fa arrivare a Trieste, ma non vorrei affidarmi a lui perché conosco tante storie finite male”, ci ha confidato un altro.

Questa settimana è nata un’opportunità per A., un ragazzo afghano, di trovare illegalmente documenti per l’Europa. Era molto combattuto se tentare o tornare dalla sua famiglia e al lavoro in Afghanistan. Questa decisione sembrava innescare un conflitto dentro di lui – afflitto da insonnia e da gravi disturbi psicologici, dovuti ai traumi del passato, che manifesta con convulsioni alle quali abbiamo assistito la scorsa settimana. Quando gli abbiamo chiesto cosa sentiva, lui ha fatto un gesto con le mani dicendo: “il mio cuore sta parlando troppo”. Ci ha detto che aveva ricevuto delle telefonate dal suo capo nelle Forze Speciali il quale gli aveva chiesto di tornare a casa per combattere i talebani, minacciando di
pagare la mafia per trovarlo e ucciderlo se non avesse obbedito. Ci ha raccontato che precedentemente era stato catturato e torturato per un mese proprio dai talebani, tenuto in una piccola stanza. Era
sopravvissuto a molte esplosioni di bombe, una delle quali lo aveva portato a passare tre mesi in ospedale. Aveva combattuto insieme ai soldati britannici e americani contro i talebani e quando era stato costretto a fuggire a causa della paura della morte, non aveva trovato nessuno a sostenerlo. Come una pedina era stato usato e poi scartato. Per noi si è trattato di uno sguardo in un passato sconvolgente di terrore e di brutalità. Perché nessuno si assume la responsabilità di coloro che sono colpiti da una guerra in cui siamo così fortemente coinvolti?

Questo stesso ragazzo pochi giorni fa si trovava nel solito luogo dove provvediamo a fornire le docce, di fianco ad un piccolo fiume. Quel giorno noi non eravamo presenti, e ci ha raccontato che la polizia è
arrivata e lo ha picchiato, sottraendogli il cellulare, i pochi soldi che aveva e il diario che stava scrivendo da 5 anni. Ci ha riferito di come non gli importasse delle cose materiali che aveva, quanto del
suo diario e delle foto della sua famiglia che portava sempre con sé. Abbiamo percepito la frustrazione, la paura e l’umiliazione che vivono ogni giorno, soprattutto quando lui ci ha detto sorridendo “Le uniche ore del giorno in cui mi sento tranquillo e non ho paura sono quelle in cui veniamo qui a mangiare con voi, in cui stiamo insieme e ci divertiamo”.

A causa della scoperta della polizia del luogo delle docce siamo stati costretti a cambiare posto, per evitare di avere problemi e sottoporre i ragazzi a un possibile pericolo. Stasera, inoltre, ci è arrivata una voce sulla possibilità che giovedì la polizia arrivi con dei bus negli squat dove molti ragazzi dormono, per deportarli a Presevo, il campo al confine con la Macedonia. Pur non essendo certi che la cosa avvenga, li abbiamo avvertiti, perché per loro essere portati in quel campo significherebbe tornare
due passi indietro: molti di loro ci sono già passati e ne sono scappati.

Per alleggerire il clima, sabato scorso, dopo la distribuzione, abbiamo dato inizio alle serate di cinema all’aperto, durante le quali proiettiamo film consigliati da loro, che terminano con quella che
abbiamo soprannominato ironicamente “Pashtu disco”. E’ in questi momenti di allegria e spensieratezza che ci guardiamo e ci sentiamo nel “posto giusto”.