Io, lo SVE con lo SCI in Belgio presso l’International Secretariat

Io, lo SVE con lo SCI in Belgio presso l’International Secretariat

L’articolo è stato scritto da Martina Pieri, attualmente volontaria SVE per un anno ad Anversa, presso l’Internationl Secretariat dello SCI.

Ho sempre pensato di fare uno SVE, da quando più o meno ho scoperto — in maniera vaga — cosa fosse. E’ una di quelle idee che ad un certo punto ti dimentichi di come è nata, ma che piano piano prendono il sopravvento. Per me è un’altra possibilità di lavorare un po’ nella cooperazione allo sviluppo, che è quello che ho studiato.

Sono inciampata un po’ per caso, scorrendo facebook, sulla call dello SCI per lo SVE in Belgio. Ho fatto il colloquio, è andato bene e dallo scorso ottobre sono stata catapultata nel gigantesco e magmatico mondo SCI: precisamente, all’International Secretariat ad Anversa, l’ufficio di coordinamento delle varie branche e dei gruppi sparsi in tutto il mondo. Io mi occupo della comunicazione, social media, blog, sito web, newsletter (sì newsletter, quindi se vi arriva quella cosa lì a fine mese, leggetela perché è dannatamente complicato mettere insieme informazioni dall’Australia alla Norvegia, passando per lo Sri Lanka!).

Perché lo SVE? Perché è una bella opportunità per i giovani di fare un’altra cosa, di vivere all’estero, di lavorare in un ambiente internazionale o comunque in un ambiente diverso da casa. E’ l’opportunità di andare oltre quello in cui si crede e assecondare le proprie necessità. Che sia quella di passare qualche mese all’estero, quella di fare volontariato, unirsi ad una casa ambientale o educativa in un paese diverso dall’Italia, o semplicemente imparare lo spagnolo, lo SVE è un’opportunità per tutti. E va colta. Quindi eccomi qui.

Perché lo SCI? Non avevo esperienza diretta con lo SCI prima di quest’avventura. Da drogata di comunicazione, cooperazione e tutto quello che lega la comunicazione alla cooperazione, li seguivo su Facebook, conoscevo i workcamps, sapevo dei loro mini corsi di progettazione a cui ho sempre pensato di partecipare, ma il momento non era mai quello giusto. E poi una mia cara amica era stata in Mongolia con lo SCI, mi sono detta: in Mongolia? Cosa spinge una Ong italiana a fare qualcosa in Mongolia? Non so, ma la cosa mi incuriosiva.

Insomma, arrivata ad Anversa sono stata immersa in un mare di nomi, cose, persone, sigle. Lo sapete quante sigle ci sono nello SCI? Una marea, dopo quasi 7 mesi, ancora mi confondo. In 7 mesi ho scritto articoli per il sito, raccolto storie di volontari in giro per il mondo SCI, comunicato con le altre branche, stalkerato le altre branche per avere contributi per la newsletter, creato newsletter, iniziato ad usare MailChimp (no devo dirlo, perchè MailChimp è una figata!), lavorato con programmi di grafica, twittato, ideato video, caricati poi su YouTube e Vimeo, fotocopiato, scannerizzato, spazzato. E poi fatti tanti tiramisù. Fatti un mare di tiramisù. Arrivata l’italiana e allora facciamola cucinare. E diciamoci la verità, a noi piace cucinare. Se non proprio a tutti alla maggior parte. E così la terza settimana che ero qui ho invitato tutto l’ufficio e l’ufficio di VIA (la branca fiamminga dello SCI) a casa per una cena italiana. Aperitivo, tre assaggi di pasta e tiramisù. Non ci tiriamo mai indietro noi di fronte al cibo, soprattutto se lo cuciniamo noi.

Perché il Belgio? Pensavo allo SVE come ad un’opportunità per vivere l’Ong in ufficio, dato che gli ultimi due anni avevo lavorato più sul campo direttamente nei progetti. E pertanto mi interessava lavorare nella comunicazione per il no-profit, la mia passione, che avevo già sperimentato qualche anno fa. Però volevo trovare il modo di avvicinarmi al magico mondo di Brussels, che non credo sia veramente magico, ma per chi esce da Scienze Politiche, Brussels è un’opportunità. Se sei fortunato, una molto valida. E allora questa call è stata un po’ un colpo di fortuna, metteva insieme la vicinanza a Brussels e il lavoro di comunicazione. E poi alle patatine fritte. E alla cioccolata. E alla birra. Va be, ciao Italia, io vado.

Lo SVE mi ha insegnato che lo SCI non è solo un’associazione, ma è uno stile di vita. E’ un posto di gente stupenda, che non molla mai, che si ritrova sempre, che condivide, che sperimenta, che lavora sodo e crede in un mondo più bello. Lo SCI Italia poi visto da qui – posizione un po’ privilegiata per avere uno sguardo sulle varie branche – è una fonte di ispirazione quotidiana, di attivismo, di idee. E’ forse una delle branche più attive che mi capita di incrociare ogni giorno sul web, assieme a quella catalana in Spagna. Poi c’è quella metodica tedesca, quella puntuale Svizzera, quella super fundraising Inglese, quella tenera Ucraina, quella attivissima Bulgara, quella Svedese, che re-posta tutto quello che postiamo noi su Facebook, quella Kosovara, che adoro perché conosco il Kosovo, quella Greca, che organizza sempre serate a tema con i propri volontari e tante altre. Le conosco tutte, per nome. So cosa pubblicano, cosa promuovono, il modo in cui lo fanno, chi mi risponderà alla loro chat privata di Facebook. Ma quella italiana, ah! Quella italiana ce l’ho nel cuore. Soprattutto perché sono dei gran femministi come me.

Lo SCI mi ha insegnato che ognuno parla l’inglese un po’ così. Che è meglio muoversi in autobus o in treno rispetto all’aereo, per una questione ambientale. Che in ufficio si può fare il compost con i vermi, ma noi mangiamo solo mandarini e beviamo tè in ufficio e i vermi morirebbero perché non hanno abbastanza cibo organico da mangiare. Che la mia project officer parla ceco e olandese, il mio amministratore finlandese, la mia coordinatrice serbo, la mia responsabile inglese e turco, l’altra SVE finlandese, l’altra SVE ancora cantonese e il Servizio Civile francese. E poi ci sono io, che parlo a gesti. Che lo SCI è pet friendly. Ed environmental friendly. E intercultural friendly. Insomma, lo SCI è friendly un po’ con tutti, perché a fare un sorriso ci si mette meno che ad arrabbiarsi (però la newsletter leggetela, sennò mi arrabbio).

Il Belgio mi ha insegnato che qui si vive tutto in modo rilassato. Che il tramonto arriva sempre più tardi ora. Che dopo lavoro puoi berti una birra sullo Schelde, il fiume di Anversa. Che io volevo vedere Brussels, ma Anversa è dieci volte più bella, talmente bella che non vorrei più andarmene. Che puoi fare yoga al parco. Che tutti i supermercati hanno sempre la baguette fresca. Che se vai al pub e non prendi almeno tre birre, non sei nessuno. Che se dopo le birre non mangi le frites, non sai cosa ti perdi (e soprattutto assorbono un po’ di birra). Che con il treno in un paio d’ore attraversi tutto il Belgio. Che i treni in Belgio sono una cosa spettacolare che Trenitalia levate proprio. Che dal medico prendo appuntamento con un sms. Che i waffle sono una cosa straordinariamente magica e super ingrassante. Poi tanto prendi appuntamento con un sms dal medico per le analisi del diabete. No problem.
Fatelo uno SVE con lo SCI, prima o poi. Perché vi abbellisce la vita.

“Hey mzungo, jambo!”: storia di una volontaria a Zanzibar

“Hey mzungo, jambo!”: storia di una volontaria a Zanzibar

L’articolo è stato scritto da Marianna Visotti, che nell’estate 2016 ha partecipato a un campo di volontariato nell’isola di Zanzibar, in Tanzania.

[Questa testimonianza ci dimostra come l’esperienza di un campo di volontariato non sempre si svolge “da manuale”: i contesti sociali e culturali in cui i/le volontari/e si muovono sono sempre diversi e spesso riserbano sorprese inaspettate; ciò non significa che le difficoltà debbano diventare un ostacolo, anzi. Affrontarle con una buona dose di pazienza e di capacità di adattamento è sempre il primo passo di un percorso di crescita. Lo spirito che anima i campi di lavoro può essere lo stesso dal Nord al Sud del mondo, ma ben diverse sono le situazioni che si possono incontrare e le maniere di affrontarle. Proprio per questo, consigliamo sempre di partecipare agli incontri di formazione che SCI-Italia organizza per i/le volontari/e in partenza: per prendere coscienza del percorso che si sta intraprendendo, e farlo con uno spiccato senso dell’adattamento e grande sensibilità.]

Dopo anni di università, lavoro e altri diversivi, a gennaio ho deciso di realizzare uno dei miei sogni nel cassetto, partire per un progetto di volontariato in Africa, destinazione Zanzibar.

Il progetto da me scelto era della durata complessiva di tre settimane e composto da due attività principali: piantare mangrovie (piante che, tollerando l’elevata salinità del mare aperto, sono parte attiva nella conformazione delle coste, le proteggono dall’innalzamento del livello del mare e vengono utilizzate anche per il loro legno) e insegnare inglese ai ragazzi del villaggio.

La nostra casa era a 10 chilometri dalla capitale Zanzibar City, in un paese rurale chiamato Maungani e, oltre a me, partecipavano al campo anche un altro volontario italiano, un portoghese, una spagnola, una taiwanese, una polacca e svariati volontari locali. All’inizio tutto andava come da programma. La mattina, dopo aver fatto colazione insieme, raggiungevamo in bici il mangrovieto, verso le 13 c’era il pranzo cucinato da una volontaria locale, relax in spiaggia (in fondo eravamo su un’isola!) e intorno alle 16.30 iniziava l’attività pomeridiana, che si protraeva per un paio d’ore fino all’ora di cena. La sera invece, quando non c’era la cultural night, serata dedicata alla scoperta delle nazioni dei volontari, ci ritrovavamo sotto il portico di casa per chiacchiere e godere dei pochi momenti freschi della giornata. Purtroppo però, dopo solo una settimana di volontariato, mi sono resa conto che c’era qualcosa che non andava. Il problema fondamentale era che i volontari locali non sembravano così preparati al nostro arrivo. Il luogo destinato a piantare le mangrovie era saturo, c’erano pochissimi spazi liberi dove posizionare i semi e, per quanto riguardava le lezioni di inglese, eravamo 5 insegnanti (un volontario aveva un altro progetto) e 3 studenti.

Perciò, dalla seconda settimana, trovando più interessante comprendere la loro cultura e le loro tradizioni, ho chiesto di potermi unire al women group, ossia il gruppo delle donne del villaggio. Tra le tante attività svolte, ho imparato a cucinare chapati – tipico pane locale che utilizzano per qualsiasi pasto -, mi hanno insegnato a intrecciare foglie di banano, che vengono impiegate come tetti per le capanne e mi hanno mostrato come indossare il kanga, indumento locale molto colorato, composto da due pezzi, uno utilizzato come gonna e l’altro come velo per coprire il capo. Nel pomeriggio, alternavo le lezioni di lingua con gli adolescenti a quelle, improvvisate, con i bambini che tutti i giorni si radunavano davanti a casa nostra. Duranti i week-end invece, abbiamo partecipato a numerose escursioni organizzate dai volontari locali, tra cui Safari Blu, Jozani Forest e Prison Island.

A fine progetto, vista l’insoddisfazione di alcune persone, ci siamo confrontati, prima tra di noi, arrivando alla conclusione che a volte la parola “work(camp)” sia solo un pretesto per avere uno scambio culturale (anche perché, aggiungo io, in tre settimane non ci si può proporre di cambiare il mondo) e, in seguito, parlando con i volontari locali, abbiamo capito che la nostra è stata solo sfortuna. Nei campi precedenti si è sempre insegnato in una scuola, ma questa volta ci sono stati problemi tecnici tali per cui hanno dovuto chiamare i ragazzi a casa e invece, per problemi di distanza dal villaggio, avevano appena deciso di abbandonare una foresta di mangrovie più bisognosa del nostro intervento.

Personalmente, avendo già avuto pregresse esperienze di volontariato e sapendo che spesso quello che viene scritto negli infosheet differisce da quello che poi si andrà realmente a realizzare, sono partita senza aspettative. Così i problemi sopra citati, che per alcuni sono stati motivo di delusione momentanea, io li ho presi semplicemente come imprevisto e sono molto felice di aver partecipato a questo progetto. Ho potuto approfondire la mia conoscenza dell’Africa, c’è stato un magnifico scambio culturale sia tra di noi che con gli abitanti del villaggio. Finalmente sono riuscita a vedere la vita da un altro punto di vista.

Thailandia, campo di volontariato nell’isola di Koh Yao Yai. Il racconto di Gaia

Thailandia, campo di volontariato nell’isola di Koh Yao Yai. Il racconto di Gaia

L’articolo è stato scritto da Gaia Garau, che nell’estate del 2016 ha partecipato a un campo SCI in Thailandia. Il progetto prevedeva l’insegnamento dell’inglese in una scuola elementare nell’isola di Koh Yao Yai. Questo il racconto della sua esperienza.

La luce dell’alba filtra tra le foglie degli alberi ed entra dalla finestra. La musica che viene diffusa dai megafoni della scuola, invade la piccola infermeria adibita  a dormitorio.  Io e Moon apriamo gli occhi avvolte nelle nostre zanzariere. Iniziamo così ogni giornata nel nostro campo.

Mi servono pochi attimi per ricordarmi che qualche mese prima, dopo le giornate di formazione con lo SCI Sardegna, ho deciso di partire come volontaria.

Moon è arrivata da Taiwan ed è con me dal primo giorno, da quando il nostro gruppo di volontari provenienti da ogni parte del mondo, è stato suddiviso in tutte le scuole primarie dell’Isola di Koh Yao Yai. Due mondi diversi uniti dal comune entusiasmo di essere due maestre di inglese in Thailandia. Con Moon ho condiviso la mancanza di una doccia calda, la mia fobia per gli insetti giganti, le serate dentro l’aula professori a sviscerare le differenze fra i nostri due Paesi, fra i valori della cultura asiatica e quella europea.

Esco dalla stanza e percorro il vialetto che mi separa dall’aula professori. Gli studenti stanno già arrivando e mi salutano sorridenti, inchinandosi con rispetto. Mi sembra così buffo perché loro sono in divisa e io ancora in pigiama. Sophia, la maestra di inglese che ci ha accolte nella sua scuola mi porta riso e zucchero di canna per colazione. Colpa mia che il giorno prima avevo provato a chiedere qualcosa di dolce.

Le giornate scorrono tra l’insegnamento e le passeggiate in spiaggia nel tempo libero. Dopo la scuola alcuni dei bambini tornano da noi. Ridono come matti, mentre cercano di insegnarmi la corretta pronuncia delle parole in Thai.

Il tempo è scandito dagli orari della scuola e della preghiera. A Koh Yao Yai vive una comunità di fede islamica. La prima volta che vedo i bambini pregare nella moschea della scuola rifletto su quanto sia triste essere spaventati da ciò che non si conosce. Mentre sono lì è in corso la polemica tutta europea sul Burkini. Cerco di spiegarne le ragioni a Sophia che non ne capisce il senso. Non la biasimo e mentre mi tuffo in mare vestita e gioco con i miei bambini penso che non mi sono mai sentita più libera di così.

Nelle due settimane in Thailandia apprendo il vero significato della parola “condivisione” e imparo migliaia di cose dai bambini, dagli insegnanti, dai volontari. Allo stesso modo cerco di trasmettere quello che posso agli altri.

Le ore trascorrono lente eppure le due settimane volano. Mi lasciano dentro un mondo che non potrò mai dimenticare. L’ultimo giorno di scuola gli altri insegnanti mi chiedono di fare un discorso davanti a tutti gli studenti della scuola. In preda all’emozione la cosa più importante che riesco a dire è: ”Viaggiate, viaggiate attraverso il mondo e sentitevi liberi di essere voi stessi. Apprendete ciò che potete e cercate di sconfiggere ogni pregiudizio”.

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