Apericena e racconti dai cinque continenti! [28/03, La Città dell’Utopia]

Apericena e racconti dai cinque continenti! [28/03, La Città dell’Utopia]

SCI Italia organizza a Roma, martedì 28 marzo alle 19, presso La Città dell’Utopia, un evento di presentazione dei campi di volontariato internazionale di quest’anno.

Un’introduzione racconterà che cos’è lo SCI e qual’è la sua storia, mentre in seguito attivisti e volontari saranno a disposizione come Human Library a cui rivolgere domande e curiosità sui campi, per raccogliere informazioni sui paesi e le organizzazioni partner, o per ascoltare racconti e testimonianze di chi è già partito.

L’incontro è rivolto a tutte le persone interessate a fare un campo di volontariato internazionale SCI, che sia la prima volta o meno; inoltre sarà attivo un punto informativo anche per chi fosse interessato a coordinare un campo.
Qui trovate l’evento con tutte le informazioni necessarie, vi aspettiamo!

CAMPI NEL NORD DEL MONDO
Esperienza di volontariato internazionale dai 10 giorni alle 3 settimane in Italia, Europa, America del Nord.
Si supportano diverse attività dalla tutela ambientale all’animazione con i bambini, dall’organizzazione di festival culturali alle attività con i rifugiati e richiedenti asilo.
Info su www.sci-italia.it o scrivi a workcamps@sci-italia.it

CAMPI NEL SUD DEL MONDO
Offrono l’opportunità di vivere per 2/4 settimane in una comunità completamente diversa dalla tua in Asia, Africa, America Latina e Medio Oriente.
Sono un occasione di scambio e conoscenza, un modo per essere attivi nella società, di prendere parola in merito agli squilibri tra Nord e Sud del mondo diversamente da come proposto dalla cooperazione classica e dal turismo.
Incontri obbligatori di formazione pre-partenza:
campisud@sci-italia.it

Campo profughi in Kurdistan, il racconto di Alberto

Campo profughi in Kurdistan, il racconto di Alberto

Dal 16 al 26 dicembre si è tenuto, nel campo profughi di Diyarbakir, nel Kurdistan turco, un campo di volontariato organizzato da SCI-Italia in collaborazione con “Genclik ve degisim, Youth and Change Association”. All’interno dell’area, gestita dalle municipalità curde, vivono circa 4mila rifugiati, 1.500 dei quali sono bambini, per la maggior parte Yazidi, fuggiti dal monte Sinjar a seguito dell’attacco dell’ISIL. Alberto, uno dei volontari, racconta la sua esperienza.

 

È sera, dopo 5 ore di volo atterro a Diyarbakir.

Perché sono venuto qui nel Kurdistan turco? Sapevo per lavorare nel campo con altri volontari, insieme ai rifugiati Yazidi fuggiti dal monte Sinjar, nel Kurdistan iracheno, dopo l’attacco dell’ISIL. Sapevo anche che all’interno del campo profughi vivono circa 4.000 rifugiati, 1.500 dei quali sono bambini. Quello che non sapevo era l’umanità che avrei respirato.

Si inizia!

Le attività previste sono state organizzate la prima giornata di campo. Ma giorno per giorno, la sera, venivano condivisi e decisi i dettagli sul da farsi nella giornata successiva.

Il primo dì al campo è stato di conoscenza con il posto, le persone, gli ospiti e gli altri volontari locali. Abbiamo poi avviato le prime timide amicizie con i bambini più piccoli e poi con tutti gli altri più grandicelli.

In base anche alle esigenze espresse dagli insegnanti e dai ragazzini abbiamo capito che le lezioni di inglese sarebbero state preziose. Così tutte le mattine, durante il campo, abbiamo tenuto due classi di inglese, divisi in due coppie di volontari per aula, una composta dai più piccoli (sotto gli 8 anni) e l’altra fino ai 12/13 anni.

All’ora di pranzo, i bambini tornavano alle tende e noi si mangiava nel prato ad un centinaio di metri dai contaner della scuola. Il pranzo era il momento della condivisione, tra noi volontari, di come stavamo vivendo quelle mattinate.

Dopo la pausa riprendevamo le attività, in particolare all’aperto, con giochi organizzati per i bambini. Giochi semplici, come “un, due, tre stella”, nascondino o la corsa coi sacchi.

Altre volte abbiamo avuto la possibilità di incontrarci con i responsabili della comunità, di parlare con loro in inglese, grazie alla traduzione di Umut, il coordinatore del campo, e degli altri volontari locali. Abbiamo chiesto di tutto: perché erano li, come stavano, di cosa avevano paura, da chi/cosa scappavano e quali erano i sogni e le speranze che stavano ancora inseguendo. Certo, sapevamo chi erano, da dove arrivavano. Ma quando lo racconta un uomo, davanti a te, è difficile non commuoversi.

Altri pomeriggi abbiamo organizzato la pulizia del campo. Un po’ per gioco e un po’ sul serio, ci siamo sparsi per il campo a raccogliere cartacce e pezzi di plastica. Il campo, in tutta onestà, non mi è mai apparso particolarmente sporco, a parte alcuni punti più nascosti. Lo considero comunque molto più pulito di qualsiasi nostra periferia di Napoli, Milano o Roma.

Un po’ a conferma di questo, infatti, ho poi saputo che la municipalità curda, che gestisce nel campo profughi la raccolta dell’immondizia, se l’era presa. Che se c’era bisogno di pulire, hanno detto, avrebbero mandato loro degli operai per farlo! Mi ha fatto piacere, perchè non c’era boriosità da buracrate in quella nota, ma molto senso della comunità e un pizzico di sano orgoglio. Il campo non era particolarmente sporco, per cui non hanno aspettato i volontari stranieri per gonfiare il petto.

In altre due giornate abbiamo pulito, imbiancato e poi colorato insieme ai bambini le pareti esterne di un edifico scolastico. Forse si aspettavano, visto che era un italiano a gestire il tutto (io!), che uscisse fuori una cappella sistina curda!

Beh, i bambini hanno preso il controllo e ovviamente il muro della scuola è diventato un mega foglio bianco da pasticciare. Bellissimo!

Nelle attività abbiamo cercato di coinvolgere tutti, ma sicuramente i bambini e gli adolescenti erano quelli più reattivi. Molte famiglie dei bambini poi ci hanno voluto ospitare nelle loro tende per offrirci un tè.

La sera, all’imbrunire, tornavamo verso la città con il nostro pulmino. Ovviamente, la facilità di movimento offerta dal pulmino ci permetteva di sfruttare bene le poche ore di luce che le settimane centrali di dicembre hanno da offrire, oltre a evitare di passare da quelle zone della città che potevano essere attraversate da manifestazioni o altre situazioni più difficili da gestire.

Il pulmino veniva a prenderci al mattino, appena sotto la palazzina di 8 piani dove stavamo, e ci accompagnava fin dentro il campo, che distava circa 20 km dalla città.

La palazzina è in una zona abbastanza vicina a Sur (200/300 metri), quartiere soggetto a coprifuoco da parte dell’esercito turco. Ma in nessuna circostanza abbiamo avuto problemi o ci siamo trovati in mezzo a scontri, nemmeno visti da lontano.

Solo la notte e la sera arrivavano nitidi i colpi dei fucili AK-47 e di qualche mortaio. La prima notte che li senti non sei contento, la seconda ancora ci fai un po’ caso, poi c’erano ma non ci facevi più caso. Salvo, talvolta, fermarti dopo un colpo e pensare che forse un uomo era appena morto.

L’organizzazione del tempo nel campo profughi era decisa in comunità: per cucinare e lavare i piatti ci si divideva, spesso se ne occupavano i volontari locali. Uno di loro era sempre presente nel campo profughi, Hussein, ma anche altri ci davano una mano nelle varie attività. Umut e Hussein, come gli altri volontari locali, quando presenti, dormivano e mangiavano con noi, nella guest house dell’associazione locale.

Durante il campo abbiamo avuto la possibilità di conoscere il padre di Umut, che ci ha ospitati tutti a casa sua per un tè. Ci ha raccontatto degli anni trascorsi nelle carceri turche, a causa della sua lotta contro la loro oppressione. È venuto a casa anche un altro signore, che da anni aiuta profughi e militanti curdi a farsi accettare nei centri medici ospedalieri turchi per avere assistenza sanitaria.

Rimane la voglia, oggi, di capire meglio e ritornare.

Altrocioccolato 2015, la testimonianza di Silvia da Città di Castello

Altrocioccolato 2015, la testimonianza di Silvia da Città di Castello

Il campo Altrocioccolato 2015Dall’11 al 20 ottobre si è tenuto a Città di Castello, Perugia, il campo Altrocioccolato, organizzato da SCI Italia e Umbria Equosolidale, che ogni anno propone l’omonimo festival in contrapposizione all’evento “Eurochocolate”, dominato invece dalla Nestlé. Riportiamo l’esperienza della coordinatrice del campo Silvia Lazzari.

Ho scelto come prima esperienza da camp leader il campo SCI a Città di Castello, in Umbria, che prevede il sostegno alla manifestazione “Altrocioccolato”.

Questa manifestazione, che promuove il mercato equosolidale, si svolge nel periodo in cui a Perugia viene organizzata, dal mercato delle multinazionali, l’antagonista “Eurochocolate”. Le premesse del campo erano già di per sé “golosamente” accattivanti, la location pure, nel cuore dell’Umbria. Ma quando ho saputo che il gruppo sarebbe stato esclusivamente femminile ero un po’ perplessa: nonostante la varietà delle nazioni di provenienza, rischiava di essere “piatto”. Poi mi sono accorta che la diversificazione delle età delle partecipanti, dalla studentessa alla pensionata, oltre alle differenze culturali, era la vera sfida…

È andato tutto bene. Abbiamo avuto normali piccoli problemi di gestione quotidiana, dovuti al lavoro che proponeva orari frammentati, non sempre prevedibili e ben quantificabili , risolti con idee e soluzioni originali che abbiamo trovato tutte insieme, davanti a una tazza di tè, che era il nostro rito e immancabile momento condiviso della giornata.

L’accoglienza è stata calda e generosa e non ha fatto altro che rafforzare i legami del gruppo, perché tante sono state le occasioni per ritrovarci insieme, con i referenti e gli altri volontari, durante il tempo libero. E capire che il nostro lavoro era apprezzato ci faceva sentire orgogliose del “nostro gruppo”. Il tragitto dal luogo che ci ospitava per la notte a quello dove consumavamo i pasti ci obbligava più volte al giorno ad attraversare compatte il centro storico, destando la curiosità delle persone che vedevano un vivace gruppo di “straniere” che si aggirava per le vie del centro. Di corsa quando ci recavamo al lavoro, lente e con il naso in sù al ritorno, contemplando le bellezze artistiche della cittadina.

I volontari del campo Altrocioccolato 2015La volontaria tra di noi che arrivava da più lontano, dalla Corea del Sud, ha tagliato il nastro d’inaugurazione della manifestazione, insieme alle autorità locali! Ci siamo, inoltre, divertite a realizzare un flash mob durante la manifestazione, come nostro contributo “esclusivo” all’evento. Molte di noi era la prima volta che si esibivano in questo tipo di rappresentazione, ma l’entusiasmo delle reclute più giovani ha contagiato tutte!

Una sera, su mio suggerimento, siamo andate insieme ad Assisi, ad ascoltare una rassegna di musica sacra, chiamata “Pax Mundi”, all’interno della Basilica di San Francesco.

Avevo avvertito che i canti gregoriani, per chi non li avesse mai ascoltati, avrebbero potuto rivelarsi noiosi e suggerito ad un gruppetto di restare in fondo al pubblico, per poter uscire discretamente in qualsiasi momento, mentre chi già li apprezzava si è seduto più avanti, e io tra loro, vicino al coro. Ogni tanto voltavo lo sguardo indietro e mi rendevo conto che tutte eravamo sempre presenti, godendo l’atmosfera mistica e la pace diffusa.

Tornando verso casa, mi sono ricordata che nel nostro gruppo erano presenti diverse ideologie e religioni: l’ateismo, il cattolicesimo, la chiesa ortodossa russa, il buddismo e la fede islamica, ma ognuno aveva beneficiato della tolleranza e del rispetto reciproco, semplicemente dettato dal piacere di stare insieme in modo assolutamente spontaneo, che è la “Pax Mundi”, suggerita quella sera, dal concerto e dallo spirito del campo di lavoro SCI… eravamo noi!

Al-Khalil. Cronache da un ordinario apartheid

Al-Khalil. Cronache da un ordinario apartheid

da RACCOGLIENDOLAPACE, sito web di reporting del progetto Interventi Civili di Pace in Palestina” dello SCI-Italia in partenariato con:

Un ponte per…Assopace Palestina, Popular Struggle Coordination Commitee,  IPRI – RETE CCP Centro Studi Sereno Regis, con il sostegno del Tavolo degli Interventi Civili di Pace

 

L’abituarsi a vedere e incontrare i soldati, un giorno normale nella vita di un Palestinese. La difficoltà di carpire l’anima di questa terra, sporcata e nascosta dall’occupazione. Perché la Palestina si intravede dietro le parole di chi, nonostante tutto, resiste, ancora. Ma si intravede soltanto, perché nessun discorso può fare a meno di parlare dell’occupazione. Che penetra nelle vite, penetra nella giornata quotidiana di ogni famiglia. Penetra nel sonno, quando alcune famiglie di Al Khalil (nome arabo di Hebron) non si sentono sicure di dormire da sole e così chiedono ai ‘solidali internazionali’ (mutadaminun duwaliyun), categoria nuova di cui si comprende la reale portata solo in situazioni come queste, di dormire in casa loro per farli sentire protetti da incursioni dell’IDF e aggressioni dei coloni. E la paura è tale che una famiglia preferisce essere invasa quotidianamente da stranieri nelle ore di raccoglimento serale, piuttosto che dormire soli. Perché è di solitudine che si parla quando i coloni nella notte salgono sui tetti e cominciano a lanciare pietre alle finestre, mentre l’esercito, che come ci dice un soldato ‘è lì perché la vita delle persone non sia così impossibile’, si presenta sul posto e guarda impassibile la scena, difendendo l’invasore e non chi viene invaso, il violatore e non colui che viene violato fin nell’intimità della propria casa. L’esercito osserva impassibile; è, quindi, complice e artefice. Lo stesso esercito che, di stanza ai check point, perquisisce i palestinesi che attraversano il metal detector più e più volte nella stessa giornata. Soldati che quando i bambini palestinesi vanno a scuola e lanciano pietre che cadono a distanza di 10 metri, escono dal check point e puntano il mitra, sempre stretto al collo, al bambino di sei anni. Sei anni passati nell’insicurezza, con la costante minaccia di poter essere trovato colpevole di un crimine inventato, perché, in fondo, il crimine è quello di essere palestinese. Di essere la testimonianza vivente che questa terra non appartiene allo stato sionista.

Al Khalil posto di blocco

Mohammed [1] vive in Shuhada’ Street, tra le strade storicamente più importanti di Hebron, che connette il nord al sud della città e che un tempo era piena di negozi palestinesi. Nel 1979 cominciarono i primi afflussi di coloni Israeliani. Questi arrivavano di solito il venerdì e trascorrevano due giorni nella città, che veniva sorvegliata, mentre le strade venivano bloccate e il movimento impedito. Poi, iniziarono a trattenersi anche durante le festività ebraiche, finché, nel 1981, i fida’iyin portarono a termine un attacco contro un gruppo di coloni, uccidendone sei. La strada venne chiusa e le famiglie di Shuhada’ Street furono definitivamente evacuate dalle loro case. Al loro ritorno l’esercito le aveva occupate. Poche sono le famiglie che sono riuscite a riottenerle. La maggior parte di loro è stata obbligata ad andar via; in molte abitazioni abbandonate vivono oggi famiglie di coloni.

Dopo il massacro del 1994, in cui Baruch Goldstein sparò sui palestinesi in preghiera, uccidendone ventinove e ferendone oltre cento, la moschea di Abramo venne divisa in due, e più della metà trasformata in sinagoga. I palestinesi da vittime vennero gradualmente trasformati in colpevoli e per poco espropriati del loro luogo di culto.

Shuhada’ Street è deserta e quei negozi, che un tempo erano palestinesi, sono ormai chiusi da tempo, con stelle di David disegnate durante imprevedibili pogrom rovesciati. Ahmad ci racconta che gli è interdetto di tanto in tanto passeggiare per la via, dove si trova la sua casa. I coloni, invece, la usano per fare jogging. E in questa città, durante la nostra permanenza, viene ucciso un palestinese al giorno, ai check point dai soldati. La scusa è sempre la stessa: possesso di coltello. Ma la verità è che il terrore regna in questa città. Il terrore per i palestinesi di poter essere perquisiti, violati e uccisi senza alcuna apparente ragione. Se non quella di essere nati palestinesi. E il terrore regna anche tra i soldati? Non ci è dato sapere cosa pensano, come vivono, quel che fanno, se si rendono conto. Ma come non ci si può render conto dell’inumana logica che domina questi luoghi quando a un bambino di quattro anni viene puntato un fucile? E come si può non capire l’assurdità di sparare gas lacrimogeni nel cortile di una scuola elementare? L’assurdità di difendere coloni che lanciano spazzatura nelle strade palestinesi dall’alto delle loro case, costringendo la municipalità a mettere grate di metallo a tre metri di altezza?

Al Khalil strada

Il percorso per recarsi a scuola è pericoloso. I bambini hanno paura perché potrebbero essere aggrediti dai coloni in ogni momento, per disprezzo, per diniego di umanità; ai coloni è permesso portare armi mentre passeggiano per la città. Stamattina abbiamo accompagnato frotte di bambini a casa dopo il suono della campanella. Tre piccoli gruppi di solidali internazionali, noi e quelli dell’ISM. Tre bambine erano state attaccate, poche ore prima, mentre venivano a scuola. La prima è stata quasi investita da un colono. Ad un’altra un colono ha lanciato una pietra in faccia. Una terza è stata strattonata. Le bambine arrivano a scuola e vanno via terrorizzate. Il lancio dei lacrimogeni è fitto e ci sono cecchini sui tetti intorno.

Tutte le bambine entrano e la preside ci invita nel suo studio. Una bambina arriva, gli occhi rossi lacrimano. La reazione è immediata, normale amministrazione, la preside tira fuori un fazzoletto, lo imbeve di alcool e lo passa sotto al naso della bambina che presto si riprende. Continua il lancio dei lacrimogeni, si chiudono le finestre. Dopo due ore la scuola viene evacuata perché il gas entra nelle classi e fare lezione diventa impossibile, le bambine sono spaventatissime. Escono e le scortiamo a casa a gruppi per evitare che vengano nuovamente attaccate. Ci ringraziano e ci invitano a restare per un tè.

Grazie all’associazione Youth Against Settlement coordinata da Issa Amro, impegnata a combattere l’occupazione e supportare tutte le famiglie esposte alla violenza della colonizzazione, scopriamo la realtà di Al-Qualil, veniamo accolti nelle case e ci vengono raccontate le storie dei loro abitanti. Mahmoud ci dice che ai palestinesi sono negati tutti i diritti. Il diritto al movimento, il diritto alla sicurezza, il diritto alla libertà. Hebron è divisa dal 1994 in due aree, Hebron2 ed Hebron1 (H2 e H1). La prima è sotto controllo militare israeliano, la seconda risiede sotto quello civile palestinese. Due autorità nella stessa città. Chiediamo a Mahmoud cosa succede quando le due autorità si trovano nello stesso luogo e assistono ad un attacco contro i palestinesi ad opera dei coloni. Secondo il Protocollo di Hebron (1997), l’Autorità Palestinese è obbligata a entrare in macchina e andarsene per lasciare gestire la situazione all’esercito israeliano, non importa in quale zona della città ci si trovi. Siamo a casa degli zii di Mahmoud. Sono due uomini, uno di loro parla e Mahmoud ci traduce, l’altro è silente. Ci raccontano che uno è stato massacrato di botte perché voleva costruire una cucina sul tetto di casa: adesso ha quattordici viti di metallo nella spina dorsale. L’altro è stato raggiunto da una pioggia di pietre lanciate dai coloni e ha perso un occhio. Non c’è persona qui che non sia stato attaccata o detenuta. Mentre parliamo chiama Jamil, un nostro amico del posto. Un colono lo sta seguendo e lui chiede di non riagganciare per essere sicuri che non succeda niente. Questa è la vita quotidiana dei palestinesi, ci dice lo zio. “Abbiamo imparato a organizzarci, ad essere sempre in contatto, per riuscire in qualche modo a difenderci. Sempre armati di telecamera e di telefono per essere pronti a soccorrersi e a documentare violenze e abusi”. Ci mostrano un video della settimana scorsa, in cui un colono che ha appena sparato a un ragazzo palestinese parla con i soldati. Nel video si vede chiaramente un soldato che passa un coltello ad un altro soldato, il quale lo appoggia accanto alla testa del diciassettenne ucciso. Dopo mezz’ora il video era diventato virale in rete e l’esercito faceva irruzione in casa dello zio per distruggerlo, ma invano. La documentazione è importante, soprattutto perché arriva al mondo esterno.

Al Khalil vista

Per quanto riguarda la legge, la differenza tra palestinesi e coloni israeliani è tale per cui i primi sono sotto legge militare mentre i secondi sotto legge civile. Ciò significa che un Israeliano è sempre innocente fino a prova contraria. Un palestinese invece è sempre considerato colpevole e, per poter essere scagionato dalla conseguente detenzione, dovrà provarsi innocente. Per provarsi innocente dovrà portare documentazione e fare denuncia, ma le denunce cadono sempre nel vuoto. Come ci racconta lo zio di Mahmoud, quando suo figlio e suo nipote stavano giocando nell’asilo che i palestinesi hanno ricavato da una vecchia casa, due coloni provarono a rapirli, in presenza dei soldati. La comunità autorganizzata di protezione, già allertata, riuscì a liberarli. Tentata la denuncia perché i coloni israeliani venissero perseguiti dalla legge, la domanda dei soldati fu: ‘avete documentato il rapimento? ’. La risposta fu “no”, e allora non si poté procedere. Come ci dice Mahmoud, la definizione di Apartheid è quella di due popoli che vivono nello stesso territorio sotto due sistemi giuridici separati. E allora finalmente capiamo perché i palestinesi ci scoraggiano dal recarci a Hebron. Non sono gli scontri, non è la rabbia che monta e ancora non scoppia in violenza. È la violenza del sistema, è la città in cui si vive in maniera emblematica e angosciante l’oppressione, l’occupazione. L’assenza di ogni nozione di umano salta e si perde. Le categorie che aiutano ad orientarsi nel mondo qui sono sospese. La legge del più forte, del più protetto, del più violento vince, sempre.
[1] I nomi riportati sono di fantasia, a tutela della sicurezza degli interessati.

Le Sette Lune Rosse

Oltre le parole, racconto di un campo in Belgio

Oltre le parole, racconto di un campo in Belgio

Racconto di Cristina Tosone, volontaria nel campo di volontariato che si è svolto nell’agosto 2015 al Centro di accoglienza per richiedenti asilo Fedasil, Belgio.

La sera prima di partire per il mio primo campo di volontariato in Belgio non riesco a dormire. Non faccio altro che rigirarmi nel letto, ho una paura tremenda.

Nell’infosheet che mi hanno mandato a giugno c’è scritto che il campo potrebbe risultare particolarmente faticoso dal punto di vista psicologico, che il cibo potrebbe essere scarso a causa della mancanza di fondi del centro che ci ospiterà e che noi ragazze dobbiamo stare attente ai vestiti troppo scollati visto che ci saranno culture molto diverse dalla nostra.

Ma chi me l’ha fatto fare? Poi un campo di tre settimane, non potevo scegliere una cosa più breve come prima volta?

Nonostante la notte insonne il 3 agosto arrivo a Rixensart, un piccolo paesino a sud di Bruxelles.

Ad attendermi alla stazione c’è Mark, il responsabile dell’animazione del centro di accoglienza per richiedenti asilo Fedasil: è lì che passerò le prossime 3 settimane, durante le quali insieme agli altri volontari dovrò organizzare attività per i residenti del centro, in prevalenza donne e bambini che aspettano che gli venga riconosciuta la protezione internazionale.

Arrivata al Fedasil faccio la conoscenza degli altri volontari: altre due italiane (Giorgia e Gilda), due spagnoli (Teresa e Mané), una svizzera (Noemie) e due belghe (Pascale e Fany).

Nel corso delle tre settimane in realtà si uniranno a noi anche: Irene, un’italiana che è lì per scrivere la tesi ma che poi ci darà un grande aiuto nello svolgimento delle attività, Daisy, un’altra italiana che studia a Bruxelles e che fa volontariato al centro già da un po’ di tempo, e Suzanna, una spagnola che è a Rixensart da un anno con il Servizio Volontario Europeo.

Ci sistemiamo in una stanza con letti a castello in un piccolo edificio accanto a quello più grande che ospita i rifugiati: con loro condivideremo le docce e la mensa (tra l’altro scoprirò nei giorni seguenti che il cibo non sarà per niente scarso come ci avevano detto, e addirittura metterò su qualche chilo).

Per organizzare le attività abbiamo a disposizione un parco enorme, una stanza per il bricolage accanto alla nostra “camera” e uno stanzone nell’edificio più grande dove possiamo anche guardare dvd. C’è inoltre una piccola cucina che possiamo riservare all’occorrenza.

La prima sera Pascale, che è la nostra coordinatrice, ci fa fare dei giochi tra di noi per conoscerci meglio.

Il giorno dopo una responsabile del Servizio Civile Internazionale del Belgio viene a spiegarci le regole del centro e a discutere con noi il tema della interculturalità. Tornerà una volta a settimana per valutare come sta procedendo il campo di volontariato.

La sera organizziamo le attività per la settimana: siamo tutti pieni di idee ed è abbastanza facile, facciamo un calendario e lo appendiamo alla mensa così che tutti lo possano vedere. Lo stesso faremo per le settimane successive.

Siccome i fine settimana sono liberi, ci organizziamo anche per quelli: Louvain-la-Neuve e Bruxelles il primo, ancora Bruxelles e Gand il secondo, Oostende (Fany ci ospita nella sua casa al mare) e Bruges l’ultimo. Ci riusciamo a mettere d’accordo facilmente anche perché ognuno è lasciato libero di restare al centro o di girare da solo.

Il terzo giorno iniziamo le attività con i bambini: in realtà li abbiamo già conosciuti nei giorni precedenti perché i genitori li lasciano girare liberamente da soli per il centro, anche se sono molto piccoli.

Questa cosa ha comportato per me una specie di “shock culturale” ma ci ho messo poco a superarlo: mi hanno spiegato che in alcune culture (soprattutto africane) i bambini sono figli della comunità più che della singola famiglia, senza contare poi che ci sono famiglie che si trovano lì da anni ed è normale che lascino liberi i loro bambini come se fossero “a casa loro”.

Oltre ai più piccoli (che vanno dai pochi mesi ai 12-13 anni) e ai loro genitori ci sono molti adolescenti, spesso non accompagnati, ragazze madri (che però hanno una sezione riservata nel centro e non stanno spesso con noi) e alcuni ragazzi che hanno più o meno la nostra età (20-30 anni).

Con il passare del tempo noi volontari impareremo ad organizzare attività diverse per ogni fascia di età.

La provenienza degli ospiti è abbastanza variegata: Guinea, Togo, Angola, Congo, Afghanistan, Iraq, Siria, Armenia..

In 3 settimane facciamo di tutto: collage, tempere, pasta di sale, origami, giochi d’acqua, gioielli, marionette, giochi di carte.

E yoga, calcio, pallavolo,capoeira, nuoto, jogging al lago di Rixensart con i ragazzi più grandi e danza orientale con le donne.

A volte prenotiamo la cucina: Noemie insegna ai bambini a fare i brownies, io e Giorgia gli facciamo fare la pizza e Pascale gli fa preparare le crepes.

La sera spesso guardiamo un film (adorano Harry Potter ma purtroppo in 3 settimane non riusciremo a farglieli vedere tutti e otto), ma loro preferiscono di gran lunga quando Mané si siede nel parco e inizia a suonare la chitarra. In pochi minuti intorno a lui si crea un cerchio di gente di ogni età che lo guarda incantata.

Ci sono delle sere in cui viene anche Bao, il marito vietnamita di Pascale, che insegna agli ospiti a suonare la darbuka, uno strumento tipico dei paesi orientali: vorremmo che queste serate non finissero mai ma a volte chiamano gli abitanti delle case vicino e ci chiedono di smettere perché si è fatto troppo tardi.

In teoria siamo tenuti a stare con i residenti del centro solo 6 ore al giorno, perciò se facciamo attività sia mattina che pomeriggio potremmo essere liberi la sera.

Il punto è che noi non stiamo con i residenti perché dobbiamo, ma perché vogliamo. Perché non ce lo aspettavamo ma con loro, che abbiano 1 o 50 anni, ci stiamo davvero bene.

E allora la mattina siamo noi che andiamo a svegliare i bambini per farli giocare, a mensa li facciamo sedere vicino a noi, la sera restiamo con loro finché la mamma non gli urla dalla finestra che è tardi e devono andare a dormire.

Quando i piccoli sono andati a dormire e decidiamo di andare a bere qualcosa in paese siamo noi ad invitare i residenti più grandi a fare una passeggiata.

A volte facciamo le serate interculturali, in cui prenotiamo la cucina e ognuno prepara una cosa tipica del suo paese di origine. In teoria sarebbero solo per noi volontari, ma i bambini ci trovano subito e di certo non li mandiamo via: e così ho visto una guineana mangiare la fonduta svizzera, una piccola siriana divorare un piatto vietnamita di verdure e un giovane togolese provare la carbonara per la prima volta.

È vero che ci sono dei momenti in cui non ne possiamo più di spiegare mille volte le regole dello stesso gioco perché non ci stanno a sentire, o di separare due ragazzini che si picchiano, o di correre dietro ai più piccoli che potrebbero farsi male. Allora magari la sera non organizziamo nulla e facciamo una passeggiata tra di noi, oppure dopo pranzo decidiamo di aspettare prima di fare le attività e stiamo un po’ in camera, ma ci riprendiamo subito.

La terza settimana c’è un’emergenza, arrivano circa settanta rifugiati, soprattutto uomini e prevalentemente dal medio oriente. Non sanno dove metterli quindi sono costretti a montare delle tende nel parco, si stabiliscono dei turni per le docce e per la mensa per evitare problemi.

I responsabili del centro ci chiedono se possiamo aiutarli con i vestiti, ricevono molte donazioni ma non hanno nessuno che li sistemi e adesso servono ai nuovi arrivati.

E così ci ritroviamo ad aiutare questi ragazzi un po’ spaesati a trovare un pantalone della loro taglia. Parlano solo arabo mentre noi volontari parliamo solo inglese o francese, eppure mentre stiamo lì tra montagne di vestiti ci capiamo, scherziamo e ridiamo.

Questa è la cosa che mi ha colpito più di tutto in questo campo: la facilità con cui abbiamo creato un legame con i residenti, pure con quelli che non parlano la nostra lingua.

E così quando l’ultimo giorno vado a salutare i ragazzi afghani, un gruppo di adolescenti senza genitori con cui ho sempre comunicato quasi solo a gesti, mi fanno segno che piangeranno perché ce ne andiamo.

Allora piango anche io e penso che mi mancheranno, e mi domando come è possibile che mi mancheranno persone con cui non ho neanche mai avuto una conversazione “a parole”.

Il 23 agosto ritorno alla vita vera, e non è tanto facile: negli occhi ho sempre il sorriso di un bambino angolano davanti alla teglia di pizza su cui gli abbiamo fatto mettere la mozzarella, e nelle orecchie ho ancora il racconto dell’incredibile viaggio di un congolese dall’Africa in Europa.

In più i ragazzi più grandi mi scrivono su facebook: Ci mancate! Quando tornate? Siamo tristi senza di voi.

Giorgia a Settembre si trasferisce a Bruxelles per studiare e dopo qualche settimana torna a Rixensart.

Io non vedevo l’ora e la riempio di messaggi: Come stanno tutti? Hanno iniziato la scuola? Stanno imparando il francese? Mandami qualche foto!

Ieri Gilda mi scrive: potremmo organizzarci per andare a trovare Giorgia un fine settimana.

Ma non perché vogliamo tornare al centro, sia chiaro!!

Vogliamo solo visitare Bruxelles per la terza volta 😉

Non tutte le strade portano al muro

Non tutte le strade portano al muro

da RACCOGLIENDOLAPACE, sito web di reporting del progetto Interventi Civili di Pace in Palestina” dello SCI-Italia in partenariato con:

Un ponte per…Assopace Palestina, Popular Struggle Coordination Commitee,  IPRI – RETE CCP Centro Studi Sereno Regis, con il sostegno del Tavolo degli Interventi Civili di Pace

 

Due settimane in Palestina e una delle parole più ricorrenti nei nostri discorsi è “strade”. La libertà di movimento, o meglio la non libertà di movimento in Palestina è uno degli aspetti più evidenti e odiosi dell’occupazione israeliana. La frammentazione del territorio e, di conseguenza, del popolo palestinese in aree differenti è la sabbia nell’ingranaggio della resistenza.
Cartello stradaleIl passaggio dall’essere europei in visita in Israele a braccianti solidali in Palestina si è concretizzato in spostamenti sempre più lunghi e tortuosi per evitare i controlli identificativi ai checkpoint, o semplicemente perché le strade che connettevano i palestinesi alle loro terre non sono più percorribili per loro. Le vite si modellano sui tempi e le esigenze israeliane.

O forse no. Mohamed [1] non è disposto ad aspettare i permessi israeliani per coltivare le sue terre, tantomeno a rinunciarvi. Un po’ come quelle terre non aspettano i permessi di Tel Aviv per produrre i propri frutti. Ottobre è tempo di raccolta di olive, checché ne dicano le autorità israeliane e il suo esercito.

Ogni tassello del puzzle dell’occupazione incontra un pezzo di resistenza. Le strade di At-tuwani villaggio situato in piena area C (sotto controllo totale israeliano), sono state chiuse a causa degli insediamenti circostanti, costringendo i bambini del villaggio a percorrere una strada lunga sei km per andare a scuola, cinque in più rispetto a quella originaria. Ogni mattino, si impiegano due ore di cammino. Come ci raccontano i volontari di Operazione Colomba, impegnati nel monitoraggio e nella protezione dei palestinesi nel territorio da undici anni, durante il tragitto sono frequenti gli attacchi dei coloni nei confronti dei bambini. Per questa ragione, la Commissione Diritti umani interna alla Knesset ha votato per istituire una scorta militare a protezione degli scolari. Le istituzioni israeliane, evidentemente, sono disposte a spendere ingenti risorse umane e materiali pur di non fare passi indietro lungo la strada dell’espansione coloniale e della normalizzazione dell’occupazione. L’intento reale di decisioni del genere è smascherato dal comportamento effettivo dei soldati. Le forze israeliane spesso si trasformano in un ulteriore strumento di oppressione sui bambini, scherniti e sottoposti a violenza verbale e talvolta anche fisica. Per questa ragione, come ci racconta Amir, abitante della zona, è stato necessario l’intervento di volontari internazionali, che monitorano sia i soldati che i coloni.

Strade resistenti sono quelle costruite di notte e illegalmente, dal Comitato dei villaggi palestinesi delle Southern Hebron Hills con l’aiuto del gruppo israeliano di Ta’yoush. La tattica è frutto di una precisa scelta politica e cioè il rifiuto di aspettare il permesso israeliano. In due notti, in questo modo, è già stata costruita una scuola. Per rispondere alle esigenze degli abitanti dei villaggi, i Comitati di resistenza non violenta prevedono di costruirne altre in futuro, anche se, data la situazione attuale in tutta la West Bank non sappiamo se il progetto discusso in una riunione di un villaggio del sud sarà portato a termine.

StradaUn’altra via battuta in questi giorni è quella che collegava il villaggio di Kfar Qaddum alla città di Nablus e che è stata chiusa nel 2003. Ora bisogna percorrere 25 km di strada israeliana, invece dei 10 km dell’originaria strada palestinese, diventata il simbolo della lotta degli abitanti, che ne rivendicano l’apertura tutti i venerdì da 12 anni. Nonostante la skunk waterche appesta l’aria per settimane anche quando l’esercito si ritira dopo la manifestazione settimanale e la devastazione dell’area da parte dei blindati, gli abitanti non abbandonano le proprie case. Sembra che nulla possa smuovere queste persone dalla convinzione della legittimità e della dignità della loro causa.

E poi c’è Qalqilya, cittadina di 41.600 abitanti, dal 2002 investita dalla costruzione del muro. Da allora quattro mila persone hanno lasciato la città e 600 negozi hanno chiuso i battenti. Il muro interrompe la strada principale che collegava il centro urbano con i villaggi limitrofi, anche qui arginando, contenendo e segregando in nome della sicurezza israeliana.

Tutti gli esempi di blocco della mobilità palestinese derivano dal progetto scaturito dalla Conferenza di Herzliya del 1992 e pubblicato in 18 volumi, subito dopo la prima guerra del Golfo. In essi è contenuto un piano sistematico per ghettizzare il popolo, frammentare lo spazio e occupare la terra palestinese col fine ultimo di appropriarsene. Il progetto prevede la creazione di colonie congiuntamente alla costruzione di un muro da ricostruire ogni volta in funzione dell’annessione degli insediamenti al territorio israeliano ed esclusione del territorio abitato dai palestinesi.

Così si realizzerebbe l’unica idea di Palestina tollerata dalle autorità israeliane: un insieme di ghetti o bantustan, privi di contiguità e di sovranità, già divisi in area A (17,71% del territorio in cui rientrano le principali città palestinesi, sotto totale controllo dell’Autorità nazionale palestinese), area B (21,29%, sotto controllo misto: civile palestinese, militare israeliano), e area C (58 % sotto totale controllo israeliano).

Il primo ghetto è quello del Nord, con le principali città di Jenin e Nablus, collegato al ghetto centrale dal check point di Zaatara (per gli arabi) o Tapuah Junction (per gli israeliani). Ramallah, città principale del ghetto centrale, è collegata al Sud dal check point di al-Container, e quindi alle città di Betlemme ed Hebron, i maggiori centri urbani del ghetto meridionale.

Cartina Israele PalestinaQuesto sistema è il risultato dell’ingegneria dell’occupazione sionista, in cui sono centrali le bypass roads, ossia le strade costruite appositamente per collegare le colonie alle città. Prima della loro costruzione, i settlers erano obbligati a usare le strade palestinesi, sulle quali spesso incontravano la resistenza locale e, quindi, le pietre.Con la costruzione delle bypass roads, Tel Aviv ha trovato il modo di annullare il problema, eliminando i costi dell’occupazione e infliggendo un grosso colpo alla resistenza. Inoltre, con le strade “per coloni”, diventa ancora più evidente l’evoluzione dell’occupazione verso l’apartheid. I coloni sono uno strumento centrale nella strategia israeliana, e il potere loro conferito negli anni ha raggiunto l’apice con l’ultimo governo, sbilanciato paurosamente a destra. Senza il supporto dell’esercito e del governo, gli attacchi portati avanti dai coloni a danno dei palestinesi non sarebbero possibili, come sottolinea Walid Nasser, membro del Parlamento e Direttore della Colonization and Wall Resistance Commission. La Corte Suprema, l’esercito e le istituzioni politiche, tutti concorrono all’esecuzione del piano israeliano.

La risposta repressiva israeliana verso la resistenza palestinese, innescata dall’uccisione dei due coloni il primo ottobre scorso, mira all’innalzamento della tensione così da legittimare l’ulteriore dispiegamento militare e la natura permanente dell’occupazione.

Il dibattito nato dalle ultime due settimane di scontri, sull’inizio o meno della III Intifada, è sterile e funzionale alle strumentalizzazioni politiche e mediatiche e, come ha scritto Ramzy Baroud: “This is a Palestinian Intifada, even if it ends today” (Questa è un’intifada palestinese, anche se finisce oggi). Quello che è fondamentale invece notare è che la resistenza palestinese si è re-innescata proprio perché quei palestinesi che non si sono rassegnati alla condizione imposta da Israele, continuano a lottare per rivendicare l’ingiustizia che subiscono, l’assenza totale della comunità internazionale e la continua e impunita violazione dei propri diritti fondamentali. Una resistenza popolare, che per ora non è guidata da nessun partito e da nessun leader, ma che non dà segni di volersi spegnere.
ProiettileÈ l’enorme sproporzione di forza tra gli occupanti e gli occupati, oltre all’inazione della leadership palestinese, a mettere con le spalle al muro un intero popolo, che contro l’esercito che spara live and rubber bullets si difende con le pietre. Definire quanto sta accadendo “intifada dei coltelli” cela la natura articolata di una resistenza che non è un nuovo inizio, ma solo la fase conclamata di un continuo e legittimo movimento di lotta popolare che dura a queste latitudini sin dal 1919. Quando i palestinesi raggiungono il limite di sopportazione e si arriva al punto di rottura, l’intifada diventa evidente anche al resto del mondo, miope o convenientemente cieco per il resto del tempo.

Le Sette Lune Rosse

[1] I nomi riportati sono di fantasia, a tutela della sicurezza degli interessati.

Vite sospese, vite occupate

Vite sospese, vite occupate

da RACCOGLIENDOLAPACE, sito web di reporting del progetto Interventi Civili di Pace in Palestina” dello SCI-Italia in partenariato con:

Un ponte per…Assopace Palestina, Popular Struggle Coordination Commitee,  IPRI – RETE CCP Centro Studi Sereno Regis, con il sostegno del Tavolo degli Interventi Civili di Pace

 

Dopo una settimana passata con gli abitanti e i contadini di Kfar Qaddoum, realizziamo di vivere in una bolla in cui la tranquillità apparente è frutto di un’impressione superficiale. La quotidianità serena della raccolta delle olive e l’atmosfera familiare in cui siamo immersi contrasta con le voci e le notizie che ci raggiungono puntualmente in tarda serata. Sentir parlare di accoltellamenti, sparatorie, attacchi e marce dei coloni ci strappa temporaneamente, ma mai del tutto, dalla quiete che viviamo tutti i giorni. I nostri amici hanno gli occhi stanchi mentre ci parlano con gentilezza della raccolta da fare l`indomani, perché la notte fanno le ronde per proteggere il paese dall’invasione di coloni furiosi che tentano di attaccare le case del villaggio e hanno già assaltato altri paesi vicini.

Uomo palestinese con bandiera
Foto di Judith Jordà Frias

I mass media parlano di israeliani inspiegabilmente aggrediti da terroristi arabi, mentre l’estrema violenza dei coloni nei confronti dei villaggi viene taciuta e rimossa, frutto malato di un’occupazione che dura ormai da oltre sessanta anni e che violentemente opprime la popolazione palestinese. Nessuno parla della mostruosa espansione delle colonie, del moltiplicarsi infinito di nuovi avamposti che ormai punteggiano la linea di orizzonte per gli abitanti dei villaggi e delle città, degli impedimenti alla libera circolazione, della continua erosione di territorio che i contadini sono costretti a subire aggrappandosi fino all’ultimo centimetro di terra coltivabile e ai loro uliveti secolari.

La bolla alla fine si è infranta con gli spari che hanno colpito un signore sessantenne che in prima linea sventolava una bandiera palestinese (vedi foto) durante la manifestazione del venerdì a Kfar Qaddoum organizzata dai comitati di resistenza popolare non violenta. Eppure i colpi non provenivano dai soldati che il corteo fronteggiava, bensì da ovest, dove alcuni cecchini erano posizionati a un centinaio di metri di distanza su una collina. Il fatto che il colpo sia partito dal cecchino, invece che dai soldati schierati apertamente di fronte ai manifestanti, è una chiara dimostrazione, che la popolazione palestinese sia costantemente sotto minaccia armata. La condizione di vita che questa situazione produce, dimostra la capacità di assedio totale sui corpi e le menti dei palestinesi che lottano contro l’occupazione. Il messaggio è chiaro: la volontà della forza occupante è quella di dissuadere sin dall’inizio i manifestanti, a cui viene negato il diritto al dissenso e a qualsiasi forma di resistenza, seppur non violenta.

Uomo palestinese ferito
Foto di Judith Jordà Frias

Se da un lato il tentativo di esasperare i Palestinesi è artato per compiere l’atto finale di dissoluzione della vita delle popolazioni in Cisgiordania, dall’altro è un atto terribile e pericoloso, perché costringe a un conflitto con gli occupati anche il quasi milione di coloni presenti sul territorio: se anche avesse un qualche successo, farebbe pagare un prezzo altissimo di sangue ad entrambe le parti. Nonostante la dichiarata linea politica di Tel Aviv per una soluzione negoziata del conflitto, la reale scelta politica e militare israeliana è stata quella di sclerotizzare e radicalizzare il conflitto. L’invasione della Cisgiordania da parte di oltre 800,000 coloni ha prodotto una impossibilità di coesistenza che diventa, parafrasando un amico palestinese, ‘la scelta tra la mia vita e la tua (colono, ndr)’. Ed è proprio in questi giorni di crescente violenza, in cui abbondano speculazioni sullo scoppio di una Terza Intifada, che si dimostra in modo inequivocabile l’assoluto e imperituro disprezzo da parte di questi artefici del terrore del valore della vita di tutti gli uomini e donne che abitano questa cosiddetta Terra Santa.

Le Sette Lune Rosse

In solidarity with Palestine!

palestina-insolidarity

“Crediamo che difendere la Pace significhi proteggere Giustizia e Verità.”

Lo scrivevamo nel luglio 2014, in riferimento all’ennesima aggressione portata avanti dalle autorità politiche e militari israeliane alla Striscia di Gaza, la cosiddetta “Margine Protettivo”. A più di un anno di distanza da quei tragici giorni rimasti impuniti, ci ritroviamo a prendere posizione sull’ennesima escalation di violenza in Israele/Palestina.

Non entreremo nel merito di chi abbia dato avvio all’escalation, di quale azione individuale abbia innescato la sua miccia, poiché fare questo non seguirebbe i principi di verità e giustizia. Le azioni individuali vanno considerate all’interno del loro contesto, e quello che manca in questi giorni di “nuovo interesse” mediatico della questione palestinese è proprio il contesto nel quale le vicende si svolgono. Un contesto coloniale e di occupazione militare e civile portato avanti da Israele da più di 60 anni, in cui politiche discriminatorie, di segregazione e di oppressione colpiscono l’intera popolazione palestinese, sia essa all’interno di Israele, nei Territori Occupati – di cui, è bene ricordare, fa parte anche la Striscia di Gaza – o esule in altre geografie del mondo.

Rimane fermo il nostro rifiuto della violenza, sempre e comunque. Allo stesso tempo consideriamo vuote le parole di chi si definisce super partes perché, come affermava l’arcivescovo Desmond Tutu, “Se sei neutrale in situazioni d’ingiustizia, hai scelto il lato dell’oppressore”. Le parti in conflitto non sono sullo stesso livello, non è accettabile confondere l’occupante con l’occupato, l’aggressore con l’aggredito.

Non ci potrà essere pace in Israele/Palestina fino a quando non cesseranno l’occupazione militare e civile dei Territori Palestinesi, fino a quando non cesseranno le politiche discriminatorie per l’intera popolazione palestinese, fino a quando non cesseranno le pretese di Israele di costruire uno Stato etnicamente puro, ebraico, quindi senza popolazioni terze al suo interno.

Come Sci Italia, a distanza di 15 anni dal primo progetto in Palestina, manteniamo le azioni in loco per testimoniare, condividere e rompere il silenzio o le strumentalizzazioni. Di fronte alla storia che si ripete, ribadiamo ancora una volta “Meno parole, più fatti” e richiediamo l’applicazione della Giustizia, quella del diritto internazionale, delle Convenzioni di Ginevra e dei Protocolli aggiuntivi. Meno distorsione/omissione delle notizie, più trasparenza e obiettività.

Continuiamo nel nostro sostegno alla lotta popolare nonviolenta che i comitati popolari portano avanti in molti villaggi palestinesi, come il Popular Struggle Coordination Committee. Continuiamo nel nostro sostegno a tutte quelle attiviste e attivisti israeliani che si battono insieme ai palestinesi per la fine dell’occupazione e un futuro condiviso. Sono questi gli strumenti per una reale trasformazione nonviolenta del conflitto che porti giustizia e pace.

In solidarity with Palestine!

SERVIZIO CIVILE INTERNAZIONALE

Comunicato stampa del PSCC (Popular Struggle Coordination Committee) del 10 Ottobre 2015

Marwan Barghouthi: “L’ultimo giorno di Occupazione sarà il primo giorno di Pace”. Articolo da The Guardian, 11 ottobre 2015

Israel still Holds all the cards (Noam Sheizaf, +972 Magazine) e in versione italiana su DinamoPress “Israele non ha ancora le carte in mano”

Kitchen Knife – Palestinian weapon of despair (Michel Warschawski, Altenative Information Center)


We believe that defending peace means defending Justice and Truth.”


The statement above was part of a press release we published in July 2014, referred to the aggression carried out by the Israeli political and military authorities in Gaza Strip, the so-called “Protective Edge”. More than a year after those tragic days gone unpunished, we are still committed to take a stand toward another escalation of violence in Israel/Palestine.

We will not go into the merits of those who have initiated the escalation, or which individual action has triggered its fuse, because this does not follow the principles of truth and justice. Individual actions must be considered in their context, and what is lacking in these days of “renewed” media coverage of the Palestinian issue is precisely the context in which the events take place. The context is a colonialist one, a military and civil occupation carried out by Israel for more than 60 years, in which discriminatory policies, segregation and oppression affect the entire Palestinian population in the Occupied Territories – of which, it’s important to underline, the Gaza Strip is also part -, whether inside Israel or in other parts of the world, where they are still refugees.

Our firm rejection of violence remains firm as always. At the same time we consider as empty words the ones of those who declare themselves to be super partes because, as Archbishop Desmond Tutu said, “If you are neutral in situations of injustice, you have chosen the side of the oppressor.” The conflicting parties are not on the same level, it is not acceptable to confuse the occupier with the occupied, theaggressor with those who are oppressed.

There won’t be peace in Israel and Palestine until the military and civil occupation of the Palestinian Territories ends, until Israel stops carrying on its discriminatory policies towards the entire Palestinian population, until Israel ceases its claim to be a State for Jewish people only, ethnically pure, where no other populations can live in.

SCI Italia, 15 years after our first activity in Palestine, maintains its actions on the ground to witness the situation, sharing it and breaking the silence or media manipulations. Before history repeating itself, we reiterate once again “Deeds, not Words” and ask for the application of International justice and Laws, the Geneva Conventions and its Additional Protocols. We ask for less manipulation/omissions in the media, more transparency and objectivity.

We will continue to support the nonviolent struggle that the Popular Struggle Coordination Committee is carrying on in many Palestinian villages. We will continue to support all those Israeli activists who struggle along with Palestinians to end the occupation and for a future of co-existence. These are the tools for a real nonviolent transformation of the conflict that can bring to justice and peace.

In solidarity with Palestine!

SERVIZIO CIVILE INTERNAZIONALE

Press Release – PSCC (Popular Struggle Coordination Committee) – 10th October 2015

There will be no peace until Israel’s Occupation o Palestine ends (Marwan Barghouti, the Guardian)

Israel still Holds all the cards (Noam Sheizaf, +972 Magazine)

There will be no peace until Israel’s Occupation o Palestine ends (Marwan Barghouti, the Guardian)

Kitchen Knife – Palestinian weapon of despair (Michel Warschawski, Altenative Information

Tra le mangrovie cambogiane, volontari in azione

Tra le mangrovie cambogiane, volontari in azione

Il racconto di Silvia Scholl dal campo di volontariato in Cambogia al quale ha partecipato nell’estate 2015. Il progetto si svolgeva in una comunità musulmana di pescatori e coltivatori di riso.

Phnom Penh, letteralmente “ la collina di Penh”, è il nostro punto di ritrovo per partire insieme agli altri volontari per 2 settimane di riforestazione di mangrovie in una comunità a sud del paese. Questo punto di ritrovo è una stazione degli autobus di una compagnia sconosciuta, infatti quasi nessuno ci sa dare indicazioni, io e Marco giriamo come dei pazzi, alla fine la troviamo, l’autobus sta per partire, ancora 5 minuti e sarebbero partiti senza di noi..iniziamo bene! Il gruppo è composto da 3 giapponesi, 2 taiwanesi, 3 francesi e io e Marco più la nostra camp leader cambogiana. L’associazione organizzatrice è CYA Cambodia Youth Action. Dopo un po’ di ore di tragitto, scendiamo su una strada statale diretta a Kampot e camminiamo tra le case del villaggio e i campi per raggiungere la comunità ospitante. Siamo a Trapaing Sangke, una comunità musulmana di pescatori e coltivatori di riso. La comunità è costruita su delle palafitte e un ponte di legno collega tutti gli ambienti: una cucina, una piattaforma per lavare piatti e pentole, i bagni, 2 stanzoni per riunirsi, 5 camere da letto triple e il molo. Il primo giorno abbiamo tutto il pomeriggio libero e quindi iniziamo subito con fare il bagno al fiume e con dei kayak ci lanciamo nella scoperta del luogo. Siamo, infatti, a breve distanza dalla foce del fiume.

La comunità è nata grazie all’impegno e la volontà di un gruppo di locali che vive di pesca e coltivazione ma con un’attenzione particolare ai fragili ecosistemi che li circondano. In particolare individuano nella pianta della mangrovia un elemento fondamentale della natura del luogo. La mangrovia, infatti, permette ai pesci di riprodursi tra le sue radici, creando per loro le perfette condizioni per favorire il ripopolamento ittico; è quindi preziosa per un popolo di pescatori.

La comunità è nata anche grazie al sostegno economico e logistico di alcune Ong tra cui principalmente l’italiana Action!Aid. L’unico che parla inglese in tutta la comunità è Roset, il figlio 16enne del capo del villaggio, che va al liceo e sogna di fare il dottore. Sulle palafitte di rappresentanza delle comunità vivono il capo villaggio e la sua famiglia. Poi numerosi campi di riso e saline ci dividono dalle case del villaggio, dove c’è anche una moschea.

Il lavoro durante il campo è vario e questo ci permette di fare sempre cose nuove. Iniziamo con due giorni di raccolta dei semi di mangrovia: più che semi sono dei fagioloni verdi e lunghi! Per arrivare in questi luoghi di raccolta andiamo con una barca per una mezz’oretta. All’inizio il mio bottino è veramente scarso, i semi si confondono tra le foglie e io non li vedo proprio; in più camminare su questo fango che sprofonda non aiuta, ma una cosa l’ho capita..chi cammina piano senza mettere troppo peso sprofonda di meno, delle serie” chi va piano, va sano e va lontano”. Tra l’altro sarò sola in mezzo a questa fanghiglia o ci saranno incontri con animaletti locali? Non ci pensiamo! Durante i primi pomeriggi noi volontari acquisiamo un’altra competenza indispensabile in Cambogia: coltivare il riso. No, l’albero con i cartoni di riso bianco Coop non esiste, il riso è fatica. Prima si pianta in un campo, dove è tutto ammassato, poi si strapianta con tutte le radici e si ripianta in un altro campo “allagato” con una distanza di 50 cm tra pianta e pianta, poi verrà colto con un macchinario e si leveranno ad ogni chicco i vari stati protettivi. Capiamo subito perché le mondine avevano la schiena curva! Il lavoro è duro ma stiamo coltivando il campo di una donna ricoverata in ospedale, che altrimenti avrebbe perduto il suo lavoro e mandato all’aria la possibilità di coltivare riso per questo semestre, quindi ci sentiamo tutti veramente utili in quest’attività. 

Dopo due giorni cambiamo attività: iniziamo a produrre i vasetti con sacchetti di plastica e fango, dove infiliamo i nostri semi di mangrovia e queste baby piantine vengono messe nella “nursery” delle mangrovie, dove sono costantemente nell’acqua e dove cresceranno circa 6 mesi. Il pomeriggio abbandoniamo il riso ed iniziamo a prepararci per l’insegnamento dell’inglese ai bambini e ragazzi del villaggio. Lina, la nostra camp leader, divide il gruppo in 3 classi a seconda dell’età. Noi pure ci dividiamo in gruppi di 3 o 4 come insegnanti. Io sono con Ting (Taiwan) e Miki (Giappone) nel gruppo dei ragazzi tra i 10 e i 14 anni. Quanto è difficile insegnare una lingua..in un’altra lingua!!

L’inizio è duro, soprattutto per Florant, Chaiki e Hèléne che hanno i bambini di 6-8 anni. Alcuni di noi sono un po’ avviliti…servirà tutto questo? 12 anni di scoutismo alle spalle e un’inguaribile positività mi dicono che alla fine del campo rideremo di tutto questo, ma è brutto vedere gli altri volontari così negativi. Ad ogni modo dalla seconda/terza lezione le cose iniziano ad andare bene, capiamo che per farli stare attenti dobbiamo puntare su tanti giochi che li possano interessare; siccome non sappiamo una parola di Cambogiano disegniamo e mimiamo tutte le parole che non capiscono..sembra un corso di teatro o disegno creativo! Nel weekend libero il gruppo si divide: Florent e Hèléne vogliono andare nella vicina Kampot e noi 9 andiamo a fare una giornata di mare a Sihanoukville e a visitare il parco nazionale di Ream anche se purtroppo sotto la pioggia (non ci dimentichiamo che siamo nella stagione dei monsoni). Al ritorno dal fine settimana troviamo al campo due australiane che rimarranno con noi per 5 giorni; gli proponiamo di collaborare con noi nelle varie attività. In questi giorni oltre ai corsi d’inglese il pomeriggio, continuiamo con i vasetti, ripariamo il tetto della nursery, facciamo il nostro cartello con scritto il nome del gruppo, i nostri nomi e il numero di piante piantate.

Inizia la fase 2.0 delle mangrovie: prendere le piante di circa 6 mesi, messe da volontari precedenti, e andare a piantarle nel mare. Sempre con le barche andiamo vicino alla destinazione finale ma il fondale è basso e la barca va lasciata prima. Ci siamo portati dietro un kayak, lo riempiamo di piantine, leviamo i vasetti di plastica che, ormai inutili, e camminiamo per un quarto d’ora per arrivare al luogo indicato. Le piante vanno messe ad una distanza di 1 metro tra di loro. Ma bisogna sempre lasciare due file libere per far passare le barche o le canoe. Il primo giorno va tutto bene, ma il secondo giorno la marea si è alzata e l’acqua che arrivava alle caviglie arriva alla vita (si, sono bassa), per piantare le mangrovie quasi metto la testa sott’acqua! Pianti le mangrovie… ma non le vedi, all’inizio facciamo un casino, due mangrovie vicine, una sopra all’altra, ci camminiamo quasi sopra… poi iniziamo un metodo logico di metterci tutti in fila e piantarle rimanendo sul luogo dove le abbiamo piantate finchè non c’è più nessuno dietro di noi che ci possa inciampare sopra e poi andare avanti così…ora funziona meglio.

Due settimane volano, si avvicina la fine, ormai mi sveglio tranquillamente alle 6.30, non posso fare più a meno dei noodles a colazione, mangio piccante peggio di un calabrese, e alle 12 e alle 18.30 ho seriamente fame..ma soprattutto mi sono abituata a questo luogo, ai suoi tempi, alle session di “shooting stars” sdraiati la sera sul molo, agli altri volontari con cui si è creato un bel gruppetto affiatato. Un giorno viene anche organizzato un altro evento sempre dell’ong CYA con ragazzi di varie provincie del paese, la sera ci troviamo in mezza ad una festa sulla palafitta con pop cambogiano e un budino che ci manda tutti al bagno!

Gli ultimi giorni ci occupiamo della manutenzione delle piante di mangrovia piantate da gruppi di volontari precedentemente, controllando che non siano storte, che il bamboo di appoggio sia sempre legato alla pianta e levando i cumuli di alghe. Poi ci lanciamo nella costruzione di una piazzola di sosta per i pescatori, una sorta di “autogrill “; infatti i pescatori hanno degli orari assurdi (non ho mai capito perché, ma il momento migliore per pescare è la sera o la mattina prestissimo) e usano queste piazzole per riposarsi di tanto in tanto. Ne costruiamo una con delle enormi canne di bamboo e io e Marco rispolveriamo le legature quadrate fatte in campi e campi scout!

E’ triste ma è tempo di andare, salutare questo posto, musi lunghi, ma quanti volti, colori, odori, cibi, usanze nella mia testa, ho l’impressione di aver preso più di quanto ho dato. E poi tante domande : Chi pianterà le nostre 3096 piantine tra sei mesi? La signora tornerà a coltivare il suo campo di riso? Roset diventerà un medico? I “miei” alunni impareranno a fare una conversazione in inglese? Vedremo 😉

 

Raccontare mattonelle

 Al-Araqeeb, regione del Nagev (Israele).

Villaggio palestinese beduino “non riconosciuto” dal governo di Israele.

 

Al Arqib - di Ginevra Sammartino

Aziz ci mostra i tubi spezzati che fuoriescono dalla terra. Dove prima entravano nelle loro case ora si affacciano dal terreno come radici che hanno sbagliato strada. Delle case non è rimasto più nulla, se non qualche qualche pezzo di mattonella in mezzo all’erba, dove prima c’erano i pavimenti delle cucine, dei bagni, delle stanze da letto, ora solo frantumi consumati di mattonelle arancioni, di mattonelle a fiori, di mattonelle a scacchi neri e bianchi. Tanti frantumi di mattonelle sparsi qua e là.

Aziz ce le indica come se dovesse darci prova concreta dei suoi racconti, come abituato a dover sempre dimostrare ciò che afferma, o forse, mi dico, perché negli anni ha visto troppe facce incredule di fronte ai suoi racconti, come se credesse che è nostra necessità dover toccare con mano quelle mattonelle e verificare che lì dove lui racconta di aver ricostruito tante e tante volte le loro case dopo essersele viste demolire altrettante volte, verificare che lì su quel suolo ci sono ancora i resti delle condutture dell’acqua, dei cavi dell’elettricità e così via, e se ci sono tubi e cavi, ma sì, le case di cui parla dovevano proprio esistere.

E allora sorge quasi quell’imbarazzo di chi crede a un racconto e non avrebbe bisogno della prova, o forse in fondo non vorrebbe dover toccare quella prova con le proprie mani, guardarla con gli occhi, fotografarla.

Ora però io stessa quelle foto le mostro, e mentre racconto la storia di Aziz, della sua famiglia e delle famiglie di Al Araqeeb ricordo con estrema precisione quelle mattonelle e non riesco a fare a meno di nominarle a mia volta, di mostrare a mia volta le prove.

Niente da fare, sarà forse il pregiudizio per cui il tatto e la vista sono sensi che hanno più presa nel nostro immaginario, o almeno più del solo udito. Eppure mentre il padre di Aziz ci raccontava degli aerei che fino a qualche anno prima passavano sopra le loro terre, sopra le loro teste, riversando pesticidi che hanno avvelenato ulivi, persone e animali, io quegli aerei li ho immaginati nitidamente, come se Aziz ci avesse mostrato anche quelli, come se avessimo toccato le foglie malate degli ulivi avvelenati, di sicuro le ho toccate in sogno, una volta tornata in Italia , mentre la mente da sveglia ma anche nel sonno cercava ostinatamente di riconoscere sensazioni e riorganizzare i pensieri che si erano accumulati in quelle due settimane scarse tra West Bank e Israele.

Aziz ci crediamo, non abbiamo bisogno di vedere per credere alle tue parole, è il Tribunale che te lo richiede, non noi, dì a tuo padre che non c’è bisogno che ci faccia vedere gli atti di proprietà di queste terre. Eppure lui ci tiene a mostrarli e ci passa il cellulare con le immagini dei certificati.

E come per un brutto scherzo della memoria mi tornano in mente quei rifugiati vittime di tortura che accompagnavo dal medico e che mi mostravano le cicatrici prima ancora di entrare nella stanza delle visite, e io provavo a spiegare loro che non dovevano farle vedere a me, ma al medico qualora avesse avuto bisogno di curarle o certificarle, ma che io non avevo bisogno di vederle per credere ai loro racconti, e lo ripetevo ogni volta, finché capii che probabilmente alcuni di loro non me le mostravano solo per confermarmi i vissuti raccontati bensì perché era loro desiderio e basta. Che fosse per condividere il dolore o perché mostrarne le cicatrici fosse un tentativo di liberarsene, o per convincermi di quanta ferocia avessero subito non importava. In fondo qualunque fosse il motivo, il loro e quello di Aziz, andrebbe rispettato, nient’altro.

Quindi forse per esorcizzare quel dolore, per trasformarlo instancabilmente in resistenza o forse ancora per ricordare di continuo anche a se stesso che prima delle tende al cimitero aveva una casa e ci abitava con sua moglie e i suoi cinque figli, quella moglie che ora bolle l’acqua alle 5 del mattino per lavarli uno ad uno e mandarli a scuola puliti.

Al Arqib - di Ginevra Sammartino

Il cimitero di Al Araqeeb ora ospita le tende dei suoi abitanti, le oche, le coperte stese ad asciugare. Cimitero testimone dei morti e dei vivi, testimonedegli aerei, dei pesticidi, delle demolizioni, dei cammelli sequestrati, degli ulivi che rinascono e resistono a loro volta, e testimone dei nuovi alberi beffardi piantati da quell’organizzazione sionista che riceve donazioni da tutto il mondo per conficcare alberi che non danno frutti proprio sulla terra in cui il governo israeliano demolisce le case e taglia gli ulivi degli abitanti di Al Araqeeb.

Il sito della Jewish National Fund recita:

“Pianta un albero nel deserto e vinci un viaggio in Terra Santa. Trasforma il sogno in realtà. Sii parte del miracolo. La regione del Negev sarà la partita dove si giocherà l’abilità creativa dei pionieri di Israele”.

Il dizionario della buona demagogia traduce:

“Aiutali a uccidere un ulivo e sarai il benvenuto in Israele. Trasforma un incubo in un inferno. Sii parte del genocidio. La regione del Negev sarà il terreno di gioco in cui sperimentare il danno e anche la beffa del governo di Israele”.

……Così sarai un uomo di fede.

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