Interventi Civili di Pace a sostegno dei rifugiati: testimonianza dalla Serbia [P.te II]

Interventi Civili di Pace a sostegno dei rifugiati: testimonianza dalla Serbia [P.te II]

Pubblichiamo il seguito della testimonianza di Silvia Valdrè e Alessandra Dallari, volontarie attualmente in Serbia dallo scorso maggio (in seguito alla apertura del progetto) per supportare il lavoro delle organizzazioni di volontari internazionali indipendenti che sostengono i rifugiati bloccati al confine serbo-croato e serbo-ungherese.

Ci sono stati tanti momenti questa settimana, in cui abbiamo veramente compreso la dura realtà della vita qui per i profughi che cercano di attraversare la frontiera con la Croazia. Tutti loro continuano a provare il così detto “Game”, il “gioco”, che di divertente ha ben poco, visto che si tratta del tentativo di attraversamento del confine (cinque giorni di cammino tra i boschi con cibo e acqua limitati) che purtroppo quasi sempre finisce con la cattura, gli abusi e il respingimento in Serbia da parte della polizia croata. Vale la pena segnalare, inoltre, che gli abusi da parte delle autorità sono ricominciati anche al confine ungherese, dove, per un certo periodo, la situazione sembrava essersi calmata. Dopo settimane trascorse con loro ogni sera, ci siamo affezionate a molte persone e non sappiamo mai se augurarci di non vederle il giorno seguente, nella speranza che siano riuscite ad attraversare il confine e ad arrivare in Europa, o, al contrario, di continuare a poterle incontrare e assicurarci che stiano bene.

Spesso, la sera, durante la distribuzione del cibo, si presentano gruppi più o meno grandi di ragazzi di ritorno dal “Game”: è successo, per esempio, l’altro ieri. All’improvviso sono arrivati 20 ragazzi esausti, sporchi di fango, i loro corpi coperti di punture di zanzare e lesioni, le scarpe rotte. Il cibo era già finito e le volontarie di SolidareTea hanno cercato di raccogliere qualcosa da mangiare, mettendo a disposizione la frutta e i pochi biscotti rimasti. Siamo rimaste ad osservarli mentre li mangiavano freneticamente nella speranza di sfamarsi, scioccate nel sentire che questi ragazzi avrebbero tentato di attraversare il confine nuovamente quella sera stessa, senza darsi il tempo di riposare e recuperare le energie. Durante il Ramadan il gioco è ancora più difficile.

Parlando con uno di loro abbiamo percepito come siano esausti, ma come, allo stesso tempo, la voglia di farcela gli permetta di continuare a provare. Una volontaria austriaca che fino al mese scorso di trovava a Belgrado nelle baracche, edifici occupati dai profughi, ha riconosciuto un ragazzo e ci ha rivelato di come se lo ricordasse carino e amichevole, e di come, adesso, lo veda invece con uno sguardo aggressivo ed estraniato allo stesso tempo. Abbiamo potuto notare come alcune persone facciano uso di droghe per sopportare tutto questo e i momenti di tensione, anche durante la distribuzione dei pasti, non mancano, a riprova dell’esaurimento fisico e mentale a cui sono sottoposte.

Pochi giorni fa durante il momento delle docce, un ragazzo ci ha mostrato un foglio con gli orari dei treni diretti in Italia. Ci ha spiegato che ci vorrebbero due notti nascosti in un container per arrivare nel nostro Paese, uno dei più gettonati dove i ragazzi vorrebbero vivere, convinti che i loro problemi termineranno una volta arrivati. Notiamo come ci sia poca consapevolezza sui futuri ostacoli che dovranno affrontare, ma non ce la sentiamo di spegnere in loro la speranza di poter trovare pace e continuare la loro vita. “Se non ci riesco neanche questa volta, pago uno smuggler che conosco che con 300 euro mi fa arrivare a Trieste, ma non vorrei affidarmi a lui perché conosco tante storie finite male”, ci ha confidato un altro.

Questa settimana è nata un’opportunità per A., un ragazzo afghano, di trovare illegalmente documenti per l’Europa. Era molto combattuto se tentare o tornare dalla sua famiglia e al lavoro in Afghanistan. Questa decisione sembrava innescare un conflitto dentro di lui – afflitto da insonnia e da gravi disturbi psicologici, dovuti ai traumi del passato, che manifesta con convulsioni alle quali abbiamo assistito la scorsa settimana. Quando gli abbiamo chiesto cosa sentiva, lui ha fatto un gesto con le mani dicendo: “il mio cuore sta parlando troppo”. Ci ha detto che aveva ricevuto delle telefonate dal suo capo nelle Forze Speciali il quale gli aveva chiesto di tornare a casa per combattere i talebani, minacciando di
pagare la mafia per trovarlo e ucciderlo se non avesse obbedito. Ci ha raccontato che precedentemente era stato catturato e torturato per un mese proprio dai talebani, tenuto in una piccola stanza. Era
sopravvissuto a molte esplosioni di bombe, una delle quali lo aveva portato a passare tre mesi in ospedale. Aveva combattuto insieme ai soldati britannici e americani contro i talebani e quando era stato costretto a fuggire a causa della paura della morte, non aveva trovato nessuno a sostenerlo. Come una pedina era stato usato e poi scartato. Per noi si è trattato di uno sguardo in un passato sconvolgente di terrore e di brutalità. Perché nessuno si assume la responsabilità di coloro che sono colpiti da una guerra in cui siamo così fortemente coinvolti?

Questo stesso ragazzo pochi giorni fa si trovava nel solito luogo dove provvediamo a fornire le docce, di fianco ad un piccolo fiume. Quel giorno noi non eravamo presenti, e ci ha raccontato che la polizia è
arrivata e lo ha picchiato, sottraendogli il cellulare, i pochi soldi che aveva e il diario che stava scrivendo da 5 anni. Ci ha riferito di come non gli importasse delle cose materiali che aveva, quanto del
suo diario e delle foto della sua famiglia che portava sempre con sé. Abbiamo percepito la frustrazione, la paura e l’umiliazione che vivono ogni giorno, soprattutto quando lui ci ha detto sorridendo “Le uniche ore del giorno in cui mi sento tranquillo e non ho paura sono quelle in cui veniamo qui a mangiare con voi, in cui stiamo insieme e ci divertiamo”.

A causa della scoperta della polizia del luogo delle docce siamo stati costretti a cambiare posto, per evitare di avere problemi e sottoporre i ragazzi a un possibile pericolo. Stasera, inoltre, ci è arrivata una voce sulla possibilità che giovedì la polizia arrivi con dei bus negli squat dove molti ragazzi dormono, per deportarli a Presevo, il campo al confine con la Macedonia. Pur non essendo certi che la cosa avvenga, li abbiamo avvertiti, perché per loro essere portati in quel campo significherebbe tornare
due passi indietro: molti di loro ci sono già passati e ne sono scappati.

Per alleggerire il clima, sabato scorso, dopo la distribuzione, abbiamo dato inizio alle serate di cinema all’aperto, durante le quali proiettiamo film consigliati da loro, che terminano con quella che
abbiamo soprannominato ironicamente “Pashtu disco”. E’ in questi momenti di allegria e spensieratezza che ci guardiamo e ci sentiamo nel “posto giusto”.

Interventi Civili di Pace a sostegno dei rifugiati: testimonianza dalla Serbia

Interventi Civili di Pace a sostegno dei rifugiati: testimonianza dalla Serbia

Pubblichiamo la prima testimonianza di Silvia Valdrè e Alessandra Dallari, volontarie attualmente in Serbia dallo scorso maggio (in seguito alla apertura del progetto) per supportare il lavoro delle organizzazioni di volontari internazionali indipendenti che sostengono i rifugiati bloccati al confine serbo-croato e serbo-ungherese.

Šid, Serbia – 8 Giugno 2017

“Oggi si respira!” ho pensato, forse ingenuamente, stamattina. La temperatura, fino a ieri altissima, è calata considerevolmente, regalandoci un po’ di refrigerio. I problemi, però, non sono tardati ad arrivare: al posto del sole incandescente è arrivata la pioggia e, con questa, una bella dose di fango. Stasera, durante la distribuzione del cibo, sono stati in tanti ad avvicinarsi al furgone per chiederci tende e teli di plastica sotto la quale ripararsi. Sembra che al clima serbo non piacciano le mezze misure.

In questi giorni io ed Alessandra ci siamo spostate da Subotica, sul confine ungherese, a Šid, a pochi chilometri dalla Croazia. Questa piccola cittadina passerebbe sicuramente inosservata se non fosse che, al momento, veda la presenza di diverse centinaia di profughi che vivono in condizioni di estrema vulnerabilità. L’attuale impossibilità di varcare il confine con l’Ungheria ha reso il confine serbo-croato, e Šid in particolare, la seconda scelta per tutti coloro che cercano di entrare in Europa attraverso la rotta balcanica. Di fatto però, si sta riproponendo la stessa situazione che fino a pochi mesi fa era possibile osservare a Subotica: frontiere invalicabili, presenza ingente di polizia, respingimenti forzati, abusi da parte delle autorità di frontiera e, in pratica, migranti abbandonati a sé stessi, costretti ad un’attesa infinita.

Mentre scrivo, ripenso alle conversazioni avute oggi durante la cena. Ho fatto amicizia in particolare con X, un simpatico signore algerino che ha vissuto a Bologna per diversi anni e con cui passo il tempo a chiacchierare di cucina. Sa che negli ultimi giorni io ed Alessandra stiamo aiutando i i volontari di No Name Kitchen, che tutte le sere preparano e distribuiscono i pasti alle oltre 200 persone che affollano la jungle. Si è quindi probabilmente convinto che io abbia una qualche (pressoché inesistente) dote culinaria e dispensa consigli sulla quantità di sale da usare e sulle verdure più adatte, lamentando la sua voglia di lasagne e tortellini. È una sorta di figura paterna qui: è raro, infatti, incontrare ragazzi sopra i 30 anni. Vedo che saluta sempre tutti e che c’è sempre qualcuno che lo lascia passare davanti in fila. Mentre ci parlo, mi chiedo sempre quale sia la sua storia, ma non voglio essere indiscreta. Qui, di storie interessanti, in realtà, ce ne sarebbero sicuramente tante da raccontare. Ad esempio, qualche giorno fa un gruppo di ragazzi ci è venuto a chiamare: aveva fatto la sua comparsa un piccolo gruppo di Cubani che, chiaramente confusi, avevano bisogno di qualcuno che fornisse loro informazioni. Cubani? In Serbia? Non ci potevamo credere! Eppure erano lì, seduti in un angolo. Nonostante se ne stessero in disparte, cercando di passare inosservati, è stato facile notarli: la ragazza, in particolare, sempre con lo zaino sulle spalle e la mano stretta in quella del suo compagno di viaggio, spiccava chiaramente, unica donna tra la folla di uomini. Mi sarebbe piaciuto riuscire a scambiarci due parole, ma di loro, oggi, già non c’era più traccia.

Quello che abbiamo notato è che sono in tanti qui, a parlare diverse lingue: pashtu, urdu, farsi…ma anche italiano, spagnolo, francese. Molte di queste persone, hanno vissuto per tanti anni nei nostri Paesi, costruendo una vita in quell’Europa che adesso si chiude davanti a loro.
Quando Henry, un volontario inglese, ci è venuto a chiamare per andare a casa, ho salutato X, augurandomi che riuscisse a riposarsi un po’, nonostante l’acquazzone. “Sister, lo sai che io non dormo!”, mi ha risposto, riferendosi al fatto che anche oggi, come tutte le altre notti, proverà a passare il confine con la Croazia. “Non molliamo mai!”, ha gridato, in italiano, mentre correva via.

Giunta a casa, mi arriva un messaggio da Victor, uno dei volontari dell’organizzazione tedesca Regardu che da diversi mesi lavorano qui a Šid. Chiede se può passare da casa nostra per lasciare un sacco di vestiti da lavare, sono tanti e con una sola lavatrice a loro disposizione non sarebbero mai pronti da distribuire per il giorno dopo. I volontari di Regardu stanno portando avanti un progetto davvero bello: offrono un servizio di docce “portatili” per i profughi che, non avendo accesso ai campi ufficiali, non saprebbero dove altro lavarsi. Si caricano sulle spalle tutto il necessario e montano le docce in un luogo nascosto in mezzo al bosco. Con un sistema di tubi prendono l’acqua da un fiume vicino e fanno in modo di riversarla all’interno di tre tende, adibite a docce. Grazie a dei tasselli numerati, i volontari controllano che la fila sia rispettata, dosano il sapone e cronometrano il tempo necessario ad ognuno per lavarsi. Dopo ogni doccia raccolgono i vestiti sporchi di ciascuno e danno un ricambio pulito a tutti. Con questo sistema riescono a provvedere ai bisogni di circa 50 persone al giorno. Tra l’altro sono stati costretti a cambiare postazione diverse volte dalla polizia, che non vuole che si distribuiscano beni ai profughi e accampa motivazioni di salvaguardia dell’ambiente. Hannah, la responsabile del servizio, mi ha raccontato di come, per evitare ulteriori problemi con la polizia, i volontari siano addirittura arrivati ad evitare di dare direttamente ai migranti il flacone del bagnoschiuma, preferendo versarglielo in mano quando necessario: “Se ci dovessero cogliere sul fatto, nelle loro mani non troverebbero nulla, nemmeno un flacone di plastica. In fin dei conti l’acqua è un bene pubblico, non possono vietarne l’accesso!”. Abbiamo capito che, almeno per i prossimi giorni, il nostro appartamento sarà trasformato in una lavanderia a pieno ritmo.

Qui i problemi da risolvere sono tanti, troppi. Le uniche organizzazioni che supportano i profughi esclusi dai campi sono tutte finanziate da donazioni, o dai volontari stessi che in caso di necessità pagano di tasca loro le spese necessarie. Eppure sembra funzionare tutto bene: ogni settimana i volontari si incontrano per fare il punto della situazione, per dare suggerimenti, per capire semplicemente se tutti siano sulla stessa lunghezza d’onda e come sia il morale. Ogni volta c’è un dilemma in più: i migranti musulmani chiedono del latte per rompere il digiuno del Ramadan, si può trovare? Si vorrebbe arricchire la dieta con della frutta fresca, ma i fondi stanno finendo: c’è qualcuno che possa finanziarla? È stata notata la presenza di polizia attorno al luogo della distribuzione: è stato fermato qualcuno? Ci sono dei ragazzi che hanno bisogno del dentista: qualcuno può accompagnarli? La comunicazione è continua e il sistema collaudato. Mi chiedo però, cosa succederà quando i volontari se ne dovranno andare. Per quanto si potrà andare avanti?

Tra tutti, il problema delle visite mediche, forse, è quello più stringente. Mentre trovare cibo è più facile, non lo è altrettanto assicurare la presenza di medici qualificati. I volontari adeguatamente formati sono pochi e spesso i medici delle cliniche si rifiutano di visitare i profughi, invitando ad andare a registrarsi ai campi, già sovraffollati. Anche il supporto psicologico manca. Offrire il proprio tempo per ascoltare, “esserci” , è sicuramente importante, ma può non essere sufficiente. Purtroppo è fin troppo chiaro come sia necessario, per alcuni, un serio sostegno professionale. I volontari spagnoli, che hanno accolto in casa loro un ragazzo afghano che li aiuta nella preparazione dei pasti, ci hanno confidato come siano preoccupati per lui: non dorme da giorni e si isola spesso. Il trauma del viaggio, la mancanza di prospettive, gli abusi fisici e psicologici a cui molti sono sottoposti hanno lasciato segni più difficili da vedere, ma che hanno gravi conseguenze sulla loro capacità di “non mollare mai”.

Portare la felicità in un centro per rifugiati: campo di volontariato a Emmen, Olanda

Portare la felicità in un centro per rifugiati: campo di volontariato a Emmen, Olanda

Dal 22 luglio al 5 agosto 2017 un campo di volontariato a Emmen, in Olanda, presso il centro per rifugiati “AZC Emmen”, che ospita circa 400 persone.  Tale centro è uno spazio particolare, in quanto ospita famiglie con figli minorenni la cui richiesta di asilo è stata respinta dal governo olandese. Per questo, saranno costretti a tornare nei loro paesi di origine.

Il campo è organizzato in partenariato con l’Agenzia Centrale per la Ricezione dei Richiedenti Asilo (in olandese: COA) e con la Fondazione Nazionale per la Promozione della Felicità. Quest’ultima è un network di artisti, scrittori, attori, musicisti e volontari, multiculturale e senza fini di lucro, che opera con bambini e ragazzi ospiti nei centri per rifugiati.

I/le partecipanti del campo organizzeranno attività basate sul gioco e sul divertimento per e con i/le bambini/e e i ragazzi del centro (i quali nei mesi estivi saranno in pausa dalla scuola), attraverso musica, sport, arte, sessioni di lingua, e tutto ciò che possa definirsi creativo. L’ideazione di tali attività sarà gestita in prima persone dai/dalle volontari/e del campo.

Viene richiesto, a chi sceglierà di partecipare al campo, di assumere un comportamento che tuteli e assicuri il rispetto dei rifugiati; una lettera motivazionale dovrà essere allegata alla domanda di partecipazione.

La lingua ufficiale del campo sarà l’inglese.

Leggi qui la scheda completa del campo.

Per maggiori informazioni sui campi SCI nel Nord del mondo, ecco la pagina dedicata.

Tutti i campi di volontariato del Servizio Civile Internazionale sono consultabili sul database www.workcamps.info.

Pacifismo e migrazioni forzate: seminario in Serbia, 8-14 maggio

Pacifismo e migrazioni forzate: seminario in Serbia, 8-14 maggio

Volunteers’ Center of Vojvodina organizza un seminario entro la cornice del progetto PATH: Peace Activism through Lessons from History of Forced Migration. Partecipanti da più di 7 paesi si incontreranno per una settimana per imparare, condividere, discutere, creare e proporre soluzioni. Il progetto si sviluppa da più di 17 mesi, portando ad incontrarsi 279 partecipanti provenienti da 13 paesi diversi. I partecipanti sono invitati ad esplorare la storia di diversi conflitti, come la guerra civile spagnola e le guerre di Jugoslavia, indagando le cause che hanno portato le persone a migrare e percorrere strade lunghissime per cercare salvezza allora, come oggi. Come possiamo imparare da questi esempi per cambiare la realtà odierna? Attraverso attività e l’uso dei media i partecipanti cercano di ricostruire il portato di esperienza di 3 generazioni di migrazioni forzate, riportandone le storie e ragionando su buone pratiche che possano portare a un cambiamento nelle nostre società. Il progetto terminerà con un’esposizione e la creazione di un video, parte dell’Archivio Internazionale dello SCI, presentati all’evento finale in Bulgaria nel gennaio 2018.

Tra i principali argomenti che il seminario si propone di affrontare c’è la questione dell’Europa oggi, in particolare riguardo alla crisi dei rifugiati, al quadro legale e istituzionale che ne fa da sfondo e alla questione dei diritti umani. Non mancherà la possibilità di discutere anche a partire dalle iniziative esistenti di supporto a migranti e rifugiati lungo la Rotta Balcanica, portate avanti sul campo da comunità locali, volontari indipendenti, organizzazioni e istituzioni. Altro focus del seminario sarà la situazione dei Balcani oggi, ripartendo dalle guerre jugoslave, le conseguenti migrazioni forzate e le sfide durante e in seguito al conflitto, ripercorrendo la storia della resistenza e dei movimenti pacifisti degli anni ’90 attraverso racconti ed esperienze personali.

I partecipanti avranno anche l’occasione di visitare le città di Subotica (città serba al confine con l’Ungheria, zona di transito per molti rifugiati ancora in cammino sulla Rotta Balcanica) e di Tavankut (città serba con una forte comunità croata all’interno, posta in contraddizione durante il periodo della guerra).

Puoi applicare per questa call se:

  • hai lavorato con ragazzi e adolescenti
  • sei attivo/a o interessato a lavorare con rifugiati e migranti

Non c’è quota di partecipazione, costi di vitto e alloggio del seminario sono coperti. Le spese di viaggio saranno rimborsate fino a un massimo di 150 euro.

Per chi fosse interessato a partecipare, occorre contattare la propria branca SCI ed inviare la candidatura online (a questo link) entro il 5 aprile.

Per partecipare, la persona selezionata dovrà effettuare la tessera associativa SCI-Italia 2017 (20 euro).

Leggi qui tutti i dettagli del seminario.

 

Nella “ghiacciaia d’Europa”: cronache dal confine serbo-ungherese

Nella “ghiacciaia d’Europa”: cronache dal confine serbo-ungherese

Le immagini scioccanti della condizione dei rifugiati in Serbia stanno iniziando a fare il giro del mondo. Le temperature di questo inverno gelido sono calate a picco verso i -20 gradi, e mentre i Balcani si trasformano nella “ghiacciaia d’Europa” migliaia di migranti e richiedenti asilo sono costretti a vivere all’aperto, in edifici abbandonati, in tende di fortuna, senza acqua, cibo, assistenza, forniture igienico-sanitarie, in attesa da mesi che l’Europa apra le sue porte.

Sono circa 8000 i rifugiati in territorio serbo, di cui solo 6000 ospitati in campi e strutture ufficiali (ma non sempre adeguate e attrezzate per l’inverno), e circa 2000 sono i disperati che affollano le strade di Belgrado. Medici Senza Frontiere denuncia le terribili condizioni in cui sono costretti a vivere, abbandonati a se stessi e alle temperature polari delle ultime settimane. Casi di ipotermia, di congelamento degli arti, di intossicazione per inalazione di fumi tossici (per resistere al freddo viene bruciato di tutto) sono sempre più frequenti; per non parlare di malattie minori generate dalle condizioni igieniche nulle, come la scabbia, diffusissima. L’UNHCR, nonostante fosse stata avvertita per tempo e avesse assicurato la presenza di sufficienti strutture a norma, è stata in grado di fornire unicamente qualche tenda, telone e coperte – oggi sepolte dalla neve. Il governo serbo, da parte sua, fa quel che può con fondi che non sono sufficienti: quelli promessi tempo addietro dall’Europa sono arrivati dimezzati e mai rinnovati.

I campi attualmente presenti sono pieni e in alcuni casi sovraffollati, e da tempo non accettano più nessuno. Un nuovo campo è stato aperto negli ultimi giorni nei pressi di Belgrado, dove ricollocare le 2000 anime che affollano le strade della capitale. Ma la sua capacità è di 600 persone, nient’affatto sufficiente. Come se non bastasse, circa due mesi fa il governo serbo ha pubblicato una lettera aperta rivolta a tutte le organizzazioni e ong attive in campo umanitario, proibendo loro di servire cibo ai migranti non registrati nei campi. Da allora, le organizzazioni locali non svolgono più una regolare attività di assistenza, le uniche ong rimaste attive sono internazionali o provenienti da altri paesi. Senza queste organizzazioni internazionali, i rifugiati non riceverebbero assistenza alcuna, né cibo, né acqua, né assistenza medica. Organizzare qualsiasi genere di attività umanitaria è di giorno in giorno più complicato: il governo non vuole che i rifugiati dimorino in campi di fortuna e quindi chiude i centri per attività diurne che supportano i migranti non registrati; in questo modo si tenta di scoraggiare la scelta di restare fuori dal sistema ufficiale, costringendo i rifugiati a registrarsi regolarmente avviando la procedura di richiesta di asilo (nonostante non siano disponibili posti a sufficienza per tutti/e!).

Questo comporta una notevole difficoltà anche per chi svolge un lavoro umanitario. Nei mesi scorsi esperienze locali come Infopark (chiosco allestito all’interno del parco antistante la stazione centrale di Belgrado, gestito da volontari che ogni giorno davano informazioni logistiche e legali ai rifugiati) o Miksalište (centro diurno dove ai rifugiati venivano offerti due pasti al giorno e delle attività ricreative) sono state chiuse o ridotte di attività. La polizia effettua regolari ronde di controllo nelle zone dove sono accampati i migranti, e i volontari che vengono colti nel distribuire cibo, o vestiti, o coperte, vengono portati in commissariato per effettuare dei controlli. La logica di questa morsa restrittiva è in linea con le criminalizzazioni di attivisti e volontari di mezza Europa, a rischio di condanne molto gravi per aver dato un passaggio in macchina o ospitato in casa o semplicemente aiutato i rifugiati.

Essere una/un volontaria/o oggi significa muoversi in bilico tra l’aiuto umanitario e l’illegalità. Come esempio concreto posso riportare l’attività dei volontari di Fresh Response e North Star nella zona di Subotica e Kelebija. Qui, al ridosso del confine ungherese, un numero oscillante tra i 200 e i 300 rifugiati preme sulla frontiera, ogni notte, tentando, a piccoli gruppi, di attraversarla. La condizione di questi rifugiati è estremamente critica: esclusi dal sistema di accoglienza, vivono in alloggi di fortuna come una fabbrica di mattoni abbandonata, i vagoni in disuso nel deposito ferroviario, o nella cosiddetta “jungle”, in tende da campeggio. Le temperature non salgono più sopra lo zero da settimane, non ci sono servizi igienici attrezzati, né acqua. Se qui non fosse attivo questo gruppo di volontari internazionali, indipendente, ai rifugiati mancherebbe ogni genere di assistenza, anche primaria. Tramite donazioni private e il supporto di organizzazioni locali (quali Eastern European Outreach e Volonterski Centar Vojvodine) e internazionali (prima tra tutte Medici Senza Frontiere), FR e NS riescono a distribuire ogni giorno circa 200 “food bags”, con all’interno frutta, verdura, pane, riso, olio, acqua, latte, zucchero. Il lavoro è incessante perché l’obiettivo è tutelare la sopravvivenza di ogni gruppo di rifugiati; vengono quindi distribuite pentole per cucinare, legna per i fuochi. Tende, sacchi a pelo, coperte, teli isolanti. Per ogni rifugiato vengono garantiti capi di vestiario secondo necessità: scarpe invernali, giacche, maglioni, magliette, intimo. Guanti, calze, sciarpe e cappelli vengono distribuiti senza limite. Tutto questo è possibile grazie all’aiuto di donatori che da tutto il mondo supportano l’attività di questo incredibile e infaticabile gruppo di volontari.

La situazione è ancor più drammatica se si pensa che in questa zona manca un presidio medico deputato ad assistere i rifugiati; accade quindi spesso che i volontari si ritrovano a dover affrontare situazioni che solo un medico dovrebbe trattare. Oltre ai problemi causati dall’esposizione al freddo intenso (nello specifico, i casi di congelamento delle estremità degli arti, che se non curati in tempo possono causare il decesso del tessuto, e portare quindi all’amputazione), i casi più gravi sono conseguenza della violenza della polizia ungherese sui corpi di chi ha tentato di attraversare la frontiera durante la notte. Decine di uomini tornano indietro brutalmente pestati, feriti. Contusioni, nasi rotti, dita spezzate, dolori intercostali, difficoltà respiratorie. In questi casi, i volontari non possono che accompagnare i feriti al pronto soccorso locale, dove fino ad oggi i rifugiati sono stati accettati e presi in cura. Ma la situazione potrebbe presto cambiare, poiché una direttiva del Ministero della Salute proibisce agli ospedali di trattare i rifugiati come pazienti normali: è vietato per loro attendere nella stessa sala di attesa degli altri pazienti. Devono essere collocati in un edificio separato ed essere presi in cura per ultimi, quando la lista di attesa è terminata.

Questo rende il lavoro umanitario sempre più arduo, insieme alle retate sempre più frequenti della polizia. Tali retate sono dirette principalmente contro i rifugiati: con la scusa del freddo intenso, all’incirca una volta al mese vengono deportate a sud, nel campo chiuso di Presevo, quante più persone possibile. Molte di loro vengono direttamente portate oltre il confine macedone, per respingerle sempre più lontano dai confini europei. Per quanto riguarda il rapporto tra la polizia e i volontari, si basa su un confine labile di tolleranza: finché l’attività di assistenza viene svolta in modo discreto e invisibile, viene lasciata correre; ma quando questa diventa pubblica e palese, iniziano i problemi. Ad esempio, sia FR che NS fino a qualche settimana fa avevano degli spazi ai confini della città di Subotica dove svolgere attività diurne per i rifugiati. Tali spazi, regolarmente affittati, venivano chiamati Community Center: per 6 ore al giorno, tutti i giorni, ai rifugiati era possibile sostare in un luogo chiuso, riscaldato, con wifi gratuito, docce per lavarsi, e via dicendo. Entrambi i Community Center sono stati chiusi dalla polizia, minacciando di arresto i proprietari con l’accusa di traffico di uomini. In questo modo le autorità riescono a mantenere l’attività dei volontari il più possibile nell’ombra, e le condizioni dei rifugiati sempre più critiche.

Quella che abbiamo davanti ai nostri occhi è una tragedia umanitaria di proporzioni gigantesche. La gestione che le autorità e i governi europei stanno attuando di tale crisi è nulla, benché politici e politicanti si riempiano la bocca di soluzioni per l’emergenza migratoria. Di fatto davvero presenti sul territorio sono solo organizzazioni di volontari che rimangono piccoli baluardi di umanità, di fronte allo scempio della democratica Europa che rimane a guardare.

Casa dei Venti presenta: “Le nuove procedure degli hotspot” a La Città dell’Utopia

Casa dei Venti presenta: “Le nuove procedure degli hotspot” a La Città dell’Utopia

Dibattito su “Le nuove procedure degli hotspot : il ruolo dell’UNHCR, delle organizzazioni governative e non, la detenzione e l’identificazione”

Locandina "Le nuove procedure degli hotspot"Giovedì 26 maggio, a La Città dell’Utopia, Casa dei Venti presenta “Le nuove procedure degli hotspot : il ruolo dell’UNHCR, delle organizzazioni governative e non, la detenzione e l’identificazione”, dibattito con gli avvocati di ASGI Lucia Gennari e Giulia Crescini e con Giulio Ricotti (via skype), di Ass. Etnie, Bari.

L’evento sarà preceduto, a partire dalle 19.30, da un aperitivo preparato dalle amiche e dagli amici di Makì – sapori del mondo. Il dibattito inizierà poco dopo e durerà fino alle 22.30 circa.

Casa dei Venti è un progetto di Laboratorio 53, Servizio Civile Internazionale e ASGI, all’interno de La Città dell’Utopia. Esso vuole essere una risposta a ciò che caratterizza il sistema di accoglienza italiano e territoriale: esclusione sociale, marginalizzazione, passivizzazione, razzismo, criminalità organizzata e business in violazione dei diritti fondamentali dei migranti. Per proporre una visione alternativa delle migrazioni e delle politiche migratorie. Uno spazio di dibattito, un luogo familiare e di incontro per tutti i migranti che vivono nella città di Roma.

Nel corso della serata, i partecipanti avranno la possibilità di confrontarsi con gli avvocati dell’ASGI e potranno ottenere maggiori informazioni sul progetto e sulla partecipazione al medesimo.

Tra le attività promosse da Casa dei Venti, “Laboratorio Asilo: diritto, prassi, partecipazione” è un percorso di auto-formazione, approfondimento e confronto che ha l’obiettivo di stimolare un dibattito critico sulle migrazioni e sul diritto d’asilo. Tutte le persone interessate sono invitate a partecipare e a contribuire al percorso: studenti, avvocati o praticanti, operatori del settore, attivisti. Una volta al mese, verranno discussi gli aggiornamenti più importanti ed attuali in merito al diritto d’asilo, sia a livello nazionale che europeo, e chi vorrà collaborare potrà avere modo di confrontarsi con il gruppo di lavoro.

“Building Bridges”: costruiamo ponti, non muri

“Building Bridges”: costruiamo ponti, non muri

Building Bridges è un gruppo di lavoro all’interno della rete internazionale SCI che coinvolge richiedenti asilo e rifugiati

Building Bridges è un gruppo di lavoro all’interno della rete internazionale SCI, avviato nel 2015 da attivist@ di diverse branche SCI con esperienza in progetti, locali e/o internazionali, che coinvolge migranti e nello specifico richiedenti asilo e rifugiati.

L’obiettivo del gruppo di lavoro è quello di coordinare a livello internazionale le azioni che lo SCI vuole intraprendere per sensibilizzare sul tema della migrazione forzata e per promuovere la pace e l’inclusione sociale.

Qui lo statement e gli obiettivi del gruppo.

Il gruppo ha ultimamente pubblicato il Toolkit Building Bridges, una piattaforma web pensata per condividere idee, progetti riproducibili e materiali utili per attività di volontariato che coinvolgono richiedenti asilo, rifugiati, minori non accompagnati, migranti in genere. La piattaforma mette a disposizione metodi, linee guida e casi studio per chiunque desideri riproporli nella propria comunità o utilizzarli a scopi informativi e/o di sensibilizzazione.

La campagna Building Bridges sarà supportata a livello internazionale anche attraverso attività specifiche all’interno dei campi di volontariato SCI.

Sono previste due tipologie di campi di volontariato che aderiscono alla campagna e riportano la dicitura “Building Bridges” (scoprili qui):

  1. Campi sul tema delle migrazioni, della libertà di movimento e dell’inclusione sociale che in alcuni casi prevedono il coinvolgimento diretto di richiedenti asilo e rifugiati. Attraverso metodi di apprendimento non formale, i partecipanti saranno in grado di condividere conoscenze, esperienze e progetti di volontariato in merito alla tematica a livello locale e/o internazionale, nonché confrontarsi e partecipare all’attività specifica proposta dal campo.
  2. Campi che includono una parte studio legata alla questione migratoria e che possa stimolare una riflessione in merito all’interno di un gruppo internazionale di volontari.

La campagna Building Bridges include inoltre seminari e training. Il primo training Building Bridges si terrà a Ginevra dall’11 al 17 giugno, e coinvolgerà chi lavora o desidera lavorare con richiedenti asilo e rifugiati in differenti contesti, dal campo di volontariato ai progetti a breve o lungo termine fino alle campagne di sensibilizzazione o altre iniziative simili.

Il gruppo di lavoro Building Bridges ha infine preso parte alla stesura del comunicato SCI sull’attuale situazione migratoria per denunciare la responsabilità politica che l’Unione Europea ha riguardo la crisi umanitaria che si sta verificando in particolare lungo la rotta balcanica ma non solo.

Sulla pagina della Segreteria Internazionale SCI potete trovare ulteriori informazioni sulla campagna.

NO BORDER FEST, VII edizione

NO BORDER FEST, VII edizione

Due giorni di dibattiti, cultura, musica. Per la libertà di movimento oltre ogni confine

no_border_2015Il 27 e il 28 giugno torna a Roma, a La Città dell’Utopia, via Valeriano 3f, il No Border Fest, organizzato da La Città dell’Utopia, Servizio Civile Internazionale, Laboratorio 53, Radio Ghetto e Amisnet. Il festival, giunto quest’anno alla settima edizione, è un appuntamento ricco di momenti culturali e di confronto sul tema delle migrazioni con workshop, esposizioni, dibattiti, musica e teatro.

Mentre a livello istituzionale i flussi migratori continuano ad essere visti come un “problema da risolvere” con un’intensificazione dei dispositivi di controllo delle frontiere e una gestione dell’accoglienza caratterizzata da speculazione e business, il No Border Fest vuole proporre un modello basato sulla libertà di movimento e sui diritti di cittadinanza attraverso narrazioni alternative, decostruzione di pregiudizi, analisi e buone pratiche.

Durante tutto il festival il Casale Garibaldi si riempirà di “clanDESTINI” (esposizione interattiva): i migrobox (scatole sparse per il quartiere), che negli ultimi due mesi hanno raccolto domande e curiosità sul mondo delle migrazioni, prenderanno vita sotto forma di video, audio e immagini e i partecipanti al festival potranno interagirvi direttamente.

Sabato 27 giugno, dalle 17.30, un dibattito aperto su Respigimenti e accoglienza tra una sponda e l’altra del Mediterraneo” con gli interventi di Luciano Rondine, autore del libro “Qui fa bene” dedicato ai bisogni di cura dei rifugiati, vittime di violenze e torture e Yasmine Accardo (Associazione Garibaldi 101, Campagna LasciateCIEntrare); sarà poi il turno del progetto collettivo Borderline del settimanale Internazionale, autore di reportage video attraverso le frontiere europee, accompagnato da Salvatore Fachile, impegnati nella redazione del dossier ASGI/Amnesty International sui respingimenti dall’Italia verso Israele, e Danielle Ronen, attivista israeliana e volontaria nel centro diurno per minori richiedenti asilo e rifugiati di Tel Aviv. Sulle note della kora, Madya Debiate, uno dei più virtuosi suonatori della diaspora africana, ci accompagna alla conclusione della prima giornata del festival.

Domenica 28 giugno, dalle 17.30, il festival darà spazio alle “Autonarrazioni migranti” grazie alle parole e alle immagini di Mauro Biani, vignettista de Il Manifesto, ai contributi di Radio Ghetto, radio nata nel 2012 per dar voce ai braccianti africani delle campagne pugliesi e ai racconti dell’Archivio Memorie Migranti, impegnato nel lasciar traccia dei processi migratori in corso e nella costruzione di memorie ‘altre’. La due giorni si conclude con lo spettacolo teatrale Ank! Ang! di Karin Serres, Dirk Laucke, Erik Uddenberg e Sylvain Levey (LAB007).

Numerosi i workshop culinari, educativi e ludici che sarà possibile seguire (è richiesta la prenotazione): Workshop di Giochi dal mondo con Laboratorio 53 (sabato 27), Danzamovimentoterapia con Fernando (sabato 27), Preparazione di succhi ivoriani, pakistani e brasiliani con Habiba, Ilaria e Farzana (domenica 28), e Ludopedagogia con l’ass. Liscìa (domenica 28).

Inoltre, giovedì 18 Giugno a La Città dell’Utopia avremo un’anticipazione della due giorni “Aspettando il No Border Fest”, con la presentazione del libro“Terzo Settore in Fondo”, una critica (ironica) ai paradossi dell’accoglienza in Italia, che discuteremo direttamente con l’autoreMarco Ehlardo e a seguire concerto di samba dei Banda Três.

Programma del No Border Fest:

>>> DURANTE IL FESTIVAL <<<

clanDESTINI
viaggio interattivo tra le voci delle migrazioni

>>> SABATO 27 GIUGNO <<<

Ore 15:30 – 17:30

Workshop di GIOCHI DAL MONDO con Laboratorio 53

info e iscrizioni:

Ore 16.00 – 17.00

Workshop di DANZAMOVIMENTOTERAPIA DanzaMovimento Relazionale-Creativo con Fernando Battista e Laboratorio53

info e iscrizioni:

Ore 17.30

RESPIGIMENTI E ACCOGLIENZA TRA UNA SPONDA E L’ALTRA DEL MEDITERRANEO”

Luciano Rondine, Autore del libro “Qui fa bene” e responsabile Progetto Kairos, SPRAR per disagio mentale

Yasmine Accardo, Associazione Garibaldi 101, Campagna LasciateCIEntrare

Team Borderline, autori dei video-reportage attraverso le frontiere europee del settimanale Internazionale

Salvatore Fachile, co-autore del dossier ASGI/Amnesty International sui respingimenti dall’Italia verso Israele

Danielle Ronen, attivista israeliana e volontaria in un centro diurno per minori richiedenti asilo e rifugiati di Tel Aviv

Ore 20.00

Cena MAKÌ, sapori dal mondo

Ore 21:00

Madya Diabate & Trio Mandè in concerto

>>> DOMENICA 28 GIUGNO <<<

ore 15.30 – 17.30

Il viaggio dei racconti: velieri, bussole e confini. Laboratorio di gioco e narrazione per scoprire e scoprirsi attraverso la LUDOPEDAGOGIA a cura di ass. Liscìa

info e iscrizioni:

15.30 – 17.00

Workshop di SUCCHI IVORIANI, PAKISTANI E BRASILIANI con Abiba, Ilaria e Farzana

info e iscrizioni:

Ore 18.00

AUTONARRAZIONI MIGRANTI”

Archivio Memorie Migranti

Radio Ghetto

Mauro Biani, vignettista de Il Manifesto

Ore 20.00

Cena MEDIORIENTALE dell’Utopia

Ore 21.00

Ank! Ang!

Uno spettacolo teatrale di Karin Serres, Dirk Laucke, Erik Uddenberg e Sylvain Levey (LAB007)

www.lacittadellutopia.it
www.radioghettovocilibere.wordpress.com
www.amisnet.it
www.laboratorio53.it

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