Tre posizioni aperte per tre diversi progetti SVE in Svizzera

Tre posizioni aperte per tre diversi progetti SVE in Svizzera

Il nostro partner SCI Switzerland cerca tre volontari/e tra i 18 e i 30 anni di età per tre diversi progetti SVE in differenti zone e città Svizzere, a partire da marzo 2018.

Come per ogni progetto SVE, sono garantite le spese di alloggio, vitto, viaggio, corso di lingua ed assicurazione.

 

 

 

Descrizione dei progetti:

1) Ecovillaggio Sennruti a Degersheim. Durata: 12 mesi, da marzo 2018 a febbraio 2019. L’ecovillaggio è un progetto portato avanti da una comunità olistica che promuove stili di vita sostenibili ed offre ai/alle volontari/e la possibilità di partecipare ad attività di giardinaggio organico, cura dei bambini, organizzazione e gestione di eventi e costruzione di edifici ecologici. L’ecovillaggio è situato nella zona di St. Gallen ed è circondato dalla natura incontaminata; ci sono diversi appartamenti e zone comuni all’interno della comunità, tra cui anche una biblioteca, una stanza per svolgere laboratori artistici, uno spazio dedicato alla danza e allo yoga; c’è inoltre un giardino con l’orto, una sauna e dei giochi per i bambini. La comunità si organizza in diversi gruppi di lavoro, costituiti da persone provenienti da diverse culture e con età differenti.

Alloggio: i/le volontari/e vivranno in un appartamento condiviso all’interno dell’ecovillaggio.

Requisiti: si cercano volontari/e desiderosi/e di vivere e lavorare in una comunità ecologica ed aperta, con bambini, giovani, adulti e anziani. Ai volontari è richiesto di condividere i principi e le regole su cui si fonda tale comunità.

 

2) Circus Lollyop a Lüen. Durata: 6 mesi, da marzo ad agosto 2018. Il progetto di Circus Lollypop è un progetto molto particolare, poiché è un progetto itinerante; nello specifico, è un progetto di circo a contatto diretto con bambini e giovani. Il circo comincerà il suo tour a marzo: l’obiettivo è attraversare la Svizzera e fermarsi nelle scuole in varie zone del Paese. Alla fine del progetto SVE il volontario (per questo specifico progetto si cerca un volontario maschio) potrebbe avere la possibilità di accompagnare il circo in un paese dell’Europa dell’Est durante il mese di settembre, ma questo mese non farà parte del progetto SVE e sarà quindi, eventualmente, interesse del volontario organizzarlo.

Alloggio: condizioni di alloggio semplici, chi parte per il progetto SVE vivrà all’interno di una roulotte durante il tour e per la maggior parte del tempo userà i bagni e le docce delle scuole; la cucina è presente all’interno della roulotte.

Requisiti: per questo progetto si cerca un ragazzo, realmente motivato a lavorare con bambini e giovani, che si diverta facendolo, e che rispetti le idee e i desideri degli stessi bambini con i quali lavorerà. Si cerca un ragazzo in grado di supportare il circo anche nello svolgimento delle mansioni fisiche (montare e smontare il tendone). Sono considerate positivamente eventuali competenze musicali o teatrali.

 

3) Asylum Center a Valais. Durata: 12 mesi, da marzo 2018 a febbraio 2019. L’Asylum Office di Valais assiste diversi centri di accoglienza nella regione, nei quali i rifugiati politici vivono, lavorano e ricevono un’educazione, in attesa delle risposte relative alle domande di asilo di ciascuno/a. I/le volontari/e presso l’Asylum Office lavoreranno a Sion nel centro RADOS (il centro per i rifugiati minorenni), e vicino a Vétroz, nel centro Le Botza (il centro per l’integrazione sociale e professionale dei rifugiati). I/le volontari/e supporteranno i rifugiati anche individualmente, accompagnandoli agli appuntamenti medici ed amministrativi, supportandoli nel prendersi cura dei bambini ed organizzando con loro e per loro eventi.

Alloggio: i/le volontari/e vivranno in due appartamento condivisi a Sion (situato nelle vicinanze dell’Asylum Center).

Requisiti: dal momento che i/le rifugiati politici hanno vissuto esperienze traumatiche e sono stati/e sottoposti/e a forti stress, è richiesta una particolare sensibilità ai/alle volontari/e che li supporteranno, oltre che la condivisione di un approccio teso all’accoglienza e alla cultura della pace. Per partecipare a questo progetto è necessario fornire il proprio casellario giudiziario. Chi ha già svolto esperienze in questo settore avrà più possibilità di essere scelto/a per questo progetto.

 

Per candidarsi, inviare CV e motivation letter in inglese all’indirizzo evs@sci-italia.it, indicando nell’oggetto dell’email la dicitura “SVE in Svizzera” ed il numero del progetto al quale si fa riferimento.

Termine ultimo per candidarsi: 31 ottobre 2017.

Teatro e musica con i bambini e le bambine: un campo in Svizzera

Teatro e musica con i bambini e le bambine: un campo in Svizzera

Dal 1 al 15 ottobre 2017 un campo in Svizzera organizzato dalla branca locale SCI, in supporto al progetto di teatro finalizzato a promuovere l’inclusione dei bambini e le bambine dei campi per rifugiati dell’area di Lucerna, insieme ai bambini e le bambine locali.

Il campo supporterà l’organizzazione di una “settimana teatrale” per i bambini e le bambine: l’obiettivo del progetto è dare la possibilità ai bambini e le bambine dei centri di avere un ricco scambio di esperienze con quelli locali, implementando la loro conoscenza del tedesco in un contesto creativo e ludico. Non solo teatro quindi, ma anche musica, danza e gioco. Al termine della settimana si terrà un saggio conclusivo, al quale prenderanno parte circa trenta bambini/e tra gli 8 e i 13 anni.

I/le volontarie partecipanti, durante la settimana preparatoria, riceveranno una formazione introduttiva sulla questione migratoria, sulla didattica teatrale e sull’animazione con i/le bambini/e; contestualmente, prepareranno le attività per la settimana successiva, affiancati da esperti di teatro e da musico-pedagogisti. Durante la seconda settimana, i/le volontari/e organizzeranno giochi ed altre attività per i/le bambini/e, accompagneranno quelli/e che risiedono nei centri dal centro alla città e viceversa, parteciperanno alle sessioni teatrali e ai workshop musicali. A turno, prepareranno i pasti per l’intero gruppo.

Come parte studio, verrà affrontata la questione migratoria, in particolare relativamente al contesto svizzero e alle procedure di richiesta d’asilo locali. Tali conoscenze teoriche saranno importanti nel tipo di relazione concreta che verrà instaurata poi con i/le bambini/e stessi/e.

La lingua del campo è il tedesco.

Leggi la scheda completa del campo.

Per maggiori informazioni sui campi SCI nel Nord nel mondo, ecco la pagina dedicata.

Tutti i campi di volontariato del Servizio Civile Internazionale sono consultabili sul database www.workcamps.info.

Seminario a Madrid sull’inclusione dei rifugiati nella società europea attraverso il volontariato

Seminario a Madrid sull’inclusione dei rifugiati nella società europea attraverso il volontariato

SCI-Italia è in cerca di un/una partecipante per il seminario “Come integrare i/le rifugiati/e nella società europea attraverso il volontariato” che si terrà a Madrid dal 25 al 31 ottobre 2017.

I/le partecipanti al seminario devo aver avuto già esperienze di volontariato e/o aver partecipato ad attività con le persone migranti e possedere alcuni dei seguenti requisiti:

  • aver svolto attività di volontariato o esperienze lavorative con persone migranti e rifugiati;
  • aver selezionato o formato volontari/e per poter lavorare con i/le rifugiati/e;
  • avere un forte interesse relativo alla questione dei rifugiati, alla condizione dei richiedenti asilo e relativo al fenomeno delle migrazioni contemporaneo;
  • avere avuto esperienze di attivimo e impegno in progetti locali e territoriali;
  • essere formatori e/o esperti del settore, in particolare rispetto alle migrazioni e ai pregiudizi, le discriminazioni e gli stereotipi ad esse legati, ai fenomeni di razzismo e alle relazioni tra Nord e Sud del Mondo;
  • avere la volontà di comunicare all’esterno le attività del seminario, attravero foto e scrittura di articoli;
  • condividere e dar seguito nella propria organizzazione di riferimento ai temi trattati durante il seminario.

Al seminario prenderanno parte 24 partecipanti provenienti da Turchia, Finlandia, Austria, Italia, Armenia, Bulgaria, Portogallo, Grecia, Macedonia, Regno Unito, Belgio, Croazia, Germania, Polonia, Ungheria e Spagna (Madrid e Catalunya), che si ritroveranno insieme per 5 giorni di lavoro durante i quali metodologie, conoscenze, esperienze, pratiche e idee verranno condivisi per ragionare collettivamente nuove strategie di inclusione dei rifugiati nella società europea attraverso il volontariato.

Per partecipare, occorre versare la quota di tesseramento SCI di 20 euro e una quota di partecipazione di 30 euro. I costi di viaggio, vitto e alloggio sono coperti dal partner ospitante.

Il termine ultimo per presentare la candidatura è il 27 agosto 2017, inviando l’application form all’indirizzo coordinamento@sci-italia.it.

Scarica qui l’application form.

Danza e teatro con bambini e bambine: un campo in Svizzera

Danza e teatro con bambini e bambine: un campo in Svizzera

Dal 30 luglio al 12 agosto 2017 un campo in Svizzera, in collaborazione con SCI Switzerland, per organizzare attività di danza e teatro con bambini e bambine locali e quelli/e del centro per richiedenti asilo di Reconvilier.

L’obiettivo del campo è di sviluppare progetti di inclusione e dare la possibilità ai bambini del centro di avere esperienze di scambio con i bambini locali, sviluppando così anche la propria conoscenza delle lingue e la capacità di comunicazione in un contesto creativo, fatto di attività di danza e teatro. Al termine della prima settimana si terrà una presentazione del lavoro svolto, con circa 30 bambini e bambine tra i 6 e i 13 anni.

Durante la prima settimana di campo i/le volontari/e partecipanti riceveranno una formazione sulla questione migratoria e sull’utilizzo della danza e del teatro come strumenti pedagogici per i bambini. Insieme a pedagogisti professionisti verranno strutturate le attività per la settimana successiva, durante la quale i bambini beneficeranno di tali attività. Tra le altre attività previste, bisognerà accompagnare i bambini del centro dal centro alla città, e prestar loro attenzione durante i pasti.

Come parte studio, verranno svolte discussioni approfondite sul teatro pedagogia e su altre attività ludiche integrative, così come sugli aspetti più rilevanti della situazione di migranti e rifugiati presenti sul territorio svizzero. Durante la seconda settimana le nozioni teoriche apprese verranno messe in pratica.

La lingua del campo è il francese.

Leggi la scheda completa del campo.

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Tutti i campi di volontariato del Servizio Civile Internazionale sono consultabili sul database www.workcamps.info.

 

Un campo estivo e musicale in un centro per minori richiedenti asilo

Un campo estivo e musicale in un centro per minori richiedenti asilo

Dal 16 al 31 luglio 2017 un campo in Danimarca presso un centro per rifugiati minori non accompagnati.

Il campo è organizzato in cooperazione tra la Croce Rossa Danese – Centro Gribskov e il festival musicale Gilleleje. Il Centro si occupa di ricevere e ospitare i minori che hanno intrapreso il viaggio (o si sono ritrovati) senza i genitori. La maggior parte ha tra i 15 e i 17 anni e proviene da Afghanistan, Eritrea, Somalia, Gambia e Siria e raggiungono circa le 50 persone. Nel centro lavorano molti volontari e la Croce Rossa è presente per assicurarsi che ai richiedenti asilo sia garantita un’accoglienza degna e una vita sicura e dignitosa, finché attendono i risultati della commissione. Molte attività sono organizzate presso questo spazio, per supportare i ragazzi e far sì che sviluppino una prospettiva di vita per il loro futuro. Tra le molte attività vi è anche il festival musicale Gilleleje che, gestito da volontari, offre all’ascolto molti generi musicali ed altre attività artistiche e creative.

I/le volontari/e partecipanti del campo si impegneranno, durante la prima settimana, ad organizzare un campo estivo per i ragazzi del centro, animando il campo con diverse attività che hanno come obiettivo quello di dare la possibilità ai ragazzi di allontanarsi per qualche giorno dalle preoccupazioni e le insicurezze quotidiane, dovute alla loro condizione. Ogni proposta di attività da parte dei/delle volontari/e è ben accetta e verrà sviluppata collettivamente. Prima della partenza per il campo estivo verrà effettuata una formazione offerta dalla Croce Rossa e dal Centro Gribskov e verranno pensati e strutturati i workshop e le attività per i giorni successivi.

La seconda settimana sarà animata dal Gilleleje Festival e dal Culture Center di Gilleleje, che i/le volontari/e aiuteranno ad organizzare e gestire, insieme ai/alle volontari/e locali.

La lingua del campo è l’inglese, quella locale il danese.

Leggi la scheda completa del campo.

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Interventi Civili di Pace a sostegno dei rifugiati: testimonianza dalla Serbia [P.te II]

Interventi Civili di Pace a sostegno dei rifugiati: testimonianza dalla Serbia [P.te II]

Pubblichiamo il seguito della testimonianza di Silvia Valdrè e Alessandra Dallari, volontarie attualmente in Serbia dallo scorso maggio (in seguito alla apertura del progetto) per supportare il lavoro delle organizzazioni di volontari internazionali indipendenti che sostengono i rifugiati bloccati al confine serbo-croato e serbo-ungherese. Il progetto è realizzato in collaborazione con la branca SCI locale VCV Serbia e supportato dai fondi del Refugee Found.

Ci sono stati tanti momenti questa settimana, in cui abbiamo veramente compreso la dura realtà della vita qui per i profughi che cercano di attraversare la frontiera con la Croazia. Tutti loro continuano a provare il così detto “Game”, il “gioco”, che di divertente ha ben poco, visto che si tratta del tentativo di attraversamento del confine (cinque giorni di cammino tra i boschi con cibo e acqua limitati) che purtroppo quasi sempre finisce con la cattura, gli abusi e il respingimento in Serbia da parte della polizia croata. Vale la pena segnalare, inoltre, che gli abusi da parte delle autorità sono ricominciati anche al confine ungherese, dove, per un certo periodo, la situazione sembrava essersi calmata. Dopo settimane trascorse con loro ogni sera, ci siamo affezionate a molte persone e non sappiamo mai se augurarci di non vederle il giorno seguente, nella speranza che siano riuscite ad attraversare il confine e ad arrivare in Europa, o, al contrario, di continuare a poterle incontrare e assicurarci che stiano bene.

Spesso, la sera, durante la distribuzione del cibo, si presentano gruppi più o meno grandi di ragazzi di ritorno dal “Game”: è successo, per esempio, l’altro ieri. All’improvviso sono arrivati 20 ragazzi esausti, sporchi di fango, i loro corpi coperti di punture di zanzare e lesioni, le scarpe rotte. Il cibo era già finito e le volontarie di SolidareTea hanno cercato di raccogliere qualcosa da mangiare, mettendo a disposizione la frutta e i pochi biscotti rimasti. Siamo rimaste ad osservarli mentre li mangiavano freneticamente nella speranza di sfamarsi, scioccate nel sentire che questi ragazzi avrebbero tentato di attraversare il confine nuovamente quella sera stessa, senza darsi il tempo di riposare e recuperare le energie. Durante il Ramadan il gioco è ancora più difficile.

Parlando con uno di loro abbiamo percepito come siano esausti, ma come, allo stesso tempo, la voglia di farcela gli permetta di continuare a provare. Una volontaria austriaca che fino al mese scorso di trovava a Belgrado nelle baracche, edifici occupati dai profughi, ha riconosciuto un ragazzo e ci ha rivelato di come se lo ricordasse carino e amichevole, e di come, adesso, lo veda invece con uno sguardo aggressivo ed estraniato allo stesso tempo. Abbiamo potuto notare come alcune persone facciano uso di droghe per sopportare tutto questo e i momenti di tensione, anche durante la distribuzione dei pasti, non mancano, a riprova dell’esaurimento fisico e mentale a cui sono sottoposte.

Pochi giorni fa durante il momento delle docce, un ragazzo ci ha mostrato un foglio con gli orari dei treni diretti in Italia. Ci ha spiegato che ci vorrebbero due notti nascosti in un container per arrivare nel nostro Paese, uno dei più gettonati dove i ragazzi vorrebbero vivere, convinti che i loro problemi termineranno una volta arrivati. Notiamo come ci sia poca consapevolezza sui futuri ostacoli che dovranno affrontare, ma non ce la sentiamo di spegnere in loro la speranza di poter trovare pace e continuare la loro vita. “Se non ci riesco neanche questa volta, pago uno smuggler che conosco che con 300 euro mi fa arrivare a Trieste, ma non vorrei affidarmi a lui perché conosco tante storie finite male”, ci ha confidato un altro.

Questa settimana è nata un’opportunità per A., un ragazzo afghano, di trovare illegalmente documenti per l’Europa. Era molto combattuto se tentare o tornare dalla sua famiglia e al lavoro in Afghanistan. Questa decisione sembrava innescare un conflitto dentro di lui – afflitto da insonnia e da gravi disturbi psicologici, dovuti ai traumi del passato, che manifesta con convulsioni alle quali abbiamo assistito la scorsa settimana. Quando gli abbiamo chiesto cosa sentiva, lui ha fatto un gesto con le mani dicendo: “il mio cuore sta parlando troppo”. Ci ha detto che aveva ricevuto delle telefonate dal suo capo nelle Forze Speciali il quale gli aveva chiesto di tornare a casa per combattere i talebani, minacciando di
pagare la mafia per trovarlo e ucciderlo se non avesse obbedito. Ci ha raccontato che precedentemente era stato catturato e torturato per un mese proprio dai talebani, tenuto in una piccola stanza. Era
sopravvissuto a molte esplosioni di bombe, una delle quali lo aveva portato a passare tre mesi in ospedale. Aveva combattuto insieme ai soldati britannici e americani contro i talebani e quando era stato costretto a fuggire a causa della paura della morte, non aveva trovato nessuno a sostenerlo. Come una pedina era stato usato e poi scartato. Per noi si è trattato di uno sguardo in un passato sconvolgente di terrore e di brutalità. Perché nessuno si assume la responsabilità di coloro che sono colpiti da una guerra in cui siamo così fortemente coinvolti?

Questo stesso ragazzo pochi giorni fa si trovava nel solito luogo dove provvediamo a fornire le docce, di fianco ad un piccolo fiume. Quel giorno noi non eravamo presenti, e ci ha raccontato che la polizia è
arrivata e lo ha picchiato, sottraendogli il cellulare, i pochi soldi che aveva e il diario che stava scrivendo da 5 anni. Ci ha riferito di come non gli importasse delle cose materiali che aveva, quanto del
suo diario e delle foto della sua famiglia che portava sempre con sé. Abbiamo percepito la frustrazione, la paura e l’umiliazione che vivono ogni giorno, soprattutto quando lui ci ha detto sorridendo “Le uniche ore del giorno in cui mi sento tranquillo e non ho paura sono quelle in cui veniamo qui a mangiare con voi, in cui stiamo insieme e ci divertiamo”.

A causa della scoperta della polizia del luogo delle docce siamo stati costretti a cambiare posto, per evitare di avere problemi e sottoporre i ragazzi a un possibile pericolo. Stasera, inoltre, ci è arrivata una voce sulla possibilità che giovedì la polizia arrivi con dei bus negli squat dove molti ragazzi dormono, per deportarli a Presevo, il campo al confine con la Macedonia. Pur non essendo certi che la cosa avvenga, li abbiamo avvertiti, perché per loro essere portati in quel campo significherebbe tornare
due passi indietro: molti di loro ci sono già passati e ne sono scappati.

Per alleggerire il clima, sabato scorso, dopo la distribuzione, abbiamo dato inizio alle serate di cinema all’aperto, durante le quali proiettiamo film consigliati da loro, che terminano con quella che
abbiamo soprannominato ironicamente “Pashtu disco”. E’ in questi momenti di allegria e spensieratezza che ci guardiamo e ci sentiamo nel “posto giusto”.

Interventi Civili di Pace a sostegno dei rifugiati: testimonianza dalla Serbia

Interventi Civili di Pace a sostegno dei rifugiati: testimonianza dalla Serbia

Pubblichiamo la prima testimonianza di Silvia Valdrè e Alessandra Dallari, volontarie attualmente in Serbia dallo scorso maggio (in seguito alla apertura del progetto) per supportare il lavoro delle organizzazioni di volontari internazionali indipendenti che sostengono i rifugiati bloccati al confine serbo-croato e serbo-ungherese. Il progetto è realizzato in collaborazione con la branca SCI locale VCV Serbia e supportato dai fondi del Refugee Found.

Šid, Serbia – 8 Giugno 2017

“Oggi si respira!” ho pensato, forse ingenuamente, stamattina. La temperatura, fino a ieri altissima, è calata considerevolmente, regalandoci un po’ di refrigerio. I problemi, però, non sono tardati ad arrivare: al posto del sole incandescente è arrivata la pioggia e, con questa, una bella dose di fango. Stasera, durante la distribuzione del cibo, sono stati in tanti ad avvicinarsi al furgone per chiederci tende e teli di plastica sotto la quale ripararsi. Sembra che al clima serbo non piacciano le mezze misure.

In questi giorni io ed Alessandra ci siamo spostate da Subotica, sul confine ungherese, a Šid, a pochi chilometri dalla Croazia. Questa piccola cittadina passerebbe sicuramente inosservata se non fosse che, al momento, veda la presenza di diverse centinaia di profughi che vivono in condizioni di estrema vulnerabilità. L’attuale impossibilità di varcare il confine con l’Ungheria ha reso il confine serbo-croato, e Šid in particolare, la seconda scelta per tutti coloro che cercano di entrare in Europa attraverso la rotta balcanica. Di fatto però, si sta riproponendo la stessa situazione che fino a pochi mesi fa era possibile osservare a Subotica: frontiere invalicabili, presenza ingente di polizia, respingimenti forzati, abusi da parte delle autorità di frontiera e, in pratica, migranti abbandonati a sé stessi, costretti ad un’attesa infinita.

Mentre scrivo, ripenso alle conversazioni avute oggi durante la cena. Ho fatto amicizia in particolare con X, un simpatico signore algerino che ha vissuto a Bologna per diversi anni e con cui passo il tempo a chiacchierare di cucina. Sa che negli ultimi giorni io ed Alessandra stiamo aiutando i i volontari di No Name Kitchen, che tutte le sere preparano e distribuiscono i pasti alle oltre 200 persone che affollano la jungle. Si è quindi probabilmente convinto che io abbia una qualche (pressoché inesistente) dote culinaria e dispensa consigli sulla quantità di sale da usare e sulle verdure più adatte, lamentando la sua voglia di lasagne e tortellini. È una sorta di figura paterna qui: è raro, infatti, incontrare ragazzi sopra i 30 anni. Vedo che saluta sempre tutti e che c’è sempre qualcuno che lo lascia passare davanti in fila. Mentre ci parlo, mi chiedo sempre quale sia la sua storia, ma non voglio essere indiscreta. Qui, di storie interessanti, in realtà, ce ne sarebbero sicuramente tante da raccontare. Ad esempio, qualche giorno fa un gruppo di ragazzi ci è venuto a chiamare: aveva fatto la sua comparsa un piccolo gruppo di Cubani che, chiaramente confusi, avevano bisogno di qualcuno che fornisse loro informazioni. Cubani? In Serbia? Non ci potevamo credere! Eppure erano lì, seduti in un angolo. Nonostante se ne stessero in disparte, cercando di passare inosservati, è stato facile notarli: la ragazza, in particolare, sempre con lo zaino sulle spalle e la mano stretta in quella del suo compagno di viaggio, spiccava chiaramente, unica donna tra la folla di uomini. Mi sarebbe piaciuto riuscire a scambiarci due parole, ma di loro, oggi, già non c’era più traccia.

Quello che abbiamo notato è che sono in tanti qui, a parlare diverse lingue: pashtu, urdu, farsi…ma anche italiano, spagnolo, francese. Molte di queste persone, hanno vissuto per tanti anni nei nostri Paesi, costruendo una vita in quell’Europa che adesso si chiude davanti a loro.
Quando Henry, un volontario inglese, ci è venuto a chiamare per andare a casa, ho salutato X, augurandomi che riuscisse a riposarsi un po’, nonostante l’acquazzone. “Sister, lo sai che io non dormo!”, mi ha risposto, riferendosi al fatto che anche oggi, come tutte le altre notti, proverà a passare il confine con la Croazia. “Non molliamo mai!”, ha gridato, in italiano, mentre correva via.

Giunta a casa, mi arriva un messaggio da Victor, uno dei volontari dell’organizzazione tedesca Regardu che da diversi mesi lavorano qui a Šid. Chiede se può passare da casa nostra per lasciare un sacco di vestiti da lavare, sono tanti e con una sola lavatrice a loro disposizione non sarebbero mai pronti da distribuire per il giorno dopo. I volontari di Regardu stanno portando avanti un progetto davvero bello: offrono un servizio di docce “portatili” per i profughi che, non avendo accesso ai campi ufficiali, non saprebbero dove altro lavarsi. Si caricano sulle spalle tutto il necessario e montano le docce in un luogo nascosto in mezzo al bosco. Con un sistema di tubi prendono l’acqua da un fiume vicino e fanno in modo di riversarla all’interno di tre tende, adibite a docce. Grazie a dei tasselli numerati, i volontari controllano che la fila sia rispettata, dosano il sapone e cronometrano il tempo necessario ad ognuno per lavarsi. Dopo ogni doccia raccolgono i vestiti sporchi di ciascuno e danno un ricambio pulito a tutti. Con questo sistema riescono a provvedere ai bisogni di circa 50 persone al giorno. Tra l’altro sono stati costretti a cambiare postazione diverse volte dalla polizia, che non vuole che si distribuiscano beni ai profughi e accampa motivazioni di salvaguardia dell’ambiente. Hannah, la responsabile del servizio, mi ha raccontato di come, per evitare ulteriori problemi con la polizia, i volontari siano addirittura arrivati ad evitare di dare direttamente ai migranti il flacone del bagnoschiuma, preferendo versarglielo in mano quando necessario: “Se ci dovessero cogliere sul fatto, nelle loro mani non troverebbero nulla, nemmeno un flacone di plastica. In fin dei conti l’acqua è un bene pubblico, non possono vietarne l’accesso!”. Abbiamo capito che, almeno per i prossimi giorni, il nostro appartamento sarà trasformato in una lavanderia a pieno ritmo.

Qui i problemi da risolvere sono tanti, troppi. Le uniche organizzazioni che supportano i profughi esclusi dai campi sono tutte finanziate da donazioni, o dai volontari stessi che in caso di necessità pagano di tasca loro le spese necessarie. Eppure sembra funzionare tutto bene: ogni settimana i volontari si incontrano per fare il punto della situazione, per dare suggerimenti, per capire semplicemente se tutti siano sulla stessa lunghezza d’onda e come sia il morale. Ogni volta c’è un dilemma in più: i migranti musulmani chiedono del latte per rompere il digiuno del Ramadan, si può trovare? Si vorrebbe arricchire la dieta con della frutta fresca, ma i fondi stanno finendo: c’è qualcuno che possa finanziarla? È stata notata la presenza di polizia attorno al luogo della distribuzione: è stato fermato qualcuno? Ci sono dei ragazzi che hanno bisogno del dentista: qualcuno può accompagnarli? La comunicazione è continua e il sistema collaudato. Mi chiedo però, cosa succederà quando i volontari se ne dovranno andare. Per quanto si potrà andare avanti?

Tra tutti, il problema delle visite mediche, forse, è quello più stringente. Mentre trovare cibo è più facile, non lo è altrettanto assicurare la presenza di medici qualificati. I volontari adeguatamente formati sono pochi e spesso i medici delle cliniche si rifiutano di visitare i profughi, invitando ad andare a registrarsi ai campi, già sovraffollati. Anche il supporto psicologico manca. Offrire il proprio tempo per ascoltare, “esserci” , è sicuramente importante, ma può non essere sufficiente. Purtroppo è fin troppo chiaro come sia necessario, per alcuni, un serio sostegno professionale. I volontari spagnoli, che hanno accolto in casa loro un ragazzo afghano che li aiuta nella preparazione dei pasti, ci hanno confidato come siano preoccupati per lui: non dorme da giorni e si isola spesso. Il trauma del viaggio, la mancanza di prospettive, gli abusi fisici e psicologici a cui molti sono sottoposti hanno lasciato segni più difficili da vedere, ma che hanno gravi conseguenze sulla loro capacità di “non mollare mai”.

Portare la felicità in un centro per rifugiati: campo di volontariato a Emmen, Olanda

Portare la felicità in un centro per rifugiati: campo di volontariato a Emmen, Olanda

Dal 22 luglio al 5 agosto 2017 un campo di volontariato a Emmen, in Olanda, presso il centro per rifugiati “AZC Emmen”, che ospita circa 400 persone.  Tale centro è uno spazio particolare, in quanto ospita famiglie con figli minorenni la cui richiesta di asilo è stata respinta dal governo olandese. Per questo, saranno costretti a tornare nei loro paesi di origine.

Il campo è organizzato in partenariato con l’Agenzia Centrale per la Ricezione dei Richiedenti Asilo (in olandese: COA) e con la Fondazione Nazionale per la Promozione della Felicità. Quest’ultima è un network di artisti, scrittori, attori, musicisti e volontari, multiculturale e senza fini di lucro, che opera con bambini e ragazzi ospiti nei centri per rifugiati.

I/le partecipanti del campo organizzeranno attività basate sul gioco e sul divertimento per e con i/le bambini/e e i ragazzi del centro (i quali nei mesi estivi saranno in pausa dalla scuola), attraverso musica, sport, arte, sessioni di lingua, e tutto ciò che possa definirsi creativo. L’ideazione di tali attività sarà gestita in prima persone dai/dalle volontari/e del campo.

Viene richiesto, a chi sceglierà di partecipare al campo, di assumere un comportamento che tuteli e assicuri il rispetto dei rifugiati; una lettera motivazionale dovrà essere allegata alla domanda di partecipazione.

La lingua ufficiale del campo sarà l’inglese.

Leggi qui la scheda completa del campo.

Per maggiori informazioni sui campi SCI nel Nord del mondo, ecco la pagina dedicata.

Tutti i campi di volontariato del Servizio Civile Internazionale sono consultabili sul database www.workcamps.info.

Pacifismo e migrazioni forzate: seminario in Serbia, 8-14 maggio

Pacifismo e migrazioni forzate: seminario in Serbia, 8-14 maggio

Volunteers’ Center of Vojvodina organizza un seminario entro la cornice del progetto PATH: Peace Activism through Lessons from History of Forced Migration. Partecipanti da più di 7 paesi si incontreranno per una settimana per imparare, condividere, discutere, creare e proporre soluzioni. Il progetto si sviluppa da più di 17 mesi, portando ad incontrarsi 279 partecipanti provenienti da 13 paesi diversi. I partecipanti sono invitati ad esplorare la storia di diversi conflitti, come la guerra civile spagnola e le guerre di Jugoslavia, indagando le cause che hanno portato le persone a migrare e percorrere strade lunghissime per cercare salvezza allora, come oggi. Come possiamo imparare da questi esempi per cambiare la realtà odierna? Attraverso attività e l’uso dei media i partecipanti cercano di ricostruire il portato di esperienza di 3 generazioni di migrazioni forzate, riportandone le storie e ragionando su buone pratiche che possano portare a un cambiamento nelle nostre società. Il progetto terminerà con un’esposizione e la creazione di un video, parte dell’Archivio Internazionale dello SCI, presentati all’evento finale in Bulgaria nel gennaio 2018.

Tra i principali argomenti che il seminario si propone di affrontare c’è la questione dell’Europa oggi, in particolare riguardo alla crisi dei rifugiati, al quadro legale e istituzionale che ne fa da sfondo e alla questione dei diritti umani. Non mancherà la possibilità di discutere anche a partire dalle iniziative esistenti di supporto a migranti e rifugiati lungo la Rotta Balcanica, portate avanti sul campo da comunità locali, volontari indipendenti, organizzazioni e istituzioni. Altro focus del seminario sarà la situazione dei Balcani oggi, ripartendo dalle guerre jugoslave, le conseguenti migrazioni forzate e le sfide durante e in seguito al conflitto, ripercorrendo la storia della resistenza e dei movimenti pacifisti degli anni ’90 attraverso racconti ed esperienze personali.

I partecipanti avranno anche l’occasione di visitare le città di Subotica (città serba al confine con l’Ungheria, zona di transito per molti rifugiati ancora in cammino sulla Rotta Balcanica) e di Tavankut (città serba con una forte comunità croata all’interno, posta in contraddizione durante il periodo della guerra).

Puoi applicare per questa call se:

  • hai lavorato con ragazzi e adolescenti
  • sei attivo/a o interessato a lavorare con rifugiati e migranti

Non c’è quota di partecipazione, costi di vitto e alloggio del seminario sono coperti. Le spese di viaggio saranno rimborsate fino a un massimo di 150 euro.

Per chi fosse interessato a partecipare, occorre contattare la propria branca SCI ed inviare la candidatura online (a questo link) entro il 5 aprile.

Per partecipare, la persona selezionata dovrà effettuare la tessera associativa SCI-Italia 2017 (20 euro).

Leggi qui tutti i dettagli del seminario.

 

Nella “ghiacciaia d’Europa”: cronache dal confine serbo-ungherese

Nella “ghiacciaia d’Europa”: cronache dal confine serbo-ungherese

Le immagini scioccanti della condizione dei rifugiati in Serbia stanno iniziando a fare il giro del mondo. Le temperature di questo inverno gelido sono calate a picco verso i -20 gradi, e mentre i Balcani si trasformano nella “ghiacciaia d’Europa” migliaia di migranti e richiedenti asilo sono costretti a vivere all’aperto, in edifici abbandonati, in tende di fortuna, senza acqua, cibo, assistenza, forniture igienico-sanitarie, in attesa da mesi che l’Europa apra le sue porte.

Sono circa 8000 i rifugiati in territorio serbo, di cui solo 6000 ospitati in campi e strutture ufficiali (ma non sempre adeguate e attrezzate per l’inverno), e circa 2000 sono i disperati che affollano le strade di Belgrado. Medici Senza Frontiere denuncia le terribili condizioni in cui sono costretti a vivere, abbandonati a se stessi e alle temperature polari delle ultime settimane. Casi di ipotermia, di congelamento degli arti, di intossicazione per inalazione di fumi tossici (per resistere al freddo viene bruciato di tutto) sono sempre più frequenti; per non parlare di malattie minori generate dalle condizioni igieniche nulle, come la scabbia, diffusissima. L’UNHCR, nonostante fosse stata avvertita per tempo e avesse assicurato la presenza di sufficienti strutture a norma, è stata in grado di fornire unicamente qualche tenda, telone e coperte – oggi sepolte dalla neve. Il governo serbo, da parte sua, fa quel che può con fondi che non sono sufficienti: quelli promessi tempo addietro dall’Europa sono arrivati dimezzati e mai rinnovati.

I campi attualmente presenti sono pieni e in alcuni casi sovraffollati, e da tempo non accettano più nessuno. Un nuovo campo è stato aperto negli ultimi giorni nei pressi di Belgrado, dove ricollocare le 2000 anime che affollano le strade della capitale. Ma la sua capacità è di 600 persone, nient’affatto sufficiente. Come se non bastasse, circa due mesi fa il governo serbo ha pubblicato una lettera aperta rivolta a tutte le organizzazioni e ong attive in campo umanitario, proibendo loro di servire cibo ai migranti non registrati nei campi. Da allora, le organizzazioni locali non svolgono più una regolare attività di assistenza, le uniche ong rimaste attive sono internazionali o provenienti da altri paesi. Senza queste organizzazioni internazionali, i rifugiati non riceverebbero assistenza alcuna, né cibo, né acqua, né assistenza medica. Organizzare qualsiasi genere di attività umanitaria è di giorno in giorno più complicato: il governo non vuole che i rifugiati dimorino in campi di fortuna e quindi chiude i centri per attività diurne che supportano i migranti non registrati; in questo modo si tenta di scoraggiare la scelta di restare fuori dal sistema ufficiale, costringendo i rifugiati a registrarsi regolarmente avviando la procedura di richiesta di asilo (nonostante non siano disponibili posti a sufficienza per tutti/e!).

Questo comporta una notevole difficoltà anche per chi svolge un lavoro umanitario. Nei mesi scorsi esperienze locali come Infopark (chiosco allestito all’interno del parco antistante la stazione centrale di Belgrado, gestito da volontari che ogni giorno davano informazioni logistiche e legali ai rifugiati) o Miksalište (centro diurno dove ai rifugiati venivano offerti due pasti al giorno e delle attività ricreative) sono state chiuse o ridotte di attività. La polizia effettua regolari ronde di controllo nelle zone dove sono accampati i migranti, e i volontari che vengono colti nel distribuire cibo, o vestiti, o coperte, vengono portati in commissariato per effettuare dei controlli. La logica di questa morsa restrittiva è in linea con le criminalizzazioni di attivisti e volontari di mezza Europa, a rischio di condanne molto gravi per aver dato un passaggio in macchina o ospitato in casa o semplicemente aiutato i rifugiati.

Essere una/un volontaria/o oggi significa muoversi in bilico tra l’aiuto umanitario e l’illegalità. Come esempio concreto posso riportare l’attività dei volontari di Fresh Response e North Star nella zona di Subotica e Kelebija. Qui, al ridosso del confine ungherese, un numero oscillante tra i 200 e i 300 rifugiati preme sulla frontiera, ogni notte, tentando, a piccoli gruppi, di attraversarla. La condizione di questi rifugiati è estremamente critica: esclusi dal sistema di accoglienza, vivono in alloggi di fortuna come una fabbrica di mattoni abbandonata, i vagoni in disuso nel deposito ferroviario, o nella cosiddetta “jungle”, in tende da campeggio. Le temperature non salgono più sopra lo zero da settimane, non ci sono servizi igienici attrezzati, né acqua. Se qui non fosse attivo questo gruppo di volontari internazionali, indipendente, ai rifugiati mancherebbe ogni genere di assistenza, anche primaria. Tramite donazioni private e il supporto di organizzazioni locali (quali Eastern European Outreach e Volonterski Centar Vojvodine) e internazionali (prima tra tutte Medici Senza Frontiere), FR e NS riescono a distribuire ogni giorno circa 200 “food bags”, con all’interno frutta, verdura, pane, riso, olio, acqua, latte, zucchero. Il lavoro è incessante perché l’obiettivo è tutelare la sopravvivenza di ogni gruppo di rifugiati; vengono quindi distribuite pentole per cucinare, legna per i fuochi. Tende, sacchi a pelo, coperte, teli isolanti. Per ogni rifugiato vengono garantiti capi di vestiario secondo necessità: scarpe invernali, giacche, maglioni, magliette, intimo. Guanti, calze, sciarpe e cappelli vengono distribuiti senza limite. Tutto questo è possibile grazie all’aiuto di donatori che da tutto il mondo supportano l’attività di questo incredibile e infaticabile gruppo di volontari.

La situazione è ancor più drammatica se si pensa che in questa zona manca un presidio medico deputato ad assistere i rifugiati; accade quindi spesso che i volontari si ritrovano a dover affrontare situazioni che solo un medico dovrebbe trattare. Oltre ai problemi causati dall’esposizione al freddo intenso (nello specifico, i casi di congelamento delle estremità degli arti, che se non curati in tempo possono causare il decesso del tessuto, e portare quindi all’amputazione), i casi più gravi sono conseguenza della violenza della polizia ungherese sui corpi di chi ha tentato di attraversare la frontiera durante la notte. Decine di uomini tornano indietro brutalmente pestati, feriti. Contusioni, nasi rotti, dita spezzate, dolori intercostali, difficoltà respiratorie. In questi casi, i volontari non possono che accompagnare i feriti al pronto soccorso locale, dove fino ad oggi i rifugiati sono stati accettati e presi in cura. Ma la situazione potrebbe presto cambiare, poiché una direttiva del Ministero della Salute proibisce agli ospedali di trattare i rifugiati come pazienti normali: è vietato per loro attendere nella stessa sala di attesa degli altri pazienti. Devono essere collocati in un edificio separato ed essere presi in cura per ultimi, quando la lista di attesa è terminata.

Questo rende il lavoro umanitario sempre più arduo, insieme alle retate sempre più frequenti della polizia. Tali retate sono dirette principalmente contro i rifugiati: con la scusa del freddo intenso, all’incirca una volta al mese vengono deportate a sud, nel campo chiuso di Presevo, quante più persone possibile. Molte di loro vengono direttamente portate oltre il confine macedone, per respingerle sempre più lontano dai confini europei. Per quanto riguarda il rapporto tra la polizia e i volontari, si basa su un confine labile di tolleranza: finché l’attività di assistenza viene svolta in modo discreto e invisibile, viene lasciata correre; ma quando questa diventa pubblica e palese, iniziano i problemi. Ad esempio, sia FR che NS fino a qualche settimana fa avevano degli spazi ai confini della città di Subotica dove svolgere attività diurne per i rifugiati. Tali spazi, regolarmente affittati, venivano chiamati Community Center: per 6 ore al giorno, tutti i giorni, ai rifugiati era possibile sostare in un luogo chiuso, riscaldato, con wifi gratuito, docce per lavarsi, e via dicendo. Entrambi i Community Center sono stati chiusi dalla polizia, minacciando di arresto i proprietari con l’accusa di traffico di uomini. In questo modo le autorità riescono a mantenere l’attività dei volontari il più possibile nell’ombra, e le condizioni dei rifugiati sempre più critiche.

Quella che abbiamo davanti ai nostri occhi è una tragedia umanitaria di proporzioni gigantesche. La gestione che le autorità e i governi europei stanno attuando di tale crisi è nulla, benché politici e politicanti si riempiano la bocca di soluzioni per l’emergenza migratoria. Di fatto davvero presenti sul territorio sono solo organizzazioni di volontari che rimangono piccoli baluardi di umanità, di fronte allo scempio della democratica Europa che rimane a guardare.

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