Olanda, volontariato in un centro per richiedenti asilo

Olanda, volontariato in un centro per richiedenti asilo

La testimonianza di Rosario Scollo sulla sua esperienza di volontariato in Olanda. Il campo prevedeva attività con i bambini ospiti del centro per richiedenti asilo di Nijmegen.

Quest’estate ho vissuto una bella esperienza di volontariato che mi fa piacere condividere per stimolare anche una breve riflessione sull’impegno sociale di noi cittadini. Da anni assistiamo inerti alla guerra civile in Siria e alle drammatiche conseguenze dell’arrivo dei migranti sulle nostre coste, così ho pensato di conoscere meglio questa triste realtà partecipando a un progetto SCI.

Così individuo un interessante campo che si svolge in agosto in Olanda, un campo di volontariato che prevede animazione con i bambini rifugiati siriani ospiti a Nijmegen. Da Catania c’è un volo diretto per l’Olanda e prima di arrivare a destinazione decido di fare il turista per qualche giorno. Ad Amsterdam sono ospite di Marilou, una volontaria olandese dello SCI che abita nel quartiere Joordan, famoso per la presenza della casa di Anna Frank, che sicuramente è il museo più visitato d’Olanda perché ha sempre lunghe code dalla mattina alla sera. Invece a Utrecht, grazie alla conoscenza casuale su CouchSurfing, sono ospite di Harrie, un tecnico informatico che, vivendo solo, da tempo ospita due rifugiati siriani ed è una persona molto aperta ai giovani che ospita continuamente.

Il tempo nel Nord Europa non è clemente e piove sempre. Siamo un gruppo di 12 persone (dai 18 ai 48 anni) provenienti da Francia, Grecia, Italia, Olanda, Polonia, Romania, Spagna, Svizzera che viene ospitato nella zona residenziale di Nijmegen, città di circa 170.000 abitanti che si trova vicino al confine con la Germania, nota per la presenza della prima università cattolica dell’Olanda. Si arriva singolarmente e si prende confidenza con il posto, un’ampia sede scout munita di tutti i servizi che da noi difficilmente si trova. Il giorno successivo ci rechiamo presso una ex caserma che oggi ospita un centro per richiedenti asilo – circa 400 persone – e facciamo la conoscenza di Gerda, responsabile dell’associazione locale De Kleurfabriek (la fabbrica del colore), che ha sviluppato il progetto insieme al Coa (organizzazione governativa per l’immigrazione) e ci spiega il lavoro che ci attende. Io, Evgenia, Maria, Serafina, Lena, Emma, Rafael, Katarzyna, Shirley, Nerea e Marthe saremo impegnati per due settimane nel fare attività di animazione con un gruppo di 25 bambini (dai 6 ai 15 anni) presso la sede scout che ha un ampio prato dove giocare all’aperto. Sono previste 6 ore di lavoro al giorno, dal lunedì al venerdì, mentre il fine settimana è libero per conoscere meglio il territorio (il volontario Burt è stato gentilissimo perché sempre disponibile a darci consigli).

Si inizia alle 10 con l’accoglienza dei bambini che vengono accompagnati dai genitori in bicicletta, si fanno attività per 2 ore, pausa pranzo di circa un’ora a mezzogiorno e si continua sino alle 16. In un primo momento si era pensato di realizzare una piccola recita ma l’idea viene scartata a causa della lingua, così ci orientiamo su attività pratiche come la realizzazione di spille, braccialetti intrecciando fili di lana colorati, origami, fiori e altri semplici oggetti di carta colorata intagliata, attività gradite dalle bambine, mentre i bambini preferiscono fare calcio o giochi all’aperto.

I maschietti sono quelli più irrequieti, che tendono a litigare spesso tra loro e gli adolescenti non riescono a lavorare insieme nel gruppo. Un paio di volte ho sorpreso due bambini soli intenti a disegnare uomini che usano armi e ciò significa quanto sia stato traumatico lasciare un paese in guerra dove non ci sono prospettive.

Così pian piano facciamo la conoscenza di bambini che vengono da Siria (Ibrahim e il fratello Ziad, Hamza e il fratellino Sam, il timido Mochless, il monello Zaid che tirava sempre calci, la timida Shaza e il fratello Dia molto gentile, Ruby che ama ballare, Judy, Hala), Palestina (i due piccoli Mohammed, Hamza che ama il calcio), Afghanistan (Hasan), Algeria (Altafass con la sorellina Helen), Sierra Leone (Kadija).

Abbiamo avuto l’occasione di fare un pranzo e una cena presso il centro richiedenti asilo, due momenti che ci hanno permesso di scoprire le storie di alcuni adulti che ci hanno raccontato del loro viaggio periglioso (ricordo come questo discorso sia nato con Amira – una nonna che ci aiutava nella preparazione del pranzo per i bimbi – semplicemente disegnando su un foglio bianco una mappa dell’Europa), della loro sfiducia verso la politica internazionale nella soluzione del conflitto, del dolore per aver lasciato tutto e la difficoltà di ricominciare una nuova vita in un paese straniero, della speranza di dare una nuova vita e un futuro ai propri figli. Momenti davvero toccanti che insegnano quanto sia importante mettersi nei panni dell’altro e capire che la storia di queste persone ci riguarda da vicino, perché solo nell’accoglienza dell’altro – come ci insegna il filosofo francese Lèvinas – possiamo capire noi stessi e superare l’angoscia del vivere.

Ogni campo è occasione di crescita. Come volontario e attivista SCI nella provincia di Catania invito a fare simili esperienze perché arricchiscono enormemente e ci fanno vedere il mondo con altri occhi, attraverso la gioia dell’incontro con culture diverse.

Casa dei Venti presenta: “Le nuove procedure degli hotspot” a La Città dell’Utopia

Casa dei Venti presenta: “Le nuove procedure degli hotspot” a La Città dell’Utopia

Dibattito su “Le nuove procedure degli hotspot : il ruolo dell’UNHCR, delle organizzazioni governative e non, la detenzione e l’identificazione”

Locandina "Le nuove procedure degli hotspot"Giovedì 26 maggio, a La Città dell’Utopia, Casa dei Venti presenta “Le nuove procedure degli hotspot : il ruolo dell’UNHCR, delle organizzazioni governative e non, la detenzione e l’identificazione”, dibattito con gli avvocati di ASGI Lucia Gennari e Giulia Crescini e con Giulio Ricotti (via skype), di Ass. Etnie, Bari.

L’evento sarà preceduto, a partire dalle 19.30, da un aperitivo preparato dalle amiche e dagli amici di Makì – sapori del mondo. Il dibattito inizierà poco dopo e durerà fino alle 22.30 circa.

Casa dei Venti è un progetto di Laboratorio 53, Servizio Civile Internazionale e ASGI, all’interno de La Città dell’Utopia. Esso vuole essere una risposta a ciò che caratterizza il sistema di accoglienza italiano e territoriale: esclusione sociale, marginalizzazione, passivizzazione, razzismo, criminalità organizzata e business in violazione dei diritti fondamentali dei migranti. Per proporre una visione alternativa delle migrazioni e delle politiche migratorie. Uno spazio di dibattito, un luogo familiare e di incontro per tutti i migranti che vivono nella città di Roma.

Nel corso della serata, i partecipanti avranno la possibilità di confrontarsi con gli avvocati dell’ASGI e potranno ottenere maggiori informazioni sul progetto e sulla partecipazione al medesimo.

Tra le attività promosse da Casa dei Venti, “Laboratorio Asilo: diritto, prassi, partecipazione” è un percorso di auto-formazione, approfondimento e confronto che ha l’obiettivo di stimolare un dibattito critico sulle migrazioni e sul diritto d’asilo. Tutte le persone interessate sono invitate a partecipare e a contribuire al percorso: studenti, avvocati o praticanti, operatori del settore, attivisti. Una volta al mese, verranno discussi gli aggiornamenti più importanti ed attuali in merito al diritto d’asilo, sia a livello nazionale che europeo, e chi vorrà collaborare potrà avere modo di confrontarsi con il gruppo di lavoro.

Oltre le parole, racconto di un campo in Belgio

Oltre le parole, racconto di un campo in Belgio

Racconto di Cristina Tosone, volontaria nel campo di volontariato che si è svolto nell’agosto 2015 al Centro di accoglienza per richiedenti asilo Fedasil, Belgio.

La sera prima di partire per il mio primo campo di volontariato in Belgio non riesco a dormire. Non faccio altro che rigirarmi nel letto, ho una paura tremenda.

Nell’infosheet che mi hanno mandato a giugno c’è scritto che il campo potrebbe risultare particolarmente faticoso dal punto di vista psicologico, che il cibo potrebbe essere scarso a causa della mancanza di fondi del centro che ci ospiterà e che noi ragazze dobbiamo stare attente ai vestiti troppo scollati visto che ci saranno culture molto diverse dalla nostra.

Ma chi me l’ha fatto fare? Poi un campo di tre settimane, non potevo scegliere una cosa più breve come prima volta?

Nonostante la notte insonne il 3 agosto arrivo a Rixensart, un piccolo paesino a sud di Bruxelles.

Ad attendermi alla stazione c’è Mark, il responsabile dell’animazione del centro di accoglienza per richiedenti asilo Fedasil: è lì che passerò le prossime 3 settimane, durante le quali insieme agli altri volontari dovrò organizzare attività per i residenti del centro, in prevalenza donne e bambini che aspettano che gli venga riconosciuta la protezione internazionale.

Arrivata al Fedasil faccio la conoscenza degli altri volontari: altre due italiane (Giorgia e Gilda), due spagnoli (Teresa e Mané), una svizzera (Noemie) e due belghe (Pascale e Fany).

Nel corso delle tre settimane in realtà si uniranno a noi anche: Irene, un’italiana che è lì per scrivere la tesi ma che poi ci darà un grande aiuto nello svolgimento delle attività, Daisy, un’altra italiana che studia a Bruxelles e che fa volontariato al centro già da un po’ di tempo, e Suzanna, una spagnola che è a Rixensart da un anno con il Servizio Volontario Europeo.

Ci sistemiamo in una stanza con letti a castello in un piccolo edificio accanto a quello più grande che ospita i rifugiati: con loro condivideremo le docce e la mensa (tra l’altro scoprirò nei giorni seguenti che il cibo non sarà per niente scarso come ci avevano detto, e addirittura metterò su qualche chilo).

Per organizzare le attività abbiamo a disposizione un parco enorme, una stanza per il bricolage accanto alla nostra “camera” e uno stanzone nell’edificio più grande dove possiamo anche guardare dvd. C’è inoltre una piccola cucina che possiamo riservare all’occorrenza.

La prima sera Pascale, che è la nostra coordinatrice, ci fa fare dei giochi tra di noi per conoscerci meglio.

Il giorno dopo una responsabile del Servizio Civile Internazionale del Belgio viene a spiegarci le regole del centro e a discutere con noi il tema della interculturalità. Tornerà una volta a settimana per valutare come sta procedendo il campo di volontariato.

La sera organizziamo le attività per la settimana: siamo tutti pieni di idee ed è abbastanza facile, facciamo un calendario e lo appendiamo alla mensa così che tutti lo possano vedere. Lo stesso faremo per le settimane successive.

Siccome i fine settimana sono liberi, ci organizziamo anche per quelli: Louvain-la-Neuve e Bruxelles il primo, ancora Bruxelles e Gand il secondo, Oostende (Fany ci ospita nella sua casa al mare) e Bruges l’ultimo. Ci riusciamo a mettere d’accordo facilmente anche perché ognuno è lasciato libero di restare al centro o di girare da solo.

Il terzo giorno iniziamo le attività con i bambini: in realtà li abbiamo già conosciuti nei giorni precedenti perché i genitori li lasciano girare liberamente da soli per il centro, anche se sono molto piccoli.

Questa cosa ha comportato per me una specie di “shock culturale” ma ci ho messo poco a superarlo: mi hanno spiegato che in alcune culture (soprattutto africane) i bambini sono figli della comunità più che della singola famiglia, senza contare poi che ci sono famiglie che si trovano lì da anni ed è normale che lascino liberi i loro bambini come se fossero “a casa loro”.

Oltre ai più piccoli (che vanno dai pochi mesi ai 12-13 anni) e ai loro genitori ci sono molti adolescenti, spesso non accompagnati, ragazze madri (che però hanno una sezione riservata nel centro e non stanno spesso con noi) e alcuni ragazzi che hanno più o meno la nostra età (20-30 anni).

Con il passare del tempo noi volontari impareremo ad organizzare attività diverse per ogni fascia di età.

La provenienza degli ospiti è abbastanza variegata: Guinea, Togo, Angola, Congo, Afghanistan, Iraq, Siria, Armenia..

In 3 settimane facciamo di tutto: collage, tempere, pasta di sale, origami, giochi d’acqua, gioielli, marionette, giochi di carte.

E yoga, calcio, pallavolo,capoeira, nuoto, jogging al lago di Rixensart con i ragazzi più grandi e danza orientale con le donne.

A volte prenotiamo la cucina: Noemie insegna ai bambini a fare i brownies, io e Giorgia gli facciamo fare la pizza e Pascale gli fa preparare le crepes.

La sera spesso guardiamo un film (adorano Harry Potter ma purtroppo in 3 settimane non riusciremo a farglieli vedere tutti e otto), ma loro preferiscono di gran lunga quando Mané si siede nel parco e inizia a suonare la chitarra. In pochi minuti intorno a lui si crea un cerchio di gente di ogni età che lo guarda incantata.

Ci sono delle sere in cui viene anche Bao, il marito vietnamita di Pascale, che insegna agli ospiti a suonare la darbuka, uno strumento tipico dei paesi orientali: vorremmo che queste serate non finissero mai ma a volte chiamano gli abitanti delle case vicino e ci chiedono di smettere perché si è fatto troppo tardi.

In teoria siamo tenuti a stare con i residenti del centro solo 6 ore al giorno, perciò se facciamo attività sia mattina che pomeriggio potremmo essere liberi la sera.

Il punto è che noi non stiamo con i residenti perché dobbiamo, ma perché vogliamo. Perché non ce lo aspettavamo ma con loro, che abbiano 1 o 50 anni, ci stiamo davvero bene.

E allora la mattina siamo noi che andiamo a svegliare i bambini per farli giocare, a mensa li facciamo sedere vicino a noi, la sera restiamo con loro finché la mamma non gli urla dalla finestra che è tardi e devono andare a dormire.

Quando i piccoli sono andati a dormire e decidiamo di andare a bere qualcosa in paese siamo noi ad invitare i residenti più grandi a fare una passeggiata.

A volte facciamo le serate interculturali, in cui prenotiamo la cucina e ognuno prepara una cosa tipica del suo paese di origine. In teoria sarebbero solo per noi volontari, ma i bambini ci trovano subito e di certo non li mandiamo via: e così ho visto una guineana mangiare la fonduta svizzera, una piccola siriana divorare un piatto vietnamita di verdure e un giovane togolese provare la carbonara per la prima volta.

È vero che ci sono dei momenti in cui non ne possiamo più di spiegare mille volte le regole dello stesso gioco perché non ci stanno a sentire, o di separare due ragazzini che si picchiano, o di correre dietro ai più piccoli che potrebbero farsi male. Allora magari la sera non organizziamo nulla e facciamo una passeggiata tra di noi, oppure dopo pranzo decidiamo di aspettare prima di fare le attività e stiamo un po’ in camera, ma ci riprendiamo subito.

La terza settimana c’è un’emergenza, arrivano circa settanta rifugiati, soprattutto uomini e prevalentemente dal medio oriente. Non sanno dove metterli quindi sono costretti a montare delle tende nel parco, si stabiliscono dei turni per le docce e per la mensa per evitare problemi.

I responsabili del centro ci chiedono se possiamo aiutarli con i vestiti, ricevono molte donazioni ma non hanno nessuno che li sistemi e adesso servono ai nuovi arrivati.

E così ci ritroviamo ad aiutare questi ragazzi un po’ spaesati a trovare un pantalone della loro taglia. Parlano solo arabo mentre noi volontari parliamo solo inglese o francese, eppure mentre stiamo lì tra montagne di vestiti ci capiamo, scherziamo e ridiamo.

Questa è la cosa che mi ha colpito più di tutto in questo campo: la facilità con cui abbiamo creato un legame con i residenti, pure con quelli che non parlano la nostra lingua.

E così quando l’ultimo giorno vado a salutare i ragazzi afghani, un gruppo di adolescenti senza genitori con cui ho sempre comunicato quasi solo a gesti, mi fanno segno che piangeranno perché ce ne andiamo.

Allora piango anche io e penso che mi mancheranno, e mi domando come è possibile che mi mancheranno persone con cui non ho neanche mai avuto una conversazione “a parole”.

Il 23 agosto ritorno alla vita vera, e non è tanto facile: negli occhi ho sempre il sorriso di un bambino angolano davanti alla teglia di pizza su cui gli abbiamo fatto mettere la mozzarella, e nelle orecchie ho ancora il racconto dell’incredibile viaggio di un congolese dall’Africa in Europa.

In più i ragazzi più grandi mi scrivono su facebook: Ci mancate! Quando tornate? Siamo tristi senza di voi.

Giorgia a Settembre si trasferisce a Bruxelles per studiare e dopo qualche settimana torna a Rixensart.

Io non vedevo l’ora e la riempio di messaggi: Come stanno tutti? Hanno iniziato la scuola? Stanno imparando il francese? Mandami qualche foto!

Ieri Gilda mi scrive: potremmo organizzarci per andare a trovare Giorgia un fine settimana.

Ma non perché vogliamo tornare al centro, sia chiaro!!

Vogliamo solo visitare Bruxelles per la terza volta 😉

NO BORDER FEST, VII edizione

NO BORDER FEST, VII edizione

Due giorni di dibattiti, cultura, musica. Per la libertà di movimento oltre ogni confine

no_border_2015Il 27 e il 28 giugno torna a Roma, a La Città dell’Utopia, via Valeriano 3f, il No Border Fest, organizzato da La Città dell’Utopia, Servizio Civile Internazionale, Laboratorio 53, Radio Ghetto e Amisnet. Il festival, giunto quest’anno alla settima edizione, è un appuntamento ricco di momenti culturali e di confronto sul tema delle migrazioni con workshop, esposizioni, dibattiti, musica e teatro.

Mentre a livello istituzionale i flussi migratori continuano ad essere visti come un “problema da risolvere” con un’intensificazione dei dispositivi di controllo delle frontiere e una gestione dell’accoglienza caratterizzata da speculazione e business, il No Border Fest vuole proporre un modello basato sulla libertà di movimento e sui diritti di cittadinanza attraverso narrazioni alternative, decostruzione di pregiudizi, analisi e buone pratiche.

Durante tutto il festival il Casale Garibaldi si riempirà di “clanDESTINI” (esposizione interattiva): i migrobox (scatole sparse per il quartiere), che negli ultimi due mesi hanno raccolto domande e curiosità sul mondo delle migrazioni, prenderanno vita sotto forma di video, audio e immagini e i partecipanti al festival potranno interagirvi direttamente.

Sabato 27 giugno, dalle 17.30, un dibattito aperto su Respigimenti e accoglienza tra una sponda e l’altra del Mediterraneo” con gli interventi di Luciano Rondine, autore del libro “Qui fa bene” dedicato ai bisogni di cura dei rifugiati, vittime di violenze e torture e Yasmine Accardo (Associazione Garibaldi 101, Campagna LasciateCIEntrare); sarà poi il turno del progetto collettivo Borderline del settimanale Internazionale, autore di reportage video attraverso le frontiere europee, accompagnato da Salvatore Fachile, impegnati nella redazione del dossier ASGI/Amnesty International sui respingimenti dall’Italia verso Israele, e Danielle Ronen, attivista israeliana e volontaria nel centro diurno per minori richiedenti asilo e rifugiati di Tel Aviv. Sulle note della kora, Madya Debiate, uno dei più virtuosi suonatori della diaspora africana, ci accompagna alla conclusione della prima giornata del festival.

Domenica 28 giugno, dalle 17.30, il festival darà spazio alle “Autonarrazioni migranti” grazie alle parole e alle immagini di Mauro Biani, vignettista de Il Manifesto, ai contributi di Radio Ghetto, radio nata nel 2012 per dar voce ai braccianti africani delle campagne pugliesi e ai racconti dell’Archivio Memorie Migranti, impegnato nel lasciar traccia dei processi migratori in corso e nella costruzione di memorie ‘altre’. La due giorni si conclude con lo spettacolo teatrale Ank! Ang! di Karin Serres, Dirk Laucke, Erik Uddenberg e Sylvain Levey (LAB007).

Numerosi i workshop culinari, educativi e ludici che sarà possibile seguire (è richiesta la prenotazione): Workshop di Giochi dal mondo con Laboratorio 53 (sabato 27), Danzamovimentoterapia con Fernando (sabato 27), Preparazione di succhi ivoriani, pakistani e brasiliani con Habiba, Ilaria e Farzana (domenica 28), e Ludopedagogia con l’ass. Liscìa (domenica 28).

Inoltre, giovedì 18 Giugno a La Città dell’Utopia avremo un’anticipazione della due giorni “Aspettando il No Border Fest”, con la presentazione del libro“Terzo Settore in Fondo”, una critica (ironica) ai paradossi dell’accoglienza in Italia, che discuteremo direttamente con l’autoreMarco Ehlardo e a seguire concerto di samba dei Banda Três.

Programma del No Border Fest:

>>> DURANTE IL FESTIVAL <<<

clanDESTINI
viaggio interattivo tra le voci delle migrazioni

>>> SABATO 27 GIUGNO <<<

Ore 15:30 – 17:30

Workshop di GIOCHI DAL MONDO con Laboratorio 53

info e iscrizioni:

Ore 16.00 – 17.00

Workshop di DANZAMOVIMENTOTERAPIA DanzaMovimento Relazionale-Creativo con Fernando Battista e Laboratorio53

info e iscrizioni:

Ore 17.30

RESPIGIMENTI E ACCOGLIENZA TRA UNA SPONDA E L’ALTRA DEL MEDITERRANEO”

Luciano Rondine, Autore del libro “Qui fa bene” e responsabile Progetto Kairos, SPRAR per disagio mentale

Yasmine Accardo, Associazione Garibaldi 101, Campagna LasciateCIEntrare

Team Borderline, autori dei video-reportage attraverso le frontiere europee del settimanale Internazionale

Salvatore Fachile, co-autore del dossier ASGI/Amnesty International sui respingimenti dall’Italia verso Israele

Danielle Ronen, attivista israeliana e volontaria in un centro diurno per minori richiedenti asilo e rifugiati di Tel Aviv

Ore 20.00

Cena MAKÌ, sapori dal mondo

Ore 21:00

Madya Diabate & Trio Mandè in concerto

>>> DOMENICA 28 GIUGNO <<<

ore 15.30 – 17.30

Il viaggio dei racconti: velieri, bussole e confini. Laboratorio di gioco e narrazione per scoprire e scoprirsi attraverso la LUDOPEDAGOGIA a cura di ass. Liscìa

info e iscrizioni:

15.30 – 17.00

Workshop di SUCCHI IVORIANI, PAKISTANI E BRASILIANI con Abiba, Ilaria e Farzana

info e iscrizioni:

Ore 18.00

AUTONARRAZIONI MIGRANTI”

Archivio Memorie Migranti

Radio Ghetto

Mauro Biani, vignettista de Il Manifesto

Ore 20.00

Cena MEDIORIENTALE dell’Utopia

Ore 21.00

Ank! Ang!

Uno spettacolo teatrale di Karin Serres, Dirk Laucke, Erik Uddenberg e Sylvain Levey (LAB007)

www.lacittadellutopia.it
www.radioghettovocilibere.wordpress.com
www.amisnet.it
www.laboratorio53.it

bool(false)