Usare i media per promuovere l’inclusione: testimonianza dello scambio giovanile in Ungheria

Usare i media per promuovere l’inclusione: testimonianza dello scambio giovanile in Ungheria

L’articolo è stato scritto da Eugenia Vagnetti, group leader e facilitatrice dello scambio giovanile “Change for Media – Media for a Change” tenutosi in Ungheria dal 18 al 27 agosto 2017.

La branca ungherese dello SCI “Utilapu”, ed in particolare il gruppo di attivisti “Open Doors”, hanno organizzato durante il mese di agosto 2017 la seconda edizione dello scambio giovanile “Change for Media – Media for a Change”, al quale ho avuto modo di partecipare sia durante la fase organizzativa, direttamente dal settore di Inclusione Sociale di SCI Italia, che come partecipante e facilitatrice durante la realizzazione dello stesso. Questo scambio, essendo parte del gruppo internazionale YUWG (Youth and Unemployment Working Group), privilegiava la partecipazione di giovani con minori opportunità. In questo caso la tematica centrale del progetto era quella del fenomeno migratorio e dell’uso dei media, per cui da parte di tutte le branche partecipanti (Ungheria, Serbia, Italia, Bulgaria e Catalunya) abbiamo cercato di agevolare la partecipazione di giovani migranti di prima o seconda generazione, in modo da poter conoscere in prima persona altre culture di Paesi quali il Mali, l’Afghanistan, l’Iraq, la Nigeria, il Marocco, la Costa d’Avorio e l’Armenia. In un mondo che porta a galla sempre più problemi legati all’incomprensione, l’individualismo, la paura, la violenza e la divisione, cresce il bisogno di esperienze di vita comunitaria come opportunità per conoscerci e condividere le nostre differenze e le nostre similitudini, entrare in contatto con diverse culture (e farlo di persona, ribaltando gli stereotipi trasmessi dai media), coltivare e nutrire nuove forme di dialogo.

Credo che questi progetti, che siano campi di volontariato internazionali, scambi giovanili o seminari per educatori, siano di vitale importanza per continuare a contribuire, ognuno con il proprio, nella costruzione di un mondo migliore. Purtroppo quotidianamente siamo bombardati di brutte notizie, ed è la realtà, certe cose capitano ed è importante esserne consapevoli, ma questo non significa che non ci sia modo di agire e reagire. Durante il progetto abbiamo avuto tempo e spazio per riflettere e confrontarci sul concetto di cambiamento, pensando a cosa vorremmo cambiare di noi stessi e cosa vorremmo cambiare nel mondo: “Se vuoi cambiare il mondo, comincia da te stesso”, diceva Gandhi. Ci fanno credere che non ci sia speranza, ma il contributo di ognuno cambia il mondo, lentamente, e si espande come una macchia d’olio. La speranza è che il nostro cambiamento apporti qualcosa di buono, per questo sono assolutamente favorevole alle opportunità di crescita e formazione che ci offre la vita, ed in questo caso specifico, uno scambio giovanile come questo.

Durante lo scambio un ragazzo giovanissimo (17 anni), ci ha confidato che il suo più grande cambio nella vita è stato quello di conoscere se stesso; un’altra ragazza (20 anni), mi ha detto che la cosa più importante per lei è essere presenti a se stessi e vivere il momento, e giorno per giorno coltivare il sogno di costruire un progetto ecosostenibile di vita comunitaria che abbracci una politica rispettosa dell’ambiente e degli animali. Alcuni dei ragazzi che hanno partecipato a questo scambio hanno dovuto lasciare il proprio paese per vari motivi, tra cui la presenza di conflitti armati (che c’erano e che continuano ad esserci), e vivono ora in diversi paesi europei, lontani dai loro familiari, che non sanno se riusciranno a rivedere. Ognuno di loro si sta costruendo una nuova vita, ed ognuno a suo modo ha partecipato attivamente allo scambio, ridendo e scherzando nei momenti leggeri e contribuendo con le proprie idee e competenze nei lavori di gruppo.

Ai seguenti link potete vedere i video realizzati durante il progetto:

Labels of Freedom (Change for Media-Media for Change)

My big change (Change for media – Media for Change)

Change begins (Change for Media – Media for Change)

Let the colors OUT (Change for Media – Media for Change)

Buona visione!

Interventi Civili di Pace a sostegno dei rifugiati: testimonianza dalla Serbia

Interventi Civili di Pace a sostegno dei rifugiati: testimonianza dalla Serbia

Pubblichiamo la prima testimonianza di Silvia Valdrè e Alessandra Dallari, volontarie attualmente in Serbia dallo scorso maggio (in seguito alla apertura del progetto) per supportare il lavoro delle organizzazioni di volontari internazionali indipendenti che sostengono i rifugiati bloccati al confine serbo-croato e serbo-ungherese. Il progetto è realizzato in collaborazione con la branca SCI locale VCV Serbia e supportato dai fondi del Refugee Found.

Šid, Serbia – 8 Giugno 2017

“Oggi si respira!” ho pensato, forse ingenuamente, stamattina. La temperatura, fino a ieri altissima, è calata considerevolmente, regalandoci un po’ di refrigerio. I problemi, però, non sono tardati ad arrivare: al posto del sole incandescente è arrivata la pioggia e, con questa, una bella dose di fango. Stasera, durante la distribuzione del cibo, sono stati in tanti ad avvicinarsi al furgone per chiederci tende e teli di plastica sotto la quale ripararsi. Sembra che al clima serbo non piacciano le mezze misure.

In questi giorni io ed Alessandra ci siamo spostate da Subotica, sul confine ungherese, a Šid, a pochi chilometri dalla Croazia. Questa piccola cittadina passerebbe sicuramente inosservata se non fosse che, al momento, veda la presenza di diverse centinaia di profughi che vivono in condizioni di estrema vulnerabilità. L’attuale impossibilità di varcare il confine con l’Ungheria ha reso il confine serbo-croato, e Šid in particolare, la seconda scelta per tutti coloro che cercano di entrare in Europa attraverso la rotta balcanica. Di fatto però, si sta riproponendo la stessa situazione che fino a pochi mesi fa era possibile osservare a Subotica: frontiere invalicabili, presenza ingente di polizia, respingimenti forzati, abusi da parte delle autorità di frontiera e, in pratica, migranti abbandonati a sé stessi, costretti ad un’attesa infinita.

Mentre scrivo, ripenso alle conversazioni avute oggi durante la cena. Ho fatto amicizia in particolare con X, un simpatico signore algerino che ha vissuto a Bologna per diversi anni e con cui passo il tempo a chiacchierare di cucina. Sa che negli ultimi giorni io ed Alessandra stiamo aiutando i i volontari di No Name Kitchen, che tutte le sere preparano e distribuiscono i pasti alle oltre 200 persone che affollano la jungle. Si è quindi probabilmente convinto che io abbia una qualche (pressoché inesistente) dote culinaria e dispensa consigli sulla quantità di sale da usare e sulle verdure più adatte, lamentando la sua voglia di lasagne e tortellini. È una sorta di figura paterna qui: è raro, infatti, incontrare ragazzi sopra i 30 anni. Vedo che saluta sempre tutti e che c’è sempre qualcuno che lo lascia passare davanti in fila. Mentre ci parlo, mi chiedo sempre quale sia la sua storia, ma non voglio essere indiscreta. Qui, di storie interessanti, in realtà, ce ne sarebbero sicuramente tante da raccontare. Ad esempio, qualche giorno fa un gruppo di ragazzi ci è venuto a chiamare: aveva fatto la sua comparsa un piccolo gruppo di Cubani che, chiaramente confusi, avevano bisogno di qualcuno che fornisse loro informazioni. Cubani? In Serbia? Non ci potevamo credere! Eppure erano lì, seduti in un angolo. Nonostante se ne stessero in disparte, cercando di passare inosservati, è stato facile notarli: la ragazza, in particolare, sempre con lo zaino sulle spalle e la mano stretta in quella del suo compagno di viaggio, spiccava chiaramente, unica donna tra la folla di uomini. Mi sarebbe piaciuto riuscire a scambiarci due parole, ma di loro, oggi, già non c’era più traccia.

Quello che abbiamo notato è che sono in tanti qui, a parlare diverse lingue: pashtu, urdu, farsi…ma anche italiano, spagnolo, francese. Molte di queste persone, hanno vissuto per tanti anni nei nostri Paesi, costruendo una vita in quell’Europa che adesso si chiude davanti a loro.
Quando Henry, un volontario inglese, ci è venuto a chiamare per andare a casa, ho salutato X, augurandomi che riuscisse a riposarsi un po’, nonostante l’acquazzone. “Sister, lo sai che io non dormo!”, mi ha risposto, riferendosi al fatto che anche oggi, come tutte le altre notti, proverà a passare il confine con la Croazia. “Non molliamo mai!”, ha gridato, in italiano, mentre correva via.

Giunta a casa, mi arriva un messaggio da Victor, uno dei volontari dell’organizzazione tedesca Regardu che da diversi mesi lavorano qui a Šid. Chiede se può passare da casa nostra per lasciare un sacco di vestiti da lavare, sono tanti e con una sola lavatrice a loro disposizione non sarebbero mai pronti da distribuire per il giorno dopo. I volontari di Regardu stanno portando avanti un progetto davvero bello: offrono un servizio di docce “portatili” per i profughi che, non avendo accesso ai campi ufficiali, non saprebbero dove altro lavarsi. Si caricano sulle spalle tutto il necessario e montano le docce in un luogo nascosto in mezzo al bosco. Con un sistema di tubi prendono l’acqua da un fiume vicino e fanno in modo di riversarla all’interno di tre tende, adibite a docce. Grazie a dei tasselli numerati, i volontari controllano che la fila sia rispettata, dosano il sapone e cronometrano il tempo necessario ad ognuno per lavarsi. Dopo ogni doccia raccolgono i vestiti sporchi di ciascuno e danno un ricambio pulito a tutti. Con questo sistema riescono a provvedere ai bisogni di circa 50 persone al giorno. Tra l’altro sono stati costretti a cambiare postazione diverse volte dalla polizia, che non vuole che si distribuiscano beni ai profughi e accampa motivazioni di salvaguardia dell’ambiente. Hannah, la responsabile del servizio, mi ha raccontato di come, per evitare ulteriori problemi con la polizia, i volontari siano addirittura arrivati ad evitare di dare direttamente ai migranti il flacone del bagnoschiuma, preferendo versarglielo in mano quando necessario: “Se ci dovessero cogliere sul fatto, nelle loro mani non troverebbero nulla, nemmeno un flacone di plastica. In fin dei conti l’acqua è un bene pubblico, non possono vietarne l’accesso!”. Abbiamo capito che, almeno per i prossimi giorni, il nostro appartamento sarà trasformato in una lavanderia a pieno ritmo.

Qui i problemi da risolvere sono tanti, troppi. Le uniche organizzazioni che supportano i profughi esclusi dai campi sono tutte finanziate da donazioni, o dai volontari stessi che in caso di necessità pagano di tasca loro le spese necessarie. Eppure sembra funzionare tutto bene: ogni settimana i volontari si incontrano per fare il punto della situazione, per dare suggerimenti, per capire semplicemente se tutti siano sulla stessa lunghezza d’onda e come sia il morale. Ogni volta c’è un dilemma in più: i migranti musulmani chiedono del latte per rompere il digiuno del Ramadan, si può trovare? Si vorrebbe arricchire la dieta con della frutta fresca, ma i fondi stanno finendo: c’è qualcuno che possa finanziarla? È stata notata la presenza di polizia attorno al luogo della distribuzione: è stato fermato qualcuno? Ci sono dei ragazzi che hanno bisogno del dentista: qualcuno può accompagnarli? La comunicazione è continua e il sistema collaudato. Mi chiedo però, cosa succederà quando i volontari se ne dovranno andare. Per quanto si potrà andare avanti?

Tra tutti, il problema delle visite mediche, forse, è quello più stringente. Mentre trovare cibo è più facile, non lo è altrettanto assicurare la presenza di medici qualificati. I volontari adeguatamente formati sono pochi e spesso i medici delle cliniche si rifiutano di visitare i profughi, invitando ad andare a registrarsi ai campi, già sovraffollati. Anche il supporto psicologico manca. Offrire il proprio tempo per ascoltare, “esserci” , è sicuramente importante, ma può non essere sufficiente. Purtroppo è fin troppo chiaro come sia necessario, per alcuni, un serio sostegno professionale. I volontari spagnoli, che hanno accolto in casa loro un ragazzo afghano che li aiuta nella preparazione dei pasti, ci hanno confidato come siano preoccupati per lui: non dorme da giorni e si isola spesso. Il trauma del viaggio, la mancanza di prospettive, gli abusi fisici e psicologici a cui molti sono sottoposti hanno lasciato segni più difficili da vedere, ma che hanno gravi conseguenze sulla loro capacità di “non mollare mai”.

Corso di formazione per interventi in zone di confine

Corso di formazione per interventi in zone di confine

Il Servizio Civile Internazionale organizza il primo “Corso di formazione per interventi in zone di confine”, volto a favorire l’acquisizione degli strumenti per una presenza civile critica, consapevole delle dinamiche in loco e rispettosa del contesto in situazioni di conflitto legate agli odierni flussi migratori.

La proposta di questo corso di formazione nasce dalla volontà di attivarsi e di moltiplicare gli sforzi civili in merito alle situazioni denunciate nelle aree di confine europee ma non solo, abbinata alla decennale esperienza di SCI Italia di presenza civile in aree di conflitto (Palestina, Kurdistan, America Centrale, Balcani, Val di Susa).

Tra le situazioni più inumane vi è sicuramente quella delle persone migranti in transito nei Balcani, la cui libertà di movimento è ostacolata dalle politiche europee di chiusura dei confini, a cui si aggiungono le quotidiane violazioni dei diritti umani portate avanti dalla polizia di frontiera e da alcuni gruppi di matrice razzista e xenofoba.

Il corso di formazione si terrà a Roma il 12 maggio 2017, presso La Città dell’Utopia (via Valeriano 3F, metro San Paolo).

Il corso è aperto a tutti/e e destinato in particolare a laureandi e neo-laureati, nonché volontari/e legati/e al mondo della cooperazione internazionale e dell’associazionismo, e attivisti/e legati/e ai movimenti sociali.

Attraverso sessioni di educazione non-formale e presentazioni interattive, i/le corsisti/e potranno acquisire gli strumenti di base per attivarsi consapevolmente in aree di confine e, in generale, in aree di conflitto a bassa intensità, al fine di produrre dinamiche solidali e di cooperazione virtuose lontane dall’assistenzialismo e dalla normalizzazione, con l’obiettivo ultimo di svelare le cause alla radice dei conflitti.

A seguire il programma completo del corso con tutte le informazioni relative alle modalità d’iscrizione e ai costi.

INFO: comunicazione@sci-italia.it

>>> Programma e modalità di partecipazione

Modulo I (h.09.30 – 11.00)

Presentazione del corso e group-building

Modulo II (h.11.00 – 11.45)

Attivarsi in zone di confine con e per persone migranti: analisi di aspettative e motivazioni

Modulo III (h.12.00 – 13.30)

Richiedenti asilo, rifugiati: storia di una categoria politica (a cura di Laboratorio 53)

Modulo IV (h.14.30 – 16.00)

Relazionarsi al conflitto: dall’analisi peer-2-peer dei conflitti all’interazione con gli stessi

Modulo V (h.16.00 – 17.15)

Nuove rotte migratorie tra repressione e resilienza: la Balkan Route (a cura di Echis – Incroci di Suono)

Modulo VI (h.17.30 – 18.15)

Dal singolo al collettivo: i processi decisionali in situazioni di conflitto

Modulo VII (h.18.15 – 19.00)

Per una presenza civile critica e consapevole in zone di conflitto: la decostruzione della proiezione di sé e della dinamica del giudizio

Iscrizioni e costi

Iscrizioni: comunicazione@sci-italia.it
(oggetto dell’email “Iscrizione corso di formazione per interventi in zone di confine”)

Scadenza iscrizioni: 10 maggio

Numero massimo di persone: 12

Costi del corso: 40 euro (comprensivi di tesseramento SCI)

Modalità di pagamento: bonifico bancario a Servizio Civile Internazionale Onlus, IBAN IT69C0501803200000000101441

Causale: “Donazione corso formazione + nome e cognome del/della partecipante”

(Nota: Tutte le donazioni a favore dello SCI sono fiscalmente deducibili o detraibili)

Alle/ai partecipanti verrà rilasciato un dvd contenente alcuni audio/documentari realizzati all’interno del progetto Across the Land e i materiali utilizzati durante il corso.

Corso di formazione per interventi nelle zone di confine

Corso di formazione per interventi nelle zone di confine

Il Servizio Civile Internazionale organizza il primo “Corso di formazione per interventi in zone di confine”, volto a favorire l’acquisizione degli strumenti per una presenza civile critica, consapevole delle dinamiche in loco e rispettosa del contesto in situazioni di conflitto legate agli odierni flussi migratori.

La proposta di questo corso di formazione nasce dalla volontà di attivarsi e di moltiplicare gli sforzi civili in merito alle situazioni denunciate nelle aree di confine europee ma non solo, abbinata alla decennale esperienza di SCI Italia di presenza civile in aree di conflitto (Palestina, Kurdistan, America Centrale, Balcani, Val di Susa).

Tra le situazioni più inumane vi è sicuramente quella delle persone migranti in transito nei Balcani, la cui libertà di movimento è ostacolata dalle politiche europee di chiusura dei confini, a cui si aggiungono le quotidiane violazioni dei diritti umani portate avanti dalla polizia di frontiera e da alcuni gruppi di matrice razzista e xenofoba.

Il corso di formazione si terrà a Roma il 12 maggio 2017, presso La Città dell’Utopia (via Valeriano 3F, metro San Paolo).

Il corso è aperto a tutti/e e destinato in particolare a laureandi e neo-laureati, nonché volontari/e legati/e al mondo della cooperazione internazionale e dell’associazionismo, e attivisti/e legati/e ai movimenti sociali.

Attraverso sessioni di educazione non-formale e presentazioni interattive, i/le corsisti/e potranno acquisire gli strumenti di base per attivarsi consapevolmente in aree di confine e, in generale, in aree di conflitto a bassa intensità, al fine di produrre dinamiche solidali e di cooperazione virtuose lontane dall’assistenzialismo e dalla normalizzazione, con l’obiettivo ultimo di svelare le cause alla radice dei conflitti.

A seguire il programma completo del corso con tutte le informazioni relative alle modalità d’iscrizione e ai costi.

INFO: comunicazione@sci-italia.it

 

>>> Programma e modalità di partecipazione

Modulo I (h.09.30 – 11.00)

Presentazione del corso e group-building

Modulo II (h.11.00 – 11.45)

Attivarsi in zone di confine con e per persone migranti: analisi di aspettative e motivazioni

Modulo III (h.12.00 – 13.30)

Richiedenti asilo, rifugiati: storia di una categoria politica (a cura di Laboratorio 53)

Modulo IV (h.14.30 – 16.00)

Relazionarsi al conflitto: dall’analisi peer-2-peer dei conflitti all’interazione con gli stessi

Modulo V (h.16.00 – 17.15)

Nuove rotte migratorie tra repressione e resilienza: la Balkan Route (a cura di Echis – Incroci di Suono)

Modulo VI (h.17.30 – 18.15)

Dal singolo al collettivo: i processi decisionali in situazioni di conflitto

Modulo VII (h.18.15 – 19.00)

Per una presenza civile critica e consapevole in zone di conflitto: la decostruzione della proiezione di sé e della dinamica del giudizio

Iscrizioni e costi

Iscrizioni: comunicazione@sci-italia.it
(oggetto dell’email “Iscrizione corso di formazione per interventi in zone di confine”)

Scadenza iscrizioni: 10 maggio

Numero massimo di persone: 12

Costi del corso: 40 euro (comprensivi di tesseramento SCI)

Modalità di pagamento: bonifico bancario a Servizio Civile Internazionale Onlus, IBAN IT69C0501803200000000101441

Causale: “Donazione corso formazione + nome e cognome del/della partecipante”

(Nota: Tutte le donazioni a favore dello SCI sono fiscalmente deducibili o detraibili)

Alle/ai partecipanti verrà rilasciato un dvd contenente alcuni audio/documentari realizzati all’interno del progetto Across the Land e i materiali utilizzati durante il corso.

La dittatura è la frontiera: Ventimiglia e il presidio NoBorder

“Ci vediamo tra cinque giorni”, aveva promesso il poliziotto all’ultima manifestazione. Si era spinto con la sua uniforme a un passo dal Presidio No Border di Ventimiglia insieme ai suoi colleghi, approfittando della ritirata di noi, attivisti ed immigrati, all’arrivo dei rinfno-bordersorzi.

Come ogni venerdì il presidio bloccava provocatoriamente il confine tra Italia e Francia, ballando e urlando “Hurria!” (“Libertà!”). Quel venerdì, in un’ora, si era formata una fila di macchine in attesa davanti alla dogana. Qualcuno si attaccava al clacson, ma per poco. Qualcuno diceva: “Convincimi che avete ragione!”. Solo una signora era scesa dall’auto per unirsi ai cori.

“State attenti, fanno come l’altra volta: arrivano con i manganelli”, premoniva una delle attiviste residenti nel campo da più tempo. Per evitare le botte già inferte avevamo per questo deciso di scappare verso il presidio, invece siamo stati inseguiti, minacciati, colpiti finché non abbiamo deciso di fermarci e formare un cordone che ribadiva: “We are not going back!”. L’autodifesa portava a raccogliere pietre, il collettivo convinceva ad alzare le braccia per dimostrare che non si stava commettendo nessun crimine. La libertà di movimento non può essere un delitto.

Dopo i cinque giorni promessi, celere e ruspe hanno sgombrato il presidio all’alba. I rifugiati sono tornati sugli scogli, come quando Ventimiglia ha iniziato a essere una notizia da prima pagina. Solo due settimane prima il presidio aveva lanciato l’appello: “Siamo più di trecento, ci servono abiti, cibo, aiuti!”. Per questo siamo partite in tre da Roma con mezza dozzina di scatole che gli attivisti avevano prontamente recapitato a La Città dell’Utopia.

Quando arriviamo, lo stanzone degli aiuti trasborda. “Basta vestiti!”, ci dicono. Da due settimane, è incessante il flusso di buste dirette ai rifugiati da parte della popolazione locale. Il presidio è un parcheggio occupato di un resort, a duecento metri circa dal cartello che indica “France” e sotto il cavalcavia dove passa il treno. L’orizzonte sbatte in faccia il paradosso di avere davanti Menton, la prima cittadina della Costa Azzurra. Palme e pensionati, oltre la frontiera. Un tempo e uno spazio sospesi, al presidio. Un luogo di passaggio costretto all’immobilismo.

Come potevano entrare 300 persone in un parcheggio? I rifugiati, prevalentemente sudanesi ed egiziani, non superano il centinaio al nostro arrivo. La lingua più diffusa è l’arabo, poi l’inglese, quasi nessuno parla italiano eppure questo non incide sulla capacità di capirsi. La musica suona incessante, dal vivo o dalle radio. Un’attivista racconta che “un gruppo di dervisci turchi che doveva esibirsi in Francia si è fermato da noi e ha improvvisato un concerto. La notte dopo è tornato e ci ha regalato metà degli incassi”.

Nel campo i volontari preparano le colazioni, piegano ed ordinano i vestiti, danno una mano. Il nucleo degli italiani è formato da liguri: “Ci sono sempre stati migranti qui. Abbiamo capito che si trattava di un flusso grosso quando la Protezione Civile ha portato i bagni chimici”, spiega Giannino. Ha fondato il presidio cento giorni fa e non si è mosso da allora. “Questo posto è ‘la bolla’ per me. Qui le regole imposte dall’Unione Europea non esistono”.

Lo strato più superficiale del presidio è quello del supporto materiale; c’è poi un altro strato, reticente a mostrarsi. Tra la Liguria e la Francia, si inerpica la sensazione di partecipare a una nuova resistenza. La dittatura è la frontiera; chi cerca di oltrepassarla è folle, illegale, da reprimere. Il confine misura la profonda distanza tra le parole “legalità” e “giustizia”.

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