“Hey mzungo, jambo!”: storia di una volontaria a Zanzibar

“Hey mzungo, jambo!”: storia di una volontaria a Zanzibar

L’articolo è stato scritto da Marianna Visotti, che nell’estate 2016 ha partecipato a un campo di volontariato nell’isola di Zanzibar, in Tanzania.

[Questa testimonianza ci dimostra come l’esperienza di un campo di volontariato non sempre si svolge “da manuale”: i contesti sociali e culturali in cui i/le volontari/e si muovono sono sempre diversi e spesso riserbano sorprese inaspettate; ciò non significa che le difficoltà debbano diventare un ostacolo, anzi. Affrontarle con una buona dose di pazienza e di capacità di adattamento è sempre il primo passo di un percorso di crescita. Lo spirito che anima i campi di lavoro può essere lo stesso dal Nord al Sud del mondo, ma ben diverse sono le situazioni che si possono incontrare e le maniere di affrontarle. Proprio per questo, consigliamo sempre di partecipare agli incontri di formazione che SCI-Italia organizza per i/le volontari/e in partenza: per prendere coscienza del percorso che si sta intraprendendo, e farlo con uno spiccato senso dell’adattamento e grande sensibilità.]

Dopo anni di università, lavoro e altri diversivi, a gennaio ho deciso di realizzare uno dei miei sogni nel cassetto, partire per un progetto di volontariato in Africa, destinazione Zanzibar.

Il progetto da me scelto era della durata complessiva di tre settimane e composto da due attività principali: piantare mangrovie (piante che, tollerando l’elevata salinità del mare aperto, sono parte attiva nella conformazione delle coste, le proteggono dall’innalzamento del livello del mare e vengono utilizzate anche per il loro legno) e insegnare inglese ai ragazzi del villaggio.

La nostra casa era a 10 chilometri dalla capitale Zanzibar City, in un paese rurale chiamato Maungani e, oltre a me, partecipavano al campo anche un altro volontario italiano, un portoghese, una spagnola, una taiwanese, una polacca e svariati volontari locali. All’inizio tutto andava come da programma. La mattina, dopo aver fatto colazione insieme, raggiungevamo in bici il mangrovieto, verso le 13 c’era il pranzo cucinato da una volontaria locale, relax in spiaggia (in fondo eravamo su un’isola!) e intorno alle 16.30 iniziava l’attività pomeridiana, che si protraeva per un paio d’ore fino all’ora di cena. La sera invece, quando non c’era la cultural night, serata dedicata alla scoperta delle nazioni dei volontari, ci ritrovavamo sotto il portico di casa per chiacchiere e godere dei pochi momenti freschi della giornata. Purtroppo però, dopo solo una settimana di volontariato, mi sono resa conto che c’era qualcosa che non andava. Il problema fondamentale era che i volontari locali non sembravano così preparati al nostro arrivo. Il luogo destinato a piantare le mangrovie era saturo, c’erano pochissimi spazi liberi dove posizionare i semi e, per quanto riguardava le lezioni di inglese, eravamo 5 insegnanti (un volontario aveva un altro progetto) e 3 studenti.

Perciò, dalla seconda settimana, trovando più interessante comprendere la loro cultura e le loro tradizioni, ho chiesto di potermi unire al women group, ossia il gruppo delle donne del villaggio. Tra le tante attività svolte, ho imparato a cucinare chapati – tipico pane locale che utilizzano per qualsiasi pasto -, mi hanno insegnato a intrecciare foglie di banano, che vengono impiegate come tetti per le capanne e mi hanno mostrato come indossare il kanga, indumento locale molto colorato, composto da due pezzi, uno utilizzato come gonna e l’altro come velo per coprire il capo. Nel pomeriggio, alternavo le lezioni di lingua con gli adolescenti a quelle, improvvisate, con i bambini che tutti i giorni si radunavano davanti a casa nostra. Duranti i week-end invece, abbiamo partecipato a numerose escursioni organizzate dai volontari locali, tra cui Safari Blu, Jozani Forest e Prison Island.

A fine progetto, vista l’insoddisfazione di alcune persone, ci siamo confrontati, prima tra di noi, arrivando alla conclusione che a volte la parola “work(camp)” sia solo un pretesto per avere uno scambio culturale (anche perché, aggiungo io, in tre settimane non ci si può proporre di cambiare il mondo) e, in seguito, parlando con i volontari locali, abbiamo capito che la nostra è stata solo sfortuna. Nei campi precedenti si è sempre insegnato in una scuola, ma questa volta ci sono stati problemi tecnici tali per cui hanno dovuto chiamare i ragazzi a casa e invece, per problemi di distanza dal villaggio, avevano appena deciso di abbandonare una foresta di mangrovie più bisognosa del nostro intervento.

Personalmente, avendo già avuto pregresse esperienze di volontariato e sapendo che spesso quello che viene scritto negli infosheet differisce da quello che poi si andrà realmente a realizzare, sono partita senza aspettative. Così i problemi sopra citati, che per alcuni sono stati motivo di delusione momentanea, io li ho presi semplicemente come imprevisto e sono molto felice di aver partecipato a questo progetto. Ho potuto approfondire la mia conoscenza dell’Africa, c’è stato un magnifico scambio culturale sia tra di noi che con gli abitanti del villaggio. Finalmente sono riuscita a vedere la vita da un altro punto di vista.

Volontariato in Indonesia: giochi e idee per risolvere un enorme problema, quello dei rifiuti

Volontariato in Indonesia: giochi e idee per risolvere un enorme problema, quello dei rifiuti

L’articolo è stato scritto da Sara Basso, che nel gennaio 2017 ha partecipato a un campo SCI a Mangkang, un villaggio nell’’isola di Java, Indonesia.

Il mio primo viaggio da sola, il mio primo viaggio fuori dall’Europa e così lontano da casa, la mia prima volta in Indonesia. Nessuna paura e nessun timore, solo tanta voglia di fare qualcosa, qualcosa di positivo per l’ambiente che tanto mi sta a cuore.

Da biologa, laureata a Torino, si affrontano spesso problemi ambientali riguardanti la nostra area, una zona che sta a metà fra la pianura e le Alpi, ecosistemi ben diversi da quelli di un paese tropicale. Dell’Indonesia quasi non ne avevo sentito parlare prima di fare la mia formazione per i campi Sud con l’associazione SCI, quando delle ragazze che hanno fatto un campo là raccontavano un grossissimo problema di quella nazione costituita da isole: il problema della plastica. In realtà non solo plastica, ma rifiuti in generale.

Sappiamo che per un rifiuto organico i tempi di decomposizione sono brevi, per la carta vanno dai 6 mesi a 1-2 anni, ma per la plastica i tempi si allungano di molto e vanno da cento a mille anni. A pensarci è spaventoso e lo è ancora di più se pensiamo che nell’oceano questi tempi si allungano. In una nazione che è costituita da più di diciassettemila isole, di cui circa settemila abitate, questo dovrebbe essere estremamente allarmante.

Una panoramica sul problema

L’Indonesia è una nazione giovane, nata soltanto meno di mezzo secolo fa quando è cessato, costando delle vite umane, il dominio Olandese. La politica oggi è instabile e, per la loro geografia, le isole di questa nazione sono continuamente a rischio tsunami, terremoti ed eruzioni vulcaniche. Ovviamente in un paese così giovane, dove sono ancora presenti numerosi problemi, passa in secondo piano quello della raccolta dei rifiuti. In molti villaggi, come ho visto con i miei occhi durante il campo, i rifiuti vengono ancora accumulati in un punto e bruciati, e quando non vengono accumulati vengono portati al fiume o semplicemente gettati a terra.

Il problema più grosso, nel primo caso, sono le diossine che vengono liberate nel processo di combustione e a lungo termine sono gravemente nocive, in particolare per i bambini. L’accumulo di rifiuti vicino ai fiumi o lasciati per strada fa sì che con le piogge questi vengano trasportati dall’acqua fino al punto dove sfociano i corsi d’acqua. Ecco il problema: se la plastica finisce in mare, c’è il rischio che venga ingerita dai pesci, che possono essere quelli che noi stessi peschiamo, e questo significa che a lungo termine le tossine presenti nella plastica finiscono sulla nostra tavola. Questa è l’ipotesi peggiore, certo, ma dobbiamo anche dire che la plastica è stata introdotta nella vita quotidiana soltanto qualche decennio fa e ora la situazione è già critica. Se in certi paesi non si fa nulla dobbiamo allora tenere in considerazione questa catastrofica ipotesi.

La mia esperienza nel campo

Tornando alla mia esperienza, ho deciso di partire per questo campo di volontariato sperando di poter fare qualcosa riguardo queste problematiche ambientali, dare insomma il mio piccolissimo contributo.
Il campo si svolgeva a Mangkang, un piccolo villaggio vicino alla città di Semarang, che si trova sulla costa Nord dell’isola di Java centrale. Java è l’isola più popolosa dell’indonesia e camminando per le strade lo si nota subito dalla quantità costante di traffico e dalle piccole case attaccate una all’altra. Seppur Mangkang sia un piccolo villaggio, è molto abitato e si trova fra i campi di riso e le spiagge. La costa in questa zona dell’isola di Java è a rischio di abrasione a causa delle grosse onde del mare. Nel proteggere la costa una grande funzione ce l’hanno le foreste di mangrovie, veri e propri habitat ricchi di specie acquatiche e ornitologiche.

Le comunità locali tendono a tagliare le foreste di mangrovie per creare allevamenti di gamberetti e questo è molto dannoso per gli ecosistemi. Una parte del mio campo consisteva anche nella riforestazione di mangrovie, quindi nella piantagione delle singole piante due a du,e quando sono ancora piccole e non più alte di mezzo metro. Questo avveniva spesso in acqua bassa in quanto queste piante crescono bene in prossimità di acqua dolce, vicino al mare, e spesso si trovavano nella zona rifiuti di ogni genere. Ne abbiamo piantate più di tremila. Le mangrovie sono per fortuna resistenti e crescono bene nonostante le condizioni. Fortunatamente anche alcuni granchi e uccelli vivono ancora in queste aree, ma difficilmente, se la situazione rifiuti non cambia, si ricostituirà un habitat ottimale per tutte le specie.

Oltre alla piantagione di mangrovie, l’altra maggiore attività del mio campo di volontariato era la sensibilizzazione per il problema dei rifiuti. Abbiamo svolto diverse attività a riguardo, spesso coinvolgendo i bambini locali. Il primo giorno trascorso al campo abbiamo innanzitutto visitato la gente locale, ci siamo presentati ai maggiori esponenti del villaggio e ci siamo fatti vedere in giro, perché far capire del nostro arrivo è importante.

Le persone del luogo

Vorrei fare una digressione per descrivere la reazione della gente alla nostra vista, premetto che nel campo eravamo in totale in otto: due indonesiani, Yoga il camp leader e Serisa; tre giapponesi, Takashi, Ryoji e Tomoka; una ragazza di Hong Kong, Sumyi; un’italiana, ovvero io, e un Francese, Vico. Quindi quelli che davano veramente nell’occhio eravamo io e Vico, in quanto davvero molto diversi come aspetto dalle persone del luogo. Per tornare alla reazione delle persone, era semplicemente stupefacente, ci guardavano con aria stupita e con un sorriso a trentadue denti, bambini in primis. Era come se fossero sorpresi di vedere gente che veniva da altri luoghi e così tanto diversa da loro, ma non erano affatto riluttanti: erano contenti, sempre sorridenti, non invadenti e rispettosi. Ragazzi e bambini ci chiedevano ogni tanto una foto come se fossimo dei personaggi famosi, questo credo capiti spesso viaggiando oltreoceano e una foto ogni tanto non la si può di certo negare. Sicuramente a casa, oltre a molteplici regalini e souvenir, ho portato i sorrisi di quella gente.

Le attività del campo

Tornando alle attività, oltre a presentarci alla gente locale ci siamo presentati al partner locale dell’associazione IIWC. Si tratta dell’associazione Mangrove Mangkang di pak Sururi che ci forniva e sosteneva per la piantagione delle mangrovie, oltre che portarci la mattina presto su delle piccole imbarcazioni al luogo di piantagione, perché la spiaggia si poteva raggiungere soltanto in barca.

Un’attività svolta all’insegna della gestione dei rifiuti è stata fatta durante una visita agli scout della scuola elementare musulmana. Ci siamo divisi in quattro gruppi da due e i bambini si sono divisi di conseguenza nei diversi gruppi. L’attività consisteva in una gara e vinceva il gruppo che riempiva più velocemente i due sacchi che ogni gruppo aveva con i rifiuti che si trovavano sparsi per le strade. La parte divertente era che ovviamente noi non parlavamo la loro lingua, ma bastava una parola: “ayo”, che significa “andiamo”, perché i bambini ci seguissero. In meno di mezz’ora i sacchi erano già pieni e alla fine tutte le squadre erano vincitrici. Un’altra attività simile aveva coinvolto anche gli adulti e si era svolta in due giornate. Nella prima passavamo di casa in casa recitando una frase in indonesiano che spiegava che saremmo passati la mattina seguente a raccogliere la loro immondizia, che l’avremmo raccolta in un camioncino e portata nella discarica di Semarang, la grande città vicina. Insieme ai bambini, che erano entusiasti di aiutarci, abbiamo svolto il nostro compito e i ragazzi indonesiani cercavano di spiegare, rivolgendosi alla gente del luogo, che un’attività simile andava svolta almeno qualche volta la settimana.

Abbiamo ripulito, nei limiti del possibile perché era davvero tanta, l’immondizia per le strade e cercato di far capire alle persone locali come sia più bello vedere un ambiente pulito e come sia più salutare per loro mantenere le strade senza spazzatura. Durante le due settimane del campo sono state svolte più attività, anche ricreative, come la pulizia e decorazione della biblioteca della scuola musulmana o la “Batik activity”, ovvero una lezione sull’arte del batik, una stoffa molto decorata con una particolare cera, in parte fatta dalle mangrovie tipica della cultura musulmana di Java.

Un’altra attività di “Garbage Management” veniva svolta con una signora del luogo, che ci ha insegnato come recuperare i ritagli di vecchie stoffe per fare dei simpatici fermagli per capelli o spille. Un’idea semplice, da utilizzare anche come regalo e da realizzare semplicemente con degli scarti e un po’ di colla a caldo. Lo stesso lo si può fare con le bustine di plastica del tè o del caffè e si possono creare, ad esempio, dei portachiavi a forma di pesciolino. Idee molto semplici, ma efficaci, che hanno un impatto soprattutto quando vengono insegnate ai bambini, per stimolare l’idea del riciclo.

Per far conoscere il nostro progetto abbiamo anche svolto un’intervista a Semarang per una radio locale in diretta. È stato sorprendente trovare sul pullman del ritorno per Mangkang una signora che aveva riconosciuto la mia voce dalla radio.

Per quanto riguarda il cibo, abbiamo cercato ogni giorno di cucinare noi stessi cibo locale. Alla base di ogni piatto c’era sempre il riso, servito molte volte soltanto come contorno, ma il motto di un indonesiano è “o si mangia il riso almeno due volte al giorno o è come aver digiunato”, almeno così mi è stato spiegato dal leader del campo. L’ultima serata è stata invece dedicata al nostro cibo: ognuno ha cucinato un piatto tipico della propria nazione, con ingredienti che avevamo portato da casa e altri comprati in loco. Si potrebbero spendere pagine e pagine a parlare della cucina indonesiana, che è stata comunque una delle protagoniste del campo, ma non è lo scopo dell’articolo e lasciando un mio commento personale potrei semplicemente dire: “deliziosa”.

Fra le diverse attività spesso abbiamo avuto anche momenti di riposo, utilizzati per andare un po’ in giro ed esplorare la zona o fare giochi e conoscerci meglio Spesso questi momenti venivano interrotti dai bambini che venivano nella casa dei volontari dove dormivamo e svolgevamo dei giochi con loro. Ho riscoperto abilità di disegno che non conoscevo!

A metà fra le due settimane abbiamo avuto un giorno libero che abbiamo trascorso a Malang la città natale dei due ragazzi indonesiani, a poco più di due ore di distanza da Semarang. Lì abbiamo visitato il vicino tempio Buddhista Borobudur, il più famoso dell’isola.

L’intero campo è stata un’esperienza straordinaria. Stare così a contatto con la comunità locale è il miglior modo per comprendere una cultura diversa, osservare da vicino i costumi e le tradizioni. Abbiamo anche assistito a due matrimoni, un’esperienza unica che da semplice turista difficilmente si affronta. Essere là risveglia una voglia di curiosità, di esplorazione e ci si sente come bambini che chiedono perché per ogni cosa. Ci si dimentica quasi, in alcuni momenti, il motivo per cui si è là, tanto si è sopraffatti dalle novità. Ma in alcuni momenti, vedendo la situazione con i propri occhi, lo si sente ancora di più il motivo che spinge a fare questo tipo di esperienza e si è quasi fieri di noi stessi per essere arrivati fino a lì.

Non posso sapere se ho lasciato qualcosa nel cuore di queste persone, sicuramente loro lo hanno lasciato nel mio. Sono sicura di voler fare nuovamente un’esperienza simile nella mia vita. Spero anche di tornare in futuro a Mangkang, per ritrovare le bellissime persone che ho conosciuto e vedere le mangrovie cresciute.

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