“ITALIA-KURDISTAN: Andate e ritorni”: iniziativa presso il Centro Studi Sereno Regis

“ITALIA-KURDISTAN: Andate e ritorni”: iniziativa presso il Centro Studi Sereno Regis

“ITALIA-KURDISTAN: Andate e ritorni”, venerdì 1 dicembre | ore 18.00

Storie di persone che, dal Kurdistan, sono venute in Italia e dall’Italia sono andate in Kurdistan; storie umane di attivismo, di sopravvivenza e di desiderio di scambio e di conoscenza.

Ci avviciniamo alla conoscenza di un contesto complesso attraverso le vive voci di persone che sono state dall’una e dall’altra parte scoprendo l’internazionalismo che vogliamo praticare tutti i giorni, dal basso…

Ore 18.00: Daniele Pepino introduce la serata: “Italia-Kurdistan: una storia di solidarietà dal basso”

Ore 18.20: presentazione del libro: Il Vento ha scritto la mia storia (Edizioni La Meridiana, Molfetta), interviene l’autore Benyamin Somay in dialogo con Rossana Lombardi, studentessa della scuola Holden e volontaria nei villaggi intorno a Diyarbakir nell’ambito di uno scambio giovanile nel mese di settembre di quest’anno

Quando sarò vecchio racconterò anch’io una storia ai miei figli. Di questa storia al momento conosco solo l’inizio. La fine non è stata ancora scritta.

Ore 19.00: Alberto Sanna, vicepresidente dell’associazione Servizio Civile Internazionale, da due anni attiva nel contesto del kurdistan turco in collaborazione con associazioni locali: “Due anni di scambio e di volontariato fra l’Italia e il Kurdistan”.

Ore 19.20: Umut Suvari, presidente dell’associazione Youth and Change, basata a Dyiarbakir: “L’attivismo internazionalista e il suo impatto nel contesto curdo”

Ore 19.45: Carlo, un volontario italiano a Diyarbakir, Berfin, una volontaria kurda a Roma, due esperienze a confronto

Ore 20.00: Aperitivo curdo (a offerta libera).

Esposizione della mostra fotografica

YAZIDI’S EYES – Le fotografie delle ragazze e dei ragazzi Yazidi nel campo profughi di Fidanlik – ottobre 2016

Qui il link all’evento.

Call aperta per un/a volontario/a di lungo periodo a Diyarbakir, sud-est della Turchia

Call aperta per un/a volontario/a di lungo periodo a Diyarbakir, sud-est della Turchia

Il Servizio Civile Internazionale Italia (SCI Italia), in collaborazione con l’associazione Youth and Change Association, ricerca un/a volontario/a che svolga un periodo di volontariato a lungo termine di due mesi a Diyarbakir, nel sud-est della Turchia, con partenza immediata tra il 15 e il 20 maggio 2017.

Questo progetto è stato reso possibile grazie alla campagna di crowdfunding “Yazidi’s Voice” avviata dallo SCI Italia nei mesi scorsi e volta alla raccolta di una somma di denaro finalizzata all’avviamento di corsi di lingua inglese sia per i bambini di Sur, quartiere centrale di Diyarbakir, sia per quelli Yazidi rifugiati in Turchia ed ospitati al momento nel campo di Midyat.

Durante il periodo di due mesi, il/la volontario/a svolgerà attività di insegnamento della lingua inglese nel quartiere di Sur, affiancato/a da personale specializzato locale, con l’organizzazione di corsi rivolti sia a bambini in età pre-scolare e scolare che ad adolescenti. Supporterà inoltre Youth and Change Association nell’organizzazione di un campo di volontariato SCI, che accoglierà volontari internazionali con il fine di supportare lo svolgimento dei corsi di lingua inglese. Accompagnerà, infine, i membri di Youth and Change Association al campo rifugiati di Midyat, al fine di consegnare materiale di cancelleria per i bambini Yazidi ospitati nel campo.

 
REQUISITI RICHIESTI:

  • buona conoscenza della lingua inglese, sia parlata che scritta
  • buona conoscenza del contesto socio-politico dell’area
  • buone doti comunicative e di relazione
  • buone doti di scrittura di report e articoli, sia in italiano che in inglese
  • ottima capacità di lavorare a stretto contatto con bambini e adolescenti
  • ottima capacità di lavorare in contesti difficili e sotto pressione

Il/la volontario/a selezionato/a dovrà partecipare obbligatoriamente ad una formazione organizzata dal Servizio Civile Internazionale, in date e luogo da concordare.

 

CONDIZIONI ECONOMICHE:

A carico del/la volontario/a:

  • biglietto aereo a/r Italia-Diyarbakir
  • 20 euro di tesseramento annuale al Servizio Civile Internazionale

A carico del progetto:

  • polizza assicurativa sanitaria
  • spese di alloggio nella guest house di Youth and Change Association (Diyarbakir)
  • un pocket money mensile di 150 euro

Per candidarsi, inviare CV e Motivation Letter, entrambi in lingua inglese, all’indirizzo nordsud@sci-italia.it entro e non oltre domenica 7 maggio.

 

Yazidi’s Voice: grazie a tutt@ dal Servizio Civile Internazionale!

Yazidi’s Voice: grazie a tutt@ dal Servizio Civile Internazionale!

Un sincero ringraziamento da parte del Servizio Civile Internazionale a tutte le sostenitrici e i sostenitori per aver contribuito alla campagna di crowdfunding “Yazidi’s Voice”, a tutte le persone che si sono spese con il loro tempo e a quelle che hanno collaborato durante le varie iniziative organizzate nei mesi scorsi. Il nostro ringraziamento si estende anche alle associazioni, scuole, spazi sociali ed enti locali che hanno incrociato il nostro percorso. Per concludere, ringraziamo tutte e tutti coloro che hanno creduto nel progetto da varie geografie del mondo.

La campagna si è conclusa raccogliendo una somma di 4.000 euro.

Nonostante il budget previsto (12.000 euro) non sia stato raggiunto, il Servizio Civile Internazionale porterà avanti gli impegni presi impiegando i fondi raccolti per organizzare a livello locale attività rimodulate in base ai fondi raccolti e a quanto permesso dal contesto articolato e mutevole.
La complessa cornice in cui ci troviamo ad operare è in costante mutamento, resa sempre più stringente dalle politiche autoritarie dello stato turco. Politiche inaspritesi a seguito dei risultati del referendum del 16 aprile che ha permesso, con l’approvazione di 18 emendamenti, la modifica della costituzione turca, rendendo il sistema politico presidenziale e conferendo massimi poteri al Presidente Erdogan. Nei giorni successivi al referendum è stato imposto il coprifuoco nel campo profughi yazida di Midyat, città da noi inizialmente identificata come luogo per lo svolgimento del progetto. Tale sviluppo rende impossibile portare avanti all’interno del villaggio le attività d’insegnamento della lingua inglese rivolte ai profughi yazidi.

In tale contesto, abbiamo previsto di supportare, tramite la consegna di materiali didattici, il diritto allo studio della lingua inglese delle bambine e dei bambini presenti nel campo profughi soggetto a coprifuoco. Parallelamente, diversamente da quanto previsto dal progetto iniziale, garantiremo la presenza di un volontario a lungo termine per l’insegnamento dell’inglese alle bambine e bambini curdi di Sur, centro storico di Diyarbakir. Sur è stato il centro di intense lotte armate nei primi mesi del 2016, alla fine delle quali, quasi un quarto della città è stata chiusa e migliaia di residenti sono stati forzosamente trasferiti.

Nello specifico, le attività rese possibili grazie ai fondi raccolti durante la campagna di crowdfunding “Yazidi’s Voice” saranno le seguenti:

  • n. 1 volontario a lungo termine a Diyarbakir per la durata di 2 mesi;
  • n. 1 insegnante curdo di lingua inglese che affiancherà il volontario internazionale;
  • n. 2 campi di volontariato internazionale per l’insegnamento della lingua inglese ai profughi Yazidi e la realizzazione di attività ricreative con bimbi e giovani di Diyarbakir;
  • n. 2 feste popolari nel quartiere di Sur a Diyarbakir;
  • fornitura e recapito di materiali didattici presso il campo profughi yazida di Midyat e presso il quartiere di Sur a Diyarbakir.

I fondi saranno impiegati come mostrato nella tabella riassuntiva di seguito.

Al seguente link trovate la call per candidarsi come volontaria/o, con i dettagli e requisiti necessari.

Il giorno della memoria: storie di Kurdistan, Yazidismo e genocidi

Il giorno della memoria: storie di Kurdistan, Yazidismo e genocidi

Crowdfunding – Dal 27 gennaio, in coincidenza con il Giorno della Memoria, al 25 marzo, in occasione del Newroz, capodanno curdo, sarà aperto un crowdfunding, ovvero un processo di raccolta fondi dal basso. Tutte le informazioni sono contenute sul sito www.yazidi.it, legato alla pagina FB Yazidi’s Voice.

Sarà possibile donare in due modalità differenti: attraverso la piattaforma per i pagamenti gofundme.com oppure di persona, nel corso degli eventi di presentazione del progetto.

Il progetto di crowdfunding.  Da circa un mese le bambine e i bambini ospiti del campo di Findalik, gestito dalla Municipalità Metropolitana di Diyarbakir, sono stati forzosamente spostati presso il campo governativo Afad di Madyat. La regolamentazione del nuovo campo è diversa da quella precedente: ai rifugiati è consentito uscire solo il lunedì e non sono permesse visite di soggetti esterni.

L’obiettivo principale del progetto diviene, quindi, sfruttare nella sua interezza quell’unico giorno della settimana per garantire ai bambini yazidi la possibilità di andare a scuola di lingua inglese. Uno strumento che, nel contesto politico e sociale in cui sono inseriti, può fare la differenza in termini di prospettive di lavoro, di consapevolezza e di libertà personali. Il progetto pilota della scuola avrà durata di tre mesi, e sarà implementato in una casa individuata nel paese di Midyat, con caratteristiche strutturali compatibili alle esigenze del progetto.

La realizzazione del progetto sarà affidata a due volontari a lungo termine, uno locale e uno internazionale, previa selezione, a cui si aggiungeranno altri volontari coinvolti in campi di volontariato internazionale. Questi ultimi saranno di supporto alle attività collaterali con le bambine e i bambini e al loro coinvolgimento nelle stesse, alla preparazione dei pasti, cosicché la scuola si possa trasformare in un momento di festa con ragazze e ragazzi internazionali.

Obiettivo conseguente saranno i bambini curdi residenti nel paesino, cui verranno dedicate le altre giornate a disposizione.

Ringraziamenti. Nel corso degli eventi sarà allestita una mostra con alcune fotografie scattate nel corso dei diversi campi realizzati a Diyarbakir: chi donerà una cifra superiore a 10 euro, riceverà in regalo una fotografia. Chi invece donerà una cifra superiore a 50 euro, riceverà come ringraziamento speciale una lettera da parte dei bambini yazidi rifugiati.

 

Eventi. Gli eventi di lancio e presentazione del crowdfunding sono:

27.01.2017  presso il centro culturale artistico Macao (via Molise, 68 – Milano) per il lancio della campagna

19.02.2017, h17.30,  presso lo spazio culturale giovanile La Dogana (via Dogana, 2 – Milano)

05.03.2017, h20.00,  presso Ostello Bello (via Medici, 4 – Milano)

25.03.2017  presso il centro culturale artistico Macao (via Molise, 68 – Milano) per la chiusura della campagna

  • in corso di aggiornamento

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IL CAMPO RIFUGIATI DI FIDANLIK

Immagini di novembre 2016. A 20 minuti dalla città vecchia, superate le colorate insegne del nuovo centro, attraversato il disordine dei piccoli centri abitati e le loro piccole moschee, costeggiati i segni dalla evidente presenza militare turca, il campo. Lambito dal fiume Tigri, omaggio di civiltà, e immerso nel verde.
Si giunge all’ingresso, un cancello arrugginito di qualche metro tra alte e spesse mura coperte di filo spinato. Dentro, si intravedono le tende chiare che ospitano rifugiati curdi yazidi provenienti dalla regione di Sinjar, o Shingal, in Iraq. 1.500 persone approssimativamente, perché nuovi arrivi e partenze caratterizzano ogni giorno, divise in nuclei familiari da cinque a otto persone che hanno diritto a tre tende, adibite a cucina, soggiorno e stanza da letto.
All’ingresso ci sono alcune piccole strutture sede delle attività e pochi metri oltre cominciano lunghe file di tende, larghi cavi ne portano l’elettricità dai generatori isolati da sacchetti di plastica. A un’estremità ci sono campi da gioco, quasi inutilizzati, che, insieme alle altre infrastrutture, stanno deteriorandosi.
Le pietre della strada sono rosicchiate dall’erba ingiallita e dalla terra, sul percorso ci sono delle aree dedicate all’orto, gestite dalle famiglie che ne hanno volontà. All’interno, equidistanti, ci sono dei negozi di alimentari aperti da ospiti stessi del campo, ad aggiunta delle derrate alimentari distribuite a cadenza mensile – secche – e settimanale – fresche – dalla Municipalità Metropolitana di Diyarbakir, che ne ha in capo la gestione. Affidata a un’ONG turca che impiega personale curdo, e non al governo turco direttamente, garantisce condizioni di vita più elastiche – in termini di libertà di movimento, visite, attività –, seppur a discapito di alcuni servizi e benefit presenti in altri campi.
La condizione giuridica. Al momento dell’arrivo, le autorità turche hanno consegnato a ciascun ospite un badge identificativo con un codice: chi non ha il codice corrispondente all’arrivo più recente e alla permanenza in un campo governativo, gode di meno diritti. In primis c’è rischio di essere espulsi se fermati all’esterno del campo, l’impossibilità di ottenere il riconoscimento dello Status di Rifugiato e di spostarsi dalla Turchia verso l’Europa: ovvero, il blocco di ogni possibile evoluzione del proprio percorso.
Ciascun ospite ha diritto a sole 65 lire turche (circa 20 euro) al mese e non ha i documenti adeguati a lavorare regolarmente, condizione incentivante del lavoro nero malpagato. Alcuni lavorano nei campi di cotone limitrofi e vengono pagati una decine di lire al giorno (circa 3 euro).
I minori ospiti del campo sono un terzo del totale, non viene loro garantita alcuna forma di tutela e le attività a loro destinate sono poche: non hanno diritto di accesso alla scuola, a Diyarbakir, e la regola dell’autogestione si rivela quella vincente.
I genitori si prendono cura di tutti, i figli maggiori si prendono cura dei più piccoli. Tra questi, c’è J., un ragazzo di 23 anni con il volto cresciuto dagli eventi recenti, alto e spesso, capelli e occhi neri: parla inglese e l’ha messo a disposizione.
La scuola di inglese – S., una ragazzina di dodici anni, alta e snella, il viso delicato, i capelli lunghi raccolti in uno stretto chignon color nocciola come gli occhi e le lentiggini, ascolta la lezione con entusiasmo; M., occhi e capelli di suo fratello J., traspare dolcezza, sensibilità e una gran necessità di attenzioni; M., dieci anni di furbizia, ha i capelli rossi e gli occhi azzurri, saltella qua e là trovando modi per “truffare” ai giochi; A., basso e minuto, gli occhi verdi svegli e attenti, i capelli lisci fino alle orecchie, canta dolorose canzoni tradizioni curde.
Sono trenta, tra gli 11 e i 14 anni, equamente e visibilmente divisi tra maschi e femmine, provenienti da una scolarizzazione in lingua araba. J. fa lezione tutti i giorni per un paio d’ore, al confine della stanchezza di bambini abituati a non andare quotidianamente a scuola.
E’ una classe silenziosa, attenta, pronta ad assimilare quello che verrà loro insegnato dall’insegnante, piena di energie che vengono quotidianamente dimenticate. Hanno un gran bagaglio lessicale, ma difficoltà di pronuncia per la poca pratica. Tra di loro ci sono due ragazze che, tra autonomia e dedizione personale, hanno raggiunto un livello di inglese sufficientemente alto da poter coadiuvare J. nell’insegnamento agli altri bambini.
Loro rafforzano la speranza di J. per cui, nonostante tutto, si renda loro possibile raggiungere l’Europa in possesso di alcuni strumenti utili, come la lingua.

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YAZIDISMO

L’angelo pavone. La fede religiosa Yazida viene da qualcuno definita come composta da “adoratori del diavolo” ed è ancora elencata tra le sette musulmane seppur non abbia praticamente nulla di islamico. Credono che “Dio il creatore del mondo, ma non il suo conservatore” perché la “conservazione tocca ai sette angeli divini, principale fra i quali Malak Taìa’us ‘l’angelo pavone’, simbolo dell’immortalità e del sole”.
Il giorno della settimana da loro considerato sacro è il mercoledì e il nuovo anno inizia il secondo mercoledì del mese di aprile che si concretizza in una grande festa.
Il popolo curdo yazida, uno fra i più antichi della Mesopotamia, è stato vittima di 74 genocidi, destinati a diventare un centinaio con quelli ufficiosi, per una stima di circa 700.000 morti.
L’ultimo inconcluso genocidio – È il tre agosto 2014 quando l’ISIS avanza un forte attacco alla regione di Shingal, e nella provincia di Nineveh, nel Kurdistan iracheno. La prima, residenza di 360.000 yazidi, viene sottoposta a pieno controllo mentre la seconda, territorio di altri 200.000 cade sotto un controllo parziale. 3.000 persone sono morte e altrettante sono state rapite: gli uomini sono stati trucidati, i bambini sono stati convertiti forzosamente e indottrinati alla violenza dell’ISIS per divenirne soldati, le donne e le bambine soggette a stupri e torture. Di queste, vendute come schiave sessuali in altre regioni, dozzine sono state uccise e molte altre si sono tolte la vita.
Circa 500.000 yazidi, ovvero circa il 90% della popolazione locale, si trovano sfollati perché le loro case sono state distrutte. Nell’ostico processo di evacuazione delle città e di spostamento nelle regioni curde in Iraq, in Turchia e in Siria, bambini e anziani sono morti a causa della disidratazione o degli stenti. La maggior parte è stata accolta in campi per rifugiati, seppur privi dell’assistenza adeguata ai traumi subiti, mentre tanti sono costretti a dormire in strada o all’interno di edifici abbandonati: tra le categorie più vulnerabili, 20 rifugiati muoiono ogni giorni di fame o malattia.

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IL GIORNO DELLA MEMORIA

Derivazione. Se si intende “la distruzione di una nazione o di un gruppo etnico”, il “genocidio è un crimine che tutto il mondo civile condanna”: dalle parole di Lemkin del 1944 alla legge internazionale riconosciuta dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1946.
Dall’abbattimento dei cancelli di Auschwitz – motivazione originaria per cui è stato istituito – il suo significato è stato poi esteso – deve essere esteso – inevitabilmente esteso ad altri atroci eventi corrispondenti alla definizione.
Yazda.org – Sul sito dell’organizzazione si legge: “We have seen such ethnic “cleanings” before. The Jewish people, historically persecuted time and again, were killed by the millions in the Holocaust before the international community began to provide assistance. […] The Yazidi population in already low: estimated at a mere 700’000”. E chiarisce le specifiche per cui il caso yazida va trattato da genocidio perché mandanti ed esecutori possano essere perseguibili secondo il diritto internazionale.
Ad agosto 2016 la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta sulla Siria, istituita dal Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU nell’agosto 2011 dichiara che il genocidio yazida è in atto.

 

 

1 Left.it/2016/06/16/genocidio-degli-yazidi-sostiene-lonu-ecco-la-storia-del-popolo-oppresso-dallisis
2 yazda.org
3 yazda.org
4 pp 41-54 “STATI ASSASSINI. La violenza omicida dei governi” di Rudolph J. Rummel^
5 Abbiamo già visto pulizie etniche prima. Il popolo ebreo, storicamente perseguitato, è stato ucciso in milioni durante l’Olocausto prima che la comunità internazionale provedesse ad assistenza […] La popolazione yazida è ancora bassa: si stima una mera somma di 700’000 (individui).
6 Per atto e commento: festivaldirittiumani.it/commissione-onu-genocidio-yazida-atto

Campo di volontariato a Diyarbakir: in cucina per i bambini della guerra

Campo di volontariato a Diyarbakir: in cucina per i bambini della guerra

Dal 14 al 23 marzo, un campo di volontariato a Diyarbakir, nella Regione Curda della Turchia, con l’obiettivo di raccogliere insieme fondi per i bambini dell’area, cucinando insieme piatti internazionali da vendere poi a Sur, il centro antico della città.

Il denaro raccolto verrà utilizzato per acquistare materiali per i centri dell’infanzia di Sur e alimenti per i bambini yazidi dei campi profughi di Diyarbakir.

Dopo il duro attacco dell’ISIS ai curdi yazidi del Sinjar, nel Kurdistan iracheno, migliaia di loro sono fuggiti, cercando riparo in Turchia. In molti hanno rifiutato di essere sistemati nei campi profughi gestiti dal governo turco che ospitano siriani, perché convinti che siano legati allo Stato Islamico ed essendo spaventati dai simboli islamici presenti in quei campi. Gli yazidi sono stati così alloggiati nei campi gestiti dalle municipalità curde. Da settembre 2016, però, decine di co-sindaci curdi sono stati arrestati e gli yazidi non hanno più potuto rifiutare il trasferimento nei campi profughi del governo turco, dove soffrono di una grave carenza di cibo.

Prima di iniziare le attività, i volontari e le volontarie parteciperanno a incontri preparatori focalizzati sulla situazione della popolazione curda, con indicazioni su come lavorare con i bambini nel corso del campo di volontariato.

Alloggio: la guest house di Youth and Change Association, partner curdo di SCI-Italia, distante dieci minuti a piedi da Sur.

Per partecipare al campo non è richiesto alcun requisito specifico, ma se sei un/a bravo/a cuoco/a sarà molto apprezzato.

Note: Tutti gli ingredienti principali saranno forniti dall’Associazione, ma i volontari e le volontarie sono caldamente invitati a portare alcuni ingredienti tipici del proprio paese.

Per partecipare al campo, sarà necessario accordarsi con SCI-Italia per un incontro di formazione pre-partenza. Se interessati, scrivere a nordsud@sci-italia.it.

Leggi qui la scheda completa del campo.

Kurdistan, bambini del Sur e bambini del Sole: il racconto di Francesca

Kurdistan, bambini del Sur e bambini del Sole: il racconto di Francesca

Il racconto della volontaria Francesca Fulgoni, che nell’ottobre 2016 ha partecipato a un campo di volontariato SCI nel distretto di Sur e nel campo profughi di Fidanlik, Diyarbakir. Il progetto prevedeva giochi di strada e laboratori con i bambini.

Bambini del “Sur” e bambini del “Sole”

Sono partita per il campo di volontariato a Diyarbakir, senza quasi conoscerne la posizione. Sì Turchia, ma dove? Sì Kurdistan, ma dove? Diyarbakir, “Amed” in curdo, città centrale della Regione Curda, si trova a sud-est della Turchia, vicino al confine siriano ed iracheno. Da secoli terra di conquiste, è bagnata dal fiume Tigri. Avevo sentito racconti di amici venuti più di una volta a fare campi di volontariato. Avevo visto un breve video-collegamento, durante la formazione dello SCI, dove i volontari e il coordinatore del campo curdo parlavano della situazione, dell’accoglienza, della condivisione, dei diritti umani.

Avevo sentito parlare dei curdi, ma non avevo mai approfondito l’argomento. Tra le mille cose da fare, non ci può stare tutto tutto. Ma il tutto ora mi incuriosiva: chi sono i curdi? Come vivono?

Così ho deciso, all’ultimo momento, di partire per il campo. E infatti sono stata l’ultima dei volontari ad arrivare, ma che accoglienza!

All’uscita dell’aeroporto di Diyarbakir, nuovo di pacca, mi sono ritrovata con due ragazzi curdi, con poche parole di inglese e un volontario italiano che mi ha subissato di informazioni per tutto il tragitto dall’aeroporto alla guest-house, mentre io guardavo fuori dal finestrino, cercando di capire dove fossi atterrata. Lungo la strada abbiamo incontrato dei posti di blocco. Ho pensato che lo stato di emergenza post tentato golpe del 15 luglio si facesse sentire. In realtà, non è solo quello. In questo angolo di Turchia le tensioni sociali sono sempre state alte. Una guerra civile si è svolta nel centro di Diyarbakir tra dicembre e marzo del 2015, è durata per più di 100 giorni.

Arrivata nella guest house, c’erano tutti gli altri volontari ad aspettarmi per la cena. Tutti molto più informati di me sulla situazione, sulle condizioni. Io ascoltavo e mi guardavo intorno per capire dov’ero e con chi avrei trascorso i prossimi dieci giorni, 24 ore su 24. È un campo sperimentale, i volontari erano solo italiani. Sei in totale, compresa me. Un gruppo bello variegato per età e per esperienze.

Cosa si doveva fare al campo? Un lavoro di animazione con i bambini: per metà del campo saremmo stati con i bambini del “Sur” e per l’altra metà con i bambini del “Sole”. Chi sono questi bimbi?

I bambini del “Sur”

I bambini sembrano sempre tutti uguali, nella loro innocenza e voglia di vivere. I bambini del “Sur” abitano nel centro storico di Diyarbakir, ricco di moschee, chiese armene, mercati, caravanserragli, negozi, caffè e abitazioni storiche, ma anche molto popolari. Il Sur è stato il centro delle lotte di inizio anno. Ora circa un quarto della città vecchia è chiusa, disabitata, circondata da barricate e sorvegliata. Gli abitati sono stati “sgomberati” e non è ancora chiaro che cosa ne sarà di quella parte della città. Fa un certo effetto camminare lungo la via del centro della città con gente che si muove come formiche, di qua e di là, e vedere tanto controllo, filo spinato e zone completamente chiuse. Pensare che lì ci abitavano famiglie intere, mentre ora non possono più vivere dove sono nati. Lo chiamano lo stato di emergenza. Forse io non ne ho mai vissuto uno e non so bene di che cosa parlo, ma mi è sembrato tutto molto strano, un po’ surreale. Mi è sembrato tutto molto ingiusto.

Gli insegnati e poi i bambini ci hanno accolto con sorrisi e voglia di condividere, di stare insieme. Abbiamo giocato con loro a “un due tre stella”, abbiamo giocato con loro con la polaroid scattando foto alle cose a loro più care. In molti hanno scelto la loro maestra. Abbiamo dipinto il muro del giardino del centro con un murales collettivo, ideato dai più artistici del gruppo, che rappresentava tanta gente, un arcobaleno, degli alberi, un sole e la scritta “aşîtî”, che in curdo vuol dire “pace”. Sulle magliette della gente del murales erano dipinte le lettere dell’alfabeto curdo:  î, ê, û , Q, X, W. Lettere che per anni sono state proibite, come la lingua curda.

Spero sia piaciuto a loro come è piaciuto a me. Spero che in mezzo alla guerra che hanno vissuto, i sorrisi di gente lontana, ma in fondo uguale a loro, con la semplice voglia di stare insieme e condividere il tempo, gli rimanga di ricordo. A me rimarrà di sicuro, insieme agli anelli donati come regalo dalle bimbe.

Durante il nostro campo il sindaco e cosindaco di Diyarbakir sono stati arrestati. Se lo aspettavano. Dopo il tentato golpe del 15 di luglio, sono state arrestate molte persone in Turchia: giornalisti, professori, esponenti politici. Abbiamo visto la città “scossa”, arrabbiata e turbata. Mentre camminavamo per la città, probabilmente tra i pochi stranieri presenti, le polizia ci ha fermato, ripreso e fotografato, oltre ad aver eseguito il consueto controllo dei passaporti. Ci hanno chiesto se eravamo giornalisti. Ci hanno lasciati andare, noi eravamo dei semplici volontari. Rimaniamo però testimoni, nostro malgrado, di quello che hanno visto i nostri occhi.

I bambini del “Sole”

I bambini yazidi del campo profughi di Fidanlik(1), vicino a Diyarbakir, vengono dal Sinjar, Kurdistan Iracheno. Sono stati afflitti dall’ennesimo genocidio condotto dalle forze dell’ISIS il 4 agosto del 2014. Di genocidi nei loro confronti ne hanno contati ben 74, negli anni. Sono riusciti a scappare dalle loro terre durante l’estate, sotto 45° di caldo. Li chiamano i bambini del “Sole”, in riferimento a una delle divinità yazide.

Ci hanno detto che sono quattrocento i bambini del campo. Molti di loro vogliono imparare l’inglese, guardano al futuro. Alcuni di loro, conversando con me in inglese, mi raccontano che hanno iniziato a impararlo da soli, non c’è scuola per loro. Jamal, un ragazzo del campo, ha iniziato a fare lezioni di inglese, in maniera informale ma molto partecipata. Siamo andati ad animare un po’ le sue lezioni. Abbiamo creato, disegnando una ad una le carte, un piccolo memory con vocaboli in inglese. Non avevamo considerato che i tavoli della scuola erano di vetro e più che giocare, dopo la lezione di vocabolario d’inglese, mi sono ritrovata a rimproverare i bimbi che si chinavano con 5mila scuse differenti sotto il tavolo, a sbirciare le carte. Erano molto belli!

Durante una pausa nel giardino retrostante, vedo in lontananza una ragazza bellissima, seduta da sola ad un tavolo di legno. Dopo pochi minuti mi si avvicina, due occhi scuri, profondi ed intensi mi guardano. Inizia a parlare lei, si presenta, mi chiede il mio nome, con un modo di fare maledettamente naturale. Lo stesso modo di fare che ho ritrovato in molti volti curdi incontrati. Mi racconta che viene da Sinjar, è venuta al campo per pochi giorni a trovare i sui genitori che vivono qui. Poi tornerà in Iraq a lavorare per una ONG che sostiene le persone rimaste là. Lei ha imparato l’inglese da sola. Lo parla stupefacentemente bene. Mi racconta che lavora con le donne catturate dall’ISIS e poi liberate. Mi racconta, mi racconta che un giorno una donna le chiede un favore, uno solo. Le chiede: “Possiamo ballare insieme?”. Durante la cattura non si poteva cantare, non si poteva ballare, non c’era musica, era tutto vietato. Voleva ballare per liberarsi, come se fosse stata morsa dalla tarantola, come se la musica e le canzoni fossero state il suo sangue, la sua vita. Voleva dimenticare e rinascere.

I bambini giocavano con noi. Gli abbiamo lasciato le fotocamere e si sono divertiti. Le foto fatte da loro, sono bellissime.

 

Al ritorno, più confusa che mai, sull’aereo verso casa, pensavo. Pensavo a come la libertà di espressione sia un diritto umano fondamentale. Pensavo che impedire a un popolo di esprimersi con la sua lingua e con le sue tradizioni sia un crimine. Qui la cultura tramandata parla di cantastorie, parla di musica, di canzoni, di danze, una cultura orale nata prima di Cristo. La religione yazida è antecendente la nascita di Gesù. È come se a un Fiorentino togliessero Dante e la cupola di Brunelleschi, ai Romani il Colosseo e i filosofi antichi e così via… È come se togliessero le radici al nostro albero.

Terra di conquiste, terra di gente che è abituata a lottare e resistere per salvaguardare la propria identità e riconoscerne il diritto a tutti gli essere umani.

(1) Oggi il campo profughi è stato delocalizzato. Per approfondire: http://www.uikionlus.com/la-delocalizzazione-degli-yazidi-nel-campo-di-fidanlik/

“I curdi non hanno amici, ma montagne”: sguardo sul Kurdistan di Umut Suvari

“I curdi non hanno amici, ma montagne”: sguardo sul Kurdistan di Umut Suvari

Articolo di Umut Suvari, di Youth and Change Association, partner di SCI-Italia in Kurdistan.

Read the English version.

Nel 2014, quando il mondo aveva appena iniziato a conoscere e ad essere colpito dalle “feroci storie” dell’ISIS, la gente curda è stata colpita dritta al cuore dal tentativo di massacro/genocidio degli Yazidi provenienti da Sinjar, in Iraq, e da Kobanê, Rojava, Kurdistan. I curdi di Kobanê hanno avuto la possibilità di autodifendersi ma, sfortunatamente, gli Yazidi non hanno avuto né la possibilità di difendersi da soli, né sono stati protetti dalle forze dell’ordine della regione curda dell’Iraq. Gli Yazidi sono stati lasciati soli. Migliaia sono stati uccisi, migliaia di ragazze e donne sono state rapite come schiave, e centinaia di migliaia sono stati costretti a fuggire.

Gli Yazidi hanno dovuto affrontare tentativi di massacro e di genocidio (l’attacco dell’ISIS è stato considerato dagli Yazidi come il settantaquattresimo tentativo di genocidio). A causa di ciò, tutto il popolo curdo si è vergognato per non essere stato in grado di proteggerli. Ciò nonostante, gli Yazidi hanno un ruolo molto importante nel mantenere vive le vecchie culture e tradizioni curde. Per questo motivo noi, come popolo curdo, abbiamo considerato questo attacco come un tentativo di genocidio culturale. Ecco perché, quando gli Yazidi sono arrivati in Turchia, tutto il popolo curdo ha cercato di aiutarli e di mostrarsi solidale nei loro confronti.

Molti Yazidi non volevano essere sistemati nei campi profughi gestiti dal governo turco che ospitano siriani, perché convinti che siano legati allo Stato Islamico e gli Yazidi sono spaventati dai simboli islamici presenti in quei campi. I ricordi passati e presenti di questi simboli li perseguitano ancora, perciò sono stati sistemati nei campi gestiti dalle municipalità curde.

Poichè gli Yazidi hanno rifiutato di stare nei campi profughi governativi, il governo turco non ha dato loro lo status legale di “rifugiati” o “persone che beneficiano di protezione temporanea”. Sono stati aiutati solo dai comuni e dalla gente curda, dalle ONG e dalle organizzazioni internazionali.

Quando arrivarono a Diyarbakir nel 2014 erano più di 5000. La maggior parte si spostò in altri paesi europei, qualcuno di loro rientrò in Iraq. Al momento ci sono 1300 profughi Yazidi nel campo di Diyarbakir e noi, come Youth and Change Association, abbiamo cercato di supportarli soprattutto in ambito sociale e culturale. Una delle attività principali che facciamo per loro è in collaborazione con SCI-Italia e consiste in campi di volontariato internazionali, che hanno ospitato anche volontari di SCI Catalunya. Inoltre, nel 2016 abbiamo organizzato un progetto di scambio internazionale giovanile tenutosi dal 30 settembre al 9 ottobre: 33 partecipanti provenienti da Italia, Germania, Bulgaria, Romania e da Diyarbakir sono stati insieme per 10 giorni. I volontari internazionali e curdi hanno organizzato diversi workshops, seminari, gruppi di discussione, presentazioni, etc; per 3 giorni hanno coordinato varie attività coinvolgendo più di 200 bambini Yazidi.

Da settembre (2016), decine di co-sindaci curdi sono stati arrestati e il Ministro dell’Interno ha nominato governatori e vice-governatori per la gestione dei comuni. Purtroppo, i co-sindaci del comune di Yenisehir – quello maggiormente responsabile del campo profughi – sono stati arrestati il 7 Dicembre del 2016. I “nuovi managers” hanno cercato di convincere gli Yazidi a spostarsi nei campi gestiti dal governo ma loro si sono rifiutati di andare, dicendo che se fossero stati obbligati a lasciare il campo, avrebbero preferito ritornare direttamente nei campi in Iraq. I profughi Yazidi sono impauriti dall’idea di essere mandati nei campi gestiti dal governo durante il periodo invernale. Noi come giovani volontari, cerchiamo di impedire che tale eventualità si verifichi e di dare maggiore visibilità a questa situazione, con l’obiettivo di evitare ulteriori sofferenze agli Yazidi. (1)

È per noi molto importante aumentare la cooperazione a livello internazionale, mostrare maggiore solidarietà e creare relazioni con le varie comunità nel mondo. Le attività che lo SCI sta facendo in tutto il mondo sono per noi di molto valore e di tutto rispetto. Lo scorso anno abbiamo collaborato diverse volte con lo SCI e crediamo di aver fatto insieme delle cose importanti. Per questo motivo, la collaborazione con SCI-Italia è sempre un onore per noi.

C’è un proverbio curdo che dice: “I curdi non hanno amici ma montagne”. Il popolo curdo crede a questo proverbio, forse perché nel corso della sua storia è stato più volte ingannato dai poteri sovrani. Tuttavia, oggi il popolo curdo non ha solo montagne ma anche amici preziosi e forti come le montagne. In particolare i nostri amici italiani, che si sono dimostrati degli amici non solo a Kobanê ma anche a Amed (Diyarbakir).

(1) Alla fine il campo è stato sgomberato e la maggior parte degli ospiti sono stati trasferiti a Mardin. Per approfondire: http://www.uikionlus.com/la-delocalizzazione-degli-yazidi-nel-campo-di-fidanlik/

“Kurds have no friends. But mountains”: an article by Umut Suvari

“Kurds have no friends. But mountains”: an article by Umut Suvari

In 2014 when the World just started to hearing and suffering from ‘savagery stories’ of ISIS, Kurdish people felt it right in their hearts because of the massacre/genocide attempt of Yazidis from Sinjar, Iraq and Kobanê, Rojava Kurdistan. Kurdish people from Kobanê had a chance of self-defence but unfortunately Yazidis neither have that chance for self-defence nor they were protected by the Kurdistan Region of Iraq security forces. Yazidis were left alone. Thousands were killed, thousands more girls and women were kidnapped as slaves, and hundreds of thousands were forced to flee.

Yazidis have been facing massacre and genocide attempts (ISIS attack was accepted as 74th genocide attempt by Yazidis). Because of this, all Kurdish people felt so ashamed not being able to protect them. However, Yazidis have such an important position as still keeping old Kurdish beliefs, cultures, traditions etc. Therefore we, as Kurdish people, accepted it as cultural genocide attempt. That’s why, when Yazidis came to Turkey, all Kurdish people try to help and show the solidarity with them.

Many Yazidis didn’t want to be settled in Syrian refugee camps run by Turkish government. Because they believe that those in the Syrian camps are affiliated with the Islamic State and they are scared of Islamic symbols there. Their historical and current memories of these symbols were still haunting them. So, they have been settled in the camps of the municipalities run by the pro-Kurdish party.

Because of they rejected to stay in the governmental refugee camps, Yazidis have not been given a legal status (“refugees” or “persons benefiting from temporary protection”) by the Turkish government. They have been supported only by Kurdish municipalities and by Kurdish people, NGOs, and international organizations.

When they came to Diyarbakir in 2014, they were more than 5.000 people. Most of them went to the European countries and some of them back to Iraq. Currently there are 1.300 Yazidi refugees in Diyarbakir camp and as Youth and Change Association; we have been trying to support them mostly in the social and cultural fields. One of our main activities for them is with the partnership of SCI Italy. We have organized 2 international work camps (December 2015 and October 2016) with SCI Italy and SCI Catalonia. However, we organized an international youth exchange project between 30th September – 9th October 2016 in Diyarbakir. 33 participants from Italy, Germany, Bulgaria, Romania and Diyarbakir came together for 10 days. They have organized different workshops, seminars, group discussions, presentations etc. And varieties of different activities were coordinated for more than 200 Yazidi children during 3 days.

Dozens of Kurdish co-mayors have been arrested and the Interior Ministry appointed governors and sub-governors to run the municipalities since September. Unfortunately co-mayors of Yenisehir Municipality –which is mainly responsible from the refugee camp-, were arrested in the 7th December, 2016. “The new managers” have been trying to convince Yazidis to move the government camps but they are refusing go there and they said that if they have to leave from the camp, they would prefer to go to the camps in Iraq. Yazidi refugees are afraid of being sent to the government camps during the winter. As youth workers, we are trying to prevent this possibility and making this situation more visible in order to not let Yazidis suffer again (1).

It is very important for us to increase international cooperation, show more solidarity and make relationship with all World communities. The activities which SCI are doing in all around World are very respectful and valuable for us. We have worked many times during this year and we believe that we have achieved something important together. In this sense, partnership with SCI Italy is always a privilage for us.

There is a Kurdish proverb: “Kurds have no friends. But mountains”. Kurdish people believe that probably because of the have been deceived many times by sovereign Powers during their history. But, today Kurdish people don’t have mountains but also have so valuable and strong friends like great mountains. Especially our Italian friends, comrades proved it not only in Kobanê but also in Amed (Diyarbakir).

(1) Eventually the refugee camp was evacuated

Il Kurdistan resiste: riflessioni di un’attivista curda

Il Kurdistan resiste: riflessioni di un’attivista curda

Articolo di Ozlem Tanrikulu, UIKI-Onlus, Ufficio d’Informazione del Kurdistan in Italia.

Bakur (“Nord”) è il nome dato dai curdi all’insieme del territorio delle province turche dell’Anatolia sudorientale. Tale area nella seconda metà dello scorso anno è stata flagellata da operazioni militari. Tuttavia l’attività militare si è caratterizzata per una serie di prolungati coprifuoco che, talora per settimane, hanno impedito una vita regolare alla popolazione di origine curda di Cizre, Silvan, Diyarbakir-Sur, Sirnak, Yuksekova, Nusaybin e altre città. Molti civili si sono rifugiati nelle cantine di edifici e sono morti quando questi sono stati rasi al suolo o incendiati.

Le trattative negoziali finalizzate alla pace, che erano state intraprese a fine 2012 fra lo stato turco e il PKK si sono interrotte a luglio 2015, ormai vanificate. Infatti la rappresentanza legale dei curdi nel Parlamento di Ankara, conquistata dal partito HDP nelle elezioni di giugno e ribadita in quelle di inizio novembre, non ha in pratica mai potuto esprimersi. Addirittura, quest’anno, è stato votato un provvedimento che privava dell’immunità parlamentare numerosi parlamentari, colpendo principalmente quelli dell’HDP.

Il 15 luglio 2016 è stato tentato un colpo di stato, volto al rovesciamento del sempre più autocratico Presidente Erdogan. Da allora la repressione si è inasprita, non solo nei confronti dei curdi. Ha colpito giornalisti ed editori, accademici, magistrati, ufficiali delle forze armate, sospettati a migliaia di un qualche coinvolgimento nel colpo di stato. Quanto ai curdi, molti dei loro rappresentanti parlamentari, che pure avevano condannato il ricorso al colpo di stato del 15 luglio, sono stati arrestati: a partire dai co-presidenti dell’HDP, Figen Yuksegdag e Selahattin Demirtas, 10 deputati e tutti cosindaci comprese ex deputati e ex sindaci curdi.

Le violazioni dei diritti e delle libertà fondamentali in Turchia si sono fatte così evidenti che anche il Parlamento Europeo si è espresso per condannare le politiche repressive portate avanti dal governo Erdogan, con una risoluzione del novembre 2016. E mentre la democrazia turca assume sempre più i tratti di un totalitarismo, i curdi del Bakur– più che chiunque altro – si confermano il suo nemico numero uno.

Alla negazione della propria identità, la popolazione di origine curda risponde, ancora una volta, con la resistenza quotidiana. Nelle città, nei campi profughi, nelle trincee. Nel silenzio o al suono dei mortai. Resistono gli adulti, che intonano canti partigiani per farsi coraggio, e resistono i bambini, che giocano fuori dai tendoni bianchi per sfollati. Resistono da sempre, direbbero le militanti del movimento delle donne del Kurdistan, perché la libertà non rimanga solo un sogno.

Vita a Diyarbakir: Refugee Solidarity training

Vita a Diyarbakir: Refugee Solidarity training

L’articolo è stato scritto dalle volontarie e dai volontari che nell’ottobre 2016 hanno partecipato al training internazionale Refugee Solidarity, a Diyarbakir, nella Regione Curda della Turchia.

Ci svegliamo ogni giorno nella Guest House. Roj bash! I compagni curdi hanno preparato la colazione e ci mettiamo a tavola mentre chiacchieriamo, tra le risate, sulle nostre differenze linguistiche. Heval, compagno in curdo.

A Diyarbakir sono sempre pronti a offrirti e a condividere il tè. La loro è l’ospitalità di un popolo che condivide la vita, la comunità li fa diventare più forti, più presenti. La moschea si fa sentire puntuale all’ora della preghiera, ma qua non tutti sono musulmani, non tutti parlano turco nonostante lo Stato insista ad essere presente. L’anno scorso sul castello di Diyarbakir sventolava una gigantesca bandiera, questo lunedì ce n’erano due: tutti dobbiamo sapere che siamo ancora in Turchia.

Il silenzio curdo, ormai, si è rotto da tanti anni: “Durante il colpo di Stato, per noi, è stato il periodo più tranquillo. Allora pensavo che magari così i turchi avrebbero potuto capire come noi viviamo ogni giorno da tanti anni”. Umut ce lo racconta mentre camminiamo per le strade della loro città. In un piccolo cortile un gruppo di anziani cantano ad alta voce quelle canzone curde che oggi, purtroppo, molti genitori hanno paura di insegnare ai loro figli.

Una piccola Diyarbakir esiste a 20km a sud della città. “Qua la vita non è più vita”, ci dice Semo, nel campo. Lei ci abita da due anni. Ci arriviamo con il pullman e la loro musica che non può mancare mai. Cantano sempre e comunque, il ballo fa parte della loro vita.

Spas, grazie. Xêr hatìn, benvenuti. Il campo rifugiati di Diyarbakir è nato nel 2014 come campo di transizione, ma ormai le frontiere sono chiuse e le circa 1.300 persone che ad oggi ci vivono rimangono qui senza sapere con certezza quando potranno partire, chissà se per tornare a casa oppure per andare in Europa. Semo, di 63 anni, madre di 11 figli e di tanti altri, come dice lei, ci racconta come siano dovuti scappare da Dugur (1). Avevano solo un’ora per mettere la loro casa in una valigia. Non hanno più i documenti e neanche soldi per immaginarsi un domani fuori dal campo. Per fortuna, dice, uno dei suoi figli è riuscito ad arrivare in Germania. Si sentono ogni tanto.

Rifugiato è ormai una parola lontana, ogni famiglia ha il suo percorso e la sua storia. Il parco, di 260.000 metri quadri, dove prima si facevano i picnic, oggi accoglie persone che non hanno alcuno status giuridico riconosciuto, però tutti sanno che ci sono. In maggioranza arrivano dall’Iraq e sono yazidi (2). Loro non dimenticano: sulle loro tende c’è scritto 3/8, in ricordo del genocidio compiuto dall’Isis a Sinjar (3), il 3 agosto 2014. È difficile sapere quanti se ne vanno e quanti arrivano al campo. Ci dicono che durante l’anno sono andate via circa 17.000 persone, ma nessuno ci sa dire dove. La quotidianità, nel campo, scorre in un clima di stagnante transizione. La loro volontà di partire subito si scontra con l’indifferenza del Governo verso le loro vite.

Ci sono domande a cui è difficile rispondere. Le donne vestono di viola, il colore della donna curda. Si prendono cura dei figli e si occupano del cibo, della famiglia, dei ricordi: “Durante il giorno siamo sedute, preghiamo per loro, per noi, ci prendiamo cura dei nostri e cuciniamo per tutti”. Negli ultimi due anni ci sono stati solamente 4 matrimoni nel campo, ormai le persone sono attente a non stringere troppo le relazioni. Sposarsi vorrebbe dire avere una morte in più da
piangere
. Non è una questione di età, molte di loro sperano solo di morire: “Hanno ucciso così tanta gente, che ormai non ho più paura”. Lei ha 20 anni, abita a Diyarbakir e ci dice le stesse cose di Semo.

La domanda sui bambini è sempre quella più difficile da fare. Il campo di Diyarbakir è gestito dalla municipalità, responsabile della sua manutenzione: acqua, elettricità e cibo sono forniti dal Consiglio cittadino, sempre curdo. L’assistenza medica è precaria e gestita da volontari che coprono turni di 5 giorni alla settimana, in una casetta del campo. L’educazione e la sanità sono gestite solo dal governo. Quello stesso governo che la settimana scorsa ha chiuso il canale TV dei cartoni animati e alcune sedi di giornali, lo stesso governo che “accetta i curdi solo se diciamo di essere turchi”. È così che i bambini non hanno più una scuola dall’anno scorso e non hanno più assistenza medica garantita.

La nostra presenza non ha fatto altro che evidenziare una realtà. La presenza di 30 giovani stranieri riesce a rompere la monotonia del campo, i bambini ci sorridono e spremono le loro quattro parole in inglese. Alcuni sono nati nel campo, altri ricordano bene la loro casa e ce la fanno vedere nei loro disegni. Jamal, di 22 anni, insegna inglese 3 volte alla settimana. 200 bambini assistono alle sue lezioni, ma “non è abbastanza: i giorni passano e, senza una scuola, niente riesce a staccarli della stagnante realtà del campo”.

I genitori si avvicinano, spas. Il tempo nel campo sembra prendere un altro ritmo, magari perché dieci giorni non sono abbastanza per conoscere tante storie. Tutti loro ci chiedono una sola cosa, sempre la stessa: portatevi a casa questa realtà, fate conoscere la nostra storia, organizzate campi per i bambini. Loro sono ancora in tempo.

Il sole a Diyarbakir tramonta presto. Alle 18.30 andiamo via dal campo e salutiamo tutti. Per loro il sole è la luce che fa germogliare la vita, il verde della loro bandiera è la terra per la quale lottano e il rosso è la ribellione che li mantiene in piedi. Per alcuni di noi è stata la prima volta in Kurdistan, altri c’erano già stati. In ogni caso, tutti abbiamo imparato che la solidarietà è quello che ci unisce a questo popolo.

 

Alberto, Daniele, Stefania, Gaia, Luca, Azzurra, Francesco e Helena

 

1) Dugur: città a un centinaio di km a sud di Diyarbakir
2)Yazidi: gruppo religioso di origine curda, concentrato soprattutto nella Regione Kurda dell’Iraq
3) Sinjar: città della Regione Kurda dell’Iraq, molto vicina al confine siriano

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