Festeggiare Capodanno con una maratona fotografica a Reykjavik

Festeggiare Capodanno con una maratona fotografica a Reykjavik

Dal 27 dicembre al 5 gennaio un campo a Reykjavik per supportare e partecipare alla serie di maratone di Fotografia Internazionale organizzate dal nostro partner, SEEDS Iceland.

I coordinatori e le coordinatrici del campo affiancheranno i/le volontari/e partecipanti nello sviluppo delle proprie capacità tecniche e artistiche, grazie ad una serie di workshop, sessioni di discussione collettive e analisi concettuali mirate a far emergere lo stile individuale di ciascun partecipante. Al termine di queste sessioni di lavoro gli scatti migliori saranno selezionati per una mostra collettiva presso un cinema indipendente. Ai/alle partecipanti è consigliato di portare con sé la strumentazione fotografica.

Questo campo è inserito in un progetto di apprendimento/condivisione che lo differenzia dal regolare svolgimento dei lavori di un campo tradizionale. I/le volontari/e, macchina fotografica alla mano, esploreranno visivamente la città, per poi ridiscutere insieme del lavoro compiuto nelle sessioni collettive.

Inoltre, ci sarà l’occasione di celebrare insieme il Capodanno, godere dello spettacolo pirotecnico che si svolgerà in città e festeggiare insieme al gruppo internazionale per tutta la notte.

La lingua del campo è l’inglese.

Leggi la scheda completa del campo.

Per maggiori informazioni sui campi SCI nel Nord nel mondo, ecco la pagina dedicata.

Tutti i campi di volontariato del Servizio Civile Internazionale sono consultabili sul database www.workcamps.info.

Ecologismo e tutela dell’ambiente: un campo in Islanda

Ecologismo e tutela dell’ambiente: un campo in Islanda

Dall’8 al 16 novembre 2017 un campo in Islanda, a Reykjavík, centrato sull’apprendimento dei diversi aspetti della questione ambientale.

Attraverso una serie di workshops, verranno trattati argomenti che spazieranno dalle energie rinnovabili allo spreco alimentare, dai modelli di vita eco-sostenibili al consumo consapevole. Questo campo permetterà ai volontari e alle volontarie partecipanti di comprendere a fondo la questione ambientale e di assumere un approccio consapevole in quanto consumatori/trici.

I/le partecipanti del campo avranno la possibilità di visitare progetti locali centrati sull’ambiente, come ad esempio il centro di riciclo, del quale verranno spiegate le attività e i progetti portati avanti in prospettiva ecologica. Oltre alle visite a luoghi di interesse, i/le partecipanti collaboreranno alla tutela ambientale delle zone naturali attorno alla città attraverso attività manuali e pratiche.

Nella parte studio, i/le volontari/e discuteranno e apprenderanno a fondo le problematiche relative all’ambiente, su scala locale e globale, attraverso sessioni di teoria e pratica. Cambiamento climatico, gestione dei rifiuti, tutela delle specie animali, soluzioni sostenibili e tanti altri aspetti relativi all’ambiente e a questioni ecologiste saranno solo alcuni dei temi trattati.

La lingua del campo è l’inglese.

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A caccia dell’Aurora Boreale con la fotografia: un campo in Islanda

A caccia dell’Aurora Boreale con la fotografia: un campo in Islanda

Dal 7 al 16 novembre 2017 un campo in Islanda, a Reykjavík, per gli appassionati e le appassionate di fotografia.

Questo è il decimo anno in cui SEEDS Iceland organizza delle maratone di Fotografia Internazionale. In questi anni, volontari e volontarie provenienti da tutto il mondo hanno partecipato a questo campo, dedicato alla conoscenza e l’apprendimento della tecnica fotografica. I/le coordinatori/trici del campo affiancheranno i/le volontari/e nello sviluppo delle loro capacità e competenze fotografiche attraverso workshop, sessioni di restituzione collettiva e approfondimenti tecnici, sviluppando una cornice entro la quale ciascuno/a potrà sviluppare il proprio stile individuale.

Al termine dei workshop verranno selezionati gli scatti migliori del campo e verrà preparata una mostra collettiva in un cinema indipendente locale. Ai/alle partecipanti è richiesto di portare con sé le proprie macchine fotografiche, obiettivi e, laddove possibile, computer.

Come parte studio, verrà organizzata una spedizione serale o notturna a caccia dell’Aurora Boreale. La nottata ideale verrà scelta in base alle previsioni meteorologiche più favorevoli per il sorgere dell’Aurora, con la speranza di avere sufficiente fortuna.

La lingua del campo è l’inglese, quella locale l’islandese.

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Ecologismo e alimentazione sostenibile: un campo in Islanda

Ecologismo e alimentazione sostenibile: un campo in Islanda

Dal 4 al 18 settembre 2017 un campo in Islanda presso la foresta Hallormsstaðaskógur, il più grande polmone verde del Paese, ad oggi grande all’incirca 30 ettari in seguito al processo di riforestazione avviato nel 1899, in seguito all’approvazione di una legge sulla tutela ambientale del sito.

I/le volontari/e svolgeranno diversi compiti, tutti aventi a che fare con la natura. Saranno ospitati/e in un piccolo centro di produzione alimentare e erboristica organica al 100%, basata principalmente sulla raccolta a mano di tutti i prodotti. Questo campo è perfetto per chi ama il cibo, la vita all’aria aperta e coltiva un interesse nei confronti della nutrizione.

L’attività principale sarà la raccolta di bacche, erbe ed altri prodotti della terra.

Come parte studio verranno approfonditi elementi di ecologismo e di tutela ambientale; inoltre i/le volontari/e impareranno a riconoscere le erbe selvatiche e a conoscerne le proprietà nutritive.

La lingua del campo è l’inglese.

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Difesa ambientale e coscienza individuale: racconto di un campo in Islanda

Difesa ambientale e coscienza individuale: racconto di un campo in Islanda

L’articolo è stato scritto da Giancarlo La Rocca, che nel febbraio 2017 ha partecipato a un campo di volontariato SCI in Islanda, a Reykiavìk.

In un’aula di Scienze Politiche, prima di una lezione di Diritto Internazionale allo Sviluppo, parlando con una collega di ambizioni ed esperienze, nacque l’idea di andare sul sito del Servizio Civile Internazionale e dare un’occhiata alla lista dei campi disponibili. Confesso, se ce ne fosse bisogno, che la presenza in quella lista dell’Islanda ha tolto di mezzo ogni dubbio sull’opportunità stessa di fare un’esperienza del genere.

Da novembre, l’Islanda è rimasta chiodo fisso dei miei progetti, rafforzata, anche qui, se ce ne fosse stato ancora bisogno, dalla tematica del campo: l’ambiente e la coscienza individuale di ciò che è in nostro potere, dalla conoscenza all’atto pratico. Studiando il diritto allo sviluppo e, tra le altre, la tematica ambientale dalla sua origine sino all’Accordo sul clima siglato a Parigi nel 2015, è stato facile appassionarsi a tutto ciò che gravita intorno alla gestione energetica e all’attitudine dell’uomo verso l’ambiente circostante, dal punto di vista sociologico ma soprattutto politico ed economico.

Può sembrare uno stereotipo, ma ad un certo punto ci si confronta necessariamente con quanto si è fatto in prima persona in merito a ciò che ci appassiona, e decidere di partire per il campo “Environmentally Aware” in Islanda è stato un piccolissimo passo per avere più consapevolezza, appunto, del nostro operato. Ne ero convinto prima di partire, e ne potevo uscire solo rafforzato, viaggiare è senza dubbio il modo migliore per confrontarsi con il proprio orizzonte, per via dell’apporto diretto o indiretto degli altri su di noi.

Condividere quei giorni di febbraio, tra neve, vento e “toglietevi le scarpe appena entrate a casa”, con altri nove ragazzi e ragazze dal mondo, è stata la parte più emozionante e soddisfacente dell’intero campo. E abbiamo anche avuto la fortuna di assistere all’aurora boreale, giusto per dare un metro di paragone. Stabilire un dialogo con indiani, americani, tedeschi, coreani, cinesi, giapponesi, romeni, polacchi e ovviamente islandesi; fare battute in una lingua non tua e mangiare cibi da parti del mondo dove forse non andrai mai; condividere punti di vista politici e personali su tutto: aiutarsi a capire il mondo che si abita. Non è una cosa che capita tutti i giorni. È una cosa che vorresti potesse accadere sempre.

Spostandoci più sul piano pratico, dal punto di vista organizzativo il campo è stato messo in crisi dalle condizioni climatiche, manco a farlo apposta. Nel senso che la neve, gli ultimi tre o quattro giorni, ha davvero complicato le nostre possibilità di rispettare la tabella di marcia e apprezzare a pieno le attività programmate. Ci siamo rifatti stando a casa, affrontando un quiz sul cambiamento climatico del National Geographic, cucinando il cibo stipato in valigia dai diversi punti del globo da dove era partito e discutendo di ciò che avevamo imparato. Prima della fatidica nevicata che in mezza nottata ha coperto con almeno mezzo metro di neve tutte le strade dell’Islanda del sud, le attività previste dal campo ci hanno portato per più volte in mezzo alla strada, in mezzo a Reykjavik, con le mani impegnate a raccogliere spazzatura dalla costa, a distribuire volantini e adesivi informativi, con le orecchie aperte a cercare di capire una cultura particolare e notevolmente capace di insegnare, con gli occhi spalancati per non perdersi le montagne innevate, l’orizzonte della città vista dalla cima della chiesa, le balene in mezzo all’Oceano, l’aurora in mezzo al nulla alle due di notte, chiusi solo quando bisognava giocare al gioco di carte Lupus, o Mafia, o Werewolf, o in qualunque modo vogliate chiamarlo.

Il giorno successivo all’arrivo, infatti, siamo andati tutti sulla costa: una cittadina, spontaneamente e senza grosse ambizioni, aveva deciso che quella domenica doveva pulire la costa di Reykjavik dalla spazzatura; e così con guanti e sacchetti, abbiamo fatto compagnia alle decine di famigliole e coppie di amici che si erano recati anche loro per ripulire un lunghissimo tratto di costa. La partecipazione per nulla programmata della città, arrivata ai presenti grazie al passaparola e a qualche messaggio su Facebook, è stata incredibile, a sentire l’emozionata organizzatrice, una donna di un metro e ottanta in tuta sintetica a difendersi dal freddo sulla sula bici elettrica, fornita di portapacchi, ovvero di porta buste della spazzatura di fortuna. La quantità di cose che abbiamo trovato su circa quattro chilometri di strada che costeggia la riva è, credo, paragonabile a quella che si troverebbe in uno dei parchi più puliti di Roma. Eppure la partecipazione non è affatto mancata.

Per i giorni successivi, il programma passava da un piccolo cottage situato nel porto, padrone di casa un certo ex giornalista di un buon metro e novanta. Quel cottage di legno, per piccolo che fosse, oltre a ripararci dal vento tagliente che viene dal mare, è il centro della lotta contro la caccia alle balene. Lì, abbiamo imparato quanto questa attività sia diffusa nel Nord Europa, tra Islanda e Norvegia, chi ne beneficia, quanto sia economicamente folle da intraprendere e portare avanti, quanti fallimenti siano avvenuti alle imprese che ci hanno provato, ma anche quanti ancora ne fanno un business, in particolare per cibare i turisti che a centinaia di migliaia si riversano in Islanda durante l’anno. È stata una lezione di politica, di lobbying, di economia e di umanità non da poco, a torto o a ragione ovviamente, a sentire i diversi punti di vista delle persone del luogo. Dopodiché, siamo tornati al freddo, con in mano una quantità di adesivi “Meet us, don’t eat us” o “Are you whale-friendly?” da distribuire a turisti e abitanti, in modo da parlare con loro e spiegare quanto la caccia alle balene sia insensata anche per il cambiamento climatico e consigliando di non andare in quei ristoranti che servono carne di balena, “Moby Dick on a Steak!” come dice uno slogan di un certo locale del porto. Stare dall’altro lato dell’incontro sul marciapiede, dalla parte di chi cerca di fermare il passante e discutere con lui di una certa tematica, è stato davvero interessante, una posizione che pensavo non avrei mai tenuto in vita mia. Fare quell’esperienza, però, ci avrebbe fatto anche guadagnare un viaggio gratis per andare in barca a vedere le balene, in un freddo mai visto e malgrado la sfortuna di vedere niente nel giro di tre ore al largo, con la vista irripetibile però delle montagne e della città vista dal mare. Su quella stessa barca siamo poi tornati per una conferenza sulla caccia alle balene e sulla legislazione, comparate al caso della caccia ai lupi in Polonia.

Il giorno stesso che le condizioni meteo iniziassero a precipitare, eravamo nel giardino botanico della città, un grande giardino all’aperto che conserva specie botaniche proveniente da tutto il mondo, quasi un custode della diversità i cui addetti devono lavorare come matti per mantenere specie diverse in un clima a volte così proibitivo. Il programma poi passava dal celebre Golden Circle, il giro turistico che va per la maggiore perché passa da tutte le attrattive naturalistiche della regione intorno alla Capitale. Prima tappa, la centrale idroelettrica. Ci si aspetta, da una centrale che provvede all’elettricità di tutta Reykjavik, comprese zone limitrofe, un grande impianto industriale con centinaia di lavoratori. Ad accogliere, invece, è una sorta di museo sull’energia, quasi completamente automatizzato, di piccole dimensioni. È di per certo una delle grandi rivoluzioni islandesi, un Paese che dopo la crisi petrolifera degli anni Settanta, ha semplicemente deciso di tagliare le importazioni di petrolio e riscoprire ciò di cui abbondavano: sorgenti geotermiche. Grazie a queste, l’anidride carbonica presente nell’aria è scesa a dirotto e, tra l’altro, il prezzo dell’energia è irrisorio. Talmente irrisorio da creare la situazione opposta di spreco, più che di consumo ridotto.

L’Islanda, era chiaro a quel punto, aveva da insegnare molto. Un esempio, seppure sui generis, di un certo modo di cambiare le politiche e gestire energia e ambiente. Un popolo così aperto al turismo e così pronto a darti una mano. C’è consapevolezza da scoprire in un campo del genere; e tra lo scoprire una nuova cultura, confrontarsi con tutte le altre che ti parlano una volta tornati in quella che diventa la tua casa per dieci giorni, e il fatto stesso di viaggiare e ritrovarsi da solo con i propri dubbi e quelle poche certezze che ti accompagnano, non c’è alcun motivo per non farsi coraggio e andare a visitare un luogo così remoto e moderno insieme, tra nuove persone da conoscere e sperare di incontrare di nuovo presto. È viaggiare, è una delle cose più belle che possiamo avere in un mondo che ha così tante contraddizioni. Andate in Islanda, partite per un campo del genere, ma fatelo d’inverno se potete, con un buon paio di pantaloni impermeabili, una buona quantità di maglioni, cibo che sapete cucinare dal punto da cui provenite, e con le vostre paure. È inutile lasciarle a casa, è necessario portarsele dietro per capirle meglio e capire almeno un po’ di più chi siete voi.

Esprimere l’internazionalità attraverso la fotografia: un campo in Islanda

Esprimere l’internazionalità attraverso la fotografia: un campo in Islanda

Dal 3 al 13 agosto 2017 un campo a Reykjavik, in Islanda, per organizzare insieme la decima maratona di Fotografia Internazionale, partecipata da volontari/e provenienti da tutto il mondo durante un intenso campo di volontariato dedicato alla fotografia.

Gli/le attivisti/e di SEEDS lavoreranno insieme ai/alle partecipanti del campo per sviluppare le loro capacità fotografiche attraverso workshop, sessioni di studio e approfondimenti tecnici, analisi delle immagini e discussioni concettuali; il tutto, mirato per incrementare lo stile individuale dei/delle partecipanti.

Al termine di tali sessioni, gli scatti migliori verranno selezionati per essere esposti in una mostra locale. Mentre impareranno elementi di fotografia, i/le partecipanti avranno la possibilità di esplorare la cultura islandese, prendendone parte attivamente e catturandone impressioni da mostrare poi alla comunità locale. È richiesto ai/alle volontari/e di portare con sé la propria attrezzatura (fotocamere, obiettivi e computer laddove possibile) ed essere preparati/e a discutere insieme insieme al gruppo dei propri scatti in sessioni di restituzione del lavoro svolto.

Come parte studio, si prenderà parte al Reykjavik Gay Pride 2017, che avrà luogo tra l’8 e il 13 agosto, del quale verranno immortalati i momenti più importanti come esercitazione.

La lingua del campo è l’inglese.

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Latitudine 64°N: impressioni islandesi [Parte II]

Latitudine 64°N: impressioni islandesi [Parte II]

Una sera partecipammo ad un aperitivo (al museo) dove c’era anche la possibilità di ballare su musiche islandesi, che poi lasciarono il posto agli Abba. Quella sera facemmo la conoscenza di tre ragazzi che erano capitati per caso a Reykholar e che stavano facendo il giro dell’Islanda con una macchina noleggiata. Due di loro venivano da Bruxelles, uno da New Orleans, e ciò che li accomunava era la passione per il viaggio. Ci fecero vedere le foto dei posti dov’erano stati, che la parola “incredibili” non potrebbe descrivere neanche lontanamente. Mi ripromisi che, se avessi avuto la possibilità di tornare in Islanda, avrei assolutamente noleggiato una macchina e avrei girato in lungo e in largo quei posti indescrivibili. I nostri nuovi amici ripartirono la mattina seguente, ma non prima di salutarci alla competizione di trattori, dove eravamo impegnati a controllare i bambini sui gonfiabili. La domenica assistemmo (per curiosità culturale) alla messa tenuta da una sacerdotessa nella chiesa di Reykholar. Non avevo mai visto una donna celebrare la messa e fu un’occasione rara, considerando il rigido rigorismo italiano in fatto di sacerdozio. Il giorno seguente le fattorie del posto organizzarono un giro a tappe, in cui ciascuna metteva a disposizione zuppe di propria produzione.

Quello fu l’ultimo giorno di lavoro, ma Harpa, il nostro “boss”, organizzò per noi volontari una cavalcata tra i fiordi sui suoi cavalli. I cavalli islandesi sono un po’ più tozzi di quelli a cui ero abituata, la maggior parte sono molto docili e non è difficile cavalcarli (salvo la mia cavalla, una vera prima donna, che non ne voleva sapere di seguire le mie indicazioni e, ogni volta che riprendevo il controllo, mi riportava dai suoi amici cavalli, cosa che, evidentemente, riteneva un impiego del tempo molto migliore rispetto a quello che le chiedevo di fare io). Harpa ci raccontò che i cavalli islandesi sono particolarissimi, perché lontani da casa muoiono per la nostalgia. Sono certa che non sia un’esagerazione, perché le terre islandesi sono una specie di microcosmo incantato, dove, su sfondi mozzafiato di natura incontaminata, si svolge l’esistenza pacifica di un popolo che non ha dimenticato il valore della cura e della dedizione verso gli altri e verso l’ambiente in cui vive, in una forma di solidarietà disinteressata e genuina, e che, pur non precludendosi le innovazioni che hanno portato la scienza e la tecnica (tutti gli islandesi che ho conosciuto hanno almeno un Suv e un iPhone), ha saputo farne un uso misurato, senza abbandonarsi ai ritmi frenetici della vita moderna, per conservare ancora quei momenti in cui ci si accorge della vita che tutta freme e fermenta intorno e non è soffocata da colate di cemento e non è stretta da fili elettrici.

Infine, con gli altri volontari tornammo a Reykjavik, un po’ dispiaciuti che il viaggio fosse quasi al termine, ma riuscimmo a regalarci comunque un’ultima gita: in verità, fu il giro più turistico e meno entusiasmante di tutta la “vacanza”, perché dati i tempi stretti l’unica possibilità era visitare il “Golden Circle”, che probabilmente ci riportò alla disincantata dimensione massificata del turismo mondiale, con i suoi bagni di folla che si riversa nei 30 minuti concessi dalla guida nelle tappe previste, accanto la geyser più grande d’Islanda (Geysir), le cascate Gullfoss e il Thingvellir National Park, ex sede del Parlamento e punto di contatto fra i due continenti. Ricordo che fece a tutti noi volontari uno strano effetto vedere quelle meraviglie naturali imbrigliate entro cordicelle e cartelli: era uno scenario completamente diverso da quello a cui ci eravamo abituati nell’Ovest e ricordo come l’impressione generale fosse di forze della natura “addomesticate”, o forse infiacchite dalle folle di turisti preoccupati di riuscire a fotografarle-farsi­fotografare.

La sera cenammo con altri volontari che incontrammo al dormitorio di SEEDS e che avrebbero iniziato un campo l’indomani. Non fu una cena tipica islandese, perché nell’indecisione generale la fame prevalse (era piuttosto tardi) e ci accontentammo di hamburger e birra, ma le risate e i racconti di quella sera resero quei panini assolutamente speciali. Passeggiammo per la città fino a mezzanotte, nonostante sembrassero le cinque del pomeriggio, con il cielo striato dalle luci rosse del tramonto. Nessuno aveva voglia di tornare al dormitorio, perché sapevamo che quello sarebbe stato il momento del disincanto, dello stacco, il momento in cui si traccia il confine fra l’oggi e il domani. Infatti, in Islanda il sole non tramonta mai d’estate, per cui sembra di vivere un giorno che dura all’infinito, l’orologio è un residuo che odora di casa, ma non c’è nulla che dia davvero l’impressione dello scorrere del tempo, sembra sempre di avere tutto il tempo del mondo.

Prima di partire per il campo di volontariato pensai che partecipare ad un’iniziativa che poneva a diretto contatto con la popolazione del luogo, che faceva entrare nelle maglie dell’organizzazione locale, toccare magari le problematiche, approfondire gli usi e le tradizioni locali fosse il punto di partenza migliore per avvicinarmi ad un luogo così distante dall’Italia e da ciò a cui ero abituata, un luogo che da una parte ammicca al vicino circolo polare e dall’altro sorride caustico all’occidente che si srotola come un tappeto ricamato ai suoi piedi. Un’isola con una lingua che, per emanciparsi dal dominio danese e rivendicare la propria indipendenza, addirittura ha coniato termini sostitutivi suoi propri per nomi che il nostro vocabolario ha recepito per osmosi da altre lingue e che ora sono patrimonio comune, compreso da tutti, non legato ad un’area geografica specifica (mi riferisco a “computer”, “garage”, “monitor”, ecc.).

Togliersi gli abiti da turista e vestire quelli scomodi e sporchi da lavoro permette certamente di calarsi meglio nella realtà locale, anche se, forse, mi aspettavo qualcosa di più, quando invece gli islandesi ci consentirono di dare solo un piccolo contributo al loro festival. Ma fu comunque un primo e prezioso approccio, che ci consentì di conoscere la gente del luogo (con cui ancora oggi siamo in contatto), scoprire il loro irresistibile senso dell’umorismo, la loro generosa e spontanea ospitalità, il loro stile di vita ammirevole (per come riescono a sopravvivere in quei luoghi incontaminati, a volte faticosi e anche ostili nelle stagioni più fredde), di imparare molto e ricordare quanto a volte ci si perda sullo strato epidermico delle cose; di scoprire quanto non sia, in definitiva, così lontana una latitudine 64°N dai miei pensieri.

Latitudine 64°N: impressioni islandesi [Parte I]

Latitudine 64°N: impressioni islandesi [Parte I]

L’articolo è stato scritto da Irene Ottolini, che nel luglio 2016 ha partecipato a un campo di volontariato SCI in Islanda.

Riuscite a immaginare un luogo che come coordinate ha 64°N di latitudine? Siete nel punto più estremo, tangente il circolo polare artico, oltre il quale c’è spazio solo per l’immaginazione. Quindi mettetevi comodi, attenti a non oltrepassare il confine, perché oltre non esiste più strada, passaggio, sentiero, o rotta. Quanto può essere suggestivo un luogo del genere? Impossibile non rimanerne sedotti…Per me fu una di quelle volte in cui addirittura semplici numeri ebbero la capacità di evocare universi sconosciuti, senza tracciarne la fisionomia, ma lasciando dietro di sé il chiaro sentore di occasione irripetibile e, con il classico entusiasmo portentoso e travolgente dei vent’anni, non ci pensai due volte quando lessi la destinazione “Islanda” nella lista dei campi di volontariato proposti dal Servizio Civile Internazionale.

Non fu difficile organizzare la partenza (cosa che, forse, mi preoccupava più di tutte, essendo alle prime armi in fatto di campi), perché lo “staff” dello SCI fu da subito molto disponibile ed efficace nel mettermi in contatto con l’associazione SEEDS, che ospitava i campi in Islanda, e in poco tempo mi ritrovai seduta su una valigia troppo piena, cercando di chiudere la cerniera senza rompere nulla. Le tratte Venezia-­Keflavik purtroppo non sono dirette e fu un viaggio interminabile (se non altro per gli scali, quasi più lunghi dei voli), ma non mi sono mai lasciata intimidire dai lunghi viaggi, quantomeno perché danno veramente l’idea di aver raggiunto un posto, molto più di quei voli istantanei che annullano le distanze.

Arrivai a Keflavik a mezzanotte di un giorno alla fine di luglio con il sole ancora alto. Sostenuta da un inaspettato e incrollabile ottimismo, dimenticandomi della stanchezza, trovai senza difficoltà la navetta per Reykjavik, la mia destinazione per quella notte. Ricordo bene quel viaggio in pullman: fu il mio primo assaggio dei paesaggi islandesi e ne rimasi totalmente affascinata. Non avevo mai visto nulla di simile e assaporavo con sguardo insaziabile le sterminate distese di rocce fondersi con la vegetazione locale, illuminate dal sole di mezzanotte, in un connubio di terra, roccia, licheni e acqua, in mezzo solo la strada asfaltata, quasi una concessione di quello sfondo selvaggio che si era lasciato addomesticare per quella lingua d’asfalto. Nonostante l’assenza di tracce umane, non mi sentii affatto dispersa nel nulla: era, al contrario, molto riposante per gli occhi e distensivo per la mente, come una boccata d’ossigeno. Il paesaggio cominciò a cambiare quando arrivammo nei pressi di Reykjavik e allora cominciarono a delinearsi i profili delle case, delle strade, dei semafori e tutto ciò che, in definitiva, avevo lasciato molte ore prima.

Il campo a cui ero iscritta si svolgeva a Reykholar, un paesino a 230km da Reykjavik, e il mio compito insieme a quello degli altri volontari era un indefinito e generico supporto organizzativo al festival di tradizioni e cultura locali. Con altri tre volontari viaggiammo in pullman fino alla regione cosiddetta “Westfjords” (fiordi dell’ovest) e raggiunsi così la destinazione finale.

Reykholar è un paesino costruito alle pendici di un monte e affacciato sui fiordi, popolazione: 135 abitanti, di cui molti bambini e adulti sopra i 35 anni; il gap riguarda i ventenni, quasi tutti concentrati nelle principali città islandesi. Il nostro alloggio era previsto nella scuola locale. Le scuole islandesi sono organizzate in modo da garantire agli studenti un riparo in caso di maltempo e condizioni atmosferiche sfavorevoli, tali da rendere difficile il ritorno a casa, per cui molte strutture sono dotate di camere da letto, bagni e cucina. Fu una vera fortuna perché ero pronta a ben altro, come tende e accampamenti alla buona, quando, invece, ci ritrovammo ad avere addirittura una camera da letto per ciascuno.

Il gruppo di volontari riuniva ragazzi da tutto il mondo: il leader era un ungherese, gli altri erano due spagnoli e una bretone, più avanti ci avrebbe raggiunto anche un ragazzo americano del New Jersey, incaricato di farci delle foto. Si instaurò subito un bel clima, senz’altro merito di Gabor (il nostro leader) che ci mise l’energia giusta, ma anche del fatto che eravamo tutti ben disposti a lavorare e a condividere al meglio quei dieci giorni. Cucinavamo a turno e in coppia, un modo ulteriore per conoscerci, e fu l’occasione per sperimentare cibi tipici di altri luoghi (e anche qualche pasta stracotta, ma ben accetta fuori dall’Italia, dove sarebbe un’eresia!!!). Una sera fu dedicata all’international dinner, in cui ciascuno di noi aveva il compito di cucinare il piatto tipico del proprio paese, con i cibi che, eventualmente, eravamo riusciti a portare da casa. Furono tutti entusiasti della carbonara senza panna (non si capisce perché oltre il confine dell’Italia la carbonara venga automaticamente interpretata con la panna) con pasta italiana e vero pecorino; gli spagnoli condivisero vari salumi tipici, dall’Ungheria assaggiammo il langos (cibo tipico della street food) e dalla Bretagna le varie salse e, la mattina seguente, omelette.

A ritmo di “Bombastic” e di storpiature inglesi passò il tempo, ridendo e scherzando, quasi senza renderci conto del lavoro di ogni giorno. I compiti che ci vennero assegnati non furono particolarmente difficili: per lo più gli organizzatori del festival ci chiesero di spostare tavoli e sedie, a volte anche montare le barche del museo, gonfiare e attaccare per la città palloncini e così via. Presto scoprimmo quanto fosse piccolo quel paesino: c’erano solo tre luoghi d’attrazione, di cui uno, la scuola, fu il primo in cui mettemmo piede; gli altri si riducevano alla piscina e al museo, che fungeva anche da cinema e da luogo per la vendita di alcoolici (soprattutto birre, tra cui anche quella alle alghe di produzione locale), il tutto gestito da una donna di cui non avremmo mai saputo dire l’età, per il suo viso giovane, quasi ventenne, ma i modi bruschi e molto bossy, forse più comuni in una donna di età avanzata.

Un pomeriggio la gente del luogo organizzò una festa per i bambini in piscina: il nostro compito era gonfiare enormi palloni di plastica, infilarci dentro i bambini e lanciarli in piscina per tre minuti, per poi ripescarli. Il tutto a ritmo di canzoni che scoprimmo essere inaspettatamente familiari, infatti si trattava de “il ballo del qua qua” e altre, ma in islandese! Un altro episodio divertente fu la partita di calcio che organizzarono su un campo cosparso di alghe. Immaginate che scivoloni (e come ne uscirono i calciatori: più o meno dello stesso colore del campo)! Arbitrammo una gara di pedalò, al termine della quale era previsto un falò e il concerto di Bjartmar, cantante islandese, che pare fosse molto famoso, al punto che gli altri spettatori erano convinti che noi volontari fossimo venuti dall’Italia, dall’Ungheria e dalla Spagna apposta per assistere al concerto (quando a malapena riuscivamo a pronunciare il suo nome!). Vi partecipò gente più o meno attempata, ma con un entusiasmo giovanile contagioso, che mi fece desiderare più volte di riuscire a capire l’islandese. Al termine della serata due anziane signore furono così gentili da riportarci alla scuola di Reykholar in macchina, ma ogni nostro tentativo di conversazione cadde nel vuoto, perché, come due teenager appena tornate dal concerto del loro cantante preferito, per tutto il tragitto non fecero che parlare fittamente tra loro e lanciarsi in esclamazioni entusiaste (e incomprensibili).

 

La magia dell’Islanda: il racconto di Elisa

La magia dell’Islanda: il racconto di Elisa

L’articolo è stato scritto da Elisa Mori, che nell’ottobre 2016 ha partecipato a un campo di volontariato SCI in Islanda.

Il 14 ottobre 2016, alle quattro del pomeriggio circa, sono arrivata in Islanda. Credo che questa data me la ricorderò per sempre, sono sempre stata affascinata dal potere che hanno alcuni determinati giorni, di influenzare la nostra vita, spesso in maniera impercettibile, ma determinante.

Quando ho visto per la prima volta la strada principale di Reykjavik, che in quel momento mi sembrava così sconosciuta e disarmante, non avrei mai pensato che dieci giorni dopo ripercorrendola al contrario per tornare a casa, l’avrei sentita così familiare e nostalgica.

Essendo una personalità timida, ero nervosa all’idea di dove condividere le mie giornate con degli sconosciuti, ma quando ho stretto le loro mani e ho guardato i loro volti sorridenti, le mie paure sono svanite all’istante. Insieme ai miei quattro compagni di convivenza e ai tre team leader, abbiamo varcato la soglia della nostra dimora e ci siamo subito sentiti a casa. La sera stessa è un’odissea di ricordi e di sensazioni confuse, complice la stanchezza, ma ho potuto scoprire fin da subito la natura cordiale e amabile degli abitanti dell’Islanda, dopo essermi imbattuta in un gruppo di ragazzi che mi hanno aiutata a trovare la strada di casa.

Il giorno seguente abbiamo esplorato la città e mi sono innamorata di ogni via, di ogni casetta con il tetto colorato, di ogni negozietto caratteristico. Ciò che però ho amato particolarmente è stato provare l’esperienza unica di fare il bagno nella piscina riscaldata all’aperto, insieme a centinaia di altre persone, svago principale degli islandesi.

La sera, insieme agli altri volontari, ho sperimentato la vita notturna di Reykjavik e sono stata colpita dalla folle sensazione di allegria e di libertà che regnava in ogni angolo della strada. In quell’occasione ho iniziato a creare un forte legame con alcuni dei miei compagni,ma soprattutto con i ragazzi facenti parte del team di Seeds, con cui ho passato momenti di puro divertimento.

Come mi era già stato annunciato, il lavoro che viene svolto dai volontari per Seeds è più che altro mentale, quindi a parte un giorno di duro lavoro nel cimitero di Reykjavik, a ripulire le strade dalle foglie, non posso certo dire di essermi affaticata. Quello che però è innegabile è che sono sicuramente tornata a casa con qualche nozione in più e con un desiderio ancora più grande di volere salvaguardare la natura.

I team leader Mathi e Kasia, ci hanno parlato del lavoro che svolge Seeds, ci hanno portato nella centrale di riciclaggio della città e ci hanno fatto parlare con un’associazione che, in collaborazione con Seeds, cerca di boicottare il consumo da parte degli stranieri della carne di balena, vista come una prelibatezza islandese. La brutalità, infatti, con cui sia le balene che le foche vengono ammazzate per un piacere puramente modaiolo, è disumana e da amante degli animali, mi sono sentita molto vicina a questa causa.

Ci è stata regalata, quello stesso giorno, la possibilità di immergerci nell’incredibile esperienza del whale watching islandese. Avendo già sperimentato questo tipo di evento nel mio paese natale in Liguria, pensavo che le sensazioni provate sarebbero state le stesse. Quello che non sapevo, è che il vento e la potenza del mare che caratterizzano l’Islanda sono molto differenti dalle placide correnti che circondano il mar Ligure… Non posso certo dire che sia stata un’esperienza piacevole, ma sicuramente è stata una bizzarra avventura!

Come da precedente accordo, abbiamo potuto partecipare a due incredibili gite fuori dalla città, alla scoperta della natura e della vera essenza dell’Islanda. La prima è stata alla volta della Snæfellsnes peninsula, un viaggio lungo dieci ore, con numerose tappe esplorative, durante le quali abbiamo visitato montagne, cascate e vulcani. L’ultima di queste è avvenuta in concomitanza di un magnifico e gelido tramonto sul mare, accompagnati dalla presenza di una decina di foche curiose che ci hanno accolto nella loro quotidianità con spruzzi e sguardi complici.

La seconda escursione denominata “Hot River hiking” è avvenuta a Hveragerði e comprende una lunga scalata a piedi fino al raggiungimento del fiume, che grazie all’attività geotermica crea una serie di laghetti di differenti temperature, uno dei quali arriva persino all’inquietante cifra di 100 gradi. Quello scelto da noi si aggirava intorno ai 38 gradi e, nonostane la sensazione di sconforto provata quando ci siamo resi conto che avremmo dovuto rivestirci in mezzo al nulla, in balia di un clima a dir poco rassicurante, è stata un’esperienza incredibile, forse la mia preferita in assoluto.

Una delle peculiarità del soggiorno con Seeds è la cena internazionale, dove i partecipanti al campo si dilettano nella cucina, preparando un piatto tipico del proprio paese, da condividere tutti insieme la sera stessa.

Questi sono grosso modo gli eventi che hanno caratterizzato questi dieci giorni, ma sono le sensazioni provate, impossibili da descrivere, che ancora adesso mi fanno ripensare a quei momenti con nostalgia e meraviglia. Vivere, anche solo per poco tempo, in Islanda ci fa comprendere quanto poco sappiamo di questa terra che nel nostro immaginario risulta così distante, così fredda, così lontana dalla nostra quotidianità.

Ho amato quest’isola con tutto il cuore, ho adorato dal mio primo incontro gli islandesi, persone dall’animo caloroso, nonostante si portino dietro questo rude aspetto da gelidi vichinghi.

Sono molti i ricordi che porterò intimamente nel mio cuore, ma sicuramente c’è un’ immagine mentale che spicca su tutte le altre: la rievocazione di noi volontari, uniti sotto un cielo stellato, illuminato dalle luci verdi e viola dell’aurora boreale, che danza leggiadra per noi. Non pensavo che avrei vissuto un momento tanto perfetto, ma posso dire con certezza che quei dieci minuti passati a rincorrere quei fasci di luce, sono entrati nella mia anima con una tale intensità da essere quasi disarmante.

Spero con queste parole di essere riuscita ad imbottigliare quest’esperienza e di essere riuscita a trasmettere le meravigliose sensazioni vissute. Ringrazio il Servizio Civile Internazionale, che mi ha permesso di partecipare a questo viaggio, il magnifico team di persone che mi hanno accolto al mio arrivo e che si sono prese cura di me e soprattutto ringrazio l’Islanda per essere stata così meravigliosa dal primo all’ultimo giorno.

Diari islandesi: racconto di un campo di volontariato tra i fiordi dell’Islanda

Diari islandesi: racconto di un campo di volontariato tra i fiordi dell’Islanda

L’articolo è stato scritto da Filippo Dierico, che nell’estate 2016 ha partecipato a un campo di volontariato in Islanda, con l’obettivo di ripulire i fiordi nella regione delle Westfjords dall’immondizia depositata.

“Ma non ti piacerebbe andare in Croazia con i tuoi amici? Secondo me si divertiranno un sacco e
di certo è meno complicato da organizzare!”

“Non metto in dubbio che si divertiranno, ma questa è l’occasione per realizzare uno dei sogni
della mia vita, è lì che vorrei andare e quella è l’esperienza che vorrei fare!”

Spiegare ai miei genitori quello che sarei andato a fare in Islanda non fu certo facile. Non certo per discriminare la loro generazione, ma credo che siano portati a svalutare il volontariato. Indottrinati dalla concezione del lavoro retribuito, spesso dimentichiamo l’utilità degli atti gratuiti che alcune persone scelgono di compiere. C’è chi desidera dedicare il proprio tempo libero e le proprie risorse per cercare di migliorare la società in cui vive, o chi si adopera per salvaguardare la salute del pianeta, tante piccole formiche che agiscono per mitigare gli effetti negativi delle attività umane.

Aiutare ragazzi con difficoltà di apprendimento nel percorso scolastico, tenere compagnia ad anziani che altrimenti sarebbero soli per molte ore al giorno, sostenere le persone colpite da una calamità naturale e aiutarle a ritornare alla vita quotidiana, costruire pozzi in zone desertiche, proteggere i bambini in zone di conflitto armato. Questi sono solo alcuni esempi attività di volontariato. Molto spesso non ci facciamo caso o ne siamo completamente inconsapevoli, ma i volontari ci sono e lasciano segni indelebili nel mondo e nelle persone con cui si relazionano.

Torniamo a noi. Un viaggio. Si, io adoro viaggiare. Può sembrare la solita frase fatta, parole che si dicono per farsi notare, ma io non la penso così. Sono profondamente contrario a chi afferma che
viaggiare permette di trovare se stessi. Non è una legge universale applicabile a tutti. Vale per certe persone, certamente, ma altre persone la pensano diversamente e vanno rispettate, per fortuna siamo diversi. Quella che voglio brevemente raccontare è una delle esperienze più belle che io abbia vissuto fino ad ora, un’esperienza che mi ha consentito di realizzare uno dei miei tanti sogni, uno di quelli che
sentivo ardere più intensamente.

Unire il volontariato e il viaggio, in Islanda. Vivere in uno degli angoli più remoti e più incontaminati del mondo.

Fu il mio primo viaggio da solo, presi l’aereo di notte da Malpensa e di notte arrivai a Keflavik, l’aeroporto ad un’ora di strada da Reykjavik, la capitale. Passai la notte in aeroporto, dove casualmente conobbi Juan Jesus, un trentaquattrenne spagnolo che avrebbe partecipato al mio stesso campo. Insieme andammo a Reykjavik e ci incontrammo con gli altri partecipanti al campo. Un team internazionale, ovviamente. C’erano due ragazze tedesche, un ragazzo dI Hong-Kong, una canadese, due spagnoli (uno dei due era Juan, l’altro era Samuel, il nostro giovane camp-leader) ed io. Il nostro compito per due settimane fu quello di ripulire dall’immondizia i fiordi nella regione delle Westfjords, nella parte nord-ovest dell’isola, affacciata sull’oceano. Immondizia? In Islanda? Certo che si, la Corrente del Golfo infatti trasporta moltissimo materiale dannoso per l’ambiente sulle coste, soprattutto pezzi di plastica di ogni tipo e reti da pesca scartate dalle navi e buttate in mare.

Con il passare dei giorni diventammo una squadra sempre più efficiente e coesa. Oltre a rimuovere chili e chili di plastica e metri di reti da pesca, passavamo anche qualche ora nelle hot-tubs, pozze di acqua calda proveniente dal sottosuolo vulcanico dell’Islanda, sono uno dei principali passatempi degli islandesi. Le hot-tubs di Drangsnes, il villaggio da 80 abitanti in cui eravamo ospitati, si affacciano su un fiordo che entra per decine di chilometri nella costa dell’isola. Noi andavamo alle hot-tubs nel tardo
pomeriggio, nonostante fossero le 18-19 il sole era ancora alto. In Agosto infatti sorge attorno alle
3 della notte e si ha il buio completo solo attorno a mezzanotte inoltrata. La nostra giornata solitamente terminava con una passeggiata (a cui pochi prendevano parte a causa della stanchezza) e una tazza di the homemade. La maestra della scuola del villaggio, Martha, ci insegnò infatti a riconoscere e raccogliere un particolare tipo di fiore che cresce in quella regione, per poi utilizzarlo come infuso. Berlo prima di dormire diventò un’abitudine per me e per la mia coetanea da Amburgo.

Il fiordo che vedevamo dalle finestre della casa che ci ospitò era pieno di vita, anche per merito di
Grimsey Island, un’isola a poche miglia dalla costa, dove nidificano migliaia di gabbiani e pulcinelle di mare, variopinti e buffi animali simili a pinguini che vivono esclusivamente nelle Isole Farøer e in Islanda. Un giorno una barca ci portò anche su Grismey Island, dove ci calammo da una scogliera di 30 metri e ripulimmo la spiaggia, circondati da stormi di centinaia di pulcinelle di mare. Nel weekend della prima settimana andammo a fare hiking, risalimmo il monte Drangs e scendemmo dal versante opposto, per poi finire in una specie di centro benessere con piscina, dove ci accolsero a braccia aperte per il lavoro che stavamo facendo. Nel ritorno a Reykjavik avvistammo anche un branco di tre balene, fu uno spettacolo che mi rimase impresso così profondamente che credo mai lo dimenticherò.

Il campo durò in totale 13 giorni, rimasi poi altre 2 notti a Reykjavik con alcuni dei miei compagni di volontariato, vivendo insieme 24 ore al giorno. Per due settimane si erano infatti creati dei legami fortissimi. Girammo per la città, in alcuni momenti da soli, in altri tutti insieme. Essendo molto piccola per essere una capitale era facile ritrovarsi anche senza accordarsi precedentemente. Una sera mangiammo cibo tipico islandese, tra cui una zuppa di crostacei, carne di montone, di squalo e di balena. Questi ultimi due li assaggiò solo Juan. Andammo poi a bere una birra in un affollato pub in Hverfisgata, una delle vie principali di Reykjavik.

Riassumere tutto ciò che ho vissuto e provato in due settimane in Islanda non rende certo onore all’esperienza fatta e a ciò che mi ha lasciato, ma rischierei di dilungarmi veramente troppo. Sento che quella fu una delle esperienze più intense e significative della mia vita: realizzai il mio sogno di vedere l’Islanda, sogno che coltivavo da anni e che ora è mutato nel desiderio di tornarci.

La prima impressione fu quella di trovarmi su un altro pianeta. Ricordo perfettamente di quando ero sul pullman con Juan Jesus, diretti a Reykjavik. Lo spettacolo fuori dal finestrino non è facilmente descrivibile con le parole. Immense distese di roccia nera, vulcani dalla cima innevata che si alzano all’orizzonte, i raggi del sole che si riflettono sull’Oceano Atlantico settentrionale anche a mezzanotte, l’aria fresca e purissima che entra nei polmoni, il rincorrersi delle nuvole, talmente basse da dare l’impressione che stessero accarezzando quella magica isola, dove la natura non viene soggiogata dall’uomo e dove l’uomo ha imparato a vivere nel rispetto del mondo che lo circonda. Un chiaro esempio di questo profondo rispetto per la natura si può trovare nella lingua islandese, “heima” significa “casa”, “heimur” significa “mondo”. La radice è la stessa: negli islandesi il legame con l’ambiente naturale è fortissimo, lo considerano la loro casa.

Credo che la semplicità e la selvatichezza dell’Islanda ti facciano profondamente capire quante cose superficiali consideriamo importanti nella nostra vita e, al contempo, quante cose importanti consideriamo banali e poco rilevanti. I momenti che apprezzai di più furono quelli passati nelle hot-tubs con i miei amici, o seduti in cima ad una scogliera a guardare i colori del fiordo e a parlare dei libri che ci piace leggere e dei sogni che abbiamo nella vita. Mi sentivo come se fossi arrivato in un ambiente di natura talmente incontaminata da influire in maniera radicale anche sui rapporti umani, come se pure quelli fossero tornati ad uno stato primordiale, incontaminato. Che fosse una mia impressione o che fosse la realtà, quello fu ciò che sentii in quelle due settimane. Mi sembrarono due settimane meravigliosamente al di fuori del tempo.

Quando tornai in Italia, dopo qualche mese, decisi di entrare a far parte del comitato di Padova dello SCI (Servizio Civile Internazionale), che fece da tramite prima della partenza con l’associazione islandese SEEDS per questioni burocratiche/amministrative. Ora sono un membro di questo gruppo di volontari, per portare la mia testimonianza, per aiutare altre persone a capire cosa significhi partecipare ad esperienze come queste e per aiutarle a partire in senso effettivo, in qualsiasi parte del mondo si decida di andare.Vorrei ringraziare particolarmente per quelle due bellissime settimane i miei genitori; i miei compagni di volontariato Juan Jesus, Paola, Jason ribattezzato Roberto, Samuel, Casey e Miriam; Finnyr, il sindaco di Drangsnes; Martha, la maestra del villaggio; i pescatori e i contadini di Drangsnes; lo staff dello SCI (soprattutto i nuovi amici dello SCI Padova) e quello di SEEDS Iceland.

Og tankur sem þú Ísland!

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