Promuovere lo sviluppo della comunità di Koriba: un campo in Burkina Faso

Promuovere lo sviluppo della comunità di Koriba: un campo in Burkina Faso

Dal 13 al 28 luglio 2017 un campo di volontariato nel villaggio di Koriba, Burkina Faso. La popolazione del villaggio raggiunge circa gli 8.500 abitanti, i quali affrontano ogni giorno numerosi problemi sociali, quali l’estrema povertà, la crisi alimentare, problemi infrastrutturali, l’analfabetismo, la discriminazione dei più deboli e poveri.

Ma tanta è la voglia degli abitanti di mobilitarsi per affrontare questi problemi che si pongono, di muoversi in direzione dello sviluppo. L’educazione e la sanità costituiscono due settori chiave, tali che la popolazione ha deciso di unire gli sforzi attorno a due attività: il rinnovo di un edificio scolastico e la riparazione dell’impianto stradale.

I/le partecipanti del campo aiuteranno quindi nella ricostruzione della scuola (il cui soffitto è in stato di disfacimento totale), mettendo così in totale sicurezza i bambini e le bambine; ripareranno banchi e sedie affinché essi/e possano seguire i corsi correttamente. Parallelamente, avranno luogo le attività di riparazione delle strade, in particolare dell’asse principale che collega Koriba alla città di Batié, ad oggi non percorribile nel periodo invernale, al fine di rendere possibile per i malati di recarsi in città più facilmente.

La lingua ufficiale del campo è il francese.

Leggi qui la scheda completa del campo.

Questo progetto fa parte dei programmi Nord/Sud. I volontari devono avere almeno 20 anni e aver preso parte alle formazioni (primo incontro e 2 livello) di preparazione organizzate dallo SCI Italia.

Per maggiori informazioni sui campi SCI nel Sud del mondo, ecco la pagina dedicata.

Tutti i campi di volontariato del Servizio Civile Internazionale sono consultabili sul database www.workcamps.info.

Portare la felicità in un centro per rifugiati: campo di volontariato a Emmen, Olanda

Portare la felicità in un centro per rifugiati: campo di volontariato a Emmen, Olanda

Dal 22 luglio al 5 agosto 2017 un campo di volontariato a Emmen, in Olanda, presso il centro per rifugiati “AZC Emmen”, che ospita circa 400 persone.  Tale centro è uno spazio particolare, in quanto ospita famiglie con figli minorenni la cui richiesta di asilo è stata respinta dal governo olandese. Per questo, saranno costretti a tornare nei loro paesi di origine.

Il campo è organizzato in partenariato con l’Agenzia Centrale per la Ricezione dei Richiedenti Asilo (in olandese: COA) e con la Fondazione Nazionale per la Promozione della Felicità. Quest’ultima è un network di artisti, scrittori, attori, musicisti e volontari, multiculturale e senza fini di lucro, che opera con bambini e ragazzi ospiti nei centri per rifugiati.

I/le partecipanti del campo organizzeranno attività basate sul gioco e sul divertimento per e con i/le bambini/e e i ragazzi del centro (i quali nei mesi estivi saranno in pausa dalla scuola), attraverso musica, sport, arte, sessioni di lingua, e tutto ciò che possa definirsi creativo. L’ideazione di tali attività sarà gestita in prima persone dai/dalle volontari/e del campo.

Viene richiesto, a chi sceglierà di partecipare al campo, di assumere un comportamento che tuteli e assicuri il rispetto dei rifugiati; una lettera motivazionale dovrà essere allegata alla domanda di partecipazione.

La lingua ufficiale del campo sarà l’inglese.

Leggi qui la scheda completa del campo.

Per maggiori informazioni sui campi SCI nel Nord del mondo, ecco la pagina dedicata.

Tutti i campi di volontariato del Servizio Civile Internazionale sono consultabili sul database www.workcamps.info.

Riappropriazione e ripubblicizzazione di edifici storici: un campo a Torino

Riappropriazione e ripubblicizzazione di edifici storici: un campo a Torino

Dal 29 giugno all’11 luglio 2017 un campo di volontariato presso la “Cavallerizza Reale“, complesso reale d’epoca barocca situato nel cuore di Torino.

Il sito, riconosciuto nel 1997 come patrimonio mondiale dell’UNESCO, è occupato dal 2014 da un collettivo di cittadini e cittadine (Assemblea Cavallerizza 14:45) per impedirne la privatizzazione, con l’obiettivo di farne una risorsa condivisa, uno spazio aperto per sperimentazioni artistiche, sociali e culturali, un laboratorio di cittadinanza attiva. Nel tempo, si è costruita in questo luogo una comunità aperta, inclusiva ed autorganizzata che ha saputo generare un movimento di inclusione attiva dei/delle cittadini/e nell’autogoverno dei beni comuni.

I/le partecipanti del campo saranno impegnati/e in attività di ristrutturazione e restauro degli ambienti, di organizzazione e gestione degli eventi culturali, di gestione dello spazio tramite la partecipazione assembleare, di pianificazione del Festival delle Culture che avrà luogo il prossimo settembre.

La parte studio del campo sarà incentrata sui processi di partecipazione in una comunità autorganizzata e sulla gestione collettiva della cosa pubblica e dei beni comuni.

La lingua del campo sarà l’inglese, quella locale l’italiano.

Leggi qui la scheda completa del campo.

Per maggiori informazioni sui campi SCI nel Nord nel mondo, ecco la pagina dedicata.

Tutti i campi di volontariato del Servizio Civile Internazionale sono consultabili sul database www.workcamps.info.

“Hey mzungo, jambo!”: storia di una volontaria a Zanzibar

“Hey mzungo, jambo!”: storia di una volontaria a Zanzibar

L’articolo è stato scritto da Marianna Visotti, che nell’estate 2016 ha partecipato a un campo di volontariato nell’isola di Zanzibar, in Tanzania.

[Questa testimonianza ci dimostra come l’esperienza di un campo di volontariato non sempre si svolge “da manuale”: i contesti sociali e culturali in cui i/le volontari/e si muovono sono sempre diversi e spesso riserbano sorprese inaspettate; ciò non significa che le difficoltà debbano diventare un ostacolo, anzi. Affrontarle con una buona dose di pazienza e di capacità di adattamento è sempre il primo passo di un percorso di crescita. Lo spirito che anima i campi di lavoro può essere lo stesso dal Nord al Sud del mondo, ma ben diverse sono le situazioni che si possono incontrare e le maniere di affrontarle. Proprio per questo, consigliamo sempre di partecipare agli incontri di formazione che SCI-Italia organizza per i/le volontari/e in partenza: per prendere coscienza del percorso che si sta intraprendendo, e farlo con uno spiccato senso dell’adattamento e grande sensibilità.]

Dopo anni di università, lavoro e altri diversivi, a gennaio ho deciso di realizzare uno dei miei sogni nel cassetto, partire per un progetto di volontariato in Africa, destinazione Zanzibar.

Il progetto da me scelto era della durata complessiva di tre settimane e composto da due attività principali: piantare mangrovie (piante che, tollerando l’elevata salinità del mare aperto, sono parte attiva nella conformazione delle coste, le proteggono dall’innalzamento del livello del mare e vengono utilizzate anche per il loro legno) e insegnare inglese ai ragazzi del villaggio.

La nostra casa era a 10 chilometri dalla capitale Zanzibar City, in un paese rurale chiamato Maungani e, oltre a me, partecipavano al campo anche un altro volontario italiano, un portoghese, una spagnola, una taiwanese, una polacca e svariati volontari locali. All’inizio tutto andava come da programma. La mattina, dopo aver fatto colazione insieme, raggiungevamo in bici il mangrovieto, verso le 13 c’era il pranzo cucinato da una volontaria locale, relax in spiaggia (in fondo eravamo su un’isola!) e intorno alle 16.30 iniziava l’attività pomeridiana, che si protraeva per un paio d’ore fino all’ora di cena. La sera invece, quando non c’era la cultural night, serata dedicata alla scoperta delle nazioni dei volontari, ci ritrovavamo sotto il portico di casa per chiacchiere e godere dei pochi momenti freschi della giornata. Purtroppo però, dopo solo una settimana di volontariato, mi sono resa conto che c’era qualcosa che non andava. Il problema fondamentale era che i volontari locali non sembravano così preparati al nostro arrivo. Il luogo destinato a piantare le mangrovie era saturo, c’erano pochissimi spazi liberi dove posizionare i semi e, per quanto riguardava le lezioni di inglese, eravamo 5 insegnanti (un volontario aveva un altro progetto) e 3 studenti.

Perciò, dalla seconda settimana, trovando più interessante comprendere la loro cultura e le loro tradizioni, ho chiesto di potermi unire al women group, ossia il gruppo delle donne del villaggio. Tra le tante attività svolte, ho imparato a cucinare chapati – tipico pane locale che utilizzano per qualsiasi pasto -, mi hanno insegnato a intrecciare foglie di banano, che vengono impiegate come tetti per le capanne e mi hanno mostrato come indossare il kanga, indumento locale molto colorato, composto da due pezzi, uno utilizzato come gonna e l’altro come velo per coprire il capo. Nel pomeriggio, alternavo le lezioni di lingua con gli adolescenti a quelle, improvvisate, con i bambini che tutti i giorni si radunavano davanti a casa nostra. Duranti i week-end invece, abbiamo partecipato a numerose escursioni organizzate dai volontari locali, tra cui Safari Blu, Jozani Forest e Prison Island.

A fine progetto, vista l’insoddisfazione di alcune persone, ci siamo confrontati, prima tra di noi, arrivando alla conclusione che a volte la parola “work(camp)” sia solo un pretesto per avere uno scambio culturale (anche perché, aggiungo io, in tre settimane non ci si può proporre di cambiare il mondo) e, in seguito, parlando con i volontari locali, abbiamo capito che la nostra è stata solo sfortuna. Nei campi precedenti si è sempre insegnato in una scuola, ma questa volta ci sono stati problemi tecnici tali per cui hanno dovuto chiamare i ragazzi a casa e invece, per problemi di distanza dal villaggio, avevano appena deciso di abbandonare una foresta di mangrovie più bisognosa del nostro intervento.

Personalmente, avendo già avuto pregresse esperienze di volontariato e sapendo che spesso quello che viene scritto negli infosheet differisce da quello che poi si andrà realmente a realizzare, sono partita senza aspettative. Così i problemi sopra citati, che per alcuni sono stati motivo di delusione momentanea, io li ho presi semplicemente come imprevisto e sono molto felice di aver partecipato a questo progetto. Ho potuto approfondire la mia conoscenza dell’Africa, c’è stato un magnifico scambio culturale sia tra di noi che con gli abitanti del villaggio. Finalmente sono riuscita a vedere la vita da un altro punto di vista.

Solidarietà con i bambini e le bambine curde di Sur: un campo a Diyarbakir

Solidarietà con i bambini e le bambine curde di Sur: un campo a Diyarbakir

Da l’8 al 18 giugno 2017 un campo a Sur, uno dei distretti della provincia di Diyarbakir, in Turchia.

In questo luogo, un duro conflitto (quasi una guerra civile) tra i giovani curdi e le forze di sicurezza turche si è perpetrato per mesi. Durante i 103 giorni di coprifuoco e scontri armati, centinaia di persone hanno perso la vita, migliaia la propria casa, centinaia di edifici sono stati ridotti in rovina e più di 10.000 bambini non sono potuti andare a scuola per mesi.

Il campo sarà realizzato in collaborazione con l’associazione Youth and Change Association, la quale da anni lavora per incrementare il senso di appartenenza della popolazione alla città, promuovendo percorsi di partecipazione alla vita cittadina, con particolare riguardo all’integrazione sociale di donne e bambini/e.

I/le volontari/e lavoreranno all’organizzazione di un workshop della durata di 10 giorni su “Linguaggio, Giochi Tradizionali di Strada e di Ritmo” per i bambini e le bambine di Sur. Idee e consigli da parte dei/delle volontari/e saranno ben accetti per immaginare e strutturare anche altre attività, pensate a partire dalle proprie competenze.

La parte studio del campo sarà focalizzata sulla conoscenza della storia della popolazione curda, in particolare legata al contesto di Sur.

Questo campo di lavoro si inserisce nel progetto più ampio Yazidi’s Voice, sostenuto da tante e tanti attraverso la campagna di crowdfounding, che ha come obiettivo il supporto e la difesa del diritto allo studio della lingua inglese delle bambine e dei bambini presenti nel campo profughi. La presenza di un/a volontario/a lungo termine sarà garantita in loco, per permettere la realizzazione di tale progetto.

La lingua del campo sarà l’inglese.

Leggi qui la scheda completa del campo.

Questo progetto fa parte dei programmi Nord/Sud. I volontari devono avere almeno 20 anni e aver preso parte alle formazioni (primo incontro e 2 livello) di preparazione organizzate dallo SCI Italia.

Per maggiori informazioni sui campi SCI nel Sud del mondo, ecco la pagina dedicata.

Tutti i campi di volontariato del Servizio Civile Internazionale sono consultabili sul database www.workcamps.info.

 

Tutela di un ecosistema a rischio: campo in Ecuador

Tutela di un ecosistema a rischio: campo in Ecuador

Dal 2 luglio al 22 luglio un campo di volontariato in Ecuador, nella regione a sudovest di Quito, presso la Fondazione Proyecto Ecológico Chiriboga.

In questa regione, dove flora e fauna sono a rischio di estinzione, la Fondazione protegge una Riserva e supporta un lavoro di riforestazione, di tutela delle specie animali e di decontaminazione delle acque sorgive che vi si trovano. Tra le Ande e il bacino di Esmeraldas River si trova anche il villaggio Atacames, fortemente sofferente in seguito all’ultimo terremoto.

Le attività organizzate durante il campo saranno varie, tra cui: ripulire i sentieri nella foresta, potare gli alberi, mungere le mucche e produrre del formaggio, sviluppare attività nella riserva naturale; fondamentale sarà anche il contributo ai lavori di ricostruzione del villaggio di Atacames.

I volontari si sposteranno tra le seguenti locations: Quito, Chiriboga e il villaggio di Atacames.

La lingua del campo è lo spagnolo.

Qui la scheda completa del campo.

Questo progetto fa parte dei programmi Nord/Sud. I volontari devono avere almeno 20 anni e aver preso parte alle formazioni (primo incontro e 2 livello) di preparazione organizzate dallo SCI Italia.

Per maggiori informazioni sui campi SCI nel Sud del mondo, ecco la pagina dedicata.

Tutti i campi di volontariato del Servizio Civile Internazionale sono consultabili sul database www.workcamps.info.

 

Campo in Palestina: costruire ponti di riconciliazione

Campo in Palestina: costruire ponti di riconciliazione

Dal 19 al 30 giugno un campo di volontariato in Palestina, nei pressi del villaggio di Nahalin, nella zona a sudovest di Betlemme.

Il campo si inserisce nel più ampio progetto The Tent of Nations, che ha l’obiettivo di far incontrare persone di culture diverse per costruire inseme ponti di comprensione e dialogo, riconciliazione e pace. Sul più lungo periodo, il progetto si propone di formare le persone a dare un contributo di valori positivi alla società futura, quali la tolleranza e il rispetto dell’altro. Questi obiettivi sono perseguiti attraverso campagne d’informazione, l’empowement dei giovani e attraverso i campi di lavoro, in un territorio che sin dal 1991 è sotto minaccia di occupazione militare da parte dell’esercito israeliano.

I volontari saranno impegnati in attività quali il rinnovo e il restauro delle grotte della zona agricola collinare Daher’s Vineyard, vecchie di centinaia d’anni e ricche di storia. L’obiettivo è di farle tornare abitabili e risplendere nella loro bellezza. Un’altra attività centrale sarà quella della raccolta dei frutti delle piantagioni della zona. La parte studio sarà incentrata sulla sostenibilità e sull’auto sufficienza.

Questo campo richiede una lettera di motivazione addizionale per spiegare più dettagliatamente perché si vuole partecipare.

La lingua ufficiale del campo è l’inglese, opzionali arabo e tedesco.

Qui trovate tutte le informazioni più dettagliate.

Questo progetto fa parte dei programmi Nord/Sud. I volontari devono avere almeno 20 anni e aver preso parte alle formazioni (primo incontro e 2 livello) di preparazione organizzate dallo SCI Italia.

Per maggiori informazioni sui campi SCI nel Sud del mondo, ecco la pagina dedicata.

Tutti i campi di volontariato del Servizio Civile Internazionale sono consultabili sul database www.workcamps.info.

Costruire comunità solidali: campo di volontariato in Portogallo

Costruire comunità solidali: campo di volontariato in Portogallo

Dal 17 al 25 giugno un campo di volontariato a Estoril, città costiera vicino Lisbona, capitale del Portogallo.

Estoril è anche un quartiere dov’è attivo un progetto di case popolari per famiglie migranti, provenienti in particolare da paesi africani come la Guinea Bissau e Capo Verde. I volontari internazionali, insieme ai giovani locali e alle loro famiglie, progetteranno e costruiranno degli spazi comunitari in sinergia con la popolazione locale. Gli obiettivi principali saranno il rinnovo del centro giovanile e di quello sportivo, oltre alla costruzione di più piccoli spazi sociali per permettere ai gruppi della comunità di incontrarsi ed organizzare attività insieme. Non mancherà l’occasione di organizzare e sviluppare attività, specialmente per i bambini. Inoltre, i volontari avranno modo di immergersi nelle bellezze culturali e naturali delle città di Estoril, Cascais e Lisbona.

Il progetto è gestito dall’associazione Para Onde, attiva dal 2014 come sito d’informazione e dal 2016 come ONG, che promuove l’inclusione sociale attraverso il volontariato.

La lingua ufficiale del campo è l’inglese; l’eventuale conoscenza del portoghese o dello spagnolo può essere un aiuto in più.

Poiché il campo è rivolto ai giovani della comunità, si richiede un limite massimo di età di 30 anni. Verrà richiesto ai partecipanti di avere una Skype call con gli organizzatori prima della partenza.

Per partecipare a questo campo non è necessario, ma rimane consigliato, prendere parte agli incontri di formazione pre-partenza organizzati da SCI-Italia.

Per tutte le informazioni sul campo, questa è la pagina dedicata.

Tutti i campi di volontariato del Servizio Civile Internazionale sono consultabili sul database www.workcamps.info.

 

Vi racconto il mio campo di volontariato nel Parco Nazionale di Killarney, Irlanda

Vi racconto il mio campo di volontariato nel Parco Nazionale di Killarney, Irlanda

L’articolo è stato scritto da Clara Brusamolino, che nell’estate 2016 ha partecipato a un campo di volontariato nel Parco Nazionale di Killarney, in Irlanda.

L’estate scorsa ho partecipato ad un campo di volontariato nel Parco Nazionale di Killarney, in Irlanda. Lo scopo era aiutare a liberare il territorio del parco da una specie infestante di rododendro, il Rhododendron ponticum. Questa pianta, modificata e introdotta in natura dall’uomo nel secolo scorso, ha causato la morte del sottobosco e degli alberi di vaste aree del parco, non permettendo ad altre piante di crescere nelle zone da essa occupate; per questo, da molti anni, i rangers del parco si occupano della sua disinfestazione e organizzano periodi di lavoro per gruppi di volontari.

In Irlanda, il mio gruppo era composto da quattordici volontari provenienti da ogni parte del mondo, dalla Spagna al Vietnam, da Taiwan alla Russia. Vivevamo tutti insieme in una grande casa in mezzo al bosco, a qualche minuto dalla strada principale del Parco Nazionale. Dormivamo in due grandi camere con i letti a castello e, oltre alla cucina e a quattro bagni, avevamo a disposizione una sala da pranzo con un grande tavolo ed una stanza che faceva da soggiorno. Non avevamo connessione a Internet e nemmeno i cellulari funzionavano alla perfezione, ma ciò era positivo, in realtà, poiché ci lasciava più tempo per parlare faccia a faccia e conoscerci meglio. (Per ogni evenienza, comunque, una connessione Wi-Fi era disponibile in un bar a una decina di minuti di cammino).

La giornata di lavoro iniziava verso le 10, quando i rangers del parco venivano a prenderci per portarci in taxi nel luogo in cui avremmo lavorato quel giorno; da lì era necessario camminare per qualche minuto prima di raggiungere la nostra destinazione effettiva, che era spesso abbastanza lontana dalla strada. Una volta arrivati, iniziava il lavoro vero e proprio, che consisteva nel tagliare le piante di rododendro e trattarne le radici con del diserbante, per evitare che ricrescessero. Il principio era quindi semplice, ma la pratica era abbastanza impegnativa, poiché per arrivare a tagliare le piante bisognava arrampicarsi qua e là sui pendii, strisciare nel bosco, oppure farsi strada tra gli alberi caduti a suon di cesoie. Per questo ci erano stati dati stivali, guanti e retine per la testa, per ripararci dagli insetti, ed era vivamente consigliato usare pantaloni e giacche impermeabili. Nonostante la fatica, comunque, ci si divertiva molto, e la cosa più piacevole era probabilmente mangiare tutti insieme intorno al fuoco all’ora di pranzo.

Verso le 4 del pomeriggio facevamo ritorno alla nostra casa, dove iniziava la lotta per poter fare la doccia per primi (purtroppo di docce ce n’erano solo due); poi facevamo merenda, preparata dai due volontari che quel giorno erano stati a casa dal lavoro per pulire e cucinare. Il resto del pomeriggio lo passavamo cucinando, chiacchierando e riposandoci, oppure accompagnando uno dei due coordinatori a fare la spesa. La sera, dopo aver cenato (e dopo il lungo lavaggio dei piatti), guardavamo film o facevamo attività insieme, come quiz inventati al momento, giochi di carte o da tavolo, oppure semplicemente chiacchieravamo del più e del meno. Una delle attività più interessanti è stata prendere un planisfero e, a turno, parlare del proprio paese di origine, evidenziandone gli aspetti positivi e negativi e rispondendo a domande e curiosità degli altri volontari. Talvolta, invece, ci recavamo in città, a Killarney, per fare un giro nei negozi o ascoltare un po’ di musica nei pub. Abbiamo persino provato a ballare una danza tipica irlandese!

Nel finesettimana abbiamo partecipato ad un giro turistico in barca sui tre laghi che si trovano nel parco. La durata era di circa un’ora e permetteva di vedere bellissimi scorci della foresta circostante. Un po’ meno piacevole era la pioggia scrosciante che si è abbattuta su di noi per tutta la durata della gita e che, sommata agli spruzzi sollevati dalla nostra barchetta, ha fatto sì che ci bagnassimo completamente nel giro di pochi minuti; è stata forse questa, però, la parte più divertente, e dopo una passeggiata di circa tre ore per tornare a casa, avevamo comunque abbastanza energia per cucinare una torta in occasione del compleanno di uno dei volontari. Oltre alle gite in barca, nella zona di Killarney ci sono molte altre attrazioni turistiche ed è possibile partecipare a tour guidati, ad esempio nel Ring of Kerry. Ovviamente a patto di controllare le previsioni del tempo.

Fare volontariato in Irlanda è stata un’esperienza molto interessante e sorprendente. È stato bellissimo lavorare immersi nella natura, sapendo di fare qualcosa di utile alla sopravvivenza di un luogo meraviglioso come questo parco. Mi ha anche permesso di incontrare molti nuovi amici, di confrontarmi con culture molto diverse dalla mia e, perciò, di crescere come persona. Conoscere persone provenienti dai luoghi più disparati del mondo allarga i tuoi orizzonti e ti fa capire che, in realtà, le cose che ci accomunano sono molto più grandi e numerose delle nostre differenze, e che queste differenze non sono altro che una ricchezza incredibile e un’occasione per imparare e migliorarci.

“Karibu”, alle falde del Kilimangiaro: racconto di un campo in Tanzania

“Karibu”, alle falde del Kilimangiaro: racconto di un campo in Tanzania

L’articolo è stato scritto da Lavinia Simonelli, che nell’estate 2016 ha partecipato a un campo di volontariato ambientale in Tanzania,  nel villaggio di Mwika.

Ho tenuto un diario. Per le tre settimane che sono stata in Africa, in un villaggio alle falde del Kilimangiaro, in Tanzania. Vorrei condividere il mio diario di viaggio tramite questo articolo.

Prima di iniziare però vorrei raccontare dei mesi precedenti alla partenza, quando sentivo questa energia dentro di me, questa voglia di andare a fare del volontariato in Africa. Proprio l’Africa mi chiamava così forte, sarà che sono cresciuta con i racconti di mia nonna riguardo a questo paese stupendo, pieno di vita, sarà che ero (e sono forse ancora di più ora) stanca della civiltà occidentale e della mentalità con la quale in molti considerano il volontariato una perdita di tempo, perché il tempo è valutato secondo percezioni materialistiche, tempo è denaro, tempo è arricchirsi il Curriculum Vitae. Siamo davvero solamente un Curriculum Vitae secondo voi? C’è qualcuno che pensa ancora a prendersi del tempo per arricchire se stesso e gli altri? Ma non in termini materiali, in senso di spirito, di anima, di gioia, di solidarietà, di amicizia. Il Servizio Civile internazionale lo fa. E dà la possibilità a tanti ragazzi e ragazze di prendere parte ad esperienze uniche. La mia ricerca è iniziata su internet, e dopo aver scartato tante associazioni di stampo Cattolico, mi sono imbattuta nel Servizio Civile Internazionale. Mi sono iscritta, sono andata agli incontri di formazione ed ho capito che i principi c’erano, ed erano quelli giusti per me.

Così sono partita per la Tanzania, in questo campo di volontariato di stampo ambientale nella foresta del Kilimangiaro in un villaggio di nome Mwika/Marera. Il mio percorso è iniziato a Dar Es Salaam per poi proseguire attraverso una giornata di viaggio in pullman alla volta della foresta. Sembrava surreale quando sono arrivata: la terra, la vegetazione, gli animali, le persone, i suoni, i colori. E così inizio a scrivere sul mio diario. “Le strade sono di terra rossa, scura, e la vegetazione domina ovunque. Il villaggio è dedito alla piantagione di banane e di caffè. Le persone sono accoglienti, ho già imparato qualche parola: Jambo, Mambo, Habari? (che vuol dire come stai). Ripetono in continuazione la parola Karibu, che vuol dire benvenuto“.

“La mattina si inizia la giornata con una doccia fredda, perché l’acqua calda non c’è se non si riscalda sul fuoco, ma a me va bene così. Fuori è la stagione invernale, ma ho riscoperto il piacere intenso di vivere i bisogni primari senza le comodità di cui sono abituata. Come primo giorno siamo andati a Moshi, il centro urbano più vicino a noi e abbiamo preso un po’ di confidenza con le persone e l’ambiente. Al ritorno verso il villaggio dal finestrino della macchina (dentro la quale eravamo circa in 8) ho visto la vetta del Kilimangiaro, imponente e candida, con alle spalle il tramonto.

Abbiamo iniziato il lavoro, il che consiste nel preparare il terreno in diversi orticelli e seminarli così che gli alberi una volta cresciuti verranno portati in zone ad alta deforestazione nelle vicinanze del villaggio. Non saremo qui quando gli alberi saranno cresciuti abbastanza per essere portati dove c’è bisogno di loro, però sappiamo che Mr Ben lo farà. Ci ha portati a vedere la foresta dove li pianterà.

Il problema della legna è che seve in molte case a Marera e nei villaggi circostanti per provvedere al fuoco, in quanto non ci sono sistemi di riscaldamento dell’acqua per cucinare. La maggior parte delle case sono di legno e la cucina è un rettangolo di mattoni fuori in giardino dove si accende il fuoco e si fa bollire l’acqua.

Sono le comodità a mancare, ma il cibo non manca. La vegetazione è ricca di frutti in base alla stagione, e il mercato di Mwika è a portata di tutti, disponendo di tutto l’essenziale per un buon pasto.

La sera andiamo a bere una birra al bar dove i locali bevono birra alla banana fatta da loro. È un bel momento per socializzare con la realtà locale, per ascoltare le persone e quello che hanno da raccontare così come la loro voglia di scoprire chi siamo noi stranieri.

Nel weekend abbiamo fatto una gita al confine con il Kenya, al lago Chala. Un posto incantevole e ci siamo divertiti un sacco. Il nostro capo gruppo ed altri due volontari sono della Tanzania ed è così piacevole scambiare storie, idee, realtà, punti di vista, con loro. Ma non solo, anche tutti gli altri volontari sono di diverse nazionalità: Francia, Spagna, Germania, Repubblica Ceca, per cui c’ è uno scambio culturale 24 ore su 24.

La sera dopo cena organizziamo delle serate a tema. Ognuno di noi a turno presenta il proprio paese anche attraverso danze o canti.

Abbiamo iniziato ad aiutare una cooperativa di donne locali che raccolgono fondi per bambini orfani o anziani rimasti soli. Le aiutiamo a preparare bustine di terra pronte per la semina di piante da poter vendere. Piante medicinali più che altro. Questo orto si trova proprio vicino ad un asilo nido, così che quando finiamo di lavorare prima di tornare a casa ci concediamo qualche minuto a giocare con i bambini che escono per il pranzo. È un momento gioioso per tutti.

Abbiamo iniziato un altro progetto, cioè quello di costruire per diverse cucine del villaggio un piano cottura. Il problema di usare il fuoco per cucinare influisce soprattutto sulle le donne, che passano ore in cucina a respirarsi il fumo. Questo piano cottura è assemblato con cemento e mattoni e la presenza di tre fori esterni dà la possibilità di cucinare tre pentole contemporaneamente e di racchiudere il fuoco nella parte sottostante, indirizzando fumo e fiamme sotto le pentole.

Abbiamo dedicato alcuni pomeriggi a visitare alcune infrastrutture del villaggio come la scuola e l’ospedale.

La scuola è suddivisa in asilo, elementari e liceo. L’obbligatorietà di frequenza termina dopo le elementari che si concludono verso i 13 anni di età. Abbiamo visitato la scuola elementare di Marera per portare del materiale che avevamo raccolto. La scuola ha 11 insegnanti e circa 300 bambini. Le materie che insegnano sono simili alle nostre: storia, geografia, inglese e Swahili. Le infrastrutture sono pessime. Una cosa che mi ha stupita è la chiesa Luterana, moderna, bellissima che troneggia proprio di fronte ad una scuola elementare, con le finestre rotte e le pareti sporche. Il governo paga per l’istruzione dei bambini, libri compresi.

L’ospedale del luogo ha 6 dipendenti di cui 1 solo medico a disposizione 24/7. Vive lì, in una casetta accanto all’ospedale. Le cure sono pressoché gratuite. Si paga una somma simbolica di 2000 TSH, corrispondente a meno di 1 euro. Sono disponibili i test per la malaria, HIV e altre malattie trasmissibili. Ci sono anche alcuni vaccini obbligatori per tutti i bambini.

È uscito il sole, regalandoci una settimana di luce calda.

La luna e le stelle ci regalano serate brillanti. È come se non avessi mai visto le stelle prima d’ora.

Tutte le mattine procediamo per la stessa strada sterrata e fangosa, a volte sotto la pioggia, a volte con il freddo, a volte sotto al sole. Cantiamo mentre camminiamo, salutiamo chiunque incontriamo per strada, perché loro salutano sempre. I bambini vanno a scuola a piedi, da soli, o in compagnia tenendosi per mano e si divertono un sacco a guardarci e a ridere, prendendoci in giro perché siamo Mzungu, stranieri.

Ho fatto tante foto in questo mio viaggio, ma certi attimi non sono riuscita a catturarli: uno scorcio appena visibile; un raggio di luce sul lago dove si abbevera il bestiame guidato da un bambino Masai; gli sguardi stupiti, curiosi e divertiti della gente; i colori brillanti dei vestiti, il giallo il rosso il verde e il blu. La calma in ogni gesto. Il suono del gallo al mattino, della pioggia, delle foglie, delle risate, dei canti. Questa è l’Africa che va vissuta con tutti i sensi e che ti toglie la voglia di andar via”.

L’africa, la Tanzania, il volontariato; è tutto molto di più rispetto a quanto delle foto o un articolo possano esprimere. Quello che più mi dispiace è aver percepito un’influenza occidentale che aleggia su questo paese, quasi a sradicarlo dalle sue radici, dai suoi principi, quasi a dirgli “imitami, seguimi”. Ma quello che ho visto io sono persone gentili, che ancora mettono l’essere umano al primo posto, anche se non si vive più senza uno smartphone, nemmeno in mezzo ad un villaggio sterrato.

Quello che penso è che forse siamo noi, società occidentale, a doverci fermare a pensare: dove ci sta conducendo la nostra fretta? Cosa stiamo rincorrendo? Ci siamo accorti che abbiamo lasciato indietro qualcosa, durante il nostro percorso? Qualcosa a che vedere con le basi delle relazioni umane.

Dovremmo forse iniziare ad imparare da certi paesi che invece non abbiamo fatto altro che manipolare?

 

bool(false)