Documento politico 2015-2017

Il Documento politico di SCI Italia per il biennio 2015/2017

L’Assemblea Nazionale di SCI Italia, che si è tenuta a Berzano di Tortona, dal 6 all’8 novembre, ha elaborato il nuovo documento politico dell’Associazione. Le linee guida qui raccolte orienteranno le nostre azioni future per il prossimo biennio 2015/2017. Di seguito, è possible consultare l’intero documento.

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Indice:

INTRODUZIONE

COS’È PER NOI IL VOLONTARIATO

IL NOSTRO CONTRIBUTO ALLA TRASFORMAZIONE DEI CONFLITTI

Introduzione

Una storia di impegno pacifista

Il Servizio Civile Internazionale (SCI) è un’associazione laica che da oltre 90 anni svolge attività di volontariato e cooperazione, mantenendosi salda ai valori della nonviolenza e della cittadinanza attiva che l’hanno contraddistinta fin dalla nascita. Era il novembre del 1920 quando si tenne il primo campo di volontariato a Esnes, cittadina francese al confine con la Germania e completamente distrutta durante la I Guerra Mondiale. Un gruppo di volontari coordinati da Pierre Ceresole, pacifista e obiettore di coscienza di origini svizzere, stabilì lì un piccolo accampamento che servì da appoggio a tante persone che nei mesi successivi supportarono volontariamente la ricostruzione della cittadina. Al militarismo, considerato come primo e peggiore strumento del potere, Ceresole rispondeva con un antimilitarismo che lavorasse in maniera attiva per la cooperazione e la solidarietà.

Allo stesso modo, SCI Italia affonda le sue radici nella devastazione di un’altra Guerra Mondiale, la seconda. Nel novembre del 1945, diciannove volontari lavorarono dieci giorni a Francavilla per rimuovere le macerie del municipio bombardato e trasformarono una parte dei detriti in materiale per la ricostruzione. Negli anni successivi furono organizzati altri campi di volontariato sino a quando, nel 1948, si tenne la prima Assemblea Nazionale che ufficializzò la nascita della branca italiana dello SCI.

 

Attraversare i conflitti per trasformarli

Quello che ci ha sempre caratterizzato è stata la ricerca di un’approfondita analisi del contesto nel quale operiamo che individui con chiarezza le responsabilità rispetto alla situazione politica e sociale in cui il campo di volontariato o il progetto si svolge e le ragioni che hanno portato alla sua realizzazione.

Se, come diceva Ceresole, le guerre sono il primo e peggiore strumento del potere, la violenza, l’autoritarismo e lo sfruttamento che vi sono all’origine possono sfociare anche in altre forme di conflitto, solo apparentemente meno cruente e devastatrici. La violenta offensiva operata dalle politiche neoliberiste in Italia come nel resto del mondo ai diritti sociali, culturali, civili ed ambientali può portare ad esiti paragonabili alla violenta offensiva operata da un esercito: distruzione delle infrastrutture di base, disfacimento del tessuto sociale, devastazione ambientale, perdita di vite. In sintesi, la violenza può produrre effetti nella sua forma diretta ma anche in quella economica e culturale, dando vita a conflitti sociali, ambientali ed armati su scala locale ed internazionale. Per queste ragioni si tende a vivere il conflitto come qualcosa di negativo e dal quale ci si vuole allontanare, qualcosa da ignorare o da dimenticare.

Se consideriamo invece il conflitto come un momento di cambiamento, la presenza della nostra associazione nei conflitti prova a rendere visibili le cause reali che lo hanno generato e a denunciare tutte quelle dinamiche violente alle quali vorremmo contrapporre alternative.

La critica e l’attività di “costruzione” sono due aspetti inscindibili della nostra caratteristica ibrida tra movimento, associazione di volontariato e ONG, permettendoci di essere presenti nel conflitto. Costruire nei conflitti è il motore del cambiamento sociale, poiché significa lavorare sulle cause che l’hanno generato: in poche parole, trasformare il conflitto.

Il conflitto si trasforma grazie al contributo di azioni e processi a lungo termine che cercano di cambiare le sue caratteristiche e manifestazioni agendo sulle cause strutturali, comportamentali e culturali. Per trasformare i conflitti è fondamentale costruire relazioni orizzontali ad ogni livello, superando quindi gerarchie e dinamiche di potere, favorendo l’inclusione e l’ascolto fra persone, organizzazioni e movimenti, promuovendo inoltre socialità, cittadinanza attiva e senso di comunità: in questo senso definiamo la nostra una “trasformazione nonviolenta del conflitto”. E trasformando si resiste, si costruisce, lo si fa al fianco di tante altre associazioni, gruppi informali, movimenti di resistenza popolare che per primi hanno saputo ribaltare i tratti dei conflitti da negativi a positivi; si definiscono “popolari” proprio perché partecipati da persone diverse ma con lo stesso obiettivo. Solo in questo senso il motto “Fatti non parole” che ci contraddistingue dal 1920 può trovare la sua completa dimensione ed evitare ricadute nel qualunquismo e nel populismo.

Ma come si declina questo nelle attività che portiamo avanti quotidianamente come i campi di volontariato e i progetti di respiro internazionale?

 

Dalla storia al giorno d’oggi

La parola “pace” è ancora oggi il cardine della nostra associazione come lo era 95 anni fa. Lo è nel suo senso più profondo, non solo come assenza di conflitto armato, ma come possibilità per tutte e tutti di godere pienamente di diritti sociali, economici, civili.

Questa convinzione pervade ogni nostra attività: dal campo di volontariato a supporto di una comunità di persone affette da disabilità fisiche e mentali, emarginate da una società improntata al profitto che non ammette “deboli”, al progetto in sostegno della resistenza popolare in Palestina, territorio in cui il conflitto è archetipo di sfruttamento economico, militarizzazione securitaria e controllo sociale.

Il nostro desiderio è quello di attraversare con questi contenuti e in modo congruo al contesto le nostre attività da quelle più strutturate come i progetti a quelle più leggere e sociali come gli eventi pubblici, i momenti di convivialità nei campi e negli scambi internazionali.

 

Cos’è per noi il volontariato

Una riflessione su cosa intendiamo quando ci definiamo “associazione di volontariato” è necessaria, innanzitutto per inquadrare l’orientamento dello SCI nella società e nelle dinamiche globali. Non esiste infatti un’unica accezione di volontariato, ma tante forme quante sono le modalità di interpretarlo e, soprattutto, di praticarlo. In secondo luogo la realtà degli ultimi anni ha posto un problema di riconoscibilità dell’attività di volontariato, di giusta collocazione e interpretazione sociale, di difesa dalle mistificazioni.

 

Volontariato limitato all’assistenza

La povertà e la precarietà diffuse del nostro tempo prosciugano le risorse umane ed economiche destinate ai progetti di cooperazione e promozione sociale. Contemporaneamente, lo smantellamento dello stato sociale perseguito dalle politiche neoliberiste dei governi, soprattutto quelli europei, investe il volontariato dell’urgenza di intervenire a colmare le lacune di uno stato irresponsabile verso situazioni di bisogno e disagio sociale. Imbrigliato sempre più nelle maglie dell’aiuto, per lo più “individualizzato”, il volontariato finisce così per esaurirsi in interventi emergenziali ed assistenziali, con l’annullamento della sua funzione primaria di strumento di attivazione sociale, di iniziativa collettiva e di cittadinanza attiva.

 

Volontariato come forma impropria di lavoro

La mancanza di opportunità di lavoro e di crescita professionale hanno alimentato nel tempo l’induzione al lavoro gratuito, allo sfruttamento consensuale delle competenze e delle abilità. Il lavoro non retribuito, mosso dalla convenienza economica, è divenuto agli occhi dell’opinione pubblica – e del diritto –  stage, tirocinio formativo e infine volontariato. L’organizzazione di Expo 2015, cui è stato consentito di avvalersi di lavoratori sottopagati o per nulla retribuiti, è l’ultima in ordine temporale ad essersi avvantaggiata della confusione tra lavoro e volontariato: le rispettive definizioni, i confini concettuali (ed anche quelli normativi) volutamente si sfiorano fino a sovrapporsi. È questa confusione nella percezione pubblica delle cose che sminuisce il ruolo sociale del volontariato e il valore del lavoro.

 

Volontariato come prodotto da consumare

In un contesto sociale in cui le persone sono sempre più consumatori e sempre meno cittadini, anche il volontariato è divenuto un prodotto e i volontari sono sempre più coinvolti in maniera utilitaristica per le più svariate attività.

La precarizzazione che ha investito tutte le dimensioni della nostra vita ha investito anche le forme attraverso cui si manifesta l’impegno civile. Sempre più frequente è il caso di persone che vivono il volontariato come un momento estemporaneo, un’esperienza di solidarietà circoscritta nel tempo e nello spazio. Le nostre attività di volontariato locale ed internazionale non sono rimaste indenni da questa tendenza; la dinamica positiva che vedeva nella partecipazione ad un campo il primo passo verso un’attivazione di più lungo termine è oggi molto meno forte. Diventa quindi fondamentale affermare il nostro impegno per un volontariato che sappia differire da un prodotto da consumare, che si traduca invece in un percorso di responsabilizzazione e di cittadinanza attiva.

 

Volontariato per lo SCI

Per queste ragioni crediamo che il volontariato sia qualcosa di più di un’esperienza professionalizzante. Senza dubbio essere volontario/a significa scegliere liberamente, con convinzione, di fare qualcosa senza perseguire un interesse personale ma per realizzare un interesse generale, tenere fede ad un principio e perseguire un ideale. Per lo SCI essere volontario significa anche agire per modificare lo stato attuale delle cose. Il nostro essere volontari non vuole ridursi ad una manifestazione di empatia o di compassione verso l’altro. L’entusiasmo del contribuire fine a sé stesso rischia di confondersi con il buonismo e il pietismo. Per lo SCI fare volontariato significa attivarsi per denunciare le cause delle ingiustizie economiche, del degrado sociale e ambientale, dell’impoverimento culturale e agire per la loro trasformazione concreta. È per queste ragioni che crediamo nella valorizzazione del/la volontario/a e nella sua attivazione attraverso percorsi formativi, in cui il valore aggiunto è lo scambio e la creazione di relazioni.

 

Il nostro contributo alla trasformazione dei conflitti

Il Servizio Civile Internazionale ha tradizionalmente costruito la sua azione attraverso lo strumento del campo di volontariato internazionale, in grado di superare le barriere, di trasformare le differenze in risorse da scambiare, condividere e mettere insieme al fine di perseguire obiettivi comuni. Nel corso degli anni abbiamo arricchito il nostro repertorio di strumenti in ragione delle sfide poste dalle nuove tipologie di conflitti di cui abbiamo voluto occuparci. Il nostro contributo ha visto un ruolo crescente di azioni comunicative di tipo tradizionale – eventi, manifestazioni pubbliche – e nuove pratiche riconducibili al cosiddetto mediattivismo, modalità d’azione politica che, attraverso l’uso delle tecnologie della comunicazione (web, video, audio, ecc.), promuove la diffusione di campagne, inchieste e contenuti non veicolati dai mass media. Parallelamente abbiamo adottato prassi operative più vicine alla tradizionale esperienza del campo: minicampi rivolti a volontari locali, interventi nelle scuole e nelle università, formazioni tematiche, momenti di confronto e approfondimento con attivisti e giovani di altri paesi.

Lo schema che segue intende offrire una sintesi delle diverse dimensioni del conflitto in cui operiamo, evidenziando gli obiettivi e le attività svolte o pianificate per i prossimi due anni nell’ottica della loro trasformazione.

CONFLITTI ARMATI

Interventi civili di pace e cooperazione

Il nostro intervento nei conflitti armati o nelle situazioni di post-conflitto costituisce senza dubbio l’ambito in cui i nostri attivisti hanno speso maggiormente le proprie energie fin dalla nascita del movimento. Se il conflitto di per sé è una normale componente delle relazioni umane, la violenza che ne rappresenta la degenerazione ha preso forme più subdole. Tra queste ci sono misure di controllo al limite della tortura, discriminazioni e, nei momenti di maggior tensione, l’impiego di armi, la carcerazione e lo sterminio secondo un’escalation variabile da contesto a contesto. Per tali motivi è ancora più importante, oggi, contribuire nelle aree in cui la violenza “detta legge” nell’intento di riportare l’attenzione sull’oggetto del contendere, senza porsi al di sopra delle parti ma cooperando in maniera orizzontale e senza pregiudizi con chiunque sia disponibile a cercare una soluzione al conflitto che sia pacifica, riconosca le responsabilità e alimenti processi di giustizia sociale.

  • Attività messe in campo:

Campi di volontariato in aree di conflitto e post-conflitto: Palestina, Kurdistan, Libano, Sri Lanka, Guatemala, Balcani.

Beyond Walls (progetto + videodoc) – Progetto concluso a giugno 2015 volto a  rafforzare il lavoro di difesa dei diritti umani e resistenza popolare nonviolenta portato avanti dai comitati dei villaggi palestinesi, in coordinamento con attivisti israeliani e internazionali attraverso azioni legate a sostegno legale, psicologico e mediattivismo.

 

CONFLITTI SOCIALI

Capri espiatori e nuove alleanze sociali

L’identificazione del nemico da emarginare nel più debole e nel diverso costituisce una strategia non nuova di mistificazione della realtà, usata per risolvere tutti i “mali” della società. Questa pratica è pericolosa perché accresce un sentimento di insicurezza già presente le cui cause sono da ricercarsi soprattutto nella precarietà economica e culturale. In questa maniera si svia l’attenzione dalle vere ragioni del malessere sociale, alimentando quella che impropriamente viene definita “guerra fra poveri”. Lo SCI Italia, insieme a numerosi partner a livello locale ed internazionale, è da anni impegnato su iniziative volte a sollevare il velo su questo processo denunciando lo sdoganamento in atto di movimenti e posizioni neofasciste in Europa, proponendo percorsi di inclusione in grado di rompere le barriere del pregiudizio e favorire la costruzione di nuove alleanze sociali.

 

  • Attività messe in campo:

Citizens Beyond Walls (progetto + ricerca) – Il progetto, concluso a giugno 2015, aveva come obiettivo generale e ufficiale la creazione di una panoramica sulla crescita dell’estrema destra in Europa e come questa colpisca e ostacoli le politiche nazionali di inclusione della nuova cittadinanza, ma anche le dinamiche sociali interrelazionali. Obiettivo specifico è quello di descrivere le buone pratiche di reazione a questa deriva, nel senso della difesa della Pace, considerando questo concetto non come assenza di conflitto, ma come una condizione generalizzata di diritti garantiti per tutti/e.

Forgotten among the Forgotten (progetto + ricerca) – Il progetto era incentrato sul ricordo della persecuzione nazi-fascista contro i popoli rom e le persone LGBTQI. L’intento è quello di contribuire a ricordare ciò che è accaduto a coloro che sono stati perseguitati ma che raramente vengono menzionati come vittime del nazi-fascismo. Attraverso il ricordo, il nostro obiettivo è anche quello di aiutare a riflettere sull’attuale situazione di discriminazione delle persone rom e sinti, contribuendo così a costruire la coesione futura.

 

Cittadinanza universale e libertà di movimento

In quanto movimento internazionalista non possiamo prescindere da una visione della cittadinanza che vada al di là delle frontiere, riconoscendo ad ogni persona il diritto di ricercare per sé, il nucleo familiare e la propria comunità le condizioni per il soddisfacimento dei propri progetti di vita. Una ricerca che ha determinato e continua a determinare per milioni di persone l’esigenza di muoversi, di trovare la propria strada in altri luoghi diversi da quello di nascita. In questi termini, la promozione di diritti di cittadinanza a livello universale non può prescindere dalla definizione di un quadro giuridico che riconosca libertà di movimento e un rinnovato contesto politico internazionale in grado di affrontare le cause alla base dei fenomeni migratori.

 

  • Attività Messe in campo:

No Border Fest (festival + campo di volontariato) – Dal 2009 il festival è organizzato dallo SCI insieme ad altre realtà italiane, un appuntamento ricco di momenti culturali e di confronto sul tema delle migrazioni con workshop, esposizioni, dibattiti, musica e teatro. Il festival è sempre accompagnato da un campo di volontariato.

Mentre a livello istituzionale i flussi migratori continuano ad essere visti come un “problema da risolvere” con un’intensificazione dei dispositivi di controllo delle frontiere e una gestione dell’accoglienza caratterizzata da speculazione e business, il No Border Fest vuole proporre un modello basato sulla libertà di movimento e sui diritti di cittadinanza attraverso narrazioni alternative, decostruzione di pregiudizi, analisi e condivisione di buone pratiche.

 

Across the Sea (progetto + audiodocumentari) – Progetto di documentazione multimediale sulle rotte migratorie attraverso il Mediterraneo. Nel corso degli ultimi mesi, mediattivisti hanno attraversato la Spagna, la Tunisia e Malta, raccogliendo informazioni e testimonianze sulle rotte migratorie. Sul sito web del progetto è presente una mappatura multimediale che segue le tracce dei migranti.

 

Open Doors (progetto + ricerca) – Progetto finalizzato ad esplorare le condizioni di accoglienza di migranti e richiedenti asilo in Grecia, Spagna, Cipro, Ungheria e Italia. Il progetto ha permesso di unire la consapevolezza della situazione vissuta dai migranti alla spinta concreta ad agire per il rispetto del diritto d’asilo. Il progetto si articola in ricerca, eventi e video.

 

European Youth Citizenship at the Mirror (progetto + ricerca) – Progetto finalizzato a una ricerca sui diritti di cittadinanza in Messico, Italia, Nepal, Irlanda e Mauritius. Quanto la cittadinanza produce reale inclusione sociale? Quali sono le carenze che la portano invece ad essere escludente per chi non la possiede? La ricerca è consultabile e scaricabile sul sito web del progetto.

 

CONFLITTI AMBIENTALI

 

Resistenze territoriali e gestione comunitaria delle risorse naturali

L’impegno civile in difesa dei beni comuni costituisce per noi una scelta prioritaria che si è tradotta in questi anni nell’adesione alla campagna referendaria sull’acqua pubblica, nel sostegno delle principali lotte portate avanti a livello territoriale in Italia e all’estero: dal movimento No TAV alla campagna Patagonia sin represas (Patagonia senza dighe). Crescente è l’interesse anche per le esperienze di gestione delle risorse naturali che, sfidando i modelli imposti dall’alto, prevedono un ruolo centrale delle comunità locali, una minore impronta ecologica e un’economia che offra risposte adeguate ai bisogni reali della popolazione.

 

  • Attività messe in campo:

Campi e minicampi in Italia e all’estero – In Italia ricordiamo quelli a supporto del movimento No TAV e No MUOS, movimenti popolari che focalizzano i loro sforzi sulla gestione comunitaria dei territori e su processi partecipativi inclusivi e orizzontali. All’estero invece il campo a supporto della Feria di Kurarewe, in Cile, presso una comunità mapuche; il territorio è messo in pericolo dalla costruzione di varie dighe e le comunità locali sono soggette ad espulsioni.

 

Grassroot Youth Democracy (progetto + ricerca) – Il progetto è volto ad esplorare il tema dell’acqua come bene comune, denunciando i processi di inquinamento, speculazione e privatizzazione. Tra aprile 2015 e febbraio 2016 si sono svolti tra Italia, Mauritius, Ecuador, India, Uruguay e Grecia varie attività ed eventi volti a creare una campagna sul diritto all’acqua.

 

Economia solidale e sostenibile

Partendo dalla constatazione che i conflitti ambientali sono generati in larga parte da interessi di tipo economico, ne consegue un nostro forte impegno a favore di un cambiamento del sistema che metta al centro i temi della giustizia sociale, del rispetto dell’ambiente, della valorizzazione della dimensione locale e di pratiche partecipative alternative al sistema economico neoliberista e alle sue contraddizioni. Da questo punto di vista, le riflessioni e le esperienze concrete di economia solidale in diverse parti del mondo costituiscono un punto di riferimento. Superando una visione meramente individualistica, la promozione di stili di vita sostenibili è per lo SCI una modalità per porre obiettivi collettivi, per supportare quanti stanno sperimentando nuove vie per l’economia e la società.

 

  • Attività messe in campo:

Toolkit “Green Camps” – Manuale contenente indicazioni utili per l’organizzazione e l’implementazione ecosostenibile dei campi di volontariato.

Create a Climate for Peace (campagna) – È una campagna internazionale promossa dallo SCI per sensibilizzare l’opinione pubblica sui cambiamenti climatici, mettendo in relazione la sensibilità ecologica insieme a quella pacifista e nonviolenta.

 

No EXPO (campagna) – SCI Italia ha aderito a questa campagna poiché considera EXPO un evento dall’impatto devastante sul territorio lombardo, organizzato insieme alle multinazionali del settore agroalimentare, che ha sottratto ingenti somme di denaro pubblico e strumentalizza il volontario per sfruttare manodopera gratuita.

 

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