Latitudine 64°N: impressioni islandesi [Parte I]

Latitudine 64°N: impressioni islandesi [Parte I]

L’articolo è stato scritto da Irene Ottolini, che nel luglio 2016 ha partecipato a un campo di volontariato SCI in Islanda.

Riuscite a immaginare un luogo che come coordinate ha 64°N di latitudine? Siete nel punto più estremo, tangente il circolo polare artico, oltre il quale c’è spazio solo per l’immaginazione. Quindi mettetevi comodi, attenti a non oltrepassare il confine, perché oltre non esiste più strada, passaggio, sentiero, o rotta. Quanto può essere suggestivo un luogo del genere? Impossibile non rimanerne sedotti…Per me fu una di quelle volte in cui addirittura semplici numeri ebbero la capacità di evocare universi sconosciuti, senza tracciarne la fisionomia, ma lasciando dietro di sé il chiaro sentore di occasione irripetibile e, con il classico entusiasmo portentoso e travolgente dei vent’anni, non ci pensai due volte quando lessi la destinazione “Islanda” nella lista dei campi di volontariato proposti dal Servizio Civile Internazionale.

Non fu difficile organizzare la partenza (cosa che, forse, mi preoccupava più di tutte, essendo alle prime armi in fatto di campi), perché lo “staff” dello SCI fu da subito molto disponibile ed efficace nel mettermi in contatto con l’associazione SEEDS, che ospitava i campi in Islanda, e in poco tempo mi ritrovai seduta su una valigia troppo piena, cercando di chiudere la cerniera senza rompere nulla. Le tratte Venezia-­Keflavik purtroppo non sono dirette e fu un viaggio interminabile (se non altro per gli scali, quasi più lunghi dei voli), ma non mi sono mai lasciata intimidire dai lunghi viaggi, quantomeno perché danno veramente l’idea di aver raggiunto un posto, molto più di quei voli istantanei che annullano le distanze.

Arrivai a Keflavik a mezzanotte di un giorno alla fine di luglio con il sole ancora alto. Sostenuta da un inaspettato e incrollabile ottimismo, dimenticandomi della stanchezza, trovai senza difficoltà la navetta per Reykjavik, la mia destinazione per quella notte. Ricordo bene quel viaggio in pullman: fu il mio primo assaggio dei paesaggi islandesi e ne rimasi totalmente affascinata. Non avevo mai visto nulla di simile e assaporavo con sguardo insaziabile le sterminate distese di rocce fondersi con la vegetazione locale, illuminate dal sole di mezzanotte, in un connubio di terra, roccia, licheni e acqua, in mezzo solo la strada asfaltata, quasi una concessione di quello sfondo selvaggio che si era lasciato addomesticare per quella lingua d’asfalto. Nonostante l’assenza di tracce umane, non mi sentii affatto dispersa nel nulla: era, al contrario, molto riposante per gli occhi e distensivo per la mente, come una boccata d’ossigeno. Il paesaggio cominciò a cambiare quando arrivammo nei pressi di Reykjavik e allora cominciarono a delinearsi i profili delle case, delle strade, dei semafori e tutto ciò che, in definitiva, avevo lasciato molte ore prima.

Il campo a cui ero iscritta si svolgeva a Reykholar, un paesino a 230km da Reykjavik, e il mio compito insieme a quello degli altri volontari era un indefinito e generico supporto organizzativo al festival di tradizioni e cultura locali. Con altri tre volontari viaggiammo in pullman fino alla regione cosiddetta “Westfjords” (fiordi dell’ovest) e raggiunsi così la destinazione finale.

Reykholar è un paesino costruito alle pendici di un monte e affacciato sui fiordi, popolazione: 135 abitanti, di cui molti bambini e adulti sopra i 35 anni; il gap riguarda i ventenni, quasi tutti concentrati nelle principali città islandesi. Il nostro alloggio era previsto nella scuola locale. Le scuole islandesi sono organizzate in modo da garantire agli studenti un riparo in caso di maltempo e condizioni atmosferiche sfavorevoli, tali da rendere difficile il ritorno a casa, per cui molte strutture sono dotate di camere da letto, bagni e cucina. Fu una vera fortuna perché ero pronta a ben altro, come tende e accampamenti alla buona, quando, invece, ci ritrovammo ad avere addirittura una camera da letto per ciascuno.

Il gruppo di volontari riuniva ragazzi da tutto il mondo: il leader era un ungherese, gli altri erano due spagnoli e una bretone, più avanti ci avrebbe raggiunto anche un ragazzo americano del New Jersey, incaricato di farci delle foto. Si instaurò subito un bel clima, senz’altro merito di Gabor (il nostro leader) che ci mise l’energia giusta, ma anche del fatto che eravamo tutti ben disposti a lavorare e a condividere al meglio quei dieci giorni. Cucinavamo a turno e in coppia, un modo ulteriore per conoscerci, e fu l’occasione per sperimentare cibi tipici di altri luoghi (e anche qualche pasta stracotta, ma ben accetta fuori dall’Italia, dove sarebbe un’eresia!!!). Una sera fu dedicata all’international dinner, in cui ciascuno di noi aveva il compito di cucinare il piatto tipico del proprio paese, con i cibi che, eventualmente, eravamo riusciti a portare da casa. Furono tutti entusiasti della carbonara senza panna (non si capisce perché oltre il confine dell’Italia la carbonara venga automaticamente interpretata con la panna) con pasta italiana e vero pecorino; gli spagnoli condivisero vari salumi tipici, dall’Ungheria assaggiammo il langos (cibo tipico della street food) e dalla Bretagna le varie salse e, la mattina seguente, omelette.

A ritmo di “Bombastic” e di storpiature inglesi passò il tempo, ridendo e scherzando, quasi senza renderci conto del lavoro di ogni giorno. I compiti che ci vennero assegnati non furono particolarmente difficili: per lo più gli organizzatori del festival ci chiesero di spostare tavoli e sedie, a volte anche montare le barche del museo, gonfiare e attaccare per la città palloncini e così via. Presto scoprimmo quanto fosse piccolo quel paesino: c’erano solo tre luoghi d’attrazione, di cui uno, la scuola, fu il primo in cui mettemmo piede; gli altri si riducevano alla piscina e al museo, che fungeva anche da cinema e da luogo per la vendita di alcoolici (soprattutto birre, tra cui anche quella alle alghe di produzione locale), il tutto gestito da una donna di cui non avremmo mai saputo dire l’età, per il suo viso giovane, quasi ventenne, ma i modi bruschi e molto bossy, forse più comuni in una donna di età avanzata.

Un pomeriggio la gente del luogo organizzò una festa per i bambini in piscina: il nostro compito era gonfiare enormi palloni di plastica, infilarci dentro i bambini e lanciarli in piscina per tre minuti, per poi ripescarli. Il tutto a ritmo di canzoni che scoprimmo essere inaspettatamente familiari, infatti si trattava de “il ballo del qua qua” e altre, ma in islandese! Un altro episodio divertente fu la partita di calcio che organizzarono su un campo cosparso di alghe. Immaginate che scivoloni (e come ne uscirono i calciatori: più o meno dello stesso colore del campo)! Arbitrammo una gara di pedalò, al termine della quale era previsto un falò e il concerto di Bjartmar, cantante islandese, che pare fosse molto famoso, al punto che gli altri spettatori erano convinti che noi volontari fossimo venuti dall’Italia, dall’Ungheria e dalla Spagna apposta per assistere al concerto (quando a malapena riuscivamo a pronunciare il suo nome!). Vi partecipò gente più o meno attempata, ma con un entusiasmo giovanile contagioso, che mi fece desiderare più volte di riuscire a capire l’islandese. Al termine della serata due anziane signore furono così gentili da riportarci alla scuola di Reykholar in macchina, ma ogni nostro tentativo di conversazione cadde nel vuoto, perché, come due teenager appena tornate dal concerto del loro cantante preferito, per tutto il tragitto non fecero che parlare fittamente tra loro e lanciarsi in esclamazioni entusiaste (e incomprensibili).

 

Il mio campo in una “juvenile correctional facility” in Croazia

Il mio campo in una “juvenile correctional facility” in Croazia

L’articolo è stato scritto da Francesco Rasero, che nell’estate 2016 ha partecipato a un campo di volontariato SCI in Croazia.

La scorsa estate, giunto quasi al compimento dei 38 anni, ho deciso di impegnare gran parte delle mie ferie per prendere parte a un campo di volontariato internazionale. Era un’esperienza che avevo già vissuto parecchio tempo prima, quando avevo esattamente la metà degli anni attuali, e di cui conservavo un bellissimo ricordo. Giovane universitario, infatti, alla fine degli anni Novanta mi ero recato in Romania per partecipare a un campo di due settimane presso una “casa dei bambini”, struttura a metà tra l’orfanotrofio e la casa-famiglia. Di quell’esperienza, dopo quasi vent’anni, conservavo anche alcune amicizie durate nel tempo: a inizio 2016 avevo rivisto -in Italia- una delle bambine di allora, nel frattempo diventata quasi trentenne, e con uno dei volontari locali (ungherese) ho mantenuto un’amicizia tale per cui sono diventato anche padrino della figlia. Insomma: già sapevo che il volontariato, ancor più se vissuto con la formula dei campi internazionali, avrebbe potuto darmi molto, innanzitutto a livello umano.

Così, in un giorno di primavera, iniziai a cercare in rete, trovando alcune interessanti proposte da parte del SCI per il mese di agosto. Senza pensarci due volte, ho mandato il formulario di iscrizione e indicato, in ordine di preferenza, i tre campi a cui avrei voluto partecipare. Tutti in ambito sociale e/o di animazione di bambini, visto il positivo retaggio che portavo con me. Nel giro di qualche settimana sono stato ricontattato per la mia “prima scelta”, ovvero un campo in Croazia, nel piccolo paese di Bedekovčina, a una trentina di chilometri dalla capitale Zagabria. Si trattava di andare a fare attività di animazione in una sorta di riformatorio, o struttura penale minorile, o casa di accoglienza per ragazze minori. Ammetto di non aver capito benissimo dove sarei andato a finire, tutto subito, ma ricordo di aver selezionato quel campo innanzitutto perché mi sembrava la “sfida” più interessante.

Certo, quando il tutto è iniziato a diventare più reale e concreto, non sono mancati gli interrogativi: avrà senso fare un’esperienza simile alla mia età? E in una realtà per la quale non ho alcuna “preparazione” (sono laureato in comunicazione, e quello faccio di mestiere da una dozzina di anni)? E con un target così difficile, come quello di ragazze adolescenti, per di più in un posto di cui neppure conosco la lingua? Oltre a “giocarmi” in questo modo le vacanze estive… Tutte domande che oggi, pur suonandomi legittime, mi paiono così superate e distanti rispetto a quanto ho vissuto!

L’appuntamento dato dalle organizzatrici locali (Lea e Mia, due ragazze croate eccezionali, oltre che dal nome molto corto) era per una domenica mattina alle 10 davanti alla stazione di Zagabria. Nei giorni prima, però, avevo già dovuto approfondire le ragioni della mia “candidatura”, presentando loro un progetto di attività da svolgere con le ragazze della struttura presso cui saremmo andati, indicando anche le tempistiche ed eventuali necessità logistiche e/o di materiali. Ammetto che questa è stata in assoluto la fase più difficile di tutto il campo! E dire che di progetti, per lavoro, ne scrivo parecchi ogni anno! Alle 10 della domenica, alla spicciolata, ecco che ci ritroviamo tutti dal vivo, per la prima volta dopo un po’ di formali presentazioni a distanza via chat. Oltre a Lea e Mia, ci sono anche le mie future compagne e i miei futuri compagni di avventura dei dieci giorni a venire: Recep (19 anni, studente turco) e David (poco più di venti, catalano e teacher-to- be) sono gli unici maschi, mentre le volontarie sono Ivana (serba, anche lei poco più che ventenne e futura insegnante, ma innanzitutto ragazza dalle mille risorse), Tereza e Katerina (19 e 20 anni, studentesse boeme, che hanno fatto forse l’errore, se così si può dire, di venire insieme, da amiche) e Christine (inglese, ex giornalista Bbc che, ormai superata la settantina, da diversi anni gira il mondo come volontaria).

“Che gruppo piccolo ed eterogeneo… e neanche sono il più vecchio”, penso. Io sono arrivato a Zagabria in macchina, e mi offro quindi di portare i bagagli di tutti, insieme a Lea e Recep che vengono con me, mentre gli altri ci raggiungeranno in treno. Arriviamo così per primi alla “juvenile correctional facility”, che sorge su una collina sovrastante il paese e ha gli uffici in un piccolo castello (!). Mentre Lea va a parlare con lo staff per sbrigare le ultime pratiche burocratiche -è una struttura statale- io e Recep iniziamo a girovagare nel parco circostante. Nel giro di un paio di minuti veniamo subito scorti e “intercettati” da tre delle ragazze che avrebbero fatto parte del nostro campo. “Come vi chiamate?”, “Da dove venite?”, “Quanti anni avete?” ci chiedono subito in inglese, per poi iniziare a ridere e parlottare in croato sia dell’Italia che della Turchia (Paese di cui hanno il mito, grazie soprattutto ad alcune telenovele popolarissime qui in Croazia). Nel giro di un’ora arriva anche il resto del gruppo. Veniamo accolti da una sorta di vice-direttore (la direttrice della struttura è una persona eccezionale ma, essendo estate, è in vacanza e la conosceremo solo a metà del campo): lui ci illustra alcuni aspetti del centro, di come funziona, di cosa aspettarci (o non aspettarci) dalle ragazze. A dire il vero ne fa un quadro abbastanza negativo, ma per fortuna non ci scoraggia assolutamente e, più che altro… si sbaglierà di grosso!

I primi momenti li passiamo a sistemarci nelle stanze che ci sono state riservate all’interno di un padiglione in disuso, spartano ma funzionale e pulito. Per dieci giorni quella sarà anche la nostra “casa”, condividendo gli spazi con le ragazze lì ospitate. Questo campo, infatti, prevede sia alloggio che vitto forniti all’interno struttura ospitante, cosa abbastanza rara: ammetto che aver scoperto nella descrizione che avrei avuto un letto (e non un sacco a pelo in una tenda da montare ogni giorno) e addirittura una mensa con cuochi che ci avrebbero preparato i pasti (!!!) ha contribuito a farmi privilegiare questa destinazione, in fase di scelta iniziale. Sono vecchio e pigro, io. Già dopo un paio d’ore dal nostro arrivo, comunque, Lea e Mia ci fanno incontrare le ragazze -che non vedevano l’ora di conoscere questi volontari!- e iniziamo con qualche simpatico gioco di ice-breaking. La sera siamo tutti intorno a un tavolo a cenare (alle 18… si mangia presto qui!) e poi si esce in paese, con le ragazze e due educatrici, per prendere un gelato. Inizialmente non è facile interagire tra di noi e con loro; la barriera della lingua non aiuta, e ancor meno quella dell’età. Eppure dieci giorni dopo saremo diventati amici con tutti, e addirittura “fratelli” con qualcuno/a! La prima sera vado a letto stanco, e anche un po’ confuso. Come andrà questa esperienza? Riuscirò/riusciremo a superare le barriere?

Il mattino dopo partiamo con un briefing organizzativo. Ok, detto così sembra un parolone: in verità ci mettiamo tutti noi volontari in un salone e iniziamo a presentare le attività che abbiamo pensato, discuterne e calendarizzarle nei giorni a venire. Alla fine viene fuori un programma dettagliato giorno per giorno, che ovviamente (e fortunatamente) sarà rispettato solo in minima parte! Il bello di questo campo, infatti, è che ben presto i rapporti interpersonali e la voglia di conoscersi e stare insieme, al di là di età/provenienza/esperienze/ecc, prenderanno di gran lunga il sopravvento sulle attività pianificate, per quanto belle e interessanti. In dieci giorni abbiamo fatto davvero tantissime delle cose che ciascuno di noi aveva preparato prima di venire qui -dallo yoga al face painting, dal basket al ballo, giusto per citarne qualcuna- e preso parte anche alle varie iniziative che le organizzatrici avevano pensato per noi, come le serate in cui ognuno doveva presentare la propria terra d’origine. Però i ricordi più belli, almeno per me, sono legati alle chiacchierate nel parco dopo pranzo; alle sere passate a raccontarci aneddoti con il sottofondo di una chitarra o a quelle in cui ascoltavamo il verso delle civette e dei gufi; ai giri in bici nella campagna circostante, senza una meta precisa; a quando abbiamo cucinato tutti insieme perché le cuoche erano di riposo o a quando siamo andati ai laghi a piedi per bere una bibita insieme. Addirittura alle puntate delle telenovele turche sottotitolate in croato …pur di non andare a dormire! Insomma, tutti momenti di socializzazione e amicizia puri, spontanei, non organizzati e non organizzabili. Veri.

Nel corso dei giorni abbiamo anche stretto i rapporti con gli educatori della struttura, persone spesso motivatissime e molto in gamba nonostante una situazione non facile anche solo per i mille aspetti burocratici. È grazie a loro, ad esempio, se le ragazze sono potute venire insieme a noi a Zagabria, in quella che avrebbe dovuto essere (da programma ufficiale iniziale) la gita della giornata “libera” per noi volontari, ma che nessuno di noi avrebbe voluto vivere da turista. Ormai eravamo diventati un tutt’uno con le ragazze: che senso avrebbe avuto “sprecare” un giorno per andare, solo noi “stranieri”, nella capitale? Andarci tutti insieme, invece, è stata un’altra esperienza indimenticabile, così come il pomeriggio e sera in cui gli educatori ci hanno portati -sia noi volontari che le ragazze, ovviamente- a un festival cultural-musicale nelle vicinanze.

I dieci giorni di campo sono passati velocissimi. Le paure pre-partenza si sono dissolte nel giro di 24 ore, anche meno. Avremmo dovuto passare sei ore al giorno a fare il nostro “lavoro” di volontari, mentre alla fine lo abbiamo fatto quasi h24, senza neanche accorgercene. Le barriere sono crollate tutte, anche quelle più personali e meno evidenti. Il giorno di fine campo eravamo tutti tristi perché ci dovevamo salutare, ma felicissimi per le amicizie strette, così autentiche e così profonde, almeno in molti casi. Per fortuna esistono i social, e una giornata di guida non mi spaventa. Riesco così ancora oggi a sentirmi periodicamente con tanti miei compagni di quest’avventura, nonostante le distanze. E nei mesi scorsi, approfittando di un “ponte”, sono riuscito anche a tornare a salutare “dal vivo” alcune ragazze. In attesa che arrivi un’altra estate…

La magia dell’Islanda: il racconto di Elisa

La magia dell’Islanda: il racconto di Elisa

L’articolo è stato scritto da Elisa Mori, che nell’ottobre 2016 ha partecipato a un campo di volontariato SCI in Islanda.

Il 14 ottobre 2016, alle quattro del pomeriggio circa, sono arrivata in Islanda. Credo che questa data me la ricorderò per sempre, sono sempre stata affascinata dal potere che hanno alcuni determinati giorni, di influenzare la nostra vita, spesso in maniera impercettibile, ma determinante.

Quando ho visto per la prima volta la strada principale di Reykjavik, che in quel momento mi sembrava così sconosciuta e disarmante, non avrei mai pensato che dieci giorni dopo ripercorrendola al contrario per tornare a casa, l’avrei sentita così familiare e nostalgica.

Essendo una personalità timida, ero nervosa all’idea di dove condividere le mie giornate con degli sconosciuti, ma quando ho stretto le loro mani e ho guardato i loro volti sorridenti, le mie paure sono svanite all’istante. Insieme ai miei quattro compagni di convivenza e ai tre team leader, abbiamo varcato la soglia della nostra dimora e ci siamo subito sentiti a casa. La sera stessa è un’odissea di ricordi e di sensazioni confuse, complice la stanchezza, ma ho potuto scoprire fin da subito la natura cordiale e amabile degli abitanti dell’Islanda, dopo essermi imbattuta in un gruppo di ragazzi che mi hanno aiutata a trovare la strada di casa.

Il giorno seguente abbiamo esplorato la città e mi sono innamorata di ogni via, di ogni casetta con il tetto colorato, di ogni negozietto caratteristico. Ciò che però ho amato particolarmente è stato provare l’esperienza unica di fare il bagno nella piscina riscaldata all’aperto, insieme a centinaia di altre persone, svago principale degli islandesi.

La sera, insieme agli altri volontari, ho sperimentato la vita notturna di Reykjavik e sono stata colpita dalla folle sensazione di allegria e di libertà che regnava in ogni angolo della strada. In quell’occasione ho iniziato a creare un forte legame con alcuni dei miei compagni,ma soprattutto con i ragazzi facenti parte del team di Seeds, con cui ho passato momenti di puro divertimento.

Come mi era già stato annunciato, il lavoro che viene svolto dai volontari per Seeds è più che altro mentale, quindi a parte un giorno di duro lavoro nel cimitero di Reykjavik, a ripulire le strade dalle foglie, non posso certo dire di essermi affaticata. Quello che però è innegabile è che sono sicuramente tornata a casa con qualche nozione in più e con un desiderio ancora più grande di volere salvaguardare la natura.

I team leader Mathi e Kasia, ci hanno parlato del lavoro che svolge Seeds, ci hanno portato nella centrale di riciclaggio della città e ci hanno fatto parlare con un’associazione che, in collaborazione con Seeds, cerca di boicottare il consumo da parte degli stranieri della carne di balena, vista come una prelibatezza islandese. La brutalità, infatti, con cui sia le balene che le foche vengono ammazzate per un piacere puramente modaiolo, è disumana e da amante degli animali, mi sono sentita molto vicina a questa causa.

Ci è stata regalata, quello stesso giorno, la possibilità di immergerci nell’incredibile esperienza del whale watching islandese. Avendo già sperimentato questo tipo di evento nel mio paese natale in Liguria, pensavo che le sensazioni provate sarebbero state le stesse. Quello che non sapevo, è che il vento e la potenza del mare che caratterizzano l’Islanda sono molto differenti dalle placide correnti che circondano il mar Ligure… Non posso certo dire che sia stata un’esperienza piacevole, ma sicuramente è stata una bizzarra avventura!

Come da precedente accordo, abbiamo potuto partecipare a due incredibili gite fuori dalla città, alla scoperta della natura e della vera essenza dell’Islanda. La prima è stata alla volta della Snæfellsnes peninsula, un viaggio lungo dieci ore, con numerose tappe esplorative, durante le quali abbiamo visitato montagne, cascate e vulcani. L’ultima di queste è avvenuta in concomitanza di un magnifico e gelido tramonto sul mare, accompagnati dalla presenza di una decina di foche curiose che ci hanno accolto nella loro quotidianità con spruzzi e sguardi complici.

La seconda escursione denominata “Hot River hiking” è avvenuta a Hveragerði e comprende una lunga scalata a piedi fino al raggiungimento del fiume, che grazie all’attività geotermica crea una serie di laghetti di differenti temperature, uno dei quali arriva persino all’inquietante cifra di 100 gradi. Quello scelto da noi si aggirava intorno ai 38 gradi e, nonostane la sensazione di sconforto provata quando ci siamo resi conto che avremmo dovuto rivestirci in mezzo al nulla, in balia di un clima a dir poco rassicurante, è stata un’esperienza incredibile, forse la mia preferita in assoluto.

Una delle peculiarità del soggiorno con Seeds è la cena internazionale, dove i partecipanti al campo si dilettano nella cucina, preparando un piatto tipico del proprio paese, da condividere tutti insieme la sera stessa.

Questi sono grosso modo gli eventi che hanno caratterizzato questi dieci giorni, ma sono le sensazioni provate, impossibili da descrivere, che ancora adesso mi fanno ripensare a quei momenti con nostalgia e meraviglia. Vivere, anche solo per poco tempo, in Islanda ci fa comprendere quanto poco sappiamo di questa terra che nel nostro immaginario risulta così distante, così fredda, così lontana dalla nostra quotidianità.

Ho amato quest’isola con tutto il cuore, ho adorato dal mio primo incontro gli islandesi, persone dall’animo caloroso, nonostante si portino dietro questo rude aspetto da gelidi vichinghi.

Sono molti i ricordi che porterò intimamente nel mio cuore, ma sicuramente c’è un’ immagine mentale che spicca su tutte le altre: la rievocazione di noi volontari, uniti sotto un cielo stellato, illuminato dalle luci verdi e viola dell’aurora boreale, che danza leggiadra per noi. Non pensavo che avrei vissuto un momento tanto perfetto, ma posso dire con certezza che quei dieci minuti passati a rincorrere quei fasci di luce, sono entrati nella mia anima con una tale intensità da essere quasi disarmante.

Spero con queste parole di essere riuscita ad imbottigliare quest’esperienza e di essere riuscita a trasmettere le meravigliose sensazioni vissute. Ringrazio il Servizio Civile Internazionale, che mi ha permesso di partecipare a questo viaggio, il magnifico team di persone che mi hanno accolto al mio arrivo e che si sono prese cura di me e soprattutto ringrazio l’Islanda per essere stata così meravigliosa dal primo all’ultimo giorno.

Volontariato in Indonesia: giochi e idee per risolvere un enorme problema, quello dei rifiuti

Volontariato in Indonesia: giochi e idee per risolvere un enorme problema, quello dei rifiuti

L’articolo è stato scritto da Sara Basso, che nel gennaio 2017 ha partecipato a un campo SCI a Mangkang, un villaggio nell’’isola di Java, Indonesia.

Il mio primo viaggio da sola, il mio primo viaggio fuori dall’Europa e così lontano da casa, la mia prima volta in Indonesia. Nessuna paura e nessun timore, solo tanta voglia di fare qualcosa, qualcosa di positivo per l’ambiente che tanto mi sta a cuore.

Da biologa, laureata a Torino, si affrontano spesso problemi ambientali riguardanti la nostra area, una zona che sta a metà fra la pianura e le Alpi, ecosistemi ben diversi da quelli di un paese tropicale. Dell’Indonesia quasi non ne avevo sentito parlare prima di fare la mia formazione per i campi Sud con l’associazione SCI, quando delle ragazze che hanno fatto un campo là raccontavano un grossissimo problema di quella nazione costituita da isole: il problema della plastica. In realtà non solo plastica, ma rifiuti in generale.

Sappiamo che per un rifiuto organico i tempi di decomposizione sono brevi, per la carta vanno dai 6 mesi a 1-2 anni, ma per la plastica i tempi si allungano di molto e vanno da cento a mille anni. A pensarci è spaventoso e lo è ancora di più se pensiamo che nell’oceano questi tempi si allungano. In una nazione che è costituita da più di diciassettemila isole, di cui circa settemila abitate, questo dovrebbe essere estremamente allarmante.

Una panoramica sul problema

L’Indonesia è una nazione giovane, nata soltanto meno di mezzo secolo fa quando è cessato, costando delle vite umane, il dominio Olandese. La politica oggi è instabile e, per la loro geografia, le isole di questa nazione sono continuamente a rischio tsunami, terremoti ed eruzioni vulcaniche. Ovviamente in un paese così giovane, dove sono ancora presenti numerosi problemi, passa in secondo piano quello della raccolta dei rifiuti. In molti villaggi, come ho visto con i miei occhi durante il campo, i rifiuti vengono ancora accumulati in un punto e bruciati, e quando non vengono accumulati vengono portati al fiume o semplicemente gettati a terra.

Il problema più grosso, nel primo caso, sono le diossine che vengono liberate nel processo di combustione e a lungo termine sono gravemente nocive, in particolare per i bambini. L’accumulo di rifiuti vicino ai fiumi o lasciati per strada fa sì che con le piogge questi vengano trasportati dall’acqua fino al punto dove sfociano i corsi d’acqua. Ecco il problema: se la plastica finisce in mare, c’è il rischio che venga ingerita dai pesci, che possono essere quelli che noi stessi peschiamo, e questo significa che a lungo termine le tossine presenti nella plastica finiscono sulla nostra tavola. Questa è l’ipotesi peggiore, certo, ma dobbiamo anche dire che la plastica è stata introdotta nella vita quotidiana soltanto qualche decennio fa e ora la situazione è già critica. Se in certi paesi non si fa nulla dobbiamo allora tenere in considerazione questa catastrofica ipotesi.

La mia esperienza nel campo

Tornando alla mia esperienza, ho deciso di partire per questo campo di volontariato sperando di poter fare qualcosa riguardo queste problematiche ambientali, dare insomma il mio piccolissimo contributo.
Il campo si svolgeva a Mangkang, un piccolo villaggio vicino alla città di Semarang, che si trova sulla costa Nord dell’isola di Java centrale. Java è l’isola più popolosa dell’indonesia e camminando per le strade lo si nota subito dalla quantità costante di traffico e dalle piccole case attaccate una all’altra. Seppur Mangkang sia un piccolo villaggio, è molto abitato e si trova fra i campi di riso e le spiagge. La costa in questa zona dell’isola di Java è a rischio di abrasione a causa delle grosse onde del mare. Nel proteggere la costa una grande funzione ce l’hanno le foreste di mangrovie, veri e propri habitat ricchi di specie acquatiche e ornitologiche.

Le comunità locali tendono a tagliare le foreste di mangrovie per creare allevamenti di gamberetti e questo è molto dannoso per gli ecosistemi. Una parte del mio campo consisteva anche nella riforestazione di mangrovie, quindi nella piantagione delle singole piante due a du,e quando sono ancora piccole e non più alte di mezzo metro. Questo avveniva spesso in acqua bassa in quanto queste piante crescono bene in prossimità di acqua dolce, vicino al mare, e spesso si trovavano nella zona rifiuti di ogni genere. Ne abbiamo piantate più di tremila. Le mangrovie sono per fortuna resistenti e crescono bene nonostante le condizioni. Fortunatamente anche alcuni granchi e uccelli vivono ancora in queste aree, ma difficilmente, se la situazione rifiuti non cambia, si ricostituirà un habitat ottimale per tutte le specie.

Oltre alla piantagione di mangrovie, l’altra maggiore attività del mio campo di volontariato era la sensibilizzazione per il problema dei rifiuti. Abbiamo svolto diverse attività a riguardo, spesso coinvolgendo i bambini locali. Il primo giorno trascorso al campo abbiamo innanzitutto visitato la gente locale, ci siamo presentati ai maggiori esponenti del villaggio e ci siamo fatti vedere in giro, perché far capire del nostro arrivo è importante.

Le persone del luogo

Vorrei fare una digressione per descrivere la reazione della gente alla nostra vista, premetto che nel campo eravamo in totale in otto: due indonesiani, Yoga il camp leader e Serisa; tre giapponesi, Takashi, Ryoji e Tomoka; una ragazza di Hong Kong, Sumyi; un’italiana, ovvero io, e un Francese, Vico. Quindi quelli che davano veramente nell’occhio eravamo io e Vico, in quanto davvero molto diversi come aspetto dalle persone del luogo. Per tornare alla reazione delle persone, era semplicemente stupefacente, ci guardavano con aria stupita e con un sorriso a trentadue denti, bambini in primis. Era come se fossero sorpresi di vedere gente che veniva da altri luoghi e così tanto diversa da loro, ma non erano affatto riluttanti: erano contenti, sempre sorridenti, non invadenti e rispettosi. Ragazzi e bambini ci chiedevano ogni tanto una foto come se fossimo dei personaggi famosi, questo credo capiti spesso viaggiando oltreoceano e una foto ogni tanto non la si può di certo negare. Sicuramente a casa, oltre a molteplici regalini e souvenir, ho portato i sorrisi di quella gente.

Le attività del campo

Tornando alle attività, oltre a presentarci alla gente locale ci siamo presentati al partner locale dell’associazione IIWC. Si tratta dell’associazione Mangrove Mangkang di pak Sururi che ci forniva e sosteneva per la piantagione delle mangrovie, oltre che portarci la mattina presto su delle piccole imbarcazioni al luogo di piantagione, perché la spiaggia si poteva raggiungere soltanto in barca.

Un’attività svolta all’insegna della gestione dei rifiuti è stata fatta durante una visita agli scout della scuola elementare musulmana. Ci siamo divisi in quattro gruppi da due e i bambini si sono divisi di conseguenza nei diversi gruppi. L’attività consisteva in una gara e vinceva il gruppo che riempiva più velocemente i due sacchi che ogni gruppo aveva con i rifiuti che si trovavano sparsi per le strade. La parte divertente era che ovviamente noi non parlavamo la loro lingua, ma bastava una parola: “ayo”, che significa “andiamo”, perché i bambini ci seguissero. In meno di mezz’ora i sacchi erano già pieni e alla fine tutte le squadre erano vincitrici. Un’altra attività simile aveva coinvolto anche gli adulti e si era svolta in due giornate. Nella prima passavamo di casa in casa recitando una frase in indonesiano che spiegava che saremmo passati la mattina seguente a raccogliere la loro immondizia, che l’avremmo raccolta in un camioncino e portata nella discarica di Semarang, la grande città vicina. Insieme ai bambini, che erano entusiasti di aiutarci, abbiamo svolto il nostro compito e i ragazzi indonesiani cercavano di spiegare, rivolgendosi alla gente del luogo, che un’attività simile andava svolta almeno qualche volta la settimana.

Abbiamo ripulito, nei limiti del possibile perché era davvero tanta, l’immondizia per le strade e cercato di far capire alle persone locali come sia più bello vedere un ambiente pulito e come sia più salutare per loro mantenere le strade senza spazzatura. Durante le due settimane del campo sono state svolte più attività, anche ricreative, come la pulizia e decorazione della biblioteca della scuola musulmana o la “Batik activity”, ovvero una lezione sull’arte del batik, una stoffa molto decorata con una particolare cera, in parte fatta dalle mangrovie tipica della cultura musulmana di Java.

Un’altra attività di “Garbage Management” veniva svolta con una signora del luogo, che ci ha insegnato come recuperare i ritagli di vecchie stoffe per fare dei simpatici fermagli per capelli o spille. Un’idea semplice, da utilizzare anche come regalo e da realizzare semplicemente con degli scarti e un po’ di colla a caldo. Lo stesso lo si può fare con le bustine di plastica del tè o del caffè e si possono creare, ad esempio, dei portachiavi a forma di pesciolino. Idee molto semplici, ma efficaci, che hanno un impatto soprattutto quando vengono insegnate ai bambini, per stimolare l’idea del riciclo.

Per far conoscere il nostro progetto abbiamo anche svolto un’intervista a Semarang per una radio locale in diretta. È stato sorprendente trovare sul pullman del ritorno per Mangkang una signora che aveva riconosciuto la mia voce dalla radio.

Per quanto riguarda il cibo, abbiamo cercato ogni giorno di cucinare noi stessi cibo locale. Alla base di ogni piatto c’era sempre il riso, servito molte volte soltanto come contorno, ma il motto di un indonesiano è “o si mangia il riso almeno due volte al giorno o è come aver digiunato”, almeno così mi è stato spiegato dal leader del campo. L’ultima serata è stata invece dedicata al nostro cibo: ognuno ha cucinato un piatto tipico della propria nazione, con ingredienti che avevamo portato da casa e altri comprati in loco. Si potrebbero spendere pagine e pagine a parlare della cucina indonesiana, che è stata comunque una delle protagoniste del campo, ma non è lo scopo dell’articolo e lasciando un mio commento personale potrei semplicemente dire: “deliziosa”.

Fra le diverse attività spesso abbiamo avuto anche momenti di riposo, utilizzati per andare un po’ in giro ed esplorare la zona o fare giochi e conoscerci meglio Spesso questi momenti venivano interrotti dai bambini che venivano nella casa dei volontari dove dormivamo e svolgevamo dei giochi con loro. Ho riscoperto abilità di disegno che non conoscevo!

A metà fra le due settimane abbiamo avuto un giorno libero che abbiamo trascorso a Malang la città natale dei due ragazzi indonesiani, a poco più di due ore di distanza da Semarang. Lì abbiamo visitato il vicino tempio Buddhista Borobudur, il più famoso dell’isola.

L’intero campo è stata un’esperienza straordinaria. Stare così a contatto con la comunità locale è il miglior modo per comprendere una cultura diversa, osservare da vicino i costumi e le tradizioni. Abbiamo anche assistito a due matrimoni, un’esperienza unica che da semplice turista difficilmente si affronta. Essere là risveglia una voglia di curiosità, di esplorazione e ci si sente come bambini che chiedono perché per ogni cosa. Ci si dimentica quasi, in alcuni momenti, il motivo per cui si è là, tanto si è sopraffatti dalle novità. Ma in alcuni momenti, vedendo la situazione con i propri occhi, lo si sente ancora di più il motivo che spinge a fare questo tipo di esperienza e si è quasi fieri di noi stessi per essere arrivati fino a lì.

Non posso sapere se ho lasciato qualcosa nel cuore di queste persone, sicuramente loro lo hanno lasciato nel mio. Sono sicura di voler fare nuovamente un’esperienza simile nella mia vita. Spero anche di tornare in futuro a Mangkang, per ritrovare le bellissime persone che ho conosciuto e vedere le mangrovie cresciute.

Vi racconto il mio campo di volontariato nel Parco Nazionale di Killarney, Irlanda

Vi racconto il mio campo di volontariato nel Parco Nazionale di Killarney, Irlanda

L’articolo è stato scritto da Clara Brusamolino, che nell’estate 2016 ha partecipato a un campo di volontariato nel Parco Nazionale di Killarney, in Irlanda.

L’estate scorsa ho partecipato ad un campo di volontariato nel Parco Nazionale di Killarney, in Irlanda. Lo scopo era aiutare a liberare il territorio del parco da una specie infestante di rododendro, il Rhododendron ponticum. Questa pianta, modificata e introdotta in natura dall’uomo nel secolo scorso, ha causato la morte del sottobosco e degli alberi di vaste aree del parco, non permettendo ad altre piante di crescere nelle zone da essa occupate; per questo, da molti anni, i rangers del parco si occupano della sua disinfestazione e organizzano periodi di lavoro per gruppi di volontari.

In Irlanda, il mio gruppo era composto da quattordici volontari provenienti da ogni parte del mondo, dalla Spagna al Vietnam, da Taiwan alla Russia. Vivevamo tutti insieme in una grande casa in mezzo al bosco, a qualche minuto dalla strada principale del Parco Nazionale. Dormivamo in due grandi camere con i letti a castello e, oltre alla cucina e a quattro bagni, avevamo a disposizione una sala da pranzo con un grande tavolo ed una stanza che faceva da soggiorno. Non avevamo connessione a Internet e nemmeno i cellulari funzionavano alla perfezione, ma ciò era positivo, in realtà, poiché ci lasciava più tempo per parlare faccia a faccia e conoscerci meglio. (Per ogni evenienza, comunque, una connessione Wi-Fi era disponibile in un bar a una decina di minuti di cammino).

La giornata di lavoro iniziava verso le 10, quando i rangers del parco venivano a prenderci per portarci in taxi nel luogo in cui avremmo lavorato quel giorno; da lì era necessario camminare per qualche minuto prima di raggiungere la nostra destinazione effettiva, che era spesso abbastanza lontana dalla strada. Una volta arrivati, iniziava il lavoro vero e proprio, che consisteva nel tagliare le piante di rododendro e trattarne le radici con del diserbante, per evitare che ricrescessero. Il principio era quindi semplice, ma la pratica era abbastanza impegnativa, poiché per arrivare a tagliare le piante bisognava arrampicarsi qua e là sui pendii, strisciare nel bosco, oppure farsi strada tra gli alberi caduti a suon di cesoie. Per questo ci erano stati dati stivali, guanti e retine per la testa, per ripararci dagli insetti, ed era vivamente consigliato usare pantaloni e giacche impermeabili. Nonostante la fatica, comunque, ci si divertiva molto, e la cosa più piacevole era probabilmente mangiare tutti insieme intorno al fuoco all’ora di pranzo.

Verso le 4 del pomeriggio facevamo ritorno alla nostra casa, dove iniziava la lotta per poter fare la doccia per primi (purtroppo di docce ce n’erano solo due); poi facevamo merenda, preparata dai due volontari che quel giorno erano stati a casa dal lavoro per pulire e cucinare. Il resto del pomeriggio lo passavamo cucinando, chiacchierando e riposandoci, oppure accompagnando uno dei due coordinatori a fare la spesa. La sera, dopo aver cenato (e dopo il lungo lavaggio dei piatti), guardavamo film o facevamo attività insieme, come quiz inventati al momento, giochi di carte o da tavolo, oppure semplicemente chiacchieravamo del più e del meno. Una delle attività più interessanti è stata prendere un planisfero e, a turno, parlare del proprio paese di origine, evidenziandone gli aspetti positivi e negativi e rispondendo a domande e curiosità degli altri volontari. Talvolta, invece, ci recavamo in città, a Killarney, per fare un giro nei negozi o ascoltare un po’ di musica nei pub. Abbiamo persino provato a ballare una danza tipica irlandese!

Nel finesettimana abbiamo partecipato ad un giro turistico in barca sui tre laghi che si trovano nel parco. La durata era di circa un’ora e permetteva di vedere bellissimi scorci della foresta circostante. Un po’ meno piacevole era la pioggia scrosciante che si è abbattuta su di noi per tutta la durata della gita e che, sommata agli spruzzi sollevati dalla nostra barchetta, ha fatto sì che ci bagnassimo completamente nel giro di pochi minuti; è stata forse questa, però, la parte più divertente, e dopo una passeggiata di circa tre ore per tornare a casa, avevamo comunque abbastanza energia per cucinare una torta in occasione del compleanno di uno dei volontari. Oltre alle gite in barca, nella zona di Killarney ci sono molte altre attrazioni turistiche ed è possibile partecipare a tour guidati, ad esempio nel Ring of Kerry. Ovviamente a patto di controllare le previsioni del tempo.

Fare volontariato in Irlanda è stata un’esperienza molto interessante e sorprendente. È stato bellissimo lavorare immersi nella natura, sapendo di fare qualcosa di utile alla sopravvivenza di un luogo meraviglioso come questo parco. Mi ha anche permesso di incontrare molti nuovi amici, di confrontarmi con culture molto diverse dalla mia e, perciò, di crescere come persona. Conoscere persone provenienti dai luoghi più disparati del mondo allarga i tuoi orizzonti e ti fa capire che, in realtà, le cose che ci accomunano sono molto più grandi e numerose delle nostre differenze, e che queste differenze non sono altro che una ricchezza incredibile e un’occasione per imparare e migliorarci.

Kenya, Kiburanga Community: l’esperienza di Ivana in Africa

Kenya, Kiburanga Community: l’esperienza di Ivana in Africa

L’articolo è stato scritto da Ivana De Pascalis, che racconta la sua esperienza in Kenya con un campo SCI presso Kiburanga Community, tra attività con i bambini e incontri con le famiglie della comunità.

E arriva il momento della partenza per il Kenya, dopo un periodo di preparativi fisici e mentali, assicurazioni, visti, biglietti, cosa portare, dubbi sull’indossare abiti chiari o abiti scuri, perché gli scuri attirano zanzare, anche se, in agosto, non ho trovato una zanzara neanche a pagarla, ma nonostante tutto giù di antizanzare. E questo? Mi servirà? Come farò a ricaricare gli apparecchi elettrici? Internet sì o internet no? E le foto? Nel mentre che perdi tempo tra queste decisioni….arriva il momento della partenza. Pronta?? Si può forse rispondere?

Insomma tra una cosa e l’altra, sei già al check-in, stomaco a frittella, agitazione ai massimi storici, ma una voglia di arrivare, vedere e vivere che non ti fa più pensare a tutto ciò! Volo tranquillo tra musica africana, film in lingua, qualche oretta di sonno. Atterri a Nairobi, capitale del Kenya, già da subito ti accorgi di cosa vuol dire esser dall’altra parte del tuo mondo: lingue, volti, colori, odori, regole diverse che forse è meglio conoscere (come per esempio che a Nairobi NON si fuma per strada. Ma dopo 12 ore di volo una sigaretta no? No, per strada No!). Aspetto all’aeroporto con sguardo incuriosito e speranzoso, che qualche anima pia mi venga a recuperare. E così accade, ovviamente con ritmi e tempi del “Sud”, Pole Pole (piano piano).

Fortunatamente la permanenza a Nairobi è breve (che caos dei sensi, olfattivi visivi uditivi), con nuova destinazione Kiburanga Community.

Dopo 9 ore di furgoncino, arrivi nel luogo in cui madre natura ha calcato più la mano. No asfalto (se non sulle arterie principali), alberi di banane, rocce imponenti, terra (sì, semplicemente terra, non coperta da case, marciapiedi, strade) e un mare di bambini sorridenti che ti corrono incontro, salutandoti, chi più chi meno timido, con un “Jambooo How Are You??!”. E da lì capisci che ora realmente la tua avventura è cominciata!

La struttura che ci ospita è composta da 3 casette (e mezzo) in mattoni, già un lusso considerando che nel circondario le case vengono costruite solitamente con terra, acqua e un po’ di cemento. Due di queste vengono usate per dormire, all’interno vi sono solo materassi a terra, borsoni e qualche letto usato dai volontari locali che vivono lì permanentemente. L’altra casa è una cucina (con angolo materasso per gli ospiti da una tantum). E nella mezza casetta composta in pratica da una veranda con tetto, vi è la cucina “estiva”, che prevede un angolo dove accendere il fuoco su cui cucinare la pasta con un mega pentolone e un angolo forno a legna che ha regalato a tutti una serata pizza, perché da buoni italiani nella “cena tema” abbiamo sfornato, su richiesta degli altri volontari, pizza per tutta la comunità!

Passiamo a loro…e a noi… Il campo SCI si è svolto in concomitanza con le attività di Eduka, un’importante associazione di volontariato spagnola, quindi eravamo a conti fatti 15 volontari internazionali e circa 7/8 volontari locali (diciamo che il numero dei volontari locali variava sempre un po’, alcuni erano “fissi” e altri spuntavano solo a volte, sopratutto la sera, per motivi lavorativi, organizzativi e anche un po’ per pigrizia. Sì, benvenuti, anche questo è Africa). Le giornate trascorrevano e il tempo correva tanto da non accorgerti quasi che le 3 settimane, quelle che pensavo fossero tante, finisco in un baleno, ma tu hai ancora una marea di cose da fare, da vedere e da vivere.

Le attività che si effettuavano erano principalmente di dopo scuola con i bimbi, quindi al mattino e nel pomeriggio si trascorreva il tempo con loro a giocare, ballare, cantare, colorare e chi più ne ha più ne metta, libero sfogo alla fantasia. Abbiamo addirittura fatto con loro delle lezioni di ginnastica (non immaginate quante risate si possano fare mentre si fanno dei semplici esercizi fisici come la ruota). In alternativa, si poteva collaborare con Eduka per terminare la costruzione di una scuola proprio nel cuore di Kiburanga.

Inoltre abbiamo anche sviluppato una classe di teatro con i bambini, con cui mettere in scena tre canzoni, tutti truccati come gli animali della savana.

Queste sono più o meno le attività che venivano svolte per i bimbi. Dall’altra parte poi ci sono le attività più “istituzionali” e quelle di “utilità sociale”.

Nelle prime inserirei le “Home Visits”, cioè degli incontri con le famiglie della comunità di Kiburanga, con cui confrontarsi e conoscere meglio la realtà, le ideologie, le abitudini e le mentalità diverse. Trattando argomenti come la poligamia, l’abuso di alcool da parte (sopratutto) degli uomini, il grande problema della pratica della mutilazione genitale femminile, la povertà, l’agricoltura, l’igiene. Ma si parlava anche, con più leggerezza, di come trascorrono le loro giornate e di quali sono i loro sogni per il futuro. Insomma un bellissimo momento di scambio culturale a 360 gradi!

Nelle attività di utilità sociale, invece, rientrano tutte le attività che a turno svolgevamo, come la pulizia del “bagno” e delle “docce”, dove per bagno si intende un piccolo “camerino” chiuso e coperto, al cui centro è stato creato un buco profondo circa 10 metri dove si poteva, via insomma, avete capito far cosa. La doccia, in pratica uguale, senza buco centrale, ma con solo piccola fessura laterale per lo scolo delle acque all’esterno. L’arte di arrangiarsi!

Tra le altre attività, la collaborazione (sempre a turno) in cucina e al lavaggio dei piatti, alla “spedizione” giornaliera sino al fiume per recuperare acqua utile al fine di cucinare e di docciarsi. Ah, dimenticavo, in Kiburanga Community non è presente acqua corrente e neanche elettricità. Come anticipavo prima, per le ricariche degli apparecchi elettronici si può far riferimento ai piccoli shops che si incontrano in “paese”, dove è inoltre presente un pub dove gustare una fantastica Tusker, birra kenyota, lager, nulla di eccezionale, se non che ti viene portata in bottiglie da 500 ml, accompagnata da arachidi bolliti non salati! Dopo una calda giornata africana, una birretta fa sempre piacere!

Altre attività che abbiamo svolto nel campo in Kenya sono state le “libere uscite”, cioè week-end di visita presso il Victoria Lake e il Safari nel Masai Mara, organizzati completamente dal partner SCI del Kenya. Victoria Lake, posto splendido, dove il lago si traveste da mare per la sua immensità, tocca tre paesi: Kenya Tanzania e Uganda. Dopo aver conosciuto e speso del tempo con bambini e famiglie del luogo, abbiamo girato su pietre e su scogli mastodontici a picco sul lago e tra calette nascoste e usato le barche a remi. Ma soprattutto, abbiamo nuotato e ci siamo goduti dei tramonti e delle albe sul lago, ancora oggi stampato perfettamente nella mia memoria.

Seconda uscita, un classico, Masai Mara con safari, girovagando alla ricerca di elefanti, zebre, giraffe, e se si ha fortuna di leoni, leonesse e ghepardi. Un paradiso incontaminato, inspiegabile, calmo, vivo, aperto. Il tuo sguardo li può vedere a 360 gradi, in tutte le direzioni, senza trovare ostacoli visivi, semplicemente Natura allo stato più puro! Considerate che queste uscite (sopratutto il Masai Mara) sono state dispendiose e fuori dai costi SCI. Purtroppo al safari non sei più un volontario, ma un turista, quindi…è anche giusto così!

Concludendo, passo alla parte emotiva. A ciò che questa esperienza, ma sopratutto il luogo e le persone incontrate, hanno lasciato in me. In primis, un senso di forza interiore e di crescita personale, per aver vissuto ed essere sopravvissuta tra le difficoltà linguistiche, la convivenza con altre persone differenti tra loro, in poco spazio e con pochi mezzi. Secondo punto: il vivere quotidiano, la “non fretta del vivere” e l’apprezzare la Vita, così com’è, con un gran sorriso!

In terzo, non saprei proprio che dirvi se non che ripartirei domani per l’Africa o per qualsiasi altro campo SCI, zaino in spalla e via!

“Karibu”, alle falde del Kilimangiaro: racconto di un campo in Tanzania

“Karibu”, alle falde del Kilimangiaro: racconto di un campo in Tanzania

L’articolo è stato scritto da Lavinia Simonelli, che nell’estate 2016 ha partecipato a un campo di volontariato ambientale in Tanzania,  nel villaggio di Mwika.

Ho tenuto un diario. Per le tre settimane che sono stata in Africa, in un villaggio alle falde del Kilimangiaro, in Tanzania. Vorrei condividere il mio diario di viaggio tramite questo articolo.

Prima di iniziare però vorrei raccontare dei mesi precedenti alla partenza, quando sentivo questa energia dentro di me, questa voglia di andare a fare del volontariato in Africa. Proprio l’Africa mi chiamava così forte, sarà che sono cresciuta con i racconti di mia nonna riguardo a questo paese stupendo, pieno di vita, sarà che ero (e sono forse ancora di più ora) stanca della civiltà occidentale e della mentalità con la quale in molti considerano il volontariato una perdita di tempo, perché il tempo è valutato secondo percezioni materialistiche, tempo è denaro, tempo è arricchirsi il Curriculum Vitae. Siamo davvero solamente un Curriculum Vitae secondo voi? C’è qualcuno che pensa ancora a prendersi del tempo per arricchire se stesso e gli altri? Ma non in termini materiali, in senso di spirito, di anima, di gioia, di solidarietà, di amicizia. Il Servizio Civile internazionale lo fa. E dà la possibilità a tanti ragazzi e ragazze di prendere parte ad esperienze uniche. La mia ricerca è iniziata su internet, e dopo aver scartato tante associazioni di stampo Cattolico, mi sono imbattuta nel Servizio Civile Internazionale. Mi sono iscritta, sono andata agli incontri di formazione ed ho capito che i principi c’erano, ed erano quelli giusti per me.

Così sono partita per la Tanzania, in questo campo di volontariato di stampo ambientale nella foresta del Kilimangiaro in un villaggio di nome Mwika/Marera. Il mio percorso è iniziato a Dar Es Salaam per poi proseguire attraverso una giornata di viaggio in pullman alla volta della foresta. Sembrava surreale quando sono arrivata: la terra, la vegetazione, gli animali, le persone, i suoni, i colori. E così inizio a scrivere sul mio diario. “Le strade sono di terra rossa, scura, e la vegetazione domina ovunque. Il villaggio è dedito alla piantagione di banane e di caffè. Le persone sono accoglienti, ho già imparato qualche parola: Jambo, Mambo, Habari? (che vuol dire come stai). Ripetono in continuazione la parola Karibu, che vuol dire benvenuto“.

“La mattina si inizia la giornata con una doccia fredda, perché l’acqua calda non c’è se non si riscalda sul fuoco, ma a me va bene così. Fuori è la stagione invernale, ma ho riscoperto il piacere intenso di vivere i bisogni primari senza le comodità di cui sono abituata. Come primo giorno siamo andati a Moshi, il centro urbano più vicino a noi e abbiamo preso un po’ di confidenza con le persone e l’ambiente. Al ritorno verso il villaggio dal finestrino della macchina (dentro la quale eravamo circa in 8) ho visto la vetta del Kilimangiaro, imponente e candida, con alle spalle il tramonto.

Abbiamo iniziato il lavoro, il che consiste nel preparare il terreno in diversi orticelli e seminarli così che gli alberi una volta cresciuti verranno portati in zone ad alta deforestazione nelle vicinanze del villaggio. Non saremo qui quando gli alberi saranno cresciuti abbastanza per essere portati dove c’è bisogno di loro, però sappiamo che Mr Ben lo farà. Ci ha portati a vedere la foresta dove li pianterà.

Il problema della legna è che seve in molte case a Marera e nei villaggi circostanti per provvedere al fuoco, in quanto non ci sono sistemi di riscaldamento dell’acqua per cucinare. La maggior parte delle case sono di legno e la cucina è un rettangolo di mattoni fuori in giardino dove si accende il fuoco e si fa bollire l’acqua.

Sono le comodità a mancare, ma il cibo non manca. La vegetazione è ricca di frutti in base alla stagione, e il mercato di Mwika è a portata di tutti, disponendo di tutto l’essenziale per un buon pasto.

La sera andiamo a bere una birra al bar dove i locali bevono birra alla banana fatta da loro. È un bel momento per socializzare con la realtà locale, per ascoltare le persone e quello che hanno da raccontare così come la loro voglia di scoprire chi siamo noi stranieri.

Nel weekend abbiamo fatto una gita al confine con il Kenya, al lago Chala. Un posto incantevole e ci siamo divertiti un sacco. Il nostro capo gruppo ed altri due volontari sono della Tanzania ed è così piacevole scambiare storie, idee, realtà, punti di vista, con loro. Ma non solo, anche tutti gli altri volontari sono di diverse nazionalità: Francia, Spagna, Germania, Repubblica Ceca, per cui c’ è uno scambio culturale 24 ore su 24.

La sera dopo cena organizziamo delle serate a tema. Ognuno di noi a turno presenta il proprio paese anche attraverso danze o canti.

Abbiamo iniziato ad aiutare una cooperativa di donne locali che raccolgono fondi per bambini orfani o anziani rimasti soli. Le aiutiamo a preparare bustine di terra pronte per la semina di piante da poter vendere. Piante medicinali più che altro. Questo orto si trova proprio vicino ad un asilo nido, così che quando finiamo di lavorare prima di tornare a casa ci concediamo qualche minuto a giocare con i bambini che escono per il pranzo. È un momento gioioso per tutti.

Abbiamo iniziato un altro progetto, cioè quello di costruire per diverse cucine del villaggio un piano cottura. Il problema di usare il fuoco per cucinare influisce soprattutto sulle le donne, che passano ore in cucina a respirarsi il fumo. Questo piano cottura è assemblato con cemento e mattoni e la presenza di tre fori esterni dà la possibilità di cucinare tre pentole contemporaneamente e di racchiudere il fuoco nella parte sottostante, indirizzando fumo e fiamme sotto le pentole.

Abbiamo dedicato alcuni pomeriggi a visitare alcune infrastrutture del villaggio come la scuola e l’ospedale.

La scuola è suddivisa in asilo, elementari e liceo. L’obbligatorietà di frequenza termina dopo le elementari che si concludono verso i 13 anni di età. Abbiamo visitato la scuola elementare di Marera per portare del materiale che avevamo raccolto. La scuola ha 11 insegnanti e circa 300 bambini. Le materie che insegnano sono simili alle nostre: storia, geografia, inglese e Swahili. Le infrastrutture sono pessime. Una cosa che mi ha stupita è la chiesa Luterana, moderna, bellissima che troneggia proprio di fronte ad una scuola elementare, con le finestre rotte e le pareti sporche. Il governo paga per l’istruzione dei bambini, libri compresi.

L’ospedale del luogo ha 6 dipendenti di cui 1 solo medico a disposizione 24/7. Vive lì, in una casetta accanto all’ospedale. Le cure sono pressoché gratuite. Si paga una somma simbolica di 2000 TSH, corrispondente a meno di 1 euro. Sono disponibili i test per la malaria, HIV e altre malattie trasmissibili. Ci sono anche alcuni vaccini obbligatori per tutti i bambini.

È uscito il sole, regalandoci una settimana di luce calda.

La luna e le stelle ci regalano serate brillanti. È come se non avessi mai visto le stelle prima d’ora.

Tutte le mattine procediamo per la stessa strada sterrata e fangosa, a volte sotto la pioggia, a volte con il freddo, a volte sotto al sole. Cantiamo mentre camminiamo, salutiamo chiunque incontriamo per strada, perché loro salutano sempre. I bambini vanno a scuola a piedi, da soli, o in compagnia tenendosi per mano e si divertono un sacco a guardarci e a ridere, prendendoci in giro perché siamo Mzungu, stranieri.

Ho fatto tante foto in questo mio viaggio, ma certi attimi non sono riuscita a catturarli: uno scorcio appena visibile; un raggio di luce sul lago dove si abbevera il bestiame guidato da un bambino Masai; gli sguardi stupiti, curiosi e divertiti della gente; i colori brillanti dei vestiti, il giallo il rosso il verde e il blu. La calma in ogni gesto. Il suono del gallo al mattino, della pioggia, delle foglie, delle risate, dei canti. Questa è l’Africa che va vissuta con tutti i sensi e che ti toglie la voglia di andar via”.

L’africa, la Tanzania, il volontariato; è tutto molto di più rispetto a quanto delle foto o un articolo possano esprimere. Quello che più mi dispiace è aver percepito un’influenza occidentale che aleggia su questo paese, quasi a sradicarlo dalle sue radici, dai suoi principi, quasi a dirgli “imitami, seguimi”. Ma quello che ho visto io sono persone gentili, che ancora mettono l’essere umano al primo posto, anche se non si vive più senza uno smartphone, nemmeno in mezzo ad un villaggio sterrato.

Quello che penso è che forse siamo noi, società occidentale, a doverci fermare a pensare: dove ci sta conducendo la nostra fretta? Cosa stiamo rincorrendo? Ci siamo accorti che abbiamo lasciato indietro qualcosa, durante il nostro percorso? Qualcosa a che vedere con le basi delle relazioni umane.

Dovremmo forse iniziare ad imparare da certi paesi che invece non abbiamo fatto altro che manipolare?

 

Diari islandesi: racconto di un campo di volontariato tra i fiordi dell’Islanda

Diari islandesi: racconto di un campo di volontariato tra i fiordi dell’Islanda

L’articolo è stato scritto da Filippo Dierico, che nell’estate 2016 ha partecipato a un campo di volontariato in Islanda, con l’obettivo di ripulire i fiordi nella regione delle Westfjords dall’immondizia depositata.

“Ma non ti piacerebbe andare in Croazia con i tuoi amici? Secondo me si divertiranno un sacco e
di certo è meno complicato da organizzare!”

“Non metto in dubbio che si divertiranno, ma questa è l’occasione per realizzare uno dei sogni
della mia vita, è lì che vorrei andare e quella è l’esperienza che vorrei fare!”

Spiegare ai miei genitori quello che sarei andato a fare in Islanda non fu certo facile. Non certo per discriminare la loro generazione, ma credo che siano portati a svalutare il volontariato. Indottrinati dalla concezione del lavoro retribuito, spesso dimentichiamo l’utilità degli atti gratuiti che alcune persone scelgono di compiere. C’è chi desidera dedicare il proprio tempo libero e le proprie risorse per cercare di migliorare la società in cui vive, o chi si adopera per salvaguardare la salute del pianeta, tante piccole formiche che agiscono per mitigare gli effetti negativi delle attività umane.

Aiutare ragazzi con difficoltà di apprendimento nel percorso scolastico, tenere compagnia ad anziani che altrimenti sarebbero soli per molte ore al giorno, sostenere le persone colpite da una calamità naturale e aiutarle a ritornare alla vita quotidiana, costruire pozzi in zone desertiche, proteggere i bambini in zone di conflitto armato. Questi sono solo alcuni esempi attività di volontariato. Molto spesso non ci facciamo caso o ne siamo completamente inconsapevoli, ma i volontari ci sono e lasciano segni indelebili nel mondo e nelle persone con cui si relazionano.

Torniamo a noi. Un viaggio. Si, io adoro viaggiare. Può sembrare la solita frase fatta, parole che si dicono per farsi notare, ma io non la penso così. Sono profondamente contrario a chi afferma che
viaggiare permette di trovare se stessi. Non è una legge universale applicabile a tutti. Vale per certe persone, certamente, ma altre persone la pensano diversamente e vanno rispettate, per fortuna siamo diversi. Quella che voglio brevemente raccontare è una delle esperienze più belle che io abbia vissuto fino ad ora, un’esperienza che mi ha consentito di realizzare uno dei miei tanti sogni, uno di quelli che
sentivo ardere più intensamente.

Unire il volontariato e il viaggio, in Islanda. Vivere in uno degli angoli più remoti e più incontaminati del mondo.

Fu il mio primo viaggio da solo, presi l’aereo di notte da Malpensa e di notte arrivai a Keflavik, l’aeroporto ad un’ora di strada da Reykjavik, la capitale. Passai la notte in aeroporto, dove casualmente conobbi Juan Jesus, un trentaquattrenne spagnolo che avrebbe partecipato al mio stesso campo. Insieme andammo a Reykjavik e ci incontrammo con gli altri partecipanti al campo. Un team internazionale, ovviamente. C’erano due ragazze tedesche, un ragazzo dI Hong-Kong, una canadese, due spagnoli (uno dei due era Juan, l’altro era Samuel, il nostro giovane camp-leader) ed io. Il nostro compito per due settimane fu quello di ripulire dall’immondizia i fiordi nella regione delle Westfjords, nella parte nord-ovest dell’isola, affacciata sull’oceano. Immondizia? In Islanda? Certo che si, la Corrente del Golfo infatti trasporta moltissimo materiale dannoso per l’ambiente sulle coste, soprattutto pezzi di plastica di ogni tipo e reti da pesca scartate dalle navi e buttate in mare.

Con il passare dei giorni diventammo una squadra sempre più efficiente e coesa. Oltre a rimuovere chili e chili di plastica e metri di reti da pesca, passavamo anche qualche ora nelle hot-tubs, pozze di acqua calda proveniente dal sottosuolo vulcanico dell’Islanda, sono uno dei principali passatempi degli islandesi. Le hot-tubs di Drangsnes, il villaggio da 80 abitanti in cui eravamo ospitati, si affacciano su un fiordo che entra per decine di chilometri nella costa dell’isola. Noi andavamo alle hot-tubs nel tardo
pomeriggio, nonostante fossero le 18-19 il sole era ancora alto. In Agosto infatti sorge attorno alle
3 della notte e si ha il buio completo solo attorno a mezzanotte inoltrata. La nostra giornata solitamente terminava con una passeggiata (a cui pochi prendevano parte a causa della stanchezza) e una tazza di the homemade. La maestra della scuola del villaggio, Martha, ci insegnò infatti a riconoscere e raccogliere un particolare tipo di fiore che cresce in quella regione, per poi utilizzarlo come infuso. Berlo prima di dormire diventò un’abitudine per me e per la mia coetanea da Amburgo.

Il fiordo che vedevamo dalle finestre della casa che ci ospitò era pieno di vita, anche per merito di
Grimsey Island, un’isola a poche miglia dalla costa, dove nidificano migliaia di gabbiani e pulcinelle di mare, variopinti e buffi animali simili a pinguini che vivono esclusivamente nelle Isole Farøer e in Islanda. Un giorno una barca ci portò anche su Grismey Island, dove ci calammo da una scogliera di 30 metri e ripulimmo la spiaggia, circondati da stormi di centinaia di pulcinelle di mare. Nel weekend della prima settimana andammo a fare hiking, risalimmo il monte Drangs e scendemmo dal versante opposto, per poi finire in una specie di centro benessere con piscina, dove ci accolsero a braccia aperte per il lavoro che stavamo facendo. Nel ritorno a Reykjavik avvistammo anche un branco di tre balene, fu uno spettacolo che mi rimase impresso così profondamente che credo mai lo dimenticherò.

Il campo durò in totale 13 giorni, rimasi poi altre 2 notti a Reykjavik con alcuni dei miei compagni di volontariato, vivendo insieme 24 ore al giorno. Per due settimane si erano infatti creati dei legami fortissimi. Girammo per la città, in alcuni momenti da soli, in altri tutti insieme. Essendo molto piccola per essere una capitale era facile ritrovarsi anche senza accordarsi precedentemente. Una sera mangiammo cibo tipico islandese, tra cui una zuppa di crostacei, carne di montone, di squalo e di balena. Questi ultimi due li assaggiò solo Juan. Andammo poi a bere una birra in un affollato pub in Hverfisgata, una delle vie principali di Reykjavik.

Riassumere tutto ciò che ho vissuto e provato in due settimane in Islanda non rende certo onore all’esperienza fatta e a ciò che mi ha lasciato, ma rischierei di dilungarmi veramente troppo. Sento che quella fu una delle esperienze più intense e significative della mia vita: realizzai il mio sogno di vedere l’Islanda, sogno che coltivavo da anni e che ora è mutato nel desiderio di tornarci.

La prima impressione fu quella di trovarmi su un altro pianeta. Ricordo perfettamente di quando ero sul pullman con Juan Jesus, diretti a Reykjavik. Lo spettacolo fuori dal finestrino non è facilmente descrivibile con le parole. Immense distese di roccia nera, vulcani dalla cima innevata che si alzano all’orizzonte, i raggi del sole che si riflettono sull’Oceano Atlantico settentrionale anche a mezzanotte, l’aria fresca e purissima che entra nei polmoni, il rincorrersi delle nuvole, talmente basse da dare l’impressione che stessero accarezzando quella magica isola, dove la natura non viene soggiogata dall’uomo e dove l’uomo ha imparato a vivere nel rispetto del mondo che lo circonda. Un chiaro esempio di questo profondo rispetto per la natura si può trovare nella lingua islandese, “heima” significa “casa”, “heimur” significa “mondo”. La radice è la stessa: negli islandesi il legame con l’ambiente naturale è fortissimo, lo considerano la loro casa.

Credo che la semplicità e la selvatichezza dell’Islanda ti facciano profondamente capire quante cose superficiali consideriamo importanti nella nostra vita e, al contempo, quante cose importanti consideriamo banali e poco rilevanti. I momenti che apprezzai di più furono quelli passati nelle hot-tubs con i miei amici, o seduti in cima ad una scogliera a guardare i colori del fiordo e a parlare dei libri che ci piace leggere e dei sogni che abbiamo nella vita. Mi sentivo come se fossi arrivato in un ambiente di natura talmente incontaminata da influire in maniera radicale anche sui rapporti umani, come se pure quelli fossero tornati ad uno stato primordiale, incontaminato. Che fosse una mia impressione o che fosse la realtà, quello fu ciò che sentii in quelle due settimane. Mi sembrarono due settimane meravigliosamente al di fuori del tempo.

Quando tornai in Italia, dopo qualche mese, decisi di entrare a far parte del comitato di Padova dello SCI (Servizio Civile Internazionale), che fece da tramite prima della partenza con l’associazione islandese SEEDS per questioni burocratiche/amministrative. Ora sono un membro di questo gruppo di volontari, per portare la mia testimonianza, per aiutare altre persone a capire cosa significhi partecipare ad esperienze come queste e per aiutarle a partire in senso effettivo, in qualsiasi parte del mondo si decida di andare.Vorrei ringraziare particolarmente per quelle due bellissime settimane i miei genitori; i miei compagni di volontariato Juan Jesus, Paola, Jason ribattezzato Roberto, Samuel, Casey e Miriam; Finnyr, il sindaco di Drangsnes; Martha, la maestra del villaggio; i pescatori e i contadini di Drangsnes; lo staff dello SCI (soprattutto i nuovi amici dello SCI Padova) e quello di SEEDS Iceland.

Og tankur sem þú Ísland!

Volontariato in Africa: il racconto di Lorenzo dall’Uganda

Volontariato in Africa: il racconto di Lorenzo dall’Uganda

L’articolo è stato scritto da Lorenzo Dal Re, che a gennaio 2017 ha partecipato a un campo di volontariato SCI in Uganda, Africa. Dal blog di Lorenzo, “Keeponlovinglife“.

Si è chiuso un cerchio, e sono felice. Felice di essermi tolto un fardello che mi sentivo addosso perché non riuscivo a capire fino in fondo la realtà del campo di volontariato che stavo facendo.

Prendiamo un occidentale, uno a caso. Questo sente di una specie di chiamata, deve scrollarsi di dosso un po’ dell’individualismo che dilaga nella sua cultura. Ha sentito storie di persone come lui che hanno fatto volontariato in un paese straniero. Hanno visto con i propri occhi queste realtà, ne hanno capito le problematiche, ma anche i punti di forza, e forse sono anche riuscite a dare un piccolo contributo, un aiuto. Ma che tipo di aiuto è necessario? Economico? Lavorativo, è la manodopera che serve? Culturale? Non so di che cosa fosse al corrente l’occidentale a caso che mi ha prestato il suo caso, ma nel mio di caso, appunto, non avevo un’idea definita di quali necessità un paese come l’Uganda avesse, e di quale aiuto avrei potuto portare. E non ho detto che ora ce l’abbia, ma appunto, ho chiuso un cerchio.

La mia intenzione qui è di ripercorrere questo tragitto, non tanto per raccontare l’esperienza in sé, quanto per far luce sulla realtà vissuta da molti, moltissimi ugandesi e su quali prospettive può offrire loro un progetto di volontariato internazionale.

Quindi, senza porre freno alle mie scarse capacità di sintesi, vi voglio raccontare la storia dal suo inizio; da quando…
…spese ormai due o tre settimane di ricerche su internet per un progetto di volontariato in Africa, incontrando pacchetti da 1000 euro o più per quindici giorni, trovo finalmente qualcosa di più adatto alle mie esigenze. Il Servizio Civile Internazionale (SCI-Italia) offre un sacco di possibilità in molti paesi. Da nazioni del “Sud del mondo” a paesi occidentali. I progetti hanno una durata che varia dalle due settimane ai tre mesi, a periodi più lunghi ancora. Richiedono la partecipazione a un corso di formazione di tre giorni a Roma, e qui viene il bello.

Quando secondo il mio navigatore sono ormai nella zona dove si trova “La Città dell’Utopia”, dove si terrà il corso di preparazione, mi prende un po’ lo sconforto. Con un nome così mi aspettavo, chessó, un ecovillaggio nella periferia romana, un posto con del carattere. E invece cammino all’ombra di palazzoni a 6-8 piani con l’intonaco scrostato, tutti fitti fitti, grigi e monotoni. In mezzo a due di questi c’è una scalinata e il navigatore mi dice di salirla. Così mi si presenta La Città dell’Utopia, non c’è dubbio. Un casolare di campagna circondato di alberi, vestito di piante rampicanti, piantato su una collinetta ad-personam e circondato su ogni lato da un Colosseo di condomini di periferia.

Ormai unica nel suo genere, la Città della Gioia ha resistito alla speculazione edilizia grazie alla voce, mai confermata, che vi abbia passato una notte Garibaldi nel suo percorso di unificazione d’Italia. Ma questo non è bastato a garantirgli vita facile, ora sopravvive alle mire delle imprese edili soprattutto grazie alla resistenza opposta da vari gruppi cittadini che lo mantengono come realtà occupata. Al piano terra ospita ancora un’osteria, così come cent’anni fa. Ora è attiva solo in determinate occasioni, ma l’aria che si respira dentro penso non sia diversa da quella che tirava quando Garibaldi ci si sedette a mangiare uno spaghetto cacio e pepe. Ma esisteva già la pasta all’epoca di Garibaldi?

I tre giorni passati qui sono stati, senza esagerare, una scuola di vita. Perché hanno confermato le mie perplessità sul metodo di istruzione odierno e perché ho potuto osservare che, con i giusti presupposti, si può creare una realtà di confronto orizzontale dove non c’è insegnante e non c’è studente ma tutti imparano reciprocamente dagli altri e tutti si sentono liberi di esprimersi. E non c’è nessuno che non apporti un importante contributo al percorso del gruppo. Ognuno assume una forte individualità nei confronti dei suoi compagni e si finisce per essere tutti grati della presenza di tutti, perché è col contributo di ciascuno che si è creata quella bella esperienza da cui tutti sono usciti arricchiti e divertiti.
La mia convinzione che l’istruzione d’oggi sia non solo fallace, ma controproducente in parte dei casi, si sta rafforzando in questi giorni che sto passando in un’altra incredibile realtà, nella quale mi ha portato il caso. O forse c’è un filo che conduce il nostro muovere passi nella vita? Un meccanismo fatto di connessioni di vario tipo che sfugge perlopiù alla nostra comprensione, ma che fa sì che ci succedano cose, che si conoscano persone e che alla fine, nella vita, si prenda presto o tardi una direzione precisa, indipendentemente dal passato che uno può avere. Ma di questi giorni parlerò più avanti. Quando si sarà chiuso anche questo piccolo cerchio.

Torniamo a noi. Il corso di formazione si conclude, io scelgo due progetti in Africa di due settimane ciascuno – il secondo in Tanzania -, pago i 200-250 per campo, passano un paio di mesi e parto per l’Uganda. Il campo di volontariato ha questo titolo: “Sviluppo culturale in musica, danza e produzione”. Ho informazioni più dettagliate, ma parto comunque perplesso.

Arrivo a Kampala, Uganda, due giorni di preparativi e si parte – in dieci o più, fitti come galline in un pollaio, in un furgoncino piccolo e stretto, con un portapacchi carico come solo nelle nazioni del terzo mondo si può vedere -; destinazione campagne di Bukomero, a un’ora e mezza di guida da Kampala. Quando il furgone si arresta scendo di corsa a sgranchirmi le gambe e per poco non collasso. Pressato come una sardina in scatola, la circolazione si era dimenticata di passare per gli arti bassi.

Il posto lo trovo meraviglioso. Nella sua semplicità. Un paio di edifici ad un solo piano, tetti in lamiera. Tutto attorno alberi da frutto. Ma non come le nostre cultivar di pesco o albicocco. Alberi veri! Manghi, jackfruit ed una papaia. Niente elettricità, gas né acqua corrente. Un bel prato di fronte alle case, la cucina a legna indipendente dagli stabili e i bagni a latrine ad una ventina di metri, sul confine della proprietà. Ci abita una famiglia con quattro bambini, due maschi e due femmine, sembrano perfettamente classati per età con qualcosa tipo 2 anni di differenza, ed un ometto basso e muscoloso con un debole per le sbornie.

Tolto l’organizzatore del campo che sarà sulla trentina, sono tutti ragazzi di periferia, più giovani di me. Hanno quello stile lì, di quartiere. T-shirt lunghe delle squadre di basket, scarponi, pantaloni strappati, cappelli. Hanno gli Smartphone, le casse Bluetooth.

I primi giorni sono confuso. Che cos’è? Una vacanza a costi ridotti? I ragazzi sì, sono capaci nelle loro danze e nella loro musica, alcuni davvero dei fuoriclasse. Ma io qui che ci sto a fare, chi aiuto? I giorni passano, ci si esercita nelle attività, ma senza esagerare, poi sempre con approccio africano: io faccio quello che so fare alla mia maniera, tu cerca di copiarmi, è facile! Entro nel ritmo dell’Africa, questo con relativa facilità, e con un po’ più di fatica anche i ritmi dell’Africa entrano in me – tolto quello che poi, per ridere, era sulla bocca di tutti: tulu-ba, un personale fallimento.

Scopro l’Alberello dei Pensieri, sotto alla cui ombra della luce dorata del sole delle cinque, passo tra i momenti più pacifici e armoniosi. Conosco più da vicino i ragazzi e le loro storie e scopro che i vestiti li hanno comprati usati per due spiccioli, che gli smartphone sì, li hanno sudati per mesi perché qui costano poco meno che da noi, che in proporzione è un’enormità, ma se non ce l’hai il palmare in Uganda sei proprio un poveraccio. Scopro che la loro cultura è una non-cultura, frutto della velocissima disintegrazione delle loro radici popolari, delle tradizioni, e della sostituzione di queste con un sistema di valori fantoccio, costruito dall’invadente tzunami capitalistico che senza alcun freno sta producendo una società schiava, soprattutto nella mente.

In Africa conosco la storia di Paul, un ragazzo sveglio e intelligente, con un buon cuore, che per il sogno di vedere l’Europa ha lavorato durissimo per un anno, facendo della sua camera un pollaio a due piani con 400 polli. Per poi spendersi tutta la fortuna – che ad altri costa anni di lavoro – per curare il babbo alcolista che non vedeva da dieci anni e che è poi finito per morirgli in braccio. Ma non c’era giorno in cui Paul non dicesse “I love Uganda!”, un grande.

Entro più in confidenza con Keyics, il fuoriclasse del tamburo, che però dice di non poterne più del suo paese e di voler emigrare a fare fortuna. Ma che purtroppo non ha una benché minima idea di come giri il mondo fuori dall’Uganda e che mi auguro davvero che, se non costruisce prima un po’ di coscienza critica, quel mondo non lo sperimenti neanche. Ne verrebbe sopraffatto. E qui comincio a capire in che forma può arrivare il mio aiuto: conoscenza. Informazione e consapevolezza, sfatare miti, confronto.

Il sistema scolastico ugandese è tra i peggiori al mondo – dati reali, non una personale opinione. La percentuale di studenti che abbandonano l’istruzione già dalla scuola primaria è elevatissima (si parla di più dell’80%) e la prospettiva di riscatto per chi prosegue gli studi non è molto migliore. Il metodo istruttivo si basa sulla cieca memorizzazione e non viene in benché minima misura stimolata la capacità critica dello studente. Il mercato, per com’è ora, è già saturo; la popolazione dell’Uganda è esplosa da 7 a 37 milioni negli ultimi 50 anni. Con le capacità di analisi e le conoscenze acquisite grazie all’istruzione, nonché con gli esempi che offre la quotidianità, è praticamente impossibile che un giovane riesca ad uscire dalle piste dell’economia di sussistenza da cui proviene.

Questi ragazzi, qui sono volontari. Non ricevono soldi, al massimo mangiano e dormono a gratis. Alcuni però hanno fatto quintalate di campi di volontariato e vedono l’ente locale che collabora con lo SCI come una seconda casa. Il confrontarsi con i volontari internazionali, con altre realtà, apre loro gli occhi, rimuove il velo di ignoranza con cui sono cresciuti, gli offre opportunità. E c’è chi queste chances le ha sapute cogliere. Uno di questi si chiama Abas, ed è l’organizzatore del campo. Ora vi racconto la sua storia, sembra un po’ una favola perché ha un lieto fine.

Abas nasce in Uganda, Africa, nei primi anni ottanta, gli anni di guerra civile. Povera Uganda. Solo nel 1962 riceve l’indipendenza. Gli inglesi, prima di liberare, eleggono Mutesa – il re della tribù Baganda, la più potente del paese – presidente, con il compito di formare un governo composto di rappresentanti delle numerosissime tribù presenti sul territorio. In questo governo entra anche Obote, della tribù Lannì. È lui, tempo dopo, a deporre Mutesa con un colpo di stato, mandarlo in esilio fuori dall’Africa, in Inghilterra e probabilmente a ordinarne l’uccisione, che avviene due anni più tardi per avvelenamento. Avviene però che nel 1972, durante una visita di Obote a Singapore, il generale Idi Amin prende il potere e consiglia al suo ex-presidente, per telefono, di non tornare a casa se ci tiene alla pelle. Amin, scarsamente educato, violentissimo braccio destro del precedente governo Obote, governa con pugno d’acciaio. Fino al ’79 quando, guarda un po’, Obote, appoggiato dalla Tanzania, entra in Uganda con un’azione militare e depone Amin. È a questo punto che entra nel gioco il giovane Museveni, l’attuale presidente. Nel nome della democrazia, Obote indice delle elezioni, ovviamente pilotate, e sale di nuovo alla presidenza. Museveni esce dal governo, si porta dietro sei fedeli e si dà alla macchia. Si reca di casa in casa e comincia a reclutare un esercito di resistenti il NRA, National Resistance Army.

Le truppe di Obote intanto seminano il panico nel paese. Stuprano indisturbate, uccidono chiunque non dia informazioni sull’ubicazione dei resistenti, poco importa se lo sai davvero o no. Questo fa sì che Museveni trovi grande accoglienza fra i civili. Ordina a questi di abbandonare le proprie case e fuggire nelle campagne, i maschi di ogni famiglia vengono reclutati in cambio di protezione. Si instaura un sistema di informazione sotterranea, del quale il padre di Abas fa parte. Abas passa i primi anni nascosto nelle colline di Bukomero, il paese vicino al quale si è svolto il campo di volontariato. La sua casa è lontana, ma la famiglia ha dovuto abbandonarla. La vita è durissima. Dormono nei cespugli. Grazie a Dio siamo all’equatore e almeno non fa troppo freddo.  Molti muoiono di stenti, le condizioni igieniche sono inesistenti, tanti i cadaveri a cielo aperto. Le malattie pullulano.

Nel 1985 Museveni ce la fa. Il NRA sconfigge le truppe governative. Molti sono quelli che all’ultimo fanno il voltafaccia e lasciano Obote sprovvisto di un esercito. A questo punto l’Uganda è in ginocchio. Le epidemie sono al loro picco e il numero di dottori è ridotto. Arrivano le Nazioni Unite e gli aiuti internazionali, ma il numero di medici non basta comunque. Allora vengono istruiti civili a una sorta di primo-controllo, sveltendo il lavoro dei medici. E di nuovo il padre di Abas è uno di questi.

La famiglia raggiunge i 12 figli, ma non ha modo di mantenerli. Abas esce di casa a 16 anni, è sulla strada. Comincia a frequentare un garage dove si siede e osserva il lavoro dei meccanici. Così impara il lavoro a sua volta. Mi fa pensare al processo di insegnamento dell’arte del sushi in Giappone. L’allievo osserva attentamente il sushi master per due anni, durante i quali non scambia una parola col maestro. Al termine dell’apprendistato è pronto ad esercitare l’arte.

Poi Abas incontra UPA, Uganda Pioneers Association, l’ente locale che collabora con lo SCI. Ne abbraccia una branca, UPACT: UPACulturalTroupe. Ma il coordinatore del tempo ha una malagestione dei fondi e finisce per affondare il progetto. Abas intanto lo ha già abbandonato ed è riuscito a convincere il suo collega Ronnie a creare un progetto loro stessi. Ogni settimana mettono da parte tremila scellini a testa, circa un euro. Presto si aggiunge un terzo. Fondano il MCA, Music and Culture Africa. Il padre di Ronnie gli dona il garage di casa come quartier generale. I giovani del circondario cominciano ad affluire, magari a partecipare economicamente per come possono. Le cose si mettono in moto.

Poi un giorno Ronnie prende un’altra direzione, il padre richiede indietro il garage e tutto svanisce.
Passa il tempo, Abas è ragazzo-padre da quando ha vent’anni, ha una grossa responsabilità su di sè e non può permettersi di rischiare ancora. Lascia perdere i suoi sogni. Passa il tempo, e un giorno, per strada, Abas incontra un membro di UPACT. “Sai che il coordinatore non si fa più vedere da tempo?” gli dice questo. “Noi siamo un po’ alla deriva e nessuno vuole prendere la leadership”.

Abas se lo ricordano come quello che ha buone idee, che mette in moto tante cose. Così lo pregano di tornare, anche se il progetto è stagnante, non ha più fondi e pochi membri rimasti. Abas si ricollega con UPA e riprende a offrirsi per campi di volontariato di vario tipo. Conosce un ragazzo danese, entrano in confidenza e questo gli propone di accompagnarlo in viaggio come guida. Gli paga tutto e gli dà anche qualche soldo per ogni giorno di viaggio. Così, alla guesthouse dove risiedono parte dei volontari occidentali, si sparge la voce che Abas è una buona guida. Il secondo ingaggio gli arriva per otto persone. Organizza tutto meticolosamente. Fa un preventivo e noleggia una macchina. Poi giunge l’aiuto di una ragazza, sempre danese. Gli prepara dei volantini che distribuiscono al teatro nazionale in occasione degli eventi. Le offerte arrivano.

Oggi Abas non lavora più come meccanico, ha aperto un mutuo e ha comprato un bel furgone 4×4 per i safari, fa la guida e servizio taxi per il volontari in Africa, a tempo pieno. È il nuovo coordinatore di UPACT e tanti ragazzi hanno ora abbracciato il progetto. La troupe che ha formato in Africa è in grado di esibirsi ed è già stata ingaggiata per eventi privati. Un membro ha allestito un piccolo allevamento di animali dove i giovani del gruppo lavorano. I margini di guadagno sono minimi, ma è solo l’inizio.

Poi è venuto il giorno conclusivo dell’attività, quando tutti, africani e non, ci si è esibiti al teatro nazionale di fronte a tanta gente. Tutto è andato a meraviglia e Abas era così commosso che nel congratularsi aveva gli occhi lucidi e si ripeteva in continuazione. Mi ha presentato la sua ragazza. Belga. È venuta un anno e mezzo fa come volontaria e non è più ripartita. Io, sull’onda di Abas, non facevo altro che ripetermi “se lo merita”.

Kurdistan, bambini del Sur e bambini del Sole: il racconto di Francesca

Kurdistan, bambini del Sur e bambini del Sole: il racconto di Francesca

Il racconto della volontaria Francesca Fulgoni, che nell’ottobre 2016 ha partecipato a un campo di volontariato SCI nel distretto di Sur e nel campo profughi di Fidanlik, Diyarbakir. Il progetto prevedeva giochi di strada e laboratori con i bambini.

Bambini del “Sur” e bambini del “Sole”

Sono partita per il campo di volontariato a Diyarbakir, senza quasi conoscerne la posizione. Sì Turchia, ma dove? Sì Kurdistan, ma dove? Diyarbakir, “Amed” in curdo, città centrale della Regione Curda, si trova a sud-est della Turchia, vicino al confine siriano ed iracheno. Da secoli terra di conquiste, è bagnata dal fiume Tigri. Avevo sentito racconti di amici venuti più di una volta a fare campi di volontariato. Avevo visto un breve video-collegamento, durante la formazione dello SCI, dove i volontari e il coordinatore del campo curdo parlavano della situazione, dell’accoglienza, della condivisione, dei diritti umani.

Avevo sentito parlare dei curdi, ma non avevo mai approfondito l’argomento. Tra le mille cose da fare, non ci può stare tutto tutto. Ma il tutto ora mi incuriosiva: chi sono i curdi? Come vivono?

Così ho deciso, all’ultimo momento, di partire per il campo. E infatti sono stata l’ultima dei volontari ad arrivare, ma che accoglienza!

All’uscita dell’aeroporto di Diyarbakir, nuovo di pacca, mi sono ritrovata con due ragazzi curdi, con poche parole di inglese e un volontario italiano che mi ha subissato di informazioni per tutto il tragitto dall’aeroporto alla guest-house, mentre io guardavo fuori dal finestrino, cercando di capire dove fossi atterrata. Lungo la strada abbiamo incontrato dei posti di blocco. Ho pensato che lo stato di emergenza post tentato golpe del 15 luglio si facesse sentire. In realtà, non è solo quello. In questo angolo di Turchia le tensioni sociali sono sempre state alte. Una guerra civile si è svolta nel centro di Diyarbakir tra dicembre e marzo del 2015, è durata per più di 100 giorni.

Arrivata nella guest house, c’erano tutti gli altri volontari ad aspettarmi per la cena. Tutti molto più informati di me sulla situazione, sulle condizioni. Io ascoltavo e mi guardavo intorno per capire dov’ero e con chi avrei trascorso i prossimi dieci giorni, 24 ore su 24. È un campo sperimentale, i volontari erano solo italiani. Sei in totale, compresa me. Un gruppo bello variegato per età e per esperienze.

Cosa si doveva fare al campo? Un lavoro di animazione con i bambini: per metà del campo saremmo stati con i bambini del “Sur” e per l’altra metà con i bambini del “Sole”. Chi sono questi bimbi?

I bambini del “Sur”

I bambini sembrano sempre tutti uguali, nella loro innocenza e voglia di vivere. I bambini del “Sur” abitano nel centro storico di Diyarbakir, ricco di moschee, chiese armene, mercati, caravanserragli, negozi, caffè e abitazioni storiche, ma anche molto popolari. Il Sur è stato il centro delle lotte di inizio anno. Ora circa un quarto della città vecchia è chiusa, disabitata, circondata da barricate e sorvegliata. Gli abitati sono stati “sgomberati” e non è ancora chiaro che cosa ne sarà di quella parte della città. Fa un certo effetto camminare lungo la via del centro della città con gente che si muove come formiche, di qua e di là, e vedere tanto controllo, filo spinato e zone completamente chiuse. Pensare che lì ci abitavano famiglie intere, mentre ora non possono più vivere dove sono nati. Lo chiamano lo stato di emergenza. Forse io non ne ho mai vissuto uno e non so bene di che cosa parlo, ma mi è sembrato tutto molto strano, un po’ surreale. Mi è sembrato tutto molto ingiusto.

Gli insegnati e poi i bambini ci hanno accolto con sorrisi e voglia di condividere, di stare insieme. Abbiamo giocato con loro a “un due tre stella”, abbiamo giocato con loro con la polaroid scattando foto alle cose a loro più care. In molti hanno scelto la loro maestra. Abbiamo dipinto il muro del giardino del centro con un murales collettivo, ideato dai più artistici del gruppo, che rappresentava tanta gente, un arcobaleno, degli alberi, un sole e la scritta “aşîtî”, che in curdo vuol dire “pace”. Sulle magliette della gente del murales erano dipinte le lettere dell’alfabeto curdo:  î, ê, û , Q, X, W. Lettere che per anni sono state proibite, come la lingua curda.

Spero sia piaciuto a loro come è piaciuto a me. Spero che in mezzo alla guerra che hanno vissuto, i sorrisi di gente lontana, ma in fondo uguale a loro, con la semplice voglia di stare insieme e condividere il tempo, gli rimanga di ricordo. A me rimarrà di sicuro, insieme agli anelli donati come regalo dalle bimbe.

Durante il nostro campo il sindaco e cosindaco di Diyarbakir sono stati arrestati. Se lo aspettavano. Dopo il tentato golpe del 15 di luglio, sono state arrestate molte persone in Turchia: giornalisti, professori, esponenti politici. Abbiamo visto la città “scossa”, arrabbiata e turbata. Mentre camminavamo per la città, probabilmente tra i pochi stranieri presenti, le polizia ci ha fermato, ripreso e fotografato, oltre ad aver eseguito il consueto controllo dei passaporti. Ci hanno chiesto se eravamo giornalisti. Ci hanno lasciati andare, noi eravamo dei semplici volontari. Rimaniamo però testimoni, nostro malgrado, di quello che hanno visto i nostri occhi.

I bambini del “Sole”

I bambini yazidi del campo profughi di Fidanlik(1), vicino a Diyarbakir, vengono dal Sinjar, Kurdistan Iracheno. Sono stati afflitti dall’ennesimo genocidio condotto dalle forze dell’ISIS il 4 agosto del 2014. Di genocidi nei loro confronti ne hanno contati ben 74, negli anni. Sono riusciti a scappare dalle loro terre durante l’estate, sotto 45° di caldo. Li chiamano i bambini del “Sole”, in riferimento a una delle divinità yazide.

Ci hanno detto che sono quattrocento i bambini del campo. Molti di loro vogliono imparare l’inglese, guardano al futuro. Alcuni di loro, conversando con me in inglese, mi raccontano che hanno iniziato a impararlo da soli, non c’è scuola per loro. Jamal, un ragazzo del campo, ha iniziato a fare lezioni di inglese, in maniera informale ma molto partecipata. Siamo andati ad animare un po’ le sue lezioni. Abbiamo creato, disegnando una ad una le carte, un piccolo memory con vocaboli in inglese. Non avevamo considerato che i tavoli della scuola erano di vetro e più che giocare, dopo la lezione di vocabolario d’inglese, mi sono ritrovata a rimproverare i bimbi che si chinavano con 5mila scuse differenti sotto il tavolo, a sbirciare le carte. Erano molto belli!

Durante una pausa nel giardino retrostante, vedo in lontananza una ragazza bellissima, seduta da sola ad un tavolo di legno. Dopo pochi minuti mi si avvicina, due occhi scuri, profondi ed intensi mi guardano. Inizia a parlare lei, si presenta, mi chiede il mio nome, con un modo di fare maledettamente naturale. Lo stesso modo di fare che ho ritrovato in molti volti curdi incontrati. Mi racconta che viene da Sinjar, è venuta al campo per pochi giorni a trovare i sui genitori che vivono qui. Poi tornerà in Iraq a lavorare per una ONG che sostiene le persone rimaste là. Lei ha imparato l’inglese da sola. Lo parla stupefacentemente bene. Mi racconta che lavora con le donne catturate dall’ISIS e poi liberate. Mi racconta, mi racconta che un giorno una donna le chiede un favore, uno solo. Le chiede: “Possiamo ballare insieme?”. Durante la cattura non si poteva cantare, non si poteva ballare, non c’era musica, era tutto vietato. Voleva ballare per liberarsi, come se fosse stata morsa dalla tarantola, come se la musica e le canzoni fossero state il suo sangue, la sua vita. Voleva dimenticare e rinascere.

I bambini giocavano con noi. Gli abbiamo lasciato le fotocamere e si sono divertiti. Le foto fatte da loro, sono bellissime.

 

Al ritorno, più confusa che mai, sull’aereo verso casa, pensavo. Pensavo a come la libertà di espressione sia un diritto umano fondamentale. Pensavo che impedire a un popolo di esprimersi con la sua lingua e con le sue tradizioni sia un crimine. Qui la cultura tramandata parla di cantastorie, parla di musica, di canzoni, di danze, una cultura orale nata prima di Cristo. La religione yazida è antecendente la nascita di Gesù. È come se a un Fiorentino togliessero Dante e la cupola di Brunelleschi, ai Romani il Colosseo e i filosofi antichi e così via… È come se togliessero le radici al nostro albero.

Terra di conquiste, terra di gente che è abituata a lottare e resistere per salvaguardare la propria identità e riconoscerne il diritto a tutti gli essere umani.

(1) Oggi il campo profughi è stato delocalizzato. Per approfondire: http://www.uikionlus.com/la-delocalizzazione-degli-yazidi-nel-campo-di-fidanlik/

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