Sharr is more than snow: testimonianza di una SVE in Kosovo

Sharr is more than snow: testimonianza di una SVE in Kosovo

L’articolo è stato scritto da Leyla Tarahomi, volontaria SVE in Kosovo che ha supportato le attività di Gaia Kosovo durante il mese di agosto 2017.

Il Kosovo è uno di quei Paesi in cui sai che tornerai: posso dirlo con certezza perché a inizio agosto ho iniziato la mia esperienza di volontaria SVE sui monti Sharr, nei pressi del villaggio di Brezovica, e so che prima o poi vi farò ritorno.

Prima della partenza sapevo poco del Kosovo: auto-dichiaratosi indipendente nel 2008, in difficili rapporti con la Serbia e con una guerra recente e complicata alle spalle. Tuttora mi è difficile capire le ragioni più profonde del conflitto, che risalgono a tempi lontani e continuano a ripercuotersi sul presente.

Il nostro gruppo era composto da volontari provenienti da sedici Paesi diversi, un coordinatore francese, il proprietario del motel in cui alloggiavamo e un amico di GAIA Kosovo, l’associazione ospitante. Il progetto aveva come fine l’organizzazione del BREfest, prima edizione di un festival dedicato alla sostenibilità ambientale, all’interculturalità, alla musica e soprattutto alla condivisione, in un luogo affollatissimo in inverno, ma semi-deserto d’estate. Dalla promozione all’ideazione dei workshops, noi volontari siamo riusciti a veicolare con successo il messaggio “Sharr is more than snow”, portando un pubblico variegato ad incontrarsi nella natura.

Prima del festival ci hanno raggiunto i ragazzi del “Tour of Freedom”, workcamp in bicicletta di tre settimane da nord a sud del Kosovo, che hanno preparato per il festival una mostra e una human library sulle esperienze vissute e le persone incontrate durante il percorso. I partecipanti di “A route to connect”, viaggio-studio sul campo lungo la rotta balcanica percorsa dai migranti, hanno condotto una discussione sulla situazione migratoria attuale, introdotta da un’esposizione di foto e testimonianze. Sabato infine, siamo stati impegnatissimi ad intrattenere bimbi e ragazzi di etnia rom del progetto “Imaginatorium” di Gračanica: sfiancante, ma tremendamente divertente.

La preparazione del festival ha richiesto un’azione di clean-up dei rifiuti abbandonati vicino ai luoghi del BREfest e la raccolta di legna da ardere per il falò: purtroppo l’abbandono di rifiuti è un problema evidente e grave in Kosovo e pulendo a ridosso del ciglio della strada siamo riusciti almeno a suscitare la curiosità dei tanti che passavano in macchina.

Lo SVE non è stato però solo preparazione e brainstorming: il primo giorno a Sharr Mountain siamo partiti per un intenso pomeriggio di hiking verso il lago Liqeni i Livadhit/Livadičko jezero, vicino al quale abbiamo trascorso la notte in tenda.

Nel tempo libero abbiamo inoltre potuto visitare alcune città, scegliendo in base ai consigli dei nostri coordinatori Mira e Jean: Prizren richiama molti turisti durante il“DokuFest” e lo stesso accade a Peja con l'”Anibar”; a Gjacova la via del vecchio bazar offre un’ampia scelta di locali e negozi. L’eredità ottomana e la convivenza, ancora non facile, della cultura albanese-musulmana e di quella serba-ortodossa, hanno un fascino senza eguali.

Potrei continuare ancora il racconto, ma credo che l’unico modo per apprezzare completamente la ricchezza del Kosovo e soprattutto i monti Sharr, sia viverli: le persone, i paesaggi, i profumi e i suoni della montagna non si possono descrivere efficacemente a parole. Il titolo del nostro progetto era “All colours of Sharr Mountain” e i tramonti che ci sono stati regalati danno un’idea del perché.

Per approfondire, sul sito di GAIA Kosovo si possono leggere i racconti degli altri volontari: https://gaiakosovo.wordpress.com/.

Usare i media per promuovere l’inclusione: testimonianza dello scambio giovanile in Ungheria

Usare i media per promuovere l’inclusione: testimonianza dello scambio giovanile in Ungheria

L’articolo è stato scritto da Eugenia Vagnetti, group leader e facilitatrice dello scambio giovanile “Change for Media – Media for a Change” tenutosi in Ungheria dal 18 al 27 agosto 2017.

La branca ungherese dello SCI “Utilapu”, ed in particolare il gruppo di attivisti “Open Doors”, hanno organizzato durante il mese di agosto 2017 la seconda edizione dello scambio giovanile “Change for Media – Media for a Change”, al quale ho avuto modo di partecipare sia durante la fase organizzativa, direttamente dal settore di Inclusione Sociale di SCI Italia, che come partecipante e facilitatrice durante la realizzazione dello stesso. Questo scambio, essendo parte del gruppo internazionale YUWG (Youth and Unemployment Working Group), privilegiava la partecipazione di giovani con minori opportunità. In questo caso la tematica centrale del progetto era quella del fenomeno migratorio e dell’uso dei media, per cui da parte di tutte le branche partecipanti (Ungheria, Serbia, Italia, Bulgaria e Catalunya) abbiamo cercato di agevolare la partecipazione di giovani migranti di prima o seconda generazione, in modo da poter conoscere in prima persona altre culture di Paesi quali il Mali, l’Afghanistan, l’Iraq, la Nigeria, il Marocco, la Costa d’Avorio e l’Armenia. In un mondo che porta a galla sempre più problemi legati all’incomprensione, l’individualismo, la paura, la violenza e la divisione, cresce il bisogno di esperienze di vita comunitaria come opportunità per conoscerci e condividere le nostre differenze e le nostre similitudini, entrare in contatto con diverse culture (e farlo di persona, ribaltando gli stereotipi trasmessi dai media), coltivare e nutrire nuove forme di dialogo.

Credo che questi progetti, che siano campi di volontariato internazionali, scambi giovanili o seminari per educatori, siano di vitale importanza per continuare a contribuire, ognuno con il proprio, nella costruzione di un mondo migliore. Purtroppo quotidianamente siamo bombardati di brutte notizie, ed è la realtà, certe cose capitano ed è importante esserne consapevoli, ma questo non significa che non ci sia modo di agire e reagire. Durante il progetto abbiamo avuto tempo e spazio per riflettere e confrontarci sul concetto di cambiamento, pensando a cosa vorremmo cambiare di noi stessi e cosa vorremmo cambiare nel mondo: “Se vuoi cambiare il mondo, comincia da te stesso”, diceva Gandhi. Ci fanno credere che non ci sia speranza, ma il contributo di ognuno cambia il mondo, lentamente, e si espande come una macchia d’olio. La speranza è che il nostro cambiamento apporti qualcosa di buono, per questo sono assolutamente favorevole alle opportunità di crescita e formazione che ci offre la vita, ed in questo caso specifico, uno scambio giovanile come questo.

Durante lo scambio un ragazzo giovanissimo (17 anni), ci ha confidato che il suo più grande cambio nella vita è stato quello di conoscere se stesso; un’altra ragazza (20 anni), mi ha detto che la cosa più importante per lei è essere presenti a se stessi e vivere il momento, e giorno per giorno coltivare il sogno di costruire un progetto ecosostenibile di vita comunitaria che abbracci una politica rispettosa dell’ambiente e degli animali. Alcuni dei ragazzi che hanno partecipato a questo scambio hanno dovuto lasciare il proprio paese per vari motivi, tra cui la presenza di conflitti armati (che c’erano e che continuano ad esserci), e vivono ora in diversi paesi europei, lontani dai loro familiari, che non sanno se riusciranno a rivedere. Ognuno di loro si sta costruendo una nuova vita, ed ognuno a suo modo ha partecipato attivamente allo scambio, ridendo e scherzando nei momenti leggeri e contribuendo con le proprie idee e competenze nei lavori di gruppo.

Ai seguenti link potete vedere i video realizzati durante il progetto:

Labels of Freedom (Change for Media-Media for Change)

My big change (Change for media – Media for Change)

Change begins (Change for Media – Media for Change)

Let the colors OUT (Change for Media – Media for Change)

Buona visione!

“Semplicemente… Saharawi”: testimonianza dal campo Oasis of Care

“Semplicemente… Saharawi”: testimonianza dal campo Oasis of Care

Pubblichiamo la testimonianza di Donato Masi, coordinatore del campo di volontariato internazionale “Oasis of Care” realizzato in collaborazione con l’associazione Shanti Sahara, la quale si occupa dei bambini e delle bambine Sahrawi diversamente abili provenienti dai campi profughi di Tindouf (Algeria).

.\ La bacheca scorre veloce verso il basso come una slot machine /.

“E’ stato ieri:
…arrivarono e ci privarono della nostra casa, della nostra terra… da quel giorno il verde, che una volta era il primo colore della nostra bandiera, è rivolto verso il basso […]”
poi il racconto si ferma e muore,
nel disincantato interesse della gente

#POPOLOSAHARAWILIBERO
Scriverlo in un post
così scontato ma, così strano …
Ma qual è il confine fra pubblico e privato quando ti capitano incontri così speciali,
così inattesi e veri …?!

C’è poi invece, un altro confine quello fra Marocco e Sahara occidentale
C’è ma non si vede, perché nessuno ne parla
C’è chi è costretto a vivere da più di 40anni nei campi profughi dell’Hammada *
“ E’ stato ieri…” sembrerebbero i più svantaggiati ma non è così

i veri svantaggiati siamo noi
quando non sappiamo ammettere i nostri vantaggi,
non sappiamo schiodarci dalle nostre comodità, dai nostri “vitalizi quotidiani”.
Sappiamo giudicare quello sì, senza però mettere in discussione media e informazione
e respingiamo al mittente la proposta di modifica del #regolamentodiDublino

C’è poi chi ci prova: Shanti Sahara
non salva il mondo, non come ce lo immaginiamo noi.
Quello che fanno i volontari di Shanti Sahara è…
accarezzare un broncio e poi aspettare, aspettare… fino a che non si trasformi in sorriso
sul viso di un bambino ma spesso anche su tutte quelle facce stanche dei volontari!
con semplicità
e lo vedi!
Non hanno nessuna attitudine se non quella di imparare da questi ‘piccoli ambasciatori di pace’
dalla loro voglia di crescere pur non sapendo da dove cominciare

Shanti lo fa, con l’aiuto di organizzazioni come Service Civil International (SCI) e Servizio Civile Internazionale Italia che dal 1920 promuovono attività e campi di lavoro su temi di pace, diritti umani, solidarietà internazionale e inclusione sociale, mobilitando migliaia di volontari internazionali
Senza barriere e senza confini

C’è chi nella vita è audace ma è inetto sui social,
chi qui, non è bravo a condividere qualcosa di personale…

Eppure
spesso è chi conosce cosa davvero vuol dire ‘sociale‘, cosa significa ‘condividere
perché vive sulla propria pelle, ogni giorno, il vero significato di queste parole…

“[…] E’ stato oggi: sono venuti e hanno preso le nostre parole, i nostri sentimenti…”
Ce li hanno rubati

il racconto non si ferma… Se vuoi, continua…

C’è chi tenta di toglierci la libertà
ma la speranza di essere liberi è già la nostra vendetta

#capovolgiamola #FreedomforSaharawiPeople #WesternSahara #MaroccoAgainstJustice
Saharawi Voice Free Saharawi SaharawInsieme Onlus

* Per approfondimenti sulle vicende nel Sahara Occidentale:
http://www.ilpost.it/2017/02/26/sahara-occidentale-tensioni/
https://www.economist.com/news/middle-east-and-africa/21717383-back-spotlight-fate-western-sahara-no-closer

** Per approfondimenti su Shanti Sahara e le altre organizzazioni:
https://www.shantisahara.com/
https://www.shantisahara.com/chi-sono-i-saharawi
SCI (Service Civil International): http://www.sci.ngo/ http://sci-italia.it/

Difesa ambientale e coscienza individuale: racconto di un campo in Islanda

Difesa ambientale e coscienza individuale: racconto di un campo in Islanda

L’articolo è stato scritto da Giancarlo La Rocca, che nel febbraio 2017 ha partecipato a un campo di volontariato SCI in Islanda, a Reykiavìk.

In un’aula di Scienze Politiche, prima di una lezione di Diritto Internazionale allo Sviluppo, parlando con una collega di ambizioni ed esperienze, nacque l’idea di andare sul sito del Servizio Civile Internazionale e dare un’occhiata alla lista dei campi disponibili. Confesso, se ce ne fosse bisogno, che la presenza in quella lista dell’Islanda ha tolto di mezzo ogni dubbio sull’opportunità stessa di fare un’esperienza del genere.

Da novembre, l’Islanda è rimasta chiodo fisso dei miei progetti, rafforzata, anche qui, se ce ne fosse stato ancora bisogno, dalla tematica del campo: l’ambiente e la coscienza individuale di ciò che è in nostro potere, dalla conoscenza all’atto pratico. Studiando il diritto allo sviluppo e, tra le altre, la tematica ambientale dalla sua origine sino all’Accordo sul clima siglato a Parigi nel 2015, è stato facile appassionarsi a tutto ciò che gravita intorno alla gestione energetica e all’attitudine dell’uomo verso l’ambiente circostante, dal punto di vista sociologico ma soprattutto politico ed economico.

Può sembrare uno stereotipo, ma ad un certo punto ci si confronta necessariamente con quanto si è fatto in prima persona in merito a ciò che ci appassiona, e decidere di partire per il campo “Environmentally Aware” in Islanda è stato un piccolissimo passo per avere più consapevolezza, appunto, del nostro operato. Ne ero convinto prima di partire, e ne potevo uscire solo rafforzato, viaggiare è senza dubbio il modo migliore per confrontarsi con il proprio orizzonte, per via dell’apporto diretto o indiretto degli altri su di noi.

Condividere quei giorni di febbraio, tra neve, vento e “toglietevi le scarpe appena entrate a casa”, con altri nove ragazzi e ragazze dal mondo, è stata la parte più emozionante e soddisfacente dell’intero campo. E abbiamo anche avuto la fortuna di assistere all’aurora boreale, giusto per dare un metro di paragone. Stabilire un dialogo con indiani, americani, tedeschi, coreani, cinesi, giapponesi, romeni, polacchi e ovviamente islandesi; fare battute in una lingua non tua e mangiare cibi da parti del mondo dove forse non andrai mai; condividere punti di vista politici e personali su tutto: aiutarsi a capire il mondo che si abita. Non è una cosa che capita tutti i giorni. È una cosa che vorresti potesse accadere sempre.

Spostandoci più sul piano pratico, dal punto di vista organizzativo il campo è stato messo in crisi dalle condizioni climatiche, manco a farlo apposta. Nel senso che la neve, gli ultimi tre o quattro giorni, ha davvero complicato le nostre possibilità di rispettare la tabella di marcia e apprezzare a pieno le attività programmate. Ci siamo rifatti stando a casa, affrontando un quiz sul cambiamento climatico del National Geographic, cucinando il cibo stipato in valigia dai diversi punti del globo da dove era partito e discutendo di ciò che avevamo imparato. Prima della fatidica nevicata che in mezza nottata ha coperto con almeno mezzo metro di neve tutte le strade dell’Islanda del sud, le attività previste dal campo ci hanno portato per più volte in mezzo alla strada, in mezzo a Reykjavik, con le mani impegnate a raccogliere spazzatura dalla costa, a distribuire volantini e adesivi informativi, con le orecchie aperte a cercare di capire una cultura particolare e notevolmente capace di insegnare, con gli occhi spalancati per non perdersi le montagne innevate, l’orizzonte della città vista dalla cima della chiesa, le balene in mezzo all’Oceano, l’aurora in mezzo al nulla alle due di notte, chiusi solo quando bisognava giocare al gioco di carte Lupus, o Mafia, o Werewolf, o in qualunque modo vogliate chiamarlo.

Il giorno successivo all’arrivo, infatti, siamo andati tutti sulla costa: una cittadina, spontaneamente e senza grosse ambizioni, aveva deciso che quella domenica doveva pulire la costa di Reykjavik dalla spazzatura; e così con guanti e sacchetti, abbiamo fatto compagnia alle decine di famigliole e coppie di amici che si erano recati anche loro per ripulire un lunghissimo tratto di costa. La partecipazione per nulla programmata della città, arrivata ai presenti grazie al passaparola e a qualche messaggio su Facebook, è stata incredibile, a sentire l’emozionata organizzatrice, una donna di un metro e ottanta in tuta sintetica a difendersi dal freddo sulla sula bici elettrica, fornita di portapacchi, ovvero di porta buste della spazzatura di fortuna. La quantità di cose che abbiamo trovato su circa quattro chilometri di strada che costeggia la riva è, credo, paragonabile a quella che si troverebbe in uno dei parchi più puliti di Roma. Eppure la partecipazione non è affatto mancata.

Per i giorni successivi, il programma passava da un piccolo cottage situato nel porto, padrone di casa un certo ex giornalista di un buon metro e novanta. Quel cottage di legno, per piccolo che fosse, oltre a ripararci dal vento tagliente che viene dal mare, è il centro della lotta contro la caccia alle balene. Lì, abbiamo imparato quanto questa attività sia diffusa nel Nord Europa, tra Islanda e Norvegia, chi ne beneficia, quanto sia economicamente folle da intraprendere e portare avanti, quanti fallimenti siano avvenuti alle imprese che ci hanno provato, ma anche quanti ancora ne fanno un business, in particolare per cibare i turisti che a centinaia di migliaia si riversano in Islanda durante l’anno. È stata una lezione di politica, di lobbying, di economia e di umanità non da poco, a torto o a ragione ovviamente, a sentire i diversi punti di vista delle persone del luogo. Dopodiché, siamo tornati al freddo, con in mano una quantità di adesivi “Meet us, don’t eat us” o “Are you whale-friendly?” da distribuire a turisti e abitanti, in modo da parlare con loro e spiegare quanto la caccia alle balene sia insensata anche per il cambiamento climatico e consigliando di non andare in quei ristoranti che servono carne di balena, “Moby Dick on a Steak!” come dice uno slogan di un certo locale del porto. Stare dall’altro lato dell’incontro sul marciapiede, dalla parte di chi cerca di fermare il passante e discutere con lui di una certa tematica, è stato davvero interessante, una posizione che pensavo non avrei mai tenuto in vita mia. Fare quell’esperienza, però, ci avrebbe fatto anche guadagnare un viaggio gratis per andare in barca a vedere le balene, in un freddo mai visto e malgrado la sfortuna di vedere niente nel giro di tre ore al largo, con la vista irripetibile però delle montagne e della città vista dal mare. Su quella stessa barca siamo poi tornati per una conferenza sulla caccia alle balene e sulla legislazione, comparate al caso della caccia ai lupi in Polonia.

Il giorno stesso che le condizioni meteo iniziassero a precipitare, eravamo nel giardino botanico della città, un grande giardino all’aperto che conserva specie botaniche proveniente da tutto il mondo, quasi un custode della diversità i cui addetti devono lavorare come matti per mantenere specie diverse in un clima a volte così proibitivo. Il programma poi passava dal celebre Golden Circle, il giro turistico che va per la maggiore perché passa da tutte le attrattive naturalistiche della regione intorno alla Capitale. Prima tappa, la centrale idroelettrica. Ci si aspetta, da una centrale che provvede all’elettricità di tutta Reykjavik, comprese zone limitrofe, un grande impianto industriale con centinaia di lavoratori. Ad accogliere, invece, è una sorta di museo sull’energia, quasi completamente automatizzato, di piccole dimensioni. È di per certo una delle grandi rivoluzioni islandesi, un Paese che dopo la crisi petrolifera degli anni Settanta, ha semplicemente deciso di tagliare le importazioni di petrolio e riscoprire ciò di cui abbondavano: sorgenti geotermiche. Grazie a queste, l’anidride carbonica presente nell’aria è scesa a dirotto e, tra l’altro, il prezzo dell’energia è irrisorio. Talmente irrisorio da creare la situazione opposta di spreco, più che di consumo ridotto.

L’Islanda, era chiaro a quel punto, aveva da insegnare molto. Un esempio, seppure sui generis, di un certo modo di cambiare le politiche e gestire energia e ambiente. Un popolo così aperto al turismo e così pronto a darti una mano. C’è consapevolezza da scoprire in un campo del genere; e tra lo scoprire una nuova cultura, confrontarsi con tutte le altre che ti parlano una volta tornati in quella che diventa la tua casa per dieci giorni, e il fatto stesso di viaggiare e ritrovarsi da solo con i propri dubbi e quelle poche certezze che ti accompagnano, non c’è alcun motivo per non farsi coraggio e andare a visitare un luogo così remoto e moderno insieme, tra nuove persone da conoscere e sperare di incontrare di nuovo presto. È viaggiare, è una delle cose più belle che possiamo avere in un mondo che ha così tante contraddizioni. Andate in Islanda, partite per un campo del genere, ma fatelo d’inverno se potete, con un buon paio di pantaloni impermeabili, una buona quantità di maglioni, cibo che sapete cucinare dal punto da cui provenite, e con le vostre paure. È inutile lasciarle a casa, è necessario portarsele dietro per capirle meglio e capire almeno un po’ di più chi siete voi.

Interventi Civili di Pace a sostegno dei rifugiati: testimonianza dalla Serbia [P.te II]

Interventi Civili di Pace a sostegno dei rifugiati: testimonianza dalla Serbia [P.te II]

Pubblichiamo il seguito della testimonianza di Silvia Valdrè e Alessandra Dallari, volontarie attualmente in Serbia dallo scorso maggio (in seguito alla apertura del progetto) per supportare il lavoro delle organizzazioni di volontari internazionali indipendenti che sostengono i rifugiati bloccati al confine serbo-croato e serbo-ungherese. Il progetto è realizzato in collaborazione con la branca SCI locale VCV Serbia e supportato dai fondi del Refugee Found.

Ci sono stati tanti momenti questa settimana, in cui abbiamo veramente compreso la dura realtà della vita qui per i profughi che cercano di attraversare la frontiera con la Croazia. Tutti loro continuano a provare il così detto “Game”, il “gioco”, che di divertente ha ben poco, visto che si tratta del tentativo di attraversamento del confine (cinque giorni di cammino tra i boschi con cibo e acqua limitati) che purtroppo quasi sempre finisce con la cattura, gli abusi e il respingimento in Serbia da parte della polizia croata. Vale la pena segnalare, inoltre, che gli abusi da parte delle autorità sono ricominciati anche al confine ungherese, dove, per un certo periodo, la situazione sembrava essersi calmata. Dopo settimane trascorse con loro ogni sera, ci siamo affezionate a molte persone e non sappiamo mai se augurarci di non vederle il giorno seguente, nella speranza che siano riuscite ad attraversare il confine e ad arrivare in Europa, o, al contrario, di continuare a poterle incontrare e assicurarci che stiano bene.

Spesso, la sera, durante la distribuzione del cibo, si presentano gruppi più o meno grandi di ragazzi di ritorno dal “Game”: è successo, per esempio, l’altro ieri. All’improvviso sono arrivati 20 ragazzi esausti, sporchi di fango, i loro corpi coperti di punture di zanzare e lesioni, le scarpe rotte. Il cibo era già finito e le volontarie di SolidareTea hanno cercato di raccogliere qualcosa da mangiare, mettendo a disposizione la frutta e i pochi biscotti rimasti. Siamo rimaste ad osservarli mentre li mangiavano freneticamente nella speranza di sfamarsi, scioccate nel sentire che questi ragazzi avrebbero tentato di attraversare il confine nuovamente quella sera stessa, senza darsi il tempo di riposare e recuperare le energie. Durante il Ramadan il gioco è ancora più difficile.

Parlando con uno di loro abbiamo percepito come siano esausti, ma come, allo stesso tempo, la voglia di farcela gli permetta di continuare a provare. Una volontaria austriaca che fino al mese scorso di trovava a Belgrado nelle baracche, edifici occupati dai profughi, ha riconosciuto un ragazzo e ci ha rivelato di come se lo ricordasse carino e amichevole, e di come, adesso, lo veda invece con uno sguardo aggressivo ed estraniato allo stesso tempo. Abbiamo potuto notare come alcune persone facciano uso di droghe per sopportare tutto questo e i momenti di tensione, anche durante la distribuzione dei pasti, non mancano, a riprova dell’esaurimento fisico e mentale a cui sono sottoposte.

Pochi giorni fa durante il momento delle docce, un ragazzo ci ha mostrato un foglio con gli orari dei treni diretti in Italia. Ci ha spiegato che ci vorrebbero due notti nascosti in un container per arrivare nel nostro Paese, uno dei più gettonati dove i ragazzi vorrebbero vivere, convinti che i loro problemi termineranno una volta arrivati. Notiamo come ci sia poca consapevolezza sui futuri ostacoli che dovranno affrontare, ma non ce la sentiamo di spegnere in loro la speranza di poter trovare pace e continuare la loro vita. “Se non ci riesco neanche questa volta, pago uno smuggler che conosco che con 300 euro mi fa arrivare a Trieste, ma non vorrei affidarmi a lui perché conosco tante storie finite male”, ci ha confidato un altro.

Questa settimana è nata un’opportunità per A., un ragazzo afghano, di trovare illegalmente documenti per l’Europa. Era molto combattuto se tentare o tornare dalla sua famiglia e al lavoro in Afghanistan. Questa decisione sembrava innescare un conflitto dentro di lui – afflitto da insonnia e da gravi disturbi psicologici, dovuti ai traumi del passato, che manifesta con convulsioni alle quali abbiamo assistito la scorsa settimana. Quando gli abbiamo chiesto cosa sentiva, lui ha fatto un gesto con le mani dicendo: “il mio cuore sta parlando troppo”. Ci ha detto che aveva ricevuto delle telefonate dal suo capo nelle Forze Speciali il quale gli aveva chiesto di tornare a casa per combattere i talebani, minacciando di
pagare la mafia per trovarlo e ucciderlo se non avesse obbedito. Ci ha raccontato che precedentemente era stato catturato e torturato per un mese proprio dai talebani, tenuto in una piccola stanza. Era
sopravvissuto a molte esplosioni di bombe, una delle quali lo aveva portato a passare tre mesi in ospedale. Aveva combattuto insieme ai soldati britannici e americani contro i talebani e quando era stato costretto a fuggire a causa della paura della morte, non aveva trovato nessuno a sostenerlo. Come una pedina era stato usato e poi scartato. Per noi si è trattato di uno sguardo in un passato sconvolgente di terrore e di brutalità. Perché nessuno si assume la responsabilità di coloro che sono colpiti da una guerra in cui siamo così fortemente coinvolti?

Questo stesso ragazzo pochi giorni fa si trovava nel solito luogo dove provvediamo a fornire le docce, di fianco ad un piccolo fiume. Quel giorno noi non eravamo presenti, e ci ha raccontato che la polizia è
arrivata e lo ha picchiato, sottraendogli il cellulare, i pochi soldi che aveva e il diario che stava scrivendo da 5 anni. Ci ha riferito di come non gli importasse delle cose materiali che aveva, quanto del
suo diario e delle foto della sua famiglia che portava sempre con sé. Abbiamo percepito la frustrazione, la paura e l’umiliazione che vivono ogni giorno, soprattutto quando lui ci ha detto sorridendo “Le uniche ore del giorno in cui mi sento tranquillo e non ho paura sono quelle in cui veniamo qui a mangiare con voi, in cui stiamo insieme e ci divertiamo”.

A causa della scoperta della polizia del luogo delle docce siamo stati costretti a cambiare posto, per evitare di avere problemi e sottoporre i ragazzi a un possibile pericolo. Stasera, inoltre, ci è arrivata una voce sulla possibilità che giovedì la polizia arrivi con dei bus negli squat dove molti ragazzi dormono, per deportarli a Presevo, il campo al confine con la Macedonia. Pur non essendo certi che la cosa avvenga, li abbiamo avvertiti, perché per loro essere portati in quel campo significherebbe tornare
due passi indietro: molti di loro ci sono già passati e ne sono scappati.

Per alleggerire il clima, sabato scorso, dopo la distribuzione, abbiamo dato inizio alle serate di cinema all’aperto, durante le quali proiettiamo film consigliati da loro, che terminano con quella che
abbiamo soprannominato ironicamente “Pashtu disco”. E’ in questi momenti di allegria e spensieratezza che ci guardiamo e ci sentiamo nel “posto giusto”.

Lezioni d’inglese a Diyarbakir: testimonianza del progetto Yazidi’s Voice [P.te II]

Lezioni d’inglese a Diyarbakir: testimonianza del progetto Yazidi’s Voice [P.te II]

Pubblichiamo il seguito della testimonianza di Cherif, volontario lungo termine attualmente in Turchia, partito nel contesto del progetto Yazidi’s Voice per l’avviamento di corsi di lingua inglese per i/le bambini/e di Sur (quartiere centrale di Diyarbakir) e per quelli/e Yazidi rifugiati in Turchia, ospitati al momento nel campo di Midyat.

Cene per l’iftar, inviti a visitare la città, lezioni. È così che sta proseguendo la mia splendida esperienza qui a Diyarbakir. Ogni giorno è un’esperienza nuova, ogni giorno faccio la conoscenza di persone nuove. È come se vivessi qui da tutta una vita!  Forse questa sensazione è data dal fatto che qui le persone sono super calorose e cordiali? Direi proprio di sì!

Essendo l’unico straniero presente in città, tutti e tutte mi domandano continuamente: ma cosa ci fai qui? Cosa ti porta in quel di Diyarbakir? Si sente proprio che è da un sacco di tempo che i turisti, stranieri e locali, non si fanno più vedere da queste parti. Questo in seguito ai bombardamenti del 2016, che hanno causato la rovina del turismo che caratterizzava questa città, e tutto ciò che ne consegue.
Un ragazzo mi dice: «Ci vogliono più persone come te qui, che portino un po di umorismo, di cambiamento!» Sono super onorato per queste parole che mi riempono il cuore.

Il ramadan prosegue alla grande, ormai siamo verso la fine ed il caldo si fa sempre più sentire. Ho cominciato, oltre alle lezioni di inglese (ormai molto frequentate), ad organizzare anche delle lezioni di italiano. È buffo sentirli parlare italiano, soprattutto con un accento del tutto nuovo alle mie orecchie. Favolosi!

Sono stato a Midyat, distante un’ora di autobus, dove si trova il campo in cui risiedono curdi e siriani. Da come mi dice Jamal ed il suo amico, che vivono all’interno del campo, la situazione è veramente brutta. Da esterno, non è possibile accedervi in nessun modo. Non vengono distribuiti i pasti, i rifugiati ricevono 100 lire al mese per sopravvivere. All’interno del campo è presente un piccolo market che fa enormi profitti sulle persone, poiché non è possibile acquistare cibo fuori e introdurlo all’interno della struttura. La libertà di uscire dal campo viene concessa una volta alla settimana, sempre che venga concessa. Problematiche interne tra curdi e siriani non ce ne sono. Grazie alla raccolta effettuata dal Servizio Civile Internazionale, abbiamo ricevuto fondi sufficienti per acquistare latte e biscotti per i 170 bambini neonati o molto piccoli (la fascia d’età varia da l’1 ai 3 anni) presenti a nel campo di Midyat.

Allo Youth and Change Association, invece, sono iniziati anche i lavori di ristrutturazione e di abbellimento del centro. Pittura, amici, musica. Momenti di condivisione utili a capire ancora di più la situazione locale e le problematiche presenti. Assieme agli amici dell’organizzazione, abbiamo anche festeggiato il compleanno di Sevda, una delle volontarie che, non dico gli anni, è cresciuta.
L’esperienza prosegue!!

Interventi Civili di Pace a sostegno dei rifugiati: testimonianza dalla Serbia

Interventi Civili di Pace a sostegno dei rifugiati: testimonianza dalla Serbia

Pubblichiamo la prima testimonianza di Silvia Valdrè e Alessandra Dallari, volontarie attualmente in Serbia dallo scorso maggio (in seguito alla apertura del progetto) per supportare il lavoro delle organizzazioni di volontari internazionali indipendenti che sostengono i rifugiati bloccati al confine serbo-croato e serbo-ungherese. Il progetto è realizzato in collaborazione con la branca SCI locale VCV Serbia e supportato dai fondi del Refugee Found.

Šid, Serbia – 8 Giugno 2017

“Oggi si respira!” ho pensato, forse ingenuamente, stamattina. La temperatura, fino a ieri altissima, è calata considerevolmente, regalandoci un po’ di refrigerio. I problemi, però, non sono tardati ad arrivare: al posto del sole incandescente è arrivata la pioggia e, con questa, una bella dose di fango. Stasera, durante la distribuzione del cibo, sono stati in tanti ad avvicinarsi al furgone per chiederci tende e teli di plastica sotto la quale ripararsi. Sembra che al clima serbo non piacciano le mezze misure.

In questi giorni io ed Alessandra ci siamo spostate da Subotica, sul confine ungherese, a Šid, a pochi chilometri dalla Croazia. Questa piccola cittadina passerebbe sicuramente inosservata se non fosse che, al momento, veda la presenza di diverse centinaia di profughi che vivono in condizioni di estrema vulnerabilità. L’attuale impossibilità di varcare il confine con l’Ungheria ha reso il confine serbo-croato, e Šid in particolare, la seconda scelta per tutti coloro che cercano di entrare in Europa attraverso la rotta balcanica. Di fatto però, si sta riproponendo la stessa situazione che fino a pochi mesi fa era possibile osservare a Subotica: frontiere invalicabili, presenza ingente di polizia, respingimenti forzati, abusi da parte delle autorità di frontiera e, in pratica, migranti abbandonati a sé stessi, costretti ad un’attesa infinita.

Mentre scrivo, ripenso alle conversazioni avute oggi durante la cena. Ho fatto amicizia in particolare con X, un simpatico signore algerino che ha vissuto a Bologna per diversi anni e con cui passo il tempo a chiacchierare di cucina. Sa che negli ultimi giorni io ed Alessandra stiamo aiutando i i volontari di No Name Kitchen, che tutte le sere preparano e distribuiscono i pasti alle oltre 200 persone che affollano la jungle. Si è quindi probabilmente convinto che io abbia una qualche (pressoché inesistente) dote culinaria e dispensa consigli sulla quantità di sale da usare e sulle verdure più adatte, lamentando la sua voglia di lasagne e tortellini. È una sorta di figura paterna qui: è raro, infatti, incontrare ragazzi sopra i 30 anni. Vedo che saluta sempre tutti e che c’è sempre qualcuno che lo lascia passare davanti in fila. Mentre ci parlo, mi chiedo sempre quale sia la sua storia, ma non voglio essere indiscreta. Qui, di storie interessanti, in realtà, ce ne sarebbero sicuramente tante da raccontare. Ad esempio, qualche giorno fa un gruppo di ragazzi ci è venuto a chiamare: aveva fatto la sua comparsa un piccolo gruppo di Cubani che, chiaramente confusi, avevano bisogno di qualcuno che fornisse loro informazioni. Cubani? In Serbia? Non ci potevamo credere! Eppure erano lì, seduti in un angolo. Nonostante se ne stessero in disparte, cercando di passare inosservati, è stato facile notarli: la ragazza, in particolare, sempre con lo zaino sulle spalle e la mano stretta in quella del suo compagno di viaggio, spiccava chiaramente, unica donna tra la folla di uomini. Mi sarebbe piaciuto riuscire a scambiarci due parole, ma di loro, oggi, già non c’era più traccia.

Quello che abbiamo notato è che sono in tanti qui, a parlare diverse lingue: pashtu, urdu, farsi…ma anche italiano, spagnolo, francese. Molte di queste persone, hanno vissuto per tanti anni nei nostri Paesi, costruendo una vita in quell’Europa che adesso si chiude davanti a loro.
Quando Henry, un volontario inglese, ci è venuto a chiamare per andare a casa, ho salutato X, augurandomi che riuscisse a riposarsi un po’, nonostante l’acquazzone. “Sister, lo sai che io non dormo!”, mi ha risposto, riferendosi al fatto che anche oggi, come tutte le altre notti, proverà a passare il confine con la Croazia. “Non molliamo mai!”, ha gridato, in italiano, mentre correva via.

Giunta a casa, mi arriva un messaggio da Victor, uno dei volontari dell’organizzazione tedesca Regardu che da diversi mesi lavorano qui a Šid. Chiede se può passare da casa nostra per lasciare un sacco di vestiti da lavare, sono tanti e con una sola lavatrice a loro disposizione non sarebbero mai pronti da distribuire per il giorno dopo. I volontari di Regardu stanno portando avanti un progetto davvero bello: offrono un servizio di docce “portatili” per i profughi che, non avendo accesso ai campi ufficiali, non saprebbero dove altro lavarsi. Si caricano sulle spalle tutto il necessario e montano le docce in un luogo nascosto in mezzo al bosco. Con un sistema di tubi prendono l’acqua da un fiume vicino e fanno in modo di riversarla all’interno di tre tende, adibite a docce. Grazie a dei tasselli numerati, i volontari controllano che la fila sia rispettata, dosano il sapone e cronometrano il tempo necessario ad ognuno per lavarsi. Dopo ogni doccia raccolgono i vestiti sporchi di ciascuno e danno un ricambio pulito a tutti. Con questo sistema riescono a provvedere ai bisogni di circa 50 persone al giorno. Tra l’altro sono stati costretti a cambiare postazione diverse volte dalla polizia, che non vuole che si distribuiscano beni ai profughi e accampa motivazioni di salvaguardia dell’ambiente. Hannah, la responsabile del servizio, mi ha raccontato di come, per evitare ulteriori problemi con la polizia, i volontari siano addirittura arrivati ad evitare di dare direttamente ai migranti il flacone del bagnoschiuma, preferendo versarglielo in mano quando necessario: “Se ci dovessero cogliere sul fatto, nelle loro mani non troverebbero nulla, nemmeno un flacone di plastica. In fin dei conti l’acqua è un bene pubblico, non possono vietarne l’accesso!”. Abbiamo capito che, almeno per i prossimi giorni, il nostro appartamento sarà trasformato in una lavanderia a pieno ritmo.

Qui i problemi da risolvere sono tanti, troppi. Le uniche organizzazioni che supportano i profughi esclusi dai campi sono tutte finanziate da donazioni, o dai volontari stessi che in caso di necessità pagano di tasca loro le spese necessarie. Eppure sembra funzionare tutto bene: ogni settimana i volontari si incontrano per fare il punto della situazione, per dare suggerimenti, per capire semplicemente se tutti siano sulla stessa lunghezza d’onda e come sia il morale. Ogni volta c’è un dilemma in più: i migranti musulmani chiedono del latte per rompere il digiuno del Ramadan, si può trovare? Si vorrebbe arricchire la dieta con della frutta fresca, ma i fondi stanno finendo: c’è qualcuno che possa finanziarla? È stata notata la presenza di polizia attorno al luogo della distribuzione: è stato fermato qualcuno? Ci sono dei ragazzi che hanno bisogno del dentista: qualcuno può accompagnarli? La comunicazione è continua e il sistema collaudato. Mi chiedo però, cosa succederà quando i volontari se ne dovranno andare. Per quanto si potrà andare avanti?

Tra tutti, il problema delle visite mediche, forse, è quello più stringente. Mentre trovare cibo è più facile, non lo è altrettanto assicurare la presenza di medici qualificati. I volontari adeguatamente formati sono pochi e spesso i medici delle cliniche si rifiutano di visitare i profughi, invitando ad andare a registrarsi ai campi, già sovraffollati. Anche il supporto psicologico manca. Offrire il proprio tempo per ascoltare, “esserci” , è sicuramente importante, ma può non essere sufficiente. Purtroppo è fin troppo chiaro come sia necessario, per alcuni, un serio sostegno professionale. I volontari spagnoli, che hanno accolto in casa loro un ragazzo afghano che li aiuta nella preparazione dei pasti, ci hanno confidato come siano preoccupati per lui: non dorme da giorni e si isola spesso. Il trauma del viaggio, la mancanza di prospettive, gli abusi fisici e psicologici a cui molti sono sottoposti hanno lasciato segni più difficili da vedere, ma che hanno gravi conseguenze sulla loro capacità di “non mollare mai”.

Lezioni d’inglese a Diyarbakir: testimonianza del progetto Yazidi’s Voice

Lezioni d’inglese a Diyarbakir: testimonianza del progetto Yazidi’s Voice

Presentiamo la testimonianza di Cherif, volontario lungo termine attualmente in Turchia, partito nel contesto del progetto Yazidi’s Voice per l’avviamento di corsi di lingua inglese per i/le bambini/e di Sur (quartiere centrale di Diyarbakir) e per quelli/e Yazidi rifugiati in Turchia, ospitati al momento nel campo di Midyat.

Sono arrivato il 17 Maggio in quel di Diyarbakir. Visto che le lezioni sarebbero cominciate il 21, ho passato quattro giorni ad ambientarmi, cercando di capire la situazione locale e le problematiche che ci sono, oltre che a conoscere la zona. La situazione sembra tranquilla anche se le persone sono stanche, paurose del proprio futuro e di quello che succederà nei mesi a venire. Tutto è un punto interrogativo qui, non sanno cosa gli succederà. La zona è molto controllata dalla polizia e dai militari con moltissimi posti di controllo. Tutto è però quieto.

Il 21 di maggio sono iniziate le lezioni, con la mia prima lezione conoscitiva degli studenti nel centro di Umut. Il livello generale è elementare, per lo più. Ho diviso gli studenti in due classi, beginner e intermedi: il martedì e il giovedì la classe intermedi dalle 16 alle 18, mentre sabato e domenica (sempre dalle 16 alle 18) c’è la classe beginner. Ho iniziato anche a lavorare presso il Cultural Center dove i bimbi e le maestre mi hanno subito accolto e coccolato. Favolosi. Mercoledì, giovedì e venerdì, dalle ore 12.30 alle ore 16, mi diletto a giocare con i bimbi e fare attività, mentre sabato e domenica lezione di inglese. Al mattino dalle 10 alle 12 insegno inglese agli insegnanti, mentre nel pomeriggio dalle 13 alle 15 svolgo le lezioni ai ragazzini.

Tutto procede tranquillo e nel migliore dei modi. Ho conosciuto tante persone meravigliose, e ne conoscerò altrettante. Essendo l’unico straniero in città e per di più l’English Teacher sono super adorato. È anche cominciato il mese del Ramadan qui a Diyarbakir e anche io lo osservo, per cercare di coglierne ogni sfumatura e conoscere appieno la cultura locale; ogni sera, apprezzo il cibo locale all’iftar (orario in cui il sole cala e si può mangiare): faccio la fila nella piazza principale della città dove è stata posizionata una tenda in cui viene effettuata la distribuzione gratuita del cibo in vassoi. Anche se trovare posto non è assolutamente facile, e benché meno fare la fila (visto che bisogna aspettare 30 minuti prima di poter varcare l’ingresso della tenda), lo sforzo viene sempre ripagato dalle stesse persone che, una volta seduto di fronte a loro, ti accolgono e ti trattano come da pari – anche se non ci si intende non parlando la stessa lingua!

Io, lo SVE con lo SCI in Belgio presso l’International Secretariat

Io, lo SVE con lo SCI in Belgio presso l’International Secretariat

L’articolo è stato scritto da Martina Pieri, attualmente volontaria SVE per un anno ad Anversa, presso l’Internationl Secretariat dello SCI.

Ho sempre pensato di fare uno SVE, da quando più o meno ho scoperto — in maniera vaga — cosa fosse. E’ una di quelle idee che ad un certo punto ti dimentichi di come è nata, ma che piano piano prendono il sopravvento. Per me è un’altra possibilità di lavorare un po’ nella cooperazione allo sviluppo, che è quello che ho studiato.

Sono inciampata un po’ per caso, scorrendo facebook, sulla call dello SCI per lo SVE in Belgio. Ho fatto il colloquio, è andato bene e dallo scorso ottobre sono stata catapultata nel gigantesco e magmatico mondo SCI: precisamente, all’International Secretariat ad Anversa, l’ufficio di coordinamento delle varie branche e dei gruppi sparsi in tutto il mondo. Io mi occupo della comunicazione, social media, blog, sito web, newsletter (sì newsletter, quindi se vi arriva quella cosa lì a fine mese, leggetela perché è dannatamente complicato mettere insieme informazioni dall’Australia alla Norvegia, passando per lo Sri Lanka!).

Perché lo SVE? Perché è una bella opportunità per i giovani di fare un’altra cosa, di vivere all’estero, di lavorare in un ambiente internazionale o comunque in un ambiente diverso da casa. E’ l’opportunità di andare oltre quello in cui si crede e assecondare le proprie necessità. Che sia quella di passare qualche mese all’estero, quella di fare volontariato, unirsi ad una casa ambientale o educativa in un paese diverso dall’Italia, o semplicemente imparare lo spagnolo, lo SVE è un’opportunità per tutti. E va colta. Quindi eccomi qui.

Perché lo SCI? Non avevo esperienza diretta con lo SCI prima di quest’avventura. Da drogata di comunicazione, cooperazione e tutto quello che lega la comunicazione alla cooperazione, li seguivo su Facebook, conoscevo i workcamps, sapevo dei loro mini corsi di progettazione a cui ho sempre pensato di partecipare, ma il momento non era mai quello giusto. E poi una mia cara amica era stata in Mongolia con lo SCI, mi sono detta: in Mongolia? Cosa spinge una Ong italiana a fare qualcosa in Mongolia? Non so, ma la cosa mi incuriosiva.

Insomma, arrivata ad Anversa sono stata immersa in un mare di nomi, cose, persone, sigle. Lo sapete quante sigle ci sono nello SCI? Una marea, dopo quasi 7 mesi, ancora mi confondo. In 7 mesi ho scritto articoli per il sito, raccolto storie di volontari in giro per il mondo SCI, comunicato con le altre branche, stalkerato le altre branche per avere contributi per la newsletter, creato newsletter, iniziato ad usare MailChimp (no devo dirlo, perchè MailChimp è una figata!), lavorato con programmi di grafica, twittato, ideato video, caricati poi su YouTube e Vimeo, fotocopiato, scannerizzato, spazzato. E poi fatti tanti tiramisù. Fatti un mare di tiramisù. Arrivata l’italiana e allora facciamola cucinare. E diciamoci la verità, a noi piace cucinare. Se non proprio a tutti alla maggior parte. E così la terza settimana che ero qui ho invitato tutto l’ufficio e l’ufficio di VIA (la branca fiamminga dello SCI) a casa per una cena italiana. Aperitivo, tre assaggi di pasta e tiramisù. Non ci tiriamo mai indietro noi di fronte al cibo, soprattutto se lo cuciniamo noi.

Perché il Belgio? Pensavo allo SVE come ad un’opportunità per vivere l’Ong in ufficio, dato che gli ultimi due anni avevo lavorato più sul campo direttamente nei progetti. E pertanto mi interessava lavorare nella comunicazione per il no-profit, la mia passione, che avevo già sperimentato qualche anno fa. Però volevo trovare il modo di avvicinarmi al magico mondo di Brussels, che non credo sia veramente magico, ma per chi esce da Scienze Politiche, Brussels è un’opportunità. Se sei fortunato, una molto valida. E allora questa call è stata un po’ un colpo di fortuna, metteva insieme la vicinanza a Brussels e il lavoro di comunicazione. E poi alle patatine fritte. E alla cioccolata. E alla birra. Va be, ciao Italia, io vado.

Lo SVE mi ha insegnato che lo SCI non è solo un’associazione, ma è uno stile di vita. E’ un posto di gente stupenda, che non molla mai, che si ritrova sempre, che condivide, che sperimenta, che lavora sodo e crede in un mondo più bello. Lo SCI Italia poi visto da qui – posizione un po’ privilegiata per avere uno sguardo sulle varie branche – è una fonte di ispirazione quotidiana, di attivismo, di idee. E’ forse una delle branche più attive che mi capita di incrociare ogni giorno sul web, assieme a quella catalana in Spagna. Poi c’è quella metodica tedesca, quella puntuale Svizzera, quella super fundraising Inglese, quella tenera Ucraina, quella attivissima Bulgara, quella Svedese, che re-posta tutto quello che postiamo noi su Facebook, quella Kosovara, che adoro perché conosco il Kosovo, quella Greca, che organizza sempre serate a tema con i propri volontari e tante altre. Le conosco tutte, per nome. So cosa pubblicano, cosa promuovono, il modo in cui lo fanno, chi mi risponderà alla loro chat privata di Facebook. Ma quella italiana, ah! Quella italiana ce l’ho nel cuore. Soprattutto perché sono dei gran femministi come me.

Lo SCI mi ha insegnato che ognuno parla l’inglese un po’ così. Che è meglio muoversi in autobus o in treno rispetto all’aereo, per una questione ambientale. Che in ufficio si può fare il compost con i vermi, ma noi mangiamo solo mandarini e beviamo tè in ufficio e i vermi morirebbero perché non hanno abbastanza cibo organico da mangiare. Che la mia project officer parla ceco e olandese, il mio amministratore finlandese, la mia coordinatrice serbo, la mia responsabile inglese e turco, l’altra SVE finlandese, l’altra SVE ancora cantonese e il Servizio Civile francese. E poi ci sono io, che parlo a gesti. Che lo SCI è pet friendly. Ed environmental friendly. E intercultural friendly. Insomma, lo SCI è friendly un po’ con tutti, perché a fare un sorriso ci si mette meno che ad arrabbiarsi (però la newsletter leggetela, sennò mi arrabbio).

Il Belgio mi ha insegnato che qui si vive tutto in modo rilassato. Che il tramonto arriva sempre più tardi ora. Che dopo lavoro puoi berti una birra sullo Schelde, il fiume di Anversa. Che io volevo vedere Brussels, ma Anversa è dieci volte più bella, talmente bella che non vorrei più andarmene. Che puoi fare yoga al parco. Che tutti i supermercati hanno sempre la baguette fresca. Che se vai al pub e non prendi almeno tre birre, non sei nessuno. Che se dopo le birre non mangi le frites, non sai cosa ti perdi (e soprattutto assorbono un po’ di birra). Che con il treno in un paio d’ore attraversi tutto il Belgio. Che i treni in Belgio sono una cosa spettacolare che Trenitalia levate proprio. Che dal medico prendo appuntamento con un sms. Che i waffle sono una cosa straordinariamente magica e super ingrassante. Poi tanto prendi appuntamento con un sms dal medico per le analisi del diabete. No problem.
Fatelo uno SVE con lo SCI, prima o poi. Perché vi abbellisce la vita.

“Hey mzungo, jambo!”: storia di una volontaria a Zanzibar

“Hey mzungo, jambo!”: storia di una volontaria a Zanzibar

L’articolo è stato scritto da Marianna Visotti, che nel gennaio 2017 ha partecipato a un campo di volontariato nell’isola di Zanzibar, in Tanzania.

[Questa testimonianza ci dimostra come l’esperienza di un campo di volontariato non sempre si svolge “da manuale”: i contesti sociali e culturali in cui i/le volontari/e si muovono sono sempre diversi e spesso riserbano sorprese inaspettate; ciò non significa che le difficoltà debbano diventare un ostacolo, anzi. Affrontarle con una buona dose di pazienza e di capacità di adattamento è sempre il primo passo di un percorso di crescita. Lo spirito che anima i campi di lavoro può essere lo stesso dal Nord al Sud del mondo, ma ben diverse sono le situazioni che si possono incontrare e le maniere di affrontarle. Proprio per questo, consigliamo sempre di partecipare agli incontri di formazione che SCI-Italia organizza per i/le volontari/e in partenza: per prendere coscienza del percorso che si sta intraprendendo, e farlo con uno spiccato senso dell’adattamento e grande sensibilità.]

Dopo anni di università, lavoro e altri diversivi, a gennaio ho deciso di realizzare uno dei miei sogni nel cassetto, partire per un progetto di volontariato in Africa, destinazione Zanzibar.

Il progetto da me scelto era della durata complessiva di tre settimane e composto da due attività principali: piantare mangrovie (piante che, tollerando l’elevata salinità del mare aperto, sono parte attiva nella conformazione delle coste, le proteggono dall’innalzamento del livello del mare e vengono utilizzate anche per il loro legno) e insegnare inglese ai ragazzi del villaggio.

La nostra casa era a 10 chilometri dalla capitale Zanzibar City, in un paese rurale chiamato Maungani e, oltre a me, partecipavano al campo anche un altro volontario italiano, un portoghese, una spagnola, una taiwanese, una polacca e svariati volontari locali. All’inizio tutto andava come da programma. La mattina, dopo aver fatto colazione insieme, raggiungevamo in bici il mangrovieto, verso le 13 c’era il pranzo cucinato da una volontaria locale, relax in spiaggia (in fondo eravamo su un’isola!) e intorno alle 16.30 iniziava l’attività pomeridiana, che si protraeva per un paio d’ore fino all’ora di cena. La sera invece, quando non c’era la cultural night, serata dedicata alla scoperta delle nazioni dei volontari, ci ritrovavamo sotto il portico di casa per chiacchiere e godere dei pochi momenti freschi della giornata. Purtroppo però, dopo solo una settimana di volontariato, mi sono resa conto che c’era qualcosa che non andava. Il problema fondamentale era che i volontari locali non sembravano così preparati al nostro arrivo. Il luogo destinato a piantare le mangrovie era saturo, c’erano pochissimi spazi liberi dove posizionare i semi e, per quanto riguardava le lezioni di inglese, eravamo 5 insegnanti (un volontario aveva un altro progetto) e 3 studenti.

Perciò, dalla seconda settimana, trovando più interessante comprendere la loro cultura e le loro tradizioni, ho chiesto di potermi unire al women group, ossia il gruppo delle donne del villaggio. Tra le tante attività svolte, ho imparato a cucinare chapati – tipico pane locale che utilizzano per qualsiasi pasto -, mi hanno insegnato a intrecciare foglie di banano, che vengono impiegate come tetti per le capanne e mi hanno mostrato come indossare il kanga, indumento locale molto colorato, composto da due pezzi, uno utilizzato come gonna e l’altro come velo per coprire il capo. Nel pomeriggio, alternavo le lezioni di lingua con gli adolescenti a quelle, improvvisate, con i bambini che tutti i giorni si radunavano davanti a casa nostra. Duranti i week-end invece, abbiamo partecipato a numerose escursioni organizzate dai volontari locali, tra cui Safari Blu, Jozani Forest e Prison Island.

A fine progetto, vista l’insoddisfazione di alcune persone, ci siamo confrontati, prima tra di noi, arrivando alla conclusione che a volte la parola “work(camp)” sia solo un pretesto per avere uno scambio culturale (anche perché, aggiungo io, in tre settimane non ci si può proporre di cambiare il mondo) e, in seguito, parlando con i volontari locali, abbiamo capito che la nostra è stata solo sfortuna. Nei campi precedenti si è sempre insegnato in una scuola, ma questa volta ci sono stati problemi tecnici tali per cui hanno dovuto chiamare i ragazzi a casa e invece, per problemi di distanza dal villaggio, avevano appena deciso di abbandonare una foresta di mangrovie più bisognosa del nostro intervento.

Personalmente, avendo già avuto pregresse esperienze di volontariato e sapendo che spesso quello che viene scritto negli infosheet differisce da quello che poi si andrà realmente a realizzare, sono partita senza aspettative. Così i problemi sopra citati, che per alcuni sono stati motivo di delusione momentanea, io li ho presi semplicemente come imprevisto e sono molto felice di aver partecipato a questo progetto. Ho potuto approfondire la mia conoscenza dell’Africa, c’è stato un magnifico scambio culturale sia tra di noi che con gli abitanti del villaggio. Finalmente sono riuscita a vedere la vita da un altro punto di vista.

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