Una volta volontario, sarai per sempre un volontario! Testimonianza da una coordinatrice di campi

Una volta volontario, sarai per sempre un volontario! Testimonianza da una coordinatrice di campi

Pubblichiamo la testimonianza di Marija Melchiorre, volontaria SCI e coordinatrice del campo “Re-appropriation of historical buildings for public use”, tenutosi alla Cavallerizza Irreale di Torino la scorsa estate.

La mia storia inizia così:

Correva il 2007, è uscito il primo modello dell’iphone, è stata pubblicata la settima e ultima parte di Harry Potter, Martin Scorsese ha vinto il suo primo premio Oscar e per la prima volta abbiamo sentito Rihanna e la sua canzone Umbrella. Ed io, mi stavo preparando per le mie prime ferie da quando lavoravo come architetto in un studio.

Anche se qualcuno potrebbe pensare che gli architetti guadagnano bene, la realtà è molto diversa. In più, sono nata in un paese appena uscito da un passato burrascoso e noi cittadini avevamo bisogno di un visto per poter entrare in ogni altro Paese. Tre domande mi passavano per la testa: dove andare, come andare e con chi.

In quei giorni nuvolosi di ottobre passati a pensare dove andare in vacanza, mentre leggevo un articolo su un giornale online, sull’angolo dello schermo, appariva un annuncio con il titolo “Diventa volontario”.

Dopo le prime frasi dell’articolo, mi è stato chiaro. Quell’articolo era indirizzato proprio a me. Stavano parlando con me. Tutti i miei problemi sono scomparsi immediatamente: mi mandano un visto, ho un posto dove dormire, non sarò da sola, e mi sentirò molto utile contribuendo con le mie capacità.

La lista dei campi non era molto lunga. Ma c’è ne erano alcuni molto interessanti. La mia scelta cadde sulla Romania: “Transilvania Jazz Festival”. Non immaginavo nemmeno che tutta questa avventura, apparentemente normale, mi avrebbe cambiata completamente e che sarei tornata in Serbia come un’altra persona.

Il volontariato mi ha aiutato a visitare gran parte dell’Europa, ad incontrare persone interessanti, a cambiare la mia professione ed infine cambiare il paese in cui ho vissuto più di una volta, spingendomi ad imparare nuove lingue.

Con il passare del tempo volevo essere più coinvolta nel volontariato. Ho sempre sollevato l’asticella, anno dopo anno. Volendo essere sempre più parte attiva, con il tempo, sono diventata prima un capo squadra e poi una coordinatrice di campi.

Qualunque cosa abbia fatto in questi 10 anni, il volontariato è sempre stato parte integrante della mia vita. Quindi, venire in Italia per me significava cercare dove, con chi e quando fare volontariato. Così un giorno ho trovato il sito dello SCI Italia ed ho fato domanda per partecipare al corso di formazione per Camp Leader. Mi sentivo pronta ad affrontare una nuova sfida, questa volta in un nuovo paese e in una lingua per me abbastanza nuova.

Il corso di formazione per Camp Leader si è svolto a La Città dell’Utopia, e per la prima volta ho conosciuto lo SCI e questa bellissima struttura che ne è progetto locale. Con le nostre formatrici Alessandra e Claudia c’è stato subito un ottimo feeling. Noi, i futuri coordinatori dei campi, eravamo un gruppo piccolo ma ben affiatato, di diverse età, diversa nazionalità, ma per questo ancora più bello. Durante il corso abbiamo simulato un vero e proprio workcamp e ci siamo preparati per il prossimo passo: scegliere un campo.

Ero indecisa sul campo da scegliere, così è stato il campo che ha scelto me: “Cavallerizza Reale”, in un palazzo barocco nel centro di Torino! Con un programma rivolto al restauro e alla valorizzazione degli spazi comuni, il tutto condito da arte e teatro.

Il Cavallerizza per me ha rappresentato un bella sfida, era la prima volta che facevo un campo in Italia, la prima volta che facevo da Camp Leader e la prima volta che il Cavallerizza ospitava un campo internazionale. Ma come tutte le prime volte della vita è stata una esperienza indimenticabile, rimarrà per sempre nei nostri ricordi assieme alla passione e all’energia di tutti i 10 partecipanti internazionali provenienti da tutto il mondo (Messico, Niger, Polonia, Russia…), assieme a tutti i momenti belli ed alle sfide affrontate nei 14 giorni durante i quali abbiamo formato la nostra piccola comunità.

Questo campo ci ha aiutato a conoscerci meglio attraverso l’incontro tra culture diverse e l’inserimento in una comunità solida, espansa dalle nostre diverse nazionalità; differenti lingue si sono incontrate e “scontrate”, per raggiungere un accordo su come realizzare qualcosa di costruttivo che permettesse di esprimere il potenziale di ognuno di noi. Il tutto gestito in pura democrazia dove non esistevano gerarchie verticali, dove le parole di ogni partecipante hanno importanza. È stato un posto dove siamo riusciti a dare valore alle differenze senza giudizi, un modo di vivere la comunità molto diverso rispetto a quello in cui viviamo normalmente.

Questi 14 giorni sono stati giorni speciali lontani dalla solita routine quotidiana, riempiti da persone con cui abbiamo condiviso tutto: le loro storie, i loro sorrisi e la loro gioia. Tutto ciò è diventato parte della mia esperienza, della mia conoscenza e mi ha ulteriormente formato ed arricchito come persona.

Da quel lontano ottobre 2007, la porta di questo meraviglioso mondo di volontariato si è aperta, e non smette di accompagnarmi nella mia vita. Tutte quelle persone meravigliose che ho incontrato in questi 10 anni mi hanno reso quello che sono oggi.

Protezione ambientale e vita comunitaria: testimonianza da un campo in Germania

Protezione ambientale e vita comunitaria: testimonianza da un campo in Germania

Pubblichiamo la testimonianza di Noemi Giachi, una volontaria che ha preso parte a un campo di volontariato internazionale a Kaisersthul (Germania), dedicato alla tutela ambientale.

Mentre cercavo di riposare sul Flixbus che mi avrebbe portato a Friburgo, dopo 13 ore di viaggio, mi ricordo ancora la sensazione di terrore che ora dopo ora si stava consumando dentro di me: terrore e curiosità, ovvio, ma soprattutto la prima. Era la prima volta che viaggiavo da sola e nella mia testa mi assillava la domanda: ma cosa ho fatto?!

Sono arrivata a Schelingen, nella zona del Kaisersthul, verso le due di pomeriggio e subito ho conosciuto i due coordinatori e il responsabile della manutenzione della riserva, con cui avremo lavorato. Il Kaisersthul è una piccola montagna vulcanica a circa 25 km da Friburgo, in Germania. È una famosa area vinicola, cosa che si capisce subito al primo sguardo sul territorio, ma soprattutto è una riserva naturale protetta, che ospita la più grande varietà di specie di tutta l’Europa centrale. Salvaguardare questo macrocosmo era il nostro lavoro. Per la maggior parte del tempo questo consisteva  nell’estirpare l’erba secca con dei forconi lungo tutti i versanti dei monti e portarla a valle, dove ne facevamo balle di fieno. Spero che solo dalla descrizione si possa capire quanto estenuante sia stato, soprattutto nei giorni di pieno sole, benché la temperatura di norma fosse più bassa di quella cui sono abituata.

Tuttavia, per quanto faticoso, le ore di lavoro passavano rapide, grazie all’aiuto reciproco e alla presenza dei miei compagni di avventura, nonché degli altri ragazzi tedeschi che lavoravano nella riserva. Cantando (in una decina di lingue diverse), ridendo e tra qualche (frequente) pausa, le cinque/sei ore di lavoro giornaliero passavano velocemente e, stanchi ma felici, potevamo tornare al nostro campo, a quella che è stata per tre settimane la nostra nuova casa.
All’inizio vivere 24 ore su 24 con altri 15 sconosciuti, ognuno con le proprie abitudini, non sembrava cosa da poco; ma quando i compagni sono tuoi coetanei, tutti con una storia da raccontare, con le proprie idee e passioni e con il proprio bagaglio da condividere, il tempo di adattamento è veramente breve.

Emoziona pensarci: 16 persone, 16 anime proveniente da tutte le parti del mondo, con culture e vissuti differenti che per quasi un mese hanno condiviso lo stesso obiettivo. Queste persone sono diventate la mia famiglia, sul serio: non è solo il lavorare insieme, ma anche il dormire,  il cucinare, lavare, organizzare, giocare e scoprire insieme un paese per tutti nuovo. È l’andare avanti insieme. Tutto ciò unito alla gratificazione di lavorare a stretto contatto con la natura e alla simpatia e accoglienza della popolazione locale, che ci ha riempito di prodotti del luogo (oltre ad offrirci un eccellente degustazione di vini), hanno reso il mio agosto un mese indimenticabile. Tra le altre cose, avere i weekend liberi ci ha dato modo di visitare  anche alcune città: Friburgo, che era la più vicina, Colmar in Francia, Basilea in Svizzera, e ovviamente non ci siamo fatti mancare una gita nella Foresta Nera.

Insomma, sono state tre settimane molto dinamiche, che hanno riempito il mio bagaglio di tanti ricordi e belle persone, e mi hanno dato la possibilità di scoprire quanta ricchezza ti può dare questo modo alternativo di “viaggiare”. Perché, pur rimanendo nello stesso luogo, la varietà di persone, colori e stili di vita, hanno reso la mia permanenza  a Schelingen il viaggio più bello della mia vita.

Can Pipirimosca, un’Isola-che-non-c’è ecosostenibile nella campagna catalana

Can Pipirimosca, un’Isola-che-non-c’è ecosostenibile nella campagna catalana

Pubblichiamo la testimonianza di Carolina Pisapia, una volontaria che ha preso parte a un campo di volontariato internazionale a Valls (Catalunya) presso la fattoria ecologica Can Pipirimosca la scorsa estate.

Can Pipirimosca è una dimensione a sé stante nell’afa della campagna catalana in pieno agosto. Prendendo un calle sterrato che taglia la strada per Valls, scavalcata la corda che delimita la proprietà di Pere, il visitatore viene pervaso da una strana calma: improvvisamente la frenesia di tutti i giorni appare un ricordo lontano, una sciocchezza di cui sorridere distrattamente. Qualche passo più avanti si apre tra la vegetazione mediterranea uno spiazzo in cui sorge un rustico casolare rossiccio. Affianco alla porta d’ingresso campeggia un’insegna che riporta a caratteri vivaci la scritta “Can Pipirimosca”. Di fronte, all’ombra di un enorme ficus, un lungo tavolaccio di legno con una ventina di coperti e due ciotolone d’insalata. Un viavai di gente di tutte le età travolge il visitatore, confuso dalla quantità di lingue che gli risuonano intorno, dal calore del sole di mezzogiorno e dal ronzio degli insetti, dal fruscio degli alberi e dai profumi delle erbe aromatiche che crescono nei vasi attorno alla cucina all’aperto. Un applauso accompagnato da esclamazioni di approvazione si sovrappone al chiacchiericcio plurinazionale e alle risate che esplodono di frequente sotto al ficus: due ragazze con abiti lunghi e variopinti si dirigono verso il tavolo trasportando un enorme pentolone fumante, seguite da un grosso uomo sulla sessantina con due baffi bianchi e la barba intrecciata che, insieme ad un tredicenne dai capelli lunghi e arruffati, si fa largo tra i curiosi con una padella stracolma di zucchine fritte in pastella.

Vivere in perfetta armonia con l’ecosistema per quindici giorni non è facile. Le docce sono all’aria aperta e il fascino di lavarsi sotto alle stelle deve fare i conti con l’aria frizzantina e pungente che prende il posto dei trentacinque gradi giornalieri al calar del sole; la toilette è organica ma, come ci spiega Pere il primo giorno, è preferibile usare direttamente i campi; la cucina è vegana e locale, ciò che non è autoprodotto viene barattato con i vicini in cambio di pane, frutta o sapone fatto in casa e una volta a settimana arriva il furgone con le casse scartate dall’ortomercato: qui ogni risorsa viene sfruttata fino in fondo. “Niente caffè a colazione, non è un prodotto locale” avvisa Pere, scatenando un’ondata di panico nei volontari, “ma oggi pomeriggio cucineremo torte in abbondanza”. I volontari tirano un sospiro di sollievo e, dopo un paio di giorni, le tisane preparate con l’acqua scaldata dai pannelli solari e le erbe fresche del giardino aromatico – menta, lime, geranio – sembrano essere un ottimo sostituto alla caffeina. La cucina è affidata ai volontari, a turno, ed è un momento di chiacchiere più o meno impegnate, risate e confidenze. I piatti forti sono il riso con le verdure e la torta con le more colte sulla strada per Valls.

Gran parte del lavoro è a Can Pipirimosca: c’è da preparare le aiuole per il giardino invernale secondo i principi della permacultura, estirpare i cespugli di more che crescono sotto al ficus, pulire la piscina piena di fango in cui raccogliere l’acqua piovana per irrigare i campi. Un giorno andiamo da Rose, la vicina di Pere, ad arrampicarci sugli alberi per raccogliere le carrube; un giorno in collina da Inaqui a ricostruire un muretto crollato: creiamo una catena umana lungo la collina e ci passiamo i secchi con le pietre cantando a squarciagola.
Molto lavoro lo svolgiamo anche all’”Hort comunitari dels 4 cantons”, un terreno abbandonato nel centro di Valls che un gruppo di attivisti, di cui fa parte Pere, ha rilevato per creare un giardino comunitario per gli abitanti, sulla scia del movimento Incredible Edible nato a Todmorden nel 2007, con l’obiettivo di promuovere la produzione alimentare locale e biologica. Il progetto è ai primordi e i volontari di Can Pipirimosca nell’arco di due settimane bonificano e rivitalizzano uno spazio dimenticato per renderlo disponibile alla comunità di Valls. Terminati i lavori, viene organizzata una festa per inaugurare l’Orto e, al travaso della prima piantina di rosmarino nelle nuove aiuole, qualcuno finge di essere molto concentrato sulla pizza che sta mangiando per nascondere gli occhi lucidi. Ci sentiamo un po’ protagonisti di Domani, il film on the road in cui Cyril Dion e Mélanie Laurent raccontano gli attivismi ecologici nel mondo.

A Can Pipirimosca va e viene gente da tutto il mondo: qui si incontrano architetti in pausa dalla vita di tutti i giorni, ventenni che hanno smarrito la strada, anziane coppie norvegesi che vivono in una roulotte, insegnanti di yoga che non mancano di offrire lezioni ai volontari alle prime luci del mattino di una domenica di agosto, giovani omeopate, aspiranti erboristi, insegnanti di liceo, volontari del Servizio Civile Internazionale, ecologisti e curiosi di varia provenienza.
A Can Pipirimosca viviamo come corpo collettivo dalla mattina alla sera, le giornate sono piene, procedono con la lentezza della vita nei campi, rilassate e piacevoli, il lavoro stanca ma soddisfa e diverte, i pasti sono colorati e conditi dalle storie incredibili che qui tutti hanno da raccontare e anche la sera ci addormentiamo accompagnati dal respiro delle dieci persone che condividono la stanza con noi e, se all’inizio veniamo svegliati, nel cuore della notte, dal gallo che inizia a cantare troppo presto, bastano pochi giorni per dimenticare che c’è stato un tempo in cui vivevamo in città trafficate e dormivamo con le tapparelle abbassate. Qui l’aria entra ed esce spontanea dalle finestre aperte e alleggerisce i nostri sogni.

A distanza di mesi conservo molto di più del ricordo di un campo di volontariato di due settimane. Il visitatore confuso si chiede che cosa significhi l’espressione “Can Pipirimosca”. “Can Pipirimosca” è un gioco di parole catalano di cui tutti ignorano il senso, ma chi ci si ferma qualche tempo fatica a pensare che questo luogo possa avere un nome differente. Can Pipirimosca è una sequenza di suoni che chiede di essere riempita di contenuti, con le cantate notturne accompagnate dalla chitarra, con i laboratori per imparare a fare il sapone, con le braccia graffiate nello sradicare gli arbusti all’Orto Comunitario, con le chiacchiere lungo la camminata di quaranta minuti che da Can Pipirimosca porta a Valls e gli acini d’uva rubati dai rami che sporgono oltre le mura di cinta delle fattorie, con le spalle doloranti per aver messo troppo impegno nello zappare la terra del giardino invernale, con le scarpe sporche di fango, con i vestiti lavati a mano in giardino, con le pause a metà mattina stesi all’ombra degli alberi a mangiare melone, con i rari caffè presi in paese e i sensi di colpa striscianti, con le gite al mare, al lago, nelle città vicine nel fine settimana, con le serate accompagnate dal vino biologico e i volti illuminati dalla luna quando, la notte di San Lorenzo, saliamo sul tetto per guardare le stelle.

Can Pipirimosca è una dimensione a sé stante, un’Isola-che-non-c’è ecosostenibile nella campagna catalana. Una volta entrato, anche il visitatore più confuso e incerto verrà inevitabilmente corrotto dalla perfetta armonia di sapori del riso con le verdure e, quando proprio sarà costretto ad andarsene, continuerà a cucinare torte vegane agli amici e ad imprecare in spagnolo quando si accorgerà di averle cotte troppo. Pere ci insegnava a preparare le sue torte, ma poi le infornava lui e non ci ha mai detto quanto dovessero cuocere. Qualcuno dice che sorvola sempre di proposito, così che Can Pipirimosca possa mantenere la sua aura di mistero. Qualcuno invece sostiene che nemmeno Pere sappia quanto debbano cuocere quelle torte e che è lo spirito stesso di Can Pipirimosca a entrare in lui e a suggerirgli il giusto tempo di cottura.

Verso un mondo migliore: testimonianza dal campo “Yoga as life style”

Verso un mondo migliore: testimonianza dal campo “Yoga as life style”

Pubblichiamo la testimonianza di Tijana Sladoje, una volontaria che ha preso parte a un campo di volontariato internazionale “Yoga as life style” a Roma la scorsa estate, presso La Città dell’Utopia.

Le due cose che mi interessano di più: l’utopia e le filosofie orientali. Quindi, quando ho visto il campo “Yoga as a lifestyle” in un posto che si chiama la Città dell’Utopia, sapevo che devo stare là. E non ho sbagliato. Questo campo, che aveva luogo dal 9 al 16 settembre 2017, è stato davvero una esperienza unica e molto speciale.

La cosa più bella che possiamo dare agli altri è accettarli come sono, farli sentirsi accettati ed amati. La cosa più importante che possiamo fare per noi stessi, dopo accettarsi ed amarsi, è aiutare e servire agli altri. In questo campo abbiamo fatto tutte e due. Noi dieci, dai diversi paesi, diverse culture, con personalità diverse, abbiamo toccato la sostanza dell’essere durante quei sette giorni. Lo abbiamo fatto con il grande aiuto e la direzione del nostro maestro di yoga (non solo di yoga, ma anche di vita) Salvatore Spataro. Lui ha fatto proprio questo, ci ha fatto sentire accettati ed amati, liberi ad essere noi stessi, senza costrizioni, senza aspettative, senza giudizi. Beh, forse non eravamo proprio tutti pronti per accettarlo, ma anche riconoscere di essere impreparati è stato importante – saper accettare di non accettare, dare tempo a se stessi. Insomma, il campo è stato un passo importantissimo per tutti noi, avanzato per alcuni, iniziale per gli altri, ma non importa, perché non siamo tutti uguali, né migliori, né peggiori: siamo semplicemente diversi.

Abbiamo esercitato una disciplina auto-imposta, grazie alle regole che Salvatore ci ha presentato; non è stato difficile seguirle perché ci ha dato anche gli strumenti per ragionare su di esse, per capire perché fosse importante seguirle. Ci ha aiutato a comprendere come il nostro comportamento e le nostre decisioni toccano gli altri, toccano tutto il gruppo. Quindi, non ci alzavamo alle 7:30 senza capire perché, semplicemente perché qualcuno ci aveva detto di farlo, ma perché era la cosa giusta nel quel momento. Anche il fatto che dovevamo cucinare e pulire da soli per tutto il gruppo, in turni, ha contribuito alla creazione di questo senso di responsabilità e solidarietà.

Ogni mattina ed ogni sera abbiamo praticato yoga, abbiamo imparato qualche nuova posizione, ma ancora più importante, abbiamo imparato qualcosa di noi stessi. Parlavamo molto, e questo mi è piaciuto tanto. Perché, come ci ha spiegato Salvatore, fare yoga non vuol dire solo fare le asane. Yoga è un modo di vivere, significa coscienza assoluta, consapevolezza d’ogni istante, del presente, dei propri pensieri, parole ed azioni, ma pure dei bisogni e del benessere degli altri. E una società piena di persone così consapevoli e riguardose può essere solo perfetta. O, se non altro, sarebbe sulla strada per diventarlo.

Abbiamo fatto anche diversi esercizi di respirazione e un po’ di meditazione, tutto questo con un unico obiettivo: conoscere se stessi, accettare se stessi ed esprimere tutto quello che siamo.

Inoltre, il bellissimo laboratorio di yoga e arte che abbiamo avuto con un altra giovane maestra di yoga, Laura, ci ha aiutato ad esprimerci meglio, a scoprire le cose dentro di noi, a mostrarle a noi stessi e agli altri. Perché tutto quello che abbiamo disegnato dopo aver praticato un po’ di yoga sembrava essere uscito proprio dal dentro di noi, da quella parte inconsapevole ed sconosciuta. Per me è stato molto emozionante, perché ho scoperto qualcosa nuovo su di me e ho avuto l’opportunità di conoscere meglio gli altri, di vedere una parte molto profonda ed intima delle loro anime, e mi ha commosso davvero.

Anch’io ho avuto l’opportunità di parlare di quello che mi interessa tanto e che ho trovato messo in pratica durante questo campo, ovvero il legame tra l’utopia e sviluppo personale, specialmente seguendo le filosofie e religioni orientali e le pratiche ad esse connesse. Ho quindi presentato brevemente la mia ricerca su questo legame, usando gli esempi dell’utopia letteraria nella letteratura anglosassone. Sono molto grata allo SCI per questa opportunità e la bellissima esperienza di aver potuto condividerla con gli altri.

Ogni giorno avevamo anche del tempo libero per vedere la città e l’abbiamo usato per visitare i posti turistici e passare del tempo insieme, conoscendoci meglio.

Ma questo campo non è stato solo visite, yoga, meditazione e contemplazione filosofica. Facevamo anche un po’ di lavoro fisico che ha perfettamente completato il lato spirituale di questa esperienza. Abbiamo cominciato a costruire il sentiero davanti al Casale. Non ci siamo riusciti a finirlo a causa del brutto tempo ad inizio settimana e mancanza di tempo alla fine, ma la cosa più importante è che abbiamo fatto qualcosa. Abbiamo contribuito a questo posto incredibile, (ri)costruito dallo sforzo comune di tante persone. Per me è stata una cosa importantissima (forse non tanto per quelli che dovevano finire il sentiero, scusate!).

L’ultimo giorno del campo, che per noi volontari era libero, mi ha lasciato una grandissima impressione: presso il Casale c’era quel giorno il mercatino e il pranzo comune. Noi non eravamo tenuti a fare nulla, ma potevamo dare una mano se volevamo, e infatti in molti abbiamo scelto di farlo. Io amo Roma, tanto. Mi sono innamorata di questa città. Cerco visitarla e girarla ad ogni occasione. Avevo un pomeriggio libero, potevo fare che volevo. Eppure, l’unica cosa che mi veniva da fare era stare nella cucina (e neanche mi piace cucinare) ed aiutare come potevo e sapevo. Semplicemente sentivo un grande desiderio d’aiutare, di far parte di quella comunità, e ancora lo sento. Mi sentivo viva, sentivo di aver un motivo, un obiettivo, di fare la cosa giusta, la cosa che finalmente ha un senso tra tutta l’assurdità dell’esistenza umana.

Semplicemente, mi sentivo ispirata dal quel posto che porta un messaggio forte di solidarietà, tolleranza, amore, servizio comune ed attivismo sociale; un posto che comunica questo messaggio non solo a parole, ma attraverso le azioni, dando un esempio vivo e una motivazione agli altri di fare la stessa cosa. E questo messaggio ancora risuona dentro di me e attraverso me, portandomi a fare tutto ciò che posso per aiutare e contribuire anche nel mio paese.

Perché utopia non è un posto immaginario, né un posto fisico. È un processo che avviene dentro ognuno di noi. Il nostro comportamento, le nostre decisioni, non sono solo nostri. Rappresentano un esempio per tutta la società. Per questo è importante curare se stessi, essere la migliore versione di se stessi e così aiutare il mondo a diventare un posto migliore. In questo campo abbiamo imparato dell’importanza del proprio benessere e il suo legame con il benessere sociale.

Forse i risultati e gli effetti materiali di questo campo non sono tanti (un paio del pallet fissati a terra come inizio di un sentiero); ma quello che abbiamo imparato e portato dentro sicuramente avrà effetti molto più visibili e durevoli. Al primo posto, rimane sicuramente bella amicizia nata tra alcuni di noi. E anche il fatto che tutti abbiamo cominciato o continuato a praticare un po’ di quello che abbiamo imparato, a vivere il messaggio di solidarietà, tolleranza, amore, consapevolezza, servizio comune, per vivere una vita significativa.

Perché utopia non si può imporre da fuori, deve venire dal dentro ognuno di noi. Si crea come un “torrent” si scarica da Internet: un po’ qua, un po’ la; e tutti noi siamo i suoi ambasciatori.

Nella Meseta Iberica: un campo di volontariato in Spagna

Nella Meseta Iberica: un campo di volontariato in Spagna

Pubblichiamo la testimonianza di Livia De Pasqualis e Giacomo Di Capua, due volontari che hanno preso parte a un campo di volontariato internazionale in Spagna la scorsa estate, in supporto alle attività dell’associazione GREFA (“Grupo de Rehabilitación de la Fauna Autóctona y su Hábitat”).

Dall’1 al 15 di agosto siamo stati in Spagna, in un piccolo paesino di nome Villalar De Los Communeros, per prendere parte ad un campo di volontariato volto all’aiuto e alla protezione di animali selvatici. Il campo era organizzato dal GREFA (“Grupo de Rehabilitación de la Fauna Autóctona y su Hábitat”) che disponeva di una dimora suddivisa in due camere da letto, due bagni ed una cucina, e di uno spazio adibito al lavoro.

Il lavoro che abbiamo svolto durante queste due settimane si è rivelato essere differente da ciò che ci
aspettavamo dalla lettura dell’info-sheet. Infatti la maggior parte del nostro tempo è stata impiegata per la cooperazione nella costruzione di una piccola casa, fatta principalmente da paglia e mattoni, futura residenza temporanea di persone all’interno del GREFA; altri momenti invece sono stati dedicati alla pulizia di nidi per rapaci, predatori di una specie di topi selvatici (topillos) causa del deperimento dei campi di coltivazione locale. Lo scopo del posizionamento dei nidi dei quali noi eravamo addetti a pulizia e manutenzione era incoraggiare l’aumento di popolazione di tali rapaci, profondamente diminuita a causa dei velenosi pesticidi agricoli dispersi nell’ambiente e ingeriti, per regolare di contro l’esponenziale aumento di quella di topillos.

Le persone con cui abbiamo lavorato e vissuto, oltre ai tre organizzatori spagnoli, erano ragazzi leggermente più grandi di noi provenienti dal Belgio, dalla Danimarca, dalla Slovenia, dalla Russia, dal Messico e dalla Spagna stessa. La costruzione della casa è stata parte integrante di un lavoro promosso dalla stessa GREFA in materia di eco-architettura e, nonostante le nostre aspettative in materia non fossero alte in merito, siamo riusciti a conseguire la quasi totalità del lavoro.

L’ambiente sociale del paesino sebbene povero di stimoli è stato molto accogliente e cordiale anche verso volontari che non conoscevano la lingua, mostrandosi disponibili a capire e farsi capire, a farci integrare nella inaspettatamente attiva movida del paesino di circa 100 anime. Il gruppo, eterogeneo per età e ambiente di provenienza, si è trovato in principio a diversi auto-organizzare a causa della mancanza del coordinatore SCI nella prima settimana, ruolo che è stato faticosamente sostenuto da una volontaria spagnola che è stata spinta dalle eccessive responsabilità a lasciare il campo stesso.
Rattristati dalla sua partenza, siamo stati sostenuti e sollevati da una coordinatrice spagnola, la quale prontamente è stata in grado di gestire al meglio situazione un po’ complicata a causa delle difficoltà dei camp leader nel comunicare in inglese.

Tutte le giornate lavorative sono state coronare da bevute in compagnia, discussioni con gli agricoltori autoctoni in esperanto, giochi in gruppo realizzati (con esiti esilaranti) da volontari e locali, il tutto accompagnato da pomeriggi passati nella piscina comunale a cui i volontari internazionali avevano accesso gratuito. Per nostra iniziativa, siamo riusciti ad organizzare viaggi in tre città della Spagna centro-settentrionale (Salamanca, Valladolid e Zamora) dove il gruppo ha avuto la possibilità di conoscersi meglio e raggiungere un livello di intesa che innegabilmente si è manifestato in una crescente efficienza nei giorni di lavoro.

Oltre al dipinto di una Spagna rurale ed selvaggia ben distante dalla scena metropolitana madrileña o barceloneta ma al contempo viva e fervida, questo work-camp ci ha lasciato delle abilità (come quella nell’edilizia) che difficilmente pensavamo avremmo potuto ottenere in un’esperienza di tipo ambientalistico insieme a dei legami indissolubili che, vuoi per necessità vuoi per difficoltà, si sono formati con gli altri volontari internazionali nel vivere la quotidianità con le sue problematiche ed le sue avventure.

Vita comunitaria e riqualificazione: testimonianza da un campo in Portogallo

Vita comunitaria e riqualificazione: testimonianza da un campo in Portogallo

Pubblichiamo la testimonianza di Alice Trombetta e Milena Maurizi, due volontarie che hanno preso parte a un campo di volontariato internazionale in Portogallo la scorsa estate, in supporto alle attività dell’associazione Para Onde.

La nostra esperienza comincia a giugno 2017 in Portogallo. Dopo un volo per Lisbona, siamo arrivate a San Joao de Estoril, dove si trova la sede dell’associazione Para Onde con cui abbiamo
collaborato. In particolare abbiamo svolto attività il cui obiettivo principale era sostenere l’associazione nella realtà di un quartiere popolare, Fim do Mundo. La prima metà della settimana noi e gli altri volontari abbiamo lavorato per la rivalutazione di uno spazio sociale, la palestra del quartiere, per cui abbiamo ridipinto e decorato l’interno di una sala, in cui si svolgono la maggior parte delle attività. In questo modo abbiamo potuto rendere questo spazio più accogliente per i ragazzi che frequentano la palestra e anche più attraente per futuri nuovi avventori.

Questa occasione ci ha permesso sia di scoprire nuove forme di manualità ed arte, sia di conoscere persone e realtà diverse dalle nostre, tanto da riuscire a collaborare insieme per questo progetto divertendoci. Infatti gli stessi ragazzi che usufruiscono della palestra ci hanno aiutato giorno per giorno, facendoci sentir parte del loro mondo e ricordandoci ogni giorno quanto sia fondamentale questo spazio all’interno della loro comunità.

A metà settimana ci siamo presi un giorno per una sorta di esperimento sociale sul “no hate speech” confrontandoci con giovani e non, attraverso domande e riflessioni. Con piacere abbiamo potuto constatare che le persone con cui abbiamo parlato sono state sincere con noi, nonostante le loro opinioni potessero le essere diverse dalle nostre; il nostro obiettivo infatti era sensibilizzare le
persone attraverso un dialogo aperto e senza pressioni.

Infine gli ultimi tre giorni li abbiamo impegnati nella costruzione di un’area barbecue in un punto di ritrovo del quartiere, tanto frequentato quanto degradato. In questi giorni ci siamo davvero rese
conto che il nostro lavoro aveva unito volontari e non, in un unico gruppo, tutti sullo stesso piano e con gli stessi propositi.

Il lavoro è stato duro e ha messo alla prova le nostre capacità ma, sebbene stanche alla fine di ogni giornata, paradossalmente eravamo sempre più forti e soddisfatte. Abbiamo sentito, come poche volte ci è accaduto, di fare qualcosa per cui sentirsi realmente utili per l’altro e questo non sarebbe stato possibile se non ci avessero affiancato tutti i ragazzi della comunità. Fondamentale è stato il poter quasi toccare con mano il risultato ultimo delle nostre attività, potendo andare via e concludere il nostro progetto felici di aver raggiunto l’obiettivo.

E alla fine, molto banalmente, la parte ardua del viaggio è stata lasciare e salutare, forse per sempre o forse per un lungo tempo, tutti i compagni che ci hanno accompagnato e hanno reso indimenticabile la nostra esperienza.

Una settimana da…orso: un campo tra le verdi colline della Croazia

Una settimana da…orso: un campo tra le verdi colline della Croazia

Pubblichiamo la testimonianza di Giacomo Di Capua, volontario che ha preso parte a un campo di volontariato internazionale in Croazia la scorsa estate, in supporto alle attività del Kuterevo Bear Refuge.

Situato nella regione nord-occidentale della Croazia, il Parco Nazionale di Velebit ospita una delle più numerose popolazioni di orso bruno dell’Europa dell’Est e il Kuterevo Bear Refuge – con sede nell’omonimo paesino – si occupa dal 2002 di esemplari cresciuti in cattività in zoo o altre strutture e poi rilasciati negligentemente in natura. Kuterevo è difficilmente raggiungibile se non con mezzi propri in quanto completamente immerso nella vegetazione delle limitrofe colline della regione Lika e, poco fuori dal perimetro del paese, si trova la Stazione dei Volontari, una struttura creata nel 2004 con alloggi per i long-term volunteers che aiutano Ivan, fondatore del rifugio, nella gestione dell’associazione.

Allettato dall’idea di un campo basato su un esperienza di pura immersione nel verde ho partecipato lo scorso luglio ad un workcamp con base a Kopija, una stazione del rifugio in una delle colline limitrofe a mezz’ora di cammino dalla stazione dei volontari. Trascorso il primo giorno assieme ai collaboratori del campo-base, io e gli altri 8 volontari abbiamo raggiunto con provviste e pentolame al seguito la stazione che ci avrebbe ospitato per i seguenti nove giorni.

Il campo, costituito da una casa in legno di piccole dimensioni, un capanno come cucina-dispensa e strutture interamente in legno per i servizi igenici, dopo un anno di disuso era da rendere nuovamente operativo per i workcamp che si sarebbero svolti nel resto della stagione estiva e questo è stato il nostro principale obiettivo poiché primi volontari dell’anno a operare a Kopija. Nonostante raccogliere legna, spazzare fogliame e spostare paglia non fosse particolarmente appagante, il seguire completamente i ritmi della natura nel lavorare e nel riposarsi, accompagnato ad un affiatato team di volontari particolarmente loquaci, ha certamente contribuito a fare di questo campo un’esperienza unica.

La totale assenza di elettricità e contatto con il mondo esterno sono stati di fondamentale importanza nel coronare intense giornate lavorative con la quiete totale e assoluta del fuoco da campo attorno al quale ci riunivamo ogni sera per parlare, cantare o semplicemente condividere le nostre riflessioni. Questa esperienza totalizzante dell’essere nel profondo della natura ci ha dato anche la possibilità di riflettere su temi come la globalizzazione, l’ambientalismo ed i particolarismi delle situazioni concrete nell’esperienza di ciascuno dei volontari internazionali.

Nell’arco di poco più di una settimana abbiamo allestito tende per i volontari, ri-definito vecchi sentieri, organizzato e ospitato due cerimonie con tutti i volontari a lungo termine nonché ripulito e riparato le strutture presenti, il tutto mantenendo sempre un’atmosfera serena e rilassata sebbene il lavoro fosse particolarmente stancante sotto l’ardente sole di luglio.

In quanto a bagaglio personale questa esperienza nelle foreste croate ha lasciato un profondo segno nel mio modo di vedere la tematica ambientale, il rapporto tra uomo e natura e le sue implicazioni grazie a discussioni di persone con idee e background completamente diversi e spesso opposti. Questa esperienza mi ha dato modo di vivere dall’interno gli effetti della negligenza della salvaguardia del patrimonio naturale, attraverso una prospettiva completamente nuova sulla questione. Purtroppo il contatto con gli orsi bruni ospitati nel rifugio è stato limitato a poche occasioni ma mi sono comunque sentito partecipe di un progetto che dà anche a questi esemplari una meritata, seconda possibilità, cercando di riparare l’irreparabile danno compiuto dall’uomo nel tentare di liberarsi di quegli animali cresciuti in cattività che non sono più utili ai suoi scopi.

Un’estate vicino Roma: tra cavalli, persone di cuore ed emozioni

Un’estate vicino Roma: tra cavalli, persone di cuore ed emozioni

Pubblichiamo la testimonianza di Elisa Filippi, volontaria che ha preso parte al campo di volontariato internazionale “Horses and social inclusion near Rome”, realizzato nei pressi di Roma nel luglio 2017 in collaborazione con l’Associazione 89 contestualmente al progetto Ciampacavallo a sostegno di disabili psichici e fisici. 

“Horses and social inclusion near Rome”: questo il nome con cui la mia prima esperienza di volontariato SCI si presentava. Se nel momento in cui mi sono iscritta lo ritenevo un titolo piuttosto vago, a conti fatti mi sembra che racchiuda in sintesi tutta l’essenza del periodo dal 16 al 30 luglio 2017.

Horses

Nel momento in cui Matteo ci ha fatto scendere dalla sua macchina dopo il viaggio Frascati-Pratoni del Vivaro siamo stati calorosamente accolti dai padroni di casa: Zar, Ra, Andalucia, Ettore, Che Guevara, il piccolo Paperino e tutti gli altri puledri. Ci hanno avvicinati scrutandoci con i loro enormi e lucenti occhi e si sono, anche se molto timidamente, fatti accarezzare. Da questo momento in poi sono stati loro a tenere le redini del campo. A partire dalle prime ore di sole, infatti, ho sempre accompagnato i coordinatori del campo ad aprire il cancello che permetteva ai cavalli di godere di un campo d’erba degno d’essere definito tale.

In questo momento ho compreso quanto bene potesse farmi in quest’occasione essere mattiniera: prendere parte a questo rituale mi ha coinvolta fin da subito nello spirito di Ciampacavallo. Raramente l’intero gruppo prendeva parte alle attività con i cavalli nello stesso momento, perché questo non avrebbe permesso ad ogni singolo soggetto di vivere in prima persona il benessere della relazione diretta con l’animale; è per questo motivo che spesso e volentieri il gruppo si divideva tra chi si sbizzarriva nella realizzazione di manufatti artistici, o laboratori che permettessero una connessione tra colori ed arte e la natura che stava tutto attorno a noi. In ogni caso, ognuno di noi nelle giornate trascorse giù al campo ha cercato almeno una volta a riconoscere il cavallo con cui si volesse entrare in contatto, o semplicemente ha ammirato la maestosità e l’eleganza che quest’essere vivente ha anche nel scacciare le fastidiose mosche che caratterizzano quest’ambiente.

Sebbene io mi aspettassi che la terapia con i cavalli vedesse la cavalcata come grande protagonista, sono rimasta piacevolmente stupita dal sentire l’esperta voce della vicepresidente dell’associazione dirci che questo forse è il meno quando si parla di attività assistita con i cavalli: la preparazione che precede questo atto ha un’importanza fondamentale e fortemente educativa per i ragazzi che fanno parte della grande famiglia Ciampacavallo. Munirsi di striglie, di brusche, del sottosella, della sella migliore e del cap gioca un grande ruolo nell’attività di terapia, perché educa i ragazzi all’ordine, comportamento spesso compromesso nella testa di un ragazzo affetto da autismo. La cura è un’altra caratteristica che, attraverso la disposizione del fieno accuratamente posta davanti al cavallo, il movimento circolare della brusca e la dolcezza della mano libera posta sul manto del cavallo per fargli sentire di essere presente, di essere lì insieme a lui, aiuta i ragazzi a dare importanza alla singolarità dell’altro, ai suoi tempi differenti e alla relazione di reciprocità, rompendo il guscio che spesso porta i ragazzi affetti da questa sindrome ad un isolamento dal mondo esterno. È stato davvero stimolante rendersi conto che anche in quest’ambito di intervento la volontà del confronto e del cambiamento di sé parte dalla relazione con l’altro, dal riconoscerne anche le più piccole necessità.

Social inclusion

Nella casa estiva di Ciampacavallo di Pratoni del Vivaro ognuno è importante. Ognuno di noi può e deve portare quel che di sé è più importante all’interno della cucina o sul tavolo del pranzo. Ti piace disegnare? Sei libero di farlo ovunque tu voglia e se ti va di mostrarlo alla tua musa ispiratrice sei caldamente invitato a farlo! Ti piace chiacchierare o canticchiare canzoni di cartoni animati che ti riportano alla tua infanzia? Ci sarà sempre qualcuno tutto orecchie pronto ad ascoltarti o qualcuno con cui cantare a squarciagola le parole di Holly e Benji subito dopo la cena. Vuoi mostrare agli altri il tuo film preferito facendo capire quali tesori riservi il mare nel suo profondo blu? Saremo tutti pronti a viverlo con la stessa passione che ti contraddistingue. Ultimo, ma non meno importante, chiunque lasci le sue orme qui al campo ha tutto il diritto di esprimere i propri pensieri riguardo il tempo passato insieme, di raccontare ciò che ogni membro di questa splendida e calorosa famiglia ha lasciato dentro di noi e ciò che ci ha insegnato, ma anche e soprattutto ciò che ci ha ricordato.

Il campo di volontariato a Ciampacavallo mi ha ricordato quanto sia bello privarsi di ciò che di meno essenziale caratterizzi le nostre vite quotidiane per vivere, o meglio, convivere insieme, di condividere ogni momento della giornata, dalla colazione al primo pomeriggio, dal calar del sole alla notte fonda. Quotidianamente si pensa che sarebbe impossibile rinunciare a quel caffè dopo pranzo o a quella fetta in più di pane per cena, ma la maggior parte delle volte sarebbe sufficiente provarci e privarsi di questi vizi per assaporare una sana e serena convivenza.

Near Rome

A soli 45 minuti da Roma, Pratoni del Vivaro ospita dei paesaggi naturali meravigliosi, colorati da immensi cieli azzurri che al tramontare del sole danno vita a vere e proprio tele di vivide tonalità dipinte. Se solo avessi saputo prima non mi sarei fermata nella città eterna per innamorarmi di questa splendida regione. Dopo la lunga Transumanza delle Idee, ovvero il percorso che i cavalli fanno insieme agli operatori dell’Associazione per raggiungere la casa estiva, i cavalli possono finalmente godersi la bella stagione nella loro splendida residenza estiva.

Prendersi cura della montagna e di chi la vive: testimonianza da un campo

Prendersi cura della montagna e di chi la vive: testimonianza da un campo

Pubblichiamo la testimonianza di Francesco Venir, coordinatore del campo di volontariato internazionale “Mountains enchanted: the art of water springs in the Italian Alps (Cumiana)” a Cumiana (Torino), realizzato in collaborazione con l’Associazione Vivere la Montagna, la quale si occupa di promuovere, sviluppare e migliorare gli apetti culturali, turistici, economici, ambientali e sociali nel territorio su cui è attiva.

Dal 22 al 31 agosto 2017 ho avuto il piacere di coordinare il campo dal titolo “Mountains enchanted: the art of water springs in the Italian Alps” che si è svolto a Cumiana, un piccolo paesino a sud-ovest di Torino, situato nei pressi del Parco del TreDenti – Freidour, una zona che si trova esattamente dove cominciano le prime Prealpi piemontesi e che si affaccia quindi su una vasta pianura. Le persone del luogo sostengono che, quando le giornate lo permettono, da quell’area sia possibile vedere tanto lontano da intravedere le montagne tra Piemonte e Liguria. Sono purtroppo anche le stesse zone tristemente famose perché tormentate, in questi mesi, da incendi e periodi di siccità, e caratterizzate, ormai da alcuni anni, da un progressivo tasso di spopolamento ed abbandono.

Il campo aveva come obiettivo quello di dare una risposta e un supporto il più possibile visibile alla comunità che abita queste montagne, ripristinando e riqualificando alcune delle numerose sorgenti di acqua naturali, abbandonate o in disuso, e dei relativi sentieri presenti nel territorio. Un tipo di lavoro quindi molto manuale e in pieno contatto con la natura, ma con importanti riscontri nello sviluppo e nella valorizzazione della zona.

Il team di volontari era composto in tutto da cinque persone, il coordinatore italiano (io), un ragazzo e una ragazza ucraini, una ragazza belga e una spagnola; un numero confortante considerando che era la mia prima esperienza di coordinamento. L’accoglienza del partner, l’Associazione Vivere la Montagna, è stata sin da subito molto calorosa, e mi ha lasciato respirare un clima di laboriosa cooperazione. La prima sera è stata organizzata una grande cena in pieno stile italiano con un interminabile tavolata, preparata tutti insieme, a cui hanno potuto prendere posto i volontari dello SCI e tutti i soci dell’Associazione con le relative famiglie, e un altrettanto interminabile menù, accompagnato da ottimo vino, ovviamente di produzione locale/familiare. Il tutto è quindi cominciato molto bene.

Già dalla mattina seguente il team ha dimostrato una fortissima motivazione al duro lavoro tanto che nell’arco di 3 ore, forse grazie all’aiuto della massiccia cena di benvenuto della sera prima, è stato portato a termine ciò che era previsto per un giorno e mezzo. Eravamo, citando il presidente dell’Associazione, “macchine da guerra, (…) un’impresa di trasporto terra”. Lo stupore e l’entusiasmo dei soci sono stati estremamente gratificanti per noi volontari.

Si era da subito creato tra tutti noi un clima di reciproco rispetto per cui, mentre da una parte ci si riconosceva la qualità del lavoro svolto, dall’altra ci si prendeva cura a vicenda. Spesso si concordavano assieme i momenti di pausa, si teneva sott’occhio la stanchezza mentale e fisica dei vari membri del gruppo, prevedendo quindi sia dei cambi o comunque supportandoci nelle attività più faticose, come ad esempio lo spostamento della terra con la vanga, ma anche proponendo degli scambi tra mansioni, passando per esempio da una attività “principale” o più coinvolgente, come la ricerca con zappa e picconi dei punti di origine di una fonte, ad una tranquilla, ma più ripetitiva, come il rastrellamento delle foglie secche. Avevamo quindi organizzato i lavori in modo molto equilibrato e facendo si che tutti potessero sperimentare ogni ruolo. In quanto coordinatore mi ha fatto molto piacere notare questa dinamica del gruppo.

La foga “riqualificatrice” ci ha accompagnati per tutto il campo permettendo di completare alcuni interventi che non erano previsti nel programma e addirittura di portare alla luce una sorgente che fino a quel momento era sconosciuta. Particolarmente emozionante è stato vedere i primi rivoli d’acqua fuoriuscire dalla pietra e dalla terra.

Non è stato solamente lavoro. Siamo stati invitati dai soci dell’Associazione e dalla comunità locale a partecipare a due feste di paese durante le quali in molti hanno voluto conoscerci e complimentarsi per il nostro operato. In una di quelle occasioni abbiamo scoperto che in quei giorni alcune persone del luogo si sono dimostrate interessate al progetto ed intenzionate a parteciparvi proprio a causa di ciò che avevamo portato a termine. È stata una notizia piacevolmente inattesa. Il nostro zappare e spostare terra aveva portato qualcun altro a pensare che può valere la pena mettersi in gioco per prendersi cura del proprio territorio. Una grande soddisfazione!

Abbiamo anche avuto l’occasione di prendere parte ad una piccola sperimentazione, che mi sembra interessante raccontare. Per due dei dieci giorni abbiamo collaborato con il gruppo di sei persone di un altro campo SCI, impegnato ad effettuare opere di prevenzione degli incendi in una delle valli adiacenti alla nostra. Durante queste due giornate i due gruppi si sono vicendevolmente supportati nei due differenti progetti. Sono stati quindi piacevoli momenti di incontro e di scambio di esperienze con chi stava svolgendo un percorso simile al nostro. Durante uno di questi incontri, in corrispondenza con il nostro ultimo giorno del campo, abbiamo concordato con il partner che avremmo gestito noi i lavori, in quasi totale autonomia, coordinando i volontari “ospiti”. È stato un significativo atto di fiducia e un’ottima conclusione di campo, che ha lasciato la sensazione, non solo di aver fatto la differenza nel nostro piccolo, ma di aver anche appreso a fare concretamente qualcosa, tanto da poterlo, in parte, insegnare a qualcun altro.

Si è trattata quindi di un’esperienza in generale molto gratificante che è andata oltre al semplice lavoro manuale, ma che ha saputo arricchirmi come persona sotto vari punti di vista, sociale, fisico, mentale, e anche valoriale. È stata una scoperta di nuove tradizioni che, tramite il confronto, si sono mischiate un po’ fra loro, contaminando e facendosi contaminare. Ho potuto anche riscoprire caratteristiche della mia cultura, che ormai do per scontato, ma che invece meritano di essere valorizzate e che vengono apprezzate anche da chi le incontra per la prima volta.

Credo che partecipare ad un campo SCI sia quindi un’ottima pratica per favorire l’incontro fra culture diverse e per sperimentare nuovi stili di vita responsabili, democratici e sostenibili.

Da Perm (Russia) alla Sacra di San Michele (Piemonte): testimonianza da un campo

Da Perm (Russia) alla Sacra di San Michele (Piemonte): testimonianza da un campo

Pubblichiamo la testimonianza di Ekaterina e Marina, due volontarie russe che hanno preso parte a un campo di volontariato internazionale in Piemonte, dal 25 agosto al 4 settembre 2017, presso la Cascina Pogolotti, a Sant’Ambrogio di Torino, in collaborazione con l’associazione Principi Pellegrini – diVangAzioni.

I cambiamenti più belli accadono proprio quando meno te lo aspetti.

Questa estate due ragazze russe hanno partecipato a un progetto ambientale in Italia. Il progetto si è svolto in Piemonte, vicino alla Sacra di San Michele. I volontari hanno aiutato la comunità locale a proteggere la foresta da possibili incendi.

Nuovi incontri, nuovi amici, l’incredibile bellezza dei luoghi, una vita italiana a loro sconosciuta…

La cosa più importante che può cambiare durante un’esperienza del genere è l’attitudine al lavoro. Non c’è scelta tra ciò che voglio e non voglio fare. C’è solo una cosa che conta: portarla a termine. Se hai preso l’impegno di essere un volontario e più in generale di assumerti la responsabilità delle tue azioni, devi onorare questa scelta.

All’inizio le ragazze pensavano fra sé e sé: per che cosa siamo venute veramente qui? Poi l’hanno scoperto: tornare a casa come persone diverse, cambiate, più consapevoli. Tali piccoli passi iniziano con i grandi cambiamenti per l’appunto.

Workcamp non è solo un lavoro. Lo scopo principale di questi progetti è quello di abbattere i pregiudizi di nazionalità e culture provenienti da diverse aree del pianeta. Questo obiettivo è stato raggiunto con successo.

Concerti serali con la chitarra, conversazioni sincere sulla vita nei diversi Paesi, discussioni su problemi politici attuali, cucina deliziosa e vino… Un sacco di vino, tanti sorrisi e canzoni, tante emozioni vere insomma. Tutto questo e altro ancora è stato vissuto dai volontari.

Se stai ancora pensando se partire o no come volontario, ecco la risposta: fallo subito!

Ekaterina Sitnikova & Marina Iashina

Perm, Russia