Interventi Civili di Pace in Palestina 2017 – Call aperta

Interventi Civili di Pace in Palestina 2017 – Call aperta

Il Servizio Civile Internazionale, Un ponte per…, Rete IPRI, Centro Studi Sereno Regis e Assopace Palestina lanciano per l’ottavo anno il progetto “Interventi Civili di Pace in Palestina”.

Quattro settimane sul campo a sostegno delle attività della società civile palestinese e di associazioni impegnate nella difesa dei diritti umani quali i Comitati Popolari di Resistenza Nonviolenta di Betlemme e At Twani, Youth Against Settlements e Human Rights Supporters.

Il progetto è frutto della collaborazione con associazioni rappresentative della società civile palestinese che da anni lottano contro l’occupazione con metodi nonviolenti. L’accompagnamento alla raccolta delle olive, ostacolata e spesso impedita dalle forze militari israeliane, è mirata a tutelare il diritto dei contadini palestinesi ad accedere alle proprie terre e a mitigare le violenze dei coloni. Quest’anno saranno previste anche attività di accompagnamento e interposizione nonviolenta ai pastori e studenti delle colline a sud di Al Khalil (Hebron).
L’iniziativa si aggiunge alle altre azioni messe in campo dalla comunità internazionale come il boicottaggio (BDS), sostegni finanziari, solidarietà diretta e progetti di sensibilizzazione a supporto della resistenza per la libertà della Palestina.

Descrizione:

Il progetto sarà diviso in più fasi, con la finalità di entrare in contatto e supportare le comunità palestinesi residenti nelle aree di Betlemme, Nablus, colline a sud di Al Khalil ed Hebron. Anche se il programma prevede queste aree di intervento, potrebbe comunque essere soggetto a cambiamenti in base alle necessità e alle richieste delle comunità locali.
I/le volontari/e saranno accompagnati/e da una facilitatrice rappresentante di una delle associazioni partner, guidati da coordinatori locali e in contatto costante con il coordinamento italiano dei promotori del progetto.

Periodo permanenza in loco:

01/10/17 – 31/10/17

Luogo:

Cisgiordania

Compiti:

  • Accompagnamento nonviolento disarmato dei contadini palestinesi nel lavoro agricolo quotidiano e dei pastori e studenti, relativamente all’area delle colline a sud di Al Kahlil.
  • Monitoraggio delle violazioni commesse nei confronti della popolazione civile da parte delle forze di occupazione militare israeliana (presenza costante di militari, check point, presenza di insediamenti di coloni, impedimento dell’accesso ai terreni, aggressioni, arresti indiscriminati).
  • Redazione di articoli per il blog raccogliendolapace.wordpress.com.
  • Sostegno attivo all’organizzazione di eventi di sensibilizzazione e raccolta fondi in Italia.

E’ chiesto fin da ora l’impegno, al rientro, a condividere e promuovere il materiale raccolto (video, foto, interviste) per diffondere una informazione più consapevole delle dinamiche dell’occupazione. Il materiale raccolto dai volontari sarà utilizzato per le campagne a sostegno della resistenza popolare in Palestina promosse da SCI Italia, Un ponte per…, Rete IPRI, Centro Studi Sereno Regis e Assopace Palestina.

Requisiti:

  • Precedente esperienza in Palestina/Israele e conoscenza approfondita del conflitto.
  • Precedenti esperienze di volontariato.
  • Adattabilità al lavoro di gruppo, alle situazioni di stress e di difficoltà.
  • Conoscenza della lingua inglese.
  • Età minima: 22 anni.
  • Condivisione di obiettivi e metodi delle associazioni promotrici e desiderio di impegnarsi anche oltre l’esperienza in sé.
  • Partecipazione alla formazione residenziale che si terrà dal 20 al 23 Luglio 2017.

Costi:

  • Formazione: 30 euro di contributo per ospitalità e vitto.
  • Viaggio: a carico del partecipante.
  • Missione: 50 euro, quota amministrativa e di copertura assicurativa.
  • Vitto e alloggio in loco: coperti dal progetto, anche se si invitano i volontari ad organizzare eventi di auto finanziamento per supportare le spese.

Formazione residenziale:

Sono previste quattro giornate formative volte a favorire una presenza in loco consapevole delle dinamiche del conflitto e rispettosa delle tradizioni locali. In seguito alla formazione verrà selezionato il gruppo definitivo che prenderà effettivamente parte al progetto in loco.
Periodo: 20/23 luglio 2017 a Roma, presso La Città dell’Utopia, Via Valeriano 3/f (Quartiere San Paolo).
Candidatura:

Per la candidatura è necessario inviare il CV e la lettera di motivazione** a: palestineolive@gmail.com entro e non oltre il 21 giugno.

**Si ricorda che la lettera di motivazione NON equivale ad una lettera di presentazione.

L’esito delle selezioni verrà comunicato il 7 luglio.

Leggi qui la call completa.

Campo in Palestina: costruire ponti di riconciliazione

Campo in Palestina: costruire ponti di riconciliazione

Dal 19 al 30 giugno un campo di volontariato in Palestina, nei pressi del villaggio di Nahalin, nella zona a sudovest di Betlemme.

Il campo si inserisce nel più ampio progetto The Tent of Nations, che ha l’obiettivo di far incontrare persone di culture diverse per costruire inseme ponti di comprensione e dialogo, riconciliazione e pace. Sul più lungo periodo, il progetto si propone di formare le persone a dare un contributo di valori positivi alla società futura, quali la tolleranza e il rispetto dell’altro. Questi obiettivi sono perseguiti attraverso campagne d’informazione, l’empowement dei giovani e attraverso i campi di lavoro, in un territorio che sin dal 1991 è sotto minaccia di occupazione militare da parte dell’esercito israeliano.

I volontari saranno impegnati in attività quali il rinnovo e il restauro delle grotte della zona agricola collinare Daher’s Vineyard, vecchie di centinaia d’anni e ricche di storia. L’obiettivo è di farle tornare abitabili e risplendere nella loro bellezza. Un’altra attività centrale sarà quella della raccolta dei frutti delle piantagioni della zona. La parte studio sarà incentrata sulla sostenibilità e sull’auto sufficienza.

Questo campo richiede una lettera di motivazione addizionale per spiegare più dettagliatamente perché si vuole partecipare.

La lingua ufficiale del campo è l’inglese, opzionali arabo e tedesco.

Qui trovate tutte le informazioni più dettagliate.

Questo progetto fa parte dei programmi Nord/Sud. I volontari devono avere almeno 20 anni e aver preso parte alle formazioni (primo incontro e 2 livello) di preparazione organizzate dallo SCI Italia.

Per maggiori informazioni sui campi SCI nel Sud del mondo, ecco la pagina dedicata.

Tutti i campi di volontariato del Servizio Civile Internazionale sono consultabili sul database www.workcamps.info.

Social Café – Presentazione de “La zona rossa” di Simona Sanzò [9/11, La Città dell’Utopia]

Social Café – Presentazione de “La zona rossa” di Simona Sanzò [9/11, La Città dell’Utopia]

La zona rossa, Simona Sanzò

Ore 19.30: apericena

Ore 20.30: presentazione del libro “La zona rossa – Diario di un’attivista civile in Croazia e in Palestina”, di Simona Sanzò.

La Città dell’Utopia, via Valeriano 3F (metro San Paolo), Roma.

A seguire, dibattito con l’autrice e volontari e volontarie di rientro dal progetto “Interventi Civili di Pace in Palestina”, portato avanti da SCI-Italia in partenariato con Un ponte per…Assopace PalestinaPopular Struggle Coordination Committee, Rete IPRI, Centro Studi Sereno Regis.

È possibile leggere tutti gli articoli scritti dai/dalle volontari/ie sul blog www.raccogliendolapace.wordpress.com.

“Questo libro è ispirato a quell’esercito silenzioso di persone che fanno dell’impegno civile una ragione di vita, con la speranza che altri possano trovare in queste pagine lo spunto o lo stimolo per unirsi a loro”. Con queste parole l’autrice ci propone le sue esperienze sul campo a Pakrac, nel 1994, e a Nablus, nel 2003. Il tempo della ricostruzione in Croazia, a ridosso della guerra, in una delle prime città della ex-Jugoslavia in cui si manifestarono tensioni interetniche tra la comunità serba e quella croata, teatro di eventi sanguinosi nel 1991. Il tempo dell’Intifada Al-Aqsa in Palestina, dove dal 1948 i palestinesi vivono sotto l’occupazione militare israeliana. Una testimonianza che ci interroga sulle nostre responsabilità di europei e sollecita una coscienza collettiva capace di interporsi nei conflitti e promuovere un’educazione alla pace, al rispetto delle differenze e dei diritti umani fondamentali. Le guerre, che continuano a mietere vittime nell’indifferenza generale, per quanto distanti ci appaiano, riguardano infatti tutti noi.

www.libreriasensibiliallefoglie.com

Qui il link all’evento Facebook.

 

 

Nablus: tra ferite, storia e speranze

Nablus: tra ferite, storia e speranze

nablusDa RACCOGLIENDOLAPACE, sito web di reporting del progetto “Interventi Civili di Pace in Palestina” dello SCI-Italia in partenariato con:

Un ponte per…Assopace PalestinaPopular Struggle Coordination CommiteeIPRI – RETE CCPCentro Studi Sereno Regis.

Il fiume giallo di taxi che scorre lento davanti a noi è l’ultimo saluto che la splendida città di Nablus ci regala. Incastonata come una gemma tra le brulle colline del nord della West Bank, questo è uno di quei posti che non si vorrebbero lasciare mai. Non solo per la consueta ospitalità con cui siamo stati accolti in questi due giorni, ma anche per la sua vivacità, per i paesaggi mozzafiato e soprattutto per le innumerevoli storie della città vecchia.

Inutile dire quanto sia stato affascinante e suggestivo aggirarsi per i vicoli stretti e le antiche fabbriche di sapone. Come a Gerusalemme, anche qui ogni singola pietra trasuda Storia e storie che nella maggior parte dei casi, purtroppo, non hanno un lieto fine.

Dal 2002 al 2009, infatti, Nablus è stata posta sotto assedio per lunghi periodi dall’esercito israeliano, rendendo impossibile non solo l’entrata e l’uscita dalla città, ma anche dalle singole case per la presenza dei cecchini. Gli israeliani, inoltre, durante i raid all’interno della città per evitare di fronteggiare la popolazione nelle strade, sfondavano i muri creando dei passaggi tra una casa e l’altra, uccidendo chiunque si opponesse. Molte case, o almeno quelle risparmiate dalla furia dei militari, mostrano ancora le ferite di quel periodo. Ferite che probabilmente non si rimargineranno mai: fori di proiettili, lapidi, manifesti e cartelloni commemorativi affollano le strette strade della città vecchia.

La nostra guida Y, un volontario dell’ONG locale Human Supporters1, ci racconta passo dopo passo il modo in cui tutte queste vite sono state spezzate.

Come quel pomeriggio di dodici anni fa, quando a una donna con il niqab2 cadde dalle mani un grosso vassoio di knafe, dolce tipico locale, che stava trasportando in occasione della festa di fine Ramadan. Un ragazzo le si avvicinò per aiutarla e lei, estratto un pugnale da sotto il vestito, lo sgozzò. A quel punto un’altra donna, appostata sull’altro lato della piazza, tirò fuori un mitra da sotto il vestito e iniziò a sparare sulla folla. Queste due donne erano in realtà due uomini israeliani, due mustarabin: infiltrati, membri dell’esercito che si fingono palestinesi compiendo alcune tra le stragi più efferate. Y ci spiega anche che molti mustarabin sono stati allevati, indottrinati e addestrati a uccidere sin da piccoli. Si tratta infatti di soldati scelti tra gli orfani o sottratti alle proprie famiglie da bambini e sin da subito abituati “al sapore del sangue, testando sulla pelle degli animali ciò che poi faranno un giorno su quella dei palestinesi”, sospira.

Y prende una pausa e capiamo che non solo sta raccontando ma che sta anche rivivendo ciò a cui ha personalmente assistito. Poi continua: “quel giorno io e mio cugino eravamo seduti proprio qui dove siamo ora, io sono riuscito a scappare mentre lui è stato ferito e poi arrestato” e ci racconta dei morti e dei feriti, dell’esercito che in pochi attimi invase la piazza. Rimaniamo in silenzio, immersi nei nostri pensieri fino a quando Y non ci dice che non viene mai in questa piazza se non in queste occasioni.

E ora immaginate di passeggiare per il centro della vostra città e di incontrare ad ogni angolo una di queste lapidi o un manifesto con il volto di un ragazzo di venti o trent’anni. Aggiungeteci pure che molti di quei freddi nomi incisi nella roccia o stampati su carta erano i vostri amici o i vostri parenti. È difficile affidarsi a delle semplici parole su carta. Bisogna ascoltarle di persona, ma soprattutto bisogna ascoltare con il cuore. Ascoltare la sofferenza di Y quando racconta ogni singola storia. Sentire come la sua vita, attraverso le sue stesse parole, perde dei pezzi, anche se il suo sorriso e la sua continua voglia di scherzare sembrano suggerire l’esatto contrario.

Il piano coloniale israeliano continua, qui come nei villaggi vicini, dai quali ci arrivano notizie sempre peggiori. Ma quello che mi resta di questi due giorni nel nord della Cisgiordania sono le parole di Y che continuano a riecheggiarmi nella testa:

“Loro possono continuare ancora, ma noi siamo qui. Noi sogniamo, amiamo e sorridiamo e un giorno avremo la nostra occasione”.

 


1) Human Supporter Association è un’organizzazione palestinese di Nablus che lavora principalmente con bambini e giovani dell’area, fornendo un’alternativa nonviolenta e proattiva alle realtà politiche esistenti e promuovendo percorsi di cambiamento sociale fondato sulla giustizia all’interno della società palestinese.


2) Velo, solitamente di colore nero, usato dalle donne musulmane per coprire il capo e il viso, lasciando una fessura all’altezza degli occhi.

Sabra and Shatila, a massacre to remember: voices from the camp [Part III]

Sabra and Shatila, a massacre to remember: voices from the camp [Part III]

Flyering.

How often this verb recurs in the life of a young person.

The thought immediately goes to the clear days of hot summer weather, when your face is exposed to a constant sun, and you walk around in the suburbs during the most unworkable hours, in order to seeking out some money to cover the university boarding costs.

Flyering, exactly.

Alternatively, you think about the travelling rotation of a Friday evening, when you navigate here and there in front of the gazebo of your Association to catch the gaze of future male and female activists to be involved in the local group.

However, the distribution of pamphlets in Beirut is quite another thing. If you call it that way, it seems even an understatement compared to the emotions that we volunteers are feeling these days.

Wandering in the uncertain maze of Shatila that makes you uncertain, in order to try to involve as many people as possible, can seem at first blush an enormous challenge. We certainly have a feeling that we are not on top of it, or we even turn out to be arrogant in the act of distributing flyers, after travelling nearly 2,500 kilometres as the crow flies. However, here there is a massacre to remember. Here there are victims to pay our respects. Here there is a story that cannot sunk into the arduous twists and turns of oblivion. Here we are not dealing with a simple distribution of flyers. There is something much deeper to aim for.

Then we go on, equipped with hundreds and hundreds of Handala illustrations 1, a character that we learned to love over the years of activism and militancy. There are three generations of Palestinians in front of our eyes, and it sounds ironic that we, as a group of international volunteers, are remembering almost with intellectual pride a massacre like the one of Sabra and Shatila. Yet the eyes of Palestinian men and women, marked by wrinkles filled with frustration for the past and concern for the future, infuse us with goodwill and thankfulness. “Shukran” 2 is the least common denominator of their responses, combined with a kind smile. You do not see only the awareness in their eyes, but you also can see the feeling of not resignation.

We continue on commemorating the massacre carried out by the Lebanese Christian Phalange, the Army of South Lebanon and the Israeli armed force in 1982. Not forget is the categorical imperative to preserve their own identity, to keep on resisting and to transmit all those things to their sons and daughters.

Paraphrasing what Pertini 3 said, “The best way to think of the dead, is thinking of living people.”

 

Alberto, Aran, Ilaria, Luca, Marcello, Maria and Martina

1) Handala: Characters created by the Palestinian Naji al-Ali that became a symbol of the Palestinian diaspora.

2) Shukran: thank you in Arabic.

3) Sandro Pertini: President of the Italian Republic from 1978 to 1985.

Games in the Shatila maze: voices from the camp [Part II]

Games in the Shatila maze: voices from the camp [Part II]
Here there are
The weapons that I like:
the gun that just makes pum
(Or bang, if you read some
cartoon)
but no holes …
the cannon that shoots
without even shaking
the coffee table …
the little air gun
that sometimes by mistake
 hits the target
but it would not hurt
neither a fly nor a corporal …
Weapons of joy!
the others, please,
throw them all away!

 

The weapons of happiness, Gianni Rodari
“Ouch!” I quickly put my right hand on the neck. The point where I have got hit will soon redden. “I will have a bruise,” I think. I turn to the culprit: there he was, the rascal who is looking at me satisfied with a provocative and proud behaviour. I feared that he would do it again, that he would shot me with those stupid little bullets made of plastic, with those stupid plastic submachine guns you can buy everywhere here. The rascal hit exactly the target. On the neck, just below my ear. If it were a real bullet, well, I would not be here to tell this story. He was definitely brave enough to shoot an adult, furthermore a foreigner. I prefer to stop and think, instead of giving vent to my anger on him shouting in Italian. It would be useless, as he would not understand what I say and would just feel my anger. They already feel so much anger around them. I put my pride aside, and I look at him resigned before turning around and going back to my job. I have never seen so many children playing with so many and realistic weapons.

“I got him!”. I had actually pointed to that big, dark and with a beard, but it doesn’t matter, I’ve got the Ajnabi 1 anyway. However, I got distracted. “Ouch! Hafez, that is not fair! I got distracted, as some Ajnabi were passing by. Look at the curly and thin one, I got him! “. “I didn’t see anything and still you have lost, so you’re dead”, “If you get a Ajnabi that is worth double though!”, “We never decided this rule!”, “Look, we are not dead, give me 20 seconds, I walk there and then we’ll see who kills before whom”. I start running through the alley, facing the corner, passing under the arch of Abu Zanner, climbing the stairs of the first floor; from that place through the grating I can see the road beneath me, my enemy does not expect me shooting from the top. I position myself as snipers do, placing the rifle on the grating. The 90-degree arm locks the rifle, so the recoil does not hit me. Mohammed taught me to do this way. “Here it is … 1,2,3 … bam!”.
Today is my first day. It is right the day of sacrifice celebration, with lots of people coming in and out of the camp. It is hot wearing the beret and the uniform, but I am fine. If Fatima were here to seeing me, who knows what she would think, as I have the rifle on my shoulder taking care of the security of all the people. ” Hello Habibi 2 “, “Look how beautiful my Mohammed is. How is the work of the Security Committee going today? Was your rifle useful? “,” Abu Mohammed, your son is a good boy”,” 16 years ago I held him for the first time in my arms, and now look at him “,” he will keep on growing even more Abu Mohammed, still some more muscles here and here, and you’ll see that he will turn into a man”. He squeeze my biceps and mypecs. He is right, I’m still a bit slim …
“Mohammed, Mohammed, please give me one thousand pounds”, I am running toward my brother. Mom bought me a new dress for the sacrifice celebration, it is white with pink flowers but I have to be careful not to dirty it, otherwise she gets angry. I also have braids and a big fabric flower holds them steady above my head. ” Habibti3 what do you need the money for, do not you see I’m busy”, “Please, please, merry-go-round are here, one trip costs a thousand pounds, the swing goes very high.” “Okay, here you go, but please do not go with Hafez, as he goes too high and then you’re afraid.” “Thanks Mohammed, I love you! See you later, huh, Mohammed, you are beautiful with that uniform!”.

I look at the space in front of the Children and Youth Centre. It is usually the only open space where children can play together and safely, with the ball or chase each other without the risk of getting hurt or fall into a pile of garbage. Many children’s games require visual contact between the mates, require open spaces, and Shatila maze is not appropriate for any of them. However, this is a celebration week, so that the space is busy. It would not be right to call them merry-go-rounds. I tell to myself it’s an amusement park for poor people. Colourful wood fences divide the different “attractions” and legions of dreamy children who have already spent their thousand pounds or do not have to pay for the ride are overlooking. There are one iron walker, a couple of small swings, one trampoline. The big attraction is indeed the two sturdy wooden swings with large wooden chairs lined with Persian rugs, where even 7, 8 children can stay. The two biggest ones stand up on the edge of the seat, and they push the swing bending their knees when they reach the highest point. The swing comes just at the top, above me. I find myself gazing at a little girl, who leans dangerously. She wears a white dress with pink flowers.

1) Ajnabi: foreigner in Arabic
2) Habibi: dear / darling in Arabic
3) Habibti: habibi families
Alberto, Aran, Ilaria, Luca, Marcello, Maria and Martina
Story written by male and female volunteers who are taking part to the SCI voluntary camp, so called “Shatila Refugee Camp” in Beirut. Although it is fictional, it is inspired by situations really lived during their stay in the Shatila refugee camp.

Shatila Beach, Lebanon: voices from the camp [Parte I]

Shatila Beach, Lebanon: voices from the camp [Parte I]

Shatila Beach, it is 3 p.m., the sun is at its zenith. You can hear the sound of the water, but it is not the sea. A young man looks at us puzzled as he tries to fill a plastic tank on the roof of his house with a large pitcher. There is no sand on the terrace, but a thick layer of dust covers everything. We are on the roof of the Guest House. One more floor and a rusty stepladder above us and then many houses and many precarious lives, since 68 years and for 4 generations.

The Shatila refugee camp is 1 km square big. About 20,000 Palestinians live here, but no one knows exactly how many people wander, play, buy, work, love in this maze. In this structure already collapsing, there are some Bengali and thousands of Syrians, in addition to the others. The tap water is salty: Shatila Beach. However, it is not seawater and leaves a sticky coating on us. The power is limited to only a few hours per day.

“We pay the water three times here in Shatila”, explains Mohammed while driving like Ariadne’s thread in the labyrinth of alleys, between scooters driven by ten years old children, bored men sitting on plastic chairs and thousands of windows from which we can glimpse women washing laundry or watching a Turkish soap opera on the television. “The water that comes from the tap costs each family $ 20 a month, but you cannot drink it. Therefore we have to buy it in bottles – of course be the most popular brand is Nestle – and then we buy water from large bottles in order to washing dishes, cooking … “. Some child passes by our side, dragging the precious water in plastic jars of modernity.

We are in the twilight of the Children and Youth Centre office, in the middle of Shatila. After 24 hours we are still totally unable to get out of here. “If you get lost, in any part of the camp, do ask for Abu Mujahed, and you will be taken to the Centre, as everyone knows who he is.” The magic word now nor turns into human features and there he is, Mr. Abu Mujahed. He is sitting on a damask chair, but he promptly stands up to prepare us a coffee. He has white and thin hair, olive skin tone full of age spots, an open smile, the typical Palestinian pessimistic realism, an innate care for the children who catch his eyes when they step into the room: he stops political considerations and adults conversations and he gets closer to ask “how are you darling?” and to distribute kisses and caresses.

“Our association was founded in 1997 with the aim of promoting the Convention on the Rights of the Child and encouraging its implementation here in the camp. You have probably realized that here the rights of children, but in general of all people, are violated every day”. The association’s activities have focus in particular on education, trying to keep the children busy with positive and resilient activities. There are many artistic workshops encouraging the development of relational and social skills. “I attend the course of Dabka, English and also rap” B. says, speaking an excellent English for his 13 years of age while eating hummus.

“Every year we expect something to happen, we expect THE SOLUTION that will put an end to our precarious conditions. However, do not deceive yourselves, as the problem here is not poverty. People have discouraged and have stopped fighting for their rights. Che Guevara used to say something like that imperialism makes people struggling every day to survive. The priority is then eating and you cannot plan your own life over the next two weeks. This brings us to compete with each other; we are not able to look for the causes of problems and to strive for solutions. People here in Shatila do not need social workers, need revolutionaries! “.

There were many armed “volunteers” in the 70s who supported the Palestinian cause and became immediately “comrades” of Palestinian fighters, respected for their choice of living in the fields as people from the fields, as to acquire Arabic names: Mohammed Ahmad, Hafez, the revolutionaries. Then there was the war, and after 1982 the social conflict was as quiet, normalized by the daily, even though minimal, response to needs given by humanitarian organizations. That is how fighters disappeared and social workers have appeared.

The fan turns too slowly to cool the office of the CYC. Outside a happy music attracts noisy children, but inside the words weigh more than the air. “The war in Syria is everywhere: it is here in the camps, is in Italy and Catalonia, where you come from, it is in Europe,” Mujahed carries on talking quietly. “People need to be aware of what’s going on here, in Syria and in the world. We no longer want to see dying this way our children, nor children from other parts of the world and yours”.

Alberto, Aran, Ilaria, Luca, Marcello, Maria and Martina

Interventi Civili di Pace in Palestina 2016 – Call aperta

Interventi Civili di Pace in Palestina 2016 – Call aperta
Il Servizio Civile Internazionale, Un ponte per…, Rete IPRI, Centro Studi Sereno Regis e Assopace Palestina lanciano per il settimo anno il progetto: “Interventi Civili di Pace in Palestina – Accompagnamento internazionale nonviolento alla raccolta delle Olive”.

Donna palestinese che raccoglie oliveQuattro settimane sul campo, dal 1° ottobre al 31 ottobre 2016, a sostegno delle attività dei Comitati Popolari di Resistenza Nonviolenta e di Youth Against Settlements nella stagione della raccolta delle olive nei villaggi dellaCisgiordania.

Il progetto è frutto della collaborazione con i comitati popolari di resistenza palestinese che da anni lottano contro l’occupazione con metodi nonviolenti.

L’accompagnamento alla raccolta delle olive, ostacolata o impedita dalle forze militari israeliane, è mirata a tutelare il diritto dei contadini palestinesi ad accedere alle proprie terre e a mitigare le violenze dei coloni.

L’iniziativa si aggiunge alle altre azioni messe in campo dalla comunità internazionale come il boicottaggio (BDS), sostegni finanziari, solidarietà diretta e progetti di sensibilizzazione a supporto della resistenza per la libertà della Palestina.

Descrizione:

Il progetto sarà diviso in due fasi: la prima si svolgerà nel villaggio di Kfar Kaddoum e la seconda ad al –Khalil (Hebron). Anche se il programma prevede due tappe potrebbe comunque essere soggetto a cambiamenti in merito alla situazione sul campo e in base alle necessità dei contadini.

I volontari saranno accompagnati da un coordinatore locale e da un facilitatore italiano. Entrambi saranno in contatto costante con il coordinamento italiano delle associazioni partner.

Compiti:

  • Accompagnare nel lavoro agricolo quotidiano i contadini palestinesi dei villaggi
  • Garantire una presenza internazionale in loco, proteggere la società civile palestinese dalle conseguenze dell’occupazione militare (presenza costante di militari, check points, presenza di insediamenti di coloni, invasioni, aggressioni, arresti)
  • sostenere attivamente l’organizzazione di eventi di sensibilizzazione e raccolta fondi in Italia

È chiesto fin da ora l’impegno, al rientro, a condividere e promuovere il materiale raccolto (video, foto, interviste) per diffondere una informazione più consapevole delle dinamiche dell’occupazione. Il materiale raccolto dai volontari sarà utilizzato per le campagne a sostegno della resistenza popolare in Palestina promosse da SCI, Un ponte per…, Rete IPRI, Centro Studi Sereno Regis e Assopace Palestina.

Sono previste quattro giornate formative volte a favorire una presenza in loco consapevole delle dinamiche del conflitto e rispettosa delle tradizioni locali. Nel corso della formazione i partecipanti potranno conoscersi fra loro così da consolidare la coesione del gruppo. Periodo: 28 – 31 Luglio 2016, Roma.

Candidatura:

Per la candidatura è necessario inviare il CV e la lettera di motivazione a palestineolive@gmail.com: entro e non oltre il 25 giugno.

L’esito delle selezioni verrà comunicato l’11 luglio.

**Si ricorda che la lettera di motivazione NON equivale ad una lettera di presentazione.

Qui tutti i dettagli del progetto e i requisiti per prenderne parte.

Le colline hanno gli occhi, quando conviene

Le colline hanno gli occhi, quando conviene

Da RACCOGLIENDOLAPACE, sito web di reporting del progetto “Interventi Civili di Pace in Palestina” dello SCI-Italia in partenariato con:

Un ponte per…Assopace Palestina, Popular Struggle Coordination Commitee, IPRI – RETE CCPCentro Studi Sereno Regis, con il sostegno del Tavolo degli Interventi Civili di Pace

Colline in palestina

In Cisgiordania settentrionale, nei pressi di Nablus, sotto la calura che ci accompagna durante la raccolta delle olive, tra le terre degli abitanti del villaggio di Kufr al-Qaddoum e le estreme propaggini delle colonie che punteggiano le colline, veniamo a conoscenza di un nuovo tassello nella comprensione della macchina di occupazione israeliana.

Il consumo di stupefacenti nei territori occupati ha conosciuto un considerevole aumento nel corso degli ultimi anni, specialmente nei principali centri urbani. Insieme alla cocaina, in arrivo dall’America Latina, e all’eroina, proveniente dall’Afghanistan, a prendere piede tra i giovani palestinesi non è più soltanto l’ecstasy, ma anche il famigerato Hydro: un ricercato intruglio semi-sintetico, noto come ‘erba mortale’, che viene prodotto artigianalmente e commercializzato come droga leggera in tutto il territorio israeliano. Confezionata in pacchetti simili a quelli di tabacco, è venduta presso comuni supermercati riconoscibili dall’annuncio “we have nice and spice”; tra le conseguenze sulla salute umana figurano seri danni al sistema nervoso e respiratorio.

Stando a quanto riferitoci da F., funzionario del dipartimento antidroga della Polizia Nazionale Palestinese di stanza a Qalqilya, il contrabbando e lo spaccio di droghe sarebbe gestito e controllato da cittadini israeliani o stranieri residenti in Israele; si tratta spesso di italiani e russi a capo di vere e proprie cosche mafiose. Il lavoro di prevenzione e repressione di tali attività criminali da parte delle forze di sicurezza palestinesi si scontra sistematicamente con le pastoie in cui è avvinto il sistema giudiziario dell’ANP. “Mentre un israeliano fermato per spaccio di droga nei territori palestinesi resta in carcere una volta estradato per pochi giorni, un palestinese non sconterebbe per lo stesso reato meno di dieci anni di detenzione” aggiunge F. con amarezza.

CollineIl commercio di droghe in Cisgiordania si avvale delle falle nei controlli alle frontiere con Israele e Giordania. Sia israeliani, sia palestinesi vi sono coinvolti, eppure i vertici ingrossano le proprie liquidità nei salotti di Tel Aviv. “Acquirenti e fornitori si accordano per incontrarsi di solito in prossimità degli unici luoghi dove le forze di polizia palestinesi non possono investigare o intervenire: insediamenti e checkpoint (area C, n.d.r.). I coloni sanno tutto e lasciano fare”. Le propaggini dell’ANP hanno l’obbligo, infatti, di richiedere un permesso all’occupante per procedere all’arresto di un cittadino israeliano, anche in flagranza di reato: ciò rende praticamente impossibile sventare in tempo ogni compravendita criminosa.

Le dinamiche di spaccio e contrabbando, tanto quanto l’attività di consumo fanno emergere domande e considerazioni. L’impossibilità per la polizia palestinese di esercitare la propria autorità è una conseguenza diretta della frammentazione del territorio della Cisgiordania in seguito agli accordi di Oslo. La divisione in zona A, B e C che avrebbe dovuto essere una soluzione temporanea in vista di una progressiva espansione di potere civile e militare dell’autorità Palestinese, ha invece determinato uno stato di eccezionalità permanente, che non permette all’ANP di costituirsi in un’entità statuale capace di difendere i propri cittadini. Quanto il contrabbando, lo spaccio e il consumo di droga unite all’impossibilità dell’ANP di esercitare il proprio potere impatti le dinamiche di occupazione e conflitto rimane una domanda aperta. In particolare, ci si chiede in che modo la libera diffusione della droga nei territori occupati e la collusione del sistema oppressivo, come il soldato consapevole dello spaccio che avviene sotto i suoi occhi ai posti di controllo e non interviene o il colono che permette lo spaccio all’interno della colonia, si inseriscano nelle strategie di occupazione. Si può pensare che la droga e l’impossibilità di prevenire il crimine da parte dell’inquirente abbiano anche effetti diretti sulla resistenza palestinese all’occupante? Le domande restano aperte, mentre questo nuovo elemento si aggiunge alla nostra comprensione dei meccanismi di oppressione e di controllo di Israele sul popolo Palestinese.

Le Sette Lune Rosse

Perché in Palestina

Perché in Palestina

da RACCOGLIENDOLAPACE, sito web di reporting del progetto Interventi Civili di Pace in Palestina” dello SCI-Italia in partenariato con:

Un ponte per…Assopace Palestina, Popular Struggle Coordination Commitee,  IPRI – RETE CCP Centro Studi Sereno Regis, con il sostegno del Tavolo degli Interventi Civili di Pace

Giunto quasi al termine di questa esperienza di volontariato in Palestina, delle domande mi rimbombano nella mente: cosa può fare l’Italia o per meglio dire quella parte d’Italia, la società civile solidale e sensibile nei confronti del popolo palestinese? Come gli internazionali possono supportare e sostenere la resistenza palestinese ed essere di un qualche aiuto ad un popolo martoriato da anni di violenze, soprusi e repressione?

Ho cercato di darmi delle risposte e per prima cosa ritengo che un buon punto di partenza sia quello di approcciarsi a questa causa abbandonando la presunzione etno-eurocentrica di insegnare agli altri cosa fare, di spiegare cosa fare o comunque di giudicare le varie forme di resistenza palestinese sulla base dei propri parametri culturali. Tuttavia, nel non fare ciò non bisogna cadere nell’errore inverso, ovvero prendere per buono tutto ciò che avviene in questa terra. Abbandonare ogni spirito critico per evitare di interferire in dinamiche a noi lontane anni luce o comunque abbandonarsi completamente a decisioni altrui anche se non pienamente condivise al fine di evitare di impattare e cozzare con modelli culturali altri da noi. Questa sottomissione acritica al modello culturale locale può essere considerata come una sorta di inverso razzismo culturale, laddove gli internazionali, afflitti forse da un insito e secolare senso di colpa, accettano anche controvoglia ciò che avviene o che viene loro proposto da parte di persone attraversate da altre culture.

Con questo voglio dire che un buon punto di partenza può essere quello dell’inculturazione, adottare un approccio empatico. Sospendere il proprio sé, ascoltare e vedere senza presunzione ciò che ci circonda senza accettare acriticamente tutto ciò che accade. Solo questo approccio può permetterci di comprendere realmente e appieno ciò che avviene intorno a noi.

Un altro aspetto fondamentale è quello di informarsi o comunque cercare di aggirare la disinformazione di regime perpetuata dalla stampa italiana filo-sionista. Solo pochi giorni fa leggevamo su Repubblica online un articolo, a dir poco scandaloso, dal titolo “Israele assediato, cinque attentati” del 18 ottobre 2015. Ebbene sì, è tutto vero, c’è qualche presunto giornalista al soldo del governo israeliano che mente con la consapevolezza di mentire al fine di manipolare la reale portata degli eventi e sostituire la vittima con il carnefice.

Cartello istruzioni per il passaggio

Il miglior modo per capire cosa accade in questa terra martoriata resta uno solo, venire qui per guardare con i propri occhi, bypassare un’informazione di regime che etichetta con malizia semplicistica i palestinesi come terroristi e gli israeliani come vittime. Realizzare un cosiddetto political tour per toccare con mano il deserto che la barbarie sionista è intenzionato a realizzare nei Territori: la ferocia della repressione sionista che toglie giorno dopo giorno respiro al cuore della resistenza palestinese; l’umiliazione di essere etichettati come criminali laddove l’unico crimine è quello di reclamare il diritto a condurre una vita dignitosa. Ricordo ancora il senso di claustrofobia ed oppressione che ho provato quando ho visto con i miei occhi il muro dell’apartheid, sentimento che nessuna immagine vista su internet o in televisione aveva suscitato in me. Impressi nei miei occhi sono i volti delle vittime dell’apartheid, gli occhi di un padre che non può garantire un sonno sereno ai propri figli a causa delle incursioni notturne di esercito e coloni. Oppure la paura dei palestinesi di essere ammazzati in qualsiasi momento. Tanto loro sono colpevoli fino a prova contraria e se un colono o un soldato uccidono un palestinese possono sempre buttare un coltello vicino al suo cadavere e dire che ha provato ad aggredirli.

Quest’ultimo elemento è fondamentale al fine di manifestare la propria vicinanza al popolo oppresso e sostenere realmente le istanze di libertà urlate a gran voce dal popolo palestinese. Ricordo con gioia la gratitudine delle famiglie, vittime di raid notturni, presso le quali abbiamo dormito. Almeno per una notte si sentivano meno soli. Oppure la felicità e il senso di sicurezza delle bambine e dei bambini che, ad Hebron, abbiamo accompagnato a scuola attraversando check-point pieni di militari e strade zeppe di coloni che in ogni momento e senza alcun motivo possono maltrattare e malmenarli.

Militari sul tettoLa repressione sionista prima di essere fisica, è psicologica. Punta a distruggere nell’animo la fierezza di un popolo al fine di far appassire ogni possibile germoglio di resistenza e ribellione. Punta a diffondere un senso di solitudine e di paura generalizzata e diffusa. Cerca di strattonare il popolo palestinese verso il muro dello status quo per ribadire che la situazione è questa e che prima o poi dovrai andartene perché questa terra appartiene ad un solo popolo, quello eletto.

La presenza internazionale, a mio avviso, può essere utile al fine di rincuorare e dare speranza ad un popolo che da anni non smette di contare i propri martiri. Manifestare la propria vicinanza al popolo palestinese e ribadire che l’operazione di pulizia etnica e di bonifica dei Territori Occupati non solo non si realizzerà, ma che Israele dovrà pagare o comunque rendere conto dell’abominio e della violenza insensata che sta esercitando su un popolo e sulla loro terra. Con gli internazionali al proprio fianco, il popolo palestinese sa che può contare su un valido alleato e su un sostegno incondizionato e non dettato da particolarismi e da interessi individuali. Saremo al fianco dei palestinesi nella loro marcia verso la libertà.

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