Al Araqib, dove anche gli ulivi resistono ai bulldozer

Dopo una settimana in West Bank visitando villaggi, ascoltando le storie e le quotidianità delle persone che resistono a violazioni di diritti e soprusi, dopo aver detto o pensato decine di volte al giorno “non è possibile che questo avvenga senza che la comunità internazionale reagisca”, credi di non poterti più stupire di nulla. E invece è proprio conoscendo alcune realtà in Israele che scopri che non c’è limite allo stupore, all’indignazione, alla complessità delle situazioni. Al Araqib è una di queste realtà.

Situato a 8 km da Beersheva, all’inizio del deserto del Negev, Al Araqeeb condivide con altre decine di omologhi lo status di villaggio non riconosciuto. Non riconosciuto dallo stato di Israele, anche se da oltre 100 anni in questa zona abita una comunità beduina. Anche se ai tempi dell’Impero Ottomano prima e del Protettorato inglese poi, queste famiglie hanno ottenuto i certificati di proprietà della terra, dove avevano costruito le proprie case, dove svolgevano attività agricole e allevavano capre e pecore.

Nel 2010 il villaggio è stato completamente distrutto, ma la comunità non desiste e per 81 volte, ad ogni demolizione, è seguita una ricostruzione. A volte case, a volte grandi tende che meglio rispondono al nostro immaginario dei beduini come nomadi. Attualmente le famiglie stanno vivendo a pochi metri dal cimitero, unica parte finora risparmiata alla demolizione, in attesa di venire sgomberati nuovamente e con la richiesta di risarcimento per i costi di demolizione per 2 milioni di shekel (circa 450.000 euro).

In Israele molti villaggi e cittadine a prevalenza araba, discendenti di chi nel ’48 rimase, soffrono lo stesso destino di minacce e demolizioni. La presenza di arabi fa scendere le quotazioni delle case e dei terreni, la corsa alla terra non c’è solo in Cisgiordania ma all’interno dello stesso territorio israeliano. Al Araqib ha però una particolarità che la rende, ai miei occhi, paradigma della complessità e delle contraddizioni.

Il motivo per cui questo villaggio è così preso di mira dalle autorità israeliane è che quel territorio è stato incluso in un progetto di riforestazione del Jewish National Fund, un’organizzazione no profit israeliana che, fra le altre cose, raccoglie fondi in tutto il mondo con campagne di adozioni di alberi per rendere più verde il deserto del Negev. In particolare nell’area di Al Araqib c’è in progetto l’Ambassadors’ Forest, un bosco per rendere onore ai corpi diplomatici di tutto il mondo.

Piantare alberi, combattere la desertificazione, omaggiare gli ambasciatori. Azioni ammirevoli, dal punto di vista dei donatori e più in generale agli occhi di chi non conosce l’altro lato della medaglia.

Sradicare gli ulivi centenari, togliere i mezzi di sussistenza alla popolazione locale, demolire le abitazioni. Questi gli effetti delle azioni apparentemente ammirevoli, mentre lo sguardo di chi è sensibile verso il conflitto israeliano-palestinese è rivolto agli abusi ed alle violazioni oltre la Green Line e i checkpoint.

Violazioni dei diritti umani e pulizia etnica non avvengono solo nei Territori Occupati, ma in Israele stessa, verso i propri stessi cittadini. I beduini di Al Araqeeb sono profughi nel proprio stato, senza nessuna organizzazione internazionale che li tuteli o che alzi la voce insieme a loro contro i soprusi. Condividere la loro esperienza, far conoscere la loro resistenza è quello che ci chiedono.

Prima di lasciare Al Araqib, visitiamo quello che era il villaggio fino al 2010. Nell’area si vedono ancora tracce delle abitazioni, frammenti di mattonelle, pezzi di condutture dell’acqua e dell’elettricità. Al posto delle case ora ci sono dei cumuli di terra, lasciati appositamente perché non possano entrarci mezzi per ricostruire il villaggio. Tra i cumuli di terra troviamo cespugli di ulivo che si fanno strada nel terreno arido, dopo che le piante erano state tagliate nelle numerose demolizioni. L’immagine di radici, rami e foglie più forti dei bulldozer e delle ingiustizie, rimane indelebile negli occhi e nella mente, così come la resistenza delle famiglie di Al Araqib.

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