Pacifismo e migrazioni forzate: seminario in Serbia, 8-14 maggio

Pacifismo e migrazioni forzate: seminario in Serbia, 8-14 maggio

Volunteers’ Center of Vojvodina organizza un seminario entro la cornice del progetto PATH: Peace Activism through Lessons from History of Forced Migration. Partecipanti da più di 7 paesi si incontreranno per una settimana per imparare, condividere, discutere, creare e proporre soluzioni. Il progetto si sviluppa da più di 17 mesi, portando ad incontrarsi 279 partecipanti provenienti da 13 paesi diversi. I partecipanti sono invitati ad esplorare la storia di diversi conflitti, come la guerra civile spagnola e le guerre di Jugoslavia, indagando le cause che hanno portato le persone a migrare e percorrere strade lunghissime per cercare salvezza allora, come oggi. Come possiamo imparare da questi esempi per cambiare la realtà odierna? Attraverso attività e l’uso dei media i partecipanti cercano di ricostruire il portato di esperienza di 3 generazioni di migrazioni forzate, riportandone le storie e ragionando su buone pratiche che possano portare a un cambiamento nelle nostre società. Il progetto terminerà con un’esposizione e la creazione di un video, parte dell’Archivio Internazionale dello SCI, presentati all’evento finale in Bulgaria nel gennaio 2018.

Tra i principali argomenti che il seminario si propone di affrontare c’è la questione dell’Europa oggi, in particolare riguardo alla crisi dei rifugiati, al quadro legale e istituzionale che ne fa da sfondo e alla questione dei diritti umani. Non mancherà la possibilità di discutere anche a partire dalle iniziative esistenti di supporto a migranti e rifugiati lungo la Rotta Balcanica, portate avanti sul campo da comunità locali, volontari indipendenti, organizzazioni e istituzioni. Altro focus del seminario sarà la situazione dei Balcani oggi, ripartendo dalle guerre jugoslave, le conseguenti migrazioni forzate e le sfide durante e in seguito al conflitto, ripercorrendo la storia della resistenza e dei movimenti pacifisti degli anni ’90 attraverso racconti ed esperienze personali.

I partecipanti avranno anche l’occasione di visitare le città di Subotica (città serba al confine con l’Ungheria, zona di transito per molti rifugiati ancora in cammino sulla Rotta Balcanica) e di Tavankut (città serba con una forte comunità croata all’interno, posta in contraddizione durante il periodo della guerra).

Puoi applicare per questa call se:

  • hai lavorato con ragazzi e adolescenti
  • sei attivo/a o interessato a lavorare con rifugiati e migranti

Non c’è quota di partecipazione, costi di vitto e alloggio del seminario sono coperti. Le spese di viaggio saranno rimborsate fino a un massimo di 150 euro.

Per chi fosse interessato a partecipare, occorre contattare la propria branca SCI ed inviare la candidatura online (a questo link) entro il 5 aprile.

Per partecipare, la persona selezionata dovrà effettuare la tessera associativa SCI-Italia 2017 (20 euro).

Leggi qui tutti i dettagli del seminario.

 

Tutela di un ecosistema a rischio: campo in Ecuador

Tutela di un ecosistema a rischio: campo in Ecuador

Dal 10 al 30 settembre 2017 un campo di volontariato in Ecuador, nella regione a sudovest di Quito, presso la Fondazione Proyecto Ecológico Chiriboga.

In questa regione, dove flora e fauna sono a rischio di estinzione, la Fondazione protegge una Riserva e supporta un lavoro di riforestazione, di tutela delle specie animali e di decontaminazione delle acque sorgive che vi si trovano. Tra le Ande e il bacino di Esmeraldas River si trova anche il villaggio Atacames, fortemente sofferente in seguito all’ultimo terremoto.

Le attività organizzate durante il campo saranno varie, tra cui: ripulire i sentieri nella foresta, potare gli alberi, mungere le mucche e produrre del formaggio, sviluppare attività nella riserva naturale; fondamentale sarà anche il contributo ai lavori di ricostruzione del villaggio di Atacames.

I volontari si sposteranno tra le seguenti locations: Quito, Chiriboga e il villaggio di Atacames. Questo campo proseguirà il lavoro avviato con il precedente campo svoltosi a luglio.

La lingua del campo è lo spagnolo.

Qui la scheda completa del campo.

Questo progetto fa parte dei programmi Nord/Sud. I volontari devono avere almeno 20 anni e aver preso parte alle formazioni (primo incontro e 2 livello) di preparazione organizzate dallo SCI Italia.

Per maggiori informazioni sui campi SCI nel Sud del mondo, ecco la pagina dedicata.

Tutti i campi di volontariato del Servizio Civile Internazionale sono consultabili sul database www.workcamps.info.

 

Campo in Palestina: costruire ponti di riconciliazione

Campo in Palestina: costruire ponti di riconciliazione

Dal 19 al 30 giugno un campo di volontariato in Palestina, nei pressi del villaggio di Nahalin, nella zona a sudovest di Betlemme.

Il campo si inserisce nel più ampio progetto The Tent of Nations, che ha l’obiettivo di far incontrare persone di culture diverse per costruire inseme ponti di comprensione e dialogo, riconciliazione e pace. Sul più lungo periodo, il progetto si propone di formare le persone a dare un contributo di valori positivi alla società futura, quali la tolleranza e il rispetto dell’altro. Questi obiettivi sono perseguiti attraverso campagne d’informazione, l’empowement dei giovani e attraverso i campi di lavoro, in un territorio che sin dal 1991 è sotto minaccia di occupazione militare da parte dell’esercito israeliano.

I volontari saranno impegnati in attività quali il rinnovo e il restauro delle grotte della zona agricola collinare Daher’s Vineyard, vecchie di centinaia d’anni e ricche di storia. L’obiettivo è di farle tornare abitabili e risplendere nella loro bellezza. Un’altra attività centrale sarà quella della raccolta dei frutti delle piantagioni della zona. La parte studio sarà incentrata sulla sostenibilità e sull’auto sufficienza.

Questo campo richiede una lettera di motivazione addizionale per spiegare più dettagliatamente perché si vuole partecipare.

La lingua ufficiale del campo è l’inglese, opzionali arabo e tedesco.

Qui trovate tutte le informazioni più dettagliate.

Questo progetto fa parte dei programmi Nord/Sud. I volontari devono avere almeno 20 anni e aver preso parte alle formazioni (primo incontro e 2 livello) di preparazione organizzate dallo SCI Italia.

Per maggiori informazioni sui campi SCI nel Sud del mondo, ecco la pagina dedicata.

Tutti i campi di volontariato del Servizio Civile Internazionale sono consultabili sul database www.workcamps.info.

Immersione in una cooperativa agricola in Senegal

Immersione in una cooperativa agricola in Senegal

Dall’11 al 31 agosto 2017 un campo di volontariato in Senegal, nelle vicinanze di Dakar, presso l’organizzazione non governativa “Les Ententes“.

“Les Ententes” è formata da gruppi di agricoltori, e supporta le comunità dei villaggi locali. Attraverso la proposta di un’economia alternativa, l’associazione ha come obiettivo la promozione dell’educazione al lavoro, la riduzione delle ineguaglianze tra gli abitanti dei villaggi e la riduzione dell’abbandono di massa delle compagne verso le grandi città. Contadini e agricoltori parte della cooperativa “Les Ententes” sono sparsi in tutto il Senegal.

Questo campo di lavoro si caratterizza come immersione in un piccolo villaggio agricolo; per questo i volontari si ritroveranno immersi nella vita di tutti i giorni degli abitanti dello stesso, condividendo il lavoro nei campi, in cucina, etc. Inoltre, i volontari potranno organizzare progetti con la comunità locale, come attività per i bambini, visite… e durante la parte studio approfondiranno la questione della sovranità alimentare e gli aspetti culturali del Senegal.

La lingua ufficiale del campo è il francese.

Leggi qui la scheda completa del campo.

Questo progetto fa parte dei programmi Nord/Sud. I volontari devono avere almeno 20 anni e aver preso parte alle formazioni (primo incontro e 2 livello) di preparazione organizzate dallo SCI Italia.

Per maggiori informazioni sui campi SCI nel Sud del mondo, ecco la pagina dedicata.

Tutti i campi di volontariato del Servizio Civile Internazionale sono consultabili sul database www.workcamps.info.

Coordinare un campo in Sardegna: il racconto di Mattia

Coordinare un campo in Sardegna: il racconto di Mattia

L’articolo è stato scritto da Mattia Livraghi, coordinatore, nell’estate 2016, di due campi di volontariato presso il Villaggio Carovana di Castiadas, Sardegna. 

La scorsa estate ho coordinato i primi due campi Summer at the Villaggio, siti al Villaggio Carovana, presso Castiadas, in Sardegna. Il Villaggio è una casa per ferie che accoglie, fra gli altri, anche ospiti speciali (come li chiamavamo in gergo affettuoso), ovvero portatori di qualche disabilità intellettiva. Ma sia chiaro, non si chiama Carovana di certo solo per quello: famiglie più o meno numerose, coppiette giovani e datate, i relativi bambini liberi di scorrazzare per il salone comune, in compagnia dei figli dei gestori del Villaggio. Persino ignari turisti che avevano prenotato una notte con formula bed and breakfast, per scoprire, a colazione, che non avevano scelto il solito albergo in Sardegna. Ma tutto questo lo sapevo già, perché due anni prima ero stato volontario nello stesso campo.

Essendomi trovato a mio agio in un ambiente così variopinto, avevo accolto con piacere l’invito del Villaggio a tornare, ma questa volta come coordinatore. Avevo anche frequentato la formazione coordinatori e mi ero fatto un’idea generale sul ruolo: interfacciarsi con l’associazione partner e assicurarsi che il gruppo dei volontari lavori in armonia. Oltre a questo, adempiere anche alle mansioni del volontario. Più facile a dirsi che a farsi, già starete pensando.

Giunto in Sardegna, il primo gruppo di volontari era composto da due ragazze catalane piuttosto spigliate, da una ragazza russa molto più introversa e dal sottoscritto. Nell’arco del primo giorno è stato evidente che la volontaria russa si sentiva fuori dal giro: la differenza linguistica non le permetteva di ridere delle battute a tavola, e la sua personalità nordica contrastava con il ben noto calore sardo e catalano. In più, la vicinanza tra italiano e catalano spesso rendeva l’inglese superfluo tra me e le altre due ragazze, fatto che accentuava il suo isolamento. In quanto coordinatore, sapevo di dover fare qualcosa.

Quella prima notte mi ero addormentato ponderando una soluzione. Non so in che sogno fossi quando, alle quattro del mattino, sono stato svegliato di soprassalto dalle urla delle tre ragazze, che avevano sentito dei rumori fuori dalla roulotte e avevano pensato a qualche maniaco serial killer. Ovviamente hanno insistito che andassi a controllare di persona che non ci fosse nessuno. La mattina dopo, mentre a colazione ci ribadivano che condividevamo la collina con dei cinghiali selvatici, non sempre silenziosi, le tre ragazze stavano parlando animatamente. Insieme avevamo riso e discusso dell’accaduto, e insieme ci preparavamo alla prima giornata di lavoro. Da quel momento in poi, tradurre tutte le nostre conversazioni in inglese è stato più piacevole e naturale; allo stesso tempo la volontaria russa ha iniziato ad aprirsi di più. In altri termini, il pericolo che si isolasse un membro del gruppo è stato scongiurato grazie ad un cinghiale notturno. Mica l’avevano menzionato questo, alla formazione coordinatori.

La morale è che il coordinatore non è onnisciente, e che non tutte le soluzioni possono, o devono, essere da lui dispensate. Da coordinatori vi potrete impegnare a mediare dispute, sforzarvi affinché tutti si sentano inclusi, organizzare giochi e attività, ma talvolta il vostro problema verrà risolto da un cinghiale selvatico. Oppure magari dall’idea brillante di un altro volontario o dell’associazione partner.

Certo, la pressione a cui vi sottoporrete per il buon esito del campo sarà elevata. Ma ricordate che non siete i primi assoluti, bensì i primi fra i pari. È questo l’unico vero fattore che vi contraddistingue dagli altri volontari: avete riflettuto di più su quella pala che spezza una spada nel logo dello SCI. Sapete cioè che è lavorando fianco a fianco, e non da soli, che potrete risolvere il problema.

Latitudine 64°N: impressioni islandesi [Parte I]

Latitudine 64°N: impressioni islandesi [Parte I]

L’articolo è stato scritto da Irene Ottolini, che nel luglio 2016 ha partecipato a un campo di volontariato SCI in Islanda.

Riuscite a immaginare un luogo che come coordinate ha 64°N di latitudine? Siete nel punto più estremo, tangente il circolo polare artico, oltre il quale c’è spazio solo per l’immaginazione. Quindi mettetevi comodi, attenti a non oltrepassare il confine, perché oltre non esiste più strada, passaggio, sentiero, o rotta. Quanto può essere suggestivo un luogo del genere? Impossibile non rimanerne sedotti…Per me fu una di quelle volte in cui addirittura semplici numeri ebbero la capacità di evocare universi sconosciuti, senza tracciarne la fisionomia, ma lasciando dietro di sé il chiaro sentore di occasione irripetibile e, con il classico entusiasmo portentoso e travolgente dei vent’anni, non ci pensai due volte quando lessi la destinazione “Islanda” nella lista dei campi di volontariato proposti dal Servizio Civile Internazionale.

Non fu difficile organizzare la partenza (cosa che, forse, mi preoccupava più di tutte, essendo alle prime armi in fatto di campi), perché lo “staff” dello SCI fu da subito molto disponibile ed efficace nel mettermi in contatto con l’associazione SEEDS, che ospitava i campi in Islanda, e in poco tempo mi ritrovai seduta su una valigia troppo piena, cercando di chiudere la cerniera senza rompere nulla. Le tratte Venezia-­Keflavik purtroppo non sono dirette e fu un viaggio interminabile (se non altro per gli scali, quasi più lunghi dei voli), ma non mi sono mai lasciata intimidire dai lunghi viaggi, quantomeno perché danno veramente l’idea di aver raggiunto un posto, molto più di quei voli istantanei che annullano le distanze.

Arrivai a Keflavik a mezzanotte di un giorno alla fine di luglio con il sole ancora alto. Sostenuta da un inaspettato e incrollabile ottimismo, dimenticandomi della stanchezza, trovai senza difficoltà la navetta per Reykjavik, la mia destinazione per quella notte. Ricordo bene quel viaggio in pullman: fu il mio primo assaggio dei paesaggi islandesi e ne rimasi totalmente affascinata. Non avevo mai visto nulla di simile e assaporavo con sguardo insaziabile le sterminate distese di rocce fondersi con la vegetazione locale, illuminate dal sole di mezzanotte, in un connubio di terra, roccia, licheni e acqua, in mezzo solo la strada asfaltata, quasi una concessione di quello sfondo selvaggio che si era lasciato addomesticare per quella lingua d’asfalto. Nonostante l’assenza di tracce umane, non mi sentii affatto dispersa nel nulla: era, al contrario, molto riposante per gli occhi e distensivo per la mente, come una boccata d’ossigeno. Il paesaggio cominciò a cambiare quando arrivammo nei pressi di Reykjavik e allora cominciarono a delinearsi i profili delle case, delle strade, dei semafori e tutto ciò che, in definitiva, avevo lasciato molte ore prima.

Il campo a cui ero iscritta si svolgeva a Reykholar, un paesino a 230km da Reykjavik, e il mio compito insieme a quello degli altri volontari era un indefinito e generico supporto organizzativo al festival di tradizioni e cultura locali. Con altri tre volontari viaggiammo in pullman fino alla regione cosiddetta “Westfjords” (fiordi dell’ovest) e raggiunsi così la destinazione finale.

Reykholar è un paesino costruito alle pendici di un monte e affacciato sui fiordi, popolazione: 135 abitanti, di cui molti bambini e adulti sopra i 35 anni; il gap riguarda i ventenni, quasi tutti concentrati nelle principali città islandesi. Il nostro alloggio era previsto nella scuola locale. Le scuole islandesi sono organizzate in modo da garantire agli studenti un riparo in caso di maltempo e condizioni atmosferiche sfavorevoli, tali da rendere difficile il ritorno a casa, per cui molte strutture sono dotate di camere da letto, bagni e cucina. Fu una vera fortuna perché ero pronta a ben altro, come tende e accampamenti alla buona, quando, invece, ci ritrovammo ad avere addirittura una camera da letto per ciascuno.

Il gruppo di volontari riuniva ragazzi da tutto il mondo: il leader era un ungherese, gli altri erano due spagnoli e una bretone, più avanti ci avrebbe raggiunto anche un ragazzo americano del New Jersey, incaricato di farci delle foto. Si instaurò subito un bel clima, senz’altro merito di Gabor (il nostro leader) che ci mise l’energia giusta, ma anche del fatto che eravamo tutti ben disposti a lavorare e a condividere al meglio quei dieci giorni. Cucinavamo a turno e in coppia, un modo ulteriore per conoscerci, e fu l’occasione per sperimentare cibi tipici di altri luoghi (e anche qualche pasta stracotta, ma ben accetta fuori dall’Italia, dove sarebbe un’eresia!!!). Una sera fu dedicata all’international dinner, in cui ciascuno di noi aveva il compito di cucinare il piatto tipico del proprio paese, con i cibi che, eventualmente, eravamo riusciti a portare da casa. Furono tutti entusiasti della carbonara senza panna (non si capisce perché oltre il confine dell’Italia la carbonara venga automaticamente interpretata con la panna) con pasta italiana e vero pecorino; gli spagnoli condivisero vari salumi tipici, dall’Ungheria assaggiammo il langos (cibo tipico della street food) e dalla Bretagna le varie salse e, la mattina seguente, omelette.

A ritmo di “Bombastic” e di storpiature inglesi passò il tempo, ridendo e scherzando, quasi senza renderci conto del lavoro di ogni giorno. I compiti che ci vennero assegnati non furono particolarmente difficili: per lo più gli organizzatori del festival ci chiesero di spostare tavoli e sedie, a volte anche montare le barche del museo, gonfiare e attaccare per la città palloncini e così via. Presto scoprimmo quanto fosse piccolo quel paesino: c’erano solo tre luoghi d’attrazione, di cui uno, la scuola, fu il primo in cui mettemmo piede; gli altri si riducevano alla piscina e al museo, che fungeva anche da cinema e da luogo per la vendita di alcoolici (soprattutto birre, tra cui anche quella alle alghe di produzione locale), il tutto gestito da una donna di cui non avremmo mai saputo dire l’età, per il suo viso giovane, quasi ventenne, ma i modi bruschi e molto bossy, forse più comuni in una donna di età avanzata.

Un pomeriggio la gente del luogo organizzò una festa per i bambini in piscina: il nostro compito era gonfiare enormi palloni di plastica, infilarci dentro i bambini e lanciarli in piscina per tre minuti, per poi ripescarli. Il tutto a ritmo di canzoni che scoprimmo essere inaspettatamente familiari, infatti si trattava de “il ballo del qua qua” e altre, ma in islandese! Un altro episodio divertente fu la partita di calcio che organizzarono su un campo cosparso di alghe. Immaginate che scivoloni (e come ne uscirono i calciatori: più o meno dello stesso colore del campo)! Arbitrammo una gara di pedalò, al termine della quale era previsto un falò e il concerto di Bjartmar, cantante islandese, che pare fosse molto famoso, al punto che gli altri spettatori erano convinti che noi volontari fossimo venuti dall’Italia, dall’Ungheria e dalla Spagna apposta per assistere al concerto (quando a malapena riuscivamo a pronunciare il suo nome!). Vi partecipò gente più o meno attempata, ma con un entusiasmo giovanile contagioso, che mi fece desiderare più volte di riuscire a capire l’islandese. Al termine della serata due anziane signore furono così gentili da riportarci alla scuola di Reykholar in macchina, ma ogni nostro tentativo di conversazione cadde nel vuoto, perché, come due teenager appena tornate dal concerto del loro cantante preferito, per tutto il tragitto non fecero che parlare fittamente tra loro e lanciarsi in esclamazioni entusiaste (e incomprensibili).

 

X Festival Internazionale della Zuppa di Roma [9 aprile 2017]

X Festival Internazionale della Zuppa di Roma [9 aprile 2017]

Domenica 9 aprile 2017, presso il Casale Garibaldi, sede de La Città dell’Utopia (Via Valeriano 3f, San Paolo, Roma), si terrà la decima edizione del Festival Internazionale della Zuppa di Roma, un evento rivolto agli abitanti dell’VIII municipio e a tutto il territorio di Roma.

Le origini del Festival Internazionale della Zuppa risiedono nella città di Lille, nel lontano 2001, ottenendo poi una grande diffusione in tutta Europa: Berlino, Cracovia, Barcellona, Madrid, Francoforte, Bologna e, grazie al Servizio Civile Internazionale, finalmente anche a Roma nel 2008 presso la Città dell’Utopia, nel cuore del quartiere San Paolo.

La zuppa è un piatto presente in tutte le tradizioni culinarie del mondo, quasi un filo conduttore che lega tra loro culture differenti senza però renderle uguali, anzi sottolineando la propria unicità. La zuppa è un piatto semplice e popolare, può essere preparata con gli ingredienti più umili e basilari e risultare comunque unica e gustosissima: come una comunità in cui ciascuno apporta il suo contributo per il raggiungimento di un risultato comune, senza che nessuno prevarichi l’altro!

Per noi la zuppa è quindi un alimento che viene dal basso, per questo motivo non possiamo concepire il Festival senza un legame con il mondo e con i territori, con le loro resistenze e loro sfide. Due anni fa ci eravamo soffermati sul grande bluff di Expo, prima ancora sulla questione dell’acqua come diritto universale a gestione pubblica. Lo scorso anno abbiamo dedicato il Festival a tutte quelle realtà associative e spazi sociali di Roma colpiti da ingiunzioni di sgombero, alcuni dei quali portati a termine, nonostante negli anni abbiano creato socialità, recuperato luoghi degradati dall’abbandono, promosso cultura e sport accessibili a chiunque, continuando a rendere vivi i quartieri della città di Roma: una questione che ancora oggi rischia di cancellare il patrimonio sociale e culturale della città.

La decima edizione del Festival della Zuppa vuole essere dedicata e sostenere il movimento globale “Non una di meno”. Crediamo che l’autodeterminazione femminile sia uno strumento fondamentale per porre fine a discriminazione, violenza e ingiustizia di genere. In una società chiusa e bigotta in cui la violenza sulle donne assume forme strutturali (sul lavoro, nella sanità, nell’istruzione, …), vogliamo contribuire all’apertura di uno spazio libero in cui sia possibile rivoluzionare relazioni e dinamiche di genere, anche attraverso giornate come questa. Ci rivolgiamo quindi a tutte quelle realtà sociali che operano per una trasformazione della società nell’ottica dell’autodeterminazione femminile, che l’8 marzo hanno gridato a gran voce “Non una di meno!”, e le invitiamo a gareggiare al contest zuppesco, a raccontarsi e a portare tutta la loro ricchezza.

Anche quest’anno i temi del riuso e del riciclo saranno fondamentali, messi in pratica attraverso l’utilizzo di bibite alla spina e acqua gratis per ridurre gli imballaggi e una raccolta differenziata ben impostata.

Il Festival Internazionale della Zuppa di Roma è un evento a cui possono partecipare tutti: associazioni, collettivi, famiglie e singoli cittadini. Vi aspettiamo, sia come assaggiatori, che come cuochi!

I cuochi partecipanti si contenderanno quattro premi molto ambiti: il mestolo d’oro, il mestolo d’argento, il cucchiaio di legno e il premio del riciclo assegnato dalla giuria bambini. Inoltre le zuppe in gara potranno creare dei “Network Zuppeschi”, ovvero dei gruppi di zuppe che si coalizzeranno per vincere il premio “N”.

Ad arricchire la giornata ci saranno concerti, artisti di strada, laboratori per tutte le età, spettacoli di teatro, giochi per grandi e piccini.

#ZuppeDiOgniGenere

Per informazioni e pre-iscrizioni: zuppa@lacittadellutopia.it

La Città dell’Utopia

(Via Valeriano 3f, Metro B San Paolo, Roma)

FB: Festival Internazionale della Zuppa di Roma

FB2: La Città dell’Utopia

PROGRAMMA WORK IN PROGRESS:
dalle 10.00 – “Alla ricerca della zuppa misteriosa”, laboratorio di gioco e divertimento per bimbe/i di ogni età (a cura dell’Associazione Eduraduno)

– Apertura LUDOTECA ITINERANTE (costruire con le tavolette, disegnare con le calamite)

– “MINI-SELFIE dei 10 anni”, Angolo fotografie bimbi

Ore 12.00 – Apertura iscrizione delle zuppe in gara presso lo Zuppen Desk

– “DIVAGAZIONI” – clown, giocoleria e distrazione a cura de La Compagnia della Settimana Dopo

Ore 12.30 – Chiusura festosa della mattina con il Laboratorio Samba Precario e consegna delle felpe serigrafate

Ore 13.00 – Pranzo a cura della Biosteria dell’Utopia

Ore 15.00 – “VITA IN-ATTESA”, performance a cura del Laboratorio Tertrale dell’Utopia

Ore 15.30 – Chiusura Zuppen Desk

Ore 15.45 – Concerto dei NO FUNNY STUFF (“musica fatta in casa” – country blues, ragtime, early swing, bluegrass e skiffle.)

Ore 16.00 – ASSAGGI ZUPPESCHI: GARA DELLE ZUPPE con ricchi premi e cotillón

Ore 17.00 – “The Shay Street Show”, spettacolo di giocoleria e arte circense

Ore 17.30 – PremiazionI

Ore 18.00 – Festa di chiusura con FIMMENE FIMMENE (musiche e danze popolari del centro e sud italia)

Il volontariato per trasformare l’Europa: anche SCI-Italia aderisce all’appello verso il 25 marzo

Il volontariato per trasformare l’Europa: anche SCI-Italia aderisce all’appello verso il 25 marzo

In occasione del sessantesimo anniversario della firma dei Trattati di Roma, il 25 marzo i leader europei saranno a Roma in un momento particolarmente delicato della storia dell’Unione Europea. Indebolita da politiche ingiuste e dall’austerità, oggi l’Unione Europea è a rischio disgregazione, sotto la pressione di riemergenti nazionalismi e razzismi che vorrebbero portare indietro la storia, di cui le prime vittime sono i migranti, insieme alla democrazia e ai diritti.

Le organizzazioni che si riconoscono nell’appello La Nostra Europa unita solidale e democratica hanno dato vita a una mobilitazione nazionale ed europea dal 23 al 25 marzo per chiedere un’Europa migliore che si chiuderà con il corteo che partirà da p.zza Vittorio alle ore 11 di sabato 25 e che si concluderà al Colosseo.

E davanti al Colosseo inizieremo questa mobilitazione popolare con un intervento di recupero e ripristino di spazi pubblici nel parco di Colle Oppio. Il fitto programma di incontri, dibattiti e forum, sarà infatti inaugurato il 23 marzo alle ore 9.30 all’entrata di via delle terme di Traiano con l’iniziativa “Volontariato, servizio civile e impegno civico per un’Europa unita e solidale” per il ripristino delle aree attrezzate a Colle Oppio, area pubblica simbolica scelta per riunire giovani volontari, italiani europei ed internazionali, impegnati in un mini-campo di volontariato.

Vogliamo così rappresentare un modo diverso, civile e democratico, di vivere la cittadinanza europea che non può che essere inclusiva. Chiediamo a tutti coloro che sono consapevoli dei rischi che corre il progetto europeo di mettersi in gioco, di mobilitarsi, di partecipare

Inoltre nel pomeriggio, dalle ore 18,00, presso l’aula 2 della Facoltà di Matematica dell’Università la Sapienza, si terrà un forum sul tema della Cittadinanza Europea e il ruolo del volontariato.

A entrambe le iniziative prenderà parte anche SCI-Italia, insieme a Legambiente, Lunaria, Baobab Experience, Erasmus Student Network ESN, Youth Action for Peace, Link-Rete della conoscenza, Arci Servizio Civile, Arci Roma, Alliance of European Voluntary Service Organisations, Europe Civic Forum con il sostegno di molte altre associazioni.

Incontriamoci e lavoriamo insieme per dimostrare che chi crede ad un’Europa solidale, coesa e unita può fermare i mostri della storia europea che paiono tornare.

Scarica qui la locandina.

Il mio campo in una “juvenile correctional facility” in Croazia

Il mio campo in una “juvenile correctional facility” in Croazia

L’articolo è stato scritto da Francesco Rasero, che nell’estate 2016 ha partecipato a un campo di volontariato SCI in Croazia.

La scorsa estate, giunto quasi al compimento dei 38 anni, ho deciso di impegnare gran parte delle mie ferie per prendere parte a un campo di volontariato internazionale. Era un’esperienza che avevo già vissuto parecchio tempo prima, quando avevo esattamente la metà degli anni attuali, e di cui conservavo un bellissimo ricordo. Giovane universitario, infatti, alla fine degli anni Novanta mi ero recato in Romania per partecipare a un campo di due settimane presso una “casa dei bambini”, struttura a metà tra l’orfanotrofio e la casa-famiglia. Di quell’esperienza, dopo quasi vent’anni, conservavo anche alcune amicizie durate nel tempo: a inizio 2016 avevo rivisto -in Italia- una delle bambine di allora, nel frattempo diventata quasi trentenne, e con uno dei volontari locali (ungherese) ho mantenuto un’amicizia tale per cui sono diventato anche padrino della figlia. Insomma: già sapevo che il volontariato, ancor più se vissuto con la formula dei campi internazionali, avrebbe potuto darmi molto, innanzitutto a livello umano.

Così, in un giorno di primavera, iniziai a cercare in rete, trovando alcune interessanti proposte da parte del SCI per il mese di agosto. Senza pensarci due volte, ho mandato il formulario di iscrizione e indicato, in ordine di preferenza, i tre campi a cui avrei voluto partecipare. Tutti in ambito sociale e/o di animazione di bambini, visto il positivo retaggio che portavo con me. Nel giro di qualche settimana sono stato ricontattato per la mia “prima scelta”, ovvero un campo in Croazia, nel piccolo paese di Bedekovčina, a una trentina di chilometri dalla capitale Zagabria. Si trattava di andare a fare attività di animazione in una sorta di riformatorio, o struttura penale minorile, o casa di accoglienza per ragazze minori. Ammetto di non aver capito benissimo dove sarei andato a finire, tutto subito, ma ricordo di aver selezionato quel campo innanzitutto perché mi sembrava la “sfida” più interessante.

Certo, quando il tutto è iniziato a diventare più reale e concreto, non sono mancati gli interrogativi: avrà senso fare un’esperienza simile alla mia età? E in una realtà per la quale non ho alcuna “preparazione” (sono laureato in comunicazione, e quello faccio di mestiere da una dozzina di anni)? E con un target così difficile, come quello di ragazze adolescenti, per di più in un posto di cui neppure conosco la lingua? Oltre a “giocarmi” in questo modo le vacanze estive… Tutte domande che oggi, pur suonandomi legittime, mi paiono così superate e distanti rispetto a quanto ho vissuto!

L’appuntamento dato dalle organizzatrici locali (Lea e Mia, due ragazze croate eccezionali, oltre che dal nome molto corto) era per una domenica mattina alle 10 davanti alla stazione di Zagabria. Nei giorni prima, però, avevo già dovuto approfondire le ragioni della mia “candidatura”, presentando loro un progetto di attività da svolgere con le ragazze della struttura presso cui saremmo andati, indicando anche le tempistiche ed eventuali necessità logistiche e/o di materiali. Ammetto che questa è stata in assoluto la fase più difficile di tutto il campo! E dire che di progetti, per lavoro, ne scrivo parecchi ogni anno! Alle 10 della domenica, alla spicciolata, ecco che ci ritroviamo tutti dal vivo, per la prima volta dopo un po’ di formali presentazioni a distanza via chat. Oltre a Lea e Mia, ci sono anche le mie future compagne e i miei futuri compagni di avventura dei dieci giorni a venire: Recep (19 anni, studente turco) e David (poco più di venti, catalano e teacher-to- be) sono gli unici maschi, mentre le volontarie sono Ivana (serba, anche lei poco più che ventenne e futura insegnante, ma innanzitutto ragazza dalle mille risorse), Tereza e Katerina (19 e 20 anni, studentesse boeme, che hanno fatto forse l’errore, se così si può dire, di venire insieme, da amiche) e Christine (inglese, ex giornalista Bbc che, ormai superata la settantina, da diversi anni gira il mondo come volontaria).

“Che gruppo piccolo ed eterogeneo… e neanche sono il più vecchio”, penso. Io sono arrivato a Zagabria in macchina, e mi offro quindi di portare i bagagli di tutti, insieme a Lea e Recep che vengono con me, mentre gli altri ci raggiungeranno in treno. Arriviamo così per primi alla “juvenile correctional facility”, che sorge su una collina sovrastante il paese e ha gli uffici in un piccolo castello (!). Mentre Lea va a parlare con lo staff per sbrigare le ultime pratiche burocratiche -è una struttura statale- io e Recep iniziamo a girovagare nel parco circostante. Nel giro di un paio di minuti veniamo subito scorti e “intercettati” da tre delle ragazze che avrebbero fatto parte del nostro campo. “Come vi chiamate?”, “Da dove venite?”, “Quanti anni avete?” ci chiedono subito in inglese, per poi iniziare a ridere e parlottare in croato sia dell’Italia che della Turchia (Paese di cui hanno il mito, grazie soprattutto ad alcune telenovele popolarissime qui in Croazia). Nel giro di un’ora arriva anche il resto del gruppo. Veniamo accolti da una sorta di vice-direttore (la direttrice della struttura è una persona eccezionale ma, essendo estate, è in vacanza e la conosceremo solo a metà del campo): lui ci illustra alcuni aspetti del centro, di come funziona, di cosa aspettarci (o non aspettarci) dalle ragazze. A dire il vero ne fa un quadro abbastanza negativo, ma per fortuna non ci scoraggia assolutamente e, più che altro… si sbaglierà di grosso!

I primi momenti li passiamo a sistemarci nelle stanze che ci sono state riservate all’interno di un padiglione in disuso, spartano ma funzionale e pulito. Per dieci giorni quella sarà anche la nostra “casa”, condividendo gli spazi con le ragazze lì ospitate. Questo campo, infatti, prevede sia alloggio che vitto forniti all’interno struttura ospitante, cosa abbastanza rara: ammetto che aver scoperto nella descrizione che avrei avuto un letto (e non un sacco a pelo in una tenda da montare ogni giorno) e addirittura una mensa con cuochi che ci avrebbero preparato i pasti (!!!) ha contribuito a farmi privilegiare questa destinazione, in fase di scelta iniziale. Sono vecchio e pigro, io. Già dopo un paio d’ore dal nostro arrivo, comunque, Lea e Mia ci fanno incontrare le ragazze -che non vedevano l’ora di conoscere questi volontari!- e iniziamo con qualche simpatico gioco di ice-breaking. La sera siamo tutti intorno a un tavolo a cenare (alle 18… si mangia presto qui!) e poi si esce in paese, con le ragazze e due educatrici, per prendere un gelato. Inizialmente non è facile interagire tra di noi e con loro; la barriera della lingua non aiuta, e ancor meno quella dell’età. Eppure dieci giorni dopo saremo diventati amici con tutti, e addirittura “fratelli” con qualcuno/a! La prima sera vado a letto stanco, e anche un po’ confuso. Come andrà questa esperienza? Riuscirò/riusciremo a superare le barriere?

Il mattino dopo partiamo con un briefing organizzativo. Ok, detto così sembra un parolone: in verità ci mettiamo tutti noi volontari in un salone e iniziamo a presentare le attività che abbiamo pensato, discuterne e calendarizzarle nei giorni a venire. Alla fine viene fuori un programma dettagliato giorno per giorno, che ovviamente (e fortunatamente) sarà rispettato solo in minima parte! Il bello di questo campo, infatti, è che ben presto i rapporti interpersonali e la voglia di conoscersi e stare insieme, al di là di età/provenienza/esperienze/ecc, prenderanno di gran lunga il sopravvento sulle attività pianificate, per quanto belle e interessanti. In dieci giorni abbiamo fatto davvero tantissime delle cose che ciascuno di noi aveva preparato prima di venire qui -dallo yoga al face painting, dal basket al ballo, giusto per citarne qualcuna- e preso parte anche alle varie iniziative che le organizzatrici avevano pensato per noi, come le serate in cui ognuno doveva presentare la propria terra d’origine. Però i ricordi più belli, almeno per me, sono legati alle chiacchierate nel parco dopo pranzo; alle sere passate a raccontarci aneddoti con il sottofondo di una chitarra o a quelle in cui ascoltavamo il verso delle civette e dei gufi; ai giri in bici nella campagna circostante, senza una meta precisa; a quando abbiamo cucinato tutti insieme perché le cuoche erano di riposo o a quando siamo andati ai laghi a piedi per bere una bibita insieme. Addirittura alle puntate delle telenovele turche sottotitolate in croato …pur di non andare a dormire! Insomma, tutti momenti di socializzazione e amicizia puri, spontanei, non organizzati e non organizzabili. Veri.

Nel corso dei giorni abbiamo anche stretto i rapporti con gli educatori della struttura, persone spesso motivatissime e molto in gamba nonostante una situazione non facile anche solo per i mille aspetti burocratici. È grazie a loro, ad esempio, se le ragazze sono potute venire insieme a noi a Zagabria, in quella che avrebbe dovuto essere (da programma ufficiale iniziale) la gita della giornata “libera” per noi volontari, ma che nessuno di noi avrebbe voluto vivere da turista. Ormai eravamo diventati un tutt’uno con le ragazze: che senso avrebbe avuto “sprecare” un giorno per andare, solo noi “stranieri”, nella capitale? Andarci tutti insieme, invece, è stata un’altra esperienza indimenticabile, così come il pomeriggio e sera in cui gli educatori ci hanno portati -sia noi volontari che le ragazze, ovviamente- a un festival cultural-musicale nelle vicinanze.

I dieci giorni di campo sono passati velocissimi. Le paure pre-partenza si sono dissolte nel giro di 24 ore, anche meno. Avremmo dovuto passare sei ore al giorno a fare il nostro “lavoro” di volontari, mentre alla fine lo abbiamo fatto quasi h24, senza neanche accorgercene. Le barriere sono crollate tutte, anche quelle più personali e meno evidenti. Il giorno di fine campo eravamo tutti tristi perché ci dovevamo salutare, ma felicissimi per le amicizie strette, così autentiche e così profonde, almeno in molti casi. Per fortuna esistono i social, e una giornata di guida non mi spaventa. Riesco così ancora oggi a sentirmi periodicamente con tanti miei compagni di quest’avventura, nonostante le distanze. E nei mesi scorsi, approfittando di un “ponte”, sono riuscito anche a tornare a salutare “dal vivo” alcune ragazze. In attesa che arrivi un’altra estate…

Costruire comunità solidali: campo di volontariato in Portogallo

Costruire comunità solidali: campo di volontariato in Portogallo

Dal 17 al 25 giugno un campo di volontariato a Estoril, città costiera vicino Lisbona, capitale del Portogallo.

Estoril è anche un quartiere dov’è attivo un progetto di case popolari per famiglie migranti, provenienti in particolare da paesi africani come la Guinea Bissau e Capo Verde. I volontari internazionali, insieme ai giovani locali e alle loro famiglie, progetteranno e costruiranno degli spazi comunitari in sinergia con la popolazione locale. Gli obiettivi principali saranno il rinnovo del centro giovanile e di quello sportivo, oltre alla costruzione di più piccoli spazi sociali per permettere ai gruppi della comunità di incontrarsi ed organizzare attività insieme. Non mancherà l’occasione di organizzare e sviluppare attività, specialmente per i bambini. Inoltre, i volontari avranno modo di immergersi nelle bellezze culturali e naturali delle città di Estoril, Cascais e Lisbona.

Il progetto è gestito dall’associazione Para Onde, attiva dal 2014 come sito d’informazione e dal 2016 come ONG, che promuove l’inclusione sociale attraverso il volontariato.

La lingua ufficiale del campo è l’inglese; l’eventuale conoscenza del portoghese o dello spagnolo può essere un aiuto in più.

Poiché il campo è rivolto ai giovani della comunità, si richiede un limite massimo di età di 30 anni. Verrà richiesto ai partecipanti di avere una Skype call con gli organizzatori prima della partenza.

Per partecipare a questo campo non è necessario, ma rimane consigliato, prendere parte agli incontri di formazione pre-partenza organizzati da SCI-Italia.

Per tutte le informazioni sul campo, questa è la pagina dedicata.

Tutti i campi di volontariato del Servizio Civile Internazionale sono consultabili sul database www.workcamps.info.

 

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