Diari islandesi: racconto di un campo di volontariato tra i fiordi dell’Islanda

Diari islandesi: racconto di un campo di volontariato tra i fiordi dell’Islanda

L’articolo è stato scritto da Filippo Dierico, che nell’estate 2016 ha partecipato a un campo di volontariato in Islanda, con l’obettivo di ripulire i fiordi nella regione delle Westfjords dall’immondizia depositata.

“Ma non ti piacerebbe andare in Croazia con i tuoi amici? Secondo me si divertiranno un sacco e
di certo è meno complicato da organizzare!”

“Non metto in dubbio che si divertiranno, ma questa è l’occasione per realizzare uno dei sogni
della mia vita, è lì che vorrei andare e quella è l’esperienza che vorrei fare!”

Spiegare ai miei genitori quello che sarei andato a fare in Islanda non fu certo facile. Non certo per discriminare la loro generazione, ma credo che siano portati a svalutare il volontariato. Indottrinati dalla concezione del lavoro retribuito, spesso dimentichiamo l’utilità degli atti gratuiti che alcune persone scelgono di compiere. C’è chi desidera dedicare il proprio tempo libero e le proprie risorse per cercare di migliorare la società in cui vive, o chi si adopera per salvaguardare la salute del pianeta, tante piccole formiche che agiscono per mitigare gli effetti negativi delle attività umane.

Aiutare ragazzi con difficoltà di apprendimento nel percorso scolastico, tenere compagnia ad anziani che altrimenti sarebbero soli per molte ore al giorno, sostenere le persone colpite da una calamità naturale e aiutarle a ritornare alla vita quotidiana, costruire pozzi in zone desertiche, proteggere i bambini in zone di conflitto armato. Questi sono solo alcuni esempi attività di volontariato. Molto spesso non ci facciamo caso o ne siamo completamente inconsapevoli, ma i volontari ci sono e lasciano segni indelebili nel mondo e nelle persone con cui si relazionano.

Torniamo a noi. Un viaggio. Si, io adoro viaggiare. Può sembrare la solita frase fatta, parole che si dicono per farsi notare, ma io non la penso così. Sono profondamente contrario a chi afferma che
viaggiare permette di trovare se stessi. Non è una legge universale applicabile a tutti. Vale per certe persone, certamente, ma altre persone la pensano diversamente e vanno rispettate, per fortuna siamo diversi. Quella che voglio brevemente raccontare è una delle esperienze più belle che io abbia vissuto fino ad ora, un’esperienza che mi ha consentito di realizzare uno dei miei tanti sogni, uno di quelli che
sentivo ardere più intensamente.

Unire il volontariato e il viaggio, in Islanda. Vivere in uno degli angoli più remoti e più incontaminati del mondo.

Fu il mio primo viaggio da solo, presi l’aereo di notte da Malpensa e di notte arrivai a Keflavik, l’aeroporto ad un’ora di strada da Reykjavik, la capitale. Passai la notte in aeroporto, dove casualmente conobbi Juan Jesus, un trentaquattrenne spagnolo che avrebbe partecipato al mio stesso campo. Insieme andammo a Reykjavik e ci incontrammo con gli altri partecipanti al campo. Un team internazionale, ovviamente. C’erano due ragazze tedesche, un ragazzo dI Hong-Kong, una canadese, due spagnoli (uno dei due era Juan, l’altro era Samuel, il nostro giovane camp-leader) ed io. Il nostro compito per due settimane fu quello di ripulire dall’immondizia i fiordi nella regione delle Westfjords, nella parte nord-ovest dell’isola, affacciata sull’oceano. Immondizia? In Islanda? Certo che si, la Corrente del Golfo infatti trasporta moltissimo materiale dannoso per l’ambiente sulle coste, soprattutto pezzi di plastica di ogni tipo e reti da pesca scartate dalle navi e buttate in mare.

Con il passare dei giorni diventammo una squadra sempre più efficiente e coesa. Oltre a rimuovere chili e chili di plastica e metri di reti da pesca, passavamo anche qualche ora nelle hot-tubs, pozze di acqua calda proveniente dal sottosuolo vulcanico dell’Islanda, sono uno dei principali passatempi degli islandesi. Le hot-tubs di Drangsnes, il villaggio da 80 abitanti in cui eravamo ospitati, si affacciano su un fiordo che entra per decine di chilometri nella costa dell’isola. Noi andavamo alle hot-tubs nel tardo
pomeriggio, nonostante fossero le 18-19 il sole era ancora alto. In Agosto infatti sorge attorno alle
3 della notte e si ha il buio completo solo attorno a mezzanotte inoltrata. La nostra giornata solitamente terminava con una passeggiata (a cui pochi prendevano parte a causa della stanchezza) e una tazza di the homemade. La maestra della scuola del villaggio, Martha, ci insegnò infatti a riconoscere e raccogliere un particolare tipo di fiore che cresce in quella regione, per poi utilizzarlo come infuso. Berlo prima di dormire diventò un’abitudine per me e per la mia coetanea da Amburgo.

Il fiordo che vedevamo dalle finestre della casa che ci ospitò era pieno di vita, anche per merito di
Grimsey Island, un’isola a poche miglia dalla costa, dove nidificano migliaia di gabbiani e pulcinelle di mare, variopinti e buffi animali simili a pinguini che vivono esclusivamente nelle Isole Farøer e in Islanda. Un giorno una barca ci portò anche su Grismey Island, dove ci calammo da una scogliera di 30 metri e ripulimmo la spiaggia, circondati da stormi di centinaia di pulcinelle di mare. Nel weekend della prima settimana andammo a fare hiking, risalimmo il monte Drangs e scendemmo dal versante opposto, per poi finire in una specie di centro benessere con piscina, dove ci accolsero a braccia aperte per il lavoro che stavamo facendo. Nel ritorno a Reykjavik avvistammo anche un branco di tre balene, fu uno spettacolo che mi rimase impresso così profondamente che credo mai lo dimenticherò.

Il campo durò in totale 13 giorni, rimasi poi altre 2 notti a Reykjavik con alcuni dei miei compagni di volontariato, vivendo insieme 24 ore al giorno. Per due settimane si erano infatti creati dei legami fortissimi. Girammo per la città, in alcuni momenti da soli, in altri tutti insieme. Essendo molto piccola per essere una capitale era facile ritrovarsi anche senza accordarsi precedentemente. Una sera mangiammo cibo tipico islandese, tra cui una zuppa di crostacei, carne di montone, di squalo e di balena. Questi ultimi due li assaggiò solo Juan. Andammo poi a bere una birra in un affollato pub in Hverfisgata, una delle vie principali di Reykjavik.

Riassumere tutto ciò che ho vissuto e provato in due settimane in Islanda non rende certo onore all’esperienza fatta e a ciò che mi ha lasciato, ma rischierei di dilungarmi veramente troppo. Sento che quella fu una delle esperienze più intense e significative della mia vita: realizzai il mio sogno di vedere l’Islanda, sogno che coltivavo da anni e che ora è mutato nel desiderio di tornarci.

La prima impressione fu quella di trovarmi su un altro pianeta. Ricordo perfettamente di quando ero sul pullman con Juan Jesus, diretti a Reykjavik. Lo spettacolo fuori dal finestrino non è facilmente descrivibile con le parole. Immense distese di roccia nera, vulcani dalla cima innevata che si alzano all’orizzonte, i raggi del sole che si riflettono sull’Oceano Atlantico settentrionale anche a mezzanotte, l’aria fresca e purissima che entra nei polmoni, il rincorrersi delle nuvole, talmente basse da dare l’impressione che stessero accarezzando quella magica isola, dove la natura non viene soggiogata dall’uomo e dove l’uomo ha imparato a vivere nel rispetto del mondo che lo circonda. Un chiaro esempio di questo profondo rispetto per la natura si può trovare nella lingua islandese, “heima” significa “casa”, “heimur” significa “mondo”. La radice è la stessa: negli islandesi il legame con l’ambiente naturale è fortissimo, lo considerano la loro casa.

Credo che la semplicità e la selvatichezza dell’Islanda ti facciano profondamente capire quante cose superficiali consideriamo importanti nella nostra vita e, al contempo, quante cose importanti consideriamo banali e poco rilevanti. I momenti che apprezzai di più furono quelli passati nelle hot-tubs con i miei amici, o seduti in cima ad una scogliera a guardare i colori del fiordo e a parlare dei libri che ci piace leggere e dei sogni che abbiamo nella vita. Mi sentivo come se fossi arrivato in un ambiente di natura talmente incontaminata da influire in maniera radicale anche sui rapporti umani, come se pure quelli fossero tornati ad uno stato primordiale, incontaminato. Che fosse una mia impressione o che fosse la realtà, quello fu ciò che sentii in quelle due settimane. Mi sembrarono due settimane meravigliosamente al di fuori del tempo.

Quando tornai in Italia, dopo qualche mese, decisi di entrare a far parte del comitato di Padova dello SCI (Servizio Civile Internazionale), che fece da tramite prima della partenza con l’associazione islandese SEEDS per questioni burocratiche/amministrative. Ora sono un membro di questo gruppo di volontari, per portare la mia testimonianza, per aiutare altre persone a capire cosa significhi partecipare ad esperienze come queste e per aiutarle a partire in senso effettivo, in qualsiasi parte del mondo si decida di andare.Vorrei ringraziare particolarmente per quelle due bellissime settimane i miei genitori; i miei compagni di volontariato Juan Jesus, Paola, Jason ribattezzato Roberto, Samuel, Casey e Miriam; Finnyr, il sindaco di Drangsnes; Martha, la maestra del villaggio; i pescatori e i contadini di Drangsnes; lo staff dello SCI (soprattutto i nuovi amici dello SCI Padova) e quello di SEEDS Iceland.

Og tankur sem þú Ísland!

Il giorno della memoria: storie di Kurdistan, Yazidismo e genocidi

Il giorno della memoria: storie di Kurdistan, Yazidismo e genocidi

Crowdfunding – Dal 27 gennaio, in coincidenza con il Giorno della Memoria, al 25 marzo, in occasione del Newroz, capodanno curdo, sarà aperto un crowdfunding, ovvero un processo di raccolta fondi dal basso. Tutte le informazioni sono contenute sul sito www.yazidi.it, legato alla pagina FB Yazidi’s Voice.

Sarà possibile donare in due modalità differenti: attraverso la piattaforma per i pagamenti gofundme.com oppure di persona, nel corso degli eventi di presentazione del progetto.

Il progetto di crowdfunding.  Da circa un mese le bambine e i bambini ospiti del campo di Findalik, gestito dalla Municipalità Metropolitana di Diyarbakir, sono stati forzosamente spostati presso il campo governativo Afad di Madyat. La regolamentazione del nuovo campo è diversa da quella precedente: ai rifugiati è consentito uscire solo il lunedì e non sono permesse visite di soggetti esterni.

L’obiettivo principale del progetto diviene, quindi, sfruttare nella sua interezza quell’unico giorno della settimana per garantire ai bambini yazidi la possibilità di andare a scuola di lingua inglese. Uno strumento che, nel contesto politico e sociale in cui sono inseriti, può fare la differenza in termini di prospettive di lavoro, di consapevolezza e di libertà personali. Il progetto pilota della scuola avrà durata di tre mesi, e sarà implementato in una casa individuata nel paese di Midyat, con caratteristiche strutturali compatibili alle esigenze del progetto.

La realizzazione del progetto sarà affidata a due volontari a lungo termine, uno locale e uno internazionale, previa selezione, a cui si aggiungeranno altri volontari coinvolti in campi di volontariato internazionale. Questi ultimi saranno di supporto alle attività collaterali con le bambine e i bambini e al loro coinvolgimento nelle stesse, alla preparazione dei pasti, cosicché la scuola si possa trasformare in un momento di festa con ragazze e ragazzi internazionali.

Obiettivo conseguente saranno i bambini curdi residenti nel paesino, cui verranno dedicate le altre giornate a disposizione.

Ringraziamenti. Nel corso degli eventi sarà allestita una mostra con alcune fotografie scattate nel corso dei diversi campi realizzati a Diyarbakir: chi donerà una cifra superiore a 10 euro, riceverà in regalo una fotografia. Chi invece donerà una cifra superiore a 50 euro, riceverà come ringraziamento speciale una lettera da parte dei bambini yazidi rifugiati.

 

Eventi. Gli eventi di lancio e presentazione del crowdfunding sono:

27.01.2017  presso il centro culturale artistico Macao (via Molise, 68 – Milano) per il lancio della campagna

19.02.2017, h17.30,  presso lo spazio culturale giovanile La Dogana (via Dogana, 2 – Milano)

05.03.2017, h20.00,  presso Ostello Bello (via Medici, 4 – Milano)

25.03.2017  presso il centro culturale artistico Macao (via Molise, 68 – Milano) per la chiusura della campagna

  • in corso di aggiornamento

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IL CAMPO RIFUGIATI DI FIDANLIK

Immagini di novembre 2016. A 20 minuti dalla città vecchia, superate le colorate insegne del nuovo centro, attraversato il disordine dei piccoli centri abitati e le loro piccole moschee, costeggiati i segni dalla evidente presenza militare turca, il campo. Lambito dal fiume Tigri, omaggio di civiltà, e immerso nel verde.
Si giunge all’ingresso, un cancello arrugginito di qualche metro tra alte e spesse mura coperte di filo spinato. Dentro, si intravedono le tende chiare che ospitano rifugiati curdi yazidi provenienti dalla regione di Sinjar, o Shingal, in Iraq. 1.500 persone approssimativamente, perché nuovi arrivi e partenze caratterizzano ogni giorno, divise in nuclei familiari da cinque a otto persone che hanno diritto a tre tende, adibite a cucina, soggiorno e stanza da letto.
All’ingresso ci sono alcune piccole strutture sede delle attività e pochi metri oltre cominciano lunghe file di tende, larghi cavi ne portano l’elettricità dai generatori isolati da sacchetti di plastica. A un’estremità ci sono campi da gioco, quasi inutilizzati, che, insieme alle altre infrastrutture, stanno deteriorandosi.
Le pietre della strada sono rosicchiate dall’erba ingiallita e dalla terra, sul percorso ci sono delle aree dedicate all’orto, gestite dalle famiglie che ne hanno volontà. All’interno, equidistanti, ci sono dei negozi di alimentari aperti da ospiti stessi del campo, ad aggiunta delle derrate alimentari distribuite a cadenza mensile – secche – e settimanale – fresche – dalla Municipalità Metropolitana di Diyarbakir, che ne ha in capo la gestione. Affidata a un’ONG turca che impiega personale curdo, e non al governo turco direttamente, garantisce condizioni di vita più elastiche – in termini di libertà di movimento, visite, attività –, seppur a discapito di alcuni servizi e benefit presenti in altri campi.
La condizione giuridica. Al momento dell’arrivo, le autorità turche hanno consegnato a ciascun ospite un badge identificativo con un codice: chi non ha il codice corrispondente all’arrivo più recente e alla permanenza in un campo governativo, gode di meno diritti. In primis c’è rischio di essere espulsi se fermati all’esterno del campo, l’impossibilità di ottenere il riconoscimento dello Status di Rifugiato e di spostarsi dalla Turchia verso l’Europa: ovvero, il blocco di ogni possibile evoluzione del proprio percorso.
Ciascun ospite ha diritto a sole 65 lire turche (circa 20 euro) al mese e non ha i documenti adeguati a lavorare regolarmente, condizione incentivante del lavoro nero malpagato. Alcuni lavorano nei campi di cotone limitrofi e vengono pagati una decine di lire al giorno (circa 3 euro).
I minori ospiti del campo sono un terzo del totale, non viene loro garantita alcuna forma di tutela e le attività a loro destinate sono poche: non hanno diritto di accesso alla scuola, a Diyarbakir, e la regola dell’autogestione si rivela quella vincente.
I genitori si prendono cura di tutti, i figli maggiori si prendono cura dei più piccoli. Tra questi, c’è J., un ragazzo di 23 anni con il volto cresciuto dagli eventi recenti, alto e spesso, capelli e occhi neri: parla inglese e l’ha messo a disposizione.
La scuola di inglese – S., una ragazzina di dodici anni, alta e snella, il viso delicato, i capelli lunghi raccolti in uno stretto chignon color nocciola come gli occhi e le lentiggini, ascolta la lezione con entusiasmo; M., occhi e capelli di suo fratello J., traspare dolcezza, sensibilità e una gran necessità di attenzioni; M., dieci anni di furbizia, ha i capelli rossi e gli occhi azzurri, saltella qua e là trovando modi per “truffare” ai giochi; A., basso e minuto, gli occhi verdi svegli e attenti, i capelli lisci fino alle orecchie, canta dolorose canzoni tradizioni curde.
Sono trenta, tra gli 11 e i 14 anni, equamente e visibilmente divisi tra maschi e femmine, provenienti da una scolarizzazione in lingua araba. J. fa lezione tutti i giorni per un paio d’ore, al confine della stanchezza di bambini abituati a non andare quotidianamente a scuola.
E’ una classe silenziosa, attenta, pronta ad assimilare quello che verrà loro insegnato dall’insegnante, piena di energie che vengono quotidianamente dimenticate. Hanno un gran bagaglio lessicale, ma difficoltà di pronuncia per la poca pratica. Tra di loro ci sono due ragazze che, tra autonomia e dedizione personale, hanno raggiunto un livello di inglese sufficientemente alto da poter coadiuvare J. nell’insegnamento agli altri bambini.
Loro rafforzano la speranza di J. per cui, nonostante tutto, si renda loro possibile raggiungere l’Europa in possesso di alcuni strumenti utili, come la lingua.

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YAZIDISMO

L’angelo pavone. La fede religiosa Yazida viene da qualcuno definita come composta da “adoratori del diavolo” ed è ancora elencata tra le sette musulmane seppur non abbia praticamente nulla di islamico. Credono che “Dio il creatore del mondo, ma non il suo conservatore” perché la “conservazione tocca ai sette angeli divini, principale fra i quali Malak Taìa’us ‘l’angelo pavone’, simbolo dell’immortalità e del sole”.
Il giorno della settimana da loro considerato sacro è il mercoledì e il nuovo anno inizia il secondo mercoledì del mese di aprile che si concretizza in una grande festa.
Il popolo curdo yazida, uno fra i più antichi della Mesopotamia, è stato vittima di 74 genocidi, destinati a diventare un centinaio con quelli ufficiosi, per una stima di circa 700.000 morti.
L’ultimo inconcluso genocidio – È il tre agosto 2014 quando l’ISIS avanza un forte attacco alla regione di Shingal, e nella provincia di Nineveh, nel Kurdistan iracheno. La prima, residenza di 360.000 yazidi, viene sottoposta a pieno controllo mentre la seconda, territorio di altri 200.000 cade sotto un controllo parziale. 3.000 persone sono morte e altrettante sono state rapite: gli uomini sono stati trucidati, i bambini sono stati convertiti forzosamente e indottrinati alla violenza dell’ISIS per divenirne soldati, le donne e le bambine soggette a stupri e torture. Di queste, vendute come schiave sessuali in altre regioni, dozzine sono state uccise e molte altre si sono tolte la vita.
Circa 500.000 yazidi, ovvero circa il 90% della popolazione locale, si trovano sfollati perché le loro case sono state distrutte. Nell’ostico processo di evacuazione delle città e di spostamento nelle regioni curde in Iraq, in Turchia e in Siria, bambini e anziani sono morti a causa della disidratazione o degli stenti. La maggior parte è stata accolta in campi per rifugiati, seppur privi dell’assistenza adeguata ai traumi subiti, mentre tanti sono costretti a dormire in strada o all’interno di edifici abbandonati: tra le categorie più vulnerabili, 20 rifugiati muoiono ogni giorni di fame o malattia.

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IL GIORNO DELLA MEMORIA

Derivazione. Se si intende “la distruzione di una nazione o di un gruppo etnico”, il “genocidio è un crimine che tutto il mondo civile condanna”: dalle parole di Lemkin del 1944 alla legge internazionale riconosciuta dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1946.
Dall’abbattimento dei cancelli di Auschwitz – motivazione originaria per cui è stato istituito – il suo significato è stato poi esteso – deve essere esteso – inevitabilmente esteso ad altri atroci eventi corrispondenti alla definizione.
Yazda.org – Sul sito dell’organizzazione si legge: “We have seen such ethnic “cleanings” before. The Jewish people, historically persecuted time and again, were killed by the millions in the Holocaust before the international community began to provide assistance. […] The Yazidi population in already low: estimated at a mere 700’000”. E chiarisce le specifiche per cui il caso yazida va trattato da genocidio perché mandanti ed esecutori possano essere perseguibili secondo il diritto internazionale.
Ad agosto 2016 la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta sulla Siria, istituita dal Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU nell’agosto 2011 dichiara che il genocidio yazida è in atto.

 

 

1 Left.it/2016/06/16/genocidio-degli-yazidi-sostiene-lonu-ecco-la-storia-del-popolo-oppresso-dallisis
2 yazda.org
3 yazda.org
4 pp 41-54 “STATI ASSASSINI. La violenza omicida dei governi” di Rudolph J. Rummel^
5 Abbiamo già visto pulizie etniche prima. Il popolo ebreo, storicamente perseguitato, è stato ucciso in milioni durante l’Olocausto prima che la comunità internazionale provedesse ad assistenza […] La popolazione yazida è ancora bassa: si stima una mera somma di 700’000 (individui).
6 Per atto e commento: festivaldirittiumani.it/commissione-onu-genocidio-yazida-atto

“Io sono sahrawi”: storia e speranze di un popolo senza terra

“Io sono sahrawi”: storia e speranze di un popolo  senza terra

Articolo di Taghla Brahim Salem, volontaria di Shanti Sahara, associazione di volontariato che si occupa di minori disabili nei campi profughi saharawi, attraverso progetti di sostegno sanitario in Italia e sul campo.

Nella seconda metà degli anni settanta, gli anni delle rivoluzioni, dei movimenti di indipendenza e di legittimazione della maggior parte degli stati attuali, quando ormai si andava terminando il processo di decolonizzazione dell’Africa, il Sahara Occidentale rimaneva l’ultima colonia spagnola del continente. Era il 10 maggio del 1973 quando vedeva la luce il Fronte Polisario, ovvero il movimento di liberazione saharawi, guidato da El Ouali, uomo comune destinato a diventare un leader e un simbolo della lotta.

La Spagna, in una situazione di transizione verso la democrazia, si ritira dal paese senza completare il processo di decolonizzazione chiesto dalle Nazioni Unite. Ed è con i famosi “Accordi Tripartiti” che il governo madrileno cede l’amministrazione di quei territori ai due stati confinanti, Marocco e Mauritania.

Se sulla carta già erano state determinate le sorti del Sahara Occidentale, con l’organizzazione da parte del Marocco della “Marcia Verde” si ha l’effettiva occupazione del territorio da forze ostili: oltre 350.000 coloni invadono le principali città privando la popolazione delle proprie abitazioni.

Nel caos dei bombardamenti e degli attacchi, molte famiglie si separarono, molti uomini si unirono al Fronte Polisario per combattere, mentre i civili fuggirono a piedi in zone controllate dagli indipendentisti sahrawi. Per molti nella fuga si intravede l’unica flebile speranza di sopravvivenza e la maggior parte della popolazione autoctona si vede costretta a questa scelta. Tra i molti, i miei genitori che portano, ancora oggi, vivido il ricordo di quei giorni di terrore ed incertezza.

Dopo mesi di guerra e la conseguente perdita di molti civili, soprattutto per le frequenti e massicce incursioni aeree marocchine, l’Algeria offre ai sahrawi una parte del proprio territorio, lontano dai bombardamenti, dove vengono organizzati i campi profughi e le prime tendopoli. Nel silenzio del deserto, uno dei deserti più aridi e inospitali al mondo, in queste tendopoli di fortuna vicino alla città algerina di Tindouf, sono nata io, 30 anni fa. E come me molti, troppi, sono nati e cresciuti chiamando casa una tenda di fortuna in mezzo al niente, con l’acqua portata da autobotti che ogni 25-30 giorni riempiono le piccole cisterne e con il clima che alterna periodi aridi a devastanti alluvioni che ogni volta distruggono tutto quanto è stato costruito con mattoni di sabbia.

Intanto il Fronte Polisario, temendo che il Marocco potesse occupare il vuoto istituzionale lasciato dalla partenza degli spagnoli, proclama la RASD, Repubblica Araba Sahrawi Democratica creando così le basi di uno Stato che esercita la propria sovranità effettiva sui campi di rifugiati a sud di Tindouf e su un quarto dei territori liberati, e che solo teoricamente ha potere su tutto il territorio del Sahara Occidentale.

Dopo 4 anni di conflitto armato, la Mauritania decide di ritirarsi dal mio paese e di riconoscere la RASD, ma il Marocco continua ad occupare l’altra parte del territorio iniziando a costruire un muro di rocce e sabbia, lungo 2.720 km (1). Per noi sahrawi rappresenta il cosiddetto “muro della vergogna”, disseminato di postazioni militari, filo spinato, campi minati e sofisticati sistemi radar. Un’impresa a dir poco ciclopica, iniziata nel 1980 e terminata sette anni dopo, mirata fin dal principio ad isolare la parte economicamente utile (Smara, Al-Aaiun e le miniere di fosfati di Bou Craa) dal resto del territorio.

In questo modo la popolazione si ritrova divisa da un confine invalicabile: da una parte i campi rifugiati nel sud-ovest dell’Algeria, organizzati in tendopoli e completamente dipendenti dagli aiuti internazionali, dall’altra i territori occupati, condannati a vivere sotto la difficile dominazione marocchina. Qui permangono, ancora oggi, condizioni di emarginazione sociale, di controllo sulle mobilitazioni, di divieto di espressione del dissenso, aggravate dalle detenzioni arbitrarie, dalle torture e dall’uso della forza.

In termini economici, la guerra costa molto al Marocco e intanto la questione passa in mano alle Nazioni Unite che nel 1991 dichiarano il cessate il fuoco istituendo una missione ONU (MINURSO) con il compito di indire un referendum nel Sahara Occidentale, referendum ostacolato a più riprese dal Marocco, poiché tra le opzioni prevede l’indipendenza.

Nonostante le pressioni del Polisario e di altri paesi africani, la MINURSO rimane l’unica missione delle Nazioni Unite a non avere il mandato di controllo sulla violazione dei diritti umani, osteggiato dal Marocco col sostegno della Francia (membro permanente nel Consiglio di sicurezza ONU e quindi con diritto di veto). Molti Stati si sono pronunciati a favore dell’ampliamento del mandato della missione ONU, reso ancora più urgente dopo gli episodi del novembre 2010 avvenuti a Gdeim Izik, a 12 km da Al-Aaiun: in questa città si assiste alla scintilla che, come afferma Noam Chomsky, scatena le cosiddette “primavere arabe”, una grande manifestazione pacifica nei territori occupati che vede l’installazione di molte jaimas (tende) al fine di denunciare le intollerabili condizioni economiche e sociali in cui vivono i sahrawi sotto occupazione. L’accampamento di Gdeim Izik vede la partecipazione di circa 20.000 persone ed é una delle più grandi dimostrazioni contro gli abusi, le torture, gli arresti arbitrari e lo sfruttamento delle risorse naturali. Purtroppo il campo di protesta pacifica di Gdeim Izik viene isolato attraverso la costruzione di diversi muri e recinzioni, e dopo aver effettuato un embargo mediatico, l’esercito marocchino rade al suolo l’accampamento, attraverso l’utilizzo di elicotteri, gas lacrimogeni, cannoni ad acqua.

Anche in questa circostanza non mancano morti e feriti.

Già negli anni ’70 la Corte Internazionale di Giustizia afferma il diritto all’autodeterminazione del popolo sahrawi, così come da sempre dichiarato dalle risoluzioni ONU in cui si parla anche di indipendenza.

Il Sahara Occidentale, al contrario del Marocco che è l’unico paese africano a non farne parte, è membro fondatore dell’Unione Africana, il cui attuale vicepresidente è sahrawi; la Repubblica Araba Sahrawi Democratica è riconosciuta da ben 84 paesi e nessuno Stato riconosce la sovranità marocchina sull’ex colonia spagnola.

Ad oggi il Sahara Occidentale rappresenta uno degli ultimi esempi di decolonizzazione incompleta rimanendo una ferita aperta da oltre 40 anni che necessita di un maggior coinvolgimento della comunità internazionale al fine di superare la situazione di stallo e organizzare il referendum di autodeterminazione.

Il mio popolo ha sofferto l’esilio, un genocidio (2), persecuzioni (3), l’occupazione, ma continua a lottare per ciò che gli spetta, per la propria terra, per la propria cultura, per la propria identità.

Sono più di 40 anni che siamo in attesa di celebrare il referendum e, l’ONU, insieme alla comunità internazionale ha una grave responsabilità nei confronti della nostra Repubblica: si mostra cieca di fronte al principio di autodeterminazione, uno dei principali diritti riconosciuti a ciascun popolo, e lascia prevalere la legge del più forte, la legge di uno Stato che, aiutato politicamente, militarmente e finanziariamente da paesi occidentali come Francia e Stati Uniti, non si fa scrupoli ad usare la forza contro una popolazione pacifica, pur di mantenerne il controllo economico.

Siamo un popolo molto paziente e pacifico, che ha fatto della diplomazia la sua unica arma, e che pur diviso fisicamente rimane unito per un unico obiettivo: vedere un giorno il proprio paese indipendente e libero senza dover più sopravvivere grazie agli aiuti umanitari.

Noi sahrawi continueremo a lottare per la nostra autodeterminazione con dignità e vigore, e, nonostante le innumerevoli ingiustizie subite nei territori occupati, le nuove generazioni nei campi profughi manterranno sempre viva la speranza di potersi ricongiungere in un’unica forte nazione e di poter tornare a vivere da uomini liberi.

Io sono Sahrawi, una rifugiata dei campi profughi, sono nata in quei campi e non ho mai visto la terra di origine del mio popolo, la mia terra. Questa realtà triste e dolorosa, lascia il segno nella vita di tutti noi che viviamo nella speranza di poter riavere un giorno la nostra terra, il luogo dove poter tornare a vivere liberi e uniti.

(1) https://www.amnesty.org/en/countries/middle-east-and-north-africa/morocco/report-morocco/

(2) http://www.middleeasteye.net/news/spainish-judge-upholds-western-sahara-genocide-charges-against-moroccan-officials-1791193667

(3) https://www.amnesty.org/en/latest/news/2016/04/un-must-monitor-human-rights-in-western-sahara-and-sahrawi-refugee-camps/

Pacifismo e migrazioni forzate: seminario in Catalunya, 10-15 marzo

Pacifismo e migrazioni forzate: seminario in Catalunya, 10-15 marzo

“Learn and get inspired from the past” è un seminario internazionale sul tema della pace e delle migrazioni forzate, che si terrà dal 10 al 15 marzo, ad Alt Empordà, Catalunya, al confine tra Spagna e Francia. È qui che nel febbraio 1939 ebbe luogo “la retirada”: 500000 persone hanno attraversato il confine per fuggire dalla guerra civile spagnola, dopo che le truppe di Francisco Franco presero la città di Barcellona.

I/Le partecipanti al seminario seguiranno la rotta dei rifugiati e visiteranno i luoghi che la ricordano, come l’Exile Memorial Museum (MUME).

L’ obiettivo del seminario è quello di mettere in luce il valore della memoria come strumento per analizzare il presente e stimolare la mobilitazione e la solidarietà. Un altro aspetto importante sarà la riflessione condivisa sulla situazione attuale dei rifugiati, sulle origini dei conflitti che mettono in moto le ondate migratorie, sulle rotte più battute.

Tutt@ i/le partecipanti raccoglieranno storie passate che possano essere d’ispirazione per possibili azioni sul presente. Gli output prodotti saranno raccolti in un video finale e in un’esposizione.

Essendo parte del programma Erasmus+, per i/le partecipanti vitto e alloggio sono coperti dalla Commissione Europea. Le spese di viaggio saranno rimborsate fino a un massimo di 180 euro.

Per partecipare, è necessario effettuare la tessera associativa SCI-Italia 2017 (20 euro).

Candidature entro il 12 febbraio, compilando il form online.

Prima di candidarti, leggi qui tutti i dettagli del seminario.

Nella “ghiacciaia d’Europa”: cronache dal confine serbo-ungherese

Nella “ghiacciaia d’Europa”: cronache dal confine serbo-ungherese

Le immagini scioccanti della condizione dei rifugiati in Serbia stanno iniziando a fare il giro del mondo. Le temperature di questo inverno gelido sono calate a picco verso i -20 gradi, e mentre i Balcani si trasformano nella “ghiacciaia d’Europa” migliaia di migranti e richiedenti asilo sono costretti a vivere all’aperto, in edifici abbandonati, in tende di fortuna, senza acqua, cibo, assistenza, forniture igienico-sanitarie, in attesa da mesi che l’Europa apra le sue porte.

Sono circa 8000 i rifugiati in territorio serbo, di cui solo 6000 ospitati in campi e strutture ufficiali (ma non sempre adeguate e attrezzate per l’inverno), e circa 2000 sono i disperati che affollano le strade di Belgrado. Medici Senza Frontiere denuncia le terribili condizioni in cui sono costretti a vivere, abbandonati a se stessi e alle temperature polari delle ultime settimane. Casi di ipotermia, di congelamento degli arti, di intossicazione per inalazione di fumi tossici (per resistere al freddo viene bruciato di tutto) sono sempre più frequenti; per non parlare di malattie minori generate dalle condizioni igieniche nulle, come la scabbia, diffusissima. L’UNHCR, nonostante fosse stata avvertita per tempo e avesse assicurato la presenza di sufficienti strutture a norma, è stata in grado di fornire unicamente qualche tenda, telone e coperte – oggi sepolte dalla neve. Il governo serbo, da parte sua, fa quel che può con fondi che non sono sufficienti: quelli promessi tempo addietro dall’Europa sono arrivati dimezzati e mai rinnovati.

I campi attualmente presenti sono pieni e in alcuni casi sovraffollati, e da tempo non accettano più nessuno. Un nuovo campo è stato aperto negli ultimi giorni nei pressi di Belgrado, dove ricollocare le 2000 anime che affollano le strade della capitale. Ma la sua capacità è di 600 persone, nient’affatto sufficiente. Come se non bastasse, circa due mesi fa il governo serbo ha pubblicato una lettera aperta rivolta a tutte le organizzazioni e ong attive in campo umanitario, proibendo loro di servire cibo ai migranti non registrati nei campi. Da allora, le organizzazioni locali non svolgono più una regolare attività di assistenza, le uniche ong rimaste attive sono internazionali o provenienti da altri paesi. Senza queste organizzazioni internazionali, i rifugiati non riceverebbero assistenza alcuna, né cibo, né acqua, né assistenza medica. Organizzare qualsiasi genere di attività umanitaria è di giorno in giorno più complicato: il governo non vuole che i rifugiati dimorino in campi di fortuna e quindi chiude i centri per attività diurne che supportano i migranti non registrati; in questo modo si tenta di scoraggiare la scelta di restare fuori dal sistema ufficiale, costringendo i rifugiati a registrarsi regolarmente avviando la procedura di richiesta di asilo (nonostante non siano disponibili posti a sufficienza per tutti/e!).

Questo comporta una notevole difficoltà anche per chi svolge un lavoro umanitario. Nei mesi scorsi esperienze locali come Infopark (chiosco allestito all’interno del parco antistante la stazione centrale di Belgrado, gestito da volontari che ogni giorno davano informazioni logistiche e legali ai rifugiati) o Miksalište (centro diurno dove ai rifugiati venivano offerti due pasti al giorno e delle attività ricreative) sono state chiuse o ridotte di attività. La polizia effettua regolari ronde di controllo nelle zone dove sono accampati i migranti, e i volontari che vengono colti nel distribuire cibo, o vestiti, o coperte, vengono portati in commissariato per effettuare dei controlli. La logica di questa morsa restrittiva è in linea con le criminalizzazioni di attivisti e volontari di mezza Europa, a rischio di condanne molto gravi per aver dato un passaggio in macchina o ospitato in casa o semplicemente aiutato i rifugiati.

Essere una/un volontaria/o oggi significa muoversi in bilico tra l’aiuto umanitario e l’illegalità. Come esempio concreto posso riportare l’attività dei volontari di Fresh Response e North Star nella zona di Subotica e Kelebija. Qui, al ridosso del confine ungherese, un numero oscillante tra i 200 e i 300 rifugiati preme sulla frontiera, ogni notte, tentando, a piccoli gruppi, di attraversarla. La condizione di questi rifugiati è estremamente critica: esclusi dal sistema di accoglienza, vivono in alloggi di fortuna come una fabbrica di mattoni abbandonata, i vagoni in disuso nel deposito ferroviario, o nella cosiddetta “jungle”, in tende da campeggio. Le temperature non salgono più sopra lo zero da settimane, non ci sono servizi igienici attrezzati, né acqua. Se qui non fosse attivo questo gruppo di volontari internazionali, indipendente, ai rifugiati mancherebbe ogni genere di assistenza, anche primaria. Tramite donazioni private e il supporto di organizzazioni locali (quali Eastern European Outreach e Volonterski Centar Vojvodine) e internazionali (prima tra tutte Medici Senza Frontiere), FR e NS riescono a distribuire ogni giorno circa 200 “food bags”, con all’interno frutta, verdura, pane, riso, olio, acqua, latte, zucchero. Il lavoro è incessante perché l’obiettivo è tutelare la sopravvivenza di ogni gruppo di rifugiati; vengono quindi distribuite pentole per cucinare, legna per i fuochi. Tende, sacchi a pelo, coperte, teli isolanti. Per ogni rifugiato vengono garantiti capi di vestiario secondo necessità: scarpe invernali, giacche, maglioni, magliette, intimo. Guanti, calze, sciarpe e cappelli vengono distribuiti senza limite. Tutto questo è possibile grazie all’aiuto di donatori che da tutto il mondo supportano l’attività di questo incredibile e infaticabile gruppo di volontari.

La situazione è ancor più drammatica se si pensa che in questa zona manca un presidio medico deputato ad assistere i rifugiati; accade quindi spesso che i volontari si ritrovano a dover affrontare situazioni che solo un medico dovrebbe trattare. Oltre ai problemi causati dall’esposizione al freddo intenso (nello specifico, i casi di congelamento delle estremità degli arti, che se non curati in tempo possono causare il decesso del tessuto, e portare quindi all’amputazione), i casi più gravi sono conseguenza della violenza della polizia ungherese sui corpi di chi ha tentato di attraversare la frontiera durante la notte. Decine di uomini tornano indietro brutalmente pestati, feriti. Contusioni, nasi rotti, dita spezzate, dolori intercostali, difficoltà respiratorie. In questi casi, i volontari non possono che accompagnare i feriti al pronto soccorso locale, dove fino ad oggi i rifugiati sono stati accettati e presi in cura. Ma la situazione potrebbe presto cambiare, poiché una direttiva del Ministero della Salute proibisce agli ospedali di trattare i rifugiati come pazienti normali: è vietato per loro attendere nella stessa sala di attesa degli altri pazienti. Devono essere collocati in un edificio separato ed essere presi in cura per ultimi, quando la lista di attesa è terminata.

Questo rende il lavoro umanitario sempre più arduo, insieme alle retate sempre più frequenti della polizia. Tali retate sono dirette principalmente contro i rifugiati: con la scusa del freddo intenso, all’incirca una volta al mese vengono deportate a sud, nel campo chiuso di Presevo, quante più persone possibile. Molte di loro vengono direttamente portate oltre il confine macedone, per respingerle sempre più lontano dai confini europei. Per quanto riguarda il rapporto tra la polizia e i volontari, si basa su un confine labile di tolleranza: finché l’attività di assistenza viene svolta in modo discreto e invisibile, viene lasciata correre; ma quando questa diventa pubblica e palese, iniziano i problemi. Ad esempio, sia FR che NS fino a qualche settimana fa avevano degli spazi ai confini della città di Subotica dove svolgere attività diurne per i rifugiati. Tali spazi, regolarmente affittati, venivano chiamati Community Center: per 6 ore al giorno, tutti i giorni, ai rifugiati era possibile sostare in un luogo chiuso, riscaldato, con wifi gratuito, docce per lavarsi, e via dicendo. Entrambi i Community Center sono stati chiusi dalla polizia, minacciando di arresto i proprietari con l’accusa di traffico di uomini. In questo modo le autorità riescono a mantenere l’attività dei volontari il più possibile nell’ombra, e le condizioni dei rifugiati sempre più critiche.

Quella che abbiamo davanti ai nostri occhi è una tragedia umanitaria di proporzioni gigantesche. La gestione che le autorità e i governi europei stanno attuando di tale crisi è nulla, benché politici e politicanti si riempiano la bocca di soluzioni per l’emergenza migratoria. Di fatto davvero presenti sul territorio sono solo organizzazioni di volontari che rimangono piccoli baluardi di umanità, di fronte allo scempio della democratica Europa che rimane a guardare.

Wikipedia for Peace: training a Vienna dal 17 al 21 marzo

Wikipedia for Peace: training a Vienna dal 17 al 21 marzo

SCI Austria e Wikimedia Austria vi invitano al training internazionale “Wikipedia for Peace”, che si terrà a Vienna dal 17 al 21 marzo.

Wikipedia for Peace è un progetto che unisce l’attivismo per la pace e Wikipedia.
L’ obiettivo del training è di incrementare i contenuti legati alla pace e alla giustizia presenti su Wikipedia e allo stesso tempo accrescere, più in generale, l’interesse per queste tematiche all’interno della nostra comunità.

Il training si baserà su metodi di apprendimento non-formali per condividere l’esperienza in materia che, negli anni, SCI Austria e Wikimedia Austria hanno accumulato e per sviluppare insieme nuove idee.

Essendo parte del programma Erasmus+, per i/le partecipanti vitto, alloggio e viaggio sono coperti dalla Commissione Europea.

È prevista una quota di partecipazione di 30 euro da versare a SCI-Italia. È inoltre necessario effettuare la tessera associativa SCI-Italia 2017 (20 euro).

Candidature entro il 2 febbraio 2017, inviando CV in inglese e l’Application Form compilato a coordinamento@sci-italia.it.

Campo di volontariato a Diyarbakir: in cucina per i bambini della guerra

Campo di volontariato a Diyarbakir: in cucina per i bambini della guerra

Dal 14 al 23 marzo, un campo di volontariato a Diyarbakir, nella Regione Curda della Turchia, con l’obiettivo di raccogliere insieme fondi per i bambini dell’area, cucinando insieme piatti internazionali da vendere poi a Sur, il centro antico della città.

Il denaro raccolto verrà utilizzato per acquistare materiali per i centri dell’infanzia di Sur e alimenti per i bambini yazidi dei campi profughi di Diyarbakir.

Dopo il duro attacco dell’ISIS ai curdi yazidi del Sinjar, nel Kurdistan iracheno, migliaia di loro sono fuggiti, cercando riparo in Turchia. In molti hanno rifiutato di essere sistemati nei campi profughi gestiti dal governo turco che ospitano siriani, perché convinti che siano legati allo Stato Islamico ed essendo spaventati dai simboli islamici presenti in quei campi. Gli yazidi sono stati così alloggiati nei campi gestiti dalle municipalità curde. Da settembre 2016, però, decine di co-sindaci curdi sono stati arrestati e gli yazidi non hanno più potuto rifiutare il trasferimento nei campi profughi del governo turco, dove soffrono di una grave carenza di cibo.

Prima di iniziare le attività, i volontari e le volontarie parteciperanno a incontri preparatori focalizzati sulla situazione della popolazione curda, con indicazioni su come lavorare con i bambini nel corso del campo di volontariato.

Alloggio: la guest house di Youth and Change Association, partner curdo di SCI-Italia, distante dieci minuti a piedi da Sur.

Per partecipare al campo non è richiesto alcun requisito specifico, ma se sei un/a bravo/a cuoco/a sarà molto apprezzato.

Note: Tutti gli ingredienti principali saranno forniti dall’Associazione, ma i volontari e le volontarie sono caldamente invitati a portare alcuni ingredienti tipici del proprio paese.

Per partecipare al campo, sarà necessario accordarsi con SCI-Italia per un incontro di formazione pre-partenza. Se interessati, scrivere a nordsud@sci-italia.it.

Leggi qui la scheda completa del campo.

Volontariato in Africa: il racconto di Lorenzo dall’Uganda

Volontariato in Africa: il racconto di Lorenzo dall’Uganda

L’articolo è stato scritto da Lorenzo Dal Re, che a gennaio 2017 ha partecipato a un campo di volontariato SCI in Uganda, Africa. Dal blog di Lorenzo, “Keeponlovinglife“.

Si è chiuso un cerchio, e sono felice. Felice di essermi tolto un fardello che mi sentivo addosso perché non riuscivo a capire fino in fondo la realtà del campo di volontariato che stavo facendo.

Prendiamo un occidentale, uno a caso. Questo sente di una specie di chiamata, deve scrollarsi di dosso un po’ dell’individualismo che dilaga nella sua cultura. Ha sentito storie di persone come lui che hanno fatto volontariato in un paese straniero. Hanno visto con i propri occhi queste realtà, ne hanno capito le problematiche, ma anche i punti di forza, e forse sono anche riuscite a dare un piccolo contributo, un aiuto. Ma che tipo di aiuto è necessario? Economico? Lavorativo, è la manodopera che serve? Culturale? Non so di che cosa fosse al corrente l’occidentale a caso che mi ha prestato il suo caso, ma nel mio di caso, appunto, non avevo un’idea definita di quali necessità un paese come l’Uganda avesse, e di quale aiuto avrei potuto portare. E non ho detto che ora ce l’abbia, ma appunto, ho chiuso un cerchio.

La mia intenzione qui è di ripercorrere questo tragitto, non tanto per raccontare l’esperienza in sé, quanto per far luce sulla realtà vissuta da molti, moltissimi ugandesi e su quali prospettive può offrire loro un progetto di volontariato internazionale.

Quindi, senza porre freno alle mie scarse capacità di sintesi, vi voglio raccontare la storia dal suo inizio; da quando…
…spese ormai due o tre settimane di ricerche su internet per un progetto di volontariato in Africa, incontrando pacchetti da 1000 euro o più per quindici giorni, trovo finalmente qualcosa di più adatto alle mie esigenze. Il Servizio Civile Internazionale (SCI-Italia) offre un sacco di possibilità in molti paesi. Da nazioni del “Sud del mondo” a paesi occidentali. I progetti hanno una durata che varia dalle due settimane ai tre mesi, a periodi più lunghi ancora. Richiedono la partecipazione a un corso di formazione di tre giorni a Roma, e qui viene il bello.

Quando secondo il mio navigatore sono ormai nella zona dove si trova “La Città dell’Utopia”, dove si terrà il corso di preparazione, mi prende un po’ lo sconforto. Con un nome così mi aspettavo, chessó, un ecovillaggio nella periferia romana, un posto con del carattere. E invece cammino all’ombra di palazzoni a 6-8 piani con l’intonaco scrostato, tutti fitti fitti, grigi e monotoni. In mezzo a due di questi c’è una scalinata e il navigatore mi dice di salirla. Così mi si presenta La Città dell’Utopia, non c’è dubbio. Un casolare di campagna circondato di alberi, vestito di piante rampicanti, piantato su una collinetta ad-personam e circondato su ogni lato da un Colosseo di condomini di periferia.

Ormai unica nel suo genere, la Città della Gioia ha resistito alla speculazione edilizia grazie alla voce, mai confermata, che vi abbia passato una notte Garibaldi nel suo percorso di unificazione d’Italia. Ma questo non è bastato a garantirgli vita facile, ora sopravvive alle mire delle imprese edili soprattutto grazie alla resistenza opposta da vari gruppi cittadini che lo mantengono come realtà occupata. Al piano terra ospita ancora un’osteria, così come cent’anni fa. Ora è attiva solo in determinate occasioni, ma l’aria che si respira dentro penso non sia diversa da quella che tirava quando Garibaldi ci si sedette a mangiare uno spaghetto cacio e pepe. Ma esisteva già la pasta all’epoca di Garibaldi?

I tre giorni passati qui sono stati, senza esagerare, una scuola di vita. Perché hanno confermato le mie perplessità sul metodo di istruzione odierno e perché ho potuto osservare che, con i giusti presupposti, si può creare una realtà di confronto orizzontale dove non c’è insegnante e non c’è studente ma tutti imparano reciprocamente dagli altri e tutti si sentono liberi di esprimersi. E non c’è nessuno che non apporti un importante contributo al percorso del gruppo. Ognuno assume una forte individualità nei confronti dei suoi compagni e si finisce per essere tutti grati della presenza di tutti, perché è col contributo di ciascuno che si è creata quella bella esperienza da cui tutti sono usciti arricchiti e divertiti.
La mia convinzione che l’istruzione d’oggi sia non solo fallace, ma controproducente in parte dei casi, si sta rafforzando in questi giorni che sto passando in un’altra incredibile realtà, nella quale mi ha portato il caso. O forse c’è un filo che conduce il nostro muovere passi nella vita? Un meccanismo fatto di connessioni di vario tipo che sfugge perlopiù alla nostra comprensione, ma che fa sì che ci succedano cose, che si conoscano persone e che alla fine, nella vita, si prenda presto o tardi una direzione precisa, indipendentemente dal passato che uno può avere. Ma di questi giorni parlerò più avanti. Quando si sarà chiuso anche questo piccolo cerchio.

Torniamo a noi. Il corso di formazione si conclude, io scelgo due progetti in Africa di due settimane ciascuno – il secondo in Tanzania -, pago i 200-250 per campo, passano un paio di mesi e parto per l’Uganda. Il campo di volontariato ha questo titolo: “Sviluppo culturale in musica, danza e produzione”. Ho informazioni più dettagliate, ma parto comunque perplesso.

Arrivo a Kampala, Uganda, due giorni di preparativi e si parte – in dieci o più, fitti come galline in un pollaio, in un furgoncino piccolo e stretto, con un portapacchi carico come solo nelle nazioni del terzo mondo si può vedere -; destinazione campagne di Bukomero, a un’ora e mezza di guida da Kampala. Quando il furgone si arresta scendo di corsa a sgranchirmi le gambe e per poco non collasso. Pressato come una sardina in scatola, la circolazione si era dimenticata di passare per gli arti bassi.

Il posto lo trovo meraviglioso. Nella sua semplicità. Un paio di edifici ad un solo piano, tetti in lamiera. Tutto attorno alberi da frutto. Ma non come le nostre cultivar di pesco o albicocco. Alberi veri! Manghi, jackfruit ed una papaia. Niente elettricità, gas né acqua corrente. Un bel prato di fronte alle case, la cucina a legna indipendente dagli stabili e i bagni a latrine ad una ventina di metri, sul confine della proprietà. Ci abita una famiglia con quattro bambini, due maschi e due femmine, sembrano perfettamente classati per età con qualcosa tipo 2 anni di differenza, ed un ometto basso e muscoloso con un debole per le sbornie.

Tolto l’organizzatore del campo che sarà sulla trentina, sono tutti ragazzi di periferia, più giovani di me. Hanno quello stile lì, di quartiere. T-shirt lunghe delle squadre di basket, scarponi, pantaloni strappati, cappelli. Hanno gli Smartphone, le casse Bluetooth.

I primi giorni sono confuso. Che cos’è? Una vacanza a costi ridotti? I ragazzi sì, sono capaci nelle loro danze e nella loro musica, alcuni davvero dei fuoriclasse. Ma io qui che ci sto a fare, chi aiuto? I giorni passano, ci si esercita nelle attività, ma senza esagerare, poi sempre con approccio africano: io faccio quello che so fare alla mia maniera, tu cerca di copiarmi, è facile! Entro nel ritmo dell’Africa, questo con relativa facilità, e con un po’ più di fatica anche i ritmi dell’Africa entrano in me – tolto quello che poi, per ridere, era sulla bocca di tutti: tulu-ba, un personale fallimento.

Scopro l’Alberello dei Pensieri, sotto alla cui ombra della luce dorata del sole delle cinque, passo tra i momenti più pacifici e armoniosi. Conosco più da vicino i ragazzi e le loro storie e scopro che i vestiti li hanno comprati usati per due spiccioli, che gli smartphone sì, li hanno sudati per mesi perché qui costano poco meno che da noi, che in proporzione è un’enormità, ma se non ce l’hai il palmare in Uganda sei proprio un poveraccio. Scopro che la loro cultura è una non-cultura, frutto della velocissima disintegrazione delle loro radici popolari, delle tradizioni, e della sostituzione di queste con un sistema di valori fantoccio, costruito dall’invadente tzunami capitalistico che senza alcun freno sta producendo una società schiava, soprattutto nella mente.

In Africa conosco la storia di Paul, un ragazzo sveglio e intelligente, con un buon cuore, che per il sogno di vedere l’Europa ha lavorato durissimo per un anno, facendo della sua camera un pollaio a due piani con 400 polli. Per poi spendersi tutta la fortuna – che ad altri costa anni di lavoro – per curare il babbo alcolista che non vedeva da dieci anni e che è poi finito per morirgli in braccio. Ma non c’era giorno in cui Paul non dicesse “I love Uganda!”, un grande.

Entro più in confidenza con Keyics, il fuoriclasse del tamburo, che però dice di non poterne più del suo paese e di voler emigrare a fare fortuna. Ma che purtroppo non ha una benché minima idea di come giri il mondo fuori dall’Uganda e che mi auguro davvero che, se non costruisce prima un po’ di coscienza critica, quel mondo non lo sperimenti neanche. Ne verrebbe sopraffatto. E qui comincio a capire in che forma può arrivare il mio aiuto: conoscenza. Informazione e consapevolezza, sfatare miti, confronto.

Il sistema scolastico ugandese è tra i peggiori al mondo – dati reali, non una personale opinione. La percentuale di studenti che abbandonano l’istruzione già dalla scuola primaria è elevatissima (si parla di più dell’80%) e la prospettiva di riscatto per chi prosegue gli studi non è molto migliore. Il metodo istruttivo si basa sulla cieca memorizzazione e non viene in benché minima misura stimolata la capacità critica dello studente. Il mercato, per com’è ora, è già saturo; la popolazione dell’Uganda è esplosa da 7 a 37 milioni negli ultimi 50 anni. Con le capacità di analisi e le conoscenze acquisite grazie all’istruzione, nonché con gli esempi che offre la quotidianità, è praticamente impossibile che un giovane riesca ad uscire dalle piste dell’economia di sussistenza da cui proviene.

Questi ragazzi, qui sono volontari. Non ricevono soldi, al massimo mangiano e dormono a gratis. Alcuni però hanno fatto quintalate di campi di volontariato e vedono l’ente locale che collabora con lo SCI come una seconda casa. Il confrontarsi con i volontari internazionali, con altre realtà, apre loro gli occhi, rimuove il velo di ignoranza con cui sono cresciuti, gli offre opportunità. E c’è chi queste chances le ha sapute cogliere. Uno di questi si chiama Abas, ed è l’organizzatore del campo. Ora vi racconto la sua storia, sembra un po’ una favola perché ha un lieto fine.

Abas nasce in Uganda, Africa, nei primi anni ottanta, gli anni di guerra civile. Povera Uganda. Solo nel 1962 riceve l’indipendenza. Gli inglesi, prima di liberare, eleggono Mutesa – il re della tribù Baganda, la più potente del paese – presidente, con il compito di formare un governo composto di rappresentanti delle numerosissime tribù presenti sul territorio. In questo governo entra anche Obote, della tribù Lannì. È lui, tempo dopo, a deporre Mutesa con un colpo di stato, mandarlo in esilio fuori dall’Africa, in Inghilterra e probabilmente a ordinarne l’uccisione, che avviene due anni più tardi per avvelenamento. Avviene però che nel 1972, durante una visita di Obote a Singapore, il generale Idi Amin prende il potere e consiglia al suo ex-presidente, per telefono, di non tornare a casa se ci tiene alla pelle. Amin, scarsamente educato, violentissimo braccio destro del precedente governo Obote, governa con pugno d’acciaio. Fino al ’79 quando, guarda un po’, Obote, appoggiato dalla Tanzania, entra in Uganda con un’azione militare e depone Amin. È a questo punto che entra nel gioco il giovane Museveni, l’attuale presidente. Nel nome della democrazia, Obote indice delle elezioni, ovviamente pilotate, e sale di nuovo alla presidenza. Museveni esce dal governo, si porta dietro sei fedeli e si dà alla macchia. Si reca di casa in casa e comincia a reclutare un esercito di resistenti il NRA, National Resistance Army.

Le truppe di Obote intanto seminano il panico nel paese. Stuprano indisturbate, uccidono chiunque non dia informazioni sull’ubicazione dei resistenti, poco importa se lo sai davvero o no. Questo fa sì che Museveni trovi grande accoglienza fra i civili. Ordina a questi di abbandonare le proprie case e fuggire nelle campagne, i maschi di ogni famiglia vengono reclutati in cambio di protezione. Si instaura un sistema di informazione sotterranea, del quale il padre di Abas fa parte. Abas passa i primi anni nascosto nelle colline di Bukomero, il paese vicino al quale si è svolto il campo di volontariato. La sua casa è lontana, ma la famiglia ha dovuto abbandonarla. La vita è durissima. Dormono nei cespugli. Grazie a Dio siamo all’equatore e almeno non fa troppo freddo.  Molti muoiono di stenti, le condizioni igieniche sono inesistenti, tanti i cadaveri a cielo aperto. Le malattie pullulano.

Nel 1985 Museveni ce la fa. Il NRA sconfigge le truppe governative. Molti sono quelli che all’ultimo fanno il voltafaccia e lasciano Obote sprovvisto di un esercito. A questo punto l’Uganda è in ginocchio. Le epidemie sono al loro picco e il numero di dottori è ridotto. Arrivano le Nazioni Unite e gli aiuti internazionali, ma il numero di medici non basta comunque. Allora vengono istruiti civili a una sorta di primo-controllo, sveltendo il lavoro dei medici. E di nuovo il padre di Abas è uno di questi.

La famiglia raggiunge i 12 figli, ma non ha modo di mantenerli. Abas esce di casa a 16 anni, è sulla strada. Comincia a frequentare un garage dove si siede e osserva il lavoro dei meccanici. Così impara il lavoro a sua volta. Mi fa pensare al processo di insegnamento dell’arte del sushi in Giappone. L’allievo osserva attentamente il sushi master per due anni, durante i quali non scambia una parola col maestro. Al termine dell’apprendistato è pronto ad esercitare l’arte.

Poi Abas incontra UPA, Uganda Pioneers Association, l’ente locale che collabora con lo SCI. Ne abbraccia una branca, UPACT: UPACulturalTroupe. Ma il coordinatore del tempo ha una malagestione dei fondi e finisce per affondare il progetto. Abas intanto lo ha già abbandonato ed è riuscito a convincere il suo collega Ronnie a creare un progetto loro stessi. Ogni settimana mettono da parte tremila scellini a testa, circa un euro. Presto si aggiunge un terzo. Fondano il MCA, Music and Culture Africa. Il padre di Ronnie gli dona il garage di casa come quartier generale. I giovani del circondario cominciano ad affluire, magari a partecipare economicamente per come possono. Le cose si mettono in moto.

Poi un giorno Ronnie prende un’altra direzione, il padre richiede indietro il garage e tutto svanisce.
Passa il tempo, Abas è ragazzo-padre da quando ha vent’anni, ha una grossa responsabilità su di sè e non può permettersi di rischiare ancora. Lascia perdere i suoi sogni. Passa il tempo, e un giorno, per strada, Abas incontra un membro di UPACT. “Sai che il coordinatore non si fa più vedere da tempo?” gli dice questo. “Noi siamo un po’ alla deriva e nessuno vuole prendere la leadership”.

Abas se lo ricordano come quello che ha buone idee, che mette in moto tante cose. Così lo pregano di tornare, anche se il progetto è stagnante, non ha più fondi e pochi membri rimasti. Abas si ricollega con UPA e riprende a offrirsi per campi di volontariato di vario tipo. Conosce un ragazzo danese, entrano in confidenza e questo gli propone di accompagnarlo in viaggio come guida. Gli paga tutto e gli dà anche qualche soldo per ogni giorno di viaggio. Così, alla guesthouse dove risiedono parte dei volontari occidentali, si sparge la voce che Abas è una buona guida. Il secondo ingaggio gli arriva per otto persone. Organizza tutto meticolosamente. Fa un preventivo e noleggia una macchina. Poi giunge l’aiuto di una ragazza, sempre danese. Gli prepara dei volantini che distribuiscono al teatro nazionale in occasione degli eventi. Le offerte arrivano.

Oggi Abas non lavora più come meccanico, ha aperto un mutuo e ha comprato un bel furgone 4×4 per i safari, fa la guida e servizio taxi per il volontari in Africa, a tempo pieno. È il nuovo coordinatore di UPACT e tanti ragazzi hanno ora abbracciato il progetto. La troupe che ha formato in Africa è in grado di esibirsi ed è già stata ingaggiata per eventi privati. Un membro ha allestito un piccolo allevamento di animali dove i giovani del gruppo lavorano. I margini di guadagno sono minimi, ma è solo l’inizio.

Poi è venuto il giorno conclusivo dell’attività, quando tutti, africani e non, ci si è esibiti al teatro nazionale di fronte a tanta gente. Tutto è andato a meraviglia e Abas era così commosso che nel congratularsi aveva gli occhi lucidi e si ripeteva in continuazione. Mi ha presentato la sua ragazza. Belga. È venuta un anno e mezzo fa come volontaria e non è più ripartita. Io, sull’onda di Abas, non facevo altro che ripetermi “se lo merita”.

Mercatino terra/TERRA di San Paolo a La Città dell’Utopia [Sabato 21/01]

Mercatino terra/TERRA di San Paolo a La Città dell’Utopia [Sabato 21/01]

La Città dell’Utopia vi invita, sabato 21 gennaio, al consueto appuntamento con il mercatino terra/TERRA di San Paolo. L’evento si terrà dalle 9.30 alle 15.30 in via Valeriano 3F, metro San Paolo, Roma.

Durante il mercatino, ci saranno anche un laboratorio per bambin@ e genitori e uno di cucina internazionale, in questo caso senegalese.

A conclusione delle attività, sarà possibile gustare il pranzo bio di autofinanziamento che da sempre accompagna il mercatino.

Terra TERRA è la sperimentazione di un modello di economia che impegna reciprocamente produttori e consumatori per sovvertire le catene di distribuzione, ridurre la distanza alimentare, valorizzare le relazioni sociali, sensoriali e gustative. La terra non è un supermercato, il cibo non è una merce.

Ore 9.30 – Mercatino terra/TERRA

Dalle 11.30 alle 13.00 – “Una storia in 10 metri” – Laboratorio per bambine/i e genitori.

Dalle 11.30 alle 12.30 – Laboratorio di cucina internazionale – Thiakry dal Senegal.

Ore 13.00 – Pranzo Bio di autofinanziamento

Menu:
Penne alla crema di funghi
Rustico radicchio e talegghio
Cime di rapa saltate
Cavolo cappuccio rosso al curry
Salsicce/scamorze bio + insalata

Kurdistan, bambini del Sur e bambini del Sole: il racconto di Francesca

Kurdistan, bambini del Sur e bambini del Sole: il racconto di Francesca

Il racconto della volontaria Francesca Fulgoni, che nell’ottobre 2016 ha partecipato a un campo di volontariato SCI nel distretto di Sur e nel campo profughi di Fidanlik, Diyarbakir. Il progetto prevedeva giochi di strada e laboratori con i bambini.

Bambini del “Sur” e bambini del “Sole”

Sono partita per il campo di volontariato a Diyarbakir, senza quasi conoscerne la posizione. Sì Turchia, ma dove? Sì Kurdistan, ma dove? Diyarbakir, “Amed” in curdo, città centrale della Regione Curda, si trova a sud-est della Turchia, vicino al confine siriano ed iracheno. Da secoli terra di conquiste, è bagnata dal fiume Tigri. Avevo sentito racconti di amici venuti più di una volta a fare campi di volontariato. Avevo visto un breve video-collegamento, durante la formazione dello SCI, dove i volontari e il coordinatore del campo curdo parlavano della situazione, dell’accoglienza, della condivisione, dei diritti umani.

Avevo sentito parlare dei curdi, ma non avevo mai approfondito l’argomento. Tra le mille cose da fare, non ci può stare tutto tutto. Ma il tutto ora mi incuriosiva: chi sono i curdi? Come vivono?

Così ho deciso, all’ultimo momento, di partire per il campo. E infatti sono stata l’ultima dei volontari ad arrivare, ma che accoglienza!

All’uscita dell’aeroporto di Diyarbakir, nuovo di pacca, mi sono ritrovata con due ragazzi curdi, con poche parole di inglese e un volontario italiano che mi ha subissato di informazioni per tutto il tragitto dall’aeroporto alla guest-house, mentre io guardavo fuori dal finestrino, cercando di capire dove fossi atterrata. Lungo la strada abbiamo incontrato dei posti di blocco. Ho pensato che lo stato di emergenza post tentato golpe del 15 luglio si facesse sentire. In realtà, non è solo quello. In questo angolo di Turchia le tensioni sociali sono sempre state alte. Una guerra civile si è svolta nel centro di Diyarbakir tra dicembre e marzo del 2015, è durata per più di 100 giorni.

Arrivata nella guest house, c’erano tutti gli altri volontari ad aspettarmi per la cena. Tutti molto più informati di me sulla situazione, sulle condizioni. Io ascoltavo e mi guardavo intorno per capire dov’ero e con chi avrei trascorso i prossimi dieci giorni, 24 ore su 24. È un campo sperimentale, i volontari erano solo italiani. Sei in totale, compresa me. Un gruppo bello variegato per età e per esperienze.

Cosa si doveva fare al campo? Un lavoro di animazione con i bambini: per metà del campo saremmo stati con i bambini del “Sur” e per l’altra metà con i bambini del “Sole”. Chi sono questi bimbi?

I bambini del “Sur”

I bambini sembrano sempre tutti uguali, nella loro innocenza e voglia di vivere. I bambini del “Sur” abitano nel centro storico di Diyarbakir, ricco di moschee, chiese armene, mercati, caravanserragli, negozi, caffè e abitazioni storiche, ma anche molto popolari. Il Sur è stato il centro delle lotte di inizio anno. Ora circa un quarto della città vecchia è chiusa, disabitata, circondata da barricate e sorvegliata. Gli abitati sono stati “sgomberati” e non è ancora chiaro che cosa ne sarà di quella parte della città. Fa un certo effetto camminare lungo la via del centro della città con gente che si muove come formiche, di qua e di là, e vedere tanto controllo, filo spinato e zone completamente chiuse. Pensare che lì ci abitavano famiglie intere, mentre ora non possono più vivere dove sono nati. Lo chiamano lo stato di emergenza. Forse io non ne ho mai vissuto uno e non so bene di che cosa parlo, ma mi è sembrato tutto molto strano, un po’ surreale. Mi è sembrato tutto molto ingiusto.

Gli insegnati e poi i bambini ci hanno accolto con sorrisi e voglia di condividere, di stare insieme. Abbiamo giocato con loro a “un due tre stella”, abbiamo giocato con loro con la polaroid scattando foto alle cose a loro più care. In molti hanno scelto la loro maestra. Abbiamo dipinto il muro del giardino del centro con un murales collettivo, ideato dai più artistici del gruppo, che rappresentava tanta gente, un arcobaleno, degli alberi, un sole e la scritta “aşîtî”, che in curdo vuol dire “pace”. Sulle magliette della gente del murales erano dipinte le lettere dell’alfabeto curdo:  î, ê, û , Q, X, W. Lettere che per anni sono state proibite, come la lingua curda.

Spero sia piaciuto a loro come è piaciuto a me. Spero che in mezzo alla guerra che hanno vissuto, i sorrisi di gente lontana, ma in fondo uguale a loro, con la semplice voglia di stare insieme e condividere il tempo, gli rimanga di ricordo. A me rimarrà di sicuro, insieme agli anelli donati come regalo dalle bimbe.

Durante il nostro campo il sindaco e cosindaco di Diyarbakir sono stati arrestati. Se lo aspettavano. Dopo il tentato golpe del 15 di luglio, sono state arrestate molte persone in Turchia: giornalisti, professori, esponenti politici. Abbiamo visto la città “scossa”, arrabbiata e turbata. Mentre camminavamo per la città, probabilmente tra i pochi stranieri presenti, le polizia ci ha fermato, ripreso e fotografato, oltre ad aver eseguito il consueto controllo dei passaporti. Ci hanno chiesto se eravamo giornalisti. Ci hanno lasciati andare, noi eravamo dei semplici volontari. Rimaniamo però testimoni, nostro malgrado, di quello che hanno visto i nostri occhi.

I bambini del “Sole”

I bambini yazidi del campo profughi di Fidanlik(1), vicino a Diyarbakir, vengono dal Sinjar, Kurdistan Iracheno. Sono stati afflitti dall’ennesimo genocidio condotto dalle forze dell’ISIS il 4 agosto del 2014. Di genocidi nei loro confronti ne hanno contati ben 74, negli anni. Sono riusciti a scappare dalle loro terre durante l’estate, sotto 45° di caldo. Li chiamano i bambini del “Sole”, in riferimento a una delle divinità yazide.

Ci hanno detto che sono quattrocento i bambini del campo. Molti di loro vogliono imparare l’inglese, guardano al futuro. Alcuni di loro, conversando con me in inglese, mi raccontano che hanno iniziato a impararlo da soli, non c’è scuola per loro. Jamal, un ragazzo del campo, ha iniziato a fare lezioni di inglese, in maniera informale ma molto partecipata. Siamo andati ad animare un po’ le sue lezioni. Abbiamo creato, disegnando una ad una le carte, un piccolo memory con vocaboli in inglese. Non avevamo considerato che i tavoli della scuola erano di vetro e più che giocare, dopo la lezione di vocabolario d’inglese, mi sono ritrovata a rimproverare i bimbi che si chinavano con 5mila scuse differenti sotto il tavolo, a sbirciare le carte. Erano molto belli!

Durante una pausa nel giardino retrostante, vedo in lontananza una ragazza bellissima, seduta da sola ad un tavolo di legno. Dopo pochi minuti mi si avvicina, due occhi scuri, profondi ed intensi mi guardano. Inizia a parlare lei, si presenta, mi chiede il mio nome, con un modo di fare maledettamente naturale. Lo stesso modo di fare che ho ritrovato in molti volti curdi incontrati. Mi racconta che viene da Sinjar, è venuta al campo per pochi giorni a trovare i sui genitori che vivono qui. Poi tornerà in Iraq a lavorare per una ONG che sostiene le persone rimaste là. Lei ha imparato l’inglese da sola. Lo parla stupefacentemente bene. Mi racconta che lavora con le donne catturate dall’ISIS e poi liberate. Mi racconta, mi racconta che un giorno una donna le chiede un favore, uno solo. Le chiede: “Possiamo ballare insieme?”. Durante la cattura non si poteva cantare, non si poteva ballare, non c’era musica, era tutto vietato. Voleva ballare per liberarsi, come se fosse stata morsa dalla tarantola, come se la musica e le canzoni fossero state il suo sangue, la sua vita. Voleva dimenticare e rinascere.

I bambini giocavano con noi. Gli abbiamo lasciato le fotocamere e si sono divertiti. Le foto fatte da loro, sono bellissime.

 

Al ritorno, più confusa che mai, sull’aereo verso casa, pensavo. Pensavo a come la libertà di espressione sia un diritto umano fondamentale. Pensavo che impedire a un popolo di esprimersi con la sua lingua e con le sue tradizioni sia un crimine. Qui la cultura tramandata parla di cantastorie, parla di musica, di canzoni, di danze, una cultura orale nata prima di Cristo. La religione yazida è antecendente la nascita di Gesù. È come se a un Fiorentino togliessero Dante e la cupola di Brunelleschi, ai Romani il Colosseo e i filosofi antichi e così via… È come se togliessero le radici al nostro albero.

Terra di conquiste, terra di gente che è abituata a lottare e resistere per salvaguardare la propria identità e riconoscerne il diritto a tutti gli essere umani.

(1) Oggi il campo profughi è stato delocalizzato. Per approfondire: http://www.uikionlus.com/la-delocalizzazione-degli-yazidi-nel-campo-di-fidanlik/

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