Minicampo a Cascina Artemista, Spessa Po (PV)

Minicampo a Cascina Artemista, Spessa Po (PV)

Cascina ArtemistaSCI Lombardia vi invita a partecipare al minicampo a Cascina Artemista, a Spessa Po, in provincia di Pavia, nel weekend del 5 e 6 novembre 2016.

L’associazione: Artemista e un’associazione culturale senza scopo di lucro nata nel 2004 che si occupa di progetti artistici, ricreativi e ambientali. Nasce dall’incontro di artisti di diverse discipline con l’obiettivo di sviluppare progetto condivisi attraverso I’unione di linguaggi differenti (fotografia, teatro, video, fumetto, musica). Nell’ambito dell’educazione ambientale opera in progetti formativi all’interno dei quali unisce la componente artistica dello spettacolo alla componente didattica dei laboratori e delle visite guidate.

Artemista gestisce un centro culturale e di produzione artistica nella Cascina del Castello, dove vengono organizzati workshop di danza e teatro, rassegne, attività per le scuole, residenze artistiche per compagnie internazionali.

Attivita del minicampo: Il lavoro sara concentrato sulla sala prove e i camerini del Centro Culturale: una sala dell’anno mille con volte a vela che stiamo completamente ristrutturando. I volontari si occuperanno del lavoro di tinteggiatura delle pareti, dell’allestimento dei camerini e della sistemazione del magazzino teatrale. Durante il minicampo sarà possibile conoscere meglio le attività organizzate dall’associazione.
Alloggio: I volontari saranno ospitati presso l’Ostello e cucineranno a turni nello spazio comune.

Cosa portare: abbigliamento comodo, scarpe da lavoro, guanti da lavoro, telo/accappatoio per la doccia e asciugamani

Info pratiche: Il minicampo si svolgerà dalle 10.00 di sabato mattina fino alle 16.00 della domenica. Il ritrovo e previsto presso la Cascina Artemista a Spessa Po. Per il viaggio cercheremo di organizzarci con macchine e treni in base alla provenienza dei volontari.

Iscrizione: Per le iscrizioni scrivere a lombardia@sci-italia.it entro giovedì 3 novembre.

Per partecipare al minicampo sarà richiesta la tessera SCI 2016 (20 euro, sarà possibile farla in loco) e una quota di partecipazione di 10 euro.

Il Cile delle comunità mapuche: partecipa alla feria Walung

Il Cile delle comunità mapuche: partecipa alla feria Walung

donne mapucheCoordinación Feria Walung de Kurarewe è un’organizzazione composta principalmente da donne mapuche, impegnata nella difesa e nella divulgazione della cultura indigena. Quest’anno organizza due campi di volontariato, uno a gennaio e uno a febbraio, a Curarrehue (Kurarewe), in Cile, con l’obiettivo di far conoscere e valorizzare le tradizioni mapuche, attraverso incontri, eventi e laboratori di cucina.

In particolare, i volontari prenderanno parte all’organizzazione o alla realizzazione della sagra “Walung” (tempo del raccolto) che si svolge a Curarrehue, un villaggio nel sud del Paese, ai piedi delle Ande. Qui, tra boschi e fiumi, vive una delle più grandi comunità mapuche del Cile. Ogni anno, tutta la comunità lavora alla realizzazione del festival, che diventa così un momento di incontro e discussione su tematiche sociali ed economiche, in un clima di collaborazione e rispetto.

Età: 20-99 anni. Richiesta la conoscenza della lingua spagnola.

Come in tutti i progetti Nord/Sud, per poter partecipare al campo i candidati dovrebbero aver preso parte alle formazioni di Feria Walungprimo e secondo livello organizzate da SCI-Italia in preparazione alla partenza o aver avuto precedenti esperienze di volontariato.

Leggi qui la scheda completa del campo a supporto dell’organizzazione del festival [8-29 gennaio].

Leggi qui la scheda completa del campo a supporto della realizzazione del festival [30 gennaio-26 febbraio].

 

Per maggiori informazioni scrivere a campisud@sci-italia.it

Nablus: tra ferite, storia e speranze

Nablus: tra ferite, storia e speranze

nablusDa RACCOGLIENDOLAPACE, sito web di reporting del progetto “Interventi Civili di Pace in Palestina” dello SCI-Italia in partenariato con:

Un ponte per…Assopace PalestinaPopular Struggle Coordination CommiteeIPRI – RETE CCPCentro Studi Sereno Regis.

Il fiume giallo di taxi che scorre lento davanti a noi è l’ultimo saluto che la splendida città di Nablus ci regala. Incastonata come una gemma tra le brulle colline del nord della West Bank, questo è uno di quei posti che non si vorrebbero lasciare mai. Non solo per la consueta ospitalità con cui siamo stati accolti in questi due giorni, ma anche per la sua vivacità, per i paesaggi mozzafiato e soprattutto per le innumerevoli storie della città vecchia.

Inutile dire quanto sia stato affascinante e suggestivo aggirarsi per i vicoli stretti e le antiche fabbriche di sapone. Come a Gerusalemme, anche qui ogni singola pietra trasuda Storia e storie che nella maggior parte dei casi, purtroppo, non hanno un lieto fine.

Dal 2002 al 2009, infatti, Nablus è stata posta sotto assedio per lunghi periodi dall’esercito israeliano, rendendo impossibile non solo l’entrata e l’uscita dalla città, ma anche dalle singole case per la presenza dei cecchini. Gli israeliani, inoltre, durante i raid all’interno della città per evitare di fronteggiare la popolazione nelle strade, sfondavano i muri creando dei passaggi tra una casa e l’altra, uccidendo chiunque si opponesse. Molte case, o almeno quelle risparmiate dalla furia dei militari, mostrano ancora le ferite di quel periodo. Ferite che probabilmente non si rimargineranno mai: fori di proiettili, lapidi, manifesti e cartelloni commemorativi affollano le strette strade della città vecchia.

La nostra guida Y, un volontario dell’ONG locale Human Supporters1, ci racconta passo dopo passo il modo in cui tutte queste vite sono state spezzate.

Come quel pomeriggio di dodici anni fa, quando a una donna con il niqab2 cadde dalle mani un grosso vassoio di knafe, dolce tipico locale, che stava trasportando in occasione della festa di fine Ramadan. Un ragazzo le si avvicinò per aiutarla e lei, estratto un pugnale da sotto il vestito, lo sgozzò. A quel punto un’altra donna, appostata sull’altro lato della piazza, tirò fuori un mitra da sotto il vestito e iniziò a sparare sulla folla. Queste due donne erano in realtà due uomini israeliani, due mustarabin: infiltrati, membri dell’esercito che si fingono palestinesi compiendo alcune tra le stragi più efferate. Y ci spiega anche che molti mustarabin sono stati allevati, indottrinati e addestrati a uccidere sin da piccoli. Si tratta infatti di soldati scelti tra gli orfani o sottratti alle proprie famiglie da bambini e sin da subito abituati “al sapore del sangue, testando sulla pelle degli animali ciò che poi faranno un giorno su quella dei palestinesi”, sospira.

Y prende una pausa e capiamo che non solo sta raccontando ma che sta anche rivivendo ciò a cui ha personalmente assistito. Poi continua: “quel giorno io e mio cugino eravamo seduti proprio qui dove siamo ora, io sono riuscito a scappare mentre lui è stato ferito e poi arrestato” e ci racconta dei morti e dei feriti, dell’esercito che in pochi attimi invase la piazza. Rimaniamo in silenzio, immersi nei nostri pensieri fino a quando Y non ci dice che non viene mai in questa piazza se non in queste occasioni.

E ora immaginate di passeggiare per il centro della vostra città e di incontrare ad ogni angolo una di queste lapidi o un manifesto con il volto di un ragazzo di venti o trent’anni. Aggiungeteci pure che molti di quei freddi nomi incisi nella roccia o stampati su carta erano i vostri amici o i vostri parenti. È difficile affidarsi a delle semplici parole su carta. Bisogna ascoltarle di persona, ma soprattutto bisogna ascoltare con il cuore. Ascoltare la sofferenza di Y quando racconta ogni singola storia. Sentire come la sua vita, attraverso le sue stesse parole, perde dei pezzi, anche se il suo sorriso e la sua continua voglia di scherzare sembrano suggerire l’esatto contrario.

Il piano coloniale israeliano continua, qui come nei villaggi vicini, dai quali ci arrivano notizie sempre peggiori. Ma quello che mi resta di questi due giorni nel nord della Cisgiordania sono le parole di Y che continuano a riecheggiarmi nella testa:

“Loro possono continuare ancora, ma noi siamo qui. Noi sogniamo, amiamo e sorridiamo e un giorno avremo la nostra occasione”.

 


1) Human Supporter Association è un’organizzazione palestinese di Nablus che lavora principalmente con bambini e giovani dell’area, fornendo un’alternativa nonviolenta e proattiva alle realtà politiche esistenti e promuovendo percorsi di cambiamento sociale fondato sulla giustizia all’interno della società palestinese.


2) Velo, solitamente di colore nero, usato dalle donne musulmane per coprire il capo e il viso, lasciando una fessura all’altezza degli occhi.

Sostieni SCI-Italia con i vini della Val Susa

Sostieni SCI-Italia con i vini della Val Susa

Dalle cantine della Val di Susa, arrivano sui nostri banchetti i vini Barbabuc e Roca Furà della Cascina Agrinova, emblema di un modo genuino, etico e solidale di produrre. È con questo spirito che Agrinova si inserisce all’interno di Etinomia, network di imprenditori, agricoltori, commercianti, artigiani e liberi professionisti con l’intento di riportare l’Etica al centro dell’economia. Non è un caso che l’incontro tra SCI e Agrinova sia avvenuto in Val di Susa, territorio fragile e minacciato dalla costruzione del TAV ma anche, come tutte le Alpi, culla storica di esperienze libere, di resistenza e allo stesso tempo aperte al mondo.
Con una piccola offerta potrai sostenere le attività di volontariato del Servizio Civile Internazionale in Italia e nel mondo, con l’obiettivo di contribuire alla formazione di una società solidale, giusta, inclusiva e senza confini di sorta. Una società in cui, come già avviene in Val di Susa, si sperimentano esperienze di gestione delle risorse naturali e produttive che, sfidando i modelli imposti dall’alto, prevedono un ruolo centrale delle comunità locali, una minore impronta ecologica e un’economia che offra risposte adeguate ai bisogni reali della popolazione.
Tutte le donazioni a favore del SCI sono fiscalmente deducibili o detraibili.

etichetta_vino_sci_barbabuc_abbVino Barbabuc – rosso, prodotto da Cascina Agrinova, via Meana 40, Susa (TO)

Donazione minima 8 euro – 1 Bottiglia

Donazione minima 15 euro – 2 Bottiglie
Donazione minima 40 euro – 6 Bottiglie

 

 

Vino Roca FuràVino Roca Furà – rosè, prodotto da Cascina Agrinova, via Meana 40, Susa (TO)

Donazione minima 8 euro – 1 Bottiglia

Donazione minima 15 euro – 2 Bottiglie
Donazione minima 40 euro – 6 Bottiglie
I vini sono disponibili presso i gruppi locali dell’associazione, per informazioni:
SCI Piemonte:
e-mail: info@sci-piemonte.it
SCI Lombardia:
e-mail: lombardia@sci-italia.it
SCI Nord-Est:
email: grupposcipadovanordest@gmail.com
SCI Bologna:
e-mail: bologna@sci-italia.it
La Città dell’Utopia, via Valeriano 3F, Roma
e-mail: lacittadellutopia@sci-italia.it

Cascina Agrinova
www.cascinagrinova.it
Agrinova è una piccola azienda di nuova costituzione ma con alle spalle una ormai decennale esperienza nel campo agricolo. Crede che il legame tra la terra e l’uomo sia indissolubile e che sia necessario salvaguardare l’ambiente per ipotecare il nostro futuro.
È cresciuta grazie alla passione e all’etica che la muovono, via via accumulando esperienze nella coltivazione dei frutti di bosco (lamponi, ribes, mirtilli, more, uva spina e fragole), nel campo vitivinicolo (produzione di due etichette di vino da tavola rosso), nella coltivazione di patate di montagna (aderiamo all’associazione produttori patate di montagna), nella coltivazione delle erbe officinali (timo, origano, salvia, rosmarino, alloro, lavanda e genepi), nella preparazione di confetture e infine nell’allevamento di api che offrono ogni anno il loro prezioso nettare.

Vita a Diyarbakir: Refugee Solidarity training

Vita a Diyarbakir: Refugee Solidarity training

L’articolo è stato scritto dalle volontarie e dai volontari che nell’ottobre 2016 hanno partecipato al training internazionale Refugee Solidarity, a Diyarbakir, nella Regione Curda della Turchia.

Ci svegliamo ogni giorno nella Guest House. Roj bash! I compagni curdi hanno preparato la colazione e ci mettiamo a tavola mentre chiacchieriamo, tra le risate, sulle nostre differenze linguistiche. Heval, compagno in curdo.

A Diyarbakir sono sempre pronti a offrirti e a condividere il tè. La loro è l’ospitalità di un popolo che condivide la vita, la comunità li fa diventare più forti, più presenti. La moschea si fa sentire puntuale all’ora della preghiera, ma qua non tutti sono musulmani, non tutti parlano turco nonostante lo Stato insista ad essere presente. L’anno scorso sul castello di Diyarbakir sventolava una gigantesca bandiera, questo lunedì ce n’erano due: tutti dobbiamo sapere che siamo ancora in Turchia.

Il silenzio curdo, ormai, si è rotto da tanti anni: “Durante il colpo di Stato, per noi, è stato il periodo più tranquillo. Allora pensavo che magari così i turchi avrebbero potuto capire come noi viviamo ogni giorno da tanti anni”. Umut ce lo racconta mentre camminiamo per le strade della loro città. In un piccolo cortile un gruppo di anziani cantano ad alta voce quelle canzone curde che oggi, purtroppo, molti genitori hanno paura di insegnare ai loro figli.

Una piccola Diyarbakir esiste a 20km a sud della città. “Qua la vita non è più vita”, ci dice Semo, nel campo. Lei ci abita da due anni. Ci arriviamo con il pullman e la loro musica che non può mancare mai. Cantano sempre e comunque, il ballo fa parte della loro vita.

Spas, grazie. Xêr hatìn, benvenuti. Il campo rifugiati di Diyarbakir è nato nel 2014 come campo di transizione, ma ormai le frontiere sono chiuse e le circa 1.300 persone che ad oggi ci vivono rimangono qui senza sapere con certezza quando potranno partire, chissà se per tornare a casa oppure per andare in Europa. Semo, di 63 anni, madre di 11 figli e di tanti altri, come dice lei, ci racconta come siano dovuti scappare da Dugur (1). Avevano solo un’ora per mettere la loro casa in una valigia. Non hanno più i documenti e neanche soldi per immaginarsi un domani fuori dal campo. Per fortuna, dice, uno dei suoi figli è riuscito ad arrivare in Germania. Si sentono ogni tanto.

Rifugiato è ormai una parola lontana, ogni famiglia ha il suo percorso e la sua storia. Il parco, di 260.000 metri quadri, dove prima si facevano i picnic, oggi accoglie persone che non hanno alcuno status giuridico riconosciuto, però tutti sanno che ci sono. In maggioranza arrivano dall’Iraq e sono yazidi (2). Loro non dimenticano: sulle loro tende c’è scritto 3/8, in ricordo del genocidio compiuto dall’Isis a Sinjar (3), il 3 agosto 2014. È difficile sapere quanti se ne vanno e quanti arrivano al campo. Ci dicono che durante l’anno sono andate via circa 17.000 persone, ma nessuno ci sa dire dove. La quotidianità, nel campo, scorre in un clima di stagnante transizione. La loro volontà di partire subito si scontra con l’indifferenza del Governo verso le loro vite.

Ci sono domande a cui è difficile rispondere. Le donne vestono di viola, il colore della donna curda. Si prendono cura dei figli e si occupano del cibo, della famiglia, dei ricordi: “Durante il giorno siamo sedute, preghiamo per loro, per noi, ci prendiamo cura dei nostri e cuciniamo per tutti”. Negli ultimi due anni ci sono stati solamente 4 matrimoni nel campo, ormai le persone sono attente a non stringere troppo le relazioni. Sposarsi vorrebbe dire avere una morte in più da
piangere
. Non è una questione di età, molte di loro sperano solo di morire: “Hanno ucciso così tanta gente, che ormai non ho più paura”. Lei ha 20 anni, abita a Diyarbakir e ci dice le stesse cose di Semo.

La domanda sui bambini è sempre quella più difficile da fare. Il campo di Diyarbakir è gestito dalla municipalità, responsabile della sua manutenzione: acqua, elettricità e cibo sono forniti dal Consiglio cittadino, sempre curdo. L’assistenza medica è precaria e gestita da volontari che coprono turni di 5 giorni alla settimana, in una casetta del campo. L’educazione e la sanità sono gestite solo dal governo. Quello stesso governo che la settimana scorsa ha chiuso il canale TV dei cartoni animati e alcune sedi di giornali, lo stesso governo che “accetta i curdi solo se diciamo di essere turchi”. È così che i bambini non hanno più una scuola dall’anno scorso e non hanno più assistenza medica garantita.

La nostra presenza non ha fatto altro che evidenziare una realtà. La presenza di 30 giovani stranieri riesce a rompere la monotonia del campo, i bambini ci sorridono e spremono le loro quattro parole in inglese. Alcuni sono nati nel campo, altri ricordano bene la loro casa e ce la fanno vedere nei loro disegni. Jamal, di 22 anni, insegna inglese 3 volte alla settimana. 200 bambini assistono alle sue lezioni, ma “non è abbastanza: i giorni passano e, senza una scuola, niente riesce a staccarli della stagnante realtà del campo”.

I genitori si avvicinano, spas. Il tempo nel campo sembra prendere un altro ritmo, magari perché dieci giorni non sono abbastanza per conoscere tante storie. Tutti loro ci chiedono una sola cosa, sempre la stessa: portatevi a casa questa realtà, fate conoscere la nostra storia, organizzate campi per i bambini. Loro sono ancora in tempo.

Il sole a Diyarbakir tramonta presto. Alle 18.30 andiamo via dal campo e salutiamo tutti. Per loro il sole è la luce che fa germogliare la vita, il verde della loro bandiera è la terra per la quale lottano e il rosso è la ribellione che li mantiene in piedi. Per alcuni di noi è stata la prima volta in Kurdistan, altri c’erano già stati. In ogni caso, tutti abbiamo imparato che la solidarietà è quello che ci unisce a questo popolo.

 

Alberto, Daniele, Stefania, Gaia, Luca, Azzurra, Francesco e Helena

 

1) Dugur: città a un centinaio di km a sud di Diyarbakir
2)Yazidi: gruppo religioso di origine curda, concentrato soprattutto nella Regione Kurda dell’Iraq
3) Sinjar: città della Regione Kurda dell’Iraq, molto vicina al confine siriano

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